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 nudo vietnamita ... by Do Duy Tuan... di Admin
 
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Io non posso nascondere reati.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Probabilmente è un caso già risolto, stiamo infatti parlando del dicembre del 2005, ma se non lo fosse la meccanica raccontata dall'articolo mi ha fatto pensare a Bianchini, lo stupratore seriale di Roma... Ho ritrovato il caso perché lo postai allora, voi potete leggerlo a pag. 9 della sezione Osservatorio Famiglia o a questo link.

ERA IL DICEMBRE 2005

La ragazzina aveva parcheggiato il motorino nel box del palazzo
Dell'aggressore ha potuto fornire solo una descrizione sommaria

Firenze, stupro nel garage di casa
notte da incubo per una 15enne

FIRENZE - Violentata nel garage della sua abitazione. E' accaduto la notte scorsa a Firenze, nella zona di Rifredi. La vittima, una ragazzina di 15 anni, era rientrata a casa dopo essere stata da un amico e aveva parcheggiato il motorino nel box del palazzo dove vive con la famiglia.

La giovane stava chiudendo la porta d'ingresso dell'autorimessa quando si è sentita afferrare alle spalle da un uomo che l'ha spinta in un angolo buio del garage e l'ha violentata, fuggendo poi a piedi. La quindicenne è corsa dalla madre e le ha raccontato quello che le era successo.

La studentessa ha potuto dare solo una vaga descrizione dell'aggressore: ha detto che era sui 30-35 anni, che le aveva parlato in italiano ma non ha saputo dire di quale nazionalità fosse. I carabinieri hanno compiuto accertamenti e recuperato alcuni reperti su cui stanno indagando.

"Si tratta di un fatto grave che ci ha colpito profondamente" ha dichiarato il sindaco Leonardo Domenici. "Desidero esprimere la mia solidarietà alla famiglia e alla giovane che ha subito questo trauma; siamo a disposizione per qualunque richiesta che possa aiutarli a superare lo choc. Siamo molto preoccupati per un episodio inquietante, a cui la nostra città non è abituata. Spero che le indagini possano al più presto portare all'identificazione del colpevole".

(13 dicembre 2005)
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Il punto è che la Legge non va bene, perché quell'uomo ora è libero di circuire un'altra ragazza e ammazzarla come la prima: è già successo. Quanto al parere dell'Ucpi io sono sempre dell'avviso, che se scappa il delinquente debba essere indagato l'avvocato, avremmo meno crimini in Italia. Sarà che l'ultimo che ho incontrato danneggiava economicamente me, per coprire un reato di peculato ai danni dello Stato Italiano e il suo fornitore di pornografia personale ...

''Occorrerà fare una valutazione approfondita sulla vicenda''


Uccise la fidanzata, libero dopo 2 anni.

Alfano manda gli ispettori:
''Verifiche sul rispetto della legge''


ultimo aggiornamento: 10 agosto, ore 13:49

Roma - (Adnkronos) - Il ministro della Giustizia sulla scarcerazione dell'assassino di Barbara Bellorofonte: ''Ho inviato gli ispettori in via d'urgenza per comprendere subito come è potuto accadere. A volte l'ossequio formale della legge contrasta fortemente con il senso profondo di giustizia''. L'intervento del Guardasigilli dopo la denuncia del padre della vittima: ''Doveva scontare 30 anni, ora l'assassino di mia figlia gira indisturbato per il paese"

Roma, 10 ago. (Adnkronos) - Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha annunciato l'invio degli ispettori ministeriali per far luce sulla scarcerazione dell'assassino di Barbara Bellorofonte, denunciata oggi dal padre della ragazza uccisa, Giuseppe, in una lettera al 'Corriere della Sera'. "Ho immediatamente incaricato i miei ispettori - ha spiegato Alfano al Tg5 - di fare degli accertamenti preliminari per acquisire delle informazioni in tempi rapidissimi e per comprendere subito, già oggi,come è potuto accadere. E dunque ho inviato gli ispettori in via d'urgenza".

Il Guardasigilli ai microfoni del Tg5 ha espresso ''un senso di forte vicinanza ai familiari della ragazza uccisa, al papà che ha scritto questa mattina al Corriere della Sera''. ''A volte l'ossequio formale della legge contrasta fortemente con il senso profondo di giustizia di ciascuno di noi - ha poi aggiunto -. Quando questo accade, qualcosa non va. Verificherò con gli ispettori - ha assicurato Alfano - se la legge è stata rispettata. Se l'ossequio formale alla legge vi è stato, probabilmente occorrerà fare una valutazione approfondita sulla correttezza della legge".

Nella lettera al 'Corsera' il padre della ragazza assassinata dal suo ragazzo nel 2007 a Montepaone (Catanzaro) denuncia: "L'assassino di mia figlia, Luigi Campise, era stato condannato a 30 anni, grazie alla riduzione della pena perché processato con il rito abbreviato, oggi dopo soli due anni e mezzo di carcere è stato scarcerato e può 'girare' indisturbato per le strade di Soverato".

"E' successo due anni fa, il 27 febbraio, proprio sotto casa nostra, mentre ci accingevamo a metterci a cena, Barbara era con noi, è passato il suo ragazzo a citofonare e chiedere di lei. E' scesa e non è più stata con noi. Dei proiettili che il suo assassino le ha scaricato addosso, uno è andato a segno, conficcandosi in testa: Barbara va in coma, viene portata d'urgenza in ospedale e dopo circa un mese di agonia il 20 marzo 2007 è morta".

