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Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Roma, 30 giugno 2010
Prot. n. 155

Il Segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Intercettazioni e Privacy: Siddi (Fnsi) 
Ascoltare caute ma ferme parole del Garante.
Confermati i profili di incostituzionalità.



“La relazione del Garante della Privacy non può restare inascoltata. I pericoli per la libertà di stampa, individuati dal presidente Pizzetti, nelle norme che intendono vietare a priori l’informazione sugli atti contenuti nelle intercettazioni disposte per le inchieste giudiziarie, vanno raccolti dal Parlamento. Il disegno di legge Alfano - così com’ è  - è sbagliato e inefficace anche rispetto ai pretesi abusi che vuole impedire. Nessuna legge può stabilire a priori che un atto (le intercettazioni) piuttosto che un altro (qualsiasi verbale, per esempio) se pubblicato, o se di esso se ne da conto, violi la privacy. In questo caso si introducono solo norme, inaccettabili, di censura preventiva.
Non è una legge equilibrata quella che sposta i punti di equilibrio tra libertà di stampa e riservatezza, solo su quest’ultimo punto mirando  - come sta emergendo nelle tesi di chi sostiene il ddl – solo a proteggere la privacy della casta. E già questo è un elemento di grave ingiustizia e iniquità.
La cautela e la prudenza del Prof. Pizzetti, le sue parole misurate, le sue espressioni critiche anche verso gli eccessi talvolta compiuti dalla stampa, non attenuano la forza delle sue parole che incoraggiano una serie riflessione istituzionale e politica. In particolare, il rilievo dato ad un altro punto del ddl che tradisce il valore costituzionale della legge sulla stampa rafforza la nostra istanza di eliminare l’invasione dell’editore in redazione attraverso l’obbligo di adottare misure per impedire la pubblicazione di contenuti editoriali. La legge del ’47 -  ha ricordato infatti il Garante -  è stata approvata dalla stessa Assemblea Costituente che votò la Costituzione Repubblicana, con lo scopo preciso di distinguere la responsabilità ed il ruolo dei proprietari dei giornali da quello dei giornalisti, per essi attraverso il direttore, per tutelare il principio dell’autonomia e della libertà dell’informazione. Un tradimento della memoria costituzionale, fondamento della convivenza.
Un avviso ulteriore dei grandi profili incostituzionali del ddl  sulle intercettazioni.
 Ecco perché la Fnsi continuerà a contrastare in maniera incessante il ddl Alfano senza rinunciare a rendere chiare le proposte per davvero sostenere la lealtà e la completezza dell’informazione e il suo pluralismo. Contro ogni silenzio di Stato. Tutte ragioni queste per le quali i giornalisti domani a Roma e a Conselice (Ravenna), città della Resistenza e dell’unico monumento italiano alla libertà di stampa, ma anche in tante altre città d’Italia (da Torino a Trieste, da Bari a Milano), saranno in piazza con i cittadini per aprire la stagione della resistenza civile. E il 9 luglio (con astensione dal lavoro nella carta stampata il giorno 8) sarà la giornata del silenzio, dell’indignazione, dell’impegno a non accettare alcuna mutilazione (con ogni forma di resistenza possibile) del circuito dell’informazione che appartiene ai cittadini.
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I quotidiani già titolano catastrofismi ed in seguito il testo sarà riproposto solo a favore di veri criminali, ma la sentenza della prima sezione penale della Cassazione 24510/2010 non dice che da oggi chiunque può spedire una email ed insultare a sangue una donna o minacciarla di morte e farla franca. Piuttosto, rilevato che il reato fosse "prescritto" in assenza di migliori strumenti normativi che consentano la punibilità di tutti i reati via web, il "caso insulti via email" non è direttamente assimilabile alla telefonata o all'sms.

Ad una prima lettura della sentenza, che potete leggere su Guida al Diritto in originale, i giudici della prima penale hanno dimenticato di identificare l'email con la comune "lettera anonima", si proprio quella con le lettere ritagliate dai giornali e il francobollo e il timbro postale (ruolo esercitato dalla piattaforma che fornisce il mezzo di comunicazione), i cui contenuti certamente possono identificare la persona che agisce in anonimato e che ricorrendo ad esempio il caso delle "minacce di morte" ed una volta attuate, cioè morto il minacciato, condurrebbe certamente all'omicida.

