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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello di Torino
Intervento del dott. Giancarlo Caselli
Procuratore della Repubblica di Torino



Il 12 Gennaio 2002, in questa stessa aula, inaugurando anche allora l’Anno giudiziario, Maurizio Laudi -  parlando a nome dell’Associazione magistrati   -  ebbe a dire:  “ci indigna che il capo del Governo, in sede internazionale, rappresenti l’azione di alcuni uffici giudiziari come atto di persecuzione politica. Ci indigna perché queste accuse non sono vere e perché vengono ripetute come verità acquisite  che non richiedono di essere provate”.

Parole coraggiose,  necessarie per  arginare una pericolosa deriva già allora in atto. Deriva che per altro è continuata.

Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il Presidente Berlusconi   ha moltiplicato  gli interventi volti ad indurre, nei più,  l’immagine della giustizia come “campo di battaglia” fra interessi contrapposti,  anziché  luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite;-  contribuendo così alla devastazione di tale immagine.

La tecnica della ripetizione assillante che trasforma in verità anche i falsi  grossolani continua ad essere applicata in modo implacabile.  E dopo aver proclamato la necessità di istituire una commissione parlamentare d’indagine per accertare se la magistratura opera con fini eversivi,   il capo del Governo ha sostenuto ( in un videomessaggio trasmesso a reti unificate) che i PM devono essere “puniti”,  mentre si preannunziano manifestazioni di piazza contro i giudici “politicizzati” per il prossimo 13 febbraio.

Così la misura è colma. Non la misura della nostra pazienza (l’impopolarità dei magistrati nelle stanze del potere è fisiologica e talora necessaria per una giurisdizione indipendente: la provarono in vita  anche Falcone e Borsellino....).  Vicina al livello di guardia  è la misura della compatibilità con le regole di convivenza istituzionale  proprie  di un sistema democratico.

Nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che “per fare il lavoro (di magistrati) bisogna essere malati di mente;  se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Il Presidente Berlusconi invece  lo ha sostenuto.

Nessun leader democratico al mondo (ancorchè inquisito) ha mai osato parlare di “complotto giudiziario” ordito ai suoi danni da magistrati indicati come “avversari politici”.  Le reazioni  dei personaggi pubblici inquisiti – all’estero – sono le più svariate , ma sempre contenute in un ambito di accettazione e rispetto della giurisdizione. Solo in Italia si lanciano contro la magistratura, senza prove,   grottesche accuse di macchinazione o persecuzione;- quando si deve  leggere, piuttosto,  insofferenza per il controllo di legalità  e per la rigorosa applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale .

Nessun leader democratico al mondo coinvolto in vicende giudiziarie  si è mai sognato di difendersi DAL processo anziché NEL processo. In Italia, invece, il Premier ha sperimentato una strategia di contestazione del processo in sè, quasi una sorta di impropria riedizione del  cosiddetto processo di rottura da altri  praticato in passato. 

Sotto nessun cielo  democratico del mondo il potere politico ha mai operato sui giudici interventi  per ottenere una certa interpretazione  della legge o si è sostituito ad essi nell’interpretazione.  Sarebbe un vulnus intollerabile al principio della separazione dei poteri. Solo in Italia si registrano simili strappi. Basti ricordare la  mozione  approvata dalla maggioranza del Senato il 5 ottobre 2001, per  indicare ai giudici  (testualmente)  “ l’esatta interpretazione della legge” dopo una pronunzia di tribunale  in tema di rogatorie non gradita al Palazzo.  Oppure la decisione di due giorni fa della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che  ha stabilito quale ufficio giudiziario  sia  competente a procedere in una specifica indagine (ovviamente qui non si fa questione di merito, ma solo – per così dire – di titolarità della competenza a stabilire la competenza).

Invece di indulgere  ad un riequilibrio dei poteri a danno delle prerogative costituzionali della magistratura (quella requirente in particolare);-  sarebbe tempo di pensare, finalmente, ad una vera riforma della giustizia, capace di migliorare l’efficienza del sistema e di ridurre i tempi dei processi.

Infine,  chi  parla a vanvera di “partito dei giudici”,  voglia prendere atto che un “partito dei giudici” esiste davvero, ma nella accezione dello storico  Salvatore Lupo, secondo cui: è “attraverso l’impegno di alcuni e (purtroppo) il martirio di altri,  che l’idea del partito dei giudici prende forma. Nasce dalla sorpresa che , in un’Italia senza  senso della patria e dello stato, ci siano funzionari disposti a morire per il loro dovere, per questa patria  e per questo stato. Ad ogni funerale, ad ogni commemorazione prende forma l’idea di per sé contraddittoria dei magistrati come rivoluzionari, in quanto  portatori di legalità”.   Ecco: definire “cospiratori”   coloro che sono  semplicemente portatori di legalità,  non  è solo offensivo. E’  soprattutto  profondamente ingiusto.

Torino, 29 gennaio 2011                       
Gian Carlo Caselli

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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello di Genova
Intervento del dott. Paolo Carfì
Consiglio Superiore Magistratura


Signor Presidente,

 
a nome del Consiglio Superiore della Magistratura che in questa sede ho l’ onore di rappresentare , ho il piacere di salutare Lei , il Procuratore Generale , il Presidente dell’ ordine degli avvocati ,  le altre autorità ,  tutti i cittadini presenti.
Mi sia consentito in questa sede – certamente adatta – un commosso ricordo di un grande giurista recentemente scomparso . Grande non solamente per quella che era la sua competenza professionale ma anche per la sua coerenza e assoluta onestà intellettuale : doti  rare e preziose , oggi più che mai  . Intendo riferirmi al Prof. Vittorio Grevi. 

Infine un saluto particolare lo voglio   porgere  a tutti i colleghi magistrati di questo distretto , presenti o meno a questa cerimonia .
E’ infatti sulle loro spalle , e su quelle di tutti i magistrati italiani , che incombe in questo nostro paese l’ onore , ma sempre più spesso il solo onere , di amministrare Giustizia . Cosa che la grande maggioranza dei magistrati italiani fa , spesso a prezzo di grandi – e purtroppo altrettanto spesso misconosciuti – sacrifici personali in un contesto di palese penuria di risorse finanziarie e materiali – che in alcuni distretti del territorio nazionale raggiunge livelli più che preoccupanti – in assenza di organici programmi di riforma di sistemi processuali farraginosi e che certamente non contribuiscono a favorire  tempi ragionevoli di soluzione delle controversie civili e penali.
Il tutto facendo parte di una istituzione cardine di ogni moderna democrazia che , dopo le variegate accuse degli ultimi dieci anni , viene dal Presidente del Consiglio del nostro paese da ultimo e sempre più spesso additata alla pubblica opinione interna ed internazionale  come colpevolmente tollerante , nel suo ambito , una significativa e irresponsabile componente definita una vera e propria associazione  con scopi eversivi dell’ ordine democratico. 
Anche in questi giorni , anche in queste ore sembra non avere fine la virulenza delle aggressioni mediatiche nei confronti dei Magistrati della Procura della Repubblica di Milano  e dunque nei confronti dell’ intera magistratura italiana che in essi si riconosce, per primo  orgogliosamente chi vi parla  .


Se dunque oggi sono qui per svolgere qualche riflessione sui temi della Giustizia visti nella prospettiva dell’ organo di autogoverno insediatosi da pochi mesi ,  anche da questo particolare angolo visuale non si può non sottolineare da subito come purtroppo anche l’ inaugurazione dell’ anno giudiziario 2011 cade in un momento particolarmente delicato laddove ad essere messa sempre più frequentemente in discussione è ormai la stessa dignità  della funzione giurisdizionale , con inevitabile coinvolgimento del Consiglio Superiore .

E infatti , il nuovo Csm , insediatosi da pochi mesi , è stato nuovamente chiamato nell’ Ottobre del 2010 a doversi occupare della tematica delle cd “ pratiche a tutela “ , a seguito delle dichiarazioni rese a Milano dal Presidente del Consiglio sempre con riferimento alla Procura della Repubblica di quella città .  La votazione finale della proposta di tutela, essendo mancato il numero legale per l’ assenza della maggioranza dei componenti laici , è stata aggiornata al prossimo 9 Febbraio.

Ma nel corso del dibattito in plenum è stato ribadito che  indipendenza  e autonomia della Magistratura  non sono , oggi più che mai , solamente scontate affermazioni di principio  bensì valori concreti , cardine del nostro sistema democratico , patrimonio della nostra cultura giuridica e come tali costituzionalmente garantiti dall’ art. 104 della nostra Costituzione . Valori che, dunque , il Csm  non ha il diritto ma il dovere istituzionale di tutelare contro ogni aggressione , da qualunque parte provenga, che risulti – per toni e contenuti – lesiva del prestigio e dell’ indipendente esercizio della giurisdizione e della credibilità della funzione giudiziaria : e questo non certo nell’ interesse dei magistrati in quanto tali ma in quello, supremo , dei  cittadini di questo paese atteso che indipendenza e autonomia non sono certo un privilegio dei singoli magistrati ma al contrario una garanzia irrinunciabile per tutti i cittadini .

Se il diritto di critica è dunque il sale della democrazia , lo stesso non può certo dirsi per la denigrazione fine a se stessa e sembra difficile allora  contestare la competenza del Csm allorquando l’ accusa pubblicamente ripetuta , generica e sommaria , sia quella , proveniente dal Presidente del Consiglio e da altre tra le più alte cariche del Governo e della politica in genere , di non agire per fini di Giustizia  ma per tutt’ altri scopi , cioè l’ accusa più grave e infamante che si possa fare a Magistrati   che in silenzio compiono semplicemente il loro dovere e  che hanno solennemente giurato di rimanere soggetti solamente alla legge e agire solo per questo supremo interesse . Un’ accusa che , continuamente ripetuta , è in grado di minare alle fondamenta la credibilità stessa dell’ intero sistema Giustizia , con quali effetti presso l’ opinione pubblica è facile immaginare e anche constatare .
 
La responsabilità del buon funzionamento della giustizia, nel nostro assetto costituzionale, è affidata al binomio CSM - Ministro della Giustizia. Ma è evidente come  le attribuzioni del Consiglio per un esercizio autonomo ed indipendente della giurisdizione possono risultare vane se non sono accompagnate da una risposta alla domanda di giustizia connotata da tempestività ed effettività. E’ banale , ma drammaticamente vero , affermare ancora una volta che  la lentezza della giustizia lede i diritti di tutti i cittadini, incide sull’economia del nostro Paese , aumenta il pericolo del ricorso  a forme private  di soluzione delle controversie ,  in zone sempre più vaste del territorio nazionale  . 
Ridare efficienza e credibilità al servizio giustizia  , uscendo dalla logica degli interventi collegati a questa o quella emergenza ,  non è più solo  un auspicio , ma se mi si consente un po’ di retorica risorgimentale in questo anno speciale, è ormai un vero e proprio “ grido di dolore “  che viene dalla stessa magistratura e richiede , certamente  a partire dal  Consiglio Superiore e dai magistrati tutti ,  una corretta assunzione di responsabilità di fronte al Paese, ma è una assunzione di responsabilità che si chiede anche  al Ministro della giustizia, nostro interlocutore diretto e , suo tramite , al Governo e al Parlamento.
Il sistema di giustizia in Italia si trova ormai da anni in una situazione di grandissima difficoltà .
Non si vuole qui certo affermare che nessuna responsabilità per questa situazione incomba sul Csm e anche sulla magistratura nel suo complesso : la nomina sbagliata di un Dirigente, incide necessariamente sull’ organizzazione dell’ ufficio e , dunque , sulla sua efficienza ; non tutti i magistrati ( così come capita in ogni categoria ) sono animati dallo stesso spirito di servizio e di ciò è consapevole la IV commissione impegnata a fondo a considerare in modo approfondito e obiettivo le centinaia di pratiche di valutazione di professionalità portate alla sua attenzione ogni mese ; non ovunque vi è la volontà di introdurre le cd “ buone prassi “ che in diversi uffici hanno permesso di conseguire buoni – se non ottimi – risultati.
Va però ribadito con forza , anche sulla base dei dati in possesso del Csm , che se il sistema non ha ancora superato lo stadio - che una voce autorevole , anche da questa città -  ha definito “ comatoso “, certamente gran parte del merito lo si deve al senso di responsabilità e del dovere che alberga nella grande maggioranza degli operatori del diritto ,  magistrati e avvocati , e in tutti coloro – personale amministrativo in primo luogo – che con essi collaborano .
Basti pensare che su un organico di diritto che  al 21.1.2011 è indicato in 10.151 unità  ( e che da più parti è già ritenuto non sufficiente anche per quei distretti che non presentano particolari vuoti  ) ,  ben 1237 risultano essere i posti vacanti    con una percentuale di scopertura ormai  cronica  pari dunque al  12,88  % su base nazionale con punte abbondantemente sopra il 20% in alcuni distretti .  A ciò si aggiunga il dato allarmante relativo ai collocamenti a riposo deliberati dalla IV commissione del Csm che nel solo 2010  hanno raggiunto  il rilevante numero di  414 , in parte anticipati  anche a seguito della entrata in vigore dell’ art. 12 co. 9 del DL 78/2010 , i cui effetti, nell’ ambito dello spirito di leale collaborazione , sono stati rappresentati al Ministro della Giustizia con risoluzione adottata dal Consiglio nella seduta del 20 Ottobre 2010.
Anche in considerazione di questa situazione , e al fine di evitare il pericolo di ulteriori scoperture negli organici delle sedi meno ambite – ma spesso di “ frontiera “ – il plenum del 26 gennaio ha approvato all’ unanimità la proposta della  III commissione che ha ritenuto di non  procedere alla pubblicazione  di tutti i posti vacanti di primo grado – che tra giudicanti e requirenti ammontano a ben 684 su 6597 -  ma solamente di quelli risultanti dall’ applicazione di una “ franchigia “ – mi sia consentito questo termine poco tecnico – di scopertura pari al 5% e congelando , per gli uffici superiori a nove unità , l’ ultimo dei posti vacanti.
Al contrario , constatato come la Corte di Appello risulti essere l’ ufficio in maggior difficoltà e dove si registrano i maggiori ritardi nella definizione dei procedimenti ( anche per l’ assenza di un qualsivoglia filtro tra il primo e il secondo grado sul quale si riversa , in forma collegiale , anche l’ intera produzione monocratica penale e civile)   la proposta della III commissione – che verrà portata al plenum del 9 Febbraio - è quella di mettere a concorso tutti i posti attualmente vacanti e dunque , per il distretto di Genova 4 posti di consigliere e 1 di Sostituto Procuratore Generale.
In questo contesto il Consiglio non può che sottolineare ancora una volta e portare all’ attenzione del Ministro e del Parlamento come il persistente divieto previsto dall’ art. 13 co. 2 Dlvo 160 del 2006  di destinare  i magistrati ordinari di prima nomina  non solo agli uffici di Procura  ma anche allo svolgimento di funzioni giudicanti monocratiche penali ha comportato e comporterà  anche nell’ immediato  futuro da un lato il rischio di vedere vuoto il banco del Pubblico ministero in tante aule di udienza ( e non solo nel Sud del paese come gli esiti dei concorsi del 2010 confermano ) dall’ altro l’ insorgere di complessi  problemi organizzativi per quegli uffici giudicanti di ridotte dimensioni  ove sono proprio i “ giudici ragazzini “ , definizione destinata a chi conserva il vizio della memoria , ossia quelli di prima nomina , ad essere chiamati , con la loro preparazione e con il loro entusiasmo , ad amministrare giustizia .
A fronte di questi dati e di queste emergenze  il  Consiglio , sempre nello spirito di leale e costruttiva collaborazione che ne contraddistingue l’ operare , non può quindi che riproporre  con forza la richiesta ( più volte reiterata in apposite delibere fin dal 1991 e da ultimo in quella del 13 Gennaio  2010 ) di affrontare con determinazione , secondo modelli e criteri più aderenti alle realtà delle diverse zone del Paese , il tema  della revisione delle circoscrizioni giudiziarie, la cui attuale geografia – risalente alla impostazione dello stato sabaudo – e caratterizzata dalla capillare diffusione sul territorio di Tribunali con organici ridotti , è chiaramente superata e tale da incidere negativamente sulla funzionalità complessiva del sistema giustizia.
E’ consapevole il Consiglio della diversa opinione in materia rappresentata dal Ministro della Giustizia ad esempio  nel corso di un question-time innanzi  la Camera dei Deputati nel febbraio del 2009 e  tuttavia mi permetto di leggere testualmente queste considerazioni :  “ Il principale tema da approfondire , alla ricerca di maggiore efficienza nella spesa per la giustizia riguarda la dimensione degli uffici giudiziari “. E ancora : “ L’ attuale struttura territoriale dei Tribunali civili è caratterizzata da un numero eccessivo di uffici giudiziari di dimensioni troppo limitate . E’ opportuna una revisione della geografia giudiziaria volta ad accorpare gli uffici di minori dimensioni … La produttività del magistrato risulta infatti crescente al crescere delle dimensioni del Tribunale in cui opera e questo effetto è da attribuire oltre a diversi fattori organizzativi ( migliore gestione del personale e delle attrezzature ) a rilevanti economie di specializzazione “.
Non si tratta di passaggi tratti da una delle tante delibere sul tema approvate dal Csm dal 1991 ad oggi , bensì di stralci delle considerazioni contenute nella relazione concernente “ La revisione della spesa pubblica – rapporto 2008 “  depositata il 12 giugno di quell’ anno dalla apposita Commissione tecnica istituita presso il Ministero dell’ Economia e delle Finanze . A conferma dell’ essere in presenza di un tema  certo politicamente difficile ma non più eludibile , non solo per il Consiglio Superiore della Magistratura.
 