"Ignoro i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l'omicida, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo è se è giusto tutto questo. Se è giusto additare ai nostri giovani questo esempio di comportamento e far capire che in Italia tutto è permesso e possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce a trovare il modo di essere liberati. Non riesco ad aggiungere altro, non ho più niente da dire, le lacrime io e mia moglie le abbiamo finite da un bel po', mi resta solo l'amarezza di sapere che l'assassino di mia figlia è libero."


GIUSTIZIA: UCPI, PRESUNZIONE INNOCENZA VALE SOLO PER POLITICI?
 

(ASCA) - Roma, 10 ago - ''Come troppo spesso accade, nel caso di scarcerazioni per decorrenza termini, l'emotivita' travolge la ragione. Di fronte all'applicazione della legge, si interferisce con la giurisdizione 'inviando ispettori' per offrire una pronta risposta all'indignazione suscitata ed alimentata da una notizia che tale non dovrebbe essere''. Lo sottolinea in una nota l'Unione delle Camere Penali Italiane, commentando la scarcerazione di Luigi Campise e le relative reazioni.

''La reattività dei media e del ministro - proseguono i penalisti - verso l'applicazione di un corollario del principio costituzionale della presunzione d'innocenza rappresenta una costante solo quando tale applicazione riguarda i comuni cittadini. Quando, invece, l'applicazione della costituzione e della legge penale riguarda i politici,si pretende che la presunzione di innocenza sia assoluta e che la carcerazione cautelare rappresenti effettivamente l'extrema ratio del sistema.

L'Ucpi ha più volte denunciato come le scarcerazioni per decorrenza dei termini dipendano da inefficienze di sistema ed ha documentato come la eccessiva lunghezza dei processi non dipenda affatto da pretesi eccessi di garanzie. I penalisti italiani ancora una volta esortano a superare l'atteggiamento ipocrita che sta alla base di tale schizofrenica analisi del processo e delle indagini penali ed invitano, nei rispettivi ruoli, l'informazione e la politica ad una seria riflessione sullo stato della giustizia penale in Italia. Ma naturalmente non servirà: e' sempre più facile rubare verità che comunicarla''.

red-val/MCC/BRA  10-08-09
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Di Loredana Morandi (del 10/08/2009 @ 03:35:23, in Politica, linkato 1563 volte)
Sarà forse un ritardo il fatto che su Vendola non ci sia una indagine d'ufficio? Eppure si renderebbe necessaria perché: 1) nei suoi ambienti si fa uso regolare di stupefacenti, ed è appena stato arrestata la coppia di pusher del giro delle Escort; 2) chi avrà assunto l'augusto governatore che abbia fedine penali lunghe pagine in ruolo pubblico presso l'ente governato e a spese dei contribuenti ?
Purtroppo Sinistra e Libertà nasce già vecchia e corrotta, finge di non essere più parte di Rifondazione, ma si porta dietro addirittura i conti e i pagamenti di Bertinotti con gli anni di piombo. E, purtroppo, è noto, che quel partito abbia pagato gli stragisti con stipendi da Parlamento Europeo e non le affissioni elettorali.
Consiglio spassionato, Non scrivete più per Il Manifesto: loro non retribuiscono mai le collaborazioni esterne, soprattutto se si tratta di giovani, di volontari nel mondo dell'associazionismo o di persone comuni che lavorano per vivere e mantenere la propria famiglia ...


Nichi Vendola:
interviene il Csm?
Non mi spavento



BARI - Chissà se il governatore della Puglia aveva previsto appieno tutte le conseguenze politiche della sua lettera-appello al pm dell'antimafia barese, Desirè Digeronimo, che indaga su una presunta "cupola" che dalla Sanità pugliese avrebbe spillato affari e voti. Nel suo scritto - reso pubblico tre giorni fa - Nichi Vendola sottolinea al pm alcune riflessioni sul prezzo che lui (che non è neppure indagato) sta pagando a causa di questa inchiesta e rileva alcune "anomalie" sia relativamente all'indagine (ritiene debba essere affidata ad inquirenti della giustizia ordinaria e non alla Dda), sia relativamente all'opportunità che se ne occupi un magistrato che, a detta di Vendola, ha legami personali che potrebbero "intralciarne" la serenità di giudizio.

Due giorni fa, dopo una richiesta in tal senso da parte del presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, è intervenuto il vice presidente del Csm Nicola Mancino che ha chiesto alla Prima commissione del Csm di valutare l'eventuale apertura di una pratica a tutela del pm di Bari, giacché Vendola l'avrebbe accusata di volerlo danneggiare con una gestione «strumentale» dell’inchiesta che sta conducendo sull'attività della Giunta. «Invito la Prima commissione consiliare del Csm – ha scritto Mancino al presidente della commissione – a valutare se la lettera inviata dal presidente della Regione Puglia, on Nichi Vendola, alla dottoressa Desirè Digeronimo, pm presso il tribunale di Bari, concretizzi la sussistenza dei presupposti previsti dalla recente novella regolamentare per l’apertura di una pratica a tutela e, dunque, in caso positivo, se nel merito il contesto epistolare richiamato interferisca nel libero autonomo e indipendente esercizio dell’attività inquirente del predetto magistrato». Il presidente della Prima commissione del Csm prenderà in esame la vicenda nella prima settimana di settembre, alla ripresa dell’attività dopo la pausa estiva.

Ieri, Vendola replica (sempre a mezzo stampa) dicendosi «felice» che Nicola Mancino abbia investito della questione il Csm: così – ha dichiarato in un'intervista su Repubblica – «potrà valutare questa vicenda con serenità». Il presidente della Regione Puglia però non fa retromarcia rispetto ai contenuti espressi: nella lettera «ricusatoria» – spiega – «ho affidato alla buona coscienza del pubblico ministero, una persona che ho stimato, una riconsiderazione autocritica dei suoi comportamenti», perciò «rimetto tutto alla buona coscienza del magistrato».

