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Sul manifestarsi della pedofilia: Il soggiacere alle esigenze di donne volgari e violente, siano esse inoltre nane, malformate o mastodontiche, e la contestuale persecuzione e vessazione di una madre normale con figli normali, in un uomo che nell'infanzia abbia subito abusi a carattere sessuale, rappresenta una latenza grave ed un segnale dell'avanzare della parafilia comunemente nota come Pedofilia.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 02/08/2009 @ 12:52:06, in Magistratura, linkato 1612 volte)
GRASSO: RAPPORTO MAFIA - POLITICA
COME PESCI E ACQUA

(AGI) - Cortina d'Ampezzo, 2 ago - "Il rapporto tra la politica e la mafia e' come quello fra i pesci e l'acqua". Lo ha dichiarato dal palco di Cortina InConTra Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia. "Basterebbe che la politica locale alzasse la testa e si liberasse dall'abbraccio della mafia. Certe volte sembra quasi che abbia voglia di mafia, invece di liberarsene. Finche' la politica restera' cosi' bassa, soddisfera' bisogni individuali e clientelari, non si liberera' mai".


MAFIA: GRASSO, POLEMICHE SAVIANO?
TEMPESTA IN BICCHIERE ACQUA


(AGI) - Cortina d'Ampezzo, 2 agosto - La polemica Pecorella - Saviano? Una tempesta in un bicchiere d'acqua. Lo ha dichiarato il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, prima di salire sul palco di Cortina InConTra per il dibattito 'La mafia della porta accanto'. Non c'e' solo quella tradizionale, dei pizzini e della lupara, ma anche quella dei salotti buoni del Nord, insieme a Antonio Laudati, magistrato, direttore generale Giustizia Penale, autore de 'Mafia pulita' (Longanesi), e Stefano Dambruoso, responsabile attivita' internazionali Ministero Giustizia. "Erano delle ipotesi di Pecorella - continua il Procuratore - che, avendo seguito il processo per la morte di don Diana, ha avanzato qualche dubbio. E' l'ottica del difensore dell'imputato. Una volta chiarito il concetto, pero', mi pare che le polemiche lascino il tempo che trovano.
  Certamente don Diana e' morto come don Puglisi, per la sua attivita' pastorale ed evangelica in un ambiente dove si muore anche per questo". E alla domanda se secondo lui sia stato assassinato dalla criminalita' organizzata ha risposto: "C'e' una sentenza, come magistrato non posso che attenermi alle sentenze". Il procuratore antimafia inoltre e' tornato sul tema delle confische di beni ai mafiosi: "La stima dei sequestri rispetto al patrimonio illecito della criminalita' organizzata e' del 10, poi fra il sequestro e la confisca perdiamo il 50, per cui alla fine la cifra si riduce al 5% di questa economia criminale e' data dal traffico di stupefacenti, anche qui i sequestri rappresentano il 10 rispetto al totale sul mercato".
  E sulla storia della lotta alla mafia ricorda: "Nel 1982 venne finalmente varata una legge, la Rognoni - La Torre, che inseriva il 416 bis, l'associazione di stampo mafioso, nella nostra legislazione e diede la possibilita' di sequestrare i beni. I corleonesi, allora, portarono via il denaro dall'Italia, trasferendolo in Germania. Dal 1982 si sono ben guardati dall'acquistare intestando a se' il bene, si sono serviti di prestanome e imprese. E' sempre piu' difficile riuscire a trovare il collegamento tra denaro illecito e pericolosita' sociale dei soggetti". Ma a che punto e' la lotta alla mafia? Secondo Grasso, "Colpi ne sono stati dati, soprattutto alla mafia siciliana, che per un certo periodo e' apparsa la piu' pericolosa per i suoi attacchi contro lo stato e i rappresentanti delle istituzioni, e poi i riflettori delle indagini si sono spostati anche sulla 'ndrangheta e la camorra'. Sotto il profilo della repressione ogni mattina c'e' un'operazione antimafia, quindi si lavora. Pero' questo non basta, perche' le file della criminalita' organizzata sono immediatamente ricoperte da coloro che stanno ad aspettare di essere arruolati per sostituire gli arrestati o gli uccisi.
  Bisogna operare piu' sul sociale, la politica deve dare maggiore sviluppo nella legalita'". Grasso ha poi concluso: "Lo Stato e' fatto di cittadini e territorio. Per la parte che ho rappresentato io nello Stato abbiamo la coscienza a posto, per le altri parti, sia quella civile che politica, c'e' ancora molto da fare".
 