Vi è poi in tutti gli operatori del diritto piena consapevolezza del nesso esistente   tra processi di informatizzazione dei servizi giudiziari da un lato ,  organizzazione degli uffici e dei servizi , forme, contenuti e  tempi della funzione giurisdizionale dall’ altro. Basti pensare ai grandi vantaggi che deriverebbero al sistema processuale civile dalla possibile effettiva introduzione del processo civile telematico in tutto il territorio nazionale e non solamente in alcuni distretti o circondari come è nella realtà odierna : è infatti noto che , anche grazie alla condivisione dei fini e all’ apporto economico del Consiglio dell’ Ordine degli avvocati di Milano , circa l’ 80% degli atti telematici e delle notifiche telematiche a livello nazionale negli ultimi due anni siano relativi al solo distretto di Milano , visto  che il Ministero  ha nella sostanza preferito  ripiegare sulla PEC (posta certificata) come strumento di collegamento fra utenti e uffici giudiziari.
Così come vi è un nesso evidente tra informatizzazione ,  carichi di lavoro degli uffici e dei magistrati ,   ragionevole distribuzione degli uffici e del personale sul territorio, rilevazione di dati corretti per adeguate valutazioni di professionalità , valutazione del grado di organizzazione ed efficienza dei singoli uffici .
In questo senso va evidenziato come la VII commissione ha chiesto e ottenuto l’ apertura di una pratica relativa ad un Protocollo d’ intesa con il Ministero della Giustizia con riferimento alla raccolta o all’ utilizzo dei  dati statistici relativi agli uffici e ai servizi giudiziari . Analogo protocollo è stato firmato con il Ministero della Pubblica amministrazione  e della innovazione . E’ bene riconoscere questi dati ma è altrettanto evidente che ciò non è  sufficiente . Anche dalla prospettiva del CSM e sulla base delle realtà profondamente diverse tra i vari distretti nazionali , la digitalizzazione della giustizia è ben lungi dall’ essere stata realizzata .  Vanno poste in evidenza alcune evidenti criticità : il necessitato ruolo di volontarismo che ha retto l’ iniziativa operosa in molti uffici , le grandi differenze di strumenti e programmi nelle varie zone del territorio nazionale  , la penuria – anche in confronto degli altri paesi europei a noi vicini - di risorse finanziarie di cui evidente testimonianza è lo sventato rischio – almeno per il momento – di paralisi dell’ assistenza informatica per tutto il 2011 . 
Ciò impone al Csm di intrattenere una costante interlocuzione con il ministro della Giustizia per una specifica e precisa valutazione della situazione attuale , di quanto è in programma , quali le risorse – finanziarie e umane – con le quali si intende affrontare questo grande tema , assolutamente decisivo per il futuro della nostra Giustizia . Il tutto in un trasparente percorso comune di  collaborazione istituzionale ma con una precisa ripartizione di compiti e responsabilità.

In questa ottica va letta l’ attività della neonata Sto presso la VII commissione , che già allo scadere della precedente consiliatura ha proceduto ad una prima ricognizione delle buone prassi diffuse negli uffici giudiziari con l’ obiettivo della loro catalogazione . Il lavoro è proseguito in VII commissione con la individuazione di sette grandi gruppi di “ buone prassi “ ( da quelle relative al flusso telematico di dati con soggetti abilitati a quelle volte a incidere sulla organizzazione quotidiana del lavoro ; da quelle orientate a consentire l’ abbattimento di specifiche aree della pendenza dell’ ufficio a quelle volte a sviluppare soluzioni organizzative come i cd protocolli di udienza condivisi con l’ Avvocatura ) .
Al momento è dunque in fase di realizzazione la creazione , presso il Consiglio , di una vera e propria banca dati informatica delle buone prassi nella giustizia italiana , con l’ evidente intenzione di facilitarne la diffusione negli uffici omologhi sull’ intero territorio nazionale .
 
Da ultimo qualche considerazione circa la questione della nomina dei Dirigenti Giudiziari che costituisce da sempre un momento importante della credibilità del Consiglio Superiore tanto da rendere in tal senso attuale “  la questione morale “ anche all’ interno dell’ organo di autogoverno.
La consiliatura è appena all’ inizio , ma sono stato autorizzato ad assumere l’ impegno a nome di tutti i componenti del Consiglio ( e in primo luogo gli eletti dai magistrati e soprattutto mio personale )  di rifiutare come criterio non detto delle decisioni in materia quello della appartenenza ad uno piuttosto che all’ altro dei gruppi associativi e altresì quello di rifiutare qualsiasi sollecitazione proveniente dall’ esterno del Consiglio , nella consapevolezza che su questo punto si gioca la credibilità della istituzione agli occhi dei cittadini e dei magistrati.
L’ obiettivo , però , sarà più ragionevolmente raggiungibile ( e gli esiti più correttamente contestabili , laddove necessario ) quanto più puntuale sarà l’ apporto dei Consigli Giudiziari e dei Dirigenti degli uffici , sui cui pareri si fondano le decisioni del Consiglio superiore per la selezione e nomina dei dirigenti. Segnali positivi in questo senso cominciano a pervenire da alcuni degli organi periferici del governo autonomo , con l’ esplicazione concreta dei poteri-doveri  di vigilanza , pareri non standardizzati , parametri di valutazione ancorati a dati oggettivi spesso frutto anche di approfondite istruttorie. E’ auspicabile che questa “ buona prassi “ si estenda a tutto il territorio nazionale , anche qui in una corretta ripartizione di competenze e responsabilità tra il CSM da un lato , CG e Dirigenti degli Uffici dall’ altro , con un denominatore comune : rispetto delle regole, coerenza e trasparenza nelle decisioni , consapevolezza del servizio da rendere in primo luogo nell’ interesse del complessivo sistema Giustizia e , dunque , dei cittadini.
A conclusione di questo mio intervento vorrei dire che il cuore , l’ impegno , lo spirito di sacrificio e anche la fantasia dei magistrati italiani e del personale che con essi collabora in uno con il prezioso apporto della Avvocatura sono presupposti  imprescindibili ma certamente da soli non più sufficienti. Occorre che , ciascuno per la sua competenza , si impegni per le vere  riforme, quelle in grado di dare maggiore efficienza al servizio giustizia , condizioni di lavoro dignitose per i magistrati italiani e per tutti gli altri operatori de diritto e , conseguentemente , un sistema di Giustizia all’ altezza delle giuste aspettative dei cittadini .
Perché possa avverarsi – nella rispettosa diversità dei tempi - l’ auspicio di un indimenticato   Vicepresidente del Csm , Vittorio Bachelet : “ …credo che nonostante tutte le difficoltà ci sia la possibilità di un futuro migliore per la vita del nostro paese e per la vita delle nostre istituzioni “.

Ringrazio per l’ ascolto
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello Caltanissetta
Intervento del dott. Roberto Rossi
Consiglio Superiore Magistratura



Signor Presidente della Corte,
Signor Procuratore Generale,
Colleghi, Avvocati e cittadini tutti,



mi onoro qui di rappresentare l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura che la Costituzione ha posto a tutela della indipendenza di ogni giudice e pubblico Ministero.
Mi rivolgo a voi con umiltà, emozione e gratitudine. Parlando in terra di Sicilia non si può non evocare l’amore che per questa terra hanno avuto i magistrati. Amore fino alla morte  e amore più forte della pulsioni di morte della criminalità organizzata.
Per questo sento il dovere di ringraziare prima di tutto tutti i giovani magistrati che da decenni si sono presi carico –insieme con altri- della fatica della giurisdizione in questa terra. Si sono presi carico della sofferenza dei cittadini, si sono presi carico delle ansie di giustizia, si sono presi carico della tutela dei più deboli vittime della prepotenza della criminalità organizzata. Con passione, professionalità, coraggio. Spesso lontano da casa e dai loro affetti. Grazie.
Eppure nefasti interventi normativi ha considerati i giudici ragazzini inidonei a svolgere l’attività di Pm e di giudice monocratico. A volte anche il CSM non li ha considerati per il loro contributo. Per questo, con umiltà nei loro confronti, mi permetto di ringraziarli e di chiedere perdono se il Consiglio non sempre è stato all’altezza dei problemi.
Un grazie anche a tutti i cittadini, gli studenti, gli imprenditori economici che con la loro coraggiosa battaglia per il rispetto delle leggi, rendono viva la speranza di un riscatto del nostro SUD dalle tante catene.
Il frutto di questa fatica e della fatica di tutti i magistrati e operatori del diritto (avvocati, personale di cancelleria, forze dell’ordine)  appare evidente nella relazione del Presidente di Corte. I numeri indicano una produttività capace di far fronte e di ridurre l’enorme massa di sopravvenienze. Inoltre questo paese deve essere grato alla magistratura di questo distretto  per la caparbia volontà –nonostante i spaventosi vuoti di organico- di fare luce sulle stragi mafiose. La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita. (Mahatma Gandhi)
Tutto questo però rischia di diventare retorica se non si comprende che un sistema funziona, non per la volontà indomita delle persone, ma per una efficiente organizzazione.


Un prima regola elementare di un sistema efficiente è la motivazione del personale.

Per poter seriamente far fronte alla criminalità organizzata non è sufficiente catturare i latitanti e dare norme per sequestrare i patrimoni. Occorre un sistema giustizia che condanni i criminali colpevoli e emetta sentenze giuste di confisca.
Eppure da anni assistiamo a esponenti politici di governo che sistematicamente insultano il personale amministrativo definendolo fannullone. Dimenticando che il personale si motiva incentivandolo e formandolo.
Da anni assistiamo a esponenti politici di governo che sistematicamente insultano i magistrati definendoli assassini, associati a delinquere.
Dimenticano che “il giudice individuale e la magistratura nel suo complesso non possono funzionare in modo effettivo senza la fiducia pubblica. La fiducia popolare nella magi¬stratura rappresenta una condizione indispensabile per il corretto espletamento del ruolo del giudice. Poiché quest'ultimo non porta né la spada né il borsellino, egli dipende esclusivamente dalla fidu¬cia del pubblico.
Naturalmente, in questo contesto, la fiducia non equivale al consenso nei confronti delle decisioni sostanziali della magistra¬tura. In modo abbastanza ovvio, il giudice potrà decidere — come è suo dovere — in maniera non conforme all'opinione prevalente riguardo a una certa questione. Invece, la considerazione popolare nella magistratura implica la fiducia nell'equità, nell'imparzialità e nella neutralità del magistrato. Essa fa riferimento alla confidenza nell'integrità morale del giudice, piuttosto che alla tendenza di que¬st'ultimo a concordare con il pubblico in generale su una data que¬stione. Essa implica e richiede la ferma convinzione dei cittadini che il giudice non è» in alcuna circostanza, parziale; il suo solo fine do¬vendo essere la protezione della legge, non il suo potere o il suo pre¬stigio. (AHARON BARAK Presidente della Corte Suprema d'Israele)”
Per questo il CSM continua a credere alle pratiche a tutela in quanto solo un organo imparziale può ripetere ai cittadini: abbiate fiducia nella Magistratura.

Un seconda regola elementare di un sistema efficiente è la possibilità di gestire il personale.

Non chiediamo questo per noi ma per i cittadini.
Il miglioramento del servizio giustizia richiede un esaurimento del processo rispettoso dei tempi prefissati dalla legge e, in linea generale, del principio costituzionale ed internazionale di durata ragionevole del processo.
La responsabilità del buon funzionamento della giustizia, nel nostro assetto costituzionale, è affidata al binomio CSM - Ministro della Giustizia. Ognuno alla sua responsabilità.
Ridare efficienza e credibilità al servizio giustizia è l'auspicio che viene dalla stessa magistratura e richiede una corretta assunzione di responsabilità, di fronte al Paese, a partire dal Consiglio ma, è una assunzione di responsabilità che si chiede al Ministro della giustizia, nostro interlocutore diretto e suo tramite al Governo e al Parlamento.
La sola rivendicazione di maggiore produttività degli uffici giudiziari e dei magistrati italiani appare sempre più insufficiente e smentita dai dati nazionali e dalla comparazione con i dati degli altri Paesi (fonte CEPEJ 2010) che attestano la buona produttività dei singoli magistrati italiani, pur a fronte di un ridotto "tasso di liquidazione dell'arretrato" per cause risalenti a disfunzioni dell'intero sistema giudiziario.
Occorre affrontare alcuni snodi fondamentali uscendo dalla logica degli interventi urgenti ed emergenziali per ricercare soluzioni strutturali, organiche e definitive in un'ottica di razionalizzazione del sistema. Non servono di nuovo leggi sull’ordinamento oppure nuove leggi processuali che aggravano la situazione degli uffici (vedi proposta di legge sulle intercettazioni). E' noto a tutti gli operatori della giustizia che l'attuale geografia giudiziaria italiana è storicamente superata non solo perché risalente all'impostazione dello stato sabaudo, ma essenzialmente perché, sul piano metodologico, la rideterminazione delle circoscrizioni giudiziarie va realizzata secondo modelli e criteri nuovi e più aderenti alle realtà delle diverse zone del Paese.
La mera revisione delle piante organiche dei singoli uffici, nella componente magistratuale e del personale delle cancellerie (discorso a parte va fatto per il personale informatico e statistico), è largamente insufficiente per la sua episodicità. La distribuzione delle risorse umane non può essere condizionata da una pregiudiziale ed aprioristica affermazione di accettabilità o, addirittura, di sovradimensionamento delle odierne piante organiche, bensì deve costituire il risultato dell'applicazione di moderne tecniche di scienza dell'organizzazione e dell'amministrazione in un'ottica di sapiente sinergia con l'informatizzazione dei servizi giudiziari.
Il Consiglio, quindi, ripropone con forza la richiesta di affrontare con determinazione il tema della revisione delle circoscrizioni giudiziarie, la cui ponderata soluzione può offrire un contributo rilevante sulla funzionalità complessiva del sistema giustizia.

Altro punto essenziale è dare la possibilità concreta al CSM e ai capi degli uffici di poter –nel rispetto delle regole del giudice naturale- utilizzare tutto i magistrati nei diversi ruoli. Non ha alcun senso la sfiducia verso i nuovi magistrati che la legge resi strutturalmente e genericamente inidonei ad alcuni ruoli. Lo svuotamento delle Procure e l’impossibilità di utilizzo dei magistrati appena arrivati in ruoli monocratici impedisce una seria organizzazione degli uffici. Si deve quindi richiedere ad alta voce l’abrogazione dei divieti normativi riguardanti i magistrati in prima assegnazione.

Anche qui il Consiglio deve fare comunque la sua parte per incentivare l’arrivo in questo distretto di magistrati professionalmente validi da altre parti d’Italia. Bisogna inventare quindi nuove forme elastiche che –pur nella consapevolezza che il 15% di carenza di organico crea la sindrome della coperta corta- rendano possibili scambi di personale della magistratura. Un piccolo passo il CSM lo ha fatto modificando la propria disciplina secondaria permettendo le applicazioni extradistrettuali anche con scoperture dell’ufficio di provenienza superiori del 20%. In questo modo una collega è stata applicata alla Procura del Tribunale di Gela. Un piccolo passo a cui se ne aggiungeranno altri. Ma ogni grande cammino inizia sempre con un piccolo passo.

La terza regola elementare di un sistema efficiente è l’utilizzo di utili progetti di informatizzazione delle procedure.

I processi di riorganizzazione e informatizzazione in atto impongono una approfondita riflessione sull'impatto che essi stanno determinando sulla giurisdizione e sull'organizzazione del lavoro del magistrato. Con equilibrio e corretta collaborazione istituzionale è tempo che si dia atto che il mondo della giustizia, sotto questo profilo, è già cambiato e continua a mutare con una costante emersione di maggiori livelli di organizzazione ed innovazione che coinvolgono sempre più ampi settori della magistratura e degli uffici giudiziari.
Va riconosciuto l'impegno del Ministero della Giustizia e il contributo delle iniziative offerte e realizzate anche di recente dal Ministero della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione, per il raggiungimento di questo risultato. Ma non è ancora sufficiente.
Vi deve essere piena consapevolezza del nesso tra processi di informatizzazione e organizzazione dei servizi e forme, contenuti e i tempi specificamente propri della funzione giurisdizionale nei suoi diversi aspetti. Così come vi è un nesso tra informatizzazione e carichi di lavoro degli uffici e dei magistrati anche come conseguenza di una non ragionevole distribuzione degli uffici e del personale sul territorio. La necessaria sinergia tra giurisdizione e tecnica gestionale e tra pianificazione ministeriale e auto progettazione a livello locale deve sviluppare una proficua collaborazione tra Ministero ed uffici giudiziari che si traduca in una corretta tendenza a coniugare centralità e stimolo alla motivazione a livello locale e sperimentale.
Il ruolo che il Consiglio rivendica con forza e chiarezza, in questo inizio di anno giudiziario, è la funzione di interprete dei bisogni e delle esigenze della magistratura - sui temi di organizzazione e di innovazione - sottolineando i risultati di grande importanza raggiunti in molti uffici anche grazie alla intelligenza di molti magistrati ed operatori amministrativi oltre al contributo dell'avvocatura e delle amministrazioni locali.
Qui il CSM sta facendo la sua parte creando una gestione informatica dei dati statistici in modo da realizzare finalmente quella  misurazione dei carichi di lavoro che costituisce la base di una organizzazione del servizio giustizia.
Vanno però poste in risalto alcune criticità evidenti: il necessitato ruolo di volontarismo che ha retto l'iniziativa operosa in molti uffici e la penuria di risorse finanziarie, di cui evidente testimonianza è lo sventato rischio di paralisi dell'assistenza informatica per tutto il 2011.
La generale preoccupazione che gli effetti della crisi economica e finanziaria del 2009-2010 possa rallentare significativamente il ritmo dei finanziamenti delle grandi riforme strutturali del sistema giudiziario si accompagna alla convinta affermazione che la de-materializzazione e l'informatizzazione sicuramente incidono sulla resa di giustizia, ma non costituiscono una diretta e risolutiva relazione di causa - effetto sulla eliminazione dell'arretrato, sulla ragionevole durata del processo e sulla garanzia di tutela della qualità della decisione.
Ciò impone la richiesta di una costante interlocuzione del Consiglio con il Ministro della Giustizia per una specifica valutazione di quanto è stato fatto, di quanto è in programma e delle risorse, finanziarie ed umane, con le quali si intende affrontare il grande tema in oggetto, con la volontà e lo scopo di definire un piano ed un percorso comune di istituzionale collaborazione ma con una precisa ripartizione dei rispettivi compiti e responsabilità.

Ultima regola: un buon ufficio necessita di un buon capo.

