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Vi è una sola cosa peggiore dell'ingiustizia: la giustizia senza la spada in mano. Quando il diritto non è la forza è male.

Oscar Wilde
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ANM Cassazione su Riforma Giudizio Civile
Di Loredana Morandi (del 03/05/2005 @ 17:45:32, in Magistratura, linkato 1529 volte)

ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Sezione della Cassazione

Sulla riforma del giudizio civile di cassazione nell'emendamento governativo al decreto legge n. 35 del 2005.

Al Senato è attualmente in corso di discussione il disegno di legge  n. 3344, di "conversione in legge del decreto legge 14 marzo 2005 n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale" . Il testo proposto al voto dell'Aula contiene, rispetto alle norme del decreto legge, numerose e radicali  modifiche che apportano innovazioni  spesso del tutto estranee sia alla materia  sulla quale il decreto era intervenuto  sia alle materie di competenza della Commissione Bilancio, presso la quale è avvenuto l'esame in sede referente.

Alcune tra queste eterogenee innovazioni  comporterebbero la modificazione di  circa un centinaio di norme  del codice di procedura
civile e leggi collegate,  comprese alcune norme relative alle cause di separazione e divorzio.   Tra tali innovazioni - sorprendentemente incluse in un Capo intitolato "Sviluppo del mercato interno e apertura dei mercati", vi è - introdotta in sede di conversione da un emendamento governativo - una norma di delega  che affida al Governo il compito di riformare sostanzialmente il giudizio civile di cassazione, dettando i criteri che il legislatore delegato dovrà osservare.

Tale delega suscita fondate critiche, innanzitutto per ragioni di metodo. Le riforme del processo, per il loro tecnicismo e per le ricadute che hanno sull'intera resa del servizio giustizia e sui diritti dei cittadini,  hanno bisogno di un ampio  dibattito, dentro le aule parlamentari e fuori di esse,  che  coinvolga anche gli studiosi e gli operatori del processo. La norma  di delega in questione, invece,  è stata inserita da un emendamento del Governo nell'iter di approvazione  di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, rendendo inevitabilmente asfittico il  confronto anche in sede parlamentare.  Non è nostro compito ricordare qui il vincolo di omogeneità di contenuto  previsto dai regolamenti parlamentari e ribadito per i decreti-legge dall'art. 15 della legge n. 400 del 1988,  né richiamare il monito generale per una più trasparente razionalità nell'attività legislativa recentemente formulato dal Presidente della Repubblica. Tuttavia non possiamo non manifestare il nostro sconcerto per il fatto che si sia affidata una profonda riforma del giudizio civile di cassazione ad una sede e ad una occasione improprie quali sono la Commissione Bilancio (in luogo della Commissione giustizia) e l'esame, necessariamente affrettato, di un disegno di legge di conversione di un decreto-legge.

Questi rilievi di metodo costituiscono necessaria premessa alle critiche di merito da opporre  alla progettata riforma della  Cassazione civile:  le linee guida per essa approvate dalla Commissione bilancio appaiono risentire gravemente  delle condizioni in cui  sono nate, quale che sia l'autorevolezza della fonte che le ha ispirate.

Le innovazioni proposte non appaiono infatti idonee, nel loro complesso, ad  alleviare la crisi in cui oggi versa la Cassazione civile. Singolarmente considerate, anzi, alcune di esse appaiono  gravemente dannose e contrastanti con l'intento dichiarato di  valorizzare la funzione nomofilattica del Supremo Collegio, oltre che con il principio della ragionevole durata del processo.  Infatti, a titolo meramente esemplificativo, osserviamo che:

a) "stabilire l'identità dei motivi di ricorso ordinario e straordinario ai sensi dell'articolo 111, settimo comma, della Costituzione"  può solo significare estendere a tutti i ricorsi per cassazione, anche a quelli che non riguardano le sentenze, la possibilità di richiedere il controllo della Corte sulla completezza e la logicità della motivazione in ordine agli accertamenti di fatto.  Una simile previsione apporterebbe ulteriore aggravio di lavoro per la Corte e non avrebbe nulla a che fare con la valorizzazione della sua funzione nomofilattica, né con la garanzia costituzionale del controllo di legalità ;

b)  la previsione che "il vizio di motivazione debba riguardare un fatto controverso"  appare incomprensibile. Che i giudici debbano pronunziare su fatti controversi è rilievo talmente ovvio che meraviglia lo si sia voluto far assurgere a criterio direttivo di delega. Resta però che per l'attuale art. 360 n. 5) il vizio di motivazione, per essere denunciabile in cassazione, deve riguardare    un punto decisivo della controversia. Vi è dunque da chiedersi quale sia lo scopo della riforma: si intende forse stabilire che il controllo della motivazione può essere chiesto con riferimento a qualunque fatto controverso, anche se non decisivo?

