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 .. yellow rose ..... di Lunadicarta
 
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Riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica. Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza.

Rosario Livatino
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 21/09/2010 @ 07:13:47, in Magistratura, linkato 1397 volte)

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UN “PATTO PER LA GIUSTIZIA”


OUA E ANM TRACCIANO UNA LINEA COMUNE PER FAR FUNZIONARE LA MACCHINA GIUDIZIARIA:

ACCORDO
SULL’ESTENSIONE DELLE BEST PRACTICES,
SULL’UNIFICAZIONE DEI RITI,
SUL PROCESSO TELEMATICO


TRE TAVOLI DI CONFRONTO SU:
RIFORMA DEL GIUDICE ONORARIO,
GEOGRAFIA GIUDIZIARIA,
UFFICIO DEL GIUDICE


 
Oggi (alle 12) una delegazione dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, composta dal presidente, Maurizio de Tilla, dai vice presidenti, Antonio Giorgino e Luca Saldarelli e dal segretario Giuseppe Lepore, ha incontrato il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara.

Per il presidente dell’Oua è stata una riunione molto costruttiva: «Un confronto aperto e positivo quello con i magistrati – spiega de Tilla - è evidente che il Decalogo di proposte dell’Oua, nei fatti, ha creato le basi affinchè si possa ritornare a discutere concretamente di riforma della macchina giudiziaria (civile e penale).

Tra le questioni poste nel Decalogo, punti in comune sull’applicazione generalizzata delle prassi virtuose di riorganizzazione degli uffici giudiziari (best practices), quello che noi abbiamo chiamato “Metodo Barbuto”. Infine, condivisione completa sulla proposta di estensione del processo telematico e sulla riunificazione dei riti.

Grande attenzione anche sulla necessità di aprire tavoli di confronto sulla riforma della magistratura onoraria, sull’ufficio del giudice e sulla geografia giudiziaria».

«Nelle prossime settimane – ha concluso de Tilla -  approfondiremo tutti questi aspetti, ci incontreremo anche con gli altri operatori del settore, le rappresentanze dei dirigenti dei lavoratori della giustizia, e congiuntamente apriremo un’interlocuzione con la Politica. È necessario che il Parlamento e il Governo ascoltino le ragioni di chi ha sottoscritto il Patto per la Giustizia».

Roma, 16 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 21/09/2010 @ 07:07:26, in Giuristi, linkato 1235 volte)


Deliberato unitario delle componenti istituzionali, associative e politiche della Avvocatura


Le componenti istituzionali, associative e politiche dell’Avvocatura


riunite  in assise in Roma presso il complesso di Santo Spirito in Sassia il 18 settembre per discutere sulla riforma dell’ordinamento professionale e sui provvedimenti di riforma del sistema di amministrazione della giustizia e per lo smaltimento dell’ arretrato ribadite  le istanze e le posizioni  già espresse nei documenti congressuali, nelle audizioni e nelle riunioni con gli esponenti del Governo e del Parlamento,

dopo ampio dibattito, approvano all’unanimità la seguente deliberazione:


mozione conclusiva


1) L‘Avvocatura manifesta amarezza e forte disappunto per la mancata approvazione della riforma dell’ordinamento forense in assoluta violazione degli impegni assunti dal governo e dal parlamento per conferire rigore, qualificazione ed efficienza nell’esercizio della professione di avvocato.

2) Rileva le gravi carenze nei progetti di riforma della giustizia civile e penale, esaurendosi gli interventi attuati e proposti in maldestri strumenti di sostanziale rottamazione del carico giudiziario senza curarsi dei diritti dei cittadini ad avere una giustizia "giusta".

3) Chiede con determinazione di essere consultata preventivamente come prevede il dettato legislativo su tutte le riforme in atto concernenti la giustizia, in particolare lo smaltimento dell’ arretrato, l’assetto ordinamentale del giudice laico, l’accelerazione dei processi e la semplificazione dei riti, le modifiche del codice civile e penale, le modifiche dell’ordinamento giudiziario, le modifiche della Costituzione e delle norme fondamentali dell’ordinamento giuridico.

4) L’ Avvocatura deplora di non essere stata consultata sulla disciplina normativa e regolamentare sulla media-conciliazione e sulla mancata previsione dell’ assistenza forense obbligatoria in contrasto con l’ art 24 della Costituzione sugli effetti civilistici del difetto di informativa che esorbitano dalle sanzioni meramente disciplinari.

5) Rileva che la conciliazione obbligatoria costituisce un unicum eccezionale e stravagante nella legislazione europea.

6) Deplora la proliferazione di corsi rivolti alla sedicente formazione di conciliatori sottoqualificati e sprovvisti delle capacità necessarie per svolgimento di un delicato compito.

