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 alla stazione ... di Lunadicarta
 
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Vista la "cannibalizzazione telematica" di uno dei motti storici della Magistratura Associata, si informano Luigi de Magistris e Italia dei Valori che i nomi e i loghi di Artists Against War in Italia sono copyright della Associazione Argon.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

E' in casa la mattanza delle donne:
ora le vittime sono più dei morti di mafia

Ex mariti ed ex fidanzati fanno strage: è allarme al Nord

di Nino Cirillo
ROMA (13 agosto) - Sui selciati delle strade nostre s’affollano cadaveri di donna che invocano giustizia. Girarsi dall’altra parte e aspettare che la mattanza passi, che finisca la solita maledetta estate, che si torni a covare odio e violenza protetti dalla routine per poi farli riesplodere quando le remore cadono e i freni s’allentano, beh, questo non serve.

Non serve a un Paese civile che ha già dovuto rassegnarsi a un tristissimo conto: ne uccide più la famiglia della mafia. A un Paese che negli anni 90 contava i cadaveri dei picciotti sperando che un giorno o l’altro quella guerra finisse e che, quando è finita, ha dovuto accorgersi di essere stato sfidato da un altro schifoso nemico: la violenza sulle donne. Si cominciò agli inizi degli anni Duemila a tenere d’occhio quel paradosso e si finì nel 2006: 176 vittime di omicidi in famiglia contro 146 vittime delle cosche. Da allora, ovviamente, non c’è stata più partita.

Mentre la Spagna, la caldissima Spagna, grazie a una legge di durezza inaudita, ha fatto scendere i suoi morti in famiglia a 74 nell’ultima rilevazione annuale, noi siamo andati aumentando: 195 nel 2007, secondo dati Eures, e 149 nei primi otto mesi del 2008 secondo l’Istat. Le statistiche, ferocemente, offrono altri due spunti: sette vittime su dieci di questi delitti domestici sono donne e il Nord, il nostro amabile, laccato, benestante Settentrione, batte tutti, lascia una scia di sangue lunga il 48,2 cento.

Che storie, che drammi, che pozzi di paura. Lui licenziato che accoltella lei nel sonno e i due figli piccoli, e poi si uccide. Varese, Italia. Lui, sempre lui, che non vuole separarsi, per questo accoltella la moglie a morte e ai carabinieri fa i complimenti: «Bravi, mi avete preso». Pizzo Calabro, Italia. Lui, ancora lui, che la riempiva di botte ogni sera per rubarle quei due soldi e che una sera ha esagerato. E lei che in ospedale si regala l’ultima sceneggiata: «Sono caduta». Sì, caduta a morte, in Allumiere, sempre Italia.

Tutto questo è accaduto nelle ultime 96 ore, tra un jackpot mancato e la Champions League che sta per arrivare, tra un aperitivo in giardino e gli esami di riparazione del pupo. Paginate di giornali, ma anche un senso di ingiustificata stanchezza, come se stessimo partecipando tutti a un triste rituale e che questo rituale prima o poi dovesse finire. Con qualche punta, ovviamente, di acclarata morbosità.

«Pensi a quelli che chiamano gialli dell’estate - esordisce pungente Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e scrittrice - è già tutto un programma. Che ci sarà mai di giallo? Qui c’è una normalità che si spezza, ci sono pensieri che non si contengono più, ci sono uomini che si sentono deboli, rifiutati, che non possono portare la vita e allora portano morte. Uno degli assassini di questi giorni diceva sempre alla moglie: vedrai, combino qualcosa che viene pure il Tg. E il Tg è venuto».

Ma perché l’attenzione su questo massacro non si trasforma, o si trasforma difficilmente in attenzione “politica”? Maria Rita Parsi offre una chiave abbastanza tranchant: «Perché il potere è fatto proprio di questo, perché anche il potere è un impasto di paura, vuole asservire, assoggettare».

Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera, fondatrice insieme alla Hunzicker dell’associazione “Doppia Difesa” per le donne vittime di abusi e maltrattamenti, psicoterapueta non è ma penalista di fama, e quindi ha tutt’altra visione: «La legge sullo stalking che questo governo ha approvato da pochissimi mesi sta funzionando e bene. Sono aumentate ovunque le denunce delle donne, ma per vederne gli effetti bisogna ancora aspettare. Eppoi, sia chiaro, questo non è un fatto di legge ma di cultura. Noi cerchiamo di offrire alle donne soprattutto la consapevolezza dei loro diritti, insegnamo loro che non sono tenute a sopportare».

Speriamo che la legga anche un’anonima blogger, una che si fa chiamare “Forse” e che scrive: «L’ho denunciato e finora non è successo niente, lui è sempre a casa. Un’assistente sociale mi ha detto che possa andare in una casa protetta con mio figlio, il problema è che lui sa esattamente dove lavoro e non c’è nessuno che possa fermarlo... verrebbe sicuramente a fare un casino sul lavoro, mettendo in pericolo l’unica mia forma si sostentamento. E naturalmente per farmi del male, seguirmi... insomma, dovrei sparire. Non so cosa fare».

E’ vero che le denunce aumentano: erano 4.500 nel 2006 e sono diventate seimila due anni dopo solo calcolando quelle arrivare al 112 dei Carabinieri. Ma è solo l’inizio di un cammino che chissà mai quando verrà completato. Ci sono dati Istat che fanno rabbrividire. Alla fine di un’indagine andata avanti per cinque anni, su un campione di 25 mila donne, proprio l’Istat ha dovuto concludere che il 91,6 per cento degli stupri non viene denunciato, che il 96 per cento delle “ingiurie fisiche” passa sotto silenzio. E allora viene in mente la tremenda rivelazione che fece due anni fa l’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato: in Italia, ogni anno, subiscono violenza di vario tipo un milione e 250 mila donne. Una vergogna.

Il Messaggero


Approfondimenti

«Barbara prima di morire lo difendeva: sì mi picchia, ma poi torna normale» / di Vanna Ugolini
L'unica strada è far crescere le nuove generazioni nel rispetto reciproco / di Massimo Ammaniti
Verona, riduce in fin di vita a martellate la moglie
Che cosa è un raptus/di Alberto Oliveiro
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Di Loredana Morandi (del 13/08/2009 @ 09:32:42, in Magistratura, linkato 1579 volte)
Caso Genova, Ferri (Csm) difende Lalla


13 agosto 2009
Matteo Indice - Massimiliano Lenzi

Dopo le perplessità espresse da alcune fra le principali autorità cittadine in materia di ordine pubblico, sul “caso Genova” e le difficoltà nell’applicare concretamente il nuovo reato di clandestinità interviene pure il Consiglio superiore della magistratura. Nel frattempo carabinieri e polizia fanno i conti con tutte le falle che il procuratore capo Francesco Lalla e il questore Salvatore Presenti avevano segnalato attraverso Il  Secolo XIX, a margine d’una serie d’incontri a palazzo di giustizia per fare il punto della situazione (l’ultimo si è tenuto ieri mattina, quando il comandante provinciale dell’Arma Gino Micale si è presentato in tribunale).

