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 alla bellezza ... ... di Lunadicarta
 
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Perché una società del porno commerciale dovrebbe interessarsi ai cartoni animati? Chi è che guarda i cartoni animati alla Tv?

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Sono con Palamara. La linea di Laudati è sbagliata, meglio sarebbe scioperare anche come singolo Distretto giudiziario insieme con gli operatori delle forze dell'ordine e i sindacati tutti dei lavoratori. Non è della magistratura, quando investita del proprio ruolo istituzionale, l'atto di creare autonomamente i "2 binari della Giustizia".  L.M.

il caso


Linea choc del procuratore Laudati
«Stop alle indagini su furti e rapine»

La decisione presa per sopperire alle carenze di organico
Bari diventa un caso ma l'Anm è contraria e dice no



BARI - Più che una provocazione, quella del procuratore di Bari Antonio Laudati appare una vera e propria resa. L’annuncio è forte e basta a infiammare la polemica in materia di giustizia. Perché se il capo di un ufficio strategico come quello del capoluogo pugliese annuncia di essere «costretto a fare delle scelte di fronte alla carenza di pubblici ministeri» e spiega che «reati come furti, scippi e rapine non avranno mai un condannato e forse neanche un’indagine dovendo dare priorità alle inchieste su omicidi e criminalità organizzata», appare evidente che la macchina è in panne. Mentre la maggioranza di governo si spacca sul «processo breve», l’allarme lanciato dall’alto magistrato evidenzia quali siano i veri problemi che hanno portato al collasso il sistema giudiziario.

Anche se Luca Palamara, presidente dell’Anm, avverte: «Quella delle piante organiche vecchie è un’emergenza reale e grave che abbiamo evidenziato più volte, però non deve servire a chi pensa di eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale, garanzia di avere una legge uguale per tutti. Voglio interpretare la sortita di Laudati come un richiamo a interventi che garantiscano giustizia ai cittadini e ricordare che la depenalizzazione ragionata si può e si deve fare, ma certamente non può comprendere reati di grave allarme sociale come quelli citati dal procuratore».

Più volte il Guardasigilli Angelino Alfano ha ricordato come sia «il principio di inamovibilità dei magistrati ad aver creato una simile situazione», ma ora annuncia «il potenziamento degli uffici più esposti nella lotta alla criminalità organizzata grazie ad interventi che nessun governo aveva mai effettuato prima». I dati del ministero forniscono un quadro drammatico.

A Enna dovrebbero lavorare quattro pubblici ministeri, non ce n’è neanche uno.
A Palmi da un anno e mezzo ci sono cinque sostituti anziché i dieci previsti.
Non stanno meglio Gela, Sciacca, Locri e le altre procure calabresi.

Ma quello delle carenze in organico è un problema serio anche al Nord se a Brescia mancano circa dieci magistrati.

Esempio eclatante è quello dell’Aquila che si trova a fronteggiare il carico arretrato al quale si sommano tutti i processi avviati dopo il terremoto del 6 aprile dello scorso anno. Il direttore dell’Organizzazione giudiziaria è Luigi Birritteri, magistrato caparbio che prima di arrivare in via Arenula è stato in sedi complicate come Agrigento e Caltanissetta. Ed è lui a dover fronteggiare l’emergenza dopo la scelta fatta dall’ex ministro Roberto Castelli di bloccare i concorsi per quattro anni. Per far ripartire la macchina ha deciso di puntare sulla flessibilità delle risorse umane con piani di incentivi per chi è disposto a spostarsi, tenendo conto che non sempre la soluzione è l’aumento degli organici, ma la vera redistribuzione sul territorio. Esempio classico è quello di Parma, procura dal ritmo lento improvvisamente entrata in affanno con l’inchiesta sul crac Parmalat.

La procedura per l’arrivo dei rinforzi è stata talmente farraginosa che quando è stato raggiunto il risultato era ormai quasi inutile avere personale in più.

Un problema che riguarda anche gli amministrativi: basti pensare che al Centrosud la copertura supera addirittura il 105 per cento mentre al Nord c’è ormai una sofferenza cronica con carenze che sfiorano il 35%.

La maggior parte degli impiegati arriva proprio dal Sud e con gli stipendi bassi e la crisi degli alloggi, molti scelgono di tornare a casa pur consapevoli di rinunciare talvolta a incarichi di maggior prestigio. Secondo i dati del Viminale omicidi, rapine e furti sono in diminuzione, ma senza una ris posta efficace la tendenza può nuovamente essere invertita.

Per questo i sindacati di polizia si schierano con Laudati nel porre il problema degli uomini e delle risorse, ma avvertono: «Non ci saranno mai esclusioni nella lista dei reati da perseguire».

Secondo Claudio Giardullo della Cgil «il procuratore di Bari ha messo in evidenza come i risultati siano stati ottenuti nonostante i tagli imposti dal governo che sfrutta il lavoro di magistrati e forze dell’ordine e poi se ne attribuisce i meriti».

Di «provocazione non condivisibile» parla il segretario del Sap Nicola Tanzi» che però aggiunge: «Il sistema è ormai allo stremo, le forze di polizia annaspano e ben venga ciò che provoca interventi decisivi».

D’accordo Enzo Letizia dell’Associazione funzionari quando ricorda che «mancano 20.000 uomini tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, dei quali 16.000 destinati ad uffici operativi e dunque la scelta dei reati da perseguire non è un capriccio, ma una necessità».

Fiorenza Sarzanini
Corriere del Mezzogiorno - 02 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:33:19, in Politica, linkato 1448 volte)
La domanda stupida: Bocchino è napoletano, ma com'è che non lo indaga nessuno? LM


lo scontro

Giustizia, nuova lite nel centrodestra

La Russa: votare il processo breve del Senato.
No di Bocchino. Lo scoglio è la norma transitoria


ROMA - I finiani ribadiscono con forza il loro no a ogni forma di «amnistia mascherata», ma il governo è determinato ad andare avanti alla ricerca di uno scudo per il presidente del Consiglio. Il ministro Guardasigilli, Angelino Alfano, vorrebbe salire al Quirinale tra oggi e domani, per presentare al presidente della Repubblica gli sviluppi sulla riforma del processo.

