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Quella telefonata di Fassino
Di Loredana Morandi (del 25/03/2010 @ 08:02:46, in Politica, linkato 1309 volte)
La verità? Se tutti questi fossero meno corrotti vivremmo molto meglio in Italia... L.

La telefonata che imbarazza il Pd
adesso serve per attaccare il Cav


di Stefano Zurlo

È un’intercettazione che ha fatto epoca. E ha messo in grande imbarazzo i Ds. «Allora abbiamo una banca?», chiedeva trepidante il segretario del partito Piero Fassino al signore della finanza rossa Giovanni Consorte. Correva l’estate del 2005 e quella conversazione, atterrata di lì a qualche mese sulla prima pagina del Giornale, svelò all’opinione pubblica la ragnatela di affari, interessi e rapporti privilegiati che legavano l’ex Partito comunista, l’Unipol e i furbetti del quartierino. Sono passati quasi cinque anni, ma quel colpo non è stato ancora metabolizzato dai Fassino, dai Bersani e dai big dei Ds, oggi confluiti nel Pd. Quella ferita brucia ancora, di più perché artefice dello scoop fu il Giornale della famiglia Berlusconi.
Sembra incredibile, ma a distanza di tanto tempo, si scava ancora. La procura di Milano, dai cui uffici sono filtrate per quindici anni più notizie che dagli studi Rai, non molla l’osso e dopo un lunghissimo lavoro investigativo ha messo sotto inchiesta un gruppetto di persone. Insomma, per una volta i pm della procura colabrodo sono convinti di essere sulla strada giusta che porta alla talpa. Ma, dettaglio ancor più sorprendente, la pista porta ad Arcore. Sì, i pm hanno utilizzato pure questa registrazione, pubblicata dal Giornale quando non era stata ancora trascritta ed era coperta dal segreto istruttorio, per puntare il dito contro Silvio Berlusconi e famiglia. In sostanza, l’ipotesi accusatoria è che il nastro sia stato portato in regalo ad Arcore dai manager della Rcs, Research Control System, l’azienda che per conto della procura captava le conversazioni di Consorte e seguiva in tempo reale la scalata, poi fallita, dell’Unipol alla Bnl. I novelli re magi sarebbero arrivati a casa del Cavaliere alla vigilia di Natale e avrebbero mostrato al Cavaliere il prezioso dono, più pregiato dell’oro, dell’incenso e della mirra, reso pubblico dal Giornale sette giorni dopo. Il meeting sarebbe avvenuto di prima mattina e Silvio Berlusconi, ancora assonnato, sarebbe stato definitivamente svegliato, come ha ricostruito ieri il quotidiano la Repubblica, dall’ascolto del testo-bomba, tanto che alla fine, estasiato, avrebbe detto all’amministratore dell’azienda Roberto Raffaelli: «La famiglia ve ne sarà grata per l’eternità». Il tutto alla presenza del fratello Paolo, editore del Giornale.
Così, letto con compiacimento il pezzo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, Fassino e Bersani partono in quinta. «Adesso - afferma il pallido ex segretario dei Ds - risulta evidente a tutti che la pubblicazione da parte de il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, della mia telefonata con Consorte è stato lo strumento di un vero e proprio agguato, di cui sarebbe stato del tutto a conoscenza il presidente del Consiglio». Non basta. «Oggi - conclude Fassino - chiedo a Berlusconi: se i fatti fossero confermati, esiste un altro Paese democratico al mondo in cui il capo del governo riceva nella sua residenza privata persone incaricate di delicate attività per conto dello Stato? E da loro abbia informazioni, riservate alla sola autorità giudiziaria, che pochi giorni dopo vengono pubblicate illegalmente dal quotidiano di proprietà dello stesso capo del governo?»
Il rossore per quelle parole incaute, le polemiche, i distinguo sulla questione morale, è tutto archiviato. Così come l’altrettanto celebre frase di Massimo D’Alema, sempre a Consorte: «Vai, facci sognare». Ora, secondo il gruppo dirigente del Pd è il Cavaliere, non loro, a dover dare spiegazioni. «Il rapporto col telefono del presidente del Consiglio - rincara la dose Pierluigi Bersani, segretario del Pd - è problematico, visto che lo usa come un telecomando. Evidentemente gli dispiacciono le intercettazioni legali», quelle, per intenderci, della procura di Trani, «mentre non dispiacciono quelle illegali. Se fossimo in un Paese normale questa vicenda avrebbe un rilievo enorme».
Per Bersani, e per Fassino, quel che conta non è quello che fu detto, ma il seguito, il presunto, solito complotto. Una storia torbida che l’avvocato Niccolò Ghedini, legale del premier, rispedisce al mittente: «Le notizie apparse su Repubblica sono destituite di ogni fondamento e l’unica cosa certa è soltanto la telefonata intercorsa fra Consorte e Fassino». La procura però non si ferma e anzi raddoppia: in coda a questa storia ha iscritto nel registro degli indagati Paolo Berlusconi. Il fratello del Cavaliere, secondo gli inquirenti, avrebbe millantato con Raffaelli inesistenti rapporti col governo romeno e incassato in cambio 570 mila euro.