La questione della nomina dei Dirigenti giudiziari è sempre stata una delle più dibattute tra i magistrati e dall'opinione pubblica. Essa costituisce un momento importante della credibilità del Consiglio Superiore.
Negli ultimi anni numerose decisioni del Consiglio Superiore in materia sono state impugnate dai magistrati interessati soccombenti nella procedura concorsuale di nomina.
La ricorribilità dei provvedimenti del CSM davanti al Giudice Amministrativo costituisce garanzia indefettibile nei confronti di ciascun magistrato e della sua indipendenza e il Consiglio Superiore ha il dovere di rispettarne la decisione, sempre che l'intervento del giudice amministrativo non esorbiti dai limiti del doveroso controllo di legittimità configurando improprie sostituzioni nelle scelte di merito. Occorre, in particolare, evitare che vi sia un superamento dei limiti propri della funzione giurisdizionale e un'invasione del campo della scelta nel merito riservata al CSM in forza di una specifica norma costituzionale, l'art. 105, in tema di provvedimenti riguardanti i magistrati e tra essi la nomina dei Dirigenti. Proprio la natura costituzionale della norma che attribuisce al CSM il potere di nomina dei dirigenti configura in modo peculiare la delicata questione dei limiti della giurisdizione amministrativa rispetto al modo con cui si pone in generale rispetto ad atti e provvedimenti di altri organi della pubblica amministrazione, risolvendosi l'eventuale indebita invasione nella scelta di merito in un pregiudizio alla posizione di rilievo costituzionale del CSM. Per questo il CSM ha ritenuto di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione per meglio definire i limiti del sindacato sulle proprie decisioni.
Al di là di questa specifica questione il Consiglio si ritiene impegnato in tutti i suoi componenti a migliorare tutti gli aspetti del procedimento che porta alla nomina di un Dirigente giudiziario, a partire dalla ridefinizione in termini più chiari e certi degli elementi da prendere in considerazione secondo i parametri e gli indicatori fissati dalla legge per la valutazione della professionalità sino alla definizione di adeguate modalità di redazione dei provvedimenti consiliari che diano conto in modo esauriente delle ragioni della specifica decisione.
Per raggiungere l'obbiettivo di decisioni correttamente ed esaurientemente motivate, capaci dunque di resistere agli eventuali ricorsi, è necessario l'apporto degli organi periferici del governo autonomo, Consigli giudiziari e Dirigenti degli uffici. Invero, le decisioni del Consiglio in particolare in materia di selezione e nomina dei Dirigenti si fondano sui pareri dei Consigli giudiziari e sui rapporti dei Dirigenti. E' dunque l'intero circuito del governo autonomo che è chiamato in causa nella questione di cui si tratta. Serve il superamento definitivo di un sistema di valutazione che si è rivelato nel corso degli anni in via generale inadeguato alla descrizione dell'effettiva professionalità del magistrato. Dai Dirigenti e dai Consigli Giudiziari si pretendono rapporti e pareri che riferiscano fatti verificati a sostegno delle valutazioni esposte e non affermazioni più o meno aggettivate sulle qualità.
Infine, i componenti del Consiglio, in primo luogo gli eletti dai magistrati, assumono l'impegno di rifiutare come criterio non detto delle decisioni in materia quello dell'appartenenza ad uno piuttosto che ad un altro dei gruppi associativi e altresì quello di rifiutare qualsiasi sollecitazione proveniente dall'esterno del Consiglio, nella consapevolezza che su questo punto si gioca la credibilità dell'istituzione agli occhi dei cittadini e dei magistrati.

Infine mi piace riprendere la conclusione del discorso di inaugurazione del primo presidente della Corte di Cassazione Ernesto LUPO, il quale –citando Luigi Ferrajoli- ha auspicato «un giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione».
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Confessione

Inaugurazione anno giudiziario 2011

Di fronte ai pannelli dedicati a
Emilio Alessandrini, Guido Galli, Giorgio Ambrosoli e Fulvio Croce


ANM Trentino Alto Adige
 


Sono un magistrato italiano ed oggi rappresento molti altri magistrati, come me.

A nome mio ed a nome loro, oggi, finalmente, confessiamo.

Confessiamo di essere effettivamente degli eversori, come qualcuno ritiene. Applichiamo, infatti, le regole della nostra Costituzione e delle nostre leggi con la stessa imparzialità ed impegno agli immigrati clandestini ed ai potenti, agli emarginati ed a coloro che gestiscono le leve della finanza, della politica, dell’informazione. E’ vero, siamo degli eversori perché, insieme a CALAMANDREI, riteniamo la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Questo, oggi, vuol dire essere eversori.

Confessiamo di essere veramente, come è stato sostenuto, disturbati mentali, perché solo chi è tale continua a credere nel servizio giustizia, quando non sai se il giorno dopo ci sarà qualcuno che presterà assistenza al tuo computer, quando vedi che gli indispensabili collaboratori che vanno in pensione non sono  sostituiti, quando per poter lavorare condividi stanze anguste con colleghi o assistenti, quando in ferie scrivi sentenze o prepari provvedimenti, quando, nonostante ciò, sei accusato di protagonismo e di perder tempo in conferenze o convegni.

Confessiamo di non poter sempre soddisfare l’opinione pubblica se la Costituzione e le leggi ce lo vietano,  perché assolviamo chi riteniamo innocente anche se ciò non porta consensi,  condanniamo chi riteniamo colpevole sulla base della rigorosa valutazione delle prove anche quando i sondaggi, veri o falsi che siano, non ci confortano, e valutiamo la responsabilità dei singoli anche quando chi governa  vorrebbe una risposta dura, anche a scapito del singolo, a fenomeni di violenza collettiva.

Confessiamo, è vero, di sovvertire il voto degli italiani perché avendo giurato sulla Costituzione Repubblicana,  riteniamo, con Einaudi, che quella Costituzione imponga  ai magistrati di utilizzare i freni che “hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti, scelti dalla maggioranza degli elettori. Quei freni che “tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti  agirebbe in suo nome”, quei freni che impongono la disapplicazione delle leggi in contrasto con le norme europee o l’incostituzionalità  quando violano norme di diritto internazionale.

Confessiamo di essere politicizzati e non vogliamo essere apolitici come dichiaravano di esserlo  la maggioranza dei magistrati fascisti o i magistrati iscritti alla P2 o i magistrati che per avere qualche posto direttivo o semidirettivo si appoggiano a potenti o faccendieri di turno, frequentano salotti buoni, fanno la telefonata agli amici o utilizzano il loro ruolo per avere sconti, gadget, ingressi o servizi gratuiti. Siamo politicizzati e vogliamo esserlo perché applichiamo la legge con il giusto rigore anche a chi governa, a chi potrebbe favorirci, consapevoli che saremmo apolitici solo se non disturbassimo le classi dirigenti, le élite al potere che vogliono essere al di sopra delle regole.

Confessiamo anche di fare proselitismo della nostra eversione, raccontando in Italia ed all’estero le ragioni della nostra autonomia e della nostra indipendenza, i motivi per cui riteniamo che nel nostro paese, oggi più di ieri, quell’assetto costituzionale della magistratura sia essenziale per evitare che gli interessi di parte prevalgano sempre e comunque sugli interessi della collettività, perché l’Italia non possa permettersi un diverso assetto della magistratura quando tra i suoi rappresentanti in Parlamento o negli enti locali siedono condannati per reati gravissimi e la giustizia sia terreno di aggressioni inimmaginabili per gli altri paesi democratici.

Confessiamo, una volta per tutte, di essere toghe rosse; siamo rossi, rubando ancora una volta le parole a Piero CALAMANDREI, “perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria”; siamo rossi anche se non sappiamo cosa ciò esattamente significhi, perché per noi il rosso è principalmente il sangue dei colleghi uccisi per il loro lavoro

Confessiamo anche di avere dei correi, il personale amministrativo senza il quale non potremmo commettere da soli le nostro colpe; molti di loro condividono la nostra eversione ed i nostri disturbi mentali se è vero che accettano di svolgere lavori superiori alle loro mansioni ed al loro stipendio, condividono le nostre stesse stanze anguste, le nostre incertezze sul futuro dei progetti organizzativi ministeriali.

Ci spiace confessare che anche numerosi appartenenti alle forze dell’ordine, incredibilmente, ritengono, come noi, che nessuno sia sopra la legge e vedendoci lavorare quotidianamente si rendono conto che l’eversione di molti di noi è uguale alla loro: rendere alla collettività il servizio per il quale siamo pagati, senza concedere che qualcuno possa stare al di sopra delle regole.

Confessiamo, infine, che per noi il 29 gennaio è la data in cui ricordiamo Emilio Alessandrini, Pubblico Ministero a Milano che oggi, 32 anni fa, veniva ucciso dagli eversori, quelli veri, quelli che al posto della nostra arma, la Costituzione, utilizzavano le pistole. Mi piacerebbe, sig. Presidente, che al termine del mio intervento non vi fossero applausi, rituali o spontanei, formali o calorosi che siano, ma il silenzio, magari in piedi, dedicato al collega ucciso dai terroristi, affinché la sua memoria ci illumini oggi e, ancor di più, da domani.

Pasquale Profiti
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Di Loredana Morandi (del 29/01/2011 @ 19:43:50, in Magistratura, linkato 2288 volte)
http://www.giustiziaquotidiana.it/public/Patto_Giustizia.jpg


ANNO GIUDIZIARIO TORINO: CASELLI,
SOLO IN ITALIA SI ACCUSA MAGISTRATURA

 

(ASCA) - Torino, 29 gen - La misura e' colma. Lo ha esclamato il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli all'inaugurazione dell'Anno giudiziario di Torino ricordando che ''nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che per fare il magistrato bisogna essere malati di mente'' e ha aggiunto ''nessun leader democratico al mondo ha mai osato parlare di complotto giudiziario ordito ai suoi danni da magistrati indicati come avversari politici. Solo in Italia - ha aggiunto - si lanciano accuse contro la magistratura''.  eg/mcc/alf


TORINO: CALIENDO, DA CASELLI INTERVENTO ESAGERATO
 
(ASCA) - Torino, 29 gen - ''Credo che sia un'esagerazione l'intervento del procuratore Caselli''. Cosi' il sottosegretario Giacomo Caliendo replica a al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli che oggi ha svolto un duro intervento sulle posizione del premier sulla giustizia.
Esagerato, spiega Caliendo ''per una sola ragione: il presidente del Consiglio non si lamenta delle iniziative giudiziarie che poi hanno portato alla sua assoluzione in passato, ma si lamenta come ho detto nel mio intervento (oggi a Torino, ndr) di un'interpretazione di norme pacifiche a cui viene data un'interpretazione diversa in questa vicenda milanese. La prevedibilita' della decisione attiene anche alla prevedibilita' dell'interpretazione - aggiunge Caliendo - Allora anche quando si assumono iniziative giudiziarie in contrasto con quella che e' l'interpretazione prevalente e' evidente che si possano avere determinate posizioni di scontro che molte volte possono essere criticate''. eg/mcc/ss


ANNO GIUDIZIARIO MILANO: TARANTOLA,
TUTTI UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE

 

(ASCA) - Milano, 29 gen - Non ha mancato di fare un riferimento al principio sancito dall'art. 3 della Costituzione sull'''uguaglianza di tutti di fronte alla legge'' il presidente facente funzione della Corte d'appello di Milano, Giuseppe Tarantola, durante il suo intervento alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Un evidente riferimento al nuovo scontro tra mondo politico e magistratura dovuto soprattutto agli sviluppi dell'inchiesta in corso a Milano sul cosiddetto caso Ruby che vede tra gli altri indagati anche il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.
Tarantola si e' anche soffermato sul ''costante ritardo'' della giustizia, un problema a suo giudizio dovuto soprattutto alle ''carenze di organico del personale di cancelleria e dei magistrati'' che ''genera pendenze di anno in anno sempre maggiori''. L'effetto principale, secondo il presidente facente funzioni della Corte d'Appello di Milano, e' che il processo penale ''non e' in grado di conseguire il suo scopo fondamentale: quella dell'accertamento nel merito della domanda di giustizia''.
Un miglioramento, ha sottolineato ancora Tarantola, e' possibile, ma ''si avra' soltanto quando sara' compreso il vero valore della giurisdizione'' e saranno destinati ''mezzi adeguati perche' il servizio giustizia venga reso in tempi ristretti nel rispetto dei principi di indipendenza e di uguaglianza di tutti di fronte alla legge''. fcz/mcc/ss



ANNO GIUDIZIARIO GENOVA: TORTI,
RIFORMA GIUSTIZIA INEFFICACE



(AGI) - Genova, 29 gen. - "La riforma della giustizia anche in questa legislatura costituisce un punto centrale. E, pero', il relativo dibattito politico sembra essenzialmente e ostinatamente ruotare intorno a temi che riguardano lo statuto del giudice, o che comunque poco o nulla hanno a che vedere con i'efficienza del sistema giudiziario". E' questo il commento alla riforma della giustizia di Mario Torti, presidente della Corte d'Appello di Genova, pronunciato durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario al tribunale del capoluogo ligure. "Si continua cosi' a discutere sulla necessita' di riformare il Csm, soprattutto con riferimento al suo sistema elettorale - prosegue Torti - di prevedere anzi due distinti Csm per i giudici e per i pm, di individuare diversamente il giudice competente per la responsabilita' disciplinare dei magistrati, di separare le carriere all'interno della magistratura tra giudicanti e requirenti; di intervenire sull'obbligatorieta' dell'azione penale e sul sistema delle immunita'. Non una di queste riforme e' in grado di incidere minimamente sul concreto svolgimento delle attivita' processuali".
  Ogni riforma secondo Torti "servirebbe a ben poco - dice - infatti i problemi, di enorme portata, nascono in realta' dall'abissale differenza che esiste fra le norme che disciplinano i procedimenti nel nostro Stato e quelle che disciplinano i procedimenti negli altri Stati europei".
  Mario Torti indica una parziale soluzione del problema giustizia in "una gestione responsabile del processo e dell'udienza - dice - l'accorpamento dei ricorsi omogenei e seriali, la riassegnazione delle cause rimaste ferme o piu' urgenti, l'utilizzo piu' coraggioso della condanna alle spese processuali". (AGI) Ge1/Mav/Dma


ANNO GIUDIZIARIO VENEZIA: CALOGERO,
POLITICA RISCOPRA ARTE BUON GOVERNO



(ASCA) - Venezia, 29 gen - ''La politica ha in se' la capacita' di rinnovarsi e riscoprire l'arte del buon governo nel rispetto della legge e al servizio del cittadino''. Lo ha detto procuratore generale presso la Corte d'appello di Venezia, Pietro Calogero, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, presenti, fra gli altri, il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, il patriarca di Venezia, Cardinale Angelo Scola, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Giorgio Orsoni. Calogero ha sottolineato, tra le cause di disagio nella gestione della giustizia, ''la perdurante inerzia del Governo''.
Approfondendo, il pg di Venezia ha o'amentato l'aumento esponenziale delle notizie di reato che non giungono a verifica investigativa, ''per eccedenza di carico'', l'''abnorme'' numero di processi estinti per prescrizione, circa il 20% e i tempi eccessivamente lunghi nella risposta alle domande di giustizia. fdm/mcc/ss


ANNO GIUDIZIARIO FIRENZE: PG,
SEQUESTRO MENARINI PRIMATO IN ITALIA

 

(ASCA) - Firenze, 29 gen -''Quando si profilano enormi profitti illeciti nell'ambito della salute dei cittadini non si puo' che restare colpiti e allarmati, tanto piu' quando, come in questo caso, sia stato operato un sequestro, confermato dal giudice, per l'equivalente di oltre un miliardo e 200 milioni di euro, che costituisce senz'altro un primato nella storia giudiziaria italiana''. Lo ha detto il procuratore generale della Toscana Beniamino Deidda, a proposito dell'inchiesta della Procura di Firenze sulla Menarini. Una ''vicenda - ha rilevato - che ha allarmato non poco l'opinione pubblica'' perche' ha riguardato ''la piu' grande azienda farmaceutica italiana, a carico della quale le indagini hanno ipotizzato l'illecita creazione di fondi neri all'estero e condotte fraudolente che hanno inciso per anni sulla politica nazionale del prezzo dei farmaci''.
Deidda ha anche ricordato le indagini sugli appalti nei grandi eventi, partite proprio dalla Procura di Firenze, che l'opinione pubblica ha seguito ''con sconcerto'' e in cui ''tre importanti funzionari pubblici sono accusati di aver costituito una catena di comando assai potente dotata di enormi capacita' di spesa che utilizzavano con criteri del tutto arbitrari, approfittando delle deroghe presenti nella disinvolta legislazione vigente''.
La Procura di Firenze, nel periodo 1/7/2009-30/6/2010 ha iscritto 23.166 procedimenti contro noti, di cui 21.978 sono stati definiti, e 18.723 contro ignoti (rispetto ai 16.979 dell'anno precedente).
Deidda ha anche ricordato l'inchiesta sul disastro ferroviario di Viareggio, affermando che la Procura di Lucca ha operato con ''sollecitudine e con una dedizione e una professionalita' che meritano la gratitudine di tutti''. afe/mcc/ss


ANNO GIUDIZIARIO L'AQUILA: CANZIO,
218 INCHIESTE PER CROLLI TERREMOTO

 

(ASCA) - L'Aquila, 29 gen - Sulle 218 inchieste aperte dalla procura della Repubblica dell'Aquila in relazione ai crolli del terremoto del 6 aprile del 2009 e' ''doveroso richiamare l'assoluta necessita', per i dirigenti e i giudici del Tribunale dell'Aquila, di predisporre tempestivamente la razionale organizzazione di siffatti processi, onde prevenire il rischio di indebiti rinvii, lentezze procedurali, soluzioni di continuita' per eventuali incompatibilita' o contraddittorieta' delle soluzioni, in vista dell'obiettivo di un pronto e imparziale accertamento dei fatti e nel rispetto di adeguate previsioni tabellari''. Lo ha sottolineato il presidente della Corte d'Appello, Giovanni Canzio, nel corso della sua relazione sull'amministrazione della giustizia in Abruzzo in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario.
Canzio ha spiegato che la Procura aquilana ''ha affrontato e sta conducendo, con il deposito delle ultime consulenze, i diversi filoni di indagine sulle responsabilita' individuali.
In relazione ai casi di maggiore gravita' si sta conducendo la procedura degli avvisi di conclusione delle indagini o e' stato richiesto i rinvio a giudizio degli imputati e sono in corso le udienze preliminari; lo stesso e' da dirsi per l'accertamento delle eventuali responsabilita' a carico dei componenti della Commissione Grandi Rischi''.
(ASCA) - L'Aquila, 29 gen - Il presidente della Corte d'Appello, Giovanni Canzio, ha chiarito che ''sono state avviate indagini in collaborazione con la Prefettura dell'Aquila e in collegamento con la Dna, in vari procedimenti aperti per possibili infiltrazioni della criminalita' organizzata nei cantieri per la ricostruzione o per lo smaltimento di macerie.
E, sempre a cura della Dda, sono in corso indagini preliminari in riferimento al fenomeno della ricostruzione, per i doverosi accertamenti in merito ad eventuali irregolarita' o criticita' di rilievo penale nella gestione della cosa pubblica e al pericolo di infiltrazioni della criminalita' organizzata nel tessuto cittadino e regionale, in vista degli ingenti finanziamenti pubblici in questa fase''.
Riguardo al fenomeno della criminalita' organizzata, Canzio ha anche sottolineato nella sua relazione ''il forte e innovativo impegno della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica dell'Aquila, che nel 2010 ha aperto 29 procedimenti a fronte dei 19 del 2009''.  res-rus/mcc/ss