E ad ogni modo, se vi fosse un "massimario" per le esperienze esperite sappiate che qualunque IP, anche quello estrapolato da una email, può essere tracciato fino al computer di origine. Questo vale soprattutto per le società. Troppo comodo minacciare la ex dal computer dell'ufficio utilizzando mezzi aziendali. E paghi pure l'azienda se consente queste libertà.

Ma soprattutto: fate sempre lavorare al meglio la Polizia Postale, siate sempre e solo esigenti, adagiarsi peggiorerà l'attuale situazione dell'Italia nel web e potremmo passare dall'attuale neolitico (già far west un 10 anni tecnologici fa) ad un temibile quanto presente mesozoico dove i boss di mafia scrivono i pizzini via Skype e si adesca ad uso prostituzione di adulti e minori via MSN. L.M.

L'articolo:

Gli insulti via e-mail non sono molestie



La molestia via e-mail non è prevista dalla legge come reato. Con una sentenza in punta di codice (si legga il testo su Guida al diritto), la Cassazione punisce con una semplice ammenda un uomo di 41 anni che aveva inviato poste elettroniche a una signora facendo pesanti apprezzamenti sia professionali sia personali sul compagno della destinataria.

Gli ermellini si sono dissociati dalla conclusione dei giudici di merito e hanno annullato la precedente condanna
, inflitta grazie a un'interpretazione elastica dell'articolo 660 del codice penale che individua solo nel telefono il mezzo elettronico per la molestia. Secondo il giudice di prima istanza la norma non è tassativa ma va letta in funzione dell'evolversi dei mezzi tecnologici disponibili, con la conseguenza che l'aumento della «gamma delle opportunità intrusive» deve essere messa in relazione «all'espansione delle condotte in grado di integrare l'elemento strutturale della molestia».

L'articolo prosegue su Il Sole 24ore

A sostegno della sua tesi il tribunale ha citato la giurisprudenza di legittimità che ha inserito il citofono tra i mezzi di molestia, basandosi sulla convinzione che nella dizione telefono rientrino tutti i mezzi di comunicazione a distanza, senza contare, avevano concluso i giudici di primo grado, che la e-mail viene inoltrata tramite telefono. Un ragionamento che i giudici di piazza Cavour apprezzano ma non condividono.

Per gli ermellini i giudici di merito sbagliano nell'estendere alla posta elettronica la punibilità prevista per le molestie via telefono, ed errata è anche l'affermazione sulla «la posta elettronica inoltrata col mezzo del telefono». La Suprema corte lascia il codice per il manuale di elettronica e spiega che la e-mail utilizza la rete telefonica e la rete cellulare delle bande di frequenza ma non il telefono «né costituisce applicazione della telefonia che consiste, invece, nella teletrasmissione, in modalità sincronica di voce e di suoni».

Non passa neppure il richiamo alla precedente giurisprudenza che allarga il raggio d'azione al citofono, essendo quest'ultimo, secondo la Cassazione, assolutamente assimilabile al telefono dal punto di vista tecnico. Il paragone calzante – continua invece il Supremo collegio – va fatto con la normale corrispondenza. Per vedere la posta elettronica è infatti necessaria una connessione e l'attivazione di una sessione di consultazione della propria casella elettronica oltre alla volontà di procedere alla lettura del messaggio. Operazioni simili a quelle che si fanno per la tradizionale corrispondenza. Quello che più interessa agli ermellini per escludere il reato è comunque la totale mancanza, a differenza di quanto avviene con la telefonata, di un'interazione tra mittente e destinatario, non esiste inoltre nessuna intrusione del primo nella sfera del secondo.

Non basta , precisano gli ermellini, il turbamento del soggetto che riceve il messaggio se mancano gli altri elementi che scattano solo quando il reato viene commesso in pubblico (come previsto sempre dall'articolo 600 del codice penale) o per mezzo del telefono. In tal caso è, infatti, più difficile la difesa dall'intrusione a meno di una disattivazione del servizio con un evidente danno alla libertà di comunicazione sancita dalla costituzione. Per la stessa ragione rientrano nel concetto di molestie anche gli sms.


