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La pena che i buoni devono scontare per l'indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi.

Platone
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 18:26:26, in Magistratura, linkato 1398 volte)
Il Giornale n. 103 del 2009-04-30 pagina 2

«Indagare le vittime è una tipica follia delle toghe italiane»

di Stefano Zurlo

Il procuratore Laudi: «Per difendersi da eventuali accuse il pm avvia procedimenti inutili anche sulle parti lese»

Milano No, non è un atto dovuto: «L’iscrizione del gioielliere di Cinisello Balsamo nel registro degli indagati poteva essere evitata». Maurizio Laudi, Procuratore della repubblica di Asti e segretario nazionale di Magistratura indipendente, è tranchant: «Il codice non impone al Pm alcun atto».
E allora, dottor Laudi, perché la Procura di Monza ha inviato a Remigio Radolli un avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa?
«Perché ha dei dubbi. Perché, in qualche modo, non è del tutto convinta che le cose siano andate proprio così».
L’iscrizione non è un fatto solo tecnico, come ripete il difensore del gioielliere?
«Assolutamente no».
E che cosa è?
«Una scelta. Una scelta dell’accusa che invece potrebbe procedere in tutt’altro modo».
Come?
«Un attimo: non conosco il caso nei dettagli».
In astratto?
«Se il Pm ritiene che il rapinatore si sia solo difeso, e l’abbia fatto in modo proporzionato all’offesa, può andare in una sola direzione».
Quale?
«Considerare il rapinatore come un rapinatore e il gioielliere come una vittima».
Spesso in Italia vengono indagati tutti e due: aggressore e aggredito. L’agnello, almeno all’inizio, viene trattato come il lupo.
«È una distorsione della nostra cultura giuridica. Il Pm non ha il coraggio di compiere subito una scelta chiara e allora per paura di sbagliare, per un eccesso di cautela, mette le mani avanti e apre un’indagine anche su chi ha subito i danni».
L’atto dovuto?
«Si ricorre spesso a questa espressione, ma è solo un’ipocrisia: in realtà si dà all’agnello la patente del lupo. Sia pure per un periodo limitato di tempo».
Perché?
«Perché in realtà il Pm non vuol difendere, come spesso si dice erroneamente, la vittima, ma vuole tutelare se stesso».
Addirittura?
«Sì, perché il magistrato prima di compiere alcuni accertamenti irripetibili si lascia afferrare da un retropensiero: forse non è andata così. Forse, quello che mi pare evidente è incerto. Posso fare un esempio?»
Prego.
«Accade qualcosa di simile quando il medico individua il male, ma poi, per non sbagliare ed essere accusato in seguito di aver sottovalutato il problema, prescrive una valanga di esami inutili. O, peggio, controproducenti».
Ma l’avviso di garanzia dovrebbe essere a tutela della vittima. O no?
«Ma no, si ripete retoricamente da parte di molti operatori che è a tutela, in realtà precipita la vittima nel girone dei cattivi. Con ricadute processuali anche gravi».
A cosa si riferisce?
«Le parole di un indagato hanno molto meno valore di quelle di una vittima. E poi il rischio è quello solito italiano: si resta indagati per mesi o per anni con patemi d’animo, ansia, stress, spese e tutto il resto».
In conclusione?
«Se il Pm è certo, divida i ruoli da subito: anche da un punto di vista tecnico la vittima, la parte civile, potrà essere tutelata e parteciperà all’attività investigativa. Ma, in compenso, le saranno evitate altre umiliazioni dopo lo choc della rapina».

www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=347270&PRINT=S

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giovedì 30 aprile 2009, 07:00

