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Indagare le vittime č una tipica follia delle toghe italiane
Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 18:26:26, in Magistratura, linkato 2127 volte)
Il Giornale n. 103 del 2009-04-30 pagina 2

«Indagare le vittime è una tipica follia delle toghe italiane»

di Stefano Zurlo

Il procuratore Laudi: «Per difendersi da eventuali accuse il pm avvia procedimenti inutili anche sulle parti lese»

Milano No, non è un atto dovuto: «L’iscrizione del gioielliere di Cinisello Balsamo nel registro degli indagati poteva essere evitata». Maurizio Laudi, Procuratore della repubblica di Asti e segretario nazionale di Magistratura indipendente, è tranchant: «Il codice non impone al Pm alcun atto».
E allora, dottor Laudi, perché la Procura di Monza ha inviato a Remigio Radolli un avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa?
«Perché ha dei dubbi. Perché, in qualche modo, non è del tutto convinta che le cose siano andate proprio così».
L’iscrizione non è un fatto solo tecnico, come ripete il difensore del gioielliere?
«Assolutamente no».
E che cosa è?
«Una scelta. Una scelta dell’accusa che invece potrebbe procedere in tutt’altro modo».
Come?
«Un attimo: non conosco il caso nei dettagli».
In astratto?
«Se il Pm ritiene che il rapinatore si sia solo difeso, e l’abbia fatto in modo proporzionato all’offesa, può andare in una sola direzione».
Quale?
«Considerare il rapinatore come un rapinatore e il gioielliere come una vittima».
Spesso in Italia vengono indagati tutti e due: aggressore e aggredito. L’agnello, almeno all’inizio, viene trattato come il lupo.
«È una distorsione della nostra cultura giuridica. Il Pm non ha il coraggio di compiere subito una scelta chiara e allora per paura di sbagliare, per un eccesso di cautela, mette le mani avanti e apre un’indagine anche su chi ha subito i danni».
L’atto dovuto?
«Si ricorre spesso a questa espressione, ma è solo un’ipocrisia: in realtà si dà all’agnello la patente del lupo. Sia pure per un periodo limitato di tempo».
Perché?
«Perché in realtà il Pm non vuol difendere, come spesso si dice erroneamente, la vittima, ma vuole tutelare se stesso».
Addirittura?
«Sì, perché il magistrato prima di compiere alcuni accertamenti irripetibili si lascia afferrare da un retropensiero: forse non è andata così. Forse, quello che mi pare evidente è incerto. Posso fare un esempio?»
Prego.
«Accade qualcosa di simile quando il medico individua il male, ma poi, per non sbagliare ed essere accusato in seguito di aver sottovalutato il problema, prescrive una valanga di esami inutili. O, peggio, controproducenti».
Ma l’avviso di garanzia dovrebbe essere a tutela della vittima. O no?
«Ma no, si ripete retoricamente da parte di molti operatori che è a tutela, in realtà precipita la vittima nel girone dei cattivi. Con ricadute processuali anche gravi».
A cosa si riferisce?
«Le parole di un indagato hanno molto meno valore di quelle di una vittima. E poi il rischio è quello solito italiano: si resta indagati per mesi o per anni con patemi d’animo, ansia, stress, spese e tutto il resto».
In conclusione?
«Se il Pm è certo, divida i ruoli da subito: anche da un punto di vista tecnico la vittima, la parte civile, potrà essere tutelata e parteciperà all’attività investigativa. Ma, in compenso, le saranno evitate altre umiliazioni dopo lo choc della rapina».

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giovedì 30 aprile 2009, 07:00

Gioielliere indagato, schiaffo agli onesti

di Paolo Granzotto

Categoricamente escluso che l’avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli possa esser considerato un atto dovuto, restano due soli i motivi che possono aver indotto la Procura di Monza a iscrivere il gioielliere di Cinisello Balsamo nel registro degli indagati. Il primo, quello esposto da Maurizio Laudi, segretario nazionale di Magistratura indipendente: la mancanza di coraggio nel distinguere la vittima dal carnefice. Coraggio che vien meno, questo lo aggiungiamo noi, quando si è consapevoli che quel tipo di scelta, senza se e senza ma, non è ritenuto politicamente corretto da quella parte della Magistratura e della società civile con un debole ideologico per l'emarginato, il migrante e il clandestino che, ove mai dovesse commettere un reato, colpa non ne ha o ne ha assai poca in quanto indotto a delinquere dall'egoismo sociale. Il secondo dei motivi si riconduce all'avvertenza che quel 16 aprile scorso ci sentimmo un po' tutti dei Remigio Radolli. Non una questione di solidarietà, ma proprio di identità in un moto di collettiva ribellione non soltanto all'imperversare di una criminalità d'importazione sempre più brutale. Ma anche, ma soprattutto, a un sistema giudiziario che le garantisce un'estesa impunità, che tale resta, in caso di condanne severe, dalla vaporosità di quel caposaldo della Legge che è la certezza della pena. Da questo punto di vista, l'avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli era virtualmente indirizzato, e non per semplice conoscenza, anche a tutti noi, in una visione etica della giustizia che ha invece il solo esclusivo compito di farla, la giustizia. Applicando la legge, nel nostro caso l'articolo 52 del Codice penale titolato «Della difesa legittima».
Nessuno vuol trasformare i centri urbani - e le campagne disseminate di ville e casolari - in un far west, come invece la sussiegosa demagogia di sinistra dà a intendere prefigurando arsenali privati e cittadini dal grilletto facile. Nessuno invoca giustizie sommarie e meno che mai tribunali del popolo in udienza all'ombra della forca. Né ci si illude che la criminalità - organizzata, disorganizzata, grande, piccola o micro che sia - possa essere sbaragliata definitivamente e non far più parlare di sé. Ma favorirla, foss'anche in buonissima fede, foss'anche per carità cristiana dandole sempre nuove chanches di agire e successivamente di farla franca, questo no. Rassegnarsi alla consuetudine di spogliare il delinquente dei suoi attributi negativi facendolo diventare da aggressore ad aggredito sostenendo che la reazione alla sua violenza eccedeva il dovuto e di conseguenza stabilendo che solo il ritrovarsi cadavere autorizza una non eccedente e quindi legittima risposta, questo mai.
Poco importa se poi cadrà nel nulla, ma l'avviso di garanzia a Remigio Radolli è suonato come uno schiaffo in pieno viso agl'italiani che nonostante tutto seguitavano a confidare in una Magistratura schierata al fianco dei cittadini. E che vedono in quell’atto giudiziario non l’inevitabile prodotto di una procedura cavillosa, ma il tentativo di alleggerire, ancor prima del processo, la posizione di Blerin Mani e di Roland Kaci, i due albanesi autori della sanguinosa aggressione all’orefice di Cinisello Balsamo. Una percezione che dev’essere smentita subito, con autorità e parole molto chiare perché guai se dovesse venir meno anche quel po’ di assegnamento in coloro che amministrano la giustizia. Allora sì che si aprirebbero le strade del far west.

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