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Oggetto della pratica e' il contenuto di alcuni articoli di stampa

Sentenza Dell'Utri, il Csm apre
una pratica a tutela dei giudici


Roma, 30-06-2010 - La prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deciso, a maggioranza, di aprire una pratica a tutela dei tre giudici della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo che ieri ha condannato Marcello dell'Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Oggetto della pratica a tutela e' il contenuto di alcuni articoli di stampa, in particolare uno apparso sul quotidiano 'Il Fatto', pubblicati prima della sentenza a carico di Dell'Utri e in cui - secondo quanto ipotizzato dal consigliere laico del Pdl Gianfranco Anedda che ha chiesto e ottenuto l'apertura della pratica - i giudici Claudio Dall'Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi sarebbero stati oggetto di "insinuazioni e sospetti" che getterebbero "discredito sulla magistratura giudicante".

Quattro i voti a favore dell'apertura della pratica, due i contrari (il consigliere Giuseppe Maria Berruti di Unicost e il presidente della prima commissione, Mario Fresa, togato della corrente Movimento per la giustizia).

La Commissione dovra' ora valutare se con questi articoli sia stata messa in atto una delegittimazione del collegio e lo fara' al termine di un'istruttoria con l'acquisito di documenti e probabilmente anche di una relazione del presidente della Corte di appello di Palermo. Solo allora la prima commissione decidera' se mettere a punto un documento di tutela dei tre magistrati da sottoporre poi all'esame del plenum del Csm.

In uno degli articoli di stampa del 'Fatto quotidiano', pubblicato prima che i giudici si riunissero in camera di consiglio per la sentenza Dell'Utri, si riferiva quanto sostenuto da Marco Travaglio e cioe' che la sentenza fosse gia' stata scritta e che da parte del collegio della corte di Appello ci fosse gran voglia di assolvere il senatore del Pdl, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui erano state rigettate quasi tutte le richieste dell'accusa. Secondo il consigliere laico del Pdl, Anedda, si tratterebbe di "insinuazioni" da intendersi anche come "condizionamenti se non intimidazioni" nei confronti dei tre giudici del collegio. La votazione sulla pratica a tutela e' avvenuta solo dopo la pronuncia della Corte di appello di Palermo.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=142526
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Stefano Ceccanti: diretta facebook
dalle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali al Senato


Non tutto facebook vien per nuocere, per fare stalking o per diffamare qualcuno. Il mio plauso di questa mattina va al senatore PD Stefano Ceccanti, che con intelligenza innovativa sta curando una sintetica "diretta" dalle due commissioni parlamentari dal proprio profilo FB.

L'aggiornamento sulle presenze dato dal senatore è desolante in una democrazia: in commissione Affari Costituzionali sono presenti e numericamente rilevanti solo i senatori del PD, Italia dei Valori ha un solo membro e il PdL ha 2 senatori a far compagnia al presidente Vizzini.

Seguirà il riassunto ...
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Di Loredana Morandi (del 30/06/2010 @ 09:08:04, in Magistratura, linkato 1528 volte)
Quale Csm per il nostro Paese
     

La nostra Costituzione disegna la magistratura come “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.), attribuendo al CSM il compito di provvedere, “secondo le norme sull’ordinamento giudiziario” ad assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari concernenti i magistrati (art. 105 Cost.). Nato e strutturato come organo di autogoverno, per reagire alle interferenze del potere politico durante il ventennio fascista, il CSM si trova a fare i conti con le prassi anomale che la sua attuazione ha prodotto, favorendo l’affermazione all’interno dell’ANM di correnti in grado di condizionare le elezioni della componente togata e, con esse, il suo funzionamento.

Proprio mentre la compagine governativa annuncia come imminente (settembre) una riforma della giustizia destinata, a quanto risulta, a incidere anche sugli assetti ordinamentali del CSM e del pubblico ministero – che come il primo sconta l’horror hereditatis delle ingerenze dello Stato autoritario nella gestione del potere giudiziario, attestato dalla scelta costituzionale ‘forte’ in favore dell’obbligatorietà dell’azione penale e contraria alla separazione delle carriere requirenti e giudicanti – l’attuale consiliatura è ormai in scadenza: il Parlamento è convocato in seduta comune il 1 luglio per eleggere gli otto membri laici, i magistrati sono chiamati al voto il 4 e 5 luglio per scegliere sedici membri togati.