ANNO GIUDIZIARIO UMBRIA: COSTAGLIOLA,
SERVE PIU' DEPENALIZZAZIONE

 

(ASCA) - Perugia, 29 gen - ''Dopo decenni in cui ha regnato un incontrastato 'panpenalismo' fondato sull'erronea convinzione che tutti i divieti dovessero essere imposti con la previsione di una sanzione penale, sarebbe stata necessaria una massiccia depenalizzazione''. Cosi' Giancarlo Costagliola, procuratore generale facente funzioni (in attesa che venga nominato il nuovo procuratore capo) nell'ufficio di Perugia, in una altro passaggio dell'intervento pronunciato in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 nel distretto della corte d'appello dell'Umbria. La depenalizzazione, per il procuratore, avrebbe dovuto essere ''piu' massiccia di quella tentata con pochi provvedimenti che addirittura in alcuni casi per un verso hanno depenalizzato alcune contravvenzioni e per un altro hanno istituito nuove fattispecie di reato''. Costagliola ha citato ad esempio ''la non comprensibile modifica della disciplina delle sostanze stupefacenti, che modificando la misura della sanzione penale, ha aggravato le condotte illecite relative alle droghe leggere ed ha attenuato la pena per quelle pesanti''.
''Dopo meno di un anno da queste riforme - ha ripreso - e' stato invece concesso l'indulto in misura maggiore di tutti i precedenti con pochissime restrizioni applicative ed al solo scopo di svuotare le carceri che erano sovraffollate di extracomunitari e di recidivi reiterati''.
Per il procuratore ''a fronte di una legislazione che ha realizzato un crescente inasprimento delle pene per i reati commessi dai c.d. clandestini, il legislatore, con la legge 199 del novembre dello scorso anno, ha disposto almeno per un triennio l'ampiamento delle condizioni per l'applicazione dell'istituto della detenzione domiciliare, sostitutiva della carcerazione per tutti i detenuti che devono espiare gli ultimi 12 mesi di pena detentiva''. Una soluzione ostacolata, per Costagliola ''dalle condizioni ed i requisiti per accedere al beneficio'' tradottasi nel distretto di Perugia ''in cui la popolazione carceraria conta 1667 detenuti, superiore di 533 unita' alla ricettivita' definita regolamentare, nel primo mese di applicazione della legge solo 25 detenuti hanno potuto beneficiare della misura alternativa''. pg/mcc/ss


ANNO GIUDIZIARIO MARCHE: ANGELI,
PIU' LAVORO MA ORGANICI INSUFFICIENTI



(ASCA) - Ancona, 29 gen - I problemi della Giustizia nelle Marche sono rimasti gli stessi e da qui le critiche da parte del presidente della Corte di appello delle Marche Paolo Angeli in apertura della cerimonia per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 svoltosi ad Ancona, presenti le massime autorita' regionali ed il rappresentante del ministero di Giustizia. Problemi storici, che ''penalizzano il funzionamento della giustizia - ha detto Angeli -, come organici insufficienti sia di giudici che di personale amministrativo di fronte ad un incremento della mole di lavoro, informatizzazione lenta'' che portano il cittadini ad un progressivo allontanamento dalla giustizia. Numerosi sono i problemi sul settore penale, cosi' la diminuzione delle cause civili (da 98mila 953 a poco piu' di 97mila, non molte - e' stato sottolineato - ma significative) tanto che - ha aggiunto il presidente Angeli - necessitano urgenti interventi da parte dello Stato per evitare che il meccanismo giudiziario si paralizzi''. Ha ribadito che l'impegno di giudici e magistrati c'e' a tutti i livelli, cosi' del personale, ma i carichi di lavoro sono troppo elevati e il rallentamento e' un ''male'' fisiologico che porta alla ''fuga dalla giustizia da parte dei cittadini marchigiani'' che invece chiedono una giustizia moderna e veloce. Pg/mcc/alf


ANNO GIUDIZIARIO NAPOLI: MENO DELITTI
MA PIU' DROGA E VIOLENZE FAMIGLIA



(ASCA) - Napoli, 29 gen - Nonostante gli indubbi successi delle Forze dell'Ordine nella lotta contro la criminalita' e l'illegalita', ed un conseguente calo dei delitti, resta un profondo senso di insicurezza dovuto ad un aumento di reati di spaccio e traffico di droga, al fenomeno delle cosiddette baby gang, alle violenze in famiglia ed allo stalking.
Questa, in sintesi la situazione dell'andamento di delitti fra il 1 luglio 2009 ed il 30 giugno 2010, illustrato dal presidente della Corte di Appello di Napoli, Antonio Bonajuto, nel corso dell'inaugurazione dell'Anno giudiziario di Napoli, tenutasi a Castel capuano.
''Purtroppo, sottolinea Bonajuto, il senso di insicurezza del cittadino e' ancora forte, nonostante il calo statistico dei reati, anche per la drammatica situazione dei rifiuti e la consapevolezza della presenza di interessi camorristici in questo specifico settore''.
Il report di un anno di delitti parla di una diminuzione del 6,7% evidenziando che il calo riguarda, in particolare, i reati predatori e gli omicidi (68 contro i 106 dell'anno precedente) Mentre sono inslaita i reati di spaccio e traffico di droga, quelli commessi da bande di minorenni; ancora le violenze commesse in ambito familiare, lo skalking e la prostituzione. dqu/mcc/alf

NAPOLI: CASELLATI, FRA CRITICITA' LENTEZZA E ARRETRATI
 
(ASCA) - Napoli, 29 gen - Nonostante il ''leggero impulso'' impresso al sistema, ''restano fattori critici nello svolgimneto dei processi come i tempi lunghi e gli arretrati''. Cosi' il sottosegretario alla Giustizia, Maria Elisabetta Casellati, nel coprso della cerimonia di inaugurazione dell'Anno giudiziario a Castel Capuano.
Casellati ricorda, in particolare, la situazione che il governo Berlusconi si e' trovato ad affrontare nel 2008 e la definisce ''fallimentare'' citando ''arretrati pesantissimi: sei milioni di casi nel processo civile, tre milioni e mezzo in quello penale''. Una mole di arretrati ''che - aggiunge - abbiamo ridotto del 4%'' e su cui l'esecutivo intende intervenire ''con la riforma del processo e l'informatizzazione degli uffici'' in modo da realizzare ''una riorganizzazione dell'intero sistema''.
Rispetto poi alle problematiche legate a carenza di personale, Casellati sottolinea che si tratta id una problematica che interessa ''tutti i distretti'' e su cui si vuole intervenire ''anche attraverso concorsi''. dqu/mcc/alf


Anno Giudiziario Bari: Presidente Corte Appello,
alto numero prescrizioni



Bari, 29 gen. - (Adnkronos) - Nel settore penale ''resta molto elevato il carico giudiziario complessivo che peraltro il ricorso ai procedimenti speciali contribuisce a ridurre in notevole misura. Si riscontra ancora su base distrettuale un alto numero di prescrizioni che peraltro nell'ultimo anno registra un decremento''. Lo ha evidenziato Vito Marino Caferra, presidente della Corte di Appello di Bari, che comprende i Tribunali del capoluogo, Foggia, Trani e Lucera, nella sua relazione sull'amministrazione della giustizia in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011.
''La maggiore percentuale di prescrizioni, come e' facilmente prevedibile per i tempi non brevi del processo - ha aggiunto - e' stata registrata in Corte di Appello con il 23% sul totale dei procedimenti definiti. In materia di intercettazioni telefoniche e ambientali, uno strumento processuale particolarmente invasivo, anche per la distorta divulgazione mediatica, ma necessario per contrastare la criminalita' - ha sottolineato Caferra - l'attenzione posta a livello nazionale riguarda anche il contenimento dei costi della giustizia perche', come e' noto, la relativa voce ha un peso rilevante sui costi complessivi dell'apparato giudiziario''.
Il presidente della Corte di Appello ha poi evidenziato che ''a seguito di interventi di razionalizzazione della spesa disposti direttamente dal Ministero della Giustizia, c'e' stata nel periodo in esame, una forte contrazione, pari al 32%, del costo delle intercettazioni sceso da 6 milioni e 505 mila euro a 4 milioni e 400 mila euro. E cio', nonostante un aumento del 27% del numero delle intercettazioni telefoniche disposte dalle Procure della repubblica passate da 2.537 a 3.224''.


Anno giudiziario Bergamo:
Campanato: organici carenti, servono giudici
Papalia: allarme infiltrazioni mafiose



Organici carenti, superlavoro per le Procure, allarme per alcuni tipi di reato. Su questi temi si è imperniata la relazione del Presidente della Corte d'Appello di Brescia, Graziana Campanato, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Il magistrato ha anzitutto posto l'attenzione sulla carenza di organici nelle sedi giudiziarie del distretto di Brescia (del quale fa parte Bergamo). «Siamo al penultimo posto in Italia, preceduti solo da Venezia» ha detto Campanato, riferendosi appunto agli organici e in particolare al rapporto numerico giudici-abitanti.
Occorre dunque una riforma strutturale - secondo il Presidente - per uscire da una situazione difficile. La stessa Campanato ha sottolineato l'impegno profuso dai magistrati in modo encomiabile per poter far fronte alle emergenze.
Sul fronte dei reati, il procuratore Guido Papalia ha affermato che è allarme per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose e a questo proposito ha citato le estorsioni - cresciute in gran numero - che possono rappresentare una spia, un campanello d'allarme che nascondono reati a sfondo mafioso.
Particolare attenzione infine è stata posta alla crescita dei reati che si compiono fra le mura di casa, in particolare le violenze domestiche e all'aggravarsi della situazione ambientale, settore spesso al centro di indagini della magistratura. (fonte Eco di Bergamo)


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Di Loredana Morandi (del 29/01/2011 @ 19:27:29, in Magistratura, linkato 2151 volte)
Anno giudiziario, allarme da Palermo:
Gravi attacchi ai Magistrati
   

L'intervento del presidente della Corte d'appello, Vincenzo Oliveri: "Non agli insulti ma testimoniamo il nostro impegno sulla giustizia.

PALERMO. "Nell'ultimo anno c'é stato un crescendo di insulti e di gravissimi attacchi all'indipendente esercizio della funzione giudiziaria, ampliati da inusitato clamore mediatico": comincia il suo discorso di apertura della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario citando gli attacchi alla magistratura, il presidente della corte d'appello di Palermo Vincenzo Oliveri.
"E' stato preannunciato un progetto di riforma costituzionale ben definito - prosegue - il cui risultato, se dovesse avere successo, avrebbe l'effetto di frantumare i principi del costituzionalismo moderno, come la separazione dei poteri, l'eguaglianza dinanzi alla legge e il primato delle libertà fondamentali, a cui presidio sono posti gli organi di garanzia, tra i quali la Corte Costituzionale e la Magistratura". "Noi - prosegue nell'introduzione della relazione sullo stato della giustizia nel Distretto giudiziario di Palermo - accusati da anni di usare a fini di lotta politica le prerogative connesse alla funzione di magistrati, la supercasta, indicati come ceto privilegiato, irresponsabile, incapace di porre rimedio allo sfascio organizzativo, siamo qui oggi non per rispondere a questi insulti perché servirebbe soltanto a dare loro risonanza". "Al contrario, noi siamo qui oggi per testimoniare il nostro impegno - conclude - ad offrire un servizio giustizia degno di questo nome".


Anno giudiziario a Messina,
Fazio: si delinea una zona grigia
   

MESSINA. "Le organizzazioni mafiose nel nostro territorio alterano e hanno alterato la dinamica istituzionale: si delinea una zona grigia in cui l'arrendevolezza di alcuni organi dello Stato consente all'antistato di insinuarsi nei gangli vitali e trafficare illecitamente". Lo ha detto il presidente della Corte d'Appello di Messina, Nicolò Fazio, stamani durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario a Messina.
"Nel distretto messinese la criminalità di stampo mafioso - ha aggiunto - è rimasta avvolta per anni in un 'cono d'ombrà che le ha permesso di radicarsi e d'infestare il territorio". "I sodalizi criminali della fascia tirrenica - ha proseguito Fazio - hanno così potuto strutturarsi, acquisendo i metodi operativi di Cosa nostra palermitana, con la quale intrattengono intensi rapporti di affari e da cui hanno mutuato i comportamenti e il linguaggio". "Tali associazioni, per la varietà degli interessi espressi dal territorio - ha detto - in cui sono presenti, tendono a controllare in qualsiasi modo non solo l'economia illegale, cioé il traffico di stupefacenti, le estorsioni e l'usura, ma anche l'economia legale, manovrando le imprese direttamente o indirettamente".


Anno giudiziario a Caltanissetta,
Cardinale: ci sono sussulti di legalità
   

CALTANISSETTA. "Nelle indagini di polizia giudiziaria contro racket e mafia le vittime non collaborano ma c'é un sussulto nella società civile che dimostra, con una consistente presa di coscienza, di avere intrapreso con convinzione la strada della legalità". Lo ha detto il presidente della corte d'appello di Caltanissetta, Salvatore Cardinale, all'apertura dell'anno giudiziario. Il magistrato a evidenziato che in questa battaglia civile "si sono distinte, con una scelta che continua nel tempo, la Camera di Commercio, e l'associazione imprenditoriale Confindustria della Provincia di Caltanissetta che, in un'unità d'intenti, molto si sono spese per l'affermazione dei principi di legalità nelle attività economiche". Ad esse vanno aggiunte le associazioni antiracket di Gela, già molto consolidata nel territorio, e quella di Caltanissetta, appena nata.


Anno giudiziario a Catania,
Scuto: organico inadeguato
   

CATANIA. "L'organico della magistratura degli uffici giudicanti e requirenti è segnalato dappertutto come inadeguato. A Catania la situazione non è delle migliori: nelle procure il calo è del 21% rispetto alla pianta prevista". Lo afferma, nella relazione dell'inuagurazione dell'anno giudiziario del distretto di Catania, il giudice Alfio Scuto, presidente facente funzioni della Corte d'appello, il cui ruolo è vacante da mesi dopo il pensionamento del giudice Guido Marletta.
"Al di là dei profili di inadeguatezza delle singole piante organiche preoccupa sempre più - ha aggiunto Scuto - la scopertura complessiva del ruolo della magistratura cronicizzatasi ormai su percentuali a due cifre e aggravatasi nell'ultimo scorcio dell'anno appena decorso per effetto di normativa di legge, che penalizzando trattamenti retributivi e di fine rapporto hanno indotto in tutta Italia ben 350 domande di pensionamento anticipato (al 31 dicembre del 2010 erano così vacanti 1.266 posti di magistrati ordinari su un ruolo organico complessivo di 10.151).
Nel distretto di Catania la scopertura ammontava al 15,19% dell'organico, potendo essere ulteriormente disaggregata in un 12,94% negli uffici giudicanti e in un 21% negli uffici requirenti". Sugli organici inadeguati il presidente Scuto, nella sua relazione, li collega ai lunghi tempi tempi della giustizia civile e penale sottolineando che non ci potranno essere miglioramenti "senza appropriati interventi sul piano normativo e delle risorse disponibili". A Catania non ci sono scoperture soltanto nella 'base' dei magistrati, ma si registrano vuoti anche nei posti di dirigenti.
Oltre a quello di presidente della Corte d'appello è vacante anche il ruolo di presidente del Tribunale, dopo che il giudice Nino Cardaci è stato messo fuori ruolo per limiti d'età. Alla fine del mese sarà vacante anche il posto di procuratore capo: il 27 febbraio Vincenzo D'Agata lascerà l'incarico per andare in pensione. In Procura è vacante anche un posto da 'aggiunto' dopo il pensionamento di Onofrio Lo Re.

Fonte: Giornale di Sicilia
http://www.gds.it/
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Associazione Nazionale Magistrati

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg

GLI ATTACCHI AI  MAGISTRATI
SONO CONTRO  LA GIUSTIZIA E LA COSTITUZIONE
 


SONO CONTRO LA GIUSTIZIA gli insulti, le offese, le campagne di denigrazione di singoli giudici, le minacce di punizione, gli annunci di “riforme” dichiaratamente concepite come strumenti di ritorsione verso una magistratura ritenuta colpevole solo perché si ostina ad adempiere al proprio dovere di accertare la commissione dei reati e di applicare la legge imparzialmente e in maniera uguale nei confronti di tutti i cittadini.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA le strumentalizzazioni delle inchieste e delle decisioni giudiziarie e l’assurda interpretazione come complotto politico della semplice applicazione delle regole, dell’attuazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e del fisiologico funzionamento degli istituti di garanzia propri dei moderni Stati costituzionali di diritto.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA gli attacchi alla Costituzione e ai principi di autonomia e indipendenza della magistratura.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA le iniziative legislative dirette esclusivamente a risolvere singole vicende giudiziarie e che hanno snaturato il processo penale.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA i continui tagli alle risorse, la riduzione degli organici del personale amministrativo, la mancanza di investimenti e di progetti per la modernizzazione del sistema giudiziario, la mortificazione della dignità professionale dei magistrati.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA l’inerzia e  l’assenza di iniziativa dei responsabili politici di fronte alle proposte concrete e costruttive avanzate dagli operatori del diritto per far fronte alla drammatica crisi di funzionamento della giustizia.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è la sede più appropriata per ribadire con forza che i magistrati continueranno a svolgere il compito loro affidato, senza lasciarsi intimidire e avendo come unico riferimento i principi di LEGALITA’ e di EGUAGLIANZA  sanciti dalla COSTITUZIONE ITALIANA.