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Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 17:05:29, in Redazionale, linkato 3653 volte)
2 Agosto 1980 - Stazione di Bologna




La strage

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo soccorsidelle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.

Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.

La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
soccorsiI vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.

Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".

Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage.
In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri".
Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.

Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.



Le Rivendicazioni

* Una decina di minuti dopo l'esplosione, al centralino dell'Hotel Hilton di Milano arrivò una telefonata in cui i Nap (Nuclei armati proletari) dichiaravano: "abbiamo colpito Bologna, colpiremo Milano."

* Venti minuti dopo all'agenzia Publikompas di Milano nuovamente i Nar dichiaravano:"La prossima stazione centrale sarà quella di Milano."

* Alle 17,00 giunse una nuova telefonata di rivendicazione alla agenzia torinese dell'agenzia Italia e nuovamente i Nar si assumevano la paternità della strage.

* Durante la giornata vi fu anche l’ipotesi di un possibile coinvolgimento delle Brigate rosse, che venne smentito con una telefonata in diretta a Radio Popolare di Milano quando a nome della colona “Walter Alasia” venne dichiarato: “Noi non facciamo simili bastardate.”

Bisogna sottolineare come il riferimento, fatto dai Nar durante la prima rivendicazione, a Mario Tuti esponente di spicco del Fronte nazionale rivoluzionario sia particolarmente importate. In quei primi giorni dell’agosto 1980 era infatti stata depositata l’ordinanza di rinvio a giudizio per la strage del treno Italicus, avvenuta il 4 agosto 1974.

Il giudice Angelo Vella, titolare di quell’inchiesta, in una intervista rilasciata al Resto del Carlino indicava in quegli stessi ambienti neofascisti la probabile matrice della strage del 2 agosto. La suggestione di un possibile collegamento fra le due stragi, senza volere con ciò individuare resposabilità, fu un elemento che venne subito rievocato da molti in quei momenti: la data della strage di Bologna poteva essere quasi un anniversario della strage dell’Italicus, il luogo: il treno e la stazione, la collocazione di bombe ad altissimo potenziale che colpirono in modo indiscriminato erano tutti elementi che parevano legare quelle due stragi da un qualche filo comune.

www.stragi.it


Una vittima (*)





Dedicato a Iwao Sekiguchi, il Mercurio del Giambologna dall'Anime Gankutsuou del maestro Mahiro Maeda


IWAO SEKIGUCHI (20 anni)

Iwao studiava letteratura giapponese alla Waseda di Tokio, una delle università migliori del Paese e alla quale pochi riescono ad accedere.
Da anni desiderava visitare l’Italia. Era particolarmente interessato alle nostre origini, all’arte, e alla nostra religione. Aveva ottenuto una borsa di studio dal Centro Culturale Italiano a Tokio, che gli avrebbe permesso di rimanere un mese a Firenze per studiare la nostra lingua. Partito il 22 luglio da Tokio, aveva raggiunto Roma il 23, dove era rimasto una settimana, ospite di un amico. Quindi era partito per Firenze e da lì per Bologna. Doveva essere un breve viaggio per fare poi ritorno a Firenze.
Iwao intendeva rimanere più di un mese in Italia. I soldi della borsa non gli sarebbero bastati, ma era riuscito a mettere insieme un gruzzoletto dando lezioni private per due anni. E poi aveva poche esigenze. Aveva assicurato ai suoi che se la sarebbe cavata comunque.
Nelle ultime pagine del suo diario, sul quale riportava con precisione cosa faceva, si legge: “2 agosto: sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro c’è carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando.”
La notizia della sua morte è giunta ai suoi genitori attraverso la televisione, e poi attraverso la conferma del Ministero degli esteri.
Cit. Franco Basile



(*) agli amanti di Anime e Manga, perché i libri non servono solo a coprirvi dove non batte il sole...

