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Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.

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Intercettazioni - rassegna al 26/02/09
Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 01:57:55, in Politica, linkato 1113 volte)

Il presidente della Camera pranza col Cavaliere: non possiamo approvarlo così
Alfano: "Modifiche al testo e subito dopo via al confronto con l'Udc"

Intercettazioni, stop di Fini e Bossi
"Il voto di fiducia sarebbe un errore"

di LIANA MILELLA

ROMA - Altolà di Fini e Bossi a Berlusconi. Niente fiducia sulle intercettazioni. Non solo: modifiche congrue per incassare, quando si andrà in aula martedì 10 marzo, il voto favorevole dell'Udc e spaccare l'opposizione. Pranzano assieme, secondo la nuova prassi dei martedì a Montecitorio dopo i lunedì ad Arcore con la Lega, il presidente della Camera con il presidente del Consiglio. Parlano (anche) di intercettazioni. Il leader di An si fa interprete del malcontento che serpeggia nelle file del Pdl contro un testo, il ddl Alfano ormai battezzato "anti-intercettazioni", che rischia di rendere impraticabile l'uso degli ascolti, di imbavagliare la stampa e mandarla in galera. Lo dice al Cavaliere: "Non possiamo approvarlo così. So che per te la questione è delicata, ma evitiamo di andare troppo oltre". Il premier ha la risposta pronta, soprattutto perché la cronaca gliela serve calda nel piatto: "Caro Gianfranco, avrai ben visto che oggi la procura di Roma ha cancellato quella vergogna delle accuse contro di me e Saccà. Le telefonate saranno distrutte, ma nel frattempo tutto il fango possibile è stato gettato. Questo provvedimento è l'occasione per dire basta".

E basta si dirà, ma alle condizioni di Gianfranco Fini. Che la sua emissaria Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e presidente della commissione Giustizia, aveva già anticipato 24 ore prima in una lettera al presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca. Maggiori garanzie per il diritto di cronaca con un'anticipata discovery degli atti (rispetto al black out fino al processo) che consenta di raccontare cosa avviene nei palazzi di giustizia e cosa fanno e come lavorano i pm. La soluzione: si può pubblicare, ma solo per riassunto, quindi senza verbali e intercettazioni, tutto quello su cui cade il segreto, cioè quando le carte vanno in mano agli avvocati. Niente da fare per l'emendamento Bergamini: resta il carcere da uno a tre anni per chi pubblica intercettazioni destinate alla distruzione. Si attenuano invece i "gravi indizi di colpevolezza" per ottenere gli ascolti che diventeranno o "sufficienti", o "rilevanti", o "oggettivi", comunque con una formula differente rispetto ai "gravi indizi" richiesti per una misura cautelare. È la linea su cui lavorava il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo.

Il timing della giornata - richiesta della procura di Roma sul caso premier-Saccà, colazione Fini-Berlusconi, uscita di Umberto Bossi contro la fiducia ("Sulle intercettazioni è sconsigliabile che il governo la metta"), trattative su come cambiare il testo, assemblea Pdl alla Camera - spiega l'esito finale. Il testo non è blindato, quindi le proteste si attenuano. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo sintetizza così: "Noi siamo l'esatto contrario del Pd, perché tra di noi c'è sostanziale unità. Molti dicono che il testo si può cambiare in meglio, ma poi dichiarano che comunque lo voteranno". E la fiducia? Alfano non la esclude: "È presto. Ci vogliono ancora più di dieci giorni. La questione adesso è un'altra. Riunire tecnici e politici (Bongiorno, Ghedini, Caliendo, ndr.). Sistemare il testo in modo da cercare una convergenza con l'Udc che è il nostro interlocutore privilegiato. Domani chiamerò Michele Vietti e parlerò con la Lega".

Restano gli interventi critici di deputati cui era stato raccomandato di non presentare emendamenti. Eccoli, in fila. Gaetano Pecorella vuole evitare "fumus di dubbia costituzionalità"; Angela Napoli non accetta "una legge che aiuta alla criminalità"; Manlio Contento vuole "attenuare i "gravi indizi""; Giancarlo Lehner chiede che "non si facciano errori politici contro i giornalisti". In contro tendenza Luigi Vitali che vuole tornare "al tetto dei 10 anni" e un'incompresa Deborah Bergamini che così si lagna dei suoi ex colleghi: "Distorcono il mio pensiero, non dicono che il carcere ci sarà solo per chi pubblica testi che il giudice ha ordinato di distruggere". Ma è un carcere che nessun giornalista può accettare.

(26 febbraio 2009)

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Giustizia Lo stop di Bossi e Fini al voto blindato. Meno divieti anche per i cronisti

Intercettazioni, niente fiducia
Alfano: cambieremo il testo

Mediazione sui «gravi indizi» per ridurre i limiti

ROMA — Il ddl Alfano sulle intercettazioni sarà cambiato in «due o tre punti». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia, al termine di una riunione-fiume del Pdl alla Camera, finita con il proposito di concordare con Lega e Udc «migliorie» al testo. «Di fiducia non si è parlato» rassicura Alfano. Anche se l'ipotesi non sarebbe del tutto tramontata. Ma la valutazione è rinviata all'arrivo in aula. Due i punti del testo sicuramente da riscrivere: il divieto di intercettare i sospetti se non in «presenza di gravi indizi di colpevolezza», e il divieto di rivelare ogni notizia su arresti e inchieste fino alla loro chiusura.

I divieti restano. Nel primo caso, però, si pensa a una nuova formulazione che unisca «i gravi indizi di reato e i sufficienti indizi di colpevolezza». Nel secondo si ipotizza di «ampliare il diritto di cronaca» così: «Non appena la documentazione viene notificata alle parti si può pubblicare non il testo integrale ma un riassunto». Il terzo punto discusso è l'emendamento Bergamini: quello che prevede tre anni di arresto per i giornalisti che pubblicano intercettazioni destinate dai magistrati al macero. Come le telefonate Berlusconi-Saccà che ieri i pm romani hanno chiesto di distruggere. In nome di questo esempio il governo non vuole che l'emendamento si tocchi. Anche se An preme perché il carcere venga sostituito dalla radiazione dall'ordine dei giornalisti, misura ritenuta più dissuasiva. Gli «aggiustamenti» sono il frutto di un pranzo di chiarimento tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, nel quale il premier avrebbe acconsentito a modifiche «a patto di non stravolgere il ddl».

A Fini Berlusconi avrebbe detto che l'intento del governo «è evitare distorsioni, cancellare abusi e tutelare la privacy». Come quella, ha insistito, che sarebbe stata violata nei suoi colloqui con l'ex capo di Raifiction, Agostino Saccà. La mediazione è giunta al termine di una giornata altalenante. Prima la richiesta dei pm romani di distruggere le intercettazioni su favori e raccomandazioni a starlette. Poi il grave allarme del superprocuratore antimafia Piero Grasso sul «vulnus» che il ddl Alfano crea nel sistema delle indagini ostacolandole. E il suo interrogativo amaro: «Provenzano lo abbiamo preso piazzando le telecamere a Corleone. Lo avremmo preso se fossero state in vigore le nuove norme?». «Il ddl non crea alcun vulnus», si era affrettato a smentire Alfano ma crescevano i dubbi e gli inviti alla cautela. «Su argomenti come le intercettazioni è sconsigliabile la fiducia», aveva avvertito Umberto Bossi. Mentre l'Udc minacciava di non votare il testo. E l'opposizione chiedeva il ritiro del «regalo alla criminalità e alla mafia». Infine la mediazione.

Virginia Piccolillo
26 febbraio 2009

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