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Trento: Inaugurazione Anno Giudiziario 2012 - il discorso di Profitti
Di Loredana Morandi (del 30/01/2012 @ 18:57:58, in Magistratura, linkato 1970 volte)
"Dentro di Noi" il discorso di Profitti

 

In rappresentanza dei magistrati italiani il 30 gennaio 2010 ho alzato con orgoglio la Costituzione italiana a testa alta e con la schiena dritta.

In rappresentanza dei magistrati italiani ho confessato, il 29 gennaio 2011, la nostra eversione a difesa di quella Costituzione.

È arrivato oggi il momento, finalmente, di poter e dover guardare dentro di noi.

Dentro di noi abbiamo già trovato e troveremmo ancora non solo i collusi con i potenti, i venduti al miglior offerente, ma anche chi semplicemente s'inchina alle chiamate del politico, anche se quel politico offende la nostra dignità o getta fango su chi, come noi, ha giurato fedeltà alla Costituzione.

Dentro di noi abbiamo già trovato coloro che intendono il proprio ruolo, la propria notorietà, la propria carriera, la propria nomina a Presidente o a Procuratore non come un servizio, un'assunzione di responsabilità ulteriore, ma un motivo di prestigio personale, di sfoggio d'importanza ed autorità, per ottenere piccoli o grandi vantaggi negli esercizi commerciali o nelle località turistiche, nell'utilizzo delle auto di servizio o del personale dell'amministrazione.

Dentro di noi troveremmo talvolta la nostra incapacità a confrontarci con l'altra faccia dell'indipendenza: la responsabilità. Quella responsabilità che imporrebbe l'utilizzo scrupoloso delle scarse risorse, di seguire l'esito dei processi, il numero di coloro che, prima arrestati, sono stati poi assolti ed hanno quindi ingiustamente sofferto privazioni della libertà personale. Non per censurare o sanzionare, ma per registrare anomalie, per migliorarsi e per sapere ammettere i nostri errori, eventualmente chiedendo scusa. Quella responsabilità che imporrebbe di valutare il nostro lavoro più sulle conciliazioni tra i contendenti che non sulle pubblicazioni delle nostre sentenze nelle riviste giuridiche, sentenze che fanno sfoggio di erudizione molto spesso fine a se stessa.

Dentro di noi abbiamo già trovato per anni violazioni delle convenzioni sui diritti umani e del diritto comunitario da parte dei giudici di merito, da parte della Cassazione. Un ritardo culturale per il quale nessuno ha chiesto scusa, neanche chi, ai vertici della giurisdizione, quelle violazioni delle pronunzie delle corti europee ha perpetrato.

Dentro di noi troveremmo ancora sentenze nelle quali leggere che «in claris non fit interpretatio», che «ubi lex voluit dixit ubi noluit tacuit», nelle quali s'individua senza incertezze la volontà del legislatore o la sicura ratio della norma. Parole e formule magiche che rendono il nostro dire un linguaggio per pochi, perché di chiaro ci sono solo i nostri pre-giudizi da essere umani e da cui, con quelle formule, dimostriamo solo di non saperci liberare; perché nessuna legge è chiara, nessun linguaggio astratto s'incastra automaticamente alla vita che dobbiamo giudicare. Dovremmo umilmente ammettere che quello che oggi ci pare essere l'applicazione più ragionevole, domani potrebbe non più esserla, che quando cerchiamo di adattare la legge ai fatti potremmo essere condizionati dal nostro vissuto, dalla nostra cultura, dai nostri ideali, di cui non dobbiamo aver paura, ma che dobbiamo avere il coraggio di esternare se vogliamo veramente essere indipendenti e responsabili.

Dentro di noi troveremmo coloro che privano della libertà personale con motivazioni apparenti, fatte solo di pagine e pagine di frasi dette da altri, che dimostrano abilità nel trasferimento dei caratteri da un file ad un altro, con le stesse sottolineature, lo stesso grassetto, lo stesso corsivo, dall'informativa di polizia giudiziaria all'ordinanza di custodia cautelare, alla sentenza.

Dentro di noi troveremmo chi ci fa vergognare di portare la sua stessa toga, coloro che urlano e strepitano, che utilizzano le sentenze per denigrare gratuitamente il lavoro dei colleghi, coloro per cui l'udienza è solo un loro palcoscenico, che non si mettono mai nei panni del cittadino imputato, che non si rendono conto di cosa vuol dire essere giudicato. Troveremmo coloro che vogliono non solo giudicare il singolo caso, ma impartire precetti di vita o dare lezioni di professionalità, che non si preoccupano di limitare i disagi di chi rende il servizio di testimone e che mai adotteranno l'unico atteggiamento consono a qualsiasi magistrato, quello per cui non siamo per definizione migliori di chi stiamo giudicando, qualunque cosa egli possa aver commesso, e che giudicare un'azione, una serie di condotte, non ci dà alcun diritto di giudicare la vita delle persone.

Dentro di noi troveremmo un autogoverno che non sempre è capace di liberarsi dai vincoli di amicizie e di appartenenza, a discapito del bene della magistratura, a svantaggio dei cittadini. Rialzerei ancora la Costituzione, oggi, a nome della magistratura italiana, a testa alta e con la schiena dritta, perché quello che di male abbiamo visto dentro di noi non è stata e non è, per fortuna, la magistratura italiana, fatta in prevalenza di passioni, ideali costituzionali, sacrificio, umiltà ed ammissione dei propri errori. Quella testa, però, ogni tanto vale la pena abbassarla, non di fronte al potente, ma per guardare dentro di noi, per non peccare di superbia, per sapere chiedere scusa, perché dobbiamo imparare a guardare anche ciò che di noi non ci piace. Quando la rialzeremo, quella testa sarà in grado di stare più in alto di prima.

L'Adige  http://www.ladige.it/articoli/2012/01/28/profiti-marcio-c-magistrati