E, anzi, nelle sue dichiarazioni apre un nuovo fronte: «Sento un antico odore che è quello della presenza dei servizi deviati, indirizzati o mirati. Il teorema è che tutti siamo uguali. Ma mi dispiace: io non sarò mai uguale a loro». Replica anche a chi (dal Pdl e dall'Idv) ha tacciato il suo gesto di pressioni simil-berlusconiane sulle "toghe". «Un conto – obietta Vendola – è la delegittimazione di un potere autonomo e tutelato dalla Costituzione, come fa Berlusconi. Un altro è compiere un atto morale e non formale, come ho fatto io, riguardo una specifica situazione. Questo si chiama diritto di critica». Quanto alla destra che lo accusa di messaggi intimidatori, «il centrodestra – reagisce Vendola – non dovrebbe avere il coraggio di parlare. Io non ho nemmeno un avviso di garanzia. Per il mio predecessore, il ministro Raffaele Fitto, è stato invece firmato un ordine di custodia cautelare, che il Parlamento ha rigettato. E’ plurindagato in procedimenti scandalosissimi, per reati gravissimi. Lui però – insiste il governatore pugliese – non ha avuto la mia fortuna mediatica, quando sono stato letteralmente massacrato meritando i titoli di testa del Tg1. Oggi non c'è più bisogno di un killer per ammazzare una persona per bene come me. Basta che un’abilissima manina, che lavora per scrivere veline o inviare suggerimenti ai recapiti più vari, da destra a sinistra, costruisca una campagna di falsità».

Immediata la reazione di Maurizio Gasparri: «Vendola si è offeso quando ho ipotizzato la sua interdizione. Ma ora offre argomenti clamorosi a questa eventualità. Afferma, in preda al panico mentre tutta la sinistra lo molla, che contro di lui agiscono gli immancabili servizi deviati. Aspettiamo la chiamata in causa della P2 e della Nato. Vendola ormai non è più nella condizione morale di governare la Regione. Si dimetta e chieda scusa per quanto ha fatto». «Tedesco, scodellato al Senato per evitare guai giudiziari, è il vessillo del degrado morale della sinistra. Siamo pronti a parlarne a Palazzo Madama quando si vorrà affrontare la vera questione morale che travolge la sinistra. Nel frattempo – conclude – ci auguriamo che Vendola la smetta di fare la figura del vile che farnetica».

Sempre a proposito dei «servizi deviati», il presidente del gruppo consiliare di An-Pdl alla Regione Puglia, Roberto Ruocco, in una nota scrive: «Dopo la lettera di Vendola (al pm Digeronimo, ndr), temevamo che la vicenda giudiziaria che ha investito il suo governo stesse precipitando verso la tragedia di un uomo disperato. Dopo la sua odierna intervista in cui il Nostro scomoda perfino i "servizi deviati" come artefici delle sue disavventure, ci domandiamo invece se non ci si stia alacremente incamminando verso la farsa». Per Ruocco la Regione Puglia «è ormai in balia di un ossesso sempre più annebbiato e delirante, che abbisogna urgentemente di un lungo riposo in una ridente località di collina, se non in una accogliente struttura per stressati». Le dimissioni del presidente, conclude Ruocco, «non sono più soltanto un atto dovuto verso i pugliesi. Sono anche una pietosa necessità per la salvaguardia di quel che resta del povero Nichi Vendola».

E c'è anche da segnalare l'appello di esponenti del Pd regionale al Pd nazionale. In una lettera aperta inviata ai segretari nazionale e regionale del partito, Dario Franceschini e Michele Emiliano, alcuni esponenti del Partito Democratico presenti nelle istituzioni giudicano «totalmente insufficiente, inadeguato e non più tollerabile» che il Pd affronti «in modo autocratico» le questioni legate alle inchieste giudiziarie sulla sanità pugliese e chiedono che «vengano attivati gli organi di democrazia interna» perchè il partito possa «discutere liberamente» di questi problemi. Primo firmatario della lettera è il vice sindaco di San Donaci (Brindisi), Antonella Vincenti, la quale sottolinea che su Facebook e con altri strumenti telematici è in corso una raccolta di firme per aderire al testo della lettera. I firmatari chiedono anche di discutere nelle sedi opportune dello stato della sanità in Puglia. Infine si chiede che, al di là dei giudizi personali, nel Pd «emerga una chiara e netta posizione» rispetto al lavoro della magistratura. «In un Paese nel quale la cultura berlusconiana vede l’attività giudiziaria come persecuzione – ci si chiede nella lettera – quale differenza separa il nostro partito da questa cultura nel momento in cui si attribuiscono alla magistratura barese intenti diversi dalla ricerca della verità?».

10 Agosto 2009 La Gazzetta del Mezzogiorno


Sulla Gazzetta, lettera aperta del vice presidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello: Vendola paga la sua stessa cultura

ROMA – «Gentile Presidente, di fronte alla lettera che ha inviato al pm Digeronimo, un garantista prima rabbrividisce, poi non riesce a trattenere un moto d’intima soddisfazione». Inizia così una lettera aperta del vice presidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello, al presidente della Puglia Nichi Vendola, pubblicata sulla "Gazzetta del Mezzogiorno".