È la norma transitoria il passaggio più controverso e osteggiato del provvedimento. Quello che estende le modifiche ai processi in corso per il capo del governo e riguardo al quale non solo molti esponenti del Pdl, ma anche i tecnici del Colle, nutrono i dubbi più forti. Per giunta il Quirinale ha abbandonato da tempo ogni forma di moral suasion, riservando il suo giudizio solo al momento della firma. Né in via Arenula c'è molto ottimismo sulla possibilità di ottenere lo stesso risultato per un'altra strada, quella cioè che allungherebbe i tempi dei processi in primo grado, avvicinando così la possibilità della prescrizione per i giudizi che riguardano il premier.

Franco Frattini intanto ha fatto sapere che «è pronta» la lettera con cui spiegare ai ministri degli Esteri dell'Unione europea le motivazioni del processo breve. «È giusto far conoscere la situazione italiana che provoca ritardi e ricorsi - motiva l'iniziativa il responsabile della Farnesina - Berlusconi valuterà se e quando potrò inviare la lettera». Ma chi sperava che la pace tra Berlusconi e Fini potesse scoppiare proprio sulla giustizia, potrebbe restare deluso. I finiani non accetteranno aut aut, né «amnistie mascherate». A sera Italo Bocchino, capogruppo di Futuro e libertà alla Camera, ufficializza gli umori dei finiani meno dialoganti: «Non siamo disponibili a varare delle norme che facciano saltare un numero alto di processi. Tanto più se si tratta di reati che creano grande allarme, come la corruzione».

La tensione è di nuovo alta. Ignazio La Russa ricorda che la maggioranza «si è impegnata» e che dunque il processo breve «sarà votato alla Camera come è uscito dal Senato». Al ministro della Difesa replica Bocchino, per nulla conciliante: «La Camera non è il notaio del Senato, il testo è da modificare. Non può essere votato a scatola chiusa, noi non accettiamo aut aut». Ma i finiani sono divisi. L'onorevole Souad Sbai, berlusconiana dichiarata, voterà «serenamente e senza dubbi» il processo breve, convinta com'è che fondare un nuovo partito «sarebbe un errore». Gianfranco Fini svelerà i suoi piani domenica, dal palco di Mirabello. Ieri intanto il presidente è salito nel suo studio di Montecitorio per alcune scadenze istituzionali e ha ricevuto la visita di Bocchino e Giulia Bongiorno. E poiché la presidente della commissione Giustizia starebbe trattando col legale del premier Niccolò Ghedini, alla ricerca di una soluzione tecnica che garantisca uno scudo a Berlusconi senza mandare al macero migliaia di processi, la sua presenza nell'ufficio di Fini fa ben sperare l'ala dialogante. «I segnali dicono che si è aperto un confronto positivo», confida in un accordo Pasquale Viespoli. Ma Carmelo Briguglio smentisce: «Non c'è alcuna trattativa in corso».

Monica Guerzoni per Corriere Sera
02 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:18:45, in Magistratura, linkato 1594 volte)
 I 3.500 magistrati onorari

Quei precari in toga fanno giustizia


Che in Italia i processi non siano «brevi» lo sanno tutti. Basta chiedere a uno qualsiasi dei milioni di cittadini alle prese con una giustizia troppo spesso sorda e impenetrabile, la cui arcaicità non sembra essere scalfita dagli annunci d’innovazione tecnologica od organizzativa che si succedono di anno in anno. Ancora più velocemente, di mese in mese, si rincorrono le condanne della Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo (organismo del Consiglio d’Europa) nei confronti del nostro Paese per l’«irragionevole durata» dei procedimenti giudiziari civili e penali.

Perciò l’intenzione espressa dal governo di snellire i tempi processuali sarebbe da considerare semplicemente doverosa, oltre che ragionevole. Le polemiche, si sa, scaturiscono per lo più dalla norma transitoria (contenuta appunto nel testo sul cosiddetto «processo breve», approvato all’inizio dell’anno dal Senato e da allora fermo alla Camera) che prevede l’applicazione ai processi già in corso, tra i quali ve ne sono un paio che riguardano il presidente del Consiglio. Non è un particolare di poco conto, certo. Ma a voler prescindere da questo (del resto, una proposta simile fu presentata nel 2004 dai Democratici di sinistra) e a voler guardare soltanto alla potenziale efficacia della riforma in questione, c’è da chiedersi se sia sufficiente porre un limite di tempo per assicurare ai cittadini una giustizia che, oltre a essere (relativamente) «breve», sia anche «giusta».

È questo, infatti, uno dei principali doveri dello Stato. La risposta non può che essere negativa, in assenza di altri interventi "strutturali", in grado di raddrizzare finalmente i tortuosi e accidentati sentieri che, oggi, il fascicolo di una causa o di un’indagine deve percorrere prima di tagliare il traguardo della sentenza. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, qualche giorno fa, ha assicurato che troverà le risorse economiche necessarie per riorganizzare il lavoro di procure e tribunali per realizzare nei fatti il «processo breve» o «di ragionevole durata», come sarebbe più corretto dire. Speriamo.

Ma servirebbe, in ogni caso, uno scatto ulteriore: bisognerebbe sgravare la bilancia della Giustizia (che, per definizione, dovrebbe essere certa, solida) dal peso della precarietà.

 Già, perché precari in toga sono i circa 3.500 magistrati onorari di tribunale che ogni giorno, insieme ai giudici di pace, contribuiscono a smaltire in larga parte l’enorme contenzioso di questo nostro Paese, bello, litigioso e cavilloso. Il 98 per cento dei processi penali di primo grado davanti ai giudici monocratici viene celebrato grazie a loro. Anche nelle sedi disagiate, dove le toghe ordinarie, tutelate dal Csm e dall’Anm, non vogliono andare.

Per le toghe onorarie, invece, tutele zero, come spieghiamo all’interno del giornale. Lavorano a cottimo: una settantina di euro netti per ogni udienza tenuta. L’attività fuori dall’aula (lo studio dei fascicoli, la scrittura delle sentenze) non viene retribuita, così come i periodi di malattia, di maternità, di ferie. I contributi previdenziali li mette da parte solo chi se li può pagare. L’incarico è a tempo, salvo proroghe. Intanto della riforma organica della magistratura onoraria e dei giudici di pace, annunciata a novembre dello scorso anno e poi oggetto di aggiustamenti (sulla carta) nel corso di incontri tra Alfano, il sottosegretario Caliendo e le organizzazioni di categoria, si sono perse le tracce. Ma senza di loro sarebbe la paralisi definitiva, altro che processo breve... Una giustizia "a tempo determinato", ingiusta con una parte non marginale di coloro che sono chiamati ad amministrarla, fatica a essere credibile agli occhi del cittadino.