Nel capoluogo ligure non è stato infatti possibile espellere i primi due denunciati per “semplice” clandestinità, immigrati che hanno commesso un reato solo perché privi del permesso di soggiorno ancorché incensurati. Il primo, un muratore albanese scoperto dai vigili urbani che sono intervenuti per il rumore provocato dal cantiere nel quale lavorava in nero, dovrebbe essere processato entro sei giorni, ma nel frattempo è stato rimesso in libertà poiché le nuove norme non contemplano l’arresto.

Stessa cosa per un tunisino ventiseienne scoperto dai carabinieri, privo pure del passaporto oltre al permesso di soggiorno: nessun posto disponibile nei centri di identificazione ed espulsione, nessuna possibilità di rimpatriarlo direttamente perché non c’erano aerei e pure per lui ritorno in libertà. Capitolo Csm. Dopo aver letto le dichiarazioni di Lalla («La nuova legge è di difficile applicazione»), è stato il consigliere togato Cosimo Maria Ferri di Magistratura indipendente, la corrente in qualche modo più “conservatrice”, a pronunciarsi: «Il procuratore pone questioni reali, rispetto alle quali la ricerca di soluzioni non può essere semplicemente lasciata agli operatori del diritto, che devono applicare la legge.

Sta alla politica intervenire per rendere del tutto operative ed efficaci le norme. In particolare, ritengo che i problemi organizzativi, insieme al difficile rispetto del principio di effettività della pena, fossero e restino oggi gli aspetti che lasciano più perplessi». Apertura sulla possibilità di realizzare un centro per clandestini nel capoluogo ligure: «Una delle strade che portano alla soluzione dei problemi che si sono generati con l’introduzione di questa legge è proprio quella di realizzare al più presto tutti gli strumenti che le norme stesse individuano per snellire le procedure».

Il Secolo XIX
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Di Loredana Morandi (del 13/08/2009 @ 02:58:07, in Osservatorio Famiglia, linkato 1407 volte)
Sentenza Tar vs Ora di Religione

all'ombra della massoneria



La sentenza del Tar è online sul sito www.giustizia-amministrativa.it, il fascicolo consta di 25 pagine, ed è liberamente scaricabile a questo link.

E' possibile inoltre leggere il testo dei due ricorsi, citati in sentenza, a questo link.

Tra le organizzazioni del ricorso appaiono chiaramente le ingerenze del Grande Oriente d'Italia e della Gran Loggia degli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori) nella cosa pubblica, ai danni della popolazione studentesca italiana, per tramite enti e associazioni para massonici alle dirette dipendenze e/o collegati.

Qui alcuni tra gli studenti interessati al ricorso (for girl  & for boy).

Ad integrale riprova degli interessi privati massonici nella cosa pubblica, invito senz'altro a partecipare agli eventi che si tengono in occasione della commemorazione di Giordano Bruno e della Repubblica Romana, in luogo pubblico a Roma nelle date:

17 febbraio di ogni anno, piazza Campo dei Fiori, intorno alle ore 17

9 marzo di ogni anno, presso il Sacrario Garibaldino al Gianicolo, alle ore 9:00

Potrete certamente osservare con i vostri occhi le stesse associazioni, più la Massoneria con stendardi, guanti e grembiulini partecipare "di persona" agli eventi e i membri dell'UAAR genuflettere le bandiere durante la posa della corona di alloro.

Nota: sulla stampa italiana si riportano le dichiarazioni del Presidente della Cei in merito all' ILLUMINISMO, senza minimamente far notare che NON sono dirette alla Magistratura del TAR, ma agli esponenti della Massoneria universale rappresentati in giudizio a tutela dei propri esclusivi interessi economici e non per gli interessi della Gioventù italiana.


Loredana Morandi
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Cari Lettori,


io NON ho lasciato il Comitato ATU perché sono egoista o ambiziosa.

Giustizia Quotidiana ha lasciato il Comitato Atu, perché era in corso una truffa ai danni di Loredana Morandi.

A titolo di diffida nei confronti dei signori Giuseppe Di Spirito, Luigi Amico e Lidia Undiemi, pubblico copia di alcune delle verità vere in merito al mio lavoro negli ultimi 6 mesi, esattamente da febbraio a luglio 2009.

Lavoro e collaborazione prestata a TUTTE le ore del giorno e della notte, come si può leggere dal tabulato in immagine relativo alla stesura della lettera di invito al convegno per la Giustizia di Caltanissetta, in occasione del quale, avendo io il comunicato stampa aperto con televisioni e testate giornalistiche, fui costretta a titolo di correttezza e sostegno alle ragioni sindacali della ANM a mettermi a disposizione del Dott. Tona, presidente della locale Giunta della Associazione Nazionale Magistrati, pur nella piena consapevolezza della truffa, degli insulti e delle minacce in forma scritta, della azione di mobbing in corso e dello sfruttamento di immagine per la sostituzione, che avrei subito in sala durante il convegno stesso. (A disposizione il tabulato telefonico in uscita attestante i miei rapporti con la ANM di Caltanissetta.)

Nella immagine: un brano della conversazione tenutasi tra me e il signor Luigi Amico, in data 28 giugno 2009 alle ore 22:22:34


Attenzione nel proseguire con la diffamazione ai miei danni, quindi.

Con la prosecuzione di comportamenti dolosi ai miei danni saranno infatti di prossima pubblicazione:

a) la lettera di raccomandazione alla TD Group per il signor Di Spirito a firma Loredana Morandi,

b) gli insulti e le minacce della signora Undiemi, quando scoperta nel voler spacciare un cameraman non professionista conosciuto da ella da non più di 4 settimane per uno studioso da presentare alla Associazione Nazionale Magistrati, là dove per mesi la sottoscritta ha tempestato 2 Ministri e almeno 3 Società per Azioni Nazionali nel settore informatica per l'inquietante gestione del personale tecnico a rischio e pericolo della Magistratura,

c) la documentazione attestante la firma del cameraman sul copiaincollaggio di testi scritti da terzi e normalizzati dalla Undiemi,

d) le slide del signor Amico al convegno di Caltanissetta, prima e dopo le mie correzioni.

Attenzione significa Attenzione: Giustizia Quotidiana si attiva sempre e solo a difesa della Magistratura, per tanto NON avverranno infiltrazione malavitose da Napoli e da Palermo di personaggi dal nome noto di pentiti di mafia in seno alla Associazione Nazionale Magistrati.

Da questo momento mi dichiaro a completa disposizione delle Procure di Napoli, Palermo e Caltanissetta.

Si invitano tutti i giornalisti e i blogger a non credere alle menzogne del signor Di Spirito e ad alcuni dei suoi accoliti.

Dopo ferragosto mi riprometto di sistemare la questione anche con Pandora e con la Pennarola caduta nell'inganno.  Per settembre invece mi relazionerò con gli avvocati Triolo e Cirillo, ed inoltre intendo girare una nuova intervista con la Senatrice Armato sulle questioni inerenti allo sfruttamento del lavoro intellettuale e professionale dei giornalisti, nell'attuale clima di pericolo per la Libertà di Stampa.

Consiglio agli ATU che restano: trovatevi un nuovo portavoce.

Quello che avete ora non solo è incapace di essere onesto con coloro che lo aiutano, ma è superbo come il Siur Padrun dalle belle braghe bianche, pur non avendone alcun titolo, e capace di mentire a tutti pur di sfruttare fino all'osso una situazione di comodo.