L'articolo prosegue su Il Messaggero


È opportuno, pertanto, al di là dell’apparente contraddizione, interrogarsi sulla tenuta (e sui correttivi) del modello di CSM adottato nel 1948 e rimasto sostanzialmente inalterato – gli interventi legislativi hanno inciso per lo più sui meccanismi elettorali e sul numero complessivo dei componenti, senza toccare il rapporto di proporzionalità tra laici (un terzo) e togati (due terzi) – nel corso degli anni, nonostante tale organo abbia progressivamente assunto ruolo e funzioni ben più ampi e incisivi rispetto alle intenzioni dei Padri costituenti. Tanto da essere additato come “Terza Camera”, protagonista di fatto della scena politico-istituzionale grazie all’esercizio di poteri consultivi, di proposta legislativa e di esternazione sui temi ‘caldi’ della politica giudiziaria mediante atti d’indirizzo e d’interpello, o all’apertura di ‘pratiche a tutela’ dell’indipendenza e del prestigio della magistratura e/o di singoli magistrati.

Anche le ipotesi di modifica, per la verità, si limitano a delineare nuovi meccanismi di designazione dall’incerta costituzionalità – come nel caso dell’ipotizzato sorteggio per individuare i togati eleggibili, al fine di sottrarli al peso delle correnti – ingenerando la sensazione che si cerchi una via breve, eludendo più impegnative modifiche ordinamentali, per raggiungere gli auspicati risultati. Ci si sottrae insomma a una più ampia riflessione sul tema, che tenga conto delle esperienze maturate in altri Paesi occidentali, talora reduci da omologhe esperienze autoritarie (Spagna, Portogallo, Grecia), e – perché no – delle indicazioni provenienti dal Vecchio Continente. La Carta europea sullo statuto dei giudici adottata dagli Stati membri del Consiglio d’Europa, ad es., delinea un modello-tipo di Consiglio di giustizia, dando precise indicazioni su struttura (organo indipendente dal potere esecutivo e da quello legislativo), compiti (decisioni relative alla carriera dei giudici) e composizione (garanzia che almeno la metà dei membri sia costituita da giudici eletti dai loro colleghi).

La soluzione prescelta dalla nostra Carta fondamentale fu il frutto di un compromesso tra i sostenitori di un CSM costituito esclusivamente da magistrati e i fautori di una composizione paritaria ‘laici –togati’. Ma non è solo il rapporto di proporzionalità tra le due componenti ad incidere sulla funzionalità del Consiglio e a favorirne la deriva correntizia, più volte stigmatizzata dal Presidente della Repubblica che del CSM è il vertice. I membri togati, difatti, spesso si saldano con i membri laici ideologicamente affini – la cui elezione avviene grazie a un accordo parlamentare di ‘spartizione’ tra maggioranza e opposizione (attualmente il rapporto è di cinque a tre) – rendendo pressoché ineludibile la ‘politicizzazione’ del Consiglio.

Da qui, allora, non soltanto l’opportunità di riequilibrare la proporzione ‘laici-togati’ equiparandone la componente elettiva (pari oggi a ventiquattro unità) – la presenza dei tre membri di diritto, due dei quali espressione della magistratura, assicurerebbe comunque una preponderanza dei togati – ma anche la necessità di affidare a terzi la scelta dei membri laici e/o l’individuazione di rose di candidati, o almeno di una parte di essi, strappandole alle segreterie dei partiti. Trattandosi di giuristi, viene naturale pensare a un coinvolgimento del CNF (per gli avvocati) e del CUN (per i professori universitari), magari previa consultazione e/o parere – rispettivamente – dei Presidenti degli Ordini degli Avvocati e dei Presidi delle Facoltà di Giurisprudenza.