«Rabbrividisce – scrive Quagliariello – perchè al "proprio giudice" può scrivere George Simenon, in forma letteraria. Può rivolgersi Paolo Cirino Pomicino, quando credendosi prossimo alla fine convocò Di Pietro al proprio capezzale, in forma intima. Non può indirizzarsi un politico in servizio permanente effettivo e nel pieno delle proprie funzioni che abbia la minima cognizione della divisione dei poteri e di cosa essa comporti». Quagliariello sottolinea come questo «non significa che ogni decisione della magistratura debba essere accettata con rassegnazione».

«Ma – attacca il senatore – quel che non è consentito neppure ai puri è ammiccare, oscuramente insinuare, alludere. Se sa qualcosa parli, in modo che l’opinione pubblica possa giudicare. Ma, la prego, non faccia riferimento a 'reti di amici e parentì o a magistrati "rei" di aver preso parte a delle feste, dicendo e non dicendo». «E' l’ultima parte della sua lettera, però – osserva – che dalla disapprovazione porta il garantista ad assaporare uno stato di soddisfazione».

Quagliariello fa riferimento alle parole di Vendola sulla "incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta" e sottolinea come questa sorte sia toccata a molti politici negli ultimi quindici anni. Dunque, conclude, visto che da parte dei garantisti del Pdl gli attacchi «ne può stare certo, saranno sempre sul piano politico», il suggerimento è «piuttosto che scrivere indebitamente al pm, racconti la sua storia alle orde dei suoi colleghi giustizialisti. Quelli che ogni giorno, dall’alto di una presunta purezza, gettano discredito sui loro avversari politici ben maggiori di quelle che lei ha ricevuto addosso».

10 Agosto 2009
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Di Loredana Morandi (del 10/08/2009 @ 03:25:34, in Politica, linkato 1345 volte)
Coca e donnine a Bari

Intercettazioni:
in ferie con l'«aiutino»


BARI - Non è stato il miglior fine settimana della loro vita. Massimiliano Verdoscia, 39 anni, imprenditore e rappresentante di commercio, amico di vecchia data e compagno di avventure di Gianpaolo Tarantini con lui indagato per detenzione di droga e Stefano Iacovelli, 42 anni, dipendente delle Fs, hanno trascorso in isolamento un weekend da incubo.

Niente televisione, niente giornali, niente telefonino, niente visite. La brandina, una finestra sul cortile e la giornata scandita dalle ore dei pasti. Sono finiti dietro le sbarre con l’accusa di detenzione e cessione di cocaina perché il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Bari, Vito Fanizzi, chiamato dal pm antimafia Giuseppe Scelsi a decidere della richiesta di applicazione della custodia cautelare ha ritenuto che la galera sia «l’unica misura idonea, proporzionata ed adeguata» a scongiurare il pericolo della reiterazione del reato.

Il gip ha osservato come «La reiterazione delle condotte ed il loro inserimento in un vero e proprio stile di vita delineano personalità particolarmente inclini al delitto in questione ». Uno stile di vita che Massimo Verdoscia ha dovuto abbandonare venerdì mattina quando i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria hanno bussato alla sua porta portando lo scompiglio in una vita vissuta «al massimo» tra management imprenditoriale, famiglia, amici nel giro della Bari- che-conta, vacanze in barca e feste da «sballo».

Più modesto il profilo di Stefano Iacovelli, impiegato delle ferrovie, padre di famiglia che - secondo la versione degli investigatori - bazzicava il jet-set barese per arrotondare lo stipendio piazzando modiche quantità di stupefacente. Non è esattamente il profilo di due criminali incalliti, che anche gli amici del giro della dolce vita come Gianpi Tarantini e il suo collaboratore Alessandro Mannarini, hanno scaricato dicendo al magistrato in pratica che la coca la trovavano loro due per le feste e probabilmente anche per le «gite» tra Roma e la Sardegna.

Già perché gli accertamenti sulle intercettazioni telefoniche sulla utenza di Verdoscia hanno permesso agli investigatori di ricostruire una vacanza romana della comitiva Tarantini-Verdoscia & Co a Roma, il 6 settembre del 2008 per il concerto allo stadio Olimpico di Madonna. Parlando con l’amico Ezio M., Verdoscia gli chiede di prelevare dalla macchina un pacchetto.

Verdoscia: «Ezio, vedi che in macchina deve stare».
Ezio: «In macchina?»,
Verdoscia: «Eh... quel pacchetto là... se me lo puoi portare».
Ezio: «Eh Massimo, scendi tu, mica lo posso dare a quello...».
Verdoscia: «Vieni tu, 373, dici devo portare il coso...».

Nel «coso», nel pacchetto, secondo gli investigatori, avrebbe potuto esserci dello stupefacente per esaltare la serata. I riferimenti a quelli che lo stesso Verdoscia indica come «aiutini» oppure «sigarette» (per gli inquirenti si tratterebbe di espressioni utilizzate per indicare la cocaina) ritorna più volte nelle intercettazioni.

Massimo: «Cià Dario, bella serata ieri, le risate, troppo da ridere!».
Dario: «Sì sì sì...».
Massimo: «Comunque quella ha fatto la matta all’inizio... è una che si vuole fidanzare... non è una che prendi... poi mi sono rotto e mi sono preso la bionda... Vedi Dario che mi sono dimenticato le sigarette...».
Dario: «Saranno qua da qualche parte».
Massimo: «Dopo datti una controllata».
Dario: «Eh, ma non ti ricordi dove?».
Massimo: «E chi cazzo si ricorda! Vedi sul divano, sopra le cose, vedi da quella parte».