Gioielliere indagato, schiaffo agli onesti

di Paolo Granzotto

Categoricamente escluso che l’avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli possa esser considerato un atto dovuto, restano due soli i motivi che possono aver indotto la Procura di Monza a iscrivere il gioielliere di Cinisello Balsamo nel registro degli indagati. Il primo, quello esposto da Maurizio Laudi, segretario nazionale di Magistratura indipendente: la mancanza di coraggio nel distinguere la vittima dal carnefice. Coraggio che vien meno, questo lo aggiungiamo noi, quando si è consapevoli che quel tipo di scelta, senza se e senza ma, non è ritenuto politicamente corretto da quella parte della Magistratura e della società civile con un debole ideologico per l'emarginato, il migrante e il clandestino che, ove mai dovesse commettere un reato, colpa non ne ha o ne ha assai poca in quanto indotto a delinquere dall'egoismo sociale. Il secondo dei motivi si riconduce all'avvertenza che quel 16 aprile scorso ci sentimmo un po' tutti dei Remigio Radolli. Non una questione di solidarietà, ma proprio di identità in un moto di collettiva ribellione non soltanto all'imperversare di una criminalità d'importazione sempre più brutale. Ma anche, ma soprattutto, a un sistema giudiziario che le garantisce un'estesa impunità, che tale resta, in caso di condanne severe, dalla vaporosità di quel caposaldo della Legge che è la certezza della pena. Da questo punto di vista, l'avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli era virtualmente indirizzato, e non per semplice conoscenza, anche a tutti noi, in una visione etica della giustizia che ha invece il solo esclusivo compito di farla, la giustizia. Applicando la legge, nel nostro caso l'articolo 52 del Codice penale titolato «Della difesa legittima».
Nessuno vuol trasformare i centri urbani - e le campagne disseminate di ville e casolari - in un far west, come invece la sussiegosa demagogia di sinistra dà a intendere prefigurando arsenali privati e cittadini dal grilletto facile. Nessuno invoca giustizie sommarie e meno che mai tribunali del popolo in udienza all'ombra della forca. Né ci si illude che la criminalità - organizzata, disorganizzata, grande, piccola o micro che sia - possa essere sbaragliata definitivamente e non far più parlare di sé. Ma favorirla, foss'anche in buonissima fede, foss'anche per carità cristiana dandole sempre nuove chanches di agire e successivamente di farla franca, questo no. Rassegnarsi alla consuetudine di spogliare il delinquente dei suoi attributi negativi facendolo diventare da aggressore ad aggredito sostenendo che la reazione alla sua violenza eccedeva il dovuto e di conseguenza stabilendo che solo il ritrovarsi cadavere autorizza una non eccedente e quindi legittima risposta, questo mai.
Poco importa se poi cadrà nel nulla, ma l'avviso di garanzia a Remigio Radolli è suonato come uno schiaffo in pieno viso agl'italiani che nonostante tutto seguitavano a confidare in una Magistratura schierata al fianco dei cittadini. E che vedono in quell’atto giudiziario non l’inevitabile prodotto di una procedura cavillosa, ma il tentativo di alleggerire, ancor prima del processo, la posizione di Blerin Mani e di Roland Kaci, i due albanesi autori della sanguinosa aggressione all’orefice di Cinisello Balsamo. Una percezione che dev’essere smentita subito, con autorità e parole molto chiare perché guai se dovesse venir meno anche quel po’ di assegnamento in coloro che amministrano la giustizia. Allora sì che si aprirebbero le strade del far west.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=347605
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 11:21:42, in Magistratura, linkato 3541 volte)
Associazione Nazionale Magistrati




Esprimiamo solidarietà alla collega Stefania DI TULLIO, pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Monza, per le gravi denigrazioni delle quali è stata oggetto da parte di esponenti politici e di organi di stampa con riferimento all'iscrizione nel registro degli indagati del gioielliere di Cinisello Balsamo.

Stupisce e colpisce che un giudizio particolarmente negativo venga espresso anche dal collega Maurizio Laudi che, pur dicendo di non conoscere il caso, in una intervista al Giornale ha testualmente dichiarato che "indagare le vittime è una tipica follia delle toghe italiane" e che indagare aggressore ed aggredito è "una distorsione della nostra cultura giuridica. Il PM non ha il coraggio di compiere subito una scelta chiara ed allora per paura di sbagliare, per un eccesso di cautela, mette le mani avanti e apre un'indagine anche su chi ha subito i danni".

Roma, 30 aprile 2009

La giunta esecutiva centrale

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L'Articolo

Secondo i pm quel gioielliere si è difeso troppo

di Massimo De Manzoni


Allora ditelo. Spiegate a tutti che in Italia la legittima difesa non esiste, abolita d’ufficio dai magistrati. Così almeno sappiamo, ci mettiamo il cuore in pace e non ci pensiamo più. Sì, perché se anche Remigio Radolli finisce indagato, significa che in questo Paese difendersi dai banditi, se non è ancora vietato, è quanto meno fortemente sconsigliato. Per capirci, Remigio Radolli è quel gioielliere di Cinisello Balsamo, nel Milanese, che il 16 aprile scorso reagì a una selvaggia aggressione a scopo di rapina sparando tre colpi di pistola che ferirono (non uccisero: ferirono) uno dei malviventi.

