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La giustizia è l'insieme delle norme che perpetuano un tipo umano in una civiltà.

Antoine De Saint-Exupéry
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Baltasar Garzňn, rassegna da l'Unitŕ del 28.02.09
Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 07:50:09, in Estero, linkato 2063 volte)

Baltasar Garzòn, una vita in trincea

di Tito Drago

Per il giudice spagnolo Baltasar Garzon, i primi passi verso una giustizia universale sono cominciati nel 1996, con i processi contro i dittatori argentini e cileni e, soprattutto, con l’arresto di Augusto Pinochet, nell’ottobre del 1998. L’ex dittatore cileno (1973-1990) venne arrestato a Londra, dopo che Garzón ne aveva chiesto l’estradizione per processarlo per crimini contro l’umanità. Anche se la richiesta fu respinta, per ragioni di salute, il caso fece scalpore, ed ebbe forti ripercussioni sulla giustizia cilena, che avviò delle indagini contro Pinochet. Il magistrato è stato intervistato poco prima di essere ricoverato per un malore.

Cosa bisogna fare perché la giustizia universale diventi presto una realtà?

«Proseguire il cammino già iniziato con sempre più vigore, al di là degli interessi economici o politici, denunciando i tentativi di fare passi indietro, perché se continueremo a permetterlo, le vittime non smetteranno di soffrire e continuerà a trionfare l’impunità».


Qual è la principale sfida della giustizia di fronte all'attuale crisi finanziaria mondiale?

«Prima di tutto, bisogna risalire alla radice della situazione economico-finanziaria mondiale. Perché alcune grandi imprese crollano, e con esse le speranze di milioni di persone? Chi è il responsabile? La giustizia deve essere particolarmente scrupolosa su questo tema, senza dimenticare che, nella difesa dei diritti fondamentali, i giudici hanno un ruolo cruciale nel garantire che lo stato di diritto prevalga al di là di qualsiasi altro cammino».


Qual è la sua definizione di terrorismo?

«Le organizzazioni terroristiche sono imprese criminali. Sarebbe un grave errore se ci fermassimo alla loro struttura armata, senza occuparci delle fonti di finanziamento, degli elementi di sostegno, della loro influenza istituzionale, delle strategie per insediarsi nelle istituzioni dello stato, delegittimandole. Anche il terrorismo può essere un crimine contro l’umanità, quando si manifesta nell’attacco sistematico contro la popolazione civile. Anche quando c’è conflitto armato, come in Iraq, le azioni terroristiche sono e devono essere perfettamente differenziate. Perciò, mandare i mujaheddin a suicidarsi in guerra non può essere un’azione ribelle».


Lei considera i bombardamenti contro la popolazione civile un'azione terroristica, anche se sono parte di un conflitto bellico?

«Ogni attacco contro una popolazione non combattente, in qualunque caso, è un’azione terroristica, e ogni aggressione rivolta alla popolazione civile può essere catalogata come crimine contro l’umanità. La Corte penale internazionale ha molto da dire sul tema, e forse dovrebbe pronunciarsi su alcuni conflitti che sono ben presenti nella mente di tutti».

Nel 2005 ha scritto il libro “Un mondo senza paura”. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

«La necessità di avanzare verso un mondo senza paura, in senso positivo, perché sono le armi del diritto che devono portarci alla risoluzione dei conflitti, non le ragioni della forza. E sottolineo: senza mai fare appello alla forza, ma tenendo presente che qualora sia necessaria, dev’essere applicata nel quadro delle norme stabilite dal diritto internazionale, che è comune a tutti i popoli. Questo diritto vale per ogni tipo di azione, che sia militare, politica o giuridica».


Oggi nel mondo la paura è aumentata o è diminuita, quattro anni dopo la pubblicazione del suo libro?