LUCA NATILE
La Gazzetta del Mezzogiorno

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• La difesa: equivocato il senso delle loro parole
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Di Loredana Morandi (del 10/08/2009 @ 03:08:45, in Magistratura, linkato 1375 volte)
Quello di Vendola è l'ennesimo tentativo di spettacolarizzazione. Contro di lui non c'è nessun teorema, mentre con la sua immagine egli si fa scudo dei veri responsabili, che probabilmente sono anche coloro che avrebbero regalato il registratore alla D'Addario. Bari è una città piccola dove tutti si conoscono e dove tutti i Vip frequentano gli stessi locali. Anche Vendola ...


Di Cagno (ex-Csm): Vendola ha qualche ragione nel merito


BARI - «La pratica a tutela del pubblico ministero viene avviata per difendere il magistrato, ma non si può escludere che al termine degli accertamenti si trasformi in un atto d’accusa». E’ una previsione accademica, di scuola, quella ipotizzata da Gianni Di Cagno, avvocato barese, già componente il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) dal ‘98 al 2002 e una lunga e convinta militanza politica a sinistra. Il vice presidente del Csm, Nicola Mancino, dopo la lettera del governatore Vendola ha chiesto alla Prima Commissione di valutare l’eventuale apertura, appunto, di una pratica a tutela del pm antimafia Desiree Digeronimo, accusata dal presidente della Regione Puglia di volerlo danneggiare con una gestione strumentale dell’inchiesta da lei diretta sull’attività della giunta.

Che significa? Come funziona la procedura?
Di Cagno spiega. ««E’ molto semplice. E’ una prassi consolidatasi negli ultimi anni. E’ una procedura informale, non è normata come altre del Csm. Quando ci sono accuse mediatiche che vedono protagonisti i magistrati, lo stesso magistrato - o altri al suo posto - chiede per sé questo intervento a tutela: la Commissione “paradisciplinare”, cioè la prima, svolge perciò un’istruttoria informale che si conclude con una proposta di delibera che tuttavia non ha un effetto pratico».

Cioé serve a poco? E’ un’operazione d’immagine?
«Serve a sottolineare l’indipendenza della magistratura, perché chi ha accusato il magistrato viene poi invitato a rispettare i livelli istituzionali».

In pratica il pm viene comunque assolto?
«La pratica nasce per difendere il magistrato verificando la correttezza del suo operato, ma se nel corso dell’istruttoria emergessero abusi o errori del magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, la pratica potrebbe diventare un atto di accusa e quindi essere trasmessa al procuratore generale presso la Cassazione per l’azione disciplinare oppure, se si ravvisano gli estremi per il trasferimento, si potrebbe avviare la pratica relativa. Ma non ricordo di conclusioni in questi termini di procedure analoghe in questi anni».

A suo giudizio, Vendola ha fatto bene o no?
«Il presidente Vendola probabilmente ha qualche ragione nel merito, ma ha completamente sbagliato nel metodo. Il presidente di una Regione se ha qualcosa da eccepire sul comportamento di un magistrato ha una strada diretta da seguire: presenta un esposto al Csm e spiega le sue ragioni, non scrive una lettera aperta peraltro con un linguaggio allusivo e non istituzionale».

di ONOFRIO PAGONE
La Gazzetta del Mezzogiorno
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La lettera Calabria, il fidanzato le sparò sotto casa. Doveva scontare 30 anni.

«Uccise mia figlia. Libero dopo 2 anni.
Che giustizia è questa?»

Il padre di Barbara Bellorofonte: «Ora gira indisturbato per il paese»

Sono il padre di Barbara Bellorofonte, la ragazza assassinata brutalmente nel 2007 a Montepaone (Catanzaro), a colpi di pistola per mano del suo «ragazzo». È successo due anni fa, il 27 febbraio, proprio sotto casa nostra, mentre ci accingevamo a metterci a cena, Barbara era con noi, è passato il suo ragazzo a citofonare e chiedere di lei. E' scesa e da allora Barbara non è più stata con noi.

Dei proiettili che il suo assassino le ha scaricato addosso, uno è andato a segno, conficcandosi in testa: Barbara va in coma, viene portata d'urgenza in ospedale (rianimazione) e dopo circa un mese di agonia, il 20 marzo 2007 è morta. Il suo assassino Luigi Campise per l'omicidio era stato condannato a 30 anni, grazie alla riduzione della pena perché processato con il rito abbreviato, poi ha subito un altro processo e condanna a quattro anni per altri reati; oggi dopo solo due anni e mezzo di carcere è stato scarcerato e può «girare» indisturbato per le strade di Soverato.

Ignoro i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l'omicida, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo è se è giusto tutto questo! Se è giusto additare ai nostri giovani questo esempio di comportamento e far capire che in Italia tutto è permesso, tutto è possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce sempre a trovare il modo di essere liberati. Se è giusto che ad essere tutelato nei diritti sia invece solo un assassino che, con fredda premeditazione, viene sotto casa, mi uccide una figlia e dopo solo due anni e mezzo, nonostante una condanna a trent'anni, esce di galera e se ne va allegramente a spasso per le vie del paese! Non riesco ad aggiungere altro, non ho più niente da dire, le lacrime io e mia moglie le abbiamo finite da un bel po'... mi resta solo l'amarezza di sapere che l'assassino di mia figlia è libero!