Forse lo ricorderete: le foto del volto devastato e sanguinante di quest’omone di 59 anni finirono sulle primepagine di tutti i giornali. O meglio, di tutti meno tre: il manifesto e Liberazione decisero di non dare neppure la notizia; l’Unità scelse di non pubblicare l’immagine: troppo pericolosa, parlava più di mille articoli enonera funzionale all’automatica e implicita condanna dei negozianti- pistoleri. E poi, i rapinatori fossero almeno stati dei ragazzotti italiani figli di buona famiglia. Macché, erano albanesi. E per di più clandestini. Quindi, un pezzo a pagina 14 (con rituale attacco al centrodestra «che specula sulle paure della gente») e poi via, verso nuove e più esaltanti avventure. Non è noto se il pubblico ministero che ha iscritto Remigio Radolli nel registro degli indagati per eccesso di legittima difesa, la dottoressa Stefania Di Tullio, sia un lettore di uno di questi tre giornali. Magari no, magari li aborrisce. Ma è certo che nella magistratura italiana, cosìcomenellasinistra,ilconcetto che una persona ha diritto di difendere se stessa, i propri cari e i propri beni fa una maledetta fatica a trovare cittadinanza.

Nel caso in questione, il gioielliere non ha inseguito i rapinatori fuori dal negozio per sparare loro alla schiena. Non ha neppure ingaggiato con loro una sfida, risultando il più veloce (cosa che peraltro, davanti a un’arma spianata, riteniamo perfettamente lecita). No, prima di fare fuoco, si è fatto massacrare. Il giovane albanese, Blerim Mani, 25 anni, l’ha ripetutamente colpito alla testa, al voltoeal torace con la pistola che brandiva.

«Una violenza inaudita», come hanno scritto i carabinieri nel loro rapporto, che ha lasciato tracce vistose: 18 punti di sutura, un occhio tumefatto, uno zigomo fratturato, un paio di costole incrinate. Solo dopo (dopo) aver subito tutto questo, il commerciante è riuscito a mettere le mani sulla sua calibro 22, regolarmente denunciata, e a salvarsi la pelle. Se non è legittima difesa questa! E invece no: ha ecceduto, va indagato. Perché?

Dice: ma il povero albanese aveva una scacciacani e Radolli colleziona armi, è un esperto,doveva rendersi conto chelapistoladelbandito era finta. Certo, semplicissimo. Vi stanno rovinando di botte e voi vi concentrate sulla canna della sputafuoco: «Ma guarda te, questa non è una vera Smith &Wesson. No, no: la zigrinatura è diversa. Beh, allora...». Allora, tranquilli. E che importa se quell’«arma giocattolo», come la definisce bonariamente l’Unità, viene adoperata come un martello per spaccarvi in due la testa.

E qual è il problema se tra un attimo chi la impugna aprirà la porta del negozio al complice che è rimasto fuori e che è ansioso di menare un po’ le mani anche lui. Surreale? Magari. E comunque, nel dubbio si indaga. Caro lei, sembra legittima difesa, ma potrebbe esservi eccesso: vai con l ’ a v v i s o , vai col marchio. «Un atto dovuto »,si affrettano a spiegare. Come no. «È per tutelare il gioielliere», aggiungono. E c’è bisogno di dirlo? Del resto anche voi non vi sentireste meglio garantiti una volta che il vostro nome figurasse nel mitico registro degli indagati? Beh,sì, c’è la seccatura della vostra reputazione, però in cambio siete salvaguardati.

Ah già e poi quella cosuccia che dovreste prendervi un avvocato. E pagarlo, visto che siete persone perbene. Fa niente, no? E vi disturba se nel frattempo vi impediamo di lavorare? No, perché naturalmente la gioielleria resta sotto sequestro: siete un indagato, perbacco, mica un cittadino qualsiasi. Incredibile? Purtroppo no: le cose stanno esattamente così. E questo nonostante la legge in vigore, opportunamente modificata dal Parlamento nel febbraio 2006, durante il precedente governo Berlusconi, stabilisca che non è punibile chi usa «un’arma legittimamente detenuta al fine di difendere la propria o l’altrui incolumità e i beni proprioaltrui,quandovi è pericolo di aggressione».