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Di Loredana Morandi (del 29/01/2011 @ 18:55:17, in Magistratura, linkato 1521 volte)
Magistratura Democratica




sull'intervento del Presidente Ernesto Lupo


La magistratura italiana e tutto il Paese dovrebbero essere grati al Presidente della Corte di Cassazione per la chiarezza e la incisività dei contenuti e per l'elevato livello istituzionale della relazione che egli ha presentato questa mattina alla presenza del Capo dello Stato e degli altri vertici delle istituzioni.

La relazione ha offerto un'analisi moderna dei valori costituzionali e degli equilibri istituzionali, ha avanzato proposte di intervento partecipato e ha sottolineato i bisogni reali del Paese che attendono una risposta nel contesto internazionale cui dobbiamo fare riferimento. Questi passaggi mettono in luce quanto il dibattito politico sulla giustizia sia lontano dai nodi reali, sia privo di respiro e piegato su interessi particolari.
 
La nostra adesione ai toni e ai contenuti dell'intervento del Primo Presidente si accompagna al rispetto per la capacità dei magistrati italiani di reagire con compostezza, dignità e profesionalità agli attacchi inaccettabili di cui l'intera magistratura è vittima e per la loro capacità di non accettare provocazioni che vorrebbero trascinarli su un terreno di polemiche che è estraneo all'esercizio sereno e indipendente delle funzioni giurisdizionali.
 
Piergiorgio Morosini - Segretario Generale di Magistratura Democratica
Luigi Marini - Presidente di Magistratura Democratica
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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

ERNESTO LUPO



Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2010

Linee di fondo
TESTO ORALE

Roma, 28 gennaio 2011


 
Signor Presidente della Repubblica,


Nel porgerLe un deferente saluto, anche a  nome di tutti i partecipanti a quest’assemblea generale, mi permetta di ringraziarLa per la Sua presenza, ancora una volta espressione dell’attenzione che Ella, come Capo dello Stato, costante-mente dedica ai problemi del “servizio giustizia” nel nostro Paese.
Ringrazio altresì tutte le Alte Autorità e tutti i presenti che, con la loro parte-cipazione, onorano questa cerimonia inaugurale.
Desidero, innanzitutto, sottolineare il carattere straordinario che quest’anno viene ad assumere  l’odierna assemblea.  Questo Palazzo, voluto dal  guardasigilli Giuseppe Zanardelli, è stato inaugurato  l’11 gennaio 1911, onde ne festeggiamo ora il centenario, che viene a combinarsi con il suo coinvolgimento nelle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, poiché anche qui sarà allestita la Mostra su “Regioni e testimonianze d’Italia”.



2. La relazione sull’amministrazione della giustizia del Primo Presidente  della Corte di cassazione - di cui illustrerò soltanto le linee di fondo - è stata introdotta, dal legislatore del 2005, in sostituzione di quella che svolgeva il Procuratore gene-rale.
 Essa ha lo scopo di presentare innanzitutto un bilancio dell’amministrazione della giustizia nell’anno trascorso, effettuato dall’organo cui è affidato il grado più elevato della funzione giudicante, e quindi in posizione di terzietà.
Ciò impone, sotto il profilo metodologico, che alla doverosa individuazione del-le criticità del sistema faccia riscontro:
-    una volontà di non indugiare in ripetitive lamentazioni o sterili denunce,
-    un intento di superare l’esasperazione polemica delle tensioni o la radicaliz-zazione di unilaterali concezioni,
-    un impegno di responsabilità verso la ricerca di soluzioni possibili e condivise, nel rigoroso rispetto dei principi, dei limiti e dei vincoli posti dalla Costituzione repubblicana.
Lo stato dell’amministrazione della giustizia, per come emerge dalle note in-formative pervenute dai distretti di corte d’appello, è in evoluzione, ma non differisce molto da quanto riportato nella Relazione dell’anno precedente.
Va rilevata soprattutto la preoccupante situazione di scopertura dell’organico della magistratura, frutto in primo luogo dei ritardi con cui a partire dall’anno 2002 sono stati banditi i concorsi per l’ingresso di nuovi magistrati.
Gli effetti di tali ritardi non sono stati ancora superati dall’impegno dell’attuale Ministro, Angelino Alfano, che ha messo a concorso 713 posti, che si aggiungono ai 253 magistrati assunti nel 2010.
Nell’anno decorso vi sono stati 414 pensionamenti, di cui 227  anticipati ri-spetto al limite d’età e, perciò, presumibilmente favoriti dall’entrata in vigore delle misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria. (Sono andati in pensione anticipata ben 24 magistrati della Corte di cassazione e della Procura generale!)
Non meno preoccupante è il decennale blocco di assunzioni del personale am-ministrativo e tecnico: l’organico del personale, nell’arco di dieci anni, è passato da oltre 46.000 unità a poco più di 39.000 presenze.

3. Tra i tanti problemi posti dalle corti d’appello ritengo che priorità assoluta debba essere data al tema dei tempi della giustizia.
Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, nella risoluzione del 2 dicembre 2010, ha rivolto per l’ennesima volta la sua attenzione al nostro Paese  per ribadire che i tempi eccessivi nell'amministrazione della giustizia italiana costituiscono «un grave pericolo per il rispetto dello Stato di diritto, conducendo alla negazione dei diritti consacrati dalla Convenzione» europea dei diritti dell’uomo.
La durata media dei giudizi penali e, ancor più, dei giudizi civili supera notevolmente quella ritenuta ragionevole dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, come risulta dalle più precise informazioni che sono state fornite nelle parti IV e V della relazione scritta, in cui lo stato della giustizia è stato analizzato soprattutto sotto la prospettiva dei tempi della giustizia.
La conseguenza è che, dall'entrata in vigore della c.d. legge Pinto, sono stati promossi dinanzi alle corti d'appello quasi 40.000 procedimenti camerali per l'equa riparazione dei danni derivanti dall'irragionevole durata del processo, con costi enormi per le finanze dello Stato, il quale, inoltre, ritarda nel pagamento degli in-dennizzi già liquidati in via giudiziale, tanto che, sempre nel mese scorso, la Corte di Strasburgo ha pronunziato 475 sentenze di condanna dell’Italia per ritardati pagamenti di indennizzi.
La realizzazione di una durata ragionevole dei processi, secondo le concordi prescrizioni dell’art. 111 della Costituzione italiana, dell’art. 6 della CEDU e dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, è essenziale:
-    per il rispetto di un diritto fondamentale di ogni persona, il diritto alla giusti-zia, che costituisce una sorta di precondizione per la tutela di ogni altro di-ritto, una sorta di “diritto ai propri diritti”;
-    per l’immagine dell’Italia nel panorama europeo e internazionale;
-    per gli effetti sull’economia e sulla competitività internazionale del sistema Italia.
Il Presidente della Repubblica, nel discorso pronunciato il 20 dicembre scorso nell’incontro al Quirinale con le Alte Magistrature della Repubblica, ha rivolto una pressante sollecitazione ad un “nuovo spirito di condivisione”, che conduca tutti “a individuare, fuori da ogni schema e contrapposizione pregiudiziale, i temi, le esigenze, le sfide ineludibili per qualsiasi soggetto rappresentativo responsabile”.
Non intendiamo sottrarci a questo esercizio di responsabilità, a cui tutti siamo chiamati. 
Sul tema della crisi di complessiva efficienza - che è il vero problema del nostro sistema giudiziario - nessuno può chiamarsi fuori, limitandosi ad additare le colpe altrui.
Tutte le istituzioni sono coinvolte e tutte debbono sentire come propria responsabilità, su ogni altra prevalente, l’esigenza di ridurre la durata dei processi civili e penali.
Vi è allora da chiedersi: cosa fare? La risposta è nella stessa risoluzione del Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa il quale ha invitato l’Italia ad adottare “una strategia a medio e lungo termine” per risolvere “il problema strutturale” della durata dei processi “che esige un forte impegno politico”.
Questa strategia ritengo che debba essere adottata attraverso l’elaborazione di un vero e proprio Piano per la durata ragionevole dei processi che impegni tutti i soggetti che hanno responsabilità nel sistema giudiziario e che prenda in conside-razione, in modo organico, tutti i fattori che incidono sui tempi del processo.
Il Piano deve mirare a rendere compatibili, da un lato, l’entità complessiva della domanda di procedimenti giudiziari civili e penali e, dall’altro, la capacità dell’apparato di soddisfare tale domanda nei tempi che, in relazione ai vari tipi di procedimenti, sono stati specificamente indicati dalla Corte di Strasburgo.
Se questi tempi vengono in concreto rispettati dalla gran parte degli altri 46 Stati che hanno aderito alla Convenzione sui diritti umani, questo risultato può e deve essere raggiunto anche dal nostro Paese.
Rispetto alla situazione attuale, e nell’immediato, l’obiettivo del Piano si deve concretizzare sia nel diminuire l’entità della domanda di procedimenti, sia nell’aumentare la capacità di risposta degli uffici giudiziari.
Nella relazione scritta sono state date talune indicazioni per perseguire i detti obbiettivi, nell’intento di fornire un contributo agli organi politici competenti, ai quali il Consiglio di Europa ha chiesto “un forte impegno”.

3.1. Per quanto riguarda la giustizia civile occorrono strumenti deflattivi della domanda.
Merita consenso l’iniziativa governativa della mediazione realizzatasi con il d. lgs. 4 marzo 2010, n.28, in attuazione di orientamenti dell'Unione europea. E’ essenziale, pertanto, che si superino, prima dell’entrata in vigore del provvedimento (prevista per il 20 marzo 2011), le difficoltà applicative segnalate dal Consiglio nazionale forense.
Occorre, purtroppo, rilevare che la Pubblica Amministrazione, come parte in un numero elevato di controversie, non fornisce un apporto di tipo conciliativo, pure possibile di fronte ad indirizzi giurisprudenziali ormai consolidati, ma tende a riversare sulle pronunce giurisdizionali la soluzione di controversie che potrebbero essere, se non eliminate, quantomeno semplificate attraverso una fase conciliativa precontenziosa.
Come significativa eccezione può essere segnalato il comportamento dell’INPS che, coinvolto in circa 1.000.000 di cause civili pendenti (circa il 20% del totale), sta pervenendo,  secondo quanto affermato di recente dal suo presidente, grazie a una più attenta vigilanza e a una migliore organizzazione interna dell’Istituto, a una drastica riduzione di quella che è stata efficacemente definita una “domanda drogata” di giustizia .
Più in generale, non si può ignorare un’anomalia che ci caratterizza rispetto ad altri Paesi: l’elevatissimo e crescente numero di avvocati.
Secondo il rapporto della Commissione europea per l’efficacia della giustizia del Consiglio d'Europa dell’anno 2010, il rapporto giudici/avvocati, nel 2008, era in Italia di 32, 4 avvocati per ogni giudice, in Francia di 8,2 e in Inghilterra di 5.
Anche nel rapporto avvocati/abitanti, l’Italia surclassa la Francia con 332 avvocati per 100.000 abitanti, contro 75,8 della Francia.

3.2. Nel settore della giustizia penale l’afflusso di procedimenti è necessariamente correlato al numero dei reati commessi.
Si impone, allora, un restringimento dell’area degli illeciti penali, mediante il proseguimento della politica di depenalizzazione, che non ha più visto interventi organici dopo il d. lgs. 30 dicembre 1999, n. 507:  non esiste sistema processuale che possa far fronte in tempi ragionevoli all’abnorme numero di fatti che sono considerati reati nel nostro ordinamento.
Per quanto riguarda il processo penale, nella relazione scritta vengono individuati diversi fattori di rallentamento del corso della giustizia, alcuni di tipo normativo, altri di tipo culturale, che si concretano in prassi distorte dell’uso di strumenti processuali.
Con riferimento ad auspicabili interventi normativi, mi limito qui a indicare il processo contumaciale, che, com’è emerso da molte annotazioni provenienti dai distretti, continua a rappresentare una delle più rilevanti cause di ritardo dei procedimenti penali.
Si è perciò proposta una riforma dell’istituto – la sospensione dei procedimenti nei confronti degli irreperibili - che conseguirebbe un duplice obiettivo:
-    innanzitutto, di evitare la trattazione di processi molto spesso destinati a es-sere prolungati a seguito del meccanismo della restituzione in termini (oggi ormai praticamente inevitabile per gli irreperibili), riducendo così lo spreco di risorse giudiziarie inutilmente impiegate; 
-    conformare, poi,  il nostro sistema processuale ai principi della CEDU.

Al di là dei temi affrontati e degli interventi proposti, mi preme osservare che dotarsi di un piano per la durata ragionevole dei processi non comporta che debba precedersi alla sua realizzazione operando contemporaneamente tutte le innovazioni ritenute necessarie, ma significa soprattutto cambiare metodo nello studio e nella realizzazione di tutti gli interventi legislativi e strutturali futuri. Occor-re prestare la massima attenzione agli effetti che ogni innovazione può avere sulla durata dei giudizi.
 
E’ necessario sempre ricercare quel giusto equilibrio tra diritti delle parti ed esigenze di funzionalità del processo che Vittorio Grevi - al quale va il mio commosso ricordo - ha posto, specie negli ultimi tempi, al centro della sua riflessione scientifica e del suo impegno civile.

4. In relazione agli obiettivi del piano strategico è bene precisare che l’inefficienza del sistema giustizia non dipende dall’assetto ordinamentale e dall’equilibrio dei poteri delineato dalla Costituzione repubblicana, concretamente realizzato a partire dall’istituzione della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.
Questi organi, nei rispettivi ambiti di competenza, hanno costituito e costituiscono componenti fondamentali per la connotazione della Repubblica come Stato costituzionale di diritto.
Chiunque abbia dimestichezza con le istituzioni di altri paesi sa che il modello ordinamentale italiano costituisce un punto di riferimento nel mondo.
 Nel panorama internazionale - prescindendo dal sistema professionale anglosassone, derivante da tradizioni secolari del tutto peculiari - si contrappongono due modelli ordinamentali: quello gerarchico-piramidale di discendenza napoleonica e quello italiano, noto come modello orizzontale, caratterizzato dalla pari di-gnità di tutte le funzioni,  dal governo autonomo della giurisdizione, dall’indipendenza del Pubblico Ministero dall’influenza del potere esecutivo, prin-cipi di cui è garante il Consiglio superiore della magistratura.
 Questo modello orizzontale ha meritato al sistema italiano grande attenzione in ambito internazionale, come risulta dai tanti atti ufficiali adottati nell’ambito delle Nazioni Unite e del Consiglio di Europa (alcuni dei quali recentissimi) che sono stati citati nella relazione scritta.
Da tali documenti emerge la considerazione che in campo internazionale si ha per il sistema di equilibrio di poteri realizzato nel nostro Paese, in attuazione del disegno che i nostri saggi Padri Costituenti tracciarono per costruire uno Stato costituzionale di diritto, in cui nessun potere è assoluto, neppure il potere del popolo, che la sovranità “esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Di quel delicato equilibrio - che merita di essere salvaguardato e tutelato per-ché è elemento decisivo della democrazia costituzionale e ha garantito la vita de-mocratica del nostro Paese - è parte essenziale il principio di legalità come indefettibile connotato dell’esercizio di ogni potere.
Come ha reiteratamente affermato la Corte costituzionale , il principio di lega-lità, in un sistema fondato sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non può essere salvaguardato se non attraverso l'obbligatorietà dell'azione penale, principio che costituisce “il punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, talché il suo venir meno ne altererebbe l'assetto complessivo”.
L’indipendenza garantita da questo modello ordinamentale ai magistrati ha permesso al sistema di giustizia di affermare il primato della legalità nell’esercizio del potere politico, amministrativo ed economico, a prescindere dalle variabili e contingenti maggioranze politiche.
 
L’esercizio di tali rilevanti compiti da parte di giudici e pubblici ministeri, garantiti da uno statuto di indipendenza, richiede piena consapevolezza del ruolo proprio della giurisdizione, elevata qualificazione e competenza professionale, rispetto delle regole deontologiche,
-    massima attenzione alle ragioni degli altri, costume di sobrietà e di rigore istituzionale e professionale.
La collettività, per potere nutrire fiducia nell’istituzione giudiziaria, deve poter apprezzare tutte queste qualità in ogni magistrato, dal Primo Presidente della Corte di cassazione al più giovane giudice che inizia la sua attività nella più piccola sezione distaccata di tribunale.
In un sistema democratico, fondato sul bilanciamento dei poteri con pesi e contrappesi, anche l’esercizio dell’attività giudiziaria e giurisdizionale è liberamente valutabile, ma va ribadito che i processi (civili, penali, disciplinari) si svolgono nelle sedi proprie, dinanzi agli organi giurisdizionali, e che il sistema processuale assicura le più ampie facoltà di ricorso e d’impugnazione, a garanzia della compiuta applicazione delle norme di diritto sostanziale e della piena osservanza delle regole procedimentali.
   
5. L’ultima parte della relazione è dedicata alla situazione della Corte di cassazione.
   
Qualunque valutazione sull’andamento dell’attività giudiziaria svolta presso la Corte nel 2010 non può ignorare la gravissima situazione di vacanze nell’organico dei magistrati, che si protrae ormai da tempo e si è aggravata nell’ultimo anno.
L’organico dei magistrati risulta oggi  scoperto del 26%.
La scopertura del personale amministrativo, che era dell’8,74% nel 2009, è aumentata nel 2010 al 13,44%.
    Questa situazione di minori risorse personali si è unita a un aumento sensibi-le delle sopravvenienze dei ricorsi. Nel 2010 sono stati presentati:
-  30.382 ricorsi civili (incremento del 7% rispetto al 2009)
-  51.137 ricorsi penali (incremento del 9%).
 Affluiscono alla Corte, in media, 320 ricorsi in ogni giornata lavorativa.
Si tratta di numeri che non trovano corrispondenza in alcun’altra Corte di legittimità e che costituiscono un’assoluta anomalia della giustizia italiana (un unicum nel panorama europeo!).
   