Giuseppe Bellorofonte
Corriere Sera - 10 agosto 2009

*****

Il caso

La gelosia e il colpo alla testa
I giudici: non tenterà la fuga

È stato scarcerato per decorrenza dei termini


MONTEPAONE (Catanzaro) — Luigi Campise per l'omicidio della fidanzata Barbara Bellorofonte è rimasto in carcere solo 430 giorni. È stato rimesso in libertà per decorrenza termini di custodia cautelare. Il tribunale della Libertà di Catanzaro aveva, infatti, annullato il provvedimento di proroga di sei mesi per le indagini, concesso dal gip, su richiesta del pubblico ministero. Il giovane era stato però nuovamente arrestato lo scorso anno perché coinvolto in un'indagine di droga e materiale esplodente. È stato condannato a quattro anni e quattro mesi avendo scelto il rito abbreviato. Dallo scorso fine luglio è nuovamente libero grazie all'indulto e agli sconti di pena per «buona condotta».

La condanna a trent'anni per l'omicidio di Barbara Bellorofonte, diciotto anni, ammazzata per gelosia, è arrivata mentre Luigi Campise, quattro anni più grande di lei, era ancora in carcere. Il suo avvocato Salvatore Staiano ha proposto appello e questo ha fatto sì che il giovane evitasse di restare in galera. I giudici comunque avrebbero potuto emettere una nuova misura cautelare. «Non l'hanno fatto perché hanno ritenuto che non ci fossero pericoli di fuga» spiega il legale. L'assassino di Barbara, quindi è libero di scorazzare per le strade di Soverato. «Mi hanno detto che l'hanno visto in giro. Ho creduto che si sbagliassero. Ho chiesto se fosse vero e ho avuto la conferma», dice Giuseppe Bellorofonte, padre di Barbara. È un uomo distrutto Giuseppe Bellorofonte. Dal 27 febbraio del 2007 la sua vita si è come interrotta. «Quella sera stavamo mettendoci a tavola per cena. Il citofono ha suonato e Barbara è andata a rispondere — racconta —. È stata l'ultima volta che l'ho vista. Pochi minuti dopo ho sentito degli spari, mi sono affacciato e ho visto mia figlia a terra».

Luigi Campise era arrivato sotto casa della sua fidanzata armato, con lo scopo di uccidere. «Mia figlia non era più libera. Ogni volta che doveva uscire di casa, anche con la madre, doveva avvertire quel ragazzo dei suoi spostamenti. Per questo motivo litigavano spesso». Quella sera Luigi Campise, forse roso dalla gelosia, aveva deciso di ammazzare Barbara che, colpita alla testa da un proiettile, è morta dopo un mese di agonia. «Sapere che il suo assassino è libero è come se m'avessero ucciso mia figlia una seconda volta», sostiene Giuseppe Bellorofonte. Guai a parlargli di perdono. «Mai», tuona, anche se un tentativo la famiglia di lui l'ha fatto, qualche tempo fa. «I genitori dell'assassino di mia figlia mi hanno spedito una lettera dove mi chiedevano di perdonare il loro ragazzo. Era una lettera scritta con la disperazione di chi sa di avere in casa un assassino. Io però non ho risposto. L'unica cosa che vogliamo io e mia moglie è giustizia. Invece ancora oggi stiamo a parlare di una condanna avvenuta e di un assassino in libertà. Non abbiamo più lacrime neanche per piangere la nostra disperazione nel sapere che chi ha ucciso nostra figlia trascorre le sue ore al mare, come se non fosse accaduto nulla».

Carlo Macrì
Corriere Sera - 10 agosto 2009
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Tutti figli del metodo/chan  UniNa Irc ?

Napoli, truffe per ottenere la cattedra:

indagati 39 insegnanti

Prove mai sostenute, curriculum alterati per scalare graduatorie
Nel mirino il corso di abilitazione del Provveditorato

di Leandro Del Gaudio
NAPOLI (8 agosto) - C’è chi ha dichiarato di aver conseguito un diploma post laurea in Inghilterra, chi sostiene di aver svolto uno stage negli Stati Uniti. Chi racconta di aver fatto corsi di recupero per tossicodipendenti e chi addirittura infila nel proprio curriculum un attestato di frequentazione per corsi di lettura multimediale. Non solo stravaganze, però, a leggere l’ultimo atto di accusa a carico di professori e aspiranti tali.

Chiusa dopo due anni l’inchiesta sulla partecipazione ai corsi di abilitazione, sono trentanove i prof indagati. Rispondono di truffa e falso e a partire da lunedì mattina potranno recarsi in Procura, dal pm Valter Brunetti per raccontare la propria versione difensiva. Tocca ora a loro convincere il pm sulla correttezza della propria condotta e scongiurare una probabile richiesta di processo al giudice per le indagini preliminari. Una vicenda figlia della grande fame di cattedre per insegnanti - a leggere gli atti del pool mani pulite guidato dall’aggiunto Francesco Greco - che sposta i riflettori sul primo corso abilitante organizzato dal Provveditorato agli studi in Campania.

Duemila partecipanti, una mole di certificati e attestati che nelle intenzioni del ministero servono a fare punteggio e far scalare una graduatoria verso l’agognata cattedra. Duemila partecipanti, tanti profili professionali, sul tavolo del provveditore arriva di tutto. E c’è chi al di là di corsi posticci o mai frequentati attesta anche di aver fatto supplenze e ore di insegnamento in scuole di Napoli e Campania. In realtà, per alcune decine di posizioni quelle ore di lavoro in scuole private non sono mai state svolte in concreto. Una vicenda che ha un preciso atto di nascita: siamo ad ottobre del 2007 e davanti alla polizia giudiziaria si accomoda Paola Perrotta, direttrice dell’ufficio reclutante scuole di primo e secondo grado. Sua la prima testimonianza acquisita dal pm. Poi verrà quella di Giuseppe De Filippis, altro dirigente che ascoltato dalla pg, dopo essersi accorto di una serie di irregolarità finite sotto il cono d’ombra della Procura.

