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 .. io ora ..... di Loredana Morandi
 
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La verità attraversa sempre tre fasi. Dapprima viene ridicolizzata. Poi violentemente contestata. Infine accettata come una cosa ovvia.

Arthur Schopenhauer
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 31/07/2011 @ 20:28:12, in Magistratura, linkato 1549 volte)

La proposta di Cavallone
«Ora serve una super Procura»


30 luglio 2011 | Paolo Isaia


Sanremo - Quattro assistenti per sette magistrati, e solo dodici “amministrativi” su un organico previsto di venti. Con all’orizzonte nessuna possibilità di assumere nuove unità, o di aumentarle grazie alla mobilità, perché il ministero di Grazia e giustizia non prevede alcun movimento di personale.

È in questo quadro di estrema sofferenza di numeri che opera la procura di Sanremo, tanto che il capo dell’ufficio, il procuratore Roberto Cavallone, individua nell’unione con la procura di Imperia l’unica soluzione per far marciare come si deve la “macchina” inquirente. Anche se, visti i risultati degli ultimi due anni, non si può certo dire che non funzioni, anzi.

«Effettivamente i risultati ci sono, ma si va avanti soprattutto grazie ai “miracoli” di personale e sostituti procuratori - spiega Cavallone - che affrontano ogni giorno grandi difficoltà, molto spesso anche con sacrifici personali». L’ipotesi di unire le procure di Sanremo e Imperia, già emersa in passato, potrebbe risolvere molti guai della giustizia in provincia.

«L’Associazione Nazionale Magistrati sollecita da tempo una revisione della geografia giudiziaria, ritenendo utile eliminare le sedi piccole e concentrare l’attività nelle grandi città, meglio se capoluoghi di provincia, anche se non deve essere sempre così. Il problema dell’attuale mappa della giustizia risiede principalmente nella dispersione: molti uffici sono soffocati dal lavoro, altri il contrario».

La procura di Sanremo, ad oggi, conta, oltre al procuratore Cavallone, sei sostituti: Antonella Politi, Marco Zocco, Maria Paola Marrali, Barbara Bresci (che rientrerà a settembre dalla maternità), Monica Supertino e Francesca Scarlatti.

«Per tutti ci sono solo quattro assistenti - sottolinea il procuratore -mentre per quanto riguarda le unità amministrative, c’è un 40 per cento in meno rispetto all’organico, dodici su venti. Numeri che creano grande sofferenza, anche solo per organizzare il lavoro quotidiano, figuriamoci in caso di ferie, malattia o altre assenze. Così, anche se ci fossero due assistenti per ogni sostituto, il che sarebbe l’ideale, si creerebbe un “tappo” nelle segreterie, perché mancano i cancellieri».

Una situazione ben diversa da quella di Imperia, dove le unità amministrative in servizio sono venti, ossia il totale dell’organico. «Con la revisione delle circoscrizioni giudiziarie auspicata dall’Anm, unendo le due procure si avrebbero a disposizione trentadue unità su quaranta, potendo così garantire lo stesso i servizi anche in caso di scopertura. L’alternativa sarebbe ricorrere alla mobilità attingendo da altre amministrazioni statali, ma il Ministero non lo consente, nonostante, alla fine, non ci sarebbe alcuna variazione della spesa, si tratterebbe solo di spostare il personale».

Ma la sede del tribunale unico quale dovrebbe essere, allora, Sanremo o Imperia? «Dal punto di vista della giustizia, non importa. Certo è che essere sede di un tribunale è motivo di prestigio per un Comune. È normale, quindi, che ci sarebbero resistenze da parte del mondo politico sanremese, se venisse scelta Imperia, e viceversa: nessuna delle due vorrebbe rinunciare ad avere il palazzo di giustizia».

http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2011/07/30/AOel6Kp-super_serve_procura.shtml
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Di Loredana Morandi (del 31/07/2011 @ 20:25:23, in Magistratura, linkato 1444 volte)
 Il governo I nodi Il presidente dell' Associazione magistrati
«Il ministro sa che le nostre osservazioni sono fondate»

Palamara: Palma sia coerente e li fermi

«Fu il mio testimone di nozze? Né imbarazzo né sconti» Il giudizio È un dato oggettivo che questa legge avrebbe effetti devastanti sui processi