A Cinisello Balsamo non c’è stato «pericolo di aggressione». C’è stata un’aggressione talmente brutale che il responsabile è accusato di tentato omicidio. E Radolli è molto semplicemente quello che stava per essere ammazzato, la parte lesa come suggeriscono i giuristi, e solo a questo titolo dovrebbe entrare nel processo. Invece è indagato. E nei tribunali ti raccontano la favola bella che non si poteva fare altrimenti, che la legge non consente altro mezzo per compiere determinati accertamenti, che loro non ne hanno colpa e che casomai si dovrebbe cambiare il Codice. Finché non trovi un magistrato che esce dal coro e, come fa Maurizio Laudi intervistato in queste pagine, spiega chenonè affatto vero. Che non c’è proprio nulla da cambiare se nonla testa di qualche collega. Grazie, procuratore. Che il re fosse nudo, la gente che usa un po’ di buon senso l’aveva sospettato, per così dire. Ora sa che non era una allucinazione.

www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=347534
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Sonia Alfano (idv): Il governo propone la legge sull'ammissibilità delle collusioni tra mafia ed imprenditoria.

 

"Che la lotta alla mafia non fosse una priorità di un governo composto da condannati e pregiudicati era chiaro ma che arrivassero a varcare la soglia della decenza proponendo per legge l'ammissibilità delle collusioni tra mafia ed imprenditoria è qualcosa che va al di là di ogni limite".

Ad intervenire sul ddl sicurezza è stata Sonia Alfano, candidata indipendente nelle liste di Italia dei Valori al Parlamento Europeo che lamenta la mancanza sostanziale nel ddl di qualsiasi forma di obbligo alla denuncia del racket da parte di aziende che si aggiudicano appalti pubblici.

"Nonostante le numerose richieste - ha spiegato Sonia Alfano - avanzate dal presidente dei confindustriali siciliani, Ivan Lo Bello, e da numerose associazioni antiracket, il governo ha deciso di non presentare in aula la norma che avrebbe costretto gli imprenditori a denunciare il racket e che avrebbe fatto fare passi da gigante nella lotta alle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico. Hanno vanificato - lamenta ancora Alfano - anni di lavoro di sensibilizzazione sul tema e l'impegno di quanti, in questi anni, hanno lavorato per dare una battuta d'arresto al condizionamento dell'imprenditoria da parte della mafia.

Più che "giustificare" chi non denuncia - afferma la candidata - bisognerebbe non solo revocare l'appalto e la licenza alle aziende scoperte a pagare il racket, che ad oggi non hanno più alcun tipo di "giustificazione" poichè lo Stato ha dimostrato d'essere molto più presente che in passato, ma occorre anche inasprire le pene per chi gestisce il racket delle estorsioni cosi da dare un' ulteriore garanzia a tutti gli imprenditori vittime dello strapotere mafioso.

Mi auguro inoltre - ha affermato Alfano in conclusione di nota - che i responsabili di un simile danno per il paese abbiano l'intelligenza di non presentarsi per la solita passerella alle prossime commemorazioni degli imprenditori uccisi dalla mafia e di tacere dopo le grandi operazioni antiracket, evitando i grandi elogi alle forze dell'ordine che, a causa loro, incontreranno oggi insormontabili difficoltà nel lavoro di repressione del fenomeno mafioso all'interno del tessuto economico. Se le leggi dello Stato giustificano chi non denuncia, molti imprenditori perderanno interesse e convenienza nel denunciare".

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www.soniaalfano.it
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 11:04:55, in Politica, linkato 1508 volte)
Sicurezza: Minniti (Pd), “gravissimo errore su norme antiracket”


Dichiarazione di Marco Minniti, responsabile Sicurezza del Partito democratico. Sarebbe un gravissimo errore sopprimere di fatto le norme antiracket dal DDL “sicurezza” come voluto dalla maggioranza ed avallato dai relatori e dal governo in commissione.
Il principio contenuto nel testo licenziato dal Senato era ed è in sintonia con le iniziative fatte in questi mesi dalle associazioni antiracket e dalla stessa Confindustria ed era frutto anche del lavoro del PD. L’obiettivo era ed è di rafforzare il sostegno a quegli imprenditori che non intendono soggiacere alle prepotenze del racket e delle mafie.
Il testo del Senato poteva e può essere migliorato, come da noi proposto in Commissione alla Camera. L’emendamento della maggioranza esprime invece un netto segnale di arretramento ed insieme di isolamento per quegli imprenditori che si sono impegnati in prima fila in una grande battaglia per
la libertà d’impresa e per un mercato aperto e concorrenziale.
Ci batteremo nella discussione in aula affinché le misure di contrasto al racket vengano reinserite.
Mi auguro che la maggioranza sia consapevole che su questo tema si gioca una partita fondamentale nella lotta contro la mafia.