Ma di qua NON si passa.

E qualunque cosa deciderete, sappiate che Attenzione, vuol dire Attenzione. Chi vi rappresenta attualmente ha già lasciato evidenti tracce dell'aver appreso il fraseggio di un sito del porno commerciale, da me denunciato come "Cartello" pro Pedofili Omosessuali online 1 anno fa e pubblicato da stampa nazionale. Io ho letto che alcuni di voi si stanno già prestando a percorrere la strada di quella criminalità (tutto salvato), senza sapere che la Undiemi ne dà ampia prova in forma scritta, tanto da poter estrapolare le "concordanze" tra ciò che scrive e il fraseggio pornografico.

Per tanto, se è vero che siete dei bravi padri di famiglia, continuate ad esserlo con vera umiltà e senza lasciarvi guidare dalla superbia e dall'interesse al successo di terzi.

Loredana Morandi
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Di Loredana Morandi (del 12/08/2009 @ 09:13:30, in Magistratura, linkato 1379 volte)
Francamente io mi sento di essere anche più critica sulla sentenza del Tar, che NON rappresenta un progresso per la laicizzazione del paese, quando la ragione viene concessa ad organizzazioni Clericali Religiose ad esclusivo discapito degli studenti italiani.
Inoltre, per il numero strabiliante di Massoni Valdesi, che conosco personalmente, le richieste formulate al Tar sono di tutt'altra natura, che costituzionale. E, dato che non credo sia il Tar a cercare approvazione in Oriente, mi sento di scommettere anche senza conoscere il nome dei prestigiosi avvocati che essi siano iscritti alla P3, nel caso in cui vi fossero organizzazioni radicali allora si potrebbe addirittura dichiarare il titolo della R.L:.. (tutto sommato, anche Coletti si è espresso in merito agli interessi massonici nella cosa pubblica).


Bieco illuminismo per il massimo rappresentante dei vescovi italiani


Ora di religione. La Gelmini ricorre contro la sentenza del Tar

Il ministro contro il Tar che sclude gli insegnanti di religione dagli scrutini


Critica la reazione della Chiesa italiana alla sentenza del Tar del Lazio che esclude gli insegnanti di religione dagli scrutini. Per il monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica, è una sentenza mossa dal «più bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identità». Risponde l'Anm: «È legittimo che i provvedimenti giudiziari possano essere criticati e noi non possiamo che ribadirlo, purchè le critiche siano espresse nel rispetto di chi emette i provvedimenti». Nel tardo pomeriggio l'iniziativa del ministro Gelmini che ricorre al Consiglio di Stato contro la sentenza tar, iniziativa questa auspicata dalla Cei.

L'auspicio era provenuto, primo tra tutti, dall'ex ministro all'Istruzione del governo Prodi Fioroni: «Nel 2007 il Consiglio di Stato mi ha dato ragione respingendo la sentenza del Tar perchè avrebbe discriminato gli studenti che avevano scelto l'ora di religione o un'altra attività alternativa, che concorrono nel complesso ad un punto dei 25 dei crediti formativi per chi fa la maturità. Mi auguro che il ministro Gelmini impugni, in base a questo precedente, la sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio». Consiglio più velatamente dato dalla stessa Cei, quando il monsignor Diego Coletti a Radio Vaticana ha detto : «Non credo che tocchi alla Chiesa come tale fare un ricorso». Mariastella Gelmini ha quindi compreso il messaggio ed ha annunciato che il ministero dell'Istruzione ricorrerà al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar del Lazio sull'ora di religione. «La religione cattolica - ha detto il ministro - esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata. Una unicità che la scuola, pur nel rispetto di tutte le altre religioni, ha il dovere di riconoscere e valorizzare». «I principi cattolici dunque, che sono patrimonio di tutti, vanno difesi da certe forme di laicità intollerante che vorrebbero addirittura impedire la libera scelta degli studenti e delle loro famiglie di seguire l'insegnamento della religione. Per questo ho deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar. Sono fiduciosa che, come è accaduto altre volte in passato, il Consiglio di Stato possa dare ragione al ministero e all'ordinamento in vigore». La ministra va oltre, e difende pienamente quegli insegnanti che ricevono il posto in cattedra non per concorso pubblica ma solo per essere stati nominati dalle autorità ecclesiatiche locali: «L'ordinanza del Tar tende a sminuire il ruolo degli insegnanti di religione cattolica, come se esistessero docenti di serie a e di serie B. Al contrario ritengo che il ruolo degli insegnanti di religione vada accresciuto e valorizzato. Per questo - ha aggiunto - dal prossimo anno è mia intenzione coinvolgere i docenti di religione cattolica in attività di formazione, secondo gli obiettivi della riforma del primo e del secondo ciclo d'istruzione». Dalla Cei ringraziano: «È il minimo che si poteva fare». Monsignor  Michelle Pennisi, commissario Cei per “l'educazione cattolica, la scuola e l'università”, all'ansa esprime gratitudine verso ma ministra spieganco che «non si sta facendo un privilegio alla religione cattolica - sottolinea mons. Pennisi - ma ci si sta semplicemente attenendo alle leggi, al Concordato e anche a quanto stabilito dalla commissione paritetica Cei-ministero, èil minimo che si poteva fare».

la giornata

Una sentenza del tribunale amministrativo del Lazio ha stabilito che i crediti scolastici aggiuntivi concessi a chi segue le lezioni di religione sono illegittimi. Ha anche stabilito che i docenti di religione non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini, in quanto non hanno il diritto a concorrere alla formazione del voto finale con il proprio insegnamento. Una sentenza che ridimensiona l'autorevolezza dell'insegnante di religione, che non accede alla cattedra per concorso pubblico, ma grazie alla nomina delle autorità religiose locali. Una «decisione vergognosa» e «pretestuosa» per i la Cei, l'assemblea dei vescovi italiani. Per monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l'educazione cattolica, la scuola e l'Università”, la decisione dei giudici è «povera di motivazioni» e «danneggia la laicità dello stato». «Un atteggiamento – spiega monsignor Coletti- pregiudiziale anche se non del tutto ideologico», che rischia di «incrementare il sospetto e la diffidenza verso la magistratura». Coletti spiega che la sentenza trova fondamento in un «bieco illuminismo». «Se per laicità si intende l'esclusione dall'orizzonte culturale formativo civile di ogni identità si cade nel più bieco e negativo risvolto dell'illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità». A riguardo è anche intervenuto monsignor Michele Pennisi, commissario Cei, che annuncia per settembre una risposta ferma e critica da parte dell'organo ecclesiastico. La Cei in linea di massima si asterrà da un ricorso ufficiale. Coletti a Radio Vaticana ha dellto: «Non credo che tocchi alla Chiesa come tale fare un ricorso. Tocca a cittadini italiani, più o meno organizzati in partiti o in associazioni culturali, esprimere il loro parere, il loro dissenso, di fronte ad una sentenza così povera di motivazioni. Credo che lo stesso Ministero dovrà fare un ricorso, perché ciò che è stato messo sotto accusa non è un’opinione della Chiesa o dei vescovi, ma è una circolare del Ministero e qualcosa che attiene all’organizzazione della scuola di Stato».

