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MD: Le modifiche alla riforma delle procedure concorsuali
Di Loredana Morandi (del 21/07/2007 @ 01:47:40, in Magistratura, linkato 2706 volte)

MAGISTRATURA  DEMOCRATICA

Le modifiche alla riforma delle procedure concorsuali

Lo schema di decreto legislativo recante “Disposizioni integrative e correttive del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, recante la disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’articolo 1, commi, 5, 5-bis e 6 della legge 14 maggio 2005, n. 80” approvato dal Consiglio dei Ministri il 15 giugno scorso ha l’obiettivo di superare  gli aspetti più critici e problematici della riforma delle procedure concorsuali.
Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri introduce alcune modifiche ed integrazioni che correggono i gravi errori tecnici contenuti nella riforma e che vanno salutate con favore.
In particolare deve essere accolta  con favore la nuova e più chiara formulazione dell’articolo 1  con la ridefinizione  dell’area della fallibilità; si tratta di un tentativo di porre rimedio alla drastica  diminuzione del numero di dichiarazioni di fallimento che si è riscontrato in questi mesi (soprattutto in alcune regioni meridionali) ed alla  esclusione dell’intervento giurisdizionale in molte situazioni di insolvenza con la conseguente caduta della tutela dei diritti dei soggetti più deboli e meno garantiti.
Non vi è stata, tuttavia, una reale inversione di tendenza rispetto alle scelte negative operate dal legislatore del 2005.
Resta, in primo luogo, irrisolto il problema della insolvenza civile, della possibilità del piccolo imprenditore di chiedere il proprio fallimento e di usufruire dell’esdebitazione  e non si è ritenuto di disegnare un regime unitario dell'insolvenza, in linea con altri ordinamenti  europei.
Si è poi operato un ulteriore ridimensionamento della funzione del giudice e  dell’ambito di intervento della giurisdizione.
Che una riforma della materia fallimentare debba riconoscere un ruolo attivo e propulsivo ai creditori è una idea largamente condivisa (e condivisibile) ma a questo, come necessario contrappunto, deve accompagnarsi il riconoscimento di una  forte funzione di controllo del giudice.
Lo schema di decreto legislativo limita ulteriormente  questa funzione di controllo, realizza un ulteriore marcato arretramento della giurisdizione, non
tiene conto di come la prima applicazione della riforma non abbia segnato la realizzazione di un modello procedimentale più efficiente ma abbia comportato l'allontanamento degli operatori economici dalla giurisdizione e l’erosione delle garanzie soprattutto per i soggetti che, a causa delle dimensioni economiche o della situazione ambientale in cui operano, si trovano in uno stato di maggiore debolezza.   
Non tiene conto di come, soprattutto in alcune zone del nostro paese, la riduzione del ruolo del giudice significa consegnare le procedure e gli organi
fallimentari, per primi i curatori, ai poteri  forti e talvolta illeciti presenti sul territorio.
La legalità costituisce un valore che si difende non con processi di diffusa degiurisdizionalizzazione ma con processi di semplificazione e
razionalizzazione delle procedure.
La sottrazione al Pubblico Ministero dell’accertamento della insolvenza, l’eliminazione di ogni controllo pubblicistico sull’attività del  curatore,  l’ampliamento delle competenze  del comitato dei creditori ( al quale lo schema del decreto legislativo aggiunge il compito di approvare il programma di
liquidazione), e l’ambiguo ruolo  attribuito ai suoi componenti,  con l’oggettivo rischio di un conflitto di interessi, la possibilità della maggioranza dei creditori di sostituire il curatore erano scelte già realizzate dal legislatore della riforma, che non tenevano conto della concreta realtà economica ed ambientale in cui, in vaste parti d’Italia, si è chiamati ad operare, ed ora sono confermate o ampliate.
Si tratta di opzioni  che guardano ai diritti soggettivi  in senso esclusivamente privatistico, che  non perseguono alcun contemperamento tra i diritti dei soggetti deboli e di quelli più garantiti,  né la concreta realizzazione del principio, rispondente ad un interesse pubblicistico, della par condicio creditorum (che era stata la risposta tradizionale ma efficace al contrasto tra gli interessi di ciascun creditore che la crisi d’impresa fatalmente scatena).
Magistratura Democratica non ha condiviso le scelte operate dal legislatore del 2005 e ritiene che gli interventi correttivi non vadano nel senso di un
riequilibrio tra esigenze di efficacia della procedura ed esigenze di tutela di tutti i soggetti e degli interessi pubblici coinvolti.
Occorre ribadire, invece, l’importanza del ruolo della giurisdizione nella materia dell’insolvenza; questa esigenza non nasce dalla volontà difendere in
modo  acritico un modello di giudice e di procedura concorsuale certamente superata (nonostante le esperienze “virtuose” che si sono sviluppate in questi ultimi decenni in alcune realtà giudiziarie)  né di svolgere una difesa corporativa di una posizione di  “potere”, né infine di rivendicare l’espletamento di funzioni gestorie di tipo amministrativo  ma da una riflessione, che non nasce oggi, sulla necessità di predisporre un modello procedimentale che persegua a fianco alle esigenze, riconosciute da tutti, di flessibilità, celerità ed efficienza,   la garanzia di tutela  di tutti i diritti e  di tutti  i soggetti e degli interessi pubblici e collettivi coinvolti nelle situazioni di insolvenza, dalla necessità di realizzare, nella sostanza, un  equo contemperamento dei diritti civili e degli interessi generali con  i diritti economici e gli interessi privatistici.

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