ROMA - Per il presidente dell' Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, l' atteggiamento del nuovo ministro Guardasigilli sul cosiddetto «processo lungo» sarà il primo «banco di prova della sua volontà di avere un approccio coerente in favore dell' efficienza della giustizia». Il governo ha messo la fiducia sulla legge che impedisce al giudice di respingere i testimoni superflui quando Nitto Palma non aveva ancora giurato al Quirinale; ora però il neoministro ex magistrato è in carica, e il presidente dell' Anm auspica un suo intervento. Che dovrebbe fare, in concreto, secondo lei? «Spetta a lui decidere. È un tecnico in grado di capire la fondatezza delle nostre osservazioni critiche. È un dato oggettivo che con questo provvedimento si avrebbero effetti devastanti sui procedimenti penali. Al ministro compete sorvegliare sull' organizzazione e il funzionamento della giustizia, dunque un suo intervento sarebbe molto importante. Ormai è tempo di passare dalle parole ai fatti». Vi diranno che il Parlamento è sovrano e non spetta a voi interferire sulla formazione delle leggi... «Noi siamo perfettamente consapevoli della diversità dei ruoli, e il legislatore deve svolgere il suo compito in piena autonomia. Ma l' Anm e i suoi aderenti operano ogni giorno sul campo. Vivono quotidianamente i problemi di un processo penale divenuto un colabrodo, una farsa, e allora abbiamo il dovere di segnalare le disfunzioni e i pericoli derivanti da ulteriori interventi distorsivi. Poi il Parlamento farà ciò che crede e noi applicheremo le decisioni, ma nessuno potrà dirci che non avevamo messo in guardia dai rischi». A proposito dell' intervento ministeriale che lei auspica, se non ci sarà e il nuovo Guardasigilli dovesse avallare il «processo lungo», voi che farete? «Vedremo. Valuteremo ogni mossa, senza atteggiamenti pregiudiziali. Il nostro obiettivo è solo quello di far funzionare la giustizia, non altro». In questi giorni è stato ricordato il legame tra lei e il ministro Palma, che fu suo testimone di nozze, seppure dodici fa. Prova qualche imbarazzo? «Per niente. Quello che conta è il ruolo che questa Associazione ha svolto, soprattutto nell' ultimo periodo, nel rapporto tra politica e giustizia. La credibilità che l' Anm s' è conquistata rispetto ai suoi aderenti e all' esterno deriva proprio dall' approccio istituzionale rispetto alle questioni sul tappeto, che s' è sempre espresso in maniera pubblica e trasparente. Con chiarezza e senza fare sconti a nessuno. È andata così e continuerà ad andare così. Il resto, le relazioni private e le amicizie più prossime o lontane nel tempo, sono questioni del tutto indifferenti». Il neoministro auspica la fine del conflitto tra politica e giustizia, che il presidente della Repubblica ha definito pochi giorni fa «intollerabile». Come se ne esce? «Conflitto è un termine che non mi piace, perché la magistratura non è in guerra contro altre istituzioni. Purtroppo succede, invece, che sia oggetto di attacchi e insulti. Rispetto a inchieste e processi che coinvolgono esponenti politici, ricordo che è nostro preciso dovere farli, ma poi capita che vengano strumentalizzati per fini diversi. Noi guardiamo al nostro interno e siamo pronti a impegnarci ancora di più per una magistratura professionale e credibile; credo però che spetti anche alla politica interrogarsi su ciò che non funziona rispetto ai fenomeni della corruzione e della criminalità diffusa». Lo dice in risposta all' allarme di Napolitano sui magistrati che esagerano con intercettazioni e carcerazione preventiva? «Noi di queste questioni ci siamo sempre occupati e preoccupati. Può darsi che certe riflessioni al nostro interno debbano essere approfondite, ma continuiamo a difendere uno strumento d' indagine indispensabile come le intercettazioni; dopodiché bisogna evitare gli abusi, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di quelle irrilevanti».

*** *** ***

La carriera

Dal 2008 Il pubblico ministero romano Luca Palamara viene eletto presidente dell' Associazione nazionale magistrati il 17 maggio 2008, con il voto unanime di Unicost, Magistratura democratica e Movimento per la giustizia

L' inchiesta

Pubblico ministero a Roma, prima dell' elezione alla presidenza dell' Anm Palamara ha legato il suo nome soprattutto all' inchiesta su «Calciopoli», lo scandalo che ha investito il calcio italiano nel 2006

Bianconi Giovanni

Pagina 6 (29 luglio 2011) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/29/Palamara_Palma_sia_coerente_fermi_co_9_110729018.shtml
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Bruti Liberati attacca
“I corrotti saranno salvati grazie alla prescrizione”

Milano, il procuratore: impossibile chiudere i processi


Giovanna Trinchella


Corruzione, prescrizione. Fanno rima il reato più gettonato della politica italiana e l’istituto giuridico che permette di fronte al troppo tempo trascorso di non procedere più giudiziariamente. E così il giorno prima della presentazione in Senato del «processo lungo» il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, con il suo Bilancio Sociale della Procura dal I luglio 2010 al 30 giugno 2011, lancia il suo messaggio nella bottiglia.

Sulla prescrizione Bruti ricorda che «l’inadeguatezza della disciplina italiana» impedisce di arrivare a combattere, con processi definitivi, il fenomeno della corruzione, sempre più trasversale, e la piaga dell’evasione fiscale, sempre in cima alle classifiche dei fascicoli processuali milanesi: il «vigente regime di prescrizione non consente, nella maggioranza dei casi di rilevante gravità e complessità, di giungere a sentenza definitiva» anche perché la ex Cirielli, «oggetto di severe valutazioni e raccomandazioni del Rapporto di valutazione del Consiglio d’Europa», fa ancora danni.