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Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 09:44:33, in Magistratura, linkato 1570 volte)
Aldrovandi bis, concluse le indagini sulle omissioni


Il pm Nicola Proto ha depositato il materiale relativo all'inchiesta parallela sulla morte del diciottenne ferrarese: quattro agenti di polizia avrebbero manomesso gli atti. La madre del ragazzo: "E' stata ingannnata tutta la città"

FERRARA, 30 LUG. 2009 - A poco meno di un mese dalla sentenza di primo grado che ha condannato a 3 anni e 6 mesi i quattro poliziotti che hanno riempito di botte Federico, si sono concluse oggi le indagini sulla sulla cosiddetta “Aldrovandi bis”.  L'inchiesta punta ad accertare presunte irregolarità avvenute durante lo svolgimento delle indagini sulla morte del 18enne ferrarese, avvenuta il 25 settembre 2005.

“Si tratta di una seconda fase del processo principale che per noi è un completamento dell’intera vicenda. Abbiamo sempre chiesto giustizia per Federico e credo che senza certe stranezze le indagini sarebbero state molto più rapide. E forse non avremmo dovuto attendere quattro anni prima di ottenere una sentenza”. Questo è il commento di Patrizia Moretti, la madre del ragazzo. Che si dice convinta "che qualcuno abbia un debito verso l’intera città. Oltre a noi come famiglia - continua infatti la donna -  è stata ingannata tutta Ferrara”.

Tutta la vicenda ruota attorno agli interventi delle volanti che hanno raggiunto Federico in via dell'Ippodromo all'alba del 25 settembre. Il verbale originale, numero di serie 686, riferisce che la prima pattuglia è arrivata sul posto alle 5.45, la stessa ora della prima chiamata al 113. Solo successivamente, a penna, l'orario è stato posticipato alle 5.50. Il foglio 686 verrà poi cancellato con dei segni trasversali perchè smentito dal 687, che riporta un altro intervento effettuato dalla squadra mobile quella notte alle ore 5.45. I due interventi diventano dunque inconciliabili dal punto di vista cronologico. Perciò è stato creato il foglio 688, in cui appare l’orario “ufficiale” delle 5.50. Ma solo quest'ultimo verbale sarebbe stato trasmesso alla polizia giudiziaria.
Solo nel maggio 2007 Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Aldrovandi, è venuto a conoscenza di queste incongruenze. Nelle quali sono coinvolti quattro poliziotti: Paolo Marino, all'epoca dirigente dell'ufficio volanti, Marco Pirani, della polizia giudiziaria e allora braccio destro dell'ex pm Mariaemanuela Guerra, Marcello Bulgarelli, che il giorno della tragedia era responsabile della centrale operativa 113, e Luca Casoni, capo turno delle volanti.
In particolare, gli ultimi due agenti sono stati ascoltati in aula lo scorso 28 gennaio in merito ad una loro conversazione telefonica del 25 settembre. Casoni ha raccontato che intorno alle 6 si è fatto portare da una pattuglia in via Ippodromo. A un certo punto si trova al telefono con Bulgarellli e, alla domanda del superiore - insospettito del brevissimo lasso di tempo intercorso tra la chiamata di supporto ai carabinieri e la richiesta di un’ambulanza - su cosa sia successo, sembra dire “stacca” . “Staccare” significa in questo caso “continuare la conversazione senza essere registrati”, ma Casoni non ricorda cosa si siano detti in quel frangente. Qualcosa di sicuro, visto che il frammento di conversazione consegnato ai nastri dura una ventina di secondi, mentre - secondo i tabulati Telecom - quella telefonata dal cellulare è durata 1 minuto e 18 secondi.