Alle posizioni della Cei replica l'Associazione Nazionale Magistrati. «È legittimo che i provvedimenti giudiziari possano essere criticati e noi non possiamo che ribadirlo, purchè le critiche siano espresse nel rispetto di chi emette i provvedimenti. Colpiscono, nel giudizio espresso da monsignor Diego Coletti, quelle critiche che suonano solo come affermazioni generiche nei confronti di tutta la magistratura, e questa è una cosa che sentiamo molto», argomenta Luca Palamara, presidente dell'Anm. «Come magistrati ci impegniamo e continueremo ad impegnarci sempre, pur tra le enormi difficoltà in cui lavoriamo, a rendere il servizio giustizia nell'interesse dei cittadini». «Per questo – prosegue Palmara - riteniamo di non meritare critiche che a tutto campo finiscono per essere lette come un attacco nei confronti di tutti i magistrati, facendo leva su un tema sensibile come quello del rapporto tra cittadini e magistratura, che dev'essere caratterizzato dalla fiducia».

Le reazioni

Le reazioni al dibattito innescato dalla Cei non si sono fatte attendere. Dalla difesa a spada tratta del ministro Andrea Ronchi che dichiara: «La dura critica espressa dalla Conferenza Episcopale Italiana contro la sentenza del Tar del Lazio interpreta un sentimento condiviso da milioni di italiani; non si può non tenere conto della nostra storia, della nostra identità e della profonda tradizione cattolica delle nostro paese. Anche i diritti dei cattolici vanno tutelati nel pieno rispetto della laicità dello Stato»; al senatore dell'Italia dei Valori, Stefano Pedica, che abbandona la tradizione del movimento di Di Pietro di difendere sempre la magistratura e giudica «grave» la sentenza del Tar del Lazio sull'ora di religione e chiede. «Oltre il governo, che deve dare immediatamente una risposta per riportare al giudizio dei professori l'ora di religione, il Capo dello Stato intervenga - chiede Pedica - sulla decisione di un organo, il Tar, che ha sbagliato sia sul metodo che sul merito. Ritengo giusto che l'ora di religione sia facoltativa e non obbligatoria, ma in un Paese fortemente di matrice cattolica come il nostro, non si possono discriminare quelli che liberamente scelgono l'ora di religione. La Cei - conclude il senatore dell'IdV - ha giustamente con la sua critica interpretato il sentimento e l'indignazione di milioni di cattolici del nostro Paese, di questo bisognerà sempre tenerne conto».

Ma qualche voce critica verso la Cei si sente anche dal Pdl. «La reazione della Cei stupisce: mi sarei aspettato un atteggiamento esattamente opposto, cioè quello di chi non vuole mischiare Dio e Cesare, la Chiesa e lo Stato, l'educazione religiosa e la valutazione complessiva degli studenti», ha spiegato il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova; «nessuna ostilità verso l'ora di religione , non sono contrario a questo insegnamento, che risponde a una situazione di fatto per cui c'è una grande maggioranza degli alunni che scelgono di frequentarlo. Ma per come è configurato l'insegnamento della religione in Italia, che è subappaltato alle autorità ecclesiastiche con la scelta degli insegnanti - aggiunge - e che prevede la possibilità per gli studenti di non frequentare le lezioni, mi sembra pacifico che la valutazione complessiva vada fatta da altri professori che conoscono tutti gli alunni». «Non c'entra nulla l'illuminismo, non c'entrano nulla i valori, ma c'entra la realtà - conclude il deputato del Pdl - Escludere gli insegnanti di religione dagli scrutini non sarebbe discriminatorio per loro. Ma la loro partecipazione sarebbe invece discriminatorio per gli studenti che non seguono l'ora di religione». Ma l'approvazione della sentenza del Tar Lazio proviene anche da un'altra assemblea religiosa. «La sentenza del Tar del Lazio che esclude dalla determinazione del credito scolastico la frequenza dell'ora di religione cattolica, l'unica peraltro presente nella scuola pubblica italiana,è ineccepibile e contiene dei rilievi di grande importanza in quanto richiamanti ad una corretta applicazione del dettato costituzionale, relativamente all'uguaglianza tra tutti i cittadini credenti vari o non credenti», ha spiegato all'adnkronos Gadi Polacco, consigliere dell'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). «Da alcune reazioni stizzite è evidente come sia stato toccato un nervo scoperto e in uno Stato laico non può esservi, come ribadito peraltro nel testo della sentenza e diversamente 'desideratò da alcuni, posto per posizioni dominanti stabilite per giunta 'erga omnes' - ha spiegato -, altresì non si può indulgere dinanzi all'uso di invocare o meno i pronunciamenti della Magistratura a corrente alternata». «Questa sentenza, ma anche alcune precedenti di altri organismi sempre riguardanti tematiche affini, mette semmai in luce il vuoto lasciato in merito dalla politica, e che sarebbe opportuno venisse colmato con una normativa a prova di dettato costituzionale. Non si tratta ovviamente di andare contro qualcuno, bensì di attivarsi per un compiuto modello di Stato laico che, in quanto tale, è garante della piena libertà di tutti in reciproco rispetto», ha concluso il consigliere Polacco.

(ami) 2009-08-12 17:56:16
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Di Loredana Morandi (del 12/08/2009 @ 08:59:45, in Estero, linkato 1443 volte)
ERGASTOLO AL BOIA

"Giustizia è fatta per Falzano"
Applauso alla lettura della sentenza



Una sentenza storica: "Ergastolo al boia di Falzano". E' la prima volta in Germania. Mai era successo che in patria fosse condannato a vita un criminale nazista. "E' colpevole dell'omicidio di quattordici civili", e alla lettura  del verdetto in aula scoppia un applauso liberatorio

Josef Scheungraber, ex ufficiale degli alpini tedeschi, condannato per il massacro di civili a Falzano di Cortona (Arezzo) il 26 giugno del 1944 (Ap/Lapresse) Arezzo, 12 agosto 2009 - Ergastolo. «E per noi è una grande soddisfazione» commenta il sindaco di Cortona Andrea Vignini. «Quella ferita non si è mai rimarginata ma finalmente questa sentenza ha fatto giustizia». Vignini, in aula a Monaco di Baviera, parla di getto. Ha appena ascoltato in viva voce la sentenza di condanna per Joseph Scheungraber (nella foto), 91 anni, ex ufficiale della Wermacht condannato ieri alla pena a vita dal tribunale di Monaco. E mai era successo che un criminale nazista subisse in Germania una condanna così pesante.

Lui, Scheungraber, ha assistito a tutto il processo e ha accolto il verdetto senza battere ciglio, a differenza del suo difensore che è stato quasi colto da malore. La sentenza mette dunque la parola fine al massacro di Falzano, giudicando l’ex ufficiale colpevole dell’omicidio, per averne ordinato l’esecuzione, di 14 civili dai 16 ai 74 anni. Oggi l’ anziano vive a Ottobrunn, in Baviera, dove è stato anche consigliere comunale. E’ sordo e cammina appoggiandosi a un bastone, ma al processo è apparso in buona salute. Non è il primo ergastolo che subisce, identica sentenza era stata infatti emessa dal tribunale della Spezia nel 2006.

