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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011: Intervento di Giancarlo Caselli Procuratore della Repubblica di Torino
Di Loredana Morandi (del 31/01/2011 @ 13:38:32, in Magistratura, linkato 2427 volte)
Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello di Torino
Intervento del dott. Giancarlo Caselli
Procuratore della Repubblica di Torino



Il 12 Gennaio 2002, in questa stessa aula, inaugurando anche allora l’Anno giudiziario, Maurizio Laudi -  parlando a nome dell’Associazione magistrati   -  ebbe a dire:  “ci indigna che il capo del Governo, in sede internazionale, rappresenti l’azione di alcuni uffici giudiziari come atto di persecuzione politica. Ci indigna perché queste accuse non sono vere e perché vengono ripetute come verità acquisite  che non richiedono di essere provate”.

Parole coraggiose,  necessarie per  arginare una pericolosa deriva già allora in atto. Deriva che per altro è continuata.

Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il Presidente Berlusconi   ha moltiplicato  gli interventi volti ad indurre, nei più,  l’immagine della giustizia come “campo di battaglia” fra interessi contrapposti,  anziché  luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite;-  contribuendo così alla devastazione di tale immagine.

La tecnica della ripetizione assillante che trasforma in verità anche i falsi  grossolani continua ad essere applicata in modo implacabile.  E dopo aver proclamato la necessità di istituire una commissione parlamentare d’indagine per accertare se la magistratura opera con fini eversivi,   il capo del Governo ha sostenuto ( in un videomessaggio trasmesso a reti unificate) che i PM devono essere “puniti”,  mentre si preannunziano manifestazioni di piazza contro i giudici “politicizzati” per il prossimo 13 febbraio.

Così la misura è colma. Non la misura della nostra pazienza (l’impopolarità dei magistrati nelle stanze del potere è fisiologica e talora necessaria per una giurisdizione indipendente: la provarono in vita  anche Falcone e Borsellino....).  Vicina al livello di guardia  è la misura della compatibilità con le regole di convivenza istituzionale  proprie  di un sistema democratico.

Nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che “per fare il lavoro (di magistrati) bisogna essere malati di mente;  se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Il Presidente Berlusconi invece  lo ha sostenuto.

Nessun leader democratico al mondo (ancorchè inquisito) ha mai osato parlare di “complotto giudiziario” ordito ai suoi danni da magistrati indicati come “avversari politici”.  Le reazioni  dei personaggi pubblici inquisiti – all’estero – sono le più svariate , ma sempre contenute in un ambito di accettazione e rispetto della giurisdizione. Solo in Italia si lanciano contro la magistratura, senza prove,   grottesche accuse di macchinazione o persecuzione;- quando si deve  leggere, piuttosto,  insofferenza per il controllo di legalità  e per la rigorosa applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale .

Nessun leader democratico al mondo coinvolto in vicende giudiziarie  si è mai sognato di difendersi DAL processo anziché NEL processo. In Italia, invece, il Premier ha sperimentato una strategia di contestazione del processo in sè, quasi una sorta di impropria riedizione del  cosiddetto processo di rottura da altri  praticato in passato. 

Sotto nessun cielo  democratico del mondo il potere politico ha mai operato sui giudici interventi  per ottenere una certa interpretazione  della legge o si è sostituito ad essi nell’interpretazione.  Sarebbe un vulnus intollerabile al principio della separazione dei poteri. Solo in Italia si registrano simili strappi. Basti ricordare la  mozione  approvata dalla maggioranza del Senato il 5 ottobre 2001, per  indicare ai giudici  (testualmente)  “ l’esatta interpretazione della legge” dopo una pronunzia di tribunale  in tema di rogatorie non gradita al Palazzo.  Oppure la decisione di due giorni fa della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che  ha stabilito quale ufficio giudiziario  sia  competente a procedere in una specifica indagine (ovviamente qui non si fa questione di merito, ma solo – per così dire – di titolarità della competenza a stabilire la competenza).

Invece di indulgere  ad un riequilibrio dei poteri a danno delle prerogative costituzionali della magistratura (quella requirente in particolare);-  sarebbe tempo di pensare, finalmente, ad una vera riforma della giustizia, capace di migliorare l’efficienza del sistema e di ridurre i tempi dei processi.

Infine,  chi  parla a vanvera di “partito dei giudici”,  voglia prendere atto che un “partito dei giudici” esiste davvero, ma nella accezione dello storico  Salvatore Lupo, secondo cui: è “attraverso l’impegno di alcuni e (purtroppo) il martirio di altri,  che l’idea del partito dei giudici prende forma. Nasce dalla sorpresa che , in un’Italia senza  senso della patria e dello stato, ci siano funzionari disposti a morire per il loro dovere, per questa patria  e per questo stato. Ad ogni funerale, ad ogni commemorazione prende forma l’idea di per sé contraddittoria dei magistrati come rivoluzionari, in quanto  portatori di legalità”.   Ecco: definire “cospiratori”   coloro che sono  semplicemente portatori di legalità,  non  è solo offensivo. E’  soprattutto  profondamente ingiusto.

Torino, 29 gennaio 2011                       
Gian Carlo Caselli