Roma, 30 aprile 2009


Sicurezza: Ferranti (Pd), lavoreremo in aula per migliorare norme antiracket

In merito alle norme antiracket  del Ddl sicurezza, la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti dichiara:

“Avremmo voluto migliorare il testo del Senato, salvaguardando l’obiettivo di favorire le denunce degli imprenditori nei confronti dei loro estorsori, ma lavoreremo in aula con lo stesso obiettivo sperando che il governo sia più collaborativo di quanto non sia stato in commissione, costringendoci ad abbandonare i lavori dopo che tutte le nostre proposte per correggere le assurde norme sull’immigrazione contenute nel provvedimento sono state respinte. Le nuove norme sugli appalti - prosegue Ferranti - dovranno essere uno strumento perché gli imprenditori possano uscire dall’omertà e, nello stesso tempo, fare in modo che non possano diventare vittime di strumentalizzazioni della stessa criminalità organizzata”.

Roma, 30 aprile 2009


DDL SICUREZZA: LUMIA, CENTRODESTRA DISTRUGGE LE NORME ANTIMAFIA

"Alla Camera franano le norme antimafia. Non è possibile, cose da non crederci". Lo dice stupito il senatore del Pd della commissione Antimafia Giuseppe Lumia spiegando che nel ddl Sicurezza "al Senato, tra mille difficoltà, avevamo raggiunto in commissione e in aula alcuni importanti punti fermi per fare passi in avanti nella lotta alle mafie. Alla Camera tutto rischia di franare".
"Vengono colpiti innanzitutto - aggiunge - i maggiori poteri introdotti per la Procura nazionale antimafia in modo da colpire meglio le attività economiche e di riciclaggio. Si parla di colpire la potenza economica delle mafie ma poi in Parlamento non si è avuto il coraggio di proseguire sulla strada che Falcone aveva indicato con l'istituzione della Procura nazionale. Altro disastro riguarda l'antiracket. Il Pd continuerà a proporre la denuncia obbligatoria per tutti gli operatori economici per scatenare una reazione di milioni di imprese contro le organizzazioni mafiose che fanno del racket la loro prima ragione di vita per controllare il territorio, distruggere la libertà di mercato e autofinanziarsi".
"Al Senato - prosegue Lumia - si era giunti a una mediazione. Al Senato il centrodestra si era limitato ad accettare la proposta che riguarda la denuncia per le imprese che operano negli appalti pubblici. Alla Camera il governo si è diviso dando due pareri diversi da parte del ministro dell'Interno e di quello della Giustizia. Il risultato finale è un danno clamoroso per la lotta alla mafia".
"Infine - insiste - ancora una volta sui testimoni di giustizia la maggioranza ha fatto quadrato bloccando la nostra proposta che aiuta alcuni di loro, che sono onesti e che hanno avuto il coraggio di stravolgere la propria vita per combattere la mafia, a reinserirsi nel mondo della lavoro senza correre rischi. Addirittura questa proposta è stata dichiarata inammissibile nelle Commissioni".
"Insomma, come la mettiamo? - conclude Lumia - Che idea ci siamo fatti dell'unità della lotta alla mafia? Adesso chiediamo pubblicamente che si torni al  testo approvato al Senato e semmai si abbia il coraggio di migliorarlo e non di distruggerlo".

30 aprile 2009
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 11:00:22, in Politica, linkato 2453 volte)
Mafia/ Napolitano e Fini commemorano Pio La Torre alla Camera

Scoperta una targa in memoria del parlamentare ucciso nel 1982

Roma, 30 apr. (Apcom) - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e quello della Camera, Gianfranco Fini, hanno commemorato insieme il deputato siciliano Pio La Torre, ucciso dalla mafia a Palermo nel 1982. I due presidenti, durante una breve cerimonia, hanno scoperto una targa commemorativa all'ingresso di Montecitorio. Alla breve cerimonia hanno partecipato, oltre a una folta rappresentanza di parlamentari, anche la vedova di La Torre, Giuseppina Zacco, e i due figli. In rappresentanza del governo c'era invece il ministro dell'Interno Roberto Maroni.