«Forse ci sono meno illusioni, perché la situazione è più complicata, ma ci sono anche aspetti molto positivi che ci permettono di mantenere viva la speranza.Il recupero della speranza ha molto a che vedere con il trionfo di Barack Obama. Finalmente si è messo fine ad una amministrazione (quella di George W. Bush) che ha confuso la sicurezza con l’arbitrarietà, e l’assenza di garanzie con l’efficacia. Si sono oltrepassati i limiti del diritto, e ne abbiamo subito le conseguenze. Adesso la cosa migliore è recuperare il tempo perduto, facendo scomparire i “Guantánamo” dalla faccia della terra».


Lei è stato contestato quando ha deciso di indagare su individui come Pinochet o il militare argentino Alfonso Scilingo per crimini commessi nel loro paese. Uno degli argomenti avanzati è che non aveva l’autorità per processarli, poiché i loro crimini erano stati commessi fuori dalla Spagna...

«Quando si parla di genocidio contro l’umanità o di terrorismo, secondo la legge spagnola e per le norme del diritto internazionale, si applica il principio di giustizia penale universale, indipendentemente dal luogo in cui i crimini sono stati commessi. Il punto è evitare l’impunità. La dignità delle vittime ci impone di non dimenticare quei crimini, né di fermarci. Non è una possibilità, è un obbligo».
(Copyright IPS (trad. Francesca Buffo)

L'Unità 28 febbraio 2009

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Un idealista contro giganti che terrorizzano


Criticare Garzon è molto facile. La sua smania nel perseguire nobili cause, alla maniera di un moderno Don Chisciotte, lo mette costantemente sotto la pubblica lente d'ingrandimento. Sicuramente non esiste al mondo un altro giudice che abbia occupato attenzione, servizi e pagine nei media come Baltasar Garzòn. La sua iperattiva biografia è un elenco di indagini, interrogatori, esami di documenti, di «atti giudiziari» che sono stati capaci di essere contemporaneamente forma e gesto, applicazione delle norme e ricerca del fatto.

Come giudice dell' Udienza nazionale spagnola, Garzòn ha il potere di raccogliere prove e coordinare le investigazioni poliziesche. Senza limiti di spazio ha perseguito i cartelli galiziani della droga, dittatori come Augusto Pinochet, ha destabilizzato il milieu sociale ed economico dell'Eta, mettendo fuori legge i partiti di sinistra non ostili all'organizzazione terroristica basca, ha indagato il Partito Socialista ai tempi della «guerra sporca» contro il terrorismo, dopo che nelle elezioni del 1996 era stato il numero due della lista del Garofano a Madrid, alle spalle di Felipe Gonzalez. In ultima analisi, ha avviato una battaglia contro il recente passato della sua nazione: obbligando gli smemorati a recuperare la la memoria delle fosse comuni dell'epoca franchista, memoria dimenticata a forza.

Però, a dover scegliere un avvenimento che da solo abbia dato un marchio alla sua controversa carriera, non si può che partire dall’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani. Garzòn l’ha trattata non come un sistema di principi, ma come norma cogente. Ha messo così alla prova le buone intenzioni di molti paesi «democratici», sempre pronti a firmare papiri pieni di solenni impegni che, dopo essere stati resi pubblici, cadono regolarmente nell’oblio. Nel Regno Unito, con il caso Pinochet, ha scritto una delle pagine più memorabili della storia contemporanea della giustizia. I suoi critici mettono in evidenza il suo affannarsi tra giornali e televisioni, l’eccessiva foga inquisitoria (alcune indagini non sono andate in porto, prima tra tutte quella sui trafficanti di droga in Galizia) e il suo apparente disprezzo per le forme, in particolare per il ruolo della polizia giudiziaria: capita che si occupi di certi casi in prima persona. Criticarlo, in effetti, è molto facile, ma lui, come il vecchio Don Chisciotte, lotta sempre contro i mulini a vento. Solo che, a differenza di quelli dell'eroe di Cervantes, i suoi «mulini» quasi sempre sono reali e terribili giganti.

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