L’inchiesta può partire. Gli inquirenti prendono le mosse dal decreto ministeriale 85/2005, quello che istituisce il corso abilitante e si compie uno screening accurato su tutto il materiale acquisito agli atti. La svolta arriva pochi giorni fa, quando la Procura decide di chiudere formalmente l’inchiesta, indirizzando un atto che in genere fa trasparire la volontà del pm di chiedere l’apertura del processo. Una vicenda che si è svolta nella piena collaborazione tra militari della Guardia di Finanza (indaga il comando provinciale del generale Giovanni Mainolfi) e i vertici della direzione scolastica regionale. Un’inchiesta condotta in modo parallelo a un altro procedimento giudiziario che ha riguardato gli accessi alle graduatorie per l’insegnamento. Una vicenda condotta dal pm Giancarlo Novelli - stesso nucleo di pg - in cui non c’entrano carte false o finte certificazioni.

Qui il trucco avrebbe riguardato presunte manipolazioni informatiche, con vere e proprie incursioni al centro elaborazione dati di via Ponte della Maddalena. Bastava la parola chiave - complice qualche dipendente infedele - per scalare a lunga gittata la classifica verso un posto fisso: una sessantina d’indagati, un «sistema» finora ipotizzato dagli inquirenti, nel corso di una vicenda già formalmente conclusa, che attende la valutazione di un giudice.Napoli, truffe per ottenere la cattedra: indagati 39 insegnanti Prove mai sostenute, curriculum alterati per scalare graduatorie Nel mirino il corso di abilitazione del Provveditorato di Leandro Del Gaudio NAPOLI (8 agosto) - C’è chi ha dichiarato di aver conseguito un diploma post laurea in Inghilterra, chi sostiene di aver svolto uno stage negli Stati Uniti. Chi racconta di aver fatto corsi di recupero per tossicodipendenti e chi addirittura infila nel proprio curriculum un attestato di frequentazione per corsi di lettura multimediale. Non solo stravaganze, però, a leggere l’ultimo atto di accusa a carico di professori e aspiranti tali. Chiusa dopo due anni l’inchiesta sulla partecipazione ai corsi di abilitazione, sono trentanove i prof indagati. Rispondono di truffa e falso e a partire da lunedì mattina potranno recarsi in Procura, dal pm Valter Brunetti per raccontare la propria versione difensiva. Tocca ora a loro convincere il pm sulla correttezza della propria condotta e scongiurare una probabile richiesta di processo al giudice per le indagini preliminari. Una vicenda figlia della grande fame di cattedre per insegnanti - a leggere gli atti del pool mani pulite guidato dall’aggiunto Francesco Greco - che sposta i riflettori sul primo corso abilitante organizzato dal Provveditorato agli studi in Campania. Duemila partecipanti, una mole di certificati e attestati che nelle intenzioni del ministero servono a fare punteggio e far scalare una graduatoria verso l’agognata cattedra. Duemila partecipanti, tanti profili professionali, sul tavolo del provveditore arriva di tutto. E c’è chi al di là di corsi posticci o mai frequentati attesta anche di aver fatto supplenze e ore di insegnamento in scuole di Napoli e Campania. In realtà, per alcune decine di posizioni quelle ore di lavoro in scuole private non sono mai state svolte in concreto. Una vicenda che ha un preciso atto di nascita: siamo ad ottobre del 2007 e davanti alla polizia giudiziaria si accomoda Paola Perrotta, direttrice dell’ufficio reclutante scuole di primo e secondo grado. Sua la prima testimonianza acquisita dal pm. Poi verrà quella di Giuseppe De Filippis, altro dirigente che ascoltato dalla pg, dopo essersi accorto di una serie di irregolarità finite sotto il cono d’ombra della Procura. L’inchiesta può partire. Gli inquirenti prendono le mosse dal decreto ministeriale 85/2005, quello che istituisce il corso abilitante e si compie uno screening accurato su tutto il materiale acquisito agli atti. La svolta arriva pochi giorni fa, quando la Procura decide di chiudere formalmente l’inchiesta, indirizzando un atto che in genere fa trasparire la volontà del pm di chiedere l’apertura del processo. Una vicenda che si è svolta nella piena collaborazione tra militari della Guardia di Finanza (indaga il comando provinciale del generale Giovanni Mainolfi) e i vertici della direzione scolastica regionale. Un’inchiesta condotta in modo parallelo a un altro procedimento giudiziario che ha riguardato gli accessi alle graduatorie per l’insegnamento. Una vicenda condotta dal pm Giancarlo Novelli - stesso nucleo di pg - in cui non c’entrano carte false o finte certificazioni. Qui il trucco avrebbe riguardato presunte manipolazioni informatiche, con vere e proprie incursioni al centro elaborazione dati di via Ponte della Maddalena. Bastava la parola chiave - complice qualche dipendente infedele - per scalare a lunga gittata la classifica verso un posto fisso: una sessantina d’indagati, un «sistema» finora ipotizzato dagli inquirenti, nel corso di una vicenda già formalmente conclusa, che attende la valutazione di un giudice.

Il Gazzettino
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Di Loredana Morandi (del 10/08/2009 @ 00:59:17, in Magistratura, linkato 2698 volte)
Ecco, questo è il reato di peculato ...