Tutto ciò, naturalmente, imporrebbe una revisione costituzionale e dunque larghe intese, non facilmente raggiungibili, ma potrebbe apportare nuova linfa ad un organo di vitale importanza negli equilibri istituzionali, troppo spesso nell’occhio del ciclone, alleviando quel reiterato contrasto tra politica e magistratura di cui sono specchio le recenti dichiarazioni ‘ad effetto’ del Presidente del Consiglio che dipingono “certi giudici” come “metastasi del nostro sistema attuale”, o l’iperbole secondo cui la sovranità non apparterrebbe più ai cittadini bensì ai rappresentanti dell’ordine giudiziario.

Sergio Lorusso, Ordinario di Diritto processuale penale - Docente di Organizzazione della giustizia penale italiana e comparata nell’Università degli Studi di Foggia

(Il Messaggero, 29 giugno 2010)
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Di Loredana Morandi (del 30/06/2010 @ 06:01:03, in Sindacato, linkato 1569 volte)
Dell'Utri la diatriba tra il Tg1 e Repubblica


della Sicilia di Sonia Alfano


In queste ore è morto Taricone, pace sia a quell'anima che ha completato il proprio ciclo senza subire l'onta della vecchiaia, e su di lui è calato l'avvoltoio Saviano che lo ha snobbato in vita e lo fagocita nella morte.

La diatriba tra il Tg1 e Repubblica mi fa esattamente lo stesso nauseante effetto, perché dai cd "teoremi" esce fuori una Italia del mondo dell'informazione che "merita" interamente il suo posto in classifica sulla libertà di informazione vicino al terzo mondo africano. Se non è mediaset sono i quotidiani del "capitale", che puntavano mesi fa a svendere il servizio pubblico al magnate di Sky, il vegliardo che nello sfoggio del proprio potere economico ha sposato una trentenne dandole "non si sa come" anche dei figli. Senza pensare all'indotto economico e professionale tutto italiano di Mediaset. Il volto sporco dell'esterofilia.

Il giornalismo secondo Minzolini. Nel Tg "sparisce la condanna per mafia" - intitola Repubblica.

Se a sparire sono i teoremi di "Repubblica" - replica il Tg1.

Il Tg1 assume solo raccomandati di partito e Repubblica, come troppi quotidiani cartacei, non paga il lavoro intellettuale dei "giovani". Io, che ho conti e articoli non pagati in sospeso con Avvenimenti e altri cartacei di sinistra, ma che ho fatto scrivere e copia incollare per intero centinaia di aspiranti giornalisti, non prendo le parti di nessuno ed invito a rivedere il servizio del Tg1 su Youtube.

I giudici? Un po' più soli, tristi, incompresi. Lavorare al Palazzo dei Veleni dev'essere difficile, perché non  c'è respiro, neppure nella notorietà. La Corte presieduta da Claudio Dall'Acqua non ha creduto all'impianto accusatorio dei pentiti su fatti precedenti al 1992; come dargli torto se assassini come Riina rinnovano il proprio quality check tivvù "sempre" e "solo" in concomitanza alle elezioni, quale che siano?

La rimostranze sono come un fardello sulle spalle del sostituto procuratore Antonio Gatto, che chiede ai giornalisti di aspettare i "perché", cioè le "motivazioni della sentenza", interrogato a caldo al termine dell'udienza da una "signora" che gli domanda "ma allora è crollato tutto!?"

Un altro teorema, quello dei giudici buoni e quelli cattivi. Cosa è cambiato? Dell'Utri è più o meno criminale dopo la sentenza di corte d'appello così disceso a sette anni dai nove precedenti? Anche oltre tutte le diatribe giornalistiche è il caso di rispondere "E' la sicilia, baby!" e  coloro che si lanciano in politica non le fanno mai del bene.

Dell'Utri, come Andreotti prima di lui, ha scritto il proprio capitolo nella storia della mafia in Parlamento. Ma cosa dire di una Sonia Alfano qualsiasi, finita al parlamento europeo senza alcuna qualifica se non quella dei naufraghi dell'isola "figli di famosi", che selettivamente sceglie per il suo staff persone che sono tacciabili di reati in associazione, truffa, stalking anche ai danni di minori e "minacce di morte" nei confronti di Loredana Morandi?