7) Insiste sulla richiesta di rinviare di almeno un anno l’entrata in vigore del sistema della conciliazione obbligatoria che riguarderà nel primo periodo di applicazione almeno  un milione di controversie. L’Avvocatura, istituzionalmente deputata alla difesa dei diritti, non può che denunciare le gravi responsabilità di Governo e Parlamento a tradire le esigenze dei cittadini e si dichiara pronta ad assumere compiti e responsabilità per la istituzione dell’ufficio del giudice, per la disciplina del giudice laico, per  il coinvolgimento attivo dei consigli giudiziari e nei progetti di organizzazione telematica funzionale e strutturale degli uffici.

Invita

il ministro della giustizia a rispondere a tutte le richieste formulate, che saranno ribadite con manifestazioni di protesta e di proposta che si cumuleranno nel congresso nazionale di Genova del novembre prossimo.

Gli esponenti dell’Avvocatura valuteranno ad esito di questa sollecitazione la permanenza del rapporto di fiducia degli avvocati, espressione costituzionale delle istanze di giustizia dei cittadini nelle istituzioni che rappresentano il settore giudiziario. E ciò tanto più nella situazione di emarginazione dell’avvocatura dal concorrere a formulare le scelte più appropriate per garantire i principi sui quali si fonda lo Stato di diritto.


Organismo Unitario dell’Avvocatura

Consiglio Nazionale Forense

Ordini Forensi

Unioni Regionali Forensi

Associazione Nazionale Forense

Unione delle Camere Penali
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Di Loredana Morandi (del 20/09/2010 @ 18:15:34, in Magistratura, linkato 1435 volte)
Quest'anno la ricorrenza mi colpisce particolarmente, sarà perché solo poche settimane fa ho letto insultare violentemente un altro "giudice ragazzino". Però a questo c'è rimedio. L.M.

Vent'anni fa l'uccisione del 'giudice ragazzino'


La mattina del 21 settembre 1990 i sicari uccisero Rosario Livatino

20 settembre, 15:08 (ANSA - di Franco Nicastro)

PALERMO  - Da solo in macchina e senza scorta si stava recando da Canicattì in tribunale ad Agrigento. I sicari lo aspettavano e quando lo videro lo inseguirono, cercarono di speronarlo, lo costrinsero a fermarsi. Un testimone vide con sgomento che Rosario Livatino, dopo avere abbandonato l'auto, cercò una disperata fuga per le campagne ma il gruppo di fuoco lo raggiunse e lo uccise.

Così moriva 20 anni fa un "giudice ragazzino" che svolgeva il suo lavoro con scrupolo ma anche con una visione ideale del proprio ruolo. Cercava di dare "un'anima alla legge" aveva spiegato in una conferenza poco prima di essere eliminato. Era la mattina del 21 settembre 1990.

Livatino aveva 36 anni ma già si era occupato delle prime avvisaglie di una tangentopoli siciliana e di vicende di mafia che avevano rivelato l'esistenza della "stidda", un'organizzazione in ascesa che contendeva a Cosa nostra il controllo delle nuove frontiere criminali: appalti, traffico di droga, riciclaggio. Due dei quattro sicari, Domenico Pace e Paolo Amico, furono arrestati subito in Germania dove avevano cercato rifugio. Vennero individuati sulla base delle indicazioni di un agente di commercio, Pietro Ivano Nava, che al momento dell'agguato stava viaggiando sulla Agrigento-Canicattì. Scoperti anche gli altri responsabili e i mandanti per i quali sono stati celebrati tre distinti processi.

Dalle indagini è emerso che Livatino venne ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioé una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Il progetto criminale era stato ideato da Giovanni Avarello, esponente di una cosca emergente a Canicattì contrapposta a un vecchio clan capeggiato da Giuseppe Di Caro e legato a Cosa nostra.

Con l'uccisione del giudice "ragazzino" la "stidda" avrebbe voluto dare una dimostrazione di forza a Cosa nostra. Pace e Amato sono stati condannati all'ergastolo con gli altri due componenti del gruppo di fuoco, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. Nell'altro filone processuale alla stessa pena sono stati condannati come mandanti Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Quest'ultimo, arrestato ad Acapulco dove aveva seguito la figlia in viaggio di nozze: avrebbe messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all'estero. A pene minori sono stati condannati i pentiti Giovanni Calafato e Giuseppe Croce Benvenuto.

Sulla vicenda di Livatino, per il quale la Curia di Agrigento ha promosso un processo di "beatificazione", è nata una polemica che ha coinvolto l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che in una "esternazione" durante l'inaugurazione del tribunale di Gela aveva attaccato i "giudici ragazzini". L'espressione usata in quella occasione provocò forti reazioni e venne ripresa nel titolo del libro di Nando Dalla Chiesa su Livatino. Cossiga ha sempre negato che si riferisse al magistrato ucciso.