E’ perciò indifferibile l’adozione di provvedimenti volti a ridurre l’afflusso di procedimenti in Cassazione, che non può essere trasformata da Corte suprema, garante dei diritti, della legalità e dell’uniforme applicazione del diritto, in un “sentenzificio” di scadente qualità.
Lo richiede il decoro della Corte come istituzione, la dignità professionale dei magistrati e degli avvocati che vi operano e, soprattutto, il rispetto dei diritti dei cittadini che rivolgono al massimo organo della giurisdizione domande di giustizia.
   
Nonostante l’enorme carico di lavoro, va segnalato che la Cassazione penale riesce a mantenere tempi ragionevoli – quasi un’oasi nel deserto della lentezza della giustizia italiana – giacché la durata media per la definizione dei ricorsi penali è di circa 7 mesi.
Ben diversi sono i tempi di definizione dei ricorsi civili: 35 mesi, diminuiti peraltro rispetto al 2009 (37 mesi).
Il futuro della Cassazione civile dipenderà dal funzionamento della Sesta se-zione prevista dalla l. n.69/2009, che ha introdotto un filtro interno per la cui operatività è stato messo in opera un apposito sistema informatico.
La nuova organizzazione è ancora in fase iniziale, ma il giudizio che va espresso sul filtro dei ricorsi civili è di cauto ottimismo: esso potrà consentire di selezionare e portare a rapida decisione i ricorsi che pongono questioni di notevole importanza sociale o economica; potrà anche favorire l’applicazione costante dei principi giuridici in precedenza enunciati dalla stessa Corte.
   
Malgrado la diminuzione nel 2010 dei procedimenti definiti, la produttività media dei consiglieri è aumentata del 2,8% nel settore civile e dell’1,6% nel penale.
 Tale dato sta a dimostrare che la diminuzione delle definizioni nel 2010 non è dipesa da una minore produttività dei magistrati, che hanno anzi incrementato il loro impegno in termini assoluti e percentuali, ma, come dicevo, da un sensibile aumento delle scoperture e da una conseguente riduzione del numero dei magistra-ti impegnati nella trattazione delle cause.
In questa situazione non si può aggravare ulteriormente l’impegno e la disponibilità individuale dei consiglieri.
L’obiettivo perseguibile è che i magistrati della Corte lavorino non di più, ma meglio.
Una più alta produttività della Corte nel suo complesso è conseguibile attraverso una migliore organizzazione e una più efficiente informatizzazione dei servizi, verso cui è stato orientato il programma della Prima Presidenza fin dall’atto del mio insediamento.
 
In  tale direzione si sono indirizzati i primi interventi della Presidenza: 
   a) una nuova struttura del Segretariato generale, configurato come centro di coordinamento dell’organizzazione complessiva della Corte;
b) un progetto per la progressiva riduzione dell’arretrato civile (in alcune se-zioni sono ancora pendenti ricorsi presentati nel 2005-2006);
c) l’istituzione di un ufficio per il procedimento preparatorio delle decisioni dei ricorsi delle Sezioni unite civili: si è, tra l’altro, prevista (e già iniziata ad attu-are) la diffusione delle ordinanze di rimessione alle Sezioni unite, al fine di provo-care sulle relative questioni un dibattito nella dottrina e nel foro, prima della deci-sione della Corte;
d) l’elaborazione di una bozza di provvedimento sulla previsione di “motiva-zioni semplificate” civili, previa deliberazione collegiale, nei casi in cui il motivo di ricorso prospetti soltanto un vizio di motivazione ovvero una questione giuridica già decisa e meritevole di essere confermata. L’innovazione, attualmente oggetto di discussione all’interno e all’esterno della Corte, è coerente con l’orientamento della legge n.69/2009 e segue le riflessioni che, già nel 1989, elaborò il mio prede-cessore Antonio Brancaccio, la cui lunga ed efficace presidenza della Corte costitui-sce un modello per la mia azione.
Per quanto riguarda, infine, il sistema informatico della Corte, la necessità di un intervento di riorganizzazione è stata affermata dal CSM con delibera del 28 luglio 2010, che ha criticato l’assetto dato al Centro Elettronico di Documentazione in anni recenti. Per una valutazione attenta delle critiche e dei possibili migliora-menti ho istituito un gruppo di lavoro che ha concluso nei giorni scorsi la propria attività e consegnato una relazione ove sono proposte linee d’intervento.
Nelle prossime settimane saranno predisposti gli schemi degli opportuni provvedimenti riorganizzativi, da sottoporre alla valutazione di tutte le compo-nenti che hanno partecipato al gruppo di lavoro.
 
6. Questa apertura dell’anno giudiziario  cade in una fase particolarmente deli-cata e critica della vita del nostro Paese, in cui sembrano prevalere contrapposizio-ni, frammentazioni e interessi settoriali, mentre è necessario fortificare il senso del-la dimensione comune e della coesione collettiva, come presupposto per uscire dalle difficoltà che l’Italia vive.
Nella relazione ho tentato di offrire - in nome dei magistrati di questa Corte - un contributo di razionalità da immettere nel dibattito pubblico e istituzionale, che nasce dall’esperienza di un lungo esercizio di funzioni giurisdizionali, esperienza che identifica nell’effettività del principio di legalità, inteso in tutta la sua ricchez-za costituzionale, la precondizione della libertà e del rilancio economico, sociale e morale del paese.
Per quanto ci compete, assicuriamo a Lei, signor Presidente, e all’intera co-munità nazionale che i magistrati continueranno ad adempiere alle loro funzioni con serenità e con impegno, fedeli al modello di giudice che efficacemente un nostro filosofo del diritto ha delineato come proprio dello Stato democratico costituziona-le: «un giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione» .

Ernesto LUPO


1) Dati forniti dal Ministero della giustizia e aggiornati in data 27 gennaio 2011.
2) Dall’analisi che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha compiuto sulle proprie decisioni nel cinquantennio 1959-2009 risulta che per l’eccessiva durata dei procedimenti l’Italia ha riportato 1095 condanne, la Francia 278, la Germania 54 e la Spagna 11.
3) Dott. Antonio Mastrapasqua.
4) L’espressione è stata utilizzata dal cons. Giovanni Salvi, durante il recente congresso A.N.M., nel corso della presentazione, unitamente al cons. Vincenzo Di Cerbo e al presidente dell’I.N.P.S., di un’inedita e proficua collabora-zione tra A.N.M. e I.N.P.S. finalizzata al miglior funzionamento dell’amministrazione della giustizia.
5)  Cfr. Corte cost. sent. n. 88 del 1991, nonché sent. nn. 190 del 1970, 96 del 1975, n. 84 del 1979.
6)  L. Ferrajoli, Principia juris – Teoria del diritto e della democrazia, Laterza, 2007, vol. II, pag. 214.
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Di Loredana Morandi (del 28/01/2011 @ 18:32:27, in Magistratura, linkato 1527 volte)
L’ANM PER UNA GIUSTIZIA
NELL’INTERESSE DEI CITTADINI


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Conferenza stampa
Roma, 27 gennaio 2011




L’ANM PER UNA GIUSTIZIA NELL’INTERESSE DEI CITTADINI


L’inaugurazione dell’anno giudiziario è, per tradizione, l’occasione per fare il bilancio dello stato della giustizia nel paese.
Oggi - lo sappiamo - questo bilancio è severamente negativo, per l’enorme numero dei processi pendenti e per la lentezza, dannosa e intollerabile, dei giudizi civili e penali.
I magistrati sentono tutto il peso di questa situazione e da anni sono impegnati nella ricerca e nell’attuazione di metodi di lavoro e di prassi che servano ad accelerare lo svolgimento dei processi e a ridurre i disagi degli utenti del servizio giustizia, in un contesto di gravi difficoltà e di carichi di lavoro di enormi dimensioni complessive.
E, infatti, la produttività dei giudici italiani è grandemente cresciuta in termini assoluti e si attesta su livelli altissimi nella comparazione con i loro colleghi europei, mentre una costante attenzione viene dedicata, negli uffici giudiziari, al migliore impiego delle risorse umane e materiali, via via sempre più ridotte, di cui dispone la giurisdizione.
Questi sforzi rischiano, però, di essere vanificati dalla pervicace volontà di tenere in vita tribunali costosi, inefficienti e inutili (perché di dimensioni ridotte e con carichi di lavoro incomparabili con quelli delle sedi più grandi), dall’assenza di investimenti produttivi nell’informatizzazione degli uffici, dalla mancata riqualificazione del personale amministrativo, ormai in via di esaurimento dal momento che  da oltre un decennio non vengono rimpiazzati coloro che vanno in pensione per raggiunti limiti di età.
Alle indicazioni concrete e costruttive degli operatori della giustizia si contrappongono il silenzio, l’inerzia, l’assenza di iniziativa, di capacità progettuale e di proposta dei responsabili politici, a cominciare dal Ministro della Giustizia.
Chi è al governo del paese sembra ignorare la questione che dovrebbe essere al centro delle sue cure - la giustizia come servizio ai cittadini - per concentrare le energie nel turbare, con polemiche sempre più veementi, lo svolgimento di procedimenti e processi sgraditi, nel minacciare punizioni, nell’evocare “riforme” ormai dichiaratamente concepite come strumenti di ritorsione nei confronti di una magistratura che si ostina a prendere sul serio la regola di indipendenza scritta nella Costituzione.
Non è questa la via per avviare a soluzione i problemi della giustizia e per fare il bene dell’Italia.

E’ ora che si ritorni a ragionare della giurisdizione nell’interesse di tutti i cittadini, senza esasperazioni e senza particolarismi, considerandola per ciò che essa è: un servizio prezioso per l’intera collettività e per l’economia, cui dedicare attenzione, intelligenza, rispetto, razionalità e fantasia innovatrice.
Si semplifichi, finalmente, il processo penale, svisato, sino a divenire irriconoscibile, farraginoso, ingestibile, da un innumerevole numero di modifiche legislative.
Si razionalizzi il sistema della giustizia civile, affiancandola con un ragionevole sistema di filtri delle domande di giustizia e di alternative alla soluzione giudiziale delle controversie.
Si rilanci la grande prospettiva dell’unità della giurisdizione e si operi per coniugare sempre più strettamente la necessaria indipendenza del giudiziario con canoni di efficienza e di responsabilità.
Chiunque sceglierà di muoversi coraggiosamente in questa direzione troverà nei magistrati italiani interlocutori aperti e responsabili.


1. LA GIUSTIZIA CIVILE

La lentezza della risposta giudiziaria nel settore civile costituisce una vera emergenza, in quanto incide profondamente sull’assetto dei rapporti fra i consociati, lede le fondamenta di ogni società civile, può far prevalere la logica del più forte, del più prepotente e dar luogo, come sovente avviene nel Meridione d’Italia, a forme alternative e criminali di giustizia.
Ed è indubbio che un efficiente svolgimento della giustizia civile può essere esso stesso un volano per la ripresa economica del paese.
Dunque, il funzionamento della giustizia civile interessa noi tutti. Noi tutti giudici, pubblici ministeri, avvocati, cittadini.
Dobbiamo, però, chiederci per quanto tempo sia ancora tollerabile che la pubblica amministrazione, per la propria intrinseca inefficienza, per l’incoerenza delle scelte politiche, per la quasi ontologica fuga da ogni etica di responsabilità pubblica, crei essa stessa, direttamente o indirettamente, contenzioso, scaricando sulla magistratura civile compiti di supplenza che essa non può, non vuole e non deve svolgere.
La magistratura in questi anni si è assunta il carico della responsabilità di dare una risposta più efficiente.
Dagli stessi dati della Cepej emerge, infatti, che la produttività media dei singoli magistrati è la più alta in Europa.
Negli ultimi anni il trend è ancora positivo: mediamente si definisce un numero pari o superiore alle cause o processi sopravvenuti.
Ma ovviamente ciò non basta a risolvere una situazione estremamente critica.
Né il malfunzionamento della giustizia può essere risolto solo con interventi normativi, che modificano regole processuali, in assenza di adeguate misure di supporto alla giurisdizione.
In tale prospettiva dobbiamo dire che al di là di facili ottimismi, le riforme adottate dal legislatore non hanno consentito affatto di risolvere i veri problemi della giustizia civile.
L’Anm chiede da tempo l’istituzione di un ufficio del giudice, quale stabile struttura di supporto al magistrato, cui resta affidato il compito istituzionale della decisione della causa, che rappresenterebbe uno strumento strategico per la riduzione degli arretrati e per una migliore funzionalità del sistema giudiziario.
Un ufficio del giudice che trasformi le articolazioni interne degli uffici giudiziari in unità operative dotate di adeguate tecnologie informatiche, di banche dati in costante aggiornamento, di personale amministrativo opportunamente riqualificato, di giudici onorari in funzione di collaborazione con il magistrato per la gestione delle singole fasi processuali al fine di evitare l’accumulo dei ruoli, di assistenti e “stagisti” che possano svolgere ricerche, coadiuvare il giudice nello studio dei fascicoli e nella tenuta dell’agenda e predisporre bozze di motivazione dei provvedimenti.
Tale intervento, da tempo reclamato sia dall’Anm sia dall’avvocatura, permetterebbe di ottimizzare le risorse e organizzare in maniera più moderna e razionale gli uffici giudiziari, in quanto consentirebbe di pervenire alla drastica riduzione dei tempi processuali, al recupero fisiologico e duraturo della funzionalità del processo e alla formulazione di programmi razionali di esaurimento degli arretrati.
Tale riforma deve essere, tuttavia, coordinata con modifiche che involgano l’organizzazione e la distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari, che devono essere dimensionati nell’organico dei magistrati e del personale amministrativo, sì da consentirne autonomia e capacità di funzionamento, e che siano dotati di strutture informatiche e banche dati idonee ad accelerare lo svolgimento delle attività processuali e per assicurare una migliore qualità delle decisioni; ovvero, in dimensioni più ridotte, la chiusura, ove mal funzionanti, delle sezioni distaccate di tribunale, reliquati storici delle vecchie preture mandamentali.
E’ indispensabile, infine, che venga realizzata la più volte richiesta semplificazione e drastica riduzione dei riti processuali.

2. GIUSTIZIA PENALE

Anche nel campo della giustizia penale la crisi di funzionalità della giustizia presenta aspetti drammatici e rischia di mettere in discussione principi fondamentali di legalità ed eguaglianza.

L’altissimo numero di procedimenti conclusi con la prescrizione del reato, numero in crescita esponenziale dopo la riforma del 2005 (cd. legge ex Cirielli),  denuncia una situazione allarmante di impunità per intere categorie di reati e di autori.

Più in generale la giustizia penale appare sempre più caratterizzata da un’enorme divaricazione di effetti e di regole  in ragione del tipo d’autore. Il contemporaneo aumento del numero delle prescrizioni e del numero dei detenuti  testimonia nella maniera più evidente questo dato.

La giustizia penale è oggi in Italia rapida e  inesorabile nei confronti di soggetti non assistiti, di soggetti deboli e marginali, spesso accusati di fatti di lieve entità, ed è, invece, inane, prigioniera di un coacervo di regole ormai ingestibili, nei confronti di coloro che hanno i mezzi e le possibilità per difendersi dal processo e per puntare, come unica strategia difensiva, alla prescrizione  del reato.

Uno Stato moderno e democratico non può permettersi una tale violazione della legalità. La sostanziale certezza di impunità che l’attuale sistema garantisce agli autori di delitti gravi, come l’evasione fiscale, la corruzione, i reati societari, i reati contro l’ambiente, oltre ad essere in sé un’ingiustizia, è anche un pesante ostacolo alla crescita economica e allo sviluppo del paese. La diffusione di fenomeni di corruzione e di illegalità nel settore dell’economica scoraggia gli investimenti dall’estero, deprime lo sviluppo, favorisce la crescita della criminalità organizzata.

L’Anm in questa sede non può che ribadire le numerose proposte di intervento normativo, sulle quali esiste un ampio consenso da parte di tutti gli operatori del diritto e che sono rimaste, purtroppo, ad oggi inascoltate:

A) Nuova disciplina della risoluzione preventiva delle questioni di competenza, al fine di evitare che i relativi vizi, se mai rilevati o eccepiti, possano pregiudicare processi spesso già pervenuti alla sentenza di secondo grado.
Dovrebbe incentrarsi sulla Corte di Cassazione l'ultima parola sull'eccezione di incompetenza, anticipando tuttavia tale pronuncia alla fase degli atti preliminari al dibattimento (sul punto, la Corte Costituzionale, ord. 521/1991 e sent. 77/1977,  ha già affermato come appartenga alla discrezionalità del legislatore limitare la rilevabilità dei vizi di competenza a tutela “dell'interesse all'ordine e alla speditezza del processo”, sempre che siano “chiaramente determinati in anticipo i criteri in base ai quali la competenza deve essere stabilita”).
In tal senso, sarebbe opportuno prevedere una formulazione delle eccezioni di incompetenza per territorio, per connessione e per materia entro la chiusura dell'udienza preliminare ovvero, se essa manchi, entro il termine di cui all'articolo 491 del codice di rito.

B) Più efficienti modalità di notificazione degli atti.
Il che significa riformare il sistema sulla base di alcune linee guida:
-    innanzitutto, occorre neutralizzare gli effetti di tutte quelle disposizioni che contengono una serie di garanzie meramente formali, prive di utilità sostanziale sotto il profilo dell'effettivo esercizio del diritto di difesa, suscettibili di dilatare inutilmente i tempi del procedimento penale. In questo senso,  le notificazioni successive alla nomina di difensore di fiducia ai sensi dell'articolo 96 dovrebbero essere eseguite  mediante consegna di copia dell'atto al difensore medesimo, salvo che la legge espressamente non disponga altrimenti (atti che l'imputato debba ricevere “personalmente”), intendendo il rapporto fiduciario tra indagato/imputato e difensore nel senso più rigoroso del termine, sotto il profilo del soddisfacimento reale della esigenza di “conoscenza effettiva”. Il difensore potrà dichiarare all'autorità che procede di non accettare la notificazione solo nel caso di rinuncia al mandato difensivo;
-    inoltre, si deve tendere alla riqualificazione del personale amministrativo degli uffici giudiziari, valorizzando i compiti degli ufficiali giudiziari, con affidamento a questi ultimi di una serie di attività qualificate funzionalmente nell'ottica della riduzione dei tempi processuali;
-    andrebbero, poi, utilizzati in sede processuale i progressi della tecnica, che oggi consente il ricorso a forme “certificate” di comunicazione anche per via informatica e telematica. In tale prospettiva si propone di introdurre il concetto di notificazione di atti per mezzo di “posta elettronica certificata”, ciò consentendo, ove tecnicamente possibile, indubbi risparmi di mezzi e di personale (analoga previsione dovrebbe prevedersi per gli avvisi e le comunicazioni tra uffici giudiziari. E dovrebbe, pure, consentirsi ai difensori di inviare memorie o istanze, ove non diversamente disposto, per il tramite della medesima posta certificata; nonché l'invio delle minute delle richieste di provvedimenti e degli atti su cui esse si fondano anche per via telematica o su supporto informatico).