In Parlamento giace la legge sull’uso e abuso delle intercettazioni e anche su questo Bruti ha da dire la sua: con il 10% di magistrati in meno rispetto all’organico ufficiale, la Procura ambrosiana ha però ottimizzato l’utilizzo di quello che è ritenuto strumento essenziale da tutti i suoi aggiunti che hanno contribuito a stilare 58 pagine sul lavoro di un anno. E il dato sorprende; a Milano, in un solo anno, c’è stato un taglio del 32,5 per cento con una riduzione dei costi - a intercettazione - di poco più del 40 per cento: «Significa che abbiamo fatto tutte le intercettazioni necessarie, ma solo quelle necessarie. Drastico intervento di controllo sulle proroghe e drastica riduzione della spesa.

In soldoni questi i numeri: da 13.654 a 9.249 bersagli (i soggetti intercettati, ndr), con una contrattazione con le aziende di intercettazione tino a ridurre il costo del 50 per cento, per un risparmio totale che si aggirerà sul 35 per cento. Tutto questo mentre la criminalità economica - «in Italia in costante e allarmante aumento» - continua a gonfiarsi come un blob che ingloba reati aumentati del 34,35 per cento.

Ci sono i fallimenti, le frodi e il riciclaggio con il fenomeno delle “bad company” in prima linea con imprese

che stralciano asset con il personale per tenere e incamerare asset fatti per lo più di patrimoni immobiliari.

Nel rendiconto della Procura le bancarotte fraudolente sono passate da 302 a 537 con un aumento deI 77 per cento, da 223 a 431 (cioè più 93 per cento) le bancarotte societarie, quelle semplici sono diventate 174 nell’ultimo anno a fronte di un dato che era fissato a 92 per i dodici mesi precedenti, quindi più 89 per cento.

In tutto questo non si può dimenticare come la legge deI 2002 sul falso in bilancio abbia depenalizzato «l’infedeltà dei manager». Mentre i reati fiscali, che giungono a punte del più 400 per cento, sono destinati all’archiviazione. Bruti elenca processi e propone esempi, ma nella sua lista manca il processo più mediatico dell’anno con rito immediato, per prostituzione minorile e concussione, con imputato Silvio Berlusconi per l’affaire Ruby: «E’ un caso abbastanza ordinario, che non ha creato particolari problemi, e dunque non ho ritenuto di doverlo citare» risponde Bruti, che ricorda i processi per corruzione in atti giudiziari Mills, e per reati fiscali e societari Mediaset e Mediatrade: «Ho citato questi tre processi in quanto rilevanti per il rischio prescrizione. Mentre il caso Ruby è rilevante solo in relazione alla tematica del rito immediato, che viene molto usato dalla Procura soprattutto nella prostituzione minorile».


fonte:  La Stampa, ed del 27 luglio 2011
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Di Loredana Morandi (del 30/07/2011 @ 12:24:47, in Magistratura, linkato 1515 volte)
LA QUESTIONE CARCERARIA TRA DIRITTI INVIOLABILI E INEFFICIENZE DEL SISTEMA.


1. La insostenibile drammaticità della situazione carceraria italiana è espressa dai dati assoluti di sovraffollamento, progressivamente crescenti, dal numero dei suicidi e dei tentativi di suicidi, evidentemente indicativo di una condizione di forte sofferenza umana, dalla percentuale dei detenuti in custodia cautelare che, per quanto diminuita negli ultimi decenni, è pur sempre superiore al 40%, una percentuale decisamente eccessiva, che esprime uno squilibrio in atto nel processo penale italiano.

2. Compete al legislatore, e non certo al presidente della Corte di cassazione, esprimersi su necessità ovvero opportunità di provvedimenti di clemenza.
A un anziano magistrato sarà però consentito di rivolgere un pressante appello al legislatore, e perciò alla politica, per realizzare, in ogni caso, interventi strutturali idonei non soltanto a bloccare la crescita del numero dei detenuti, ma anche ad innescare un processo contrario che conduca ad una riduzione progressiva della popolazione carceraria.
Vanno certo in questo senso, anche se con modesti risultati, taluni interventi legislativi per il più facile accesso alla detenzione domiciliare e per l’allargamento dell’istituto della messa alla prova. Nella stessa direzione si muove anche la legge n. 62 del 2011 che ha, tra l’altro, previsto per le detenute madri, affinché sia meglio tutelata la relazione di cura e assistenza genitoriale dei figli minori, che almeno un terzo della pena o almeno quindici anni siano espiati presso un istituto a custodia attenuata o, in assenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti o di fuga, presso l’abitazione o in altro luogo di privata dimora, in un luogo di cura, di assistenza o di accoglienza.
Innovazioni condivisibili, ma del tutto insufficienti. E’ indispensabile l’elaborazione e l’attuazione di un progetto che punti insieme alla riduzione della pena carceraria, ma anche e soprattutto dell’area della penalità. E’ la linea politica che fu già perseguita dal disegno di legge del ministro Bonifacio del 1977 (Atto n. 1799/C della VII legislatura) che sfociò poi nella legge n. 689/1981, recante numerose Modifiche al sistema penale.
Se si esaminano senza preconcetti le tipologie, per condanne in esecuzione, degli attuali detenuti, si costaterà che poco meno della metà scontano pene per la commissione di reati contro il patrimonio e una percentuale di non molto inferiore è in carcere per la commissione di reati concernenti le sostanze stupefacenti.
Un ponderato e selettivo programma di depenalizzazione, di attribuzione al diritto punitivo amministrativo di molte delle violazioni meramente formali (penso ora ai reati per inosservanza di ordini o provvedimenti) accompagnato dall’introduzione di formule estintive del reato, nell’ambito delle aggressioni penali non gravi al patrimonio, in connessione con condotte risarcitorie o riparatorie pienamente satisfattive, potrebbe determinare effetti notevoli per prosciugare il flusso di detenuti che quotidianamente entra in carcere, a volte inutilmente e per un periodo ridottissimo, idoneo soltanto a innescare effetti criminogeni e a distrarre il personale penitenziario dai compiti rieducativi e trattamentali in favore dei detenuti con ben diversa stabilità temporale.