La sentenza precede il processo a un altro ex nazista, John Demjanjuk, accusato di essere il boia di Sobibor, estradato lo scorso maggio dagli Stati Uniti per rispondere dell’accusa di aver contribuito all’uccisione di 28 persone in un campo di sterminio. All’udienza, oltre al sindaco Vignini, erano presenti alcuni arenti delle vittime e l’assessore al personale Diego Angori. «Appena letta la sentenza — racconta Vignini — dal pubblico si è levato un lungo applauso. Oggi dopo 65 anni di attesa è stata fatta giustizia. Si è scritto la parola verità, che non ha solo un valore simbolico. Ma soprattutto è la prima volta che un crimine di guerra viene punito da parte di un Tribunale tedesco, per di più in una città che ha visto la nascita del partito nazista».

La Procura di Monaco aveva chiesto la condanna all’ergastolo per il comandante del reparto della Wermacht Panzergranadierdivision dell’esercito tedesco, ribattezzato come il boia di Falzano, ritenuto responsabile di quattordici omicidi e un tentato omicidio. Ma all’apertura del processo l’imputato, tramite il suo avvocato difensore, aveva respinto tutte le accuse sostendno che non si trovava sul luogo del massacro. Condannato in contumacia all’ergastolo a La Spezia, non era stato estradato perché la Germania, non procede con i propri cittadini contro la loro volontà applicare la condanna.
 
Così aveva proseguito tranquillamente la sua vita in Baviera, nella città natale di Ottobrunn, dove è diventato dopo la guerra un personaggio rispettato, gestore di una azienda di falegnameria e consigliere municipale, partecipando regolarmente a commemorazioni con i suoi compagni d’armi.

Riprende Vignini: «Il verdetto mi rende felice non per spirito di vendetta ma perché sancisce la verità storica di quello che ebbero a subire i miei concittadini, anche se non ripaga le grandi sofferenze patite».
Il tribunale tedesco aveva avviato il processo il 15 settembre 2008 sulla base degli atti e documenti del procedimento italiano al termine del quale era stato condannato all’ergastolo anche Herbert Stommel, diretto superiore di Scheungraber, nel frattempo deceduto. La strage era avvenuta la mattina del 27 giugno del ’44, come rappresaglia per un episodio avvenuto il giorno prima quando un gruppo di soldati tedeschi era stato attaccato dai partigiani della «Pio Borri». Due tedeschi morirono, un terzo, ferito, riuscì a raggiungere i commilitoni. E la risposta fu morte e terrore.

Giancarlo Sbardellati

Leggi altro:

Strage di Falzano di Cortona. ergastolo all'ex ufficiale nazista
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Di Loredana Morandi (del 12/08/2009 @ 08:54:40, in Magistratura, linkato 1337 volte)
IL COMMENTO

Il killer torna in cella,
è la giustizia juke box



In fondo, è tutto molto semplice: come far suonare un juke box. Metti la monetina, spingi il bottone desiderato, e la musica parte. Così è la giustizia italiana, incredibile fai da te di sentenze contraddittorie, straordinario mix di cattive leggi spesso applicate dai giudici con la stessa casualità di una bomba a orologeria

La vicenda del killer di Barbara Bellorofonte è, come si dice, assolutamente emblematica. Lui confessa, prende 30 anni, viene messo fuori, subisce un’altra condanna minore per estorsione, esce per effetto dell’indulto, il padre della vittima si indigna per vedere l’uomo che ha distrutto la sua vita a zonzo per il paese, scrive a un giornale, il ministro manda gli ispettori, e, il giorno dopo un gip ne riordina l’arresto: pericolo di fuga. Non per l’omicidio, figuriamoci, ma per il reato minore. Risultato: giustizia (?) è fatta, anche se per la strada sbagliata, con il legittimo dubbio che la decisione relativa all’estorsione, sarebbe potuto a essere più buonista se non fosse montata l’indignazione per l’omicidio. Insomma, in un ipotetico manuale della giustizia sgangherata, la tragica vicenda appena raccontata sarebbe al primo paragrafo del primo capitolo.

Perché non ci dovrebbe essere pena minore dell’ergastolo per chi uccide a sangue freddo una ragazza di 18 anni. Perché non ci dovrebbe essere libertà in attesa di appello quando lo stesso assassino confessa, e dice di voler espiare la pena fino in fondo. Perché se un giudice (giusto o sbagliato che sia) ha disposto la scarcerazione non ravvisando pericoli, tanto meno quello di fuga, visto che il killer se ne sta imbambolato a casa dei genitori, non è possibile che la sua fuga possa derivare da un «peccato veniale», guarda caso in contemporanea con l’indignazione popolare e l’ira del ministro. Non sarà voluto, ma vista così appare peggio la medicina della malattia. Anzi, grottesca, se si pensa che ognuna di queste decisioni, come puntigliosamente ha ricordato l’Anm, è stata presa nel rispetto di una legge. Complimenti. Infatti, i casi sono due. O queste leggi sono talmente sballate e incoerenti da autorizzare tutto e il contrario di tutto. O sarebbe meglio che qualche magistrato si iscrivesse al Cepu per un ripasso della materia. Probabilmente, come detto, sono vere tutte e due le cose: cattive norme, e toghe in perenne cerca di autore. Non tutte, intendiamoci, ma le eccezioni incominciano a essere talmente diffuse, che diventa sempre più facile pensare che possano diventare una regola.

Allora, ben venga che un assassino se ne stia in carcere. Ma ben venga soprattutto una riforma vera, profonda, radicale, dei nostri meccanismi giudiziari. Una priorità, dice Berlusconi. Come è prioritario che il Parlamento faccia il più possibile buone leggi, che non lascino spazio a interpretazioni strampalate o a furberie. Leggi che diano certezze ai giudici e soprattutto ai cittadini. Stanchi di vedere dei mascalzoni catturati, rilasciati, ricatturati non nella normale dinamica del processo, ma nello sgangherato meccanismo di una giustizia spesso fai da te. Nella quale, quasi sempre, la vittima vale meno del colpevole.

di Gabriele Canè
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GIUSTIZIA

L'accusa di Grasso «No a toghe controllate».
Alfano: evitiamo abusi

Il capo dell'Antimafia: non c'è piena democrazia

ROMA — Il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, è un magistrato che ha fatto della prudenza una virtù irrinunciabile. Eppure l'altra sera — alla presentazione del suo saggio, «Per non morire di mafia», organizzata da «Capalbiolibri» — l'ex capo della procura di Palermo che catturò Bernardo Provenzano non ha rinunciato a togliersi un sassolino dalla scarpa parlando, però, come semplice cittadino: «Bisogna bloccare chi vuole controllare giornalisti e magistrati... Io, per dire qualcosa, ho dovuto scrivere un libro e tanti giornalisti oggi si ritrovano a doverne scrivere perché le loro idee non trovano ospitalità nei giornali. Questo è un grave problema».