C) Nuove norme per la disciplina del processo contumaciale che tengano conto delle numerose sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia, onde evitare processi inutili.
Ciò significa prevedere che lo svolgimento del processo sia subordinato alla effettiva conoscenza dello stesso da parte dell’imputato. Nei casi in cui ciò non sia possibile per la irreperibilità dell’imputato il processo dovrà essere sospeso; prevedendo eccezioni a tale regola generale (per esempio per i fatti più gravi e per i processi in cui siano disposte misure cautelari), oltre alla possibilità di una remissione in termini a favore dell’imputato.
Più precisamente, appare necessario che i processi penali non si possano celebrare senza l'effettiva garanzia che l'imputato abbia avuto conoscenza almeno dell'inizio degli stessi. E’ un orientamento in sintonia con le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e lo Statuto di quella Corte, relative alla sola fase “processuale” in senso stretto, senza riferimento alle attività prodromiche alla stessa (indagini preliminari ed udienza preliminare).
Di conseguenza si propone il mantenimento della possibilità di procedere ad indagini preliminari ed udienza preliminare anche nei confronti di indagato irreperibile ovvero nei cui confronti le notifiche vengano effettuate presso il difensore a norma degli artt. 159 c.2, 161, c.4, 165 c.1 e 169 che disciplinano ipotesi di conoscenza “legale” o “formale”.
Nella disciplina del processo in senso stretto, si potrebbe stabilire che, al momento della verifica della regolare costituzione delle parti, il giudice debba anche verificare se la conoscenza del procedimento da parte dell'imputato sia effettiva e non meramente formale.
All'esito delle verifiche in questione potrebbero prospettarsi due alternative:
se viene accertata la conoscenza effettiva da parte dell'imputato, può senz'altro avere luogo la celebrazione del processo;
nel caso contrario, il giudice (sempre che non debba essere pronunciata sentenza di proscioglimento o di non doversi procedere) dovrà normalmente disporre la “sospensione del processo”. 
Solo ove venga successivamente raggiunta una ragionevole certezza in ordine alla consapevolezza dell'imputato, il processo potrà riprendere il proprio corso secondo le regole ordinarie.
Corollario di tale nuova impostazione sarebbe che il corso della prescrizione dovrebbe rimanere sospeso per tutta la durata della sospensione del processo.
Tale principio dovrebbe conoscere tuttavia alcune significative limitazioni.
Dovrebbero, infatti, essere previste alcune specifiche ipotesi, oltre al caso della presenza dell'imputato all'udienza dibattimentale, in cui il processo non deve essere sospeso (ad esempio nei casi in cui si proceda per delitti gravi ovvero nei processi in cui siano state disposte misure cautelari personali).

D) Predisposizione di soluzioni normative volte a disincentivare comportamenti delle parti strumentali al prolungamento del processo al di là della sua ragionevole durata e, in particolare, diretti ad ottenere la prescrizione (si intende qui far riferimento, ad esempio, alle impugnazioni dichiaratamente pretestuose, come ad es. quelle relative a gran parte delle sentenze emesse in esito all'applicazione della pena ai sensi dell'articolo 444 c.p.p.).
Ciò dovrà avvenire attraverso la restituzione della centralità al giudizio di primo grado e, il conseguente, ridimensionamento del  giudizio di appello mediante l’ampliamento delle cause di inammissibilità (a cominciare dalla manifesta infondatezza) e l’impugnazione per motivi.

E) Applicazione limitata dell’avviso di conclusione indagini di cui all’art. 415 bis c.p.p.
Si propone l'eliminazione dell'obbligo di inviare l'avviso previsto dall'articolo 415-bis in tutti i procedimenti ove l'imputato abbia altrimenti avuto notizia dell'esistenza di un procedimento penale a suo carico, ovvero sia stata notificata nei suoi confronti l'informazione di garanzia (art. 369 c.p.p.) o altro atto  ad essa equipollente.
Detta modifica è volta all'eliminazione di un adempimento che, attualmente, spesso non porta alcun effettivo vantaggio all'esercizio del diritto di difesa dell'indagato, ma che impone, viceversa, un notevole allungamento dei tempi procedimentali.
L'istituto va, invece, mantenuto per tutte le ipotesi – non molto numerose, attesa la disciplina attualmente vigente – in cui l'indagato non abbia altrimenti avuto conoscenza del procedimento nei suoi confronti, nell'ottica di consentire in ogni caso a quest'ultimo un intervento già in fase di indagini preliminari per la propria difesa.
Esigenze di bilanciamento tra gli interessi in gioco, in presenza della soluzione prospettata, comporta fisiologicamente una modifica rispettivamente gli articoli 418 e 419 del codice di rito.
Dovrebbe, infatti, essere previsto un ampliamento a trenta giorni del termine per la comunicazione degli avvisi relativi all'udienza preliminare ed a sessanta giorni il termine massimo consentito al giudice per la fissazione della medesima.
Dette modifiche vengono dettate dalla esigenza di consentire il pieno esercizio del diritto di difesa.
E’ parso, infatti, opportuno ampliare il lasso di tempo riconosciuto all'imputato ed al suo difensore per la adeguata preparazione della propria difesa, anche in considerazione dell'eliminazione nella maggior parte dei casi dell'avviso ex articolo 415-bis e della presa d'atto che la consistenza degli atti allegati alla richiesta di rinvio a giudizio in molti casi non consente un rapido disbrigo delle richieste di copia degli stessi da parte delle cancellerie.
 
F) Norme processuali con refluenza sull’organizzazione del lavoro del giudice penale. L’udienza di programma.
Sotto il profilo della accelerazione dei tempi di svolgimento del giudizio, potrebbe essere utile la previsione della c.d. “udienza di programma” che sollecita un adeguamento dei progetti organizzativi degli uffici e degli stili professionali della magistratura e della avvocatura. La soluzione appare come una sorta di indiretto riconoscimento della filosofia dei “protocolli di udienza”, da tempo promossi dalla Anm e adottati da varie realtà giudiziarie dopo un costruttivo confronto tra le varie figure professionali che operano nel processo (magistrati giudicanti, requirenti, avvocati, personale ausiliario).
Insomma tale istituto promuoverebbe una opzione fondata sul convincimento secondo cui l’udienza penale non è terreno di affermazione di una forma di potere del giudice su avvocati, testimoni, persone offese o imputati; ma, semmai, costituisce un delicato strumento finalizzato all’ordinato svolgimento dei lavori, da utilizzare con particolare attenzione verso le esigenze del cittadino fruitore del servizio.
L’udienza di programma, dunque, intende superare alcuni effetti negativi della segmentazione del processo e dei diversi ruoli, responsabilizzando i vari protagonisti attorno a scelte condivise. La programmazione dovrebbe consentire al giudice di giungere alla sentenza in tempi ragionevoli, determinati in due anni e sei mesi in primo grado, un anno e mezzo per l’appello e un anno in Cassazione, salvo che per i processi di particolare complessità.

G) Ridefinire l’istituto della prescrizione.
Sulla base delle esigenze generali sopra evidenziate, pare necessario predisporre soluzioni normative volte a disincentivare comportamenti delle parti strumentali al prolungamento del processo al di là della sua ragionevole durata e, in particolare, diretti ad ottenere la prescrizione, semplificando il meccanismo di calcolo dei tempi per la estinzione del reato.
Muovendosi in tale direzione, si propone quindi una ridefinizione dell'istituto della prescrizione che passa per alcuni snodi fondamentali in grado di semplificare il meccanismo di calcolo dei tempi:
-    commisurazione del tempo della prescrizione esclusivamente alla pena massima edittale (in continuità, sotto questo aspetto, con la modifica normativa del 2005, a sua volta mutuata dai progetti di riforma del codice penale Pagliaro e Nordio) e, quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, come nell'attuale disciplina, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva;
-    esclusione delle circostanze dal computo, ad eccezione di quelle c.d. “ad effetto o ad efficacia speciale”, in quanto espressione di un disvalore superiore a quello che il legislatore ordinariamente opera nel prevedere il regime delle circostanze “ordinarie”.
-    previsione, in ogni caso, di un tetto minimo e massimo della prescrizione dei reati (la prescrizione non può: a) essere inferiore a sei anni per i delitti e quattro per le  contravvenzioni, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria. b) essere superiore a venti anni per i delitti, ad eccezione che per i delitti di maggiore gravità, per i quali il termine massimo è previsto nella misura di trenta anni. La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell'ergastolo, anche come effetto dell'applicazione di circostanze aggravanti);
-    adattare la decorrenza del termine di prescrizione alla diversa natura delle sanzioni, prevedendo termini differenti non solo tra delitti e contravvenzioni, ma anche tra le sanzioni “originarie” del codice e sanzioni di specie diversa.
L’Anm, poi, proprio nell’ottica del contrasto alle forme di abuso del processo, ad esempio attraverso atti o impugnazioni meramente dilatorie fa presente la necessità di adottare soluzioni innovative.
Si affacciano vari modelli di soluzione:
-    disciplina che “sospende il termine di prescrizione” in casi espressamente previsti dalla legge;
-    non prescrittibilità del reato se l’azione penale viene esercitata entro il termine di prescrizione;
-    o, alternativamente, non prescrittibilità del reato una volta pervenuti alla pronuncia di primo grado.
(La prima delle tre soluzioni potrebbe congegnarsi facendo perno su alcune specifiche situazioni. Ad es., in caso di dichiarazione di inammissibilità del ricorso per cassazione, il termine di prescrizione potrebbe ritenersi sospeso al momento della pronuncia della sentenza di condanna di secondo grado (con esclusione, quindi, dei casi in cui ricorrente sia il pubblico ministero).
Parimenti, si ritiene che il termine prescrizionale non debba decorrere nei casi di sentenza di condanna nell'ipotesi di c.d. “doppia conforme”. In questo caso, infatti, la pronuncia che contiene un doppio accertamento di merito in ordine alla responsabilità è sicuramente connotata da una stabilità tale da superare l'opportunità di mantenere l'operatività dell'istituto della prescrizione, senza peraltro comprimere in alcun modo i diritti sanciti dall'articolo 14 del Patto Internazionale relativo ai diritti civili e politici, ratificato in Italia con legge 25 ottobre 1977, n. 881.
Tuttavia, nel caso in cui il ricorso per cassazione venga accolto, il tempo occorrente alla celebrazione del giudizio di cassazione verrà computato ai fini prescrizionali, così come quello necessario per la celebrazione dei successivi gradi di giudizio, ove presenti. In tal modo, l'imputato che faccia valere i propri diritti vittoriosamente non dovrà subire gli effetti negativi del decorso del tempo. E per gli stessi motivi, a tale ipotesi viene parificata quella in cui la pronuncia di appello abbia riformato la sentenza di condanna di primo grado limitatamente alla specie o alla misura della pena, anche con riferimento al giudizio di comparazione tra circostanze, in quanto tale pronuncia non tocca l'affermazione di responsabilità).
Ai tre modelli indicati potrebbe aggiungersene uno ulteriore che introduce due distinti meccanismi estintivi:  prescrizione sostanziale e prescrizione processuale.

Il primo (prescrizione del reato) potrebbe operare prima dell’inizio dell’attività giurisdizionale ed il secondo (prescrizione endo-processuale) potrebbe regolare la durata massima del processo, nel caso venisse instaurato. L’esercizio dell’azione penale fungerebbe da termine ultimo  per la prescrizione del reato e varrebbe come momento da cui computare la prescrizione processuale. Se il primo regime prescrizionale potrebbe rimanere pressoché invariato rispetto all’attuale configurazione codicistica, il secondo andrebbe a prevedere distinti intervalli estintivi da far valere per ciascun grado del processo.
In tale ultimo caso, non esisterebbe un tetto massimo della prescrizione ed il limite finale alla durata del processo si ricaverebbe sommando i termini valevoli per ciascun grado, termini che possono inoltre subire un allungamento in presenza di cause di sospensione, che però non possono mai dilatare i termini di oltre la metà.

H) Al fine di decongestionare i carichi penali, nel pieno rispetto del principio della obbligatorietà della azione penale, l’Anm propone l’introduzione nel codice penale dell’istituto della irrilevanza penale del fatto.
Per i fatti connotati da una marginale offensività, potrebbe essere opportuno offrire la possibilità al pubblico ministero e/o al giudice di pervenire a soluzioni di non punibilità, quando la situazione di fatto legittimi e giustifichi la rinuncia alla applicazione della pena (anche in una ottica di deflazione).
La previsione espressa degli indici fattuali di valutazione - quali la tenuità della offesa al bene giuridico e la occasionalità della condotta – dovrebbe disciplinare razionalmente l’istituto in questione, peraltro già utilizzato, come è emerso nel corso del dibattito, con una certa ampiezza nella prassi giudiziaria in sede di archiviazione al di fuori di qualunque regolamentazione (salvo i casi previsti dalla legge n. 448 del 1988 e dal decreto legislativo n. 274 del 2000).
Sulla formulazione di tale norma, da coordinare opportunamente con alcune norme processuali (ad. es. gli artt.129, 408 ss, 425 c.p.p.), si confrontano tra gli studiosi diversi modelli. Alcuni propongono una applicazione dell’istituto limitata ad alcune categorie di reati (ad es. quelli con pena massima non superiore ad anni cinque). Altri la vogliono estendere ad ogni reato. Vi è chi punta sui parametri di valutazione della “tenuità del fatto”. Altri richiedono “la particolare tenuità dell’offesa”. Altri ancora ritengono applicabile l’istituto solo se è da considerarsi “bagatellare” non solo la tenuità dell’offesa ma anche la modalità della condotta.
Allo scopo di evitare sia una interpretazione eccessivamente restrittiva sia una interpretazione indebitamente estensiva, l’Anm propone che le varie circostanze in astratto ipotizzabili siano indicate non quali “condizioni” ma quali “criteri di valutazione”, aggiungendo il requisito dell’assenza di violenza o minaccia alla persona.

I) Altre proposte sul piano penal sostanziale in materia di sospensione condizionale della pena, messa alla prova e mediazione penale.
La sospensione della pena deve essere sganciata dalla dimensione impropriamente clemenziale del diritto vivente per attribuirgli un ruolo effettivo nel percorso di reinserimento, ancorandola necessariamente ad attività risarcitorie e/o riparatorie o prescrizioni conformative.
Inoltre, nella stessa ottica, occorre estendere l’istituto della “messa alla prova” , già previsto dall’art. 28 del d.P.R. n. 448 del 1988, agli imputati maggiorenni per tutti i reati per cui è prevista una pena detentiva non superiore ai tre anni.
Non dovrebbe essere concessa più di due volte e l’esito positivo dovrebbe estinguere il reato.
Secondo l’intenzione dei proponenti, la “messa alla prova” potrebbe essere un terreno su cui sperimentare anche iniziative di “mediazione penale” in grado di rendere effettive le attese di giustizia della vittima del reato.