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E' il gesto di un pazzo, ma penso che l'uomo con una qualche lucidità e premeditazione abbia ucciso il cane per primo, oppure sarebbe stato assalito da questi all'atto di strappare la vita alla figlioletta. L.M.

Brescia, uccide la figlioletta e il cane

col suo fucile da caccia e poi si suicida


Il ritrovamento dei corpi a Lonato: la bambina aveva tre anni. C'era anche la carcassa di un cane

Il luogo della tragedia
 
I cadaveri di un uomo e di una bambina di tre anni, padre e figlia, sono stati trovati stamani a Lonato (Brescia). Delle indagini si stanno occupando i carabinieri della compagnia di Desenzano (Brescia): l'uomo, Alberto Fogari, 44 anni, ha ucciso la piccola Nicol con un fucile da caccia per poi suicidarsi. Fogari, che era un appassionato cacciatore, ha ucciso anche il suo cane, un meticcio da caccia.

L'uomo era commesso in un ipermercato a Concesio, sempre nel Bresciano, e risiedeva a Brione in Valtrompia. Domenica sera avrebbe dovuto riportare a Ome (Brescia) la bimba avuta da un'ex compagna. Invece la bambina non è stata riportata e la madre ha dato l'allarme. Verso le 21 a Lonato, nella frazione Esenta, un agricoltore ha sentito alcuni colpi di fucile. Stamani l'uomo ha trovato, uno vicino all'altro, il corpo dell'uomo e della bambina. Il movente del gesto sarebbe stato originato dalla decisione di non separarsi dalla bambina.

Sull'auto di Fogari, una Mitsubischi, è stato trovato un biglietto con frasi generiche per giustificare il gesto e qualche parola di commiato: "Da lassù - avrebbe scritto l'uomo - vi proteggero". Il biglietto è stato lasciato sul lato destro del cruscotto.
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Auguro un buon lavoro alla dottoressa Anna Maria Arena, nella speranza che incastri i medici alle loro responsabilità... L.M.

I carabinieri hanno già sequestrato le cartelle cliniche


Lite in sala parto, nuovo caso a Messina:
neonato in coma, aperta un'inchiesta


Messina - (Adnkronos) - E' accaduto all'ospedale Papardo. Alla base del diverbio - come accaduto ad agosto per Antonio Molonia - la diversità di vedute sulla scelta tra parto naturale e taglio cesareo. Il piccolo è in coma farmacologico. Smentisce l'Ordine dei Medici:"Nessuna lite, ormai è psicosi collettiva". Nelle ultime settimane la malasanità è entrata più volte in sala parto (FORUM)

Messina, 20 set. (Adnkronos) - A poco meno di un mese da un episodio analogo, a Messina un'altra lite tra medici avrebbe procurato lesioni a un neonato. Il fatto sarebbe avvenuto all'ospedale 'Papardo' dove secondo i genitori del nascituro il diverbio sarebbe sorto per decidere se procedere con un taglio cesareo o con un parto naturale.

Il bimbo è intubato e tenuto in coma farmacologico. Stando alle prime ipotesi, al momento della nascita non sarebbe arrivato per qualche secondo l'ossigeno al cervello e questo avrebbe creato lesioni cerebrali. Il piccolo potrebbe aver riportato delle lesioni neurologiche che gli provocherebbero problemi al movimento degli arti. Subito dopo il parto i familiari della donna si sono scagliati contro il primario.

A presentare la denuncia sono stati i genitori del neonato in coma, la 24enne Ivana Rigano e il marito 34enne Nicola Mangraviti. La Procura della città siciliana ha aperto un'inchiesta contro ignoti: a coordinarla il pm della Procura di Messina Anna Maria Arena.

"Tutto quello che è stato detto e scritto finora è falso. Non c'è stata nessuna lite in reparto", afferma all'Adnkronos Salute Saverio Esposito, aiuto del primario di ginecologia e ostetricia Francesco Abate, coinvolto nella presunta lite. Un'altra smentita arriva dal presidente dell'Ordine dei medici di Messina, Giacomo Caudo": Ho parlato al telefono con il primario Francesco Abate, che smentisce qualunque lite e aggiunge che i parenti della partoriente hanno aggredito i medici". "Il mio collega mi ha assicurato che la notizia è infondata. Ormai - conclude Caudo - in città siè diffusa una sorta di psicosi dopo la vicenda del Policlinico".