Il Giornale

***

Unipol, un indagato rivela come la registrazione segreta finì poi sul "Giornale"
L'allora leader Ds diceva a Consorte: "Allora, abbiamo una banca?"

Così il nastro di Fassino fu dato a Berlusconi
E il Cavaliere disse: "Grati per l'eternità"

di EMILIO RANDACIO

MILANO - "Signor presidente, ora le faccio sentire un'intercettazione...". Silvio Berlusconi, la mattina del 24 dicembre del 2005, è seduto sulla poltrona del salotto principale di Arcore. Un albero di Natale bianco addobbato per le feste illumina la stanza. Il premier appare particolarmente provato, o almeno così lo descrive, mettendo a verbale la ricostruzione dei fatti, una delle persone che ha organizzato l'incontro. Sono le sette e mezzo del mattino. Il premier, con gli occhi semichiusi, avverte i suoi interlocutori: "Abbiamo mezz'ora, poi ho un appuntamento con don Verzè (il fondatore dell'ospedale San Raffaele, ndr)". A Roberto Raffaelli, l'ex amministratore dell'azienda di intercettazioni telefoniche "Rcs-Research control system", basta poco per spiegare il motivo della sua visita. Con l'aiuto di un computer, Raffaelli fa ascoltare l'intercettazione telefonica captata nel luglio precedente tra l'allora leader Ds, Piero Fassino e il numero uno Unipol, Giovanni Consorte. "Allora, abbiamo una banca?", chiede Fassino al manager della compagnia assicurativa, poche ore prima dell'ufficializzazione dell'Opa sulla Bnl da parte di Unipol. La conversazione è captata proprio da Rcs per conto della procura di Milano che sulle scalate sta conducendo in gran segreto un'inchiesta.

Dopo aver ascoltato con le sue orecchie la conversazione intercettata, Berlusconi sembra ridestarsi dall'iniziale torpore. "La famiglia ve ne sarà grata per l'eternità", il commento del premier, secondo il racconto di uno dei soggetti coinvolti. Terminato il faccia a faccia, i personaggi coinvolti nella vicenda avrebbero spedito, in un pacchetto anonimo, l'intercettazione a il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. E dopo sette giorni il quotidiano di via Negri pubblica in esclusiva il contenuto dell'intercettazione.

Questo lo spaccato che emerge dall'indagine condotta dal pm Massimo Meroni e che, ora, vede Raffaelli indagato per "accesso abusivo a sistema informatico", "rivelazione di atti coperti da segreto" e false fatture. Gli intermediari per arrivare ad Arcore, infine, sarebbero stati il faccendiere Fabrizio Favata ed Eugenio Petessi, esperto in comunicazioni. Favata è indagato per aver concorso a violare il segreto istruttorio, Petessi solo per false fatture. Prima perquisiti e poi ascoltati in procura, i protagonisti della storia hanno fornito versioni contrastanti. Raffaelli, che nel frattempo si è dimesso dalla sua carica, ha negato di aver "passato" il nastro al premier, ma di averlo incontrato per discutere di un appalto in Romania che era bloccato. Favata, dopo aver presentato un esposto ai pm, si è chiuso nel silenzio. I verbali di Petessi, invece, sono stati secretati.

In mano al pm Meroni ci sono due verità, ma anche alcune conferme. Raffaelli avrebbe versato a Paolo Berlusconi circa 570mila euro in tranche mensili da 40mila a partire dal 2005. Petessi avrebbe emesso false fatture di consulenza per Rcs che, una volta incassate, venivano portate direttamente negli uffici di via Negri da Favata. "Berlusconi junior ci aveva detto che questo era il prezzo per sbloccare l'appalto in Romania attraverso la mediazione dell'onorevole Valentino Valentini (uomo ombra del Cavaliere, ndr)". Raffaelli, secondo quanto ricostruito dalla procura, dopo l'incontro ad Arcore avrebbe avuto effettivamente due incontri a Palazzo Chigi. Uno proprio con Valentini, l'altro con l'onorevole Niccolò Ghedini. Con quest'ultimo, "per parlare di un progetto di riforma del sistema intercettazioni", come spiegato al pm dall'avvocato del premier.
Sull'appalto in Romania, però, non ci sarebbe stato alcun intervento per sbloccare la pratica, anche perché nel frattempo, il governo "amico" del premier di Bucarest, Nastase, è caduto. Ed è probabilmente proprio per questo che la pista che viene seguita ora dalla procura milanese, porta a escludere reati per il premier e il suo entourage, ma inguaia il fratello, indagato per millantato credito. I soldi, secondo il racconto di almeno due indagati, sarebbero stati effettivamente incassati dall'editore de il Giornale, ma Rcs non avrebbe ottenuto il "favore" che era stato concordato.

La Repubblica
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