4. L'ANM PER L’INNOVAZIONE E L’INFORMATIZZAZIONE DELLA GIUSTIZIA

Indifferibile, a fronte dell’evidente arretratezza della maggior parte degli uffici giudiziari, è l’effettiva attuazione dei progetti informatici, quasi tutti ancora in fase sperimentale solo in pochissimi uffici.
La magistratura italiana è da sempre l’alfiere delle innovazioni e dell’informatizzazione nella giustizia. Emblematiche sono l’erogazione dal 3 giugno 1970 dei primi servizi di informatica giuridica da parte del Centro elettronico di documentazione della Corte Suprema di Cassazione e l’attuale possibilità di ricerca, mediante il servizio Italgiureweb, del dato giuridico globale. Mortificante per tutti i protagonisti della vita giudiziaria del paese è il confronto tra i servizi informatici resi dal Ministero della Giustizia e quelli organizzati dal Ministero dell'Economia e delle Finanze così come allarmante è la comparazione con le innovazioni realizzate negli altri paesi dell’Unione Europea.
Per queste ragioni, senza qui elencare i disservizi di inizio anno, l’Associazione nazionale magistrati si mobilita per l’efficienza nella giustizia come condizione imprescindibile per l’indipendenza della magistratura e come presupposto necessario perché vi possa essere tutela giudiziaria dei diritti dei cittadini.
Il governo dei fatti, la politica degli annunci, le continue conferenze stampa dei Ministri Alfano e Brunetta che pubblicizzano la piena informatizzazione degli uffici giudiziari, si scontrano con la dura realtà, svelando la triste verità: uffici senza personale, senza computer e con i nuovi programmi informatici in uso in pochi circondari.
Ma è anche, purtroppo, un fallimento per la giustizia che con il recente rischio di blocco dell’assistenza informatica ha già perso molti degli esperti che per conto di società esterne da anni lavoravano negli uffici giudiziari, accumulando conoscenze e competenze difficilmente sostituibili, dirottati altrove o licenziati.
E’ un fallimento per la giustizia perché si mette a rischio quanto già realizzato da avvocati, cancellieri, magistrati nelle sedi più avanzate: il decreto ingiuntivo telematico, le notifiche telematiche, la stessa prospettiva del Processo Civile Telematico. La tentazione di tornare alla carta sarà fortissima e il danno che si crea sul piano culturale e sull’affidabilità del canale telematico è enorme.
E’ un fallimento per il Paese perché i danni che si creeranno agli uffici giudiziari, ai cittadini, alle imprese coinvolte nelle cause, come perdita di ore lavoro e probabili inevitabili rinvii, sono molto superiori ai 5-6 milioni di euro che in modo miope oggi non si vuole spendere. Le spese di assistenza informatica sono essenziali per il funzionamento degli uffici giudiziari e come tali devono essere spese obbligatorie, comunque coperte.
L’assistenza informatica attualmente viene fornita in forza di un contratto (lotto 2 Servizio Pubblico di Connettività) stipulato dal Cnipa (Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione) a seguito di gara europea. Un RTI composto dalle società Datamat - Telecom - Engineering si è aggiudicato la gara e ha stipulato un contratto con il Cnipa al quale possono aderire le singole pubbliche amministrazioni, usufruendo dei servizi previsti da tale contratto e pagandoli con i propri fondi di bilancio secondo le tariffe previste dal contratto stesso.
L’attuale dirigenza della Dgsia (Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati) ha deciso di aderire al contratto nel 2009. Questo contratto è sicuramente economico se i servizi vengono forniti secondo la filosofia presupposta dal contratto stesso: ossia assistenza a distanza (tele-assistenza) per la maggior parte dei casi e poche sale server da presidiare. Infatti, il contratto prevede costi bassi per l’assistenza a distanza (prestata da un call center remoto tramite agent che permettono di prendere il controllo del Pc), mentre alti per l’assistenza in loco (alle sale server) e molto alti per l’intervento on-site (cioè presso l’utente finale). Quindi, per risparmiare con questo contratto, occorre ridurre al minimo l’intervento presso l’operatore e gestire poche sale server. L’attuale strutturazione delle installazioni sul territorio dei vari applicativi della giustizia non è sicuramente adeguata a tale configurazione dei servizi di assistenza in quanto:
- soprattutto nel penale, ma anche nel civile, gli applicativi sono installati nei singoli uffici (per esempio, il Rege, il registro generale che gestisce le iscrizioni delle notizie di reato, è un vecchissimo applicativo file-server elaborato ancora in Clipper, un linguaggio obsoleto, e installato su quasi 600 server parcellizzati sul territorio): ciò aumenta inesorabilmente i costi;
- la maggior parte delle richieste dagli utenti necessitano di interventi on-site estremamente costosi. Per rendere economico il contratto occorre reingegnerizzare gli applicativi in sistemi web-based, distrettualizzarli e ridurre le sale server ad un massimo di 7-10 su tutto il territorio nazionale: il che permette una maggiore sicurezza nel trattamento dei dati, un’assistenza più immediata e meno costosa. Ma per fare ciò occorre sostituire il Rege Clipper che è il costo maggiore dell’assistenza (oltre il 50%). Tale progetto, previsto nel 2006-2008 con la realizzazione e il rilascio del Sicp (Sistema informativo di cognizione penale), è attualmente fermo non si sa per quale motivo. Va poi osservato che il sistema di assistenza attualmente in vigore è poco adatto alla natura stessa del servizio giustizia. Tale assistenza si rivolge, infatti, soprattutto agli interventi sistemistici (per garantire il funzionamento del software di base dei vari sistemi) ed esclude interventi sui singoli applicativi propri dell’amministrazione (es. Rege, Sicid etc.).
Viceversa in ambito giudiziario la maggior parte delle richieste di assistenza riguarda aspetti applicativi in quanto:
- nel penale l’applicativo Rege-Clipper è un sistema vecchio dove gli interventi sistemistici e quelli applicativi difficilmente si possono distinguere: in realtà la maggior parte degli interventi è di natura applicativa (correzione e riallineamento delle basi dati, indicizzazione degli archivi, riattivazione di servizi caduti quali il “postino”, correzione degli errori degli utenti, estrazioni di query etc.) e pochi sistemistici (back-up, nessun tunig del db perché non esiste un db vero e proprio etc.);
- sia nel penale sia nel civile molti interventi riguardano la correzione degli errori degli utenti (solo il nuovo Sicp contiene procedure di auto-correzione da parte degli utenti che riducono tali interventi), nonché si tratta di interventi paraformativi (spiegazioni sull’uso di funzioni etc.). Insomma, interventi applicativi non direttamente coperti dal contratto;
-    anche l’installazione di nuove release dell’applicativo richiede spesso interventi di tipo applicativo (migrazione dei dati, allineamento delle basi dati) che, quindi, non rientrano negli interventi standard di tipo sistemistica;
-    gli interventi di natura sistemistica sono in realtà meno del previsto e la maggior parte deve essere effettuata nelle sale server disseminate su tutto il territorio (che vanno presidiate con aumento dei costi di gestione del contratto).
La conseguenza di tutto ciò è che le società che si sono aggiudicate l’appalto hanno dovuto subappaltare alle società più piccole (che erano già presenti negli uffici) per riuscire a svolgere l’attività di assistenza: la prevalenza degli interventi di natura applicativa richiede, infatti, un know-how che era del tutto sconosciuto alle società vincitrici della gara. In realtà, il servizio viene reso dalle stesse società e con le stesse modalità on-site con cui si svolgeva prima dell’adesione al contratto SPC con la differenza che prima i contratti erano fatti direttamente con le società che svolgevano il servizio di assistenza, mentre ora l’interlocutore contrattuale del Ministero è l’RTI che ha vinto la gara, a fronte di un servizio che viene reso in subappalto da altri soggetti che, però, non sono gli interlocutori del Ministero (ma sono di fatto gli interlocutori degli uffici). L’Amministrazione paga l’RTI che a sua volta subappalta a terzi buona parte dei servizi. L’RTI riceve un corrispettivo per la sua attività di coordinamento (e di fatto di subappalto) e, quindi, le società cui viene subappaltato il servizio vengono pagate meno di quanto venivano prima pagate direttamente dall’Amministrazione. Per l’Amministrazione, invece, i costi non sono cambiati: è come se l’Amministrazione pagasse una commissione del 20% a una società per l’attività di coordinamento e subappalto che questa svolge.
In sostanza, le società subappaltatrici hanno ridotto i servizi resi (molte prestazioni precedentemente offerte non vengono più erogate perché non previste nel contratto e molti servizi che prima venivano comunque forniti nell’ambito dell’economia generale dei contratti ora non vengono più dati per insufficienza del personale delle ditte subappaltatrici). Pertanto gli utenti sono scontenti del servizio che ricevono perché hanno visto contrarsi i servizi di assistenza e la presenza dei tecnici. Nel contempo il Ministero non ha ridotto i costi del servizio e paga gli stessi oneri di prima per un servizio più ridotto. Se per di più il servizio fosse svolto direttamente dalle società in RTI si avrebbe una riduzione della qualità considerato che il reale know-how del servizio è tutt’ora nelle mani delle società subappaltatrici. I costi attuali del servizio sembrano viaggiare sui 36 milioni di Euro: in realtà, la Dgsia non dà alcuna visibilità sul bilancio e manca ogni trasparenza sul punto.
Prima dell’adesione al contratto di SPC i costi venivano contabilizzati in giornate/uomo come segue (dati di fine 2007 - inizio 2008): ogni mese venivano erogate circa 5000 giornate/uomo per l’assistenza applicativa ai sistemi legacy (Rege Clipper) e circa 5000 giornate /uomo per assistenza sistemistica; tenuto conto che ciascun tecnico lavora 22 giorni al mese ciò significa che sul territorio nazionale erano impiegati circa 500 tecnici, ossia almeno tre per ogni circondario. Il costo medio dei tecnici, secondo tariffe Cnipa, era di 220 Euro (+ Iva) al giorno. Il costo globale del servizio era, quindi, di circa Euro 1.100.000 + Iva. In un anno si prevedeva, dunque, una spesa globale di Euro 13.200.000 + Iva per un totale comprensivo di Iva pari a 15.800.000 Euro per l’assistenza applicativa e 14 milioni di Euro per la sistemistica.
A tali costi andavano poi aggiunti i costi relativi ai sistemi centrali del civile (PCT), nonché quelli relativi all’assistenza alle reti e alle postazioni di lavoro e altre voci. In totale, IVA compresa, il costo dell’assistenza si aggirava sui 36/38 milioni di Euro. A tali costi vanno poi aggiunti i costi dell’assistenza al casellario, al Ced Cassazione, Dna che portano il bilancio intorno ai 40 milioni di Euro. Con la sola distrettualizzazione dei sistemi del penale (e del civile) si prevedeva un risparmio nell’assistenza sistemistica e in quella applicativa di circa 10 milioni di Euro all’anno. Di fatto, una volta completata la distrettualizzazione, bandendo una gara, si prevedeva di poter aggiudicare l’intero servizio di assistenza agli uffici giudiziari (penale e civile), a livelli più che accettabili, intorno a 22-24 milioni di Euro cui aggiungere i costi dei sistemi centrali. Le risorse risparmiate (stimate in almeno 10 milioni di Euro) sarebbero state impiegate per la diffusione del processo civile telematico e del processo penale telematico. Viceversa oggi, non essendo state razionalizzate le sale server e non essendo stati innovati gli applicativi, si continuano a spendere cifre molto maggiori che peraltro poi a bilancio non vengono stanziate.
Il Contratto SPC, stando ai dati del 2008, prevedeva per il primo anno un costo di oltre 30 milioni di Euro (senza fornire l’assistenza applicativa).
Va segnalato, inoltre, che le spese per l’assistenza sono imputate al capitolo 1501 (spese in conto servizi) che viene finanziato annualmente (le spese pluriennali su tale capitolo devono essere autorizzate dal Ministro). Poiché spesso i fondi presenti su tale capitolo non sono sufficienti per tutto l’anno, con delle variazioni di bilancio verso marzo/aprile si integrano i fondi necessari recuperandoli dalle cosiddette “spese intermedie” che vengono di solito finanziate in quel periodo. Ciò ha sempre comportato difficoltà per una corretta gestione del bilancio. Mai era successo, però, che al primo gennaio il capitolo 1501 fosse completamente a secco; di solito non aveva capienza sufficiente per le spese di tutto l’anno, ma la situazione si sistemava tramite le spese intermedie e tramite l’assestamento di bilancio. Questa volta, invece, parrebbe che l’intero capitolo di spesa non sia stato finanziato, il che vuol dire chiudere l’esperienza informatica della giustizia. Per evitare queste decisioni “discrezionali” del Tesoro si dovrebbe seguire la strada di rendere obbligatorie le spese informatiche (e dunque il capitolo relativo sarebbe sempre finanziato come avviene, ad esempio per gli stipendi o per altre spese istituzionali). Se è vero che l’informatica è una delle grandi priorità del governo il finanziamento della spesa corrente in informatica è come il finanziamento delle spese per la luce, il riscaldamento e il telefono. Inoltre, se l’attuale budget di spesa del Ministero è quello sopra indicato (circa 36 milioni di Euro l’anno come da contratto SPC) la variazione di spesa di 5 milioni di Euro annunciata in questi giorni è un placebo: permette di finanziare l’assistenza per 2 mesi (scarsi) al massimo e, quindi, a fine febbraio il problema si riproporrà identico.
Denunciamo, ancora, la mancanza assoluta di trasparenza. Nessuno sa cosa il Ministero voglia fare davvero e cosa sia in grado di fare davvero. Dalla DGSIA non vengono né notizie precise né aperture di confronto vere con la magistratura. I dati indicati nella relazione sulla giustizia del Ministero sono imprecisi. Vaghe sono le notizie sul modo di ripartizione delle somme del Fondo Unico Giustizia (FUG). Le cifre assolute occultano l'arretratezza che oggi popola la maggior parte degli uffici giudiziari perché il 77 % degli atti telematici e l'85 % delle notifiche telematiche a livello nazionale dal 1.1.2009 al 31.12.2010 sono stati realizzati a Milano. Ciò significa che in tutti gli altri uffici si è pre-telematici. Ciò significa che PCT, Decreti Ingiuntivi Telematici, Notifiche Telematiche nel resto del paese sono una percentuale irrilevante degli atti giudiziari.
In molti uffici giudiziari poi il Sicid (Sistema informatico civile distrettuale) è arrivato da poco tempo e non ha dati caricati.
L'Anm prende atto che il Ministero sta rilasciando i nuovi sw in quasi tutti i tribunali, ma il percorso per poterli concretamente utilizzare è ancora quasi tutto da compiere.
E’ doveroso ricordare l’esperienza delle “best practices” che, realizzata in numerosi uffici giudiziari grazie all’accesso ai finanziamenti europei nonché, in alcuni casi, anche a quelli regionali, ha messo in luce una capacità di progettazione e innovazione degli uffici giudiziari coinvolti che, probabilmente, era tutt’altro che scontata. Lo stimolo indotto dalla possibilità di accedere ai fondi europei ha fatto emergere energie e potenzialità sconosciute forse anche allo stesso personale degli uffici giudiziari; è stata incoraggiata, tra l’altro, anche la crescita dell’autostima nei dirigenti e nel personale ad ogni livello.
Anche solo tali aspetti positivi sarebbero idonei a ritenere positiva in ogni caso questa esperienza, ma in realtà i vari progetti hanno anche apportato specifici miglioramenti alle procedure organizzative e alle modalità di lavoro dei singoli uffici. Sotto tale profilo la specificità delle singole iniziative ha posto in rilievo la specificità delle singole unità organizzative che compongono l’amministrazione della giustizia. Tali peculiarità derivano dalla diversità delle singole realtà territoriali in cui sono inserite, dalla preminenza di differenti fattori economici e sociali che caratterizzano ciascun territorio, dalla diversa dimensione degli uffici giudiziari che non sono riconducibili ad un unico modello organizzativo. Pertanto la pluralità di best practices non costituisce, di per sé, un fattore di disgregazione del comune tessuto giudiziario ma, al contrario, esalta le singole specificità cui l’organizzazione ministeriale non può fornire adeguate e puntuali risposte. Al Ministero compete invero la fornitura e l’organizzazione dei servizi di base, uguali e comuni a tutti gli uffici che poi, attraverso progetti locali, possono integrare e completare in modalità compatibile tali strumenti nonché porre in essere le scelte organizzative necessarie alla migliore diffusione degli stessi progetti ministeriali.
Da ciò consegue che il coordinamento delle best practices deve essere finalizzato non tanto ad irregimentare (o peggio limitare) la progettualità dei singoli uffici, ma a diffondere degli standard qualitativi nella progettazione e realizzazione delle singole esperienze. Preliminare è, quindi, l’informazione: per creare progetti di innovazione organizzativa e/o tecnologica occorre diffondere una cultura dell’innovazione attraverso l’illustrazione delle esperienze già realizzate. La diffusione delle best practices presuppone una capillare informazione sul contenuto dei progetti realizzati, sui benefici attesi, sulle modalità di progettazione e realizzazione. Per diffondere una cultura dell’innovazione occorre innanzitutto farsi carico del problema delle “resistenze” che ordinariamente si manifestano ogni qualvolta viene messa in moto qualunque modifica dello status quo. Tali resistenze si rivelano già nella fase della “mera pubblicizzazione” delle iniziative già adottate; raggiungere nuovi possibili utenti, stimolarne la curiosità, attirarne l’attenzione, richiede una progettazione anche della divulgazione delle esperienze fatte attraverso l’uso di strumenti agili e dinamici con una scelta precisa del target dei destinatari. D’altro canto, proprio per la natura “plurale” delle best practices, l’informazione sulle esperienze già realizzate può costituire un momento di maturazione della consapevolezza e dell’interesse di ciascun ufficio solo se tale informazione è ampia e dà conto di tutte le esperienze. Tale necessità si scontra, a sua volta, con la difficoltà di reperire e catalogare tutte le esperienze fatte, attività quest’ultima che rappresenta il primo step di qualunque iniziativa di coordinamento; difficoltà costituita non tanto dalla complessità delle informazioni da raccogliere quanto dalla laboriosità di tale lavoro, in relazione alla numerosità e distribuzione sul territorio degli interlocutori e dalla carenza di forze specificamente dedicate a tale obiettivo.
In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e prima di subire piani di razionalizzazione, come quelli preannunciati, chiediamo pertanto al Ministro, di rispondere ad alcuni nostri quesiti:
1) quale è il progetto di razionalizzazione dell’informatica della Dgsia? Viene proseguita la politica di distrettualizzazione dei sistemi (per cui sono stati investiti soldi nelle sale server nonché nella reingegnerizzazione degli applicativi anche con soldi europei)? In quali tempi intende completarla?
2) Verranno distribuiti i nuovi applicativi (abbandonando quelli vecchi e costosi) e in quali tempi?
3) La Dgsia intende predisporre un progetto di razionalizzazione delle spese di assistenza che si fondi su tali forme di razionalizzazione della spesa e non su meri “tagli lineari”?
4) La Dgsia intende proseguire nell’utilizzo di SPC e relativi subappalti (peraltro tale contratto scadrà nel 2012) ovvero ritiene di predisporre un progetto per riorganizzare l’intero servizio di assistenza e bandire una gara che farebbe sicuramente ridurre i costi?
5) La Dgsia intende impiegare le risorse interne (tecnici) nella gestione dei sistemi informatici per integrare i servizi di assistenza?
6) Quando si potrà avere un efficiente sistema che consenta il controllo di gestione del ruolo da parte del magistrato e da parte degli uffici?
7) Quali stanziamenti sono previsti nel bilancio del Ministero della Giustizia per il 2011 per investimenti e spese nei sistemi informativi della giustizia?
8) Secondo quali priorità verranno impiegati i 79 milioni di Euro derivanti dalla quota proveniente dal Fondo Unico Giustizia al Ministero della Giustizia?
9) Ci sono le risorse per adottare ovunque le notifiche telematiche nel settore civile? Con quali tempi? A quando la loro obbligatorietà?
10) Quando i cittadini potranno avere via internet tutti i certificati giudiziari?
11) Quali sono i  tempi previsti per l'informatizzazione nel settore penale? Per i nuovi registri generali? Per il nuovo gestore documentale? Per la trasmissione telematica delle notizie di reato (progetto già collaudato e realizzato con fondi europei)?
12) Che fine ha fatto il datawarehouse (magazzino e dizionario dei dati giudiziari), finanziato e mai decollato?

5. LIBRO BIANCO

L’Anm redigerà un Libro Bianco sullo stato degli uffici giudiziari in Italia, raccogliendo i dati su: organico dei magistrati e del personale amministrativo, carichi di lavoro, livelli di informatizzazione, stato dell’edilizia giudiziaria. Tutto quello che gli uffici del Ministero dovrebbero fare e non fanno lo faremo noi, in modo da offrire una fotografia completa e chiara della situazione degli uffici giudiziari sul territorio.


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