Avvenire - Danilo Paolini
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:12:20, in Magistratura, linkato 1492 volte)
Un interessante articolo di "Avvenire"  .. LM

PIANETA GIUSTIZIA

Giudici e pm sì, ma «precari»
Quando il tribunale è a cottimo

 

Entri in un’aula di giustizia dove si sta svolgendo un’udienza per omicidio colposo legato a un incidente stradale e l’accusa è sostenuta da un pubblico ministero «a cottimo». Ancora: sei alle prese con una causa civile in cui possono esserci in ballo decine di migliaia di euro e il giudice che è chiamato a decidere è un «lavoratore a termine» che anno dopo anno attende il rinnovo dell’incarico.

Basta aggirarsi fra i tribunali della Penisola per imbattersi in giudici e pubblici ministeri a gettone che chiedono condanne, scrivono sentenze o stabiliscono pene. Magistrati, sì. Ma precari. Che, in ogni caso, amministrano un terzo della giustizia italiana e sono più di 3400. La legge li chiama magistrati onorari di tribunale («mot»). Loro si definiscono giudici «a tempo determinato» e «in attesa di condono» perché la loro categoria è in perenne ricerca di un assetto definitivo. Non hanno uno stipendio e neppure le ferie, ma soltanto un «rimborso»: 98 euro lordi per ogni udienza. Un compenso che si riduce a 72 euro una volta pagate le imposte e i contributi previdenziali e che non tiene conto della mole di lavoro: si guadagna sempre la stessa somma anche se in una giornata i fascicoli da studiare o da discutere arrivano fino a trenta.

Eppure, quando i mot decidono di scioperare, la macchina della giustizia si ferma. Del resto lo dicono le cifre: a fronte di 2059 togati in servizio nelle procure, sono 1613 i «temporanei» che vestono i panni dei pm e che prendono il nome di vice procuratori onorari; e rispetto ai 6317 giudici di carriera, gli onorari che presiedono le udienze sono 1798. Certo, la loro competenza ha limiti precisi: l’attività si svolge soltanto nei tribunali monocratici o davanti al giudice di pace. Niente corte d’assise o d’appello. Ma si stima che le procure indirizzino due terzi delle cause ai vice procuratori onorari, mentre un quarto dei procedimenti penali e un altro quarto di quelli civili è deciso da un magistrato precario. «E poi ci sono gli oltre 2500 giudici di pace che coprono un’altra parte rivelante del contenzioso e che sono anch’essi magistrati onorari – spiega il presidente di Federmot, Paolo Valerio, l’associazione che raccoglie più della metà dei magistrati onorari di tribunale –. Se si sommano le due categorie, viene superata la fatidica soglia del cinquanta per cento nel riparto delle cause con i magistrati di ruolo».

A differenza dei togati, però, i mot non entrano in aula dopo un concorso. Il loro reclutamento avviene per titoli e il requisito minimo è quello della laurea in giurisprudenza. Così gli onorari sono soprattutto giovani avvocati o praticanti che per un paio di giorni alla settimana diventano pm o giudici e per il resto del tempo lavorano in uno studio legale. Ecco spiegata la ragione dell’elevato numero di domande che l’ultimo bando si è portato dietro: quasi 37mila per le nuove nomine di giudici onorari e oltre 27mila per i futuri vice procuratori. Comunque il quadro è in evoluzione. «Negli ultimi anni – spiega Valerio – il fenomeno che si sta riscontrando è quello di un maggiore radicamento alla funzione giurisdizionale da parte di professionisti che in origine facevano altro e che col tempo si sono trovati gravati da una crescita di attività giudiziaria delegata con la conseguenza di avere dovuto liberare spazio nella giornata lavorativa. In quest’ottica una categoria originariamente di forte estrazione forense si è riconvertita».

Da qui la richiesta di una riforma che stabilizzi gli onorari. Perché giudici e pm «a cottimo» possono durare in carica al massimo sei anni. Anche se le deroghe sono ormai all’ordine del giorno. Ad esempio il presidente di Federmot è vice procuratore onorario a Roma da più di dieci anni. «Ogni volta le proroghe sono conferite in vista di una riforma che ancora non c’è stata – afferma Valerio –. Come onorari non chiediamo di essere assimilati ai magistrati di carriera. La nostre funzioni restano di supporto. Ma rivendichiamo un minimo di certezze economiche per chi svolge questa attività in maniera esclusiva abolendo l’attuale meccanismo della temporaneità del rapporto di servizio».

Il riordino della categoria è stato ribadito nell’ultima «Relazione sull’amministrazione della giustizia in Italia» che il ministro Angelino Alfano ha illustrato lo scorso gennaio al Parlamento. Il progetto del governo si muove lungo tre direttrici: la creazione di uno statuto unico della magistratura onoraria; la rideterminazione delle funzioni dei giudici onorari; e la riorganizzazione dell’ufficio del giudice di pace. «L’intervento – ha spiegato il ministro – è finalizzato anche a contenere la durata del processo entro il termine di ragionevole durata imposto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, attraverso una migliore organizzazione e gestione delle risorse disponibili».

 
 
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:04:29, in Magistratura, linkato 1453 volte)
Per chi ha tempo oggi, una puntata da non perdere (visibile in seguito anche da web) ... LM


La magistratura

In onda Giovedì 2 settembre 2010 alle 10.30

La magistratura è un ordine autonomo e indipendente e amministra la giustizia, il terzo potere fondamentale dello Stato.

C’e differenza tra giudice e magistrato? Che cosa è effettivamente la separazione delle carriere di cui si parla da anni? Quanto guadagna e quali privilegi ha  un giudice della Corte Costituzionale?

In studio il presidente dell’ANM Luca PalamaraAndrea Orlando deputato del PD, Benedetto della Vedova deputato Pdl-Fli, Ricardo Iacona giornalista di Presa Diretta, il magistrato Armando Spataro, Antonello Caporale giornalista de La Repubblica,  il magistrato Bruno Tinti, il giornalista di Libero Fabio Facci e il magistrato antimafia Raffaele Cantone.