3. L’emergenza carceraria chiama in causa non soltanto il legislatore e il governo, ma anche  i giudici.
I giudici del processo penale di cognizione, per un difetto endemico del nostro sistema che segna spesso una distanza temporale eccessiva tra condanna ed esecuzione della pena, a volte non considerano ciò che succede dopo la condanna,  affidando interamente ai giudici di sorveglianza il compito della più adeguata modulazione della pena carceraria in riferimento non tanto al fatto, quanto alla personalità del condannato.
Il giudice che condanna sa che la quantificazione della pena è il più delle volte nulla più che la premessa di un lavoro che verrà compiutamente realizzato, anni dopo, dal giudice di sorveglianza con la concessione di misure alternative e di benefici e con gli altri strumenti che la legislazione offre per il perseguimento delle finalità rieducative.
Da qui, e non sembri un paradosso, nasce anche la spinta ad anticipare in corso di processo il ricorso al carcere, al fine di neutralizzare una pericolosità sociale, più o meno sussistente, e di offrire una risposta alla percezione  collettiva di insicurezza sociale.
La recentissima sentenza n. 231 della Corte costituzionale sulla custodia carceraria in materia di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, pubblicata qualche giorno fa (che fa seguito  alle analoghe sentenze n. 265 del 2010 in riferimento ai reati di violenza sessuale; n. 164 del 2011 in materia di omicidio) ha fatto giustizia degli eccessi di irragionevolezza di una legislazione dell’emergenza (d.l. n. 11 del 2009, convertito con modifiche nella legge n. 38 del 2009), che innesta nel processo, luogo della ricostruzione del fatto e dell’accertamento dell’eventuale responsabilità per quel che si è commesso, istanze di prevenzione criminale proprie di politiche securitarie, che devono rimanere estranee al processo penale.
Sul terreno del contenimento della custodia cautelare carceraria deve essere rivolto un appello ai giudici ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari. Tenere sempre presente la concreta realtà carceraria può e deve costituire un efficace antidoto all’uso non necessitato della custodia cautelare  e  contribuire a far diminuire il dato percentuale dei detenuti imputati, oggi ancora elevato, per quanto inferiore a quello degli anni passati.

4. I giudici di sorveglianza, infine, hanno un compito difficilissimo. Il loro principale ruolo è quello di tutelare i diritti dei detenuti, in particolare i diritti inviolabili che possono essere offesi dalla condizione di restrizione e in conseguenza di scelte dell’organizzazione penitenziaria. La Corte costituzionale, in una importante sentenza (n. 26 del 1999), ha giustamente sancito che “i diritti inviolabili dell’uomo… trovano nella condizione di coloro i quali sono sottoposti a una restrizione della libertà personale i limiti a essa inerenti, connessi alle finalità che sono proprie di tale restrizione, ma non sono affatto annullati da tale condizione. La restrizione della libertà personale secondo la Costituzione vigente non comporta dunque affatto una capitis deminutio di fronte alla discrezionalità dell’autorità preposta alla sua esecuzione”.
E tra i diritti inviolabili messi in crisi dalle carenze di strutture, di mezzi e di risorse v’è il diritto alla salute, che non può essere tutelato a dovere se l’Amministrazione penitenziaria non è in grado di assicurare a ciascun detenuto uno spazio personale di almeno 3 mq., condizione minima di vivibilità nelle camere di detenzione, per evitare, come ha statuito la Corte di Strasburgo – sentenza nel caso Sulejmanovic c. Italia del 16 luglio 2009 – che sia violato il divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti, sancito anche dalla Carta europea dei diritti dell’uomo (art. 3).
C’è da chiedersi: quale effettività possono avere le pur necessarie e vincolanti decisioni dei giudici che, conformemente al sistema normativo e alla Costituzione, ingiungano all’Amministrazione penitenziaria l’adozione dei provvedimenti che assicurino le condizioni materiali essenziali per il rispetto della dignità umana dei detenuti, se essa non ha, e non potrà avere almeno in tempi brevi, i mezzi per sopperire ai loro bisogni?
Il carcere, in queste condizioni, rischia di essere un fattore generatore di illegalità, in contrasto palese e inaccettabile con la sua fisionomia normativa.
I nostri giudici di sorveglianza non possono fare quel che la Corte federale della California ha disposto di recente (l’8 aprile 2009), ingiungendo al Governatore la riduzione, entro il termine massimo di due anni, della popolazione carceraria di 40.000 unità (cfr. Questione Giustizia 2009, fasc. 5, p. 122).
L’impossibilità di soluzioni così radicali non deve però impedire ai magistrati italiani, che ben conoscono le criticità del circuito carcerario, di utilizzare, nel rispetto della legge, ogni possibile soluzione alternativa o sostitutiva alla detenzione carceraria, in attesa che la politica faccia le scelte che le competono.