MAFIA: LUMIA, LA TORRE HA TRACCIATO STRADA MA FU CAPITO TROPPO TARDI

"Pio La Torre e Rosario Di Salvo: due storie esemplari di un'Italia che vuole liberarsi dalle mafie e dalla cattiva e mediocre politica". Lo afferma il senatore del Pd Giuseppe Lumia della commissione Antimafia ricordando la scomparsa delle due vittime di mafia.
"Sono stati uccisi - prosegue - mentre stavano avviando un percorso senza precedenti di legalità, sviluppo e rinnovamento della politica. Ricordo bene, allora io giovane impegnato nel mondo associativo e del volontariato, il grande entusiasmo che Pio La Torre aveva suscitato nel dire chiaramente che bisognava liberarsi dalla mafia. Organizzò una raccolta firme per risolvere il problema dell'acqua in Sicilia, ma soprattutto organizzò una mobilitazione popolare contro la base missilistica voluta dagli USA a Comiso".

"La Torre aveva un progetto, delle proposte - aggiunge -  Sapeva costruire alleanze, alimentare alte idealità e tradurle in cittadinanza concreta. La mafia capì che bisognava eliminarlo e così fece. Purtroppo allora la politica non capì sino in fondo il valore della testimonianza di Pio La Torre che proponeva con una legge l'introduzione del reato di associazione mafiosa, il 416 bis, come reato che finalmente riconosceva la mafia come un male in sé. Inoltre proponeva misure normative per colpire i patrimoni mafiosi".
"Ebbene - sottolinea Lumia - la legge da lui proposta non fu approvata neanche dopo la sua morte. È dovuto cadere il prefetto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, suo grande amico conosciuto a Corleone quando alla fine degli anni 40 si ritrovarono il primo come sindacalista, il secondo come capitano dei carabinieri per combattere la mafia di Luciano Liggio e dei rampanti Totò Riina e Bernardo Provenzano. Dalla Chiesa fu assassinato il 3 settembre 1982. La legge, ad entrambi così cara, fu approvata solo il 12 settembre".
"Da allora - conclude il senatore del Pd - il Paese ha fatto molti passi in avanti. Siamo diventati bravi nell'antimafia del giorno dopo. Dobbiamo arrivare all'antimafia del giorno prima. Pio La Torre ha tracciato una strada per un'antimafia moderna che sappia legare insieme legalità e sviluppo e cambiare la politica e la società tutta".

30 aprile 2009
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 10:55:37, in Magistratura, linkato 1637 volte)
Giustizia/ Csm nomina nuovi procuratori a Bari e Lamezia Terme

Bando per due posti di giudice Aquila, 3 nuovi aggiunti a Napoli


Roma, 30 apr. (Apcom) - Antonio Laudati è stato nominato questa mattina dal plenum del Csm, all'unamità, nuovo procuratore della Repubblica di Bari. Nomina anche per il pm romano Salvatore Vitello, promosso procuratore capo di Lamezia Terme.

Il plenum di Palazzo dei Marescialli, inoltre, ha nominato tre nuovi procuratori aggiunti a Napoli: si tratta di Luciana Izzo, attualmente procuratore capo presso il Tribunale dei minorenni dell'ufficio campano, e di Fausto Zuccarelli e Giovanni Pio Luciano Melillo, fino ad oggi pm alla Direzione nazionale antimafia.

Infine, il Csm ha deliberato una pubblicazione straordinaria del bando per due posti, uno di pm e l'altro di giudice, presso il Tribunale dei minori, negli uffici giudiziari dell'Aquila.
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 10:52:20, in Magistratura, linkato 1497 volte)
Anche questa è una guerra ...

CSM ATTENDE SENTENZA FORLEO, VERSO RICORSO A CONSIGLIO STATO



Roma, 30 apr. - (Adnkronos) - Il Csm quasi sicuramente fara' ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar di accoglimento del ricorso dell'ex gip di Milano Clementina Forleo contro il trasferimento a Cremona deciso da Palazzo dei Marescialli. Intanto il Csm attende la notifica della sentenza del Tar e dovra' essere la Forleo a notificarla. La questione sara' al vaglio della prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dopo avere esaminato le motivazioni della sentenza del Tar decidera' come muoversi; ma e' quasi scontato il ricorso al Consiglio di Stato.

La sezione disciplinare dell'organo di autogoverno della magistratura aveva deciso a luglio scorso di trasferire la Forleo da Milano a Cremona; al centro del processo le dichiarazioni dell'ex gip milanese fatte alla stampa su presunte interferenze di 'poteri forti' mentre conduceva le inchieste sulle scalate bancarie. Poi il ricorso della Forleo al Tar del Lazio per ottenere l'annullamento della decisione di Palazzo dei Marescialli sottolineando che il Csm si era accanito nei suoi confronti.