Cominciamobenestate.rai.it

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Di Loredana Morandi (del 01/09/2010 @ 09:49:46, in Magistratura, linkato 1704 volte)
E' pazzesco che tutto fosse in internet dove "nulla" è al sicuro. L.M.

Processo in vista per il perito Genchi


Conclusa l'indagine sulle schedature


Roma - Adesso è tutto pubblico, o quasi. I nomi e i cognomi, i dati sensibili e i tabulati di centinaia di migliaia di persone mai indagate, che Gioacchino Genchi, il superperito di fiducia di Luigi De Magistris, aveva raccolto e che custodiva gelosamente nel suo studio-bunker di Palermo. E che nei mesi scorsi aveva preoccupato persino il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, per le modalità con le quali quei dati erano stati raccolti.

La procura di Roma ha infatti deciso di non archiviare l'inchiesta a carico di Gioacchino Genchi e, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, ha chiuso le indagini mettendo a disposizione del legale di Genchi, l'avvocato Fabio Repici, tutte le carte dell'inchiesta. Compreso, con ogni probabilità, il mega archivio di Genchi, sequestrato a marzo 2009 dai Carabinieri del Ros e poi dissequestrato nei mesi scorsi dal tribunale della libertà di Roma. Quell'archivio, tuttavia, pur non avendo più i sigilli cautelari della Procura, è stato acquisito in copia dai pm che indagano, i sostituti Mosca e Caputo, ed entrà di diritto nel fascicolo del processo.

Nei prossimi venti giorni il legale di Genchi potrà presentare memorie difensive, chiedere che il suo cliente venga interrogato ancora oppure sollecitare ulteriori accertamenti da parte dei pm, che dovranno essere completati nei successivi trenta giorni. Allo scadere dei quali, con ogni probailità, i magistrati potrebbero chiedere il rinvio a giudizio del perito informatico per gli stessi reati che gli vennero contestati in occasione della perquisizione: l'abuso di ufficio, in relazione alla presunta acquisizione dei tabulati di deputati e uomini dei servizi segreti nell'ambito delle inchieste "Poseidone" e "Why not" e la presunta violazione della legge sulla privacy oltre che l'illecita intromissione in un sistema informatico.

Secondo le indagini svolte dai carabinieri del Ros, delegati dalla Procura di Roma, Genchi avrebbe acquisito e raccolto i tabulati di circa 13 milioni di utenze telefoniche, grazie agli incarichi che nel corso di 10 anni di attività gli erano stati dati dalle procure di mezza Italia.

Quegli stessi dati, secondo i carabinieri, erano confluiti in un unico database al quale si poteva accedere via internet, utilizzando password che di volta in volta potevano essere fornite dallo stesso Genchi.

Il sistema, di cui lui era amministratore unico, veniva gestito da due server che erano stati soprannominati "Ciampi" e "Gifuni". E, ancora, i carabinieri del Ros avevano scoperto l'acquisizione della intera anagrafe civile del Comune di Mazara del Vallo.

Sulla inquietante vicenda era intervenuto anche il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, all'epoca presieduto da Francesco Rutelli. Che al termine di una indagine amministrativa approvò un a relazione di trentacinque pagine piena di considerazioni allarmate, in cui si raccontava come questo ex funzionario di Ps, poi divenuto il pupillo delle procure con il pallino delle intercettazioni, aveva allungato il suo stetoscopio elettronico fin dentro il Quirinale e al Csm, oltrechè a Forte Braschi e in via Venti Settembre, dove c'è la stanza dei bottoni del Sismi (oggi Aisi) e dove vengono assunte decisioni importanti per la sicurezza nazionale.

di Massimo Martinelli
Il Messaggero, pag. 11 - ed 1/09/2010
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Di Loredana Morandi (del 01/09/2010 @ 04:51:12, in Osservatorio Famiglia, linkato 1470 volte)
In questo secondo caso messinese si nasconde una "Mammana", non si può escludere che fatti analoghi siano alla radice del insifferenze causa del litigio precedente. Ritengo che con questi casi  si conclami anche la violenza istituzionale nei confronti delle donne e dei minori. Per questa ragione unisco a queste notizie quella "comune" pur violentissima dell'aggressione all'arma bianca nella quale una donna ha perso il bambino. L.M.

Costretta a partorire in bagno
Sette indagati a Messina


Ospedale siciliano è di nuovo sotto la lente dopo la rissa tra medici durante un cesareo. Una donna non ha potuto abortire: i medici erano tutti obiettori. Esposto per la morte di una 60enne.

Sarebbero sette i medici e gli infermieri indagati nell'ambito di un altro caso che riguarda il reparto di Ostetricia del Policlinico di Messina, al centro delle cronache in questi giorni per la lite tra due medici in sala parto che havrebbe messo a repentaglio la vita di madre e figlio. Questa volta si tratta della vicenda, risalente al giugno scorso, di una 37enne che aveva programmato un aborto terapeutico per gravi malformazioni del feto. Nella notte tra l'11 e il 12 giugno, però, avrebbe partorito nel bagno della sua stanza, davanti alla madre e senza assistenza medica.

SOLO MEDICI OBIETTORI - Qualche ora prima la donna aveva iniziato ad avere le contrazioni e solo dopo insistenti pressioni si era presentato un infermiere del reparto che, secondo il racconto della donna, le avrebbe detto che nessun dei medici di guardia sarebbe intervenuto per obiezione di coscienza. E che quindi l'aborto sarebbe stato praticato il giorno dopo da un altro medico. Ma gli eventi sono poi precipitati e la donna ha partorito senza aiuto in bagno.

IL COMPUTER SCOMPARSO - Sotto la lente degli investigatori un nuovo caso di presunta malasanità. L'attenzione dei magistrati è rivolta anche a chiarire le circostanze che hanno portato alla morte di una paziente 60enne ricoverata nel nosocomio messinese la settimana scorsa. A destare i sospetti degli inquirenti è il fatto che dal reparto in cui si trovava la donna sarebbe scomparso un computer contenente verosimilmente dati importanti alle indagini. I familiari della donna, morta per una perforazione intestinale, hanno presentato un esposto per capire se il caso della loro congiunta sia stato affrontato in modo regolare, senza negligenze da parte del personale medico.
 