Stamattina, quindi, il pm Nicola Proto ha depositato l’avviso di chiusura indagini e in queste ore stanno arrivando le notifiche ex art. 415 bis del codice penale ad altri quattro poliziotti indagati per quanto successe, o non successe, dopo il 25 settembre.
Ora bisogna aspettare che passino i 20 giorni di rito  - anche se, complice la pausa estiva, i termini slitteranno a inizio ottobre - in cui si potranno presentare le memorie e i documenti relativi alle investigazioni del difensore. Dopodiché verrà fissata l’udienza preliminare davanti al gip, che deciderà se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio o se decretarne l’archiviazione.

di Gabriele Morelli
Via Emilia Net
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Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 07:20:52, in Magistratura, linkato 1801 volte)
Alla Corte europea Sarà denunciato
il pm che lasciò in libertà Delfino

Il Giornale.it  di Redazione

«Chiedo a questo giudice con quale coraggio chiederà una condanna per Delfino, al momento del processo, quando poteva farlo prima. Lo denuncerò alla Corte di Giustizia Europea e non in Italia, che non serve a nulla»: lo dichiara Rocco Multari, padre di Antonella, la giovane commessa ventimigliese uccisa il 10 agosto 2007 per strada a Sanremo con una quarantina di coltellate dall’ex fidanzato Luca Delfino.

Il giudice è il pm Enrico Zucca di Genova che ha appena richiesto il rinvio a giudizio di Delfino, già condannato a 16 anni e 8 mesi per l’omicidio di Antonella ed ora sospettato di aver ammazzato anche un’altra ex fidanzata, Luciana Biggi, sgozzata nei vicoli di Genova il 28 aprile 2006. Rocco Multari e Rosa Tripodi, la mamma di Antonella, hanno sempre accusato il magistrato di non avere arrestato il giovane dopo il primo delitto, come invece chiedeva la polizia. Se così fosse stato, sostengono, la loro figlia sarebbe ancora viva.
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Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 07:13:43, in Magistratura, linkato 1744 volte)
Cinquantina magistrati considerati a rischio


Sabato 01 Agosto 2009 14:46 web

Sono una cinquantina i magistrati considerati a rischio perche' si sono occupati a vario titolo delle stragi di mafia del '92. Lo afferma il procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona che fa riferimento, spiega, "all'allerta inviato a tutti gli uffici di procura da Giovanni Tinebra", pg a Catania, "che suggerisce l'adozione di particolari misure di protezione nei confronti di quei colleghi che a Caltanissetta avevano preso parte nel tempo ai processi relativi alle stragi Falcone e Borsellino, essendo le relative sentenze ormai passate in giudicato; per cui reazioni imprevedibili sarebbero potute provenire da parte degli imputati definitivamente condannati".

Misure di protezione adottate, aggiunge Barcellona, che spiega: "Cio' ha comportato che colleghi, da tempo trasferiti in uffici anche piccoli del Nord, si vedessero immediatamente attribuita una scorta. L'allerta non poteva essere ignorato". Cio' ha provocato, tra l'altro, prosegue il procuratore generale, "che anche il Csm revocasse il trasferimento a Caltanissetta di magistrati a particolare rischio".

Si e' parlato in passato dell'arrivo di Ilda Boccassini: "E' vero - conclude Barcellona - ma senza nulla togliere alla sua professionalita', ho espresso parere nettamente contrario, facendo rilevare l'inopportunita' che a condurre indagini che potevano dare luogo a esiti diversi, fossero gli stessi magistrati che era pervenuti alle prime conclusioni".