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Processo lungo, la mafia ringrazia


Ecco come e perché il cosiddetto "processo lungo", sulla cui approvazione in Senato il Governo ha posto la fiducia, farà danni agli onesti e un favore alla mafia.

29/07/2011

Siamo a teatro. Un tale ruba la borsetta a una signora. Davanti al tribunale dieci testimoni precisi, sereni, estranei alle parti lo confermano. Ma la difesa chiede che tutti gli spettatori vengano sentiti: possono aver visto, magari con la coda dell'occhio. Oggi il giudice, che è organo imparziale, può escludere le prove manifestamente superflue o irrilevanti. Con la legge sul 'processo lungo' non potrà più; solo quelle manifestamente non pertinenti potranno essere escluse. E siccome sono pertinenti a quella vicenda tutte le deposizioni degli spettatori, tutti dovranno essere sentiti. Mesi di udienze per un furterello.

A chi giova? A chi vuole tirare in lungo il processo: finalmente la verità. Il processo breve era una menzogna, perché significa la morte anticipata della procedura. Qui almeno si dice chiaramente l'obiettivo. Ancora un esempio. Non si potranno utilizzare le sentenze, pur se definitive, che accertano un determinato fatto, se non sentendo di nuovo i testi già ascoltati sui quali esse si fondino: come, per intenderci, i testimoni di un processo che abbia già accertato una corruzione.

A chi giova? Poiché la riformetta si applicherebbe anche ai processi in corso in primo grado, serverebbe magari con urgenza a chi fosse notoriamente un imputato. Il quale potrà pure interrogare direttamente i testi che abbiano reso dichiarazioni a suo carico: il mafioso estorsore guarderà significativamente negli occhi, facendogli domande, il poveretto che finalmente ha creduto di poter parlare. Forse sarebbe il caso di riflettere ancora su simili innovazioni.

Su tutto questo, che varrà per decine di migliaia di processi, rallentandoli e vanificandoli, il governo mette la fiducia. Mentre i titoli di Stato italiani vacillano, mentre la corruzione distrugge la credibilità delle istituzioni all'interno e all'estero. Pensare che la legge, al cui interno si sono messe le novità, era nata per escludere il giudizio abbreviato e le sue riduzioni di pena  per i delitti puniti con l'ergastolo.   

Adriano Sansa

http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/un-infinito-processo-ad-personam_290711103910.aspx
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Quando Chinnici diceva agli studenti
"Il pericolo maggiore è la rassegnazione"


Un'intervista ritrovata fra i ricordi di università di Franca Imbergamo, oggi sostituto procuratore generale a Caltanissetta. La conversazione fra la studentessa e il magistrato, sui temi della legge La Torre, fu pubblicata sul giornale dei giovani della Fgci, "Mobydick", quattro mesi prima della strage di via Pipitone Federico. Insieme al giornale è stata ritrovata anche la registrazione dell'intervista. Oggi l'anniversario dell'eccidio del 29 luglio 1983

di SALVO PALAZZOLO
 
La voce di Rocco Chinnici riemerge da una vecchia cassetta audio: "La mafia ha sempre avuto rapporti con il potere. La mafia non è mai stata con chi è all’opposizione. I partiti del potere, in misura più o meno rilevante, sono purtroppo inquinati dalla mafia". Il consigliere istruttore ha un tono gentile, ma deciso. Risponde alle domande di una giovane studentessa universitaria. "Dal 1970 a oggi — dice — con la potenza economica raggiunta, la mafia condiziona la vita socioeconomica della Sicilia occidentale, evidentemente con riflessi anche nel campo politico".

Ascolta un brano dell'intervista
http://tv.repubblica.it/copertina/chinnici-l-intervista-ritrovata/73506?video

Per 28 anni quella cassetta è rimasta dentro una scatola, fra i ricordi di università di una giovane, allora ventunenne, che frequentava il terzo anno della facoltà di Giuri¬sprudenza di Palermo. Accanto alla cassetta è sempre rimasta una copia del giornale dove poi fu pubblicata l’intervista, “Mobydick”, periodico di battaglia dei giovani della Fgci siciliana. La giovane universitaria, Franca Imbergamo, quattro anni dopo entrò in magistratura. Oggi è sostituto procuratore generale a Caltanissetta e ricorda ancora con angoscia il giorno in cui vide in televisione l’auto di Chinnici e quella dei carabinieri Mario Trapassi ed Edoardo Bartolotta dilaniata dal tritolo di Cosa nostra. Poco distante, in via Pipitone Federico, c’era il corpo di Stefano Li Sacchi, il portiere dello stabile dove abitava il giudice. Era il 29 luglio 1983, quattro mesi dopo l’intervista.