I carabinieri, nei giorni scorsi, hanno a ogni modo sequestrato le cartelle cliniche nel reparto di Ostetricia e Ginecologia del 'Papardo'. Ed è stato inoltre disposto l'invio dei Nas. "Ho già avviato un'ulteriore istruttoria attraverso i carabinieri appartenenti al nucleo Nas della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale: i documenti che ne deriveranno andranno ad aggiungersi agli atti acquisiti dopo le tragiche vicende del Policlinico di Messina e di Policoro, Piove di Sacco e Reggio Emilia", ha annunciato Ignazio Marino, senatore del Pd e presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale.

- omissis -

 
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COMUNICATO STAMPA


Avvocati: avanti con le specializzazioni forensi a tutela del cittadino


Il Consiglio nazionale forense ha riunito i presidenti dei Consigli dell’Ordine per sottoporre la bozza del regolamento per il riconoscimento del titolo di specialista

Roma 18/9/2010. Andare avanti con la definizione delle regole per attribuire agli avvocati il titolo di specialista nella varie aree del diritto. Strada obbligata per garantire maggiore qualificazione professionale anche e soprattutto a tutela del cittadino.
E’ questa l’indicazione che è emersa oggi in occasione della riunione dei presidenti dei Consigli dell’Ordine, convocati a Roma dal Consiglio nazionale forense presso il complesso di Santo Spirito in Saxia per discutere della bozza di regolamento per il riconoscimento del titolo di specialista.
La bozza, predisposta dal Cnf prima della pausa estiva e inviata agli Ordini e Associazioni per le osservazioni, ulteriormente modificata sulla scorta di quest’ultime, disciplina le modalità per l’acquisizione del titolo di avvocato specialista e  il suo mantenimento, principalmente attraverso la definizione delle aree di specializzazione e di un percorso per l’acquisizione del titolo segnato dalla frequenza di corsi specializzanti e da un esame presso il Cnf.
Il presidente Guido Alpa ha sottolineato la necessità di varare il regolamento concepito come un ulteriore strumento per l’attuazione delle concezioni fondanti ed ispiratrici della proposta di riforma della professione forense –e tuttora ferma in senato con grande disappunto della classe forense – e che tendono ad una maggiore qualificazione professionale.
E proprio la lentezza con la quale il parlamento sta affrontando l’esame della riforma,  che disciplina anche la specializzazione, sta convincendo l’avvocatura ad approvare un proprio regolamento (per bruciare i tempi).
Il vicepresidente Ubaldo Perfetti, coordinatore del gruppo di lavoro sulle specializzazioni, ha illustrato, anche alla luce delle indicazioni ricevute da Ordini ed Associazioni, gli aspetti problematici della disciplina regolamentare, con particolare riguardo ai requisiti per conseguire il titolo, alla garanzia di un ruolo attivo e propositivo dei Consigli degli Ordini ed a quella del pluralismo delle offerte formative, al rapporto tra regolamento e codice dei deontologia, alla disciplina transitoria.
“ Si tratta di un cantiere aperto. Oggi raccoglieremo ulteriori indicazioni e poi sottoporremmo al Consiglio nella prossima seduta amministrativa, un testo che tenga conto anche di ciò che di utile emergerà dalla discussione”, ha rassicurato Perfetti.
Dalla platea è arrivata l’indicazione generale di  apprezzamento per l’iniziativa ed il lavoro del Cnf che allinea il nostro ad altri paesi, come Francia e Germania, già da tempo dotati di un’efficace disciplina sulle specializzazioni, unita al suggerimento di esaminare con particolare attenzione il tema della disciplina transitoria per evitare che l’anzianità costituisca di per sé fattore costitutivo della specializzazione.
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Di Loredana Morandi (del 20/09/2010 @ 13:38:09, in Giuristi, linkato 1292 volte)
Giustizia | La nuova edizione dell'Albo di categoria. In Lombardia sono 32 mila Disagio

Milano ha 20 mila avvocati
(la metà di tutta la Francia)

Settemila in più dal 2005. L'elenco dei nomi pesa 3 chili

Segui la discussione sul Forum milanese «Casi metropolitani»
http://forum.milano.corriere.it/milano/16-09-2010/percha-tanti-avvocati-a-milano-1615185.html

MILANO - A prenderlo in mano, con le sue mille e quaranta pagine complessive tra elenco ordinario e registro speciale, vien da felicitarsi della fortuna che non lo ristampino ogni anno, ma soltanto a cadenza quinquennale, altrimenti le foreste amazzoniche ne risentirebbero alquanto. E quando si dice "il peso della giustizia", non è esattamente a questi 2 chili e 700 grammi che probabilmente si pensa. Ma la realtà è che c'è poco da scherzare: per mettere in fila tutti gli avvocati di Milano c'è voluto un Albo monstre alto 6 centimetri, lungo 30 centimetri e largo 21, una montagna di facciate di carta che per ogni esemplare si potrebbero distendere quasi sull'intero parquet di un campo di pallacanestro. Al punto che, soltanto per distribuirne una copia a testa a ciascuno degli aventi diritto, le operazioni di consegna appena partite in questi giorni in Tribunale, nel corridoio del primo piano vicino al bar interno, sono previste per tutto il mese di settembre e forse anche ottobre.