Catania Oggi


Stragi del '92, torna la paura per i magistrati


oggi, 01 agosto 2009 10:29


Circa cinquantina magistrati, che dal '92 ad oggi hanno indagato sulle stragi di mafia, sono sotto scorta anche se da tempo trasferiti in uffici, anche piccoli, del Nord. Lo dice il procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, confermando che l'allarme era stato lanciato dall'ex capo della procura nissena, Giovanni Tinebra, oggi pg a Catania. In un'intervista al Giornale di Sicilia, Barcellona spiega che "il Csm ha revocato, in linea con l'allerta, il trasferimento a Caltanissetta di magistrati a particolare rischio".

Il Pg si dice "nettamente contrario" al trasferimento alla procura nissena di Ilda Boccassini: "E' inopportuno - osserva - che a condurre indagini che potevano dare luogo ad esiti completamente diversi da quelli a suo tempo accertati, fossero gli stessi magistrati che erano pervenuti alle prime conclusioni". Quanto alle dichiarazioni del pentito Spatuzza sulla strage di via D'Amelio, il magistrato afferma che "hanno per oggetto un solo episodio, per altro preliminare alla strage". Barcellona, infine, parla delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla ipotetica trattativa Stato-mafia: "Tutto quello che dice - afferma - lascia perplessi, seppure alcune cose siano state riscontrate. Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno".

Sicilia Informazioni


GIUSTIZIA:SCUOLA MAGISTRATURA; COMUNE CATANZARO RESISTERA'


La giunta comunale di Catanzaro ha autorizzato il settore avvocatura a resistere ed a proporre appello incidentale al ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Provincia e dal comune di Benevento avverso la sentenza 3087/09 del Tar Lazio, emessa nel ricorso presentato dal comune contro il Ministero della Giustizia.

A riferirlo è un comunicato. L'esecutivo catanzarese ha confermato l'incarico difensivo agli avvocati Raffaele Mirigliani e Alfredo Gualtieri. "La proposta presentata dal settore avvocatura, diretto da Gabriella Celestino - è scritto nel comunicato - è stata illustrata dall'assessore agli Affari generali, Aldo Stigliano Messuti e contiene il parere degli avvocati Mirigliani e Gualtieri secondo i quali, il Comune 'deve resistere all'appello, proponendo anche appello incidentale per la ritenuta carenza di legittimità del Comune, soprattutto all'effetto di sottoporre al Giudice di Appello anche i motivi e le ragioni diffusamente esposti nel ricorso da noi redatto e non esaminato dal Tar'". (ANSA).


GIUSTIZIA: ALFANO A MESSINA RASSICURA SU ORGANICI E NUOVA SEDE

(AGI) - Messina, 31 lug. - ‘Missione’ a Messina per il ministro alla Giustizia Angelino Alfano che ha incontrato nel pomeriggio magistrati e avvocati. Due le questioni trattate: la carenza degli organici e la realizzazione del nuovo palazzo di giustizia. Il ministro si e’ impegnato a rivedere le tabelle degli organici e ha sottolineato di essere stato proprio a lui a salvare i 18 milioni di euro che servono per il nuovo palazzo di giustizia: “Quel finanziamento c’era da 20 anni, ma senza il mio risoluto intervento e quello del presidente del Consiglio sarebbe andato perso. I soldi sono salvi, ma ora vanno spesi”.

Proprio su questo, pero’, ha dovuto registrare una spaccatura tra i magistrati che spingono per la realizzazione del nuovo palazzo di giustizia nella zona industriale della citta’ e gli avvocati che invece osteggiano il progetto. L’idea che e’ piaciuta la ministro e’ stata soprattutto quella, formulata dagli avvocati, di sfruttare la costruzione del ponte sullo stretto come ‘corsia preferenziale’ non solo per adeguare gli organici, ma anche per dotare Messina di una sezione distaccata del Tar: “E’ una cosa alla quale non avevo pensato - ha aggiunto Alfano - e la suggeriro’