Buon per me che non esista l'istituto del "pio colpo di pistola",  il sangue come molti sanno "sporca", perché all'eurodeputata Alfano, dopo il lancio a stampa fatto dalla Morandi, come minimo resterà una persona che si è avvalsa certamente di reati di "stalking e istigazione a delinquere" appropriandosi del "lessico" e le "normalizzazioni extragiudiziarie" finalizzate a immotivati danneggiamenti in perfetto stile mafioso.

Personalmente mi prefiggo un solo compito: quello di mostrarle la "storia della moralità nella sinistra",  una storia costellata di mobbing ai cattolici, perché mi disgusta profondamente chi toglie il pane di bocca ai miei figli e gli usa minacce.

Loredana Morandi



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Di Loredana Morandi (del 29/06/2010 @ 11:08:44, in Politica, linkato 1512 volte)

Dell'Utri: condannato in appello a 7 anni

La "differita" della sentenza dalla Corte d'Appello di Palermo via Sky tv
.

Il collegio, presieduto dal giudice Claudio Dall'Acqua con a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare, ha reso pubblico il verdetto in mattinata dopo una camera di consiglio iniziata giovedì scorso.


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Magistratura Democratica


.


UNO SCIOPERO NECESSARIO
UNO SCIOPERO PER LA GIUSTIZIA



Lo sciopero è stato proclamato contro una manovra economica che taglia gli stipendi ai magistrati, che mortifica il personale giudiziario e che penalizza gravemente la giustizia.

I magistrati non si sono mai sottratti né vogliono sottrarsi a fare la loro parte per il risanamento del Paese: non hanno protestato quando hanno pagato la tassa per l'Europa, né protesterebbero oggi in caso di prelievi sopra un certo livello di reddito estesi a tutti.

Quanto viene fatto è ben diverso: non un semplice blocco, ma tagli ciechi, massicci  e casuali che in misura discriminatoria ed iniqua penalizzano chi percepisce di meno, i più giovani.
Abbiamo indicato le misure che potrebbero da un lato evitare sprechi e dall'altro far introitare allo Stato ingenti somme (dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ai processi con irreperibili, alla razionalizzazione dei contratti per le intercettazioni, alla gestione dei beni sequestrati e confiscati).
Sino ad ora non abbiamo visto nulla, mentre i continui tagli sul personale e sulle risorse per la giustizia stanno giungendo a quella soglia oltre la quale non sarà più possibile assicurare qualsiasi funzionamento del sistema.


Lo sciopero è lo strumento più forte e simbolico di una protesta.

Lo sciopero è necessario per avere risultati sul fronte della manovra economica.

Lo sciopero è necessario per evitare ulteriori penalizzazioni in futuro.

Lo sciopero è necessario per denunciare la continua delegittimazione di una funzione fondamentale per lo Stato.


Per questo partecipiamo convinti allo sciopero indetto dall'Associazione Nazionale magistrati per il 1 luglio 2010 ed invitiamo tutti a partecipare.
 

Rita Sanlorenzo – segretario nazionale di Magistratura Democratica
Claudio Castelli – presidente di Magistratura Democratica
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Di Loredana Morandi (del 29/06/2010 @ 10:35:29, in Magistratura, linkato 1505 volte)
Associazione Nazionale Magistrati


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg



Care/i colleghe/i

Nella settimana appena trascorsa numerose e significative sono state le iniziative delle Sezioni locali per denunciare alla opinione pubblica ed al Paese le gravi disfunzioni del sistema giudiziario e la ricaduta in negativo sulla risposta alla sempre più incessante domanda di giustizia da parte della collettività.

I magistrati hanno dimostrato con senso di responsabilità le difficoltà in cui operano e la attività di supplenza che quotidianamente svolgono  a fronte della assoluta inefficienza di chi dovrebbe fornire le risorse.

Il prossimo 1 luglio, in adesione alla delibera, votata all’unanimità,  del 5 giugno 2010 del  Comitato Direttivo Centrale dell’ANM  ci asterremo dal lavoro per protestare contro i tagli alla retribuzioni dei magistrati disposti dal Governo con decreto-lgge.

Il decreto-legge è attualmente all'esame del Senato. Il Comitato Intermagistrature, presieduto dal Presidente della ANM Luca Palamara, ha incontrato più volte il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, on. Gianni Letta. In quella sede sono state fornite rassicurazioni in merito alla possibilità di interventi di modifica del testo licenziato dal Governo. Ma, allo stato, non è stata ancora presentata alcuna proposta di modifica.