Del resto, per quanto ci si sforzi di comprimere tipograficamente in ogni pagina almeno una ventina di nominativi-indirizzi-telefoni-dati di iscrizione, un mattone da oltre mille facciate è l'inevitabile conseguenza del numero di avvocati iscritti all'Albo dell'Ordine di Milano: 15.600 nell'elenco ordinario degli avvocati già "rodati", ai quali vanno aggiunti i 3.200 praticanti abilitati e i 1.500 praticanti non abilitati. Totale: 20.300 avvocati, quasi metà di quanti ce ne sono in tutta la Francia (47 mila). E - si badi - il tetto per la prima volta «sfondato» dei 20 mila avvocati si riferisce esclusivamente a quelli di Milano-città, conteggiati dall'Albo appena ristampato. Perché, se invece si passa alla dimensione dei distretti giudiziari di Corti d'Appello della Lombardia, e cioè il distretto di Milano (che arriva fino a Sondrio) e quello di Brescia, il numero delle toghe schizza solo qui a 32.000.

Il gran numero di legali in Italia (ormai 230.000, circa 15.000 in più all'anno) non è certo una novità, tanto che di recente al tradizionale seminario economico settembrino di Cernobbio il magistrato Piercamillo Davigo (ex pm di Mani pulite e oggi consigliere in Cassazione) è tornato per l'ennesima volta a cavalcare un argomento (ci sono troppe cause perché ci sono troppi avvocati) che è presente da anni nel dibattito ma che in questi termini gli avvocati, pur consapevoli del problema, respingono con fermezza. Ma ancora una volta è piuttosto il confronto tra oggetti fisici, il paragone quasi sensoriale tra volumi, a impressionare: l'Albo milanese nuovo fiammante contiene infatti, rispetto all'ultima edizione stampata nel 2005 dall'Ordine, già 7.100 avvocati in più.

E la progressione galoppa proprio negli ultimi anni: «Quando sono diventato avvocato io nel 1970 - scherza su se stesso, ma neppure tanto, l'attuale presidente dell'Ordine milanese, Paolo Giuggioli - , gli avvocati a Milano erano 2.000. Quando sono diventato presidente dell'Ordine la prima volta erano 7.000. Oggi sono appunto quanti trovate nel nuovo Albo». Il Consiglio nazionale forense (Cnf) considera l'altissimo numero di nuovi accessi alla professione un problema diffuso ovunque in Italia, e con il presidente Guido Alpa si augura che la riforma forense, trentesimo tentativo ora fermo in Senato e che tra le altre cose ha come obiettivo quello di qualificare l'accesso per garantire la qualità della prestazione professionale, «venga approvata quanto prima».

A patto di non cadere in «equazioni fuorvianti e banali», il presidente dell'Organizzazione unitaria dell'avvocatura (Oua) Maurizio de Tilla segnala che «il disagio accomuna avvocati e giudici, dirigenti e lavoratori del settore: tutti in prima linea, ogni giorno, con un contenzioso che cresce e con una mortificazione costante dei diritti dei cittadini, delle imprese e del proprio lavoro». Sullo sfondo, la crisi soprattutto dell'avvocato medio (il 35% del reddito della categoria è prodotto dal 15% dei legali), i clienti che non pagano, i grandi studi che licenziano, la concorrenza feroce, il caro previdenza aggravato dal fenomeno degli avvocati «fantasma» iscritti all'Ordine ma che non versano alla Cassa forense. E con dentro tutto questo, la precisazione del sottotitolo al nuovo Albo milanese («aggiornato al 29 aprile 2010») suona già vagamente minacciosa.

Luigi Ferrarella - Corriere Sera  16 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 20/09/2010 @ 09:50:10, in Magistratura, linkato 2213 volte)
Massimo Ciancimino come Leo Taxil?

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/pinocchio_nicouline_1944_003b.JPG

La rete ne è assolutamente convinta, ma chi era Leo Taxil? Leo Taxill era un brillante pubblicista francese della fine dell'ottocento ed è noto agli storici della massoneria come il più grande mistificatore della "storia massonica" ai danni della Chiesa cattolica. Di seguito la piccolissima scheda da Wikipedia.