"Guardando in televisione le immagini della strage — dice Franca Imbergamo — mi resi conto di quanto non avessi compreso la gravità delle cose dette da Chinnici quel pomeriggio, nel suo ufficio al palazzo di giustizia. Solo guardando quelle immagini strazianti capì quanta importanza avevano i fascicoli che Rocco Chinnici teneva con grande ordine sulla scrivania. E allora ripercorsi in un attimo tutti i momenti di quell’intervista, ma ripensai anche alle cose che Chinnici ci aveva detto all’università, durante un ciclo di incontri sulla legge La Torre, da poco introdotta dopo l’assassinio del segretario regionale del Pci. L’intervista doveva essere proprio una sintesi dei ragionamenti fatti in facoltà, perché quegli incontri erano stati un’occasione straordinaria: mai prima di allora un magistrato era stato invitato a Giurisprudenza per parlare di lotta alla mafia".

Nell’intervista ritrovata Chinnici ribadisce più volte la necessità dell’impegno dei giovani: "Il pericolo maggiore — dice — sta oggi nella rassegnazione, nella tendenza a considerare la mafia quasi come un male inevitabile della nostra epoca. Bisogna reagire, bisogna far comprendere ai giovani in particolare che la mafia, con la produzione e il commercio delle sostanze stupefacenti, ha superato se stessa nella potenza criminale che l’ha sempre contraddistinta". Sono parole che suonano come profetiche, perché oggi Cosa nostra è tornata a investire nel traffico di droga. Dice Franca Imbergamo: "All’epoca, il movimento studentesco viveva una stagione importante, stava acquisendo consapevolezza del proprio ruolo all’interno della società civile e della lotta alla mafia. Mi chiedo oggi, cosa accada, perché troppo spesso vedo sguardi annoiati fra i ragazzi che incontro a scuola. Non vorrei che gli incontri antimafia, con magistrati ed esperti, siano ormai diventati come l’ora di religione: una monotona routine, giusto un’occasione da non farsi sfuggire per evitare le materie importanti".

Chinnici diceva nella sua intervista: "C’è bisogno di cittadini responsabili". È un altro spunto per il ragionamento di Franca Imbergamo sullo stato attuale dell’antimafia: "Vedo un movimento diviso in mille rivoli, in cui si predica tanto, ma poi spesso gli atteggiamenti non sono poi così corrispondenti alle cose dette. Talvolta ho la spiacevole sensazione che manchi trasparenza e che molti abbiano finito per gestire un piccolo potere: così l’antimafia è diventata anche occasione per fare carriera, a tutti i livelli".

L’intervista a Rocco Chinnici potrebbe essere anche un manifesto per la nuova antimafia, anche per le parole di speranza che arrivano da quei giorni difficili del 1983. "In una città come Palermo, tanto permeata dalla mafia — diceva il consigliere istruttore — è la stragrande maggioranza della gente, quella silenziosa, quella che teme, ad essere veramente col giudice quando questi fa il proprio dovere". La Imbergamo rilegge questo passaggio e dice: "Mi colpisce ancora oggi la semplicità con cui Chinnici esprimeva concetti di grande importanza. Era un comunicatore di grande fascino, e oggi la magistratura dovrebbe fare proprio una riflessione sul modo in cui si pone all’esterno. Compito dei magistrati dovrebbe essere quello di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a certe tematiche, spiegando che non si può delegare affatto alla magistratura la soluzione dei problemi, ma è necessario un impegno diretto dei cittadini, ognuno nel proprio ambito. Invece, oggi, vedo una tendenza da parte di alcuni magistrati a compiacersi del proprio ruolo. È un messaggio sbagliato che arriva alla società".

Nei giorni scorsi, una copia della cassetta con l’intervista ritrovata è stata donata ai figli del magistrato, Caterina e Giovanni. Un’altra copia è arrivata al presidente del centro Pio La Torre, Vito Lo Monaco, che nel prossimo anno scolastico vuole farla ascoltare agli studenti delle scuole di Palermo.

fonte La Repubblica - Palermo
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 20:04:14, in Magistratura, linkato 1515 volte)
Giustizia, caso Mastella. E' scontro tra gup e pm

Curcio: "Il giudice ha letto metà degli atti"