c) la "estensione del sindacato diretto della cassazione sull'interpretazione e l'applicazione dei contratti collettivi nazionali di diritto comune, ampliando la previsione del numero 3) dell'articolo 360 del codice di procedura civile" è la più grave e dannosa di tutte le innovazioni ipotizzate. Essa infatti: 

1) aumenterebbe il carico di lavoro della Corte di cassazione moltiplicando oltremodo i ricorsi;
2) rappresenterebbe un'alterazione incongrua  e  impraticabile del giudizio di legittimità: i contratti collettivi di diritto comune sono contratti di diritto privato, l'interpretazione dei quali implica accertamenti di fatto (sui comportamenti delle parti contraenti, sul contenuto di clausole diverse da quelle dedotte etc.) che la Corte non può fare; 
3) d'altro canto,  in mancanza di norme legislative di attuazione delle garanzie di democraticità e di rappresentanza  stabilite dall'articolo 39 della Costituzione, l'omologazione delle norme  collettive alle norme di legge rappresenterebbe un sovvertimento illegittimo del fondamentale principio della gerarchia delle fonti; 
4)  la devoluzione alla Corte non solo  delle questioni riguardanti l'interpretazione, ma anche di quelle riguardanti l'applicazione dei contratti collettivi di diritto comune, prefigura il giudizio di cassazione come normale giudizio di merito. La norma così proposta è simile a quella infelicemente introdotta dal Governo di allora  nel decreto legislativo sul pubblico impiego privatizzato, al di fuori delle previsioni della relativa legge delega. Tale norma, a parte la sua possibile incostituzionalità,  non ha provocato sensibili inconvenienti, solo perchè il ricorso ad essa è stato finora assai scarso.  L'estensione a tutti i contratti collettivi moltiplicherebbe in misura abnorme  gli inconvenienti sopra enunciati;

d)  la previsione di "meccanismi idonei a garantire l'esercitabilità della funzione nomofilattica della corte di Cassazione, anche nei casi di non ricorribilità del provvedimento ai sensi dell'articolo 111, settimo comma, della Costituzione"  implicherebbe  una  frattura tra funzione nomofilattica  e funzione di giudice dell'impugnazione, tale da incidere "sull'essere giudice" della cassazione, separando la funzione nomofilattica dalla funzione del giudicare e dando luogo ad un istituto estraneo alla Costituzione e a qualunque altro ordinamento processuale e giudiziario. Il riferimento ad una norma sostanzialmente desueta  quale l'articolo 363 cod.proc.civ.  denota il carattere  improvvisato e inattuale della proposta.

Appare evidente, quindi, che quasi nessuna delle norme proposte è idonea a perseguire i  risultati che il Governo si era prefisso.  E' del tutto illogico, infatti, ritenere che norme siffatte potrebbero  contribuire a risolvere il problema del sovraccarico del processo civile di legittimità, dato che esse aggraverebbero invece tale problema. Né può seriamente dirsi che esse siano orientate a valorizzare la funzione nomofilattica, posto che da esse ne risulterebbe accresciuto, al contrario, il peso del sindacato sui vizi della motivazione e  sugli accertamenti di fatto, compreso l'accertamento della volontà delle parti stipulanti i contratti collettivi di diritto comune.

La cassazione  ha bisogno di riforme, alla pari, del resto, di tutto il nostro sistema di giustizia.  Le riforme di cui si ha urgente bisogno sono quelle  dirette a ridare razionalità al lavoro della Corte e a liberarla da quanto intralcia ed inquina il corretto svolgimento della sua funzione. Il giudizio di cassazione non ha solamente la funzione di dare una giusta soluzione al conflitto individuale tra le parti, ma anche quella di assicurare l'uniforme interpretazione della legge. La nomofilachia è strumento essenziale della giurisdizione, condizione  per l'effettiva uguaglianza  di tutti i cittadini davanti alla legge, per la difesa delle loro libertà nei confronti dei soggettivismi e delle casualità interpretative.  I caratteri, i limiti, i modi di esplicarsi della funzione nomofilattica  ed i rapporti di essa con il compito di fare giustizia - che è proprio del giudizio di cassazione come di ogni giudizio e di ogni giudice - sono da sempre oggetto di  studi e discussioni, ma è opinione da tutti condivisa  che questa complessa funzione richiede  di liberare la Corte dal crescente  sovraccarico di lavoro da cui essa è oggi gravata. Di ciò appare convinto anche il Governo, a quanto è dato leggere nella relazione che illustra l'emendamento in esame. Sono perciò francamente difficili da capire riforme che, come quelle proposte, vanno  esattamente nella direzione opposta.

I magistrati della Cassazione sono ben consapevoli del fatto che la Corte ha bisogno di riforme, ma sentono il dovere di ribadire l'esigenza che le stesse siano elaborate con serietà e ponderazione, senza frettolose improvvisazioni o incaute e superficiali approssimazioni.

La Giunta della sez. Cassazione dell’ANM

 

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