Léo Taxil (vero nome: Marie Joseph Gabriel Antoine Jogand-Pagès) (Marsiglia, 21 marzo 1854 – Sceaux, 31 marzo 1907) è stato uno scrittore e giornalista francese, noto per aver tratto in inganno le gerarchie ecclesiastiche con una falsa confessione riguardo alla Massoneria. Inizialmente Taxil aveva pubblicato libri scurrili e anti-cattolici, fra cui dei testi sado-masochisti quali "Les Debauches d'un confesseur", "Les Pornographes sacrés: la confession et les confesseurs", e "Les Maîtresses du Pape", che dipingevano le gerarchie ecclesiastiche come edoniste e sadiche. Nel 1885 professò di essersi convertito al cattolicesimo, fu ricevuto solennemente nella Chiesa cattolica e ripudiò le sue opere precedenti. Nell'ultimo decennio del secolo scrisse una serie di libri e opuscoli in cui denunciava la Massoneria e accusava le logge di adorare il diavolo. Pubblicò la confessione di una certa Diana Vaughan riguardo alle sue esperienze in una setta massonica, libro che ebbe un discreto successo di vendite; Diana Vaughan però non comparve mai in pubblico e in seguito Taxil ammise che non esisteva, o, meglio, che il nome l'aveva preso in prestito dalla sua segretaria. Taxil arrivò a pubblicare anche un giornale dal titolo "La France chrétienne anti-maçonnique" (La Francia cristiana anti-massonica). Nel 1887 fu ricevuto in udienza da Leone XIII, che credette a lui e non al vescovo di Charleston, il quale aveva denunciato come false le confessioni di Taxil.

Di seguito copio e incollo uno dei molti scritti trovati in rete, che confutano dichiarazioni, perizie e altro dagli scritti del favoloso "papello" di "Don Vito" ...


Bricolage.




Come diceva il grande Paolo Panelli in uno dei suoi simpatici varietà televisivi: cari amici, eccoci giunti al nostro appuntamento col bricolage. Che cos’è il bricolage? Secondo la definizione di un dizionario, “è un'attività manuale che consiste in piccoli lavori che una persona, generalmente non professionista, esegue per proprio conto e propria soddisfazione.

Claude Lévi-Strauss ha definito il bricolage "un riflesso sul piano pratico dell'attività mitopoietica".

La mitopoiesi (dal greco μυθοποίησις "creazione del mito") è un genere narrativo nella letteratura moderna e nel cinema dove viene creata una mitologia fantastica dall'autore o dal regista.

E noi qui abbiamo un appassionato di mitopoietica, che risponde al nome di Massimo Ciancimino, che lo scorso 9 febbraio, in veste di testimone al processo per favoreggiamento a carico del Generale Mario Mori e del Colonnello Obinu, ha prodotto un documento.

Questo documento: 


Cliccando sul documento, ve lo potete vedere ad alta risoluzione, mentre sino ad oggi online si sono trovate soltanto striminzite riproduzioni formato francobollo.

Eppure è importante vederlo bello grosso, e presto capirete  perché.

Ma prima di procedere col nostro corso di Bricolage, bisognerebbe aprire una premessa per capire bene che cos’è questo documento.

Secondo quanto ci ha riferito Ciancimino Junior, questo documento sarebbe una lettera di Provenzano destinata a Silvio Berlusconi (notare infatti l’indirizzo in testa, perché ad es. Marco Travaglio ci tiene particolarmente, dal momento che ha affermato lunedì nel suo passaparola che il fatto che la lettera sia stata imboscata alcuni anni in uno scatolone, per lui rappresenta “Un mistero. Come è possibile – si domanda Marco - che una lettera indirizzata all’On. Berlusconi sia ritenuta non utile visto che a Palermo c’è stata un’inchiesta per mafia e riciclaggio a carico di Berlusconi?)

Dunque come dicevamo, questo documento sarebbe, secondo Ciancimino Junior,  una lettera di Provenzano per Berlusconi, ma nella versione “riscritta” da suo padre Ciancimino Senior. Le ragioni per cui Don Vito l’avrebbe riscritta, la lettera di Provenzano, non sono chiarissime nei racconti del figlio Massimo, che su questo argomento nei precedenti interrogatori cambiava versione da un giorno all’altro e dichiarava espressamente di essere avvinto dal continuo desiderio di “rimangiarsi” ciò che aveva detto in precedenza (sic).

Sempre Massimo Ciancimino, dice che l’originale della lettera di Provenzano (che però ahimè non riporta la grafia di Provenzano), o comunque un suo “ritaglio”, sarebbe questo:

 

Questo secondo documento viene esibito per la prima volta dai PM a Ciancimino, nel corso di una sua deposizione, il 30 giugno 2009. E Massimo, appena lo vede, dichiara con  piglio sicuro che quella sarebbe stata la  grafia di suo padre. I PM presenti, Ingroia e Di Matteo, nonostante si veda benissimo, per chiunque avesse visto quella autentica anche una sola volta, che quella scrittura può appartenere a chiunque ma non certo a Vito Ciancimino, e nonostante abbiano sottomano esempi copiosi della scrittura di Don Vito, non contestano la dichiarazione a Ciancimino Junior.