Il giudice definisce sbagliato il capo di imputazione e proscioglie gli imputati dall'accusa di associazione a delinquere, il pm ricorre in Cassazione e contrattacca: ha emesso la sentenza avendo letto meno della metà degli atti. E' polemica tra gup e Procura sull'annullamento dell'accusa di associazione a delinquere nei confronti dell'europarlamentare Clemente Mastella e di altri esponenti dell'Udeur.
La vicenda è quella delle nomine all'Arpac, l'Agenzia regionale per l'ambiente, e in alcune Asl e ospedali della Campania. Il pm Francesco Curcio, che in questi giorni sta conducendo l'inchiesta sulla cosiddetta P4, sosteneva la tesi secondo cui l'Udeur, partito fondato dall'ex guardasigilli, fosse di fatto un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati contro la pubblica amministrazione connessi con nomine e assunzioni illegali. Lo scorso 31 marzo, invece, il gup Eduardo De Gregorio, al termine dell'udienza preliminare, prosciolse dal reato piú grave tutti gli imputati, rinviando a giudizio alcuni di loro per altre imputazioni minori (Mastella, difeso dall'avvocato Alfonso Furgiuele, sara' processato per truffa, appropriazione indebita e abuso d'ufficio).
La sentenza del gup demoliva buona parte dell'impianto accusatorio, dichiarando il non luogo a procedere per molti capi di imputazione tra cui quelli relativi all'acquisto di un palazzo nella zona di Vigliena da destinare a sede dell'Arpac.
Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni della sentenza, fortemente critiche nei confronti della Procura.
difesa. Immediato il ricorso in Cassazione del pm Curcio, con osservazioni altrettanto critiche nei confronti del gup.
Secondo De Gregorio non solo gli elementi a sostegno dell'accusa di associazione per delinquere sono molto labili o in alcuni casi inesistenti, ma la stessa imputazione è da criticare perch, sarebbe stata formulata con riferimento non all'articolo 416 del codice penale (l'associazione per delinquere "semplice") ma all'articolo 416 bis (l'associazione mafiosa). Solo quest'ultimo reato, scrive il giudice, 'considera come segmenti di condotte illecite, ai fini della realizzazione del reato, il controllo delle attività economiche, di appalti e servizi, allo scopo di realizzare ingiusti profitti e vantaggi'. Nella proposta accusatoria in esame, invece - scrive ancora il gup - pur discorrendosi di associazione per delinquere, lo scopo di commettere reati risulta secondario, poich,, secondo l'imputazione, l'ipotizzata associazione avrebbe avuto come oggetto soprattutto l'acquisizione del controllo delle attività pubbliche in essa contemplate". Per il giudice, inoltre, "il contestato vincolo associativo penalmente rilevante" è "connotato da un'immanente equivocità che rende di insanabile debolezza la tesi di accusa... con inevitabili riflessi negativi circa la sostenibilità di quest'accusa in giudizio".
Del tutto opposta l'opinione del pm Francesco Curcio, per il quale il giudice, prima di valutare, non ha letto che una parte degli atti. Il pm contesta duramente la sentenza fin dalla prima pagina del ricorso: 'Il provvedimento impugnato è rimasto talmente distante dalla materia del contendere da non considerare, da non far rientrare nel proprio orizzonte valutativo non qualcuno degli elementi di prova raccolti, ma, attenzione, circa la metà del materiale probatorio raccolto durante le indagini, la cui considerazione è del tutto, non in parte, del tutto, sfuggita all'esame del giudice. 'Si è omesso - prosegue il pm - di dare contro, nella motivazione, di un'intera parte del ponderoso materiale probatorio ... che costituiva la necessaria premessa fattuale, logica e giuridica del compendio probatorio sottoposto al gup e che quindi prioritariamente il gup doveva esaminare ai fini di valutare la sussistenza del delitto associativo. Tale esame, invece, è stato del tutto omesso'.
Per il pm, inoltre, il gup ha affermato 'in modo impreciso e sommario e dunque illogico' che 'non risultano imputazioni significative relative a reati fine', mentre 'appare veramente eclatante che per prendere un provvedimento cosí forte come il proscioglimento in udienza preliminare - dopo che per lo stesso fatto erano state emesse ordinanze cautelari confermate poi dal Riesame e dalla Cassazione - il giudicante si sia limitato a valutare una percentuale che prima avevamo valutato ottimisticamente del 50 per cento del materiale probatorio raccolto, ma che, piú realisticamente, considerando i diversi apparati amministrativi penetrati dal sodalizio, puó considerarsi di gran lunga inferiore a quel 50 per cento'.
Sarà la Cassazione, dunque, a valutare quale dei due magistrati abbia agito correttamente. Per l'11 ottobre prossimo, intanto, davanti alla I sezione del Tribunale, collegio A, è fissato l'avvio del processo.

di Matilde Andolfo
http://www.lunaset.it/news.aspx?news=5318
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 20:01:30, in Magistratura, linkato 1321 volte)

Appello dell'Anm al Guardasigilli: "Fermi la norma"

Il presidente Palamara fa l'esempio del processo di Rignano Flaminio: "Questa riforma impedisce di far luce sui fatti".


ROMA - "Noi chiediamo al ministro di intervenire proprio alla luce della sua esperienza di magistrato". E' quanto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara chiede al ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, al fine di fermare la norma del cosiddetto "processo lungo". Con la fiducia accordata dal Senato, infatti, c'è stato un primo via libera al provvedimento. "Attenderemo lo sviluppo e continueremo a svolgere il nostro ruolo di testimonianza", ha concluso Palamara.