LA RISSA IN SALA PARTO - Intanto, sul fronte della lite in sala parto, cresce l'attesa per gli interrogatori, in programma domani, dei due ginecologi protagonisti dello scontro. Il diverbio tra i due ginecologi era avvenuto giovedì scorso in sala parto, mentre una donna di 30 anni dava alla luce il suo primo figlio. Secondo il marito della donna, l'alterco tra i due avrebbe distolto la loro attenzione dalla puerpera che nel frattempo stava presentando diverse complicazioni. Il taglio cesareo, resosi necessario a quel punto, potrebbe essere stata la causa del doppio arresto cardiaco subito dal neonato e dall'emorragia che ha colpito la gestante e che ha costretto i medici ad asportarle l'utero. Le condizioni di mamma e bimbo, ricoverati nel reparto di terapia intensiva, stanno lentamente migliorando. A seguito della vicenda, la procura di Messina ha denunciato cinque medici, fra i quali i due ginecologi responsabili della lite. I due, responsabili di altrettanti studi privati a Messina, sono stati anche sospesi dall'attività. A un terzo sanitario invece è stato rescisso il contratto come assegnista.

Il Tempo
http://www.iltempo.it/interni_esteri/2010/08/31/1195255-costretta_partorire_bagno.shtml

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Di Loredana Morandi (del 01/09/2010 @ 04:40:06, in Politica, linkato 1432 volte)
I finiani in Procura
Scintille con il Pdl



Reggio Calabria: Incontro coi magistrati per "avere suggerimenti". Bocchino e Granata in tour nei tribunali. E sul processo breve intesa più lontana.

I finiani fanno il tour delle Procure, frenano sul processo breve e col Pdl sono scintille. Bocchino e altri ieri sono andati a Reggio Calabria per incontrare il procuratore Giuseppe Pignatone e il procuratore generale Salvatore Di Landro, contro il quale, la scorsa settimana, è stata fatta esplodere una bomba. «Abbiamo ascoltato le esigenze dell'ufficio giudiziario - ha detto il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino - e ci siamo impegnati a farci portavoce di queste esigenze in Parlamento. Significa più mezzi, più risorse, più strutture per uffici giudiziari come quelli di Reggio Calabria ma anche una normativa complessiva che renda più semplice il lavoro della magistratura».

«Ripartiamo da Reggio Calabria - ha aggiunto - perché la 'ndrangheta oggi è una delle mafie più pericolose, in grado di espandersi nel nord Italia e all'estero. Una delle mafie che riesce a essere più impenetrabile al proprio interno e a penetrare meglio di altre nel sistema economico e spesso nelle collusioni della politica». Ma il tema principale resta la norma sul processo breve, su cui si gioca la vera partita tra Pdl e finiani. Il provvedimento, già approvato al Senato, è il punto cardine della riforma della giustizia e parte integrante dei cinque punti sui quali l'esecutivo, a metà settembre, chiederà la fiducia alle Camere. In Futuro e Libertà sulla questione si sono manifestate sensibilità differenti. Bocchino ha inserito il provvedimento in quel 5 per cento di programma che «va discusso».
 
«La Camera dei deputati non è l'ufficio notarile dei testi approvati dal Senato. Noi riteniamo - ha detto Bocchino - che una legge sui tempi giusti del processo sia utile, ma che vada approfondito il testo uscito dal Senato per due ragioni: una, perché servono mezzi, risorse e strumenti perché una cosa è dire facciamo i processi in tempi più brevi e una cosa è farli. Tra la teoria e la pratica ci vogliono gli investimenti. L'altra ragione è la cosiddetta norma transitoria. Noi siamo favorevoli ad uno scudo giudiziario per Berlusconi, che è vittima di un'aggressione, ma non si può fare venire meno, dalla sera alla mattina, quattro-cinquecentomila processi». Infine, ha concluso Bocchino: «Noi nei processi siamo sempre dalla parte delle vittime e non consentiremo che ci siano centinaia di migliaia di vittime che possano restare con l'amaro in bocca».

Gli ha fatto eco il vicepresidente della Commissione antimafia ed esponente di Fli, Fabio Granata: «L'attacco alle Procure è intimidatorio ed eversivo», ha detto riferendosi agli attentati contro i magistrati reggini. Mentre sul processo breve non mancano i distinguo anche nella formazione vicina al presidente della Camera. Il «falco» Carmelo Briguglio - anche lui impegnato nel tour nelle procure italiane per raccogliere suggerimenti - ha detto a chiare lettere che non voterà il provvedimento così com'è. Ma il portavoce Silvano Moffa e Giuseppe Consolo si sono mostrati più aperti, specie dopo le rassicurazioni del Guardasigilli Angelino Alfano sull'intenzione del governo di stanziare investimenti straordinari nel sistema giustizia per adeguare la macchina alle nuove esigenze del processo breve. Alfano si è anche detto pronto a incontrare i magistrati dei principali uffici giudiziari «per concordare le scelte organizzative più efficaci».

Ma dall'Anm è arrivato un secco no al provvedimento, giudicato «non una priorità» per il sistema giustizia. Contro il provvedimento si è schierato anche il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gratteri: «Per come è stato concepito - ha detto il procuratore intervistato da Klaus Davi - è un grande regalo a tutti, alla mafia e non solo, per coerenza dovrebbe farsi sentire il ministro Maroni, visto che complessivamente ha dimostrato di essere un buon ministro». Il no delle toghe non favorisce certo la delicata trattativa in corso nella maggioranza sul processo breve - e più in generale sul tema della giustizia - che si conferma il primo ostacolo da superare per la prosecuzione della legislatura. Lo dice chiaramente il vicecapogruppo alla Camera Osvaldo Napoli: «Se i finiani vorranno fare dei distinguo porranno un macigno sul prosieguo della legislatura».