Bisognerà attendere il giorno successivo, alla ripresa dell’interrogatorio, per  udire il nostro testimone pronunciare quanto segue:  "Come avete notato, all’inizio ho addirittura detto che era grafia di mio padre, avendo ovviamente la certezza, che non era assolutamente grafia di mio padre".

In un tribunale americano, (omissis),  a uno che verbalizza una cosa del genere, non verrebbe più consentito di continuare. Ma bisogna capire anche lui, poverino, perché sta parlando di cose di mafia e, come lui ci ricorda sempre, è rosicchiato da una paura del diavolo che lo porta a dire un mucchio di fandonie e fesserie, che però poi per fortuna, in determinate fasi di ravvedimento, lui rettifica.

A dire la verità a ben leggere i due documenti, risulterebbe il contrario di quanto dice Ciancimino, e vale a dire il secondo documento sembrerebbe soltanto una ricopiatura raffazzonata, lievemente manipolata tanto per dargli quel pizzico di Provenzaniana ignoranza lessicale, estratta a stralci quasi casuali, e perciò  priva di senso logico, della parte manoscritta da Don Vito nel nostro primo documento che invece, pur tronca perché mancante della pagina precedente e di quella successiva, appare assolutamente logica negli enunciati. Lo si vede bene rimarcando in blu le parti riportate sul "pizzino" di "Provenzano", all'interno dell'enunciato esteso estratto dal manoscritto di Vito Ciamcimino:

…anni di carcere per questa mia posizione politica intendo dare/portare il mio contributo (che non sarà modesto/di poco) perché questo triste evento non abbia a verificarsi. Sono convinto che se si dovesse verificare questo evento (sia in sede giudiziaria che altrove) l’On. Berlusconi metterà/vorrà mettere  a disposizione una delle sue reti televisive.


Inoltre, in questi documenti, si parla di “un evento”. Che cosa sarebbe questo evento?

Secondo Massimo Ciancimino, questo evento sarebbe  un ”Atto intimidatorio”, un  progetto di eliminazione fisica” di un familiare di Berlusconi, se questi non avesse ceduto al ricatto concedendo a Provenzano l’uso di un canale televisivo, non si capisce bene per fare che cosa.

Ma se leggiamo il documento prodotto in Tribunale, vediamo che “l’evento” di cui scrive Vito Ciancimino, è un evento che dovrebbe avvenire “in sede  giudiziaria”. Non credo quindi che si tratti dell’eliminazione fisica di qualcuno, altrimenti non si capisce perché Ciancimino dovrebbe aver ipotizzato il suo verificarsi “in sede giudiziaria”. Normalmente quando si paventa un evento che dovrebbe verificarsi in sede giudiziaria, si dovrebbe trattare di un’iniziativa più dipendente dai magistrati, che non della mafia.

Chissà a che cosa si riferiva realmente Vito Ciancimino, quando sosteneva di voler andare in televisione e di “convocare” (la stampa?) nel caso si fosse verificato un certo evento in una sede giudiziaria. Saperlo.

Noi negli ultimi anni abbiamo assistito a molti eventi importanti in sedi giudiziarie, di cui alcuni, tanto per fare un esempio a caso,  riconducibili tutti al tentativo di incolpare i carabinieri che catturarono Riina, delle cose più infami: non aver voluto perquisire il covo di Riina, non aver voluto catturare Provenzano, e soprattutto, di essere arrivati ad un accordo con “U Tratturi”,  che gli garantiva impunità e libertà di movimento, grazie soprattutto agli uffici del consigliori Vito Ciancimino.

E’ un vero peccato che Don Vito sia morto nel 2002, e non aver così potuto vedere le sue reazioni ed assistere ai suoi commenti ed alle sue testimonianze, nelle circostanze di tali eventi.

Ma per fortuna, abbiamo invece il figlio, che reagisce, parla, e commenta.

E produce documenti.

Ma torniamo dunque al nostro bricolage.

Prendete una lente di ingrandimento, un paio di forbici, (oppure una taglierina) e un tubetto di colla vinilica.

Fatto? Bene. (cit.)

Ora prendete il documento,  ed osservate bene ingranditi questi due particolari:

 
particolare n°1


   

particolare n°2

 

Come potete vedere, nel particolare n°1, compaiono tre righette che sembrano proprio la parte di una parola tagliata a metà.  Nel particolare n°2, osservate la lettera “t”: è “tagliata” di brutto in testa da qualche cosa, che incide proprio sulla sua barretta orizzontale.