Appare quindi di fondamentale importanza, in questa fase, la generalizzata adesione alla astensione  che dovrà svolgersi secondo le disposizioni del Codice di regolamentazione già inviato sulle liste, previa comunicazione all’ufficio di appartenenza.

In allegato il volantino da affiggere e diffondere il giorno della protesta.

Grazie a tutti voi

Luca Palamara
Gioacchino Natoli
Giuseppe Cascini


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/Anm_volantino_2010-06-29_103117.png

Associazione Nazionale Magistrati
 
Le ragioni dello sciopero contro la manovra economica


Il 1 luglio 2010 i magistrati italiani si asterranno dal lavoro per protestare contro la manovra economica varata dal Governo


QUESTA MANOVRA:


•  colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e casuale.
•  incide unicamente sul pubblico impiego, senza colpire gli evasori fiscali (già beneficiati da numerosi condoni), i patrimoni illeciti, le grandi rendite e  le ricchezze del settore privato;
•  paralizza l’intero sistema giudiziario, scredita e mortifica il personale amministrativo;
•  svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura;
•  incide in misura rilevante sulle retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, e soprattutto dei più giovani, che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento.


CHIEDIAMO


al Governo interventi strutturali che consentirebbero di ridurre le spese nel settore giustizia e di recuperare risorse per lo Stato, secondo le proposte più volte avanzate dalla magistratura associata:

•  la soppressione dei piccoli Tribunali e delle sezioni distaccate di Tribunale misure che consentirebbero di risparmiare, a regime, decine di milioni di euro;
•  il recupero delle pene pecuniarie e delle spese di giustizia, circa 1 miliardo di euro l’anno;
•  la sospensione dei processi con imputati irreperibili (che costano decine di milioni di euro solo per il pagamento delle spese di patrocinio);

I magistrati italiani sono consapevoli della crisi economica in cui versa il Paese e non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti, ma devono denunciare che le misure approvate dal Governo sono ingiustamente punitive nei confronti loro e di tutto il settore pubblico.

E’ inaccettabile essere considerati non una risorsa, ma un costo o addirittura uno spreco per la giustizia.
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Di Loredana Morandi (del 29/06/2010 @ 10:24:54, in Magistratura, linkato 1448 volte)
Associazione Nazionale Magistrati

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg

Estratto dal codice di autoregolamentazione



L’astensione prevista per il giorno 1 luglio 2010 avverrà garantendo i servizi essenziali, così come evidenziati nella parte del codice di autoregolamentazione che li riguarda, che ad ogni buon conto è di seguito riportata:

“Costituiscono servizi essenziali, e vanno comunque assicurate, le attività investigative, istruttorie, processuali di qualsiasi natura, relative ai procedimenti indicati nella L. 7 ottobre 1969, n. 742 e successive modificazioni, con le precisazioni e limitazioni seguenti:

a.  In materia civile e del lavoro il divieto di astensione è limitato ai processi relativi ai licenziamenti e ai procedimenti sommari di natura cautelare, inclusi quelli previsti dalle leggi speciali in tema di repressione delle condotte antisindacali e discriminatorie;

b.  In materia penale l’astensione non è consentita nei procedimenti e processi con imputati detenuti; non è altresì consentita in relazione al compimento degli atti urgenti previsti dall’art. 467 c.p.p., o ai procedimenti e processi relativi ai reati per cui è imminente la prescrizione o, se pendenti in Cassazione maturi nei successivi 90 giorni;

c.  In materia di sorveglianza l’astensione è consentita solo relativamente ai procedimenti concernenti i condannati in fase di sospensione dell’esecuzione, e alle attività non aventi carattere processuale;

d.  Hanno natura cautelare ed urgente tutte le controversie, civili o penali, in cui 1’efficacia di un provvedimento decada se non convalidato o confermato entro termini perentori;

e. Debbono altresì essere sempre assicurati gli adempimenti urgenti ed indifferibili dei pubblici ministeri non previsti dalle indicazioni precedenti.”
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