L'ESEMPIO DI RIGNANO FLAMINIO. Intervistato dal Tg3, Palamara ha anche evocato il caso di Rignano Flaminio: "A quel processo furono convocati oltre 1.500 testimoni", ha spiegato il presidente dell'Anm: "Ciò significa volere impedire di fare luce su quanto è accaduto". Infine, Palamara ha spiegato che con il processo lungo "il giudice non ha la possibilità di decidere quali testimoni sono funzionali al processo, si impedisce al giudice di selezionare i testimoni. Ci troviamo di fronte a un provvedimento che non tiene conto dell'interesse generale ma solo di circostanze particolari", ha concluso.

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-8cb1df56-1346-4bff-b064-7056adfca96b.html
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E se lo dice Vietti ci può credere anche il governo... L.M.

Processo lungo, passa la fiducia al Senato.

Vietti (Csm): ''Direzione opposta all'Ue''

Roma - (Adnkronos) - 160 i voti a favore di Pdl, Lega e Coesione nazionale, 139 i contrari di Pd, Idv, Udc, Terzo polo. Protesta Italia dei valori: 'Ladri di giustizia'. Il ddl passa ora all'esame della Camera. La decisione del governo di porre la questione di fiducia. In aula anche il neo Guardasigilli Nitto Palma: non avrà effetto deflagrante. Frattini: buona legge, non va fermata se si applica anche al premier. Napolitano: politica appare debole

Roma, 29 lug. - (Adnkronos) - Il Senato ha approvato il ddl sul processo lungo sul quale il governo aveva posto la questione di fiducia.

Il provvedimento, che ora passa all'esame della Camera, ha ottenuto 160 voti a favore di Pdl, Lega e Coesione nazionale mentre 139 sono stati i voti contrati di Pd, Idv, Udc e Terzo polo.

Durante la mattinata non sono mancati momenti di tensione quando, durante l'intervento di Maurizio Gasparri, i senatori di Italia dei valori hanno inscenato una protesta, alzando dei fogli bianchi con la scritta: 'Ladri di giustizia', esponendoli anche in direzione della tribuna stampa. Immediatamente richiamati dal presidente del Senato Renato Schifani, i senatori dipietristi hanno dovuto cessare la contestazione quando sono intervenuti gli assistenti parlamentari che gli hanno tolto loro dalle mani i fogli 'incriminati'.

''Sul processo lungo si dicono tante inesattezze'', ha dichiarato dopo l'approvazione il neoministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma. ''C'è tanta discussione mediatica, ma non avrà nessun effetto deflagrante'', aggiunge.

Non bisogna fermare "una buona legge" solo perché fra i possibili destinatari vi è anche il presidente del Consiglio, ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini.

Per il senatore Luigi Li Gotti, capogruppo dell'Italia dei valori in commissione giustizia, "per garantire l'impunità al presidente del Consiglio, maggioranza e governo hanno deciso di varare un provvedimento pieno di gravi errori giuridici e devastante per il sistema penale''.

''Il Consiglio ha presentato una risoluzione con una propria valutazione ed ha accettato di non votarla su richiesta di alcuni componenti laici per consentire un migliore approfondimento, prendiamo atto che il governo non ha ritenuto di fare lo stesso''. Così il vicepresidente del Csm, Michele Vietti il quale ha poi ricordato che ''la proposta di parere del Csm è molto critica su questo provvedimento sotto il profilo delle sue ricadute sulla durata dei processi. Siamo tutti impegnati in modo prioritario ad accelerarli -ha concluso- anche per tenere il passo con l'Unione europea. Questo provvedimento va obiettivamente nella direzione opposta''.
 
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 19:29:30, in Politica, linkato 1401 volte)
il neo guardasigilli non parla dell'errore nel testo ...

Processo lungo/ Nitto Palma:

Non avrà effetti deflagranti


Roma, 29 lug. (TMNews) - "Si dà una rappresentazione di quelle norme lontana dalla realtà, ma gli effetti non saranno deflagranti". Lo afferma il neo ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, a proposito del ddl sul processo lungo approvato stamattina dal Senato con il voto di fiducia.

"I magistrati ritengono che quelle norme daranno luogo ad un disastro, per gli avvocati non cambia nulla. Sul processo lungo si dicono tante inesattezze", afferma il Guardasigilli ai microfoni de 'Ilfattoquotidiano.it'. Quanto alle 'speranze' riposte dall'Anm nel neo ministro per una correzione del ddl, Nitto Palma è secco: "Sul provvedimento è stata posta la fiducia...".

Il ministro aggiunge poi: "Bisogna allentare la tensione con i magistrati, tornare ad un confronto sereno, ad un dialogo costruttivo, e ribadisco che sono pronto fin da subito a sedermi al tavolo con i parlamentari dell'opposizione che si occupano di giustizia e con i magistrati dell'Anm".
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