Alberto Di Majo Il Tempo - 31/08/2010
http://www.iltempo.it/politica/2010/08/31/1195239-finiani_procura.shtml?
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Di Loredana Morandi (del 31/08/2010 @ 14:07:44, in Osservatorio Famiglia, linkato 3161 volte)
Roma: morte bimbo a Policlinico Casilino, l'inchiesta


Roma, 31 ago. - (Adnkronos) - Un'equipe di tre sanitari (il medico legale Antonio Grande de 'La Sapienza' e due esperti in neonatologia e ostetricia) sono stati incaricati oggi dal pubblico ministero Francesco Caporale, il quale procede per omicidio colposo contro ignoti, di accertare le cause della morte del bambino deceduto al Policlinico Casilino. Dopo avere ricevuto ieri la denuncia dei genitori, Caporale ha preso una serie di iniziative. In particolare ha fatto sequestrare dai carabinieri le cartelle cliniche del bambino e della madre.

Il piccolo al momento della nascita secondo quanto e' stato accertato era perfettamente sano, pesava oltre 3 chilogrammi ed era lungo 50 centimetri. Sempre dai primi accertamenti e' poi risultato che si e' trattato di un parto regolare, senza che ci fossero problemi. Ma poi dopo qualche tempo il piccolo ha avuto difficolta' respiratorie tanto che si e' deciso di intubarlo e di metterlo in incubatrice. Durante la notte pero' il tubo si e' staccato e a quanto pare nessuno se ne sarebbe accorto. secondo la denuncia dei genitori il bambino avrebbe anche ingerito liquido amniotico.

Il pubblico ministero Caporale, che una volta compiuti gli atti urgenti affidera' il fascicolo al pool che si occupa delle colpe professionali, propende a ritenere che l'eventuale battibecco delle due ostetriche prima che la puerpera fosse sottoposta a taglio cesareo non abbia potuto avere conseguenze negative sulle condizioni del bambino.

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La Rassegna

Roma: morte bimbo a Policlinico Casilino, l'inchiesta

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Di Loredana Morandi (del 31/08/2010 @ 09:29:22, in Osservatorio Famiglia, linkato 2324 volte)
Il mio è un modestissimo commento all'ottimo dossier di Don Di Noto, che inizia dalla "Premessa". Io sono una "web parrocchiana" di Don Di Noto, e nel corso degli anni ho appoggiato molte delle sue denunce (la prima il mostro fotografico Puellula, l'ultima il sito israeliano del boy love). Questo non ha potuto che acuire il mio fiuto naturale, e quella sensibilità innata che mi ha consentito come madre di "interporre il mio corpo" ed evitare la molestie di un pedofilo a mia figlia. Ebbene, dopo molti anni dalla diatriba delle fotografie pornografiche finite al Consiglio di Stato Americano, di cui certa gente "aveva già parlato"...

[Lury+SEGATA.bmp]

clicca per allargare e "occhio alle minacce di morte a Lory e alla nota sul lavoratori milanesi"

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/2010-08-31_095115_luigiamico_massimopiscopo_bertocchi_girardelli_sorbi_RIT.jpg

E anche dopo le denunce e i processi milanesi: Oggi io posso rilevare, senza ombra di dubbio, che uno dei molti fans macchiaioli è un pedofilo dichiarato, ed in rete su FB fa della pedofilia culturale proprio sull'argomento del "Consenso".

L.M.

Premessa


E’ dal 2003 che con insistenza e con consapevolezza don Fortunato Di Noto e l’Associazione Meter parla di questa “nuova e grave emergenza rappresentata dall’espandersi della pedofilia culturale”. Infatti “aumentano quei siti che tentano di dipingere un volto pulito della pedofilia, abbozzandone una sorta di giustificazione filosofica. Non sono perseguibili, ma sono pericolosi: offrono auto-giustificazione; abbassano la consapevolezza di essere dei delinquenti; tolgono il senso di colpa che impedisce a molti di passare dal mondo virtuale all’adescamento e alla violenza”[1].

Che cos’è la pedofilia culturale

La situazione italiana e il caso del “signor P”

Negli ultimi anni stiamo assistendo allo sviluppo sottopelle di una nuova strategia d’attacco messa in atto dai pedofili di tutto il mondo per ottenere una vera e propria legittimazione – quantomeno implicita – da parte dell’opinione pubblica mondiale. Stiamo parlando della cosiddetta pedofilia culturale, fenomeno venuto alla ribalta in modo drammatico e clamoroso attorno al 2005 con la nascita dell’NVD, il “partito dei pedofili” fondato in Olanda, ma possiamo tranquillamente affermare che questa è solo la punta dell’iceberg.

ITALIA: UN FENOMENO IN EVOLUZIONE

Limitandoci per il momento all’Italia, possiamo già sottolineare come qui la lotta dei pedofili culturali sia cominciata da più di un decennio. È dal 1996, infatti, che l’associazione Meter di don Fortunato Di Noto, insieme ai suoi volontari, denuncia i tentativi striscianti di normalizzazione della pedofilia grazie a giustificazioni pseudoscientifiche (la vittima dimenticherebbe in fretta l’accaduto) o motivazioni pseudo culturali (la pederastia era praticata nell’antica Grecia). Le denunce di don Fortunato e Meter sono state ripetutamente segnalate, nel corso degli anni, alla Commissione Bicamerale per l’infanzia, al Parlamento europeo, ai ministri dell’Interno, alla magistratura, alla Polizia postale e delle comunicazioni. Centinaia, dal ’96 ad oggi, le denunce formali di siti o portali in lingua italiana, segno che l’offensiva pedofila è condivisa anche da chi abusa di bambini nel nostro Paese.

DENUNCE 2006-2008.

Se prendiamo in considerazione le denunce formali inoltrate alla Polizia Postale e delle Comunicazioni e all’Interpol, oltre a esposti al Ministero dell’Interno sono n. 15 contenenti espliciti riferimenti alla pedofilia culturale, alla sua normalizzazione e alla possibilità di vivere, perché naturale i rapporti sessuali con bambini al di sotto dei 12 anni, invitando questi ultimi a contattare e rispondere all’invito nei forum per giovani ragazzini e ragazzine.

Riportiamo come esempio un dialogo inedito (2006) estratta da conversazione MSN di pedofili italiani che si sono dati appuntamento in una città europea per “celebrare la loro pedofilia” stabilendo e discutendo sull’età di preferenza dei bambini:

- 02/11/06 11.48.47 (xxxx) ma tu ti fidi a mettere la tua foto lì? ---->

- 02/11/06 11.48.59 Mattia (xxxx) nn c'è alcun problema

-02/11/06 11.49.19 Mattia (xxxx) xkè se ti conoscessi sarei ancora più
contento.... scoprirei d'avere un amico pedofilo

- 02/11/06 11.49.28 Mattia (xxxx) e se invece nn mi conosci nn succede nulla
cmq

- 02/11/06 11.51.33 Mattia (xxxx) tanto anke se hanno la mia foto

- 02/11/06 11.51.38 Mattia (xxxx) devono prima trovarmi

- 02/11/06 11.52.00 Mattia (xxxx) e se mi trovano li uccido (...)