Nessun bavaglio, replicherà in serata il Guardasigilli, Angelino Alfano, riferendosi al ddl che limita l'uso processuale e la pubblicazione delle intercettazioni: «Il nostro intendimento non è controllare giornalisti e magistratura ma evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy, che è un diritto costituzionale secondo alcuni, purtroppo,di serie B». Grasso — che a Capalbio parlava accanto al suo predecessore, Piero Luigi Vigna, ai giornalisti Pino Buongiorno e Giancarlo Santalmassi e all'attrice Irene Grazioli Fabiani chiamata a leggere alcuni brani del suo libro — ha anche criticato la legge elettorale: «Oggi non siamo in piena democrazia perché quando a decidere i candidati del popolo è la segreteria di un partito, non possiamo dire di essere in democrazia». Anche per questo la sortita del procuratore non è piaciuta a Maurizio Gasparri che come prima cosa lo ha invitato a «chiedere scusa al Parlamento». Meravigliano, ha spiegato il capogruppo del Pdl al Senato, «le incredibili parole provenienti da Pietro Grasso».

Perché «scambiare i ricorrenti abusi in materia di intercettazioni da parte dei magistrati e giornalisti con la volontà di metterli sotto controllo è un grave errore», ha concluso Gasparri auspicando pure che Grasso non si accodi alla «lunga serie di togati con la speranza di entrare presto in Parlamento». Il procuratore Grasso non ha incassato tacendo. Anzi, ha insistito: «Può un cittadino-magistrato esprimere la propria opinione durate la presentazione del proprio libro? Per quel che riguarda il problema della censura, della difesa dell'indipendenza dell'autonomia dei magistrati e dei giornalisti, devo ricordare di aver esposto questi concetti nelle sedi istituzionali, proprio in quel Parlamento che ha concesso l'onore di interpellarmi». Poi, su paventate discese in campo: «Non è nei miei programmi». A Grasso sono arrivati gli attestati di solidarietà di Pina Picierno (Pd), di Michele Vietti (Udc), di Felice Belisario (Idv) e di Franco Siddi (Fnsi). Per Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Grasso ha «sollevato un problema reale»: perché «troppo spesso il dibattito viene strumentalizzato con la tendenza ad evidenziare esclusivamente le colpe dei magistrati».

Dino Martirano
12 agosto 2009

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Fenomeni

La scelta dei giudici: spiegarsi con i libri

Il superprocuratore: per farmi capire scrivo. Come Caselli e Scarpinato prima di lui

ROMA — È un fenomeno che va avanti già da qualche tempo, quello dei magistrati che scrivono libri per illustrare traguardi e problemi del proprio lavoro. E in particolare i magistrati antimafia. Lo stesso Pietro Grasso, che oggi denuncia il «grave problema» di non essere altrimenti ascoltato, due anni fa aveva dato alle stampe un altro volume, intitolato Pizzini, veleni e cicoria, per raccontare la sua esperienza alla guida della Procura di Palermo. E il suo predecessore in quell'incarico, Gian Carlo Caselli, ha dedicato metà del suo Le due guerre, uscito in primavera, alle contrastate vicende siciliane. Lo scorso anno Roberto Scarpinato, all'epoca procuratore aggiunto nella stessa città, ha scritto Il ritorno del principe, e prima ancora altri due ex pubblici ministeri nella «capitale della mafia», Michele Prestipino e Alfonso Sabella, avevano narrato quanto era emerso dalle loro indagini: il primo ne Il codice Provenzano, il secondo in Cacciatore di mafiosi. Tutti curati con l'aiuto di giornalisti esperti nel settore.

È come se all'improvviso i magistrati che lavorano nel contrasto a Cosa nostra avvertissero l'esigenza di uscire dai Palazzi di Giustizia e condividere le proprie scoperte con chi non ha mai messo piede nei tribunali o nelle corti d'assise dove si celebrano i processi a boss, picciotti e «colletti bianchi»; cioè la grande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale vengono emesse le sentenze. Non un'invasione di campi altrui, ma il tentativo di accendere qualche riflettore in più sul proprio campo, quello in cui i giudici e pubblici ministeri giocano ogni giorno. O aggiungere posti in tribuna. Perché la mafia, sembrano dire, non è questione da confinare nei Palazzi di Giustizia. E perché è utile spiegare a un pubblico più ampio dei soliti «addetti ai lavori» come sono cambiate le cosche e il loro modo da agire, che tipo di difficoltà s'incontrano in inchieste e processi, di quanti mezzi si dispone e di quali sarebbe opportuno disporre.

Nelle ultime settimane la «biblioteca delle toghe antimafia» s'è arricchita di altri due volumi. Un giudice di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha pubblicato Il Gotha di Cosa nostra (Rubettino, pp. 203, 14), rielaborazione della sentenza che lui stesso ha sottoscritto in un recente processo chiamato — appunto — Gotha, dal nome dell'operazione di polizia con cui nel 2006, a pochi mesi dall'arresto di Bernardo Provenzano, investigatori e inquirenti ritennero di aver decapitato il gruppo che si stava riorganizzando dopo la cattura del «grande capo». E il pubblico ministero Maurizio de Lucia, che fino a due mesi fa ha lavorato nella stessa città, anche all'indagine Gotha, oggi in servizio alla Superprocura di Grasso, ripercorre ne Il cappio (Bur, pp. 254, 9,80, scritto col giornalista Enrico Bellavia) vent'anni di inchieste su estorsioni e tangenti imposte da Cosa nostra. Un doppio viaggio, andata e ritorno, in un mondo criminale che ha finito per condizionare la politica e l'economia nazionale, ma continua a rispondere a regole antiche e immutabili, pure se il mondo è cambiato e sono cambiati i metodi d'inserimento e infiltrazione nel sistema «legale». Al fondo, però, valgono gli stessi princìpi, i legami d'un tempo, le leggi imposte dai primi «padrini». Come dimostrano le intercettazioni ambientali alla base dell'inchiesta e del processo Gotha, dove alcuni capimafia di stretta osservanza corleonese discutono di come affrontare il problema dei cosiddetti «scappati», gli sconfitti della seconda guerra di mafia dei primi anni Ottanta, sopravvissuti e mandati in esilio dall'altra parte dell'oceano. Dopo vent'anni qualcuno di loro s'è riaffacciato in Sicilia, con qualche velleità di rientrare nei vecchi affari. A cominciare dal traffico di droga. E i boss di ieri e di oggi — tra loro Nino Rotolo, il padrone del box dov'erano piazzate le microspie, ergastolano arrestato nel 1985, ma nonostante ciò «uomo d'onore» in servizio permanente effettivo — affrontano la questione facendo paventare un nuovo scontro, anche a suon di morti, tra le diverse «famiglie».