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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 10:48:54, in Magistratura, linkato 1709 volte)
GIUSTIZIA: FORLEO, COMMOSSA E CONTENTA PER DECISIONE TAR

Milano, 30 apr. (Adnkronos) - "Sono commossa e contenta". Cosi' Clementina Forleo commenta all'ADNKRONOS la decisione del Tar del Lazio che ha accolto il suo ricorso contro il trasferimento d'ufficio da Milano a Cremona per incompatibilita' ambientale.

Il giudice definisce la decisione del Tribunale amministrativo un "trionfo della giustizia" piu' che di un successo personale.

"E' un trionfo del cittadino -aggiunge- che non deve mai sentirsi isolato". Il provvedimento, in teoria, e' immediatamente esecutivo: Clementina Forleo, quindi, potrebbe decidere di rientrare a Milano. Ma e' presto per dirlo: "sto ancora valutando" dice.
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Di Loredana Morandi (del 30/04/2009 @ 00:22:18, in Politica, linkato 1416 volte)

La mafia ringrazia ...

IL CASO. La modifica proposta dell'ex di An Contento ottiene il sì anche del Guardasigilli. Scontro con la Lega. L'ira del Viminale

Appalti, il Pdl cambia l'anti-racket
"No all'obbligo di denuncia"

di LIANA MILELLA 

 

ROMA - Maroni da una parte, Alfano dall'altra. Lega e Pdl divisi su appalti e mafia. Dopo la rottura su ronde, Cie, medici-spia, la manovra del governo sulla sicurezza segna lo scontro sull'obbligo per l'imprenditore titolare di appalti pubblici di denunciare un'estorsione pena la perdita della commessa e l'interdizione dalle gare per tre anni.

Succede alle due di notte, nelle commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera, all'ultimo rush per mandare il ddl oggi in aula. Il ministro dell'Interno leghista Roberto Maroni e il sottosegretario (ex An) Alfredo Mantovano hanno raccolto gli appelli di Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria in Sicilia, della collega campana Cristiana Coppola, delle associazioni antiracket, e insistono per l'obbligo di denuncia nella versione del Senato. Ma una modifica dell'ex aennino Manlio Contento lo fa cadere e raccoglie il sì del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che ha approfondito la questione col Guardasigilli Angelino Alfano, e dei due relatori ex forzisti Jole Santelli e Francesco Paolo Sisto. La Lega protesta, Mantovano spiega che "il testo è frutto di un accordo tra Interno, Giustizia, Economia e Sviluppo economico, con il via libera di palazzo Chigi". Ma la Giustizia fa dietro front. In aula si fronteggia la sola maggioranza perché Pd e Idv se ne sono andati per protesta. Si vota: vince il Pdl. Se fosse stata presente l'opposizione forse avrebbe prevalso il Viminale.

Che fa pesare l'accaduto. Dice Maroni: "Questa notte alcune votazioni hanno confermato le mie preoccupazioni. Una norma fortemente voluta dal ministero è stata emendata e svuotata di significato". E oggi, in consiglio dei ministri, chiederà a Berlusconi di mettere la fiducia sul ddl perché teme che la coalizione si sfaldi su ronde, Cie, reato di clandestinità che obbligherà gli incaricati di pubblico servizio a denunciare gli stranieri. Tant'è che l'intersindacale medica chiede "una specifica e precisa esenzione dall'obbligo di denuncia".

La divisione sugli appalti porta acqua a Maroni. Il conflitto è pesante. Da una parte c'è la norma esistente, contestata alla Camera dall'Ance, che tra le cause di esclusione da una gara inserisce la mancata denuncia dell'estorsione che il pm scopre in un'indagine su terzi. L'imprenditore non è indagato, ma il pm dovrà segnalare l'anomalia all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici. Manlio Contento dice no: "È una procedura di dubbia costituzionalità perché l'imprenditore non è direttamente sotto inchiesta". Con la correzione il pm segnalerà solo imputati di falsa testimonianza o favoreggiamento. Caliendo è d'accordo: "Se un imprenditore è minacciato dell'uccisione del figlio e non la denuncia per paura di perderlo, poi non può perdere l'azienda. Se vieni chiamato da polizia e pm e non collabori è diverso". Mantovano è sul fronte opposto: al Senato si è battuto per una norma che obbliga a un maggior dovere di lealtà chi lavora con lo Stato. Norma vantata da Maroni all'Antimafia come strumento per costringere gli imprenditori alla denuncia. Prevale la linea garantista. Al Viminale sono in collera: "Evidentemente sono tutti contenti che la Salerno-Reggio sia un'autostrada a una corsia" dicono alludendo al peso della mafia sulle gare.