- 02/11/06 12.00.29 Mattia (xxxx) di ke etâ mi piacciono i bimbi....

- 02/11/06 12.01.38 Mattia (xxxx) bhe.. i numeri nn mi piacciono

- 02/11/06 12.01.56 Mattia (xxxx) dico semplicemente

- 02/11/06 12.02.04 Mattia (xxxx) prepuberi

-02/11/06 12.02.12 Mattia (xxxx) (non ancora entrati in pubertà)
-02/11/06 12.02.25 Mattia (xxxx) sì diciamo i bambini da 3 anni in su

- 02/11/06 12.02.32 (xxxx) Mattia e quindi fino ai 12?

- 02/11/06 12.02.54 Mattia (xxxx) bhe sì..... anke se in realtâ uno di 15 può essere impubero
-02/11/06 12.03.11 (xxxx) Mattia beh ma di aspetto è già molto diverso
da un dodicenne

- 02/11/06 12.03.15 Mattia (xxxx) però se vogliamo fare un media
- 02/11/06 12.03.18 Mattia (xxxx) allora fino a 12-13

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Per essere più chiari: lo scopo della pedofilia culturale è di ottenere un’acquiescenza della società verso i pedofili. L’abbassamento dell’età per il consenso sessuale a sei anni (come ventilato dall’NVD, su cui si dirà tra poco), il valore “culturale” dello stupro di un minorenne mascherato da “amore” e “cura” verso di lui, sono gli obiettivi di questa pressione – più o meno palese – nei confronti della società civile. In particolare, i pedofili amano “festeggiare” con i propri “amori” una giornata speciale, “La giornata dell’orgoglio pedofilo”, che si tiene tutti gli anni il 25 aprile con l’“Alice Day”, dedicato all’amore per le bambine; il “Boylove Day”, dedicato ai bambini, si tiene invece il 23 giugno e a dicembre.

Inutile dire che in Italia non vi è la giusta attenzione né un approccio adeguato nei confronti della pedofilia, culturale o meno: come dice don Fortunato Di Noto in “Corpi… da gioco” (EdiArgo, 2007), scritto insieme al giornalista Antonino D’Anna, “In Italia non si capisce che esiste un livello di criminalità all’interno della pedofilia”.

IL SIGNOR P – Un esempio di continua promozione e istigazione alla pedofilia. Il portale è sempre vivo e vegeto, anche se dai Server italiani non è possibile accedere perché inserito nella “black list” della Polizia Postale. Uno degli esponenti più importanti della pedofilia culturale italiana è il “Signor P”. Si tratta, spiega don Di Noto, “di un pedofilo, forse legato a tanti altri pedofili italiani e anche internazionali. Ha aperto un portale che fa le sue migrazioni annuali e va dal Canada al Principato del Liechtenstein, a volte nell’isola del Pacifico di Niue per evitare di farsi identificare. È un soggetto che si dichiara pedofilo: ha creato il portale in cui indica con molta lucidità la sua strategia culturale e per certi versi ‘politica’ a favore della pedofilia”. In particolare, P è autore di una lettera aperta, indirizzata a bambini e ragazzi, in cui spiega che cosa sia in effetti la pedofilia. Un documento in cui li invita a diffidare dai maestri, dai genitori perché parlano male dei pedofili mentre loro, al contrario, vogliono il bene dei bambini. E poi ci sono fumetti, beffe, velate minacce verso il sacerdote siciliano.

P è venuto alla ribalta nel maggio del 2007 per un inquietante caso di cronaca. Su “La Strangata”, giornalino del liceo scientifico “Francesco D’Assisi” di Roma, esce un articolo firmato da un diciassettenne che così scrive: P è “un pedofilo, una persona che ama i bambini e che ha speso tutta la sua vita per la loro felicità. Questa magistratura, che lo si voglia o no, è il cancro della nostra democrazia. La colpa di P? – prosegue – Provare attrazione sessuale per le acerbe bellezze delle ragazze molto più giovani”. Il ragazzo ha conosciuto, incontrato e – sembra – coamministrato un sito pedopornografico insieme a P, con il nick di “Signorminotauro”. In seguito il giovane chiede scusa per le sue affermazioni e fa marcia indietro a proposito di P.

Il “Sito di P.” riporta fedelmente, tradotta in italiano la celebrazione del BoyLove Day (la giornata dell’orgoglio pedofilo per gli italiani.)

a cura del Centro Studi Meter
associazionemeter.org

Consenso: è questa la parola chiave da tenere sempre presente, su cui i pedofili culturali giocano la loro infame battaglia. Secondo il dizionario compilato da Tullio De Mauro, questa parola significa: permettere, consentire qualcosa; giudizio favorevole, approvazione; adesione, partecipazione; conformità di voleri, opinioni o sentimenti tra più persone. E su tale conformità di voleri – ma non solo – è impostato il programma dell’Nvd, il “partito dei pedofili” olandese venuto drammaticamente alla ribalta attorno al 2005. Eccolo:

- La maggiore età sessuale dovrebbe essere abbassata a 12 anni;

- Chiunque abbia compiuto 16 anni dovrebbe poter interpretare film porno ;

- Sì al sesso con gli animali, no ai maltrattamenti;

- Dare a tutti la possibilità di viaggiare sempre gratis in treno;

- La legalizzazione di tutte le droghe, leggere e pesanti;

- L'ergastolo per gli omicidi recidivi;

- L'assoluta libertà di circolare nudi in pubblico, ovunque e di chiunque si tratti;

Sentiamo le dichiarazioni del fondatore di “Carità, libertà e diversità”, il nome – tradotto dall’olandese – dell’NVD: “Educare i bambini significa anche abituarli al sesso. Proibire rende i bambini ancora più curiosi”. E si lamenta: “Ci hanno zittiti, l’unico modo per farci sentire è attraverso il parlamento”. Risultato: il partito si presenta alle elezioni nazionali del 2006 nonostante i ricorsi presentati alla magistratura olandese da parte di associazioni cattoliche. E il giudice H. Hofhuis, all’Aia, ha stabilito che l’NVD si può presentare perché altrimenti si violerebbe la libertà di pensiero e perché in fondo “chiede una riforma costituzionale”. Fortunatamente gli elettori hanno bocciato il delirante partito, ma l’allarme resta alto e la guardia non va abbassata: per la prima volta i pedofili si presentano con nome e cognome nella speranza di partecipare alla vita politica di una nazione.