Telefonate al veggente di fiducia e spese
in orari d'ufficio: inchiesta di Woodcock

Cinque dipendenti della rappresentanza romana della Regione Basilicata verso il giudizio per truffa e peculato


ROMA (9 agosto) - Cinque dipendenti dell'Ufficio di rappresentanza a Roma della Regione Basilicata si trovano di fronte a un imminente richiesta di rinvio a giudizio per truffa e peculato dopo al conclusione di indagini avviate da Henry John Woodcock, sostituto procuratore a Potenza. Gli inquirenti (i carabinieri del Noe del colonnello Sergio De Caprio - il "capitano Ultimo" che arrestò Riina - la squadra mobile e la polizia municipale di Potenza), hanno pedinato e fotografato i cinque dal barbiere, mentre compravano pesce al mercato, durante lo shopping in un negozio di calzature. Tutto in orario d'ufficio, grazie alla timbratura dei cartellini magnetici «cui provvedeva il complice che a turno veniva investito dell'incombenza».

Secondo Woodcock era un sistema truffaldino ben oliato ed efficiente, un modo per procurarsi «un ingiusto profitto - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari - rappresentato dal monte ore indebitamente retribuitogli dalla pubblica amministrazione, arrecando un corrispondente danno economico alla Regione Basilicata». Un «assenteismo sistematico», sostengono gli investigatori.

Alla truffa si aggiunge il peculato, per l'uso indebito delle utenze telefoniche dell'ufficio, che sarebbero state utilizzate «in modo assolutamente sistematico, ripetuto e continuativo, per chiamate personali e private pari ad oltre l'88% del complessivo ammontare delle bollette pagate dalla Regione Basilicata», che anche in questo caso è parte offesa. Insomma, scrivono gli investigatori, tutto «come in una sorta di phone center gratuito», aperto anche ad amici e parenti. E perfino all'addetto delle pulizie, la cui moglie avrebbe fatto «lunghe e costose» telefonate ai suoi in Sudamerica. In alcuni casi venivano fatte telefonate «mute» ai cellulari dei familiari, o al proprio, al solo scopo di ricaricare il credito telefonico.

Questa è una delle intercettazioni che lo proverebbe.

A: C'avevi tutto occupato prima...
B: E sì, mi sono caricata una ventina di minuti.

Gli impiegati per i quali Woodcock si accinge a chiedere il rinvio a giudizio, per concorso in truffa e peculato, sono Pasqualina Gravela, Maddalena Ferraiuolo, Antonio Grassi, Nicola Mario Padula e Rosario Golia per concorso in truffa e per peculato. Avviso di conclusione indagini anche per Mario Araneo, collaboratore esterno del presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, accusato di peculato sempre per l'uso indebito dei telefoni dell'uffici di rappresentanza romani.

I dipendenti della Regione sono stati pedinati e filmati, anche con una telecamera nascosta, mentre timbravano i cartellini degli altri e mentre lasciavano l'ufficio, per andare a sbarbarsi con l'auto di servizio, a fare compere o tornarsene a casa, anche ore prima rispetto al dovuto. Capita anche che qualcuno timbri la mattina per un collega, che però aveva deciso di restare a casa perchè malato. Questo il colloquio tra i due dipendenti, intercettato.

A: E però, mò, io che devo fare se ho timbrato? Timbro?
B: Ah! Hai già timbrato?
A: Eh, sì!
B: Ah! Va bè! Vengo: non ti preoccupare.
A: Eh no! Perchè devi venire... Scusami tanto. Ritimbro!

Le intercettazioni avrebbero provato il carattere privato della maggior parte delle telefonate fatte dall'ufficio, come quelle al contadino che ha macellato il maiale («mi fai cinque chili piccanti e cinque dolci...»). Nel caso di Araneo, sono state anche documentate, scrivono gli investigatori, chiamate «col veggente di fiducia per esplorare il favore degli astri» o per partecipare alla trasmissione televisiva dei «pacchi».

Il Gazzettino
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Di Loredana Morandi (del 09/08/2009 @ 11:14:28, in Magistratura, linkato 1290 volte)

«Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso...»


Antonino Scopelliti


sul delitto Scopelliti


Giovanni Falcone, "La Stampa", 17 agosto 1991


"L’ultimo delitto eccellente – l’uccisione di Antonino Scopelliti – è stato realizzato, come da copione, nella torbida estate meridionale cosicchè, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso.
Unico dato certo è l’eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato – e probabilmente lo è – essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere.
Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato colpito direttamente il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione.
Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione.
Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricordi riguardanti la criminalità organizzata.
Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa.

Segue sul sito della Fondazione Scopelliti
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Di Loredana Morandi (del 08/08/2009 @ 16:00:04, in Politica, linkato 1108 volte)
BARI: DE MAGISTRIS (IDV), IN PUGLIA ESPLOSA ENORME QUESTIONE MORALE


Roma, 7 ago. - (Adnkronos) - "Le parole di Nichi Vendola non mi sono piaciute. Credo che in Puglia sia esplosa, come e' gia' accaduto in tante altre Regioni governate dal centrosinistra, un'enorme questione morale. Su questo non c'e' dubbio". Lo dice, in una intervista a 'Il Tempo', l'eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris.

"Non mi piace - aggiunge l'ex pm - ascoltare discorsi di un ex magistrato come quelli del sindaco di Bari Michele Emiliano che lanciano opacita' sul lavoro della magistratura. Io farei lavorare la magistratura senza interferenze". Si tratta, sottolinea De Magistris, "di inchieste molto serie.

Lo erano quando si trattava delle escort che attenevano al presidente del Consiglio e mi sembrano altrettanto serie adesso alla luce dell'acquisizione degli elementi di indagine nei confronti del centrosinistra.


nb: questo è proprio il de Magistris che io conobbi in Magistratura Democratica, tanti anni fa ...
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