(30 aprile 2009)

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Di Loredana Morandi (del 29/04/2009 @ 11:01:00, in Osservatorio Famiglia, linkato 1709 volte)

Pedofilia, video con torture su bimbi di 4 anni: 4 arresti, 69 indagati

SIRACUSA (29 aprile) - Filmati su torture sadomaso su bambini di 4 e 5 anni scambiati su internet: per questo sono finiti in manette due operai del bergamasco di 49 e 57 anni, un uomo di 42 della provincia di Treviso e un medico sessantenne di Catanzaro. I quattro avrebbero acquistato, scaricato e conservato da Internet i filmati che sono stati trovati nei loro computer.

Dvd e video scaricati dal web. I due bergamaschi sono entrambi padri di famiglia incensurati residenti a Ponte San Pietro. F.B., 57 anni, sposato e con una figlia adolescente, è stato arrestato ieri mattina nella sua abitazione dove è stata trovata una quarantina di dvd contenenti almeno 200 film a contenuto pedopornografico e migliaia di immagini di bambini dai 5 ai 14 anni. Tutto il materiale sarebbe stato scaricato da internet attraverso siti web a pagamento. La perquisizione nel suo appartamento ha consentito ai carabinieri di risalire anche al secondo operaio, che è stato arrestato oggi all'alba. Si tratta di L.Q., 49 anni, anche lui sposato e padre di due figli di 11 e 17 anni. I due si conoscevano e pare che si scambiassero il materiale. In entrambe le abitazioni sono stati sequestrati computer, cd, dvd, pen drive e fotografie. I due operai devono ora rispondere della detenzione di materiale pedopornografico.

Le violenze. Al centro dell'inchiesta in cui sono indagate 69 persone, la realizzazione di film pedofili di genere sadico. Sono stati sequestrati dei filmati che sarebbero stati verosimilmente girati nell'ambito dei circuiti del turismo sessuale, con le riprese di violenze estreme su bambini e bambine di 4-5 anni imbavagliati e legati. Si vedono i volti degli stupratori, che non fanno parte dell'inchiesta, e tra loro c'è anche una donna. I filmati sarebbero stati scambiati su Internet tra gli indagati che non sarebbero però tra le persone riprese nei filmati.

Le regioni interessate dalle indagini sono Lombardia, Emilia Romagna, Sicilia, Veneto, Lazio, Puglia, Toscana, Calabria, Piemonte, Liguria, Campania, Basilicata, Abruzzo, Marche, Sardegna e Trentino. Le regioni maggiormente interessate dalle perquisizioni e con il maggior numero di indagati sono Lombardia, Sicilia, Emilia Romagna e Veneto.

Gli indagati sono per lo più professionisti di età compresa fra i 40 e i 60 anni. Sette di loro in passato sono stati già denunciati per reati sessuali nei confronti di minorenni.

Il Messaggero

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Abusi sessuali sulla figlia per dieci anni:
madre condannata a sei anni

MILANO (29 aprile) - Sei anni di reclusione: questa la condanna che la prima Corte d'appello ha inflitto a una donna di 44 anni, accusata di abusi sessuali sulla figlia. L'imputata non avrebbe compiuto materialmente i fatti, ma concesso, senza alcun compenso, la figlia ad amici da quando la bambina aveva otto anni fino alla maggiore età. Lo stesso reato era stato contestato al padre e al nonno della ragazzina che ora vive in una comunità, visto che il padre, condannato pure lui a sei anni in un processo separato, è morto per una grave malattia al cervello. La donna ha sempre negato l'addebito, ma ad accusarla è stata proprio la figlia.

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Salerno, minori girano video su violenze
a 13enne: legato al palo e preso a schiaffi

SALERNO (29 aprile) - Legato a un palo con una corda e poi schiaffeggiato. E' l'aggressione che ha dovuto subire un ragazzino di 13 anni e che i suoi due aguzzini (16 e 17 anni) hanno filmato con il cellulare. Le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Salerno sono partite dopo la denuncia a marzo della mamma del 13 anni. I militari hanno perquisito la casa di uno dei due ragazzi e trovato dentro a un computer il video incriminato. I due sono indagati in concorso dei reati di lesioni personali, sequestro di persona e minacce.

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