UN PARTITO FIGLIO DI INTERNET?

 "Lo sbarco in rete del Partito – spiegava in quell’anno a Punto Informatico Nicoletta Bressan, sociologa e specializzata in Criminologia, responsabile dei rapporti internazionali dell'associazione Meter - è solo questione di tempo". Che l'NVD si rivolga ad Internet non sarebbe in sé un'anomalia: qualsiasi forza politica che oggi voglia diffondere le proprie idee vede nella rete un formidabile strumento di propaganda. Eppure, spiegano gli esperti, la nascita stessa del Partito non sarebbe casuale: la sua presenza pubblica e la propria attività sarebbero nient'altro che il culmine di un processo di sviluppo delle Organizzazioni pedofile reso possibile dall'avvento di Internet.

"Non stiamo parlando di un'unica organizzazione – spiegava ancora la Bressan - ma di una grande e variegata tipologia di persone che già oggi producono siti a sfondo "culturale pedofilo", mediante i quali diffondono ricerche, articoli, in cui sostengono che "fare sesso con un minore" deve essere una pratica socialmente accettata. Si sta parlando di vere e proprie organizzazioni di pedofilia culturale: Meter ne ha denunciate, in questi anni, più di 500 nel mondo e in Europa. Tuttavia, non sempre le autorità dei vari paesi tendono ad oscurare tali siti e a perseguire, alla radice, tali associazioni, anche se azioni concrete di contrasto cominciano a notarsi".

"Il vero problema che sempre più va palesandosi e che con il nuovo Partito olandese si esplicita in tutta la sua drammaticità - sottolinea Bressan - è la possibilità per queste organizzazioni di diffondere, nei confronti della pedofilia, la tendenza alla normalizzazione, ovvero di riuscire nel tempo, attraverso una perpetua opera, prima culturale, e ora anche politica, a trasformare quello che oggi viene visto in modo pressoché unanime come il peggiore dei delitti, in una pratica possibile. Da ottenere con il riconoscimento di una presunta liberazione sessuale del minore. In tal senso, la pedofilia culturale è l'unica vera radice dell'NVD e l'NVD è l'umana e concreta sua espressione che ne eredita il fine supremo: portare, sul piano dell'arena politica, i contenuti di una tale cultura al fine di una futura, ma possibile, legalizzazione dei suoi principi. L'affronto, pertanto, che un partito di questo tipo lancia agli stati europei e ai suoi cittadini, è troppo grande e troppo assurdo".

A cura del Centro Studi Meter

LA PEDOFILIA COME “NORMALE” TENDENZA SESSUALE

Non è tutto. C’è chi ha avanzato certezze sulla pedofilia non più malattia, ma soltanto orientamento sessuale, uno status di diritto. L’Associazione psichiatrica americana (Apa), insieme a rami della scuola europea (cfr. l’inglese Richard Green, in “Archivies of Sexual Behavior”, dicembre 2002) e italiana, ha ritenuto che la pedofilia dovesse essere cancellata dall’elenco delle disfunzioni mentali e che gli stessi argomenti che avevano giustificato la cancellazione dal DSM (manuale scientifico di diagnostica) dell’omosessualità dovevano valere anche per la pedofilia. E così il consiglio direttivo dell’Apa ha tolto dal settore delle patologie la pedofilia: la pedofilia è un disordine soltanto se il pedofilo soffre per la sua pedofilia.

Tutto questo, è ovviamente, normalizzazione, o tentativo di normalità, del fenomeno e della pedofilia. Il tentativo di normalizzare la pedofilia passa dall’accettazione culturale del seguente concetto: i pedofili non sono nemici dei bambini, anzi, possono fare il loro bene.

Inoltre è impressionante pensare che alcuni esponenti della politica e della cultura italiana hanno sempre sostenuto: “la pedofilia al pari di qualunque orientamento e preferenza sessuale, non può essere considerata un reato".

LE GIUSTIFICAZIONI DEI PEDOFILI CULTURALI

Emblematica, nella “lotta” dei pedofili culturali, è la posizione di Giovanni Giusti, arrestato alla fine degli anni ’90 a Roma. Responsabile di uno dei maggiori network pedofili mondiali, così interveniva sul Corriere della Sera nel 1998: "La nostra battaglia è come quella antiproibizionista. Chiediamo libertà d'espressione per chi crede sia giusto amare i fanciulli. La nostra linea culturale, quando non c'è violenza, né sfruttamento, né prostituzione, va rispettata. Mettendoci in carcere fate di noi dei perseguitati". Visitato dall’allora parlamentare verde Alfonso Pecoraro Scanio, ecco come lo descriveva: "Ho trovato un ragazzo con la faccetta per bene. È dirigente di un'azienda di marketing, ma sembra uno studente, uno molto più giovane dei suoi 32 anni. Aria dimessa, inoffensiva, mingherlino, statura media, capelli castani sbiaditi, jeans e maglietta scuri. Insomma, il ragazzo della porta accanto. Non sembra uno capace di organizzare la pedofilia internazionale. Nemmeno capisce la gravità delle accuse che pesano sulla sua testa. Non so, forse simula".
E Giusti continua: “Non ho mai commesso atti di violenza, non ho mai prodotto materiali pornografici. Non ho mai lucrato. Noi non commettiamo atti condannabili. Noi propagandiamo un'idea. Può essere che, per farlo, si sia commessa qualche scorrettezza. Ma nulla di più”. Per poi spiegare: "Quando non c'è violenza, quando il bambino è consenziente, l'attenzione dell'adulto e il rapporto tra i due vanno considerati leciti". Tutto chiaro, insomma, tutto alla luce del sole.

a cura del Centro Studi Meter
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