Proviamo a vedere se per caso, la lettera “t” e quella mezza parolina, non risultino tagliati dalla stessa sforbiciata.

Prendiamo inchiostro e penna, e uniamo la base dei tre baffetti del particolare “1” fra di loro, quindi proseguiamo sino al punto terminale sinistro, e poi a quello destro, del trattino orizzontale della “t” che pare tagliato di netto, in modo che la nostra linea  si sovrapponga esattamente all’apparente “taglio”.

 Proseguiamo diritti con la nostra linea sia a destra che a sinistra del nostro breve segmento: il risultato è una linea retta dritta dritta perché i 5 punti individuati in precedenza si trovano, giustappunto, esattamente ad insistere sulla stessa retta. Retta che, tra l’altro, va a tagliare anche un minuscolo pezzettino della “d” della preposizione “di” che si trova davanti alla parola “carcere”.

Eccolo qui, il risultato:


E ombreggiando la parte superiore alla linea, si capisce ancora meglio:


Eh, si. Parrebbe proprio che l’indirizzo di Silvio Berlusconi sia stato ritagliato da qualche parte e appiccicato con la colla sulla testa del documento, per poi farne una fotocopia che lo faccia sembrare un tutt’uno.

Così pare.

Arrivederci alla prossima puntata della nostra rubrica di Bricolage, e un abbraccio dal Segugio.

postato da enrix007 alle ore 08:29 | Permalink
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Di Loredana Morandi (del 20/09/2010 @ 09:26:26, in Magistratura, linkato 1358 volte)
Ricostruzioni storiche on demand

Da oggi va di moda il "Papello fai da te"

Visto che la procura prende per buone anche le carte scritte al computer purche' firmati da Ciancimino senior, eccoci qui per produrre autentici tarocchi certificati.

20 settembre 2010 - Antonella Serafini

Come mai don Vito Ciancimino scriveva tutto a mano e a matita, e invece noi vediamo documenti scritti con il computer in cui solo la firma è originale e manoscritta? Ci siamo detti che dubitare della buona fede delle procure è troppo, non sta bene, non è da “signori”. Però non essendo signori, abbiamo trovato tra i documenti sequestrati a Massimo Ciancimino, proprio un foglio in bianco con la firma di Vito Ciancimino. E quindi abbiamo pensato: e se producessimo un documento ANCHE noi? basta prendere il foglio con la firma originale, riempirlo... e sfidiamo chiunque a far periziare la firma.

Se la scientifica ha detto che la firma è vera, vuol dire che i documenti che produrremo sono tarocchi originali.

 Scarica il foglio in bianco con la firma originale di don Vito, fai anche tu il tuo tarocco, spediscilo alla redazione di censurati.it e sarà pubblicato in un apposito spazio creato per l’occasione sul sito.  Buon lavoro!

(Qui sotto il Papello Tarocco Originale prodotto dalla redazione di Mamma!)

 

http://www.mamma.am/mamma/images/7567_a7278.jpg

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Di Loredana Morandi (del 20/09/2010 @ 07:11:26, in Osservatorio Famiglia, linkato 1305 volte)
In aprile ho avuto occasione di vedere il profilo facebook di Vanessa e ciò che mi ha impressionata è stata la gente e la violenza dei commenti contro questa donna giovane in evidentissima crisi psicologica. Non sussistono dubbi per me, anche oltre i gruppi che istigano alla violenza nei miei confronti o i gruppi della Gesef che istigano alla violenza contro le donne, che coloro che utilizzano facebook come mezzo di informazione propagandistica facciano soprattutto "istigazione a delinquere". L.M.


Lo ha deciso il Gip del Tribunale accogliendo la richiesta degli avvocati


Annegò i due figli a Gela in aprile
La madre torna in libertà

Secondo la perizia psichiatrica la donna non era in grado di intendere e di volere


CALTANISSETTA - Vanessa Lo Porto, la donna di 31 anni di Gela accusata del duplice omicidio dei suoi due figli, è libera. Lo ha disposto il Gip del Tribunale di Gela, Veronica Vaccaro accogliendo la richiesta degli avvocati della difesa Flavio Sinatra e Raffaella Nastasi.

La donna, lo scorso 23 aprile annegò i suoi due figli Giuseppe e Andrea Pio affetti da autismo nel mare antistante la costa di Gela. Secondo la perizia psichiatrica al momento del duplice omicidio la donna non era in grado di intendere e di volere. La Lo Porto seguirà un percorso terapeutico in un centro specializzato del trentino.

(Corriere Sera - Fonte Agi)

Leggi anche:

Annega i figli in mare, tragedia a Gela
(23 aprile 2010)
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