I discorsi di mafia intercettati in quell'indagine sono un materiale straordinario, forse secondo per importanza solo alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, quando nel 1984 svelò i primi segreti di Cosa nostra al giudice Falcone (il quale volle raccogliere anche lui in un libro ciò che aveva imparato e scoperto col proprio lavoro). E permettono di scoprire l'ascesa di nuovi capimafia come Gianni Nicchi, boss non ancora trentenne sul cui ruolo si sofferma pure il pubblico ministero de Lucia, quando racconta di come decise di estendere l'obbligo di pagare il «pizzo» ai commercianti cinesi, riempiendo di colla i lucchetti delle saracinesche dei loro negozi. Le parole di Nicchi, oggi latitante, sono incise nei nastri dell'operazione Gotha insieme a quelle di Rotolo, e dalle loro conversazioni emerge l'orgoglio del vecchio capo per il modo in cui il giovane sta crescendo. De Lucia descrive «il cappio» che si stringe al collo dell'intera collettività attraverso il racket imposto a tutti i livelli; lo dimostra il dialogo in cui un mafioso consiglia all'altro di «lasciar stare i pesci piccoli», ma quello ribatte: «No, tutti i pesci io devo prendere». E racconta lo scambio tra mafia e politica, in quella «stanza di compensazione» che è l'imprenditoria alimentata dai finanziamenti pubblici, in cui i rapporti tra boss, operatori dell'economia e amministratori locali trovano la sintesi che conviene a tutti. A volte raggiunta — come rivelano ancora le intercettazioni di Gotha — attraverso l'imposizione di rappresentanti diretti della mafia nelle liste elettorali. Era tutto scritto in requisitorie e sentenze, ora è narrato in altri due libri scritti dai magistrati protagonisti di quelle inchieste e quei processi. E il «popolo italiano» è un po' più avvertito.

Giovanni Bianconi
12 agosto 2009
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Di Loredana Morandi (del 12/08/2009 @ 02:01:13, in Magistratura, linkato 1477 volte)
Torna in carcere Campise: uccise
la fidanzata ed era stato liberato

Il gip accoglie la richiesta del pm: pericolo di fuga. Il legale dei Bellerofonte: non è stato "l'effetto Alfano"


CATANZARO (11 agosto) - Torna in carcere Luigi Campise l'uomo che dopo la condanna a 30 anni di reclusione per l'omicidio della fidanzata era stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

L'arresto è stato disposto dal gip che ha accolto la richiesta di emissione della misura cautelare fatta dalla Procura della Repubblica e motivata dal pericolo di fuga dell'indagato.

Il padre: deve pagare. «Hanno fatto ciò che dovevano fare. Una persona che uccide deve restare in carcere e pagare il suo debito con la giustizia». Lo ha detto all'Ansa Giuseppe Bellerofonte, padre di Barbara. «Questo nuovo arresto - ha aggiunto - ha riaperto una piccola speranza affinchè la giustizia faccia il suo corso. Chiedo solo che la giustizia mi tuteli perchè l'assassino di mia figlia deve scontare in carcere la condanna che gli è stata inflitta. Lui ha sbagliato e deve pagare e deve prendersi tutte le sue responsabilità».

«Mi è stata uccisa una figlia - ha proseguito Bellerofonte - e non posso concepire che ci siano degli sconti di pena. Se uno ha ammazzato deve stare in carcere e pagare il suo debito. Non esistono sconti perchè non siamo al supermercato. Non voglio aggiungere altro, comunque, perchè sono veramente distrutto».

Campise era stato scarcerato dieci giorni fa. La rimessione in libertà, però, non era da mettere in relazione all'accusa di omicidio ma ad un altro procedimento penale per il quale nel 2008 il giovane era stato arrestato con l'accusa di spaccio di droga ed estorsione. Nell'ambito di questa seconda inchiesta è stato condannato, in via definitiva, a quattro anni e quattro mesi di reclusione. A Campise, però, è stato riconosciuto il condono di tre anni di reclusione. In più, per buona condotta, gli sono stati abbuonati tre mesi. Da qui la conseguente liberazione anticipata. Adesso per Campise è scattato il nuovo arresto per l'omicidio.

La decisione del gip. La notizia del nuovo arresto di Campise, 26 anni, è stata diffusa dalla Procura della Repubblica di Catanzaro con un comunicato a firma del procuratore vicario, Salvatore Murone. «Su richiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro - si afferma nel comunicato - il gip del tribunale ordinario di Catanzaro, in data odierna, ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di Luigi Campise, imputato dell'omicidio di Barbara Bellerofonte, il quale con sentenza di primo grado era stato condannato alla pena di 30 anni di reclusione. La misura è già stata eseguita dai carabinieri di Soverato». La richiesta era stata presentata una settimana fa al gip per l'emissione della nuova misura cautelare. La Procura si era attivata appena qualche giorno dopo che Campise era tornato in libertà.

L'avvocato difensore: sono stupefatto. «Sono assolutamente stupefatto - dice l'avvocato Salvatore Staiano, difensore di Luigi Campise - Verosimilmente ricorrono presupposti fattuali per il ripristino della custodia cautelare in carcere che a me, però, allo stato, sfuggono del tutto. Mi meraviglia che per avvedersi della ricorrenza dei presupposti per riarrestare Campise ci sia voluto un impegno mediatico nazionale e l'invio degli ispettori ministeriali. E' evidente che verrà tempestivamente investito della vicenda il Tribunale della libertà territoriale».

Il legale della famiglia: non è stato l'effetto Alfano. «Ho preso visione del provvedimento del gip e che è stato eseguito stamattina e ho avuto modo di rilevare che questo provvedimento è stato emesso non come effetto della decisione del ministro Alfano di mandare gli ispettori a Catanzaro - dice l'avvocato Enzo De Caro, legale della famiglia Bellerofonte - Quindi non sull'onda emotiva della comunicazione del ministro Alfano, perché era stato richiesto addirittura il giorno dopo della scarcerazione, cioè Campise è stato scarcerato e messo in libertà il 29 luglio. Giorno 30 il sostituto procuratore Alessia Miele ha chiesto il ripristino della custodia cautelare. Il fascicolo è arrivato presso l'ufficio del Gip giorno 2 o 3 agosto e non c'era il dott. Battaglia, che era in ferie. È stato nominato come sostituto il dott. Giglio, il quale, dal provvedimento che ha emesso, che è assolutamente esaustivo e col quale si dà contezza del perché sussiste il pericolo di fuga concreto del Campise, ha preso visione sia del processo dell'omicidio, che era tra l'altro un processo voluminoso e che il dott. Giglio non conosceva perché non se ne era mai interessato, sia del processo per il quale gli è stata irrogata la pena di quattro anni e quattro mesi. Il provvedimento è stato quindi emesso in tempi brevissimi. Voglio precisare che non è a seguito della lettera che ha mandato il padre della ragazza al Corriera della Sera, né a seguito della decisione che ha fatto in televisione il ministro Alfano di mandare gli ispettori che è stato emesso questo nuovo provvedimento. È stato emesso dal Gip perchè era stato richiesto nei tempi previsti e assolutamente ragionevoli. Certo, una considerazione finale andrebbe fatta, al di là della vicenda particolare Bellerofonte, perché bisogna domandarsi se è concepibile e serio che un processo in Italia duri così tanto. È su questo che dovrebbero interrogarsi i nostri politici e porre rimedio, rendendosi conto che ormai la macchina della giustizia rischia seriamente di incepparsi».

Il Messaggero

- LA POLEMICA -

Gasparri: «Bene Alfano, certi magistrati infangano l'ordine giudiziario».

L'Anm: «Da Gasparri parole qualunquiste, garantismo a corrente alternata»



ROMA (11 agosto) - Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, è convinto che l'intervento del ministro Alfano, sia stato decisivo per il nuovo arresto di Luigi Campise. Secondo Gasparri, infatti, l'annuncio di un'ispezione fatto da Alfano «è stato determinante per porre fine a questo sconcio. «Ancora una volta è stata la politica, ed il governo Berlusconi in particolare, a dover supplire allo scarso senso di responsabilità di magistrati che rimettono in libertà assassini. Si era detto che ciò era avvenuto in ossequio alle leggi vigenti. Ma guarda caso, senza alcuna riforma nella notte, il giorno dopo l'assassino è finito nuovamente in galera. Vuol dire che poteva restarci senza sollevare tutto questo sconcerto. E' veramente un'umiliazione per l'Italia che vi siano magistrati come quelli che hanno fatto questa pessima figura davanti a tutti i cittadini. C'è da augurarsi che gente del genere abbandoni la toga perché infanga l'ordine giudiziario. Grazie ad Alfano per la chiarezza, il coraggio e la tempestività che alcuni magistrati hanno mostrato non avere».

Anm: da Gasparri parole qualunquiste. «Ci troviamo di fronte ad affermazioni qualunquiste che ripropongono il tema del garantismo a corrente alternata - dice il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara - Le affermazioni di Gasparri risultano anche smentite dal reale accadimento dei fatti. Sarebbe bene che la politica passasse dalle parole ai fatti e si occupasse di quelle che sono le reali problematiche degli uffici giudiziari del meridione».

Gasparri: Palamara ridicolo. «Le parole di Palamara aggravano la situazione - replica Gasparri - perché evidenziano lo stato confusionale che prevale in alcuni settori della magistratura. Se era stata valutata l'opportunità di tenere l'assassino in carcere, averlo invece liberato, per poi arrestarlo nuovamente, ha reso possibile una sua eventuale fuga. Palamara, dunque, offre nuovi elementi alla nostra preoccupazione e rafforza la nostra gratitudine al ministro Alfano, il cui intervento è stato decisivo per garantire la certezza della pena. Mentre quello di Palamara è solo ridicolo».


Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 12/08/2009 @ 01:34:38, in Osservatorio Famiglia, linkato 1264 volte)
Questo mondo crea dei mostri solo per Ignoranza. La produzione dell'Ignoranza è la più grave responsabilità morale del Laicismo.
Io credo che sia profondamente amorale proibire i crediti ad uno Scout Cattolico, che ne presenta tramite il suo professore di Religione durante il corso dell'anno scolastico per essere andato a scavare le macerie del terremoto a L'Aquila. Inoltre, nessuna altra organizzazione religiosa ha mai fatto questo in Italia, se non la Chiesa Cattolica.
Purtroppo questa sentenza del Tar offre su un piatto d'argento la ragione agli interessi privati di altre organizzazioni clericali nella "cosa pubblica", ed è sbagliata, nonché limitativa delle libertà personali di centinaia e centinaia di giovani, proprio per questo.
La pur giuridicamente squisita sentenza del Crocifisso, scritta da un ottimo magistrato, obbligava i genitori a NON avvalersi della scuola per i propri figli per oltre 20 giorni onde tutelarli dall'assalto della stampa. Il risultato di questa sentenza del Tar nello stesso modo è addirittura impopolare, anche se le centinaia di giovani coinvolti non avranno voce sui mezzi di informazione come invece hanno i potenti uffici stampa della comunità ebraica, valdese, radicali, eccetera e crea disugualianze sociali: crediti Si, alle organizzazioni di Partito, crediti No alle organizzazioni popolari cattoliche.  L.M.

Bocciate le ordinanze dell'ex ministro Fioroni: «Violano il pluralismo»

Porta chiusa ai professori di religione
Il Tar : «No agli scrutini e ai crediti»

I docenti non possono partecipare "a pieno titolo" agli scrutini e la loro materia non può avere effetti sul credito

ROMA - Frequentare l'ora di religione non può portare crediti aggiuntivi agli studenti che si presentano agli esami di maturità e, in ogni caso, gli insegnanti di religione non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini. Lo ha stabilito il Tar del Lazio accogliendo, con la sentenza n. 7076 i ricorsi presentati a partire dal 2007 da alcuni studenti, supportati da diverse associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche, che chiedevano l’annullamento delle ordinanze ministeriali firmate da Giuseppe Fioroni e adottate durante gli esami di Stato del 2007 e 2008.

«VIOLATO IL PRINCIPIO DI PLURALISMO» - La bocciatura delle ordinanze firmate dall'ex ministro è stata spiegata dal Tar attraverso motivazioni che si soffermano su concetti di principio, senza entrare nel merito della questione. «In una società democratica - affermano i giudici - certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali». Ne consegue che l’inclusione della religione nella "rosa" delle materie da cui scaturiscono i giudizi degli allievi è ritenuta illegittima: secondo il Tar questa interpretazione, data dal ministero dell’Istruzione, «appare aver generato una violazione dei diritti di libertà religiosa e della libera espressione del pensiero; nonché di libera determinazione degli studenti relativamente all’insegnamento della religione cattolica».

REAZIONI - «Rispetto, com'è ovvio, la sentenza. Ho tuttavia dato attuazione a un quadro legislativo e a una normativa precedente e vigente» si è difeso Giuseppe Fioroni, che da ministro della Pubblica Istruzione nel 2007 e nel 2008 firmò le ordinanze sugli esami di Stato rigettate dal Tar. Per Fabrizio Cicchitto «quella del Tar è una sentenza discutibile. La materia andrebbe approfondita con serenità», ha detto il presidente dei deputati del Pdl. «La sentenza ci sembra il minimo sindacale, ma è triste vedere che la politica ha bisogno del Tar per decidere su queste cose» ha affermato il radicale Maurizio Turco. Paola Binetti (Pd) ha difeso invece la presenza dei prof agli scrutini. Esultano i Valdesi : «La decisione del Tar rappresenta un passo in avanti verso una scuola più giusta, senza differenze o privilegi, e verso una maggiore laicità dello Stato» ha detto la moderatrice della Tavola Valdese, Maria Bonafede,

LE RICHIESTE - Con la sentenza n. 7076 il tar del Lazio accoglie in pieno le richieste formulate dalle diverse associazioni coordinate dalla Consulta romana per la Laicità delle istituzioni e dall’associazione «Per la Scuola della Repubblica», che ora giudicano la sentenza del Tar «illuminante». Alle associazioni il i giudici hanno riconosciuto la richiesta di salvaguardia dei valori di carattere morale, spirituale e/o confessionale che «sono tutelati - secondo il Tar - direttamente dalla Costituzione e che quindi come tali non possono restare estranei all’alveo della tutela del giudice amministrativo».

LA SENTENZA - Nella sentenza, emessa il 18 luglio e resa nota in questi giorni, i giudici fanno menzione anche del principio della laicità dello Stato, enunciato dalla Corte Costituzionale (sentenza n.203/89), ritenuto garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà religiosa, in regime di pluralismo confessionale e culturale: «Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente - sottolinea il Tar - essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico». Partendo da questo concetto di fondo lo stesso metro va adottato per i crediti formativi utilizzati dai commissari della maturità, derivanti da esperienze extra-curriculari svolte nell’ultimo triennio delle superiori e che hanno incidenza diretta nella formazione del punteggio finale (fino a 25 punti). Per i giudici del tribunale del Lazio «l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica». Quindi, ha precisato ancora la sentenza, «lo Stato, dopo aver sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto "noto", non può conferire ad una determinata confessione una posizione "dominante"».


Corriere della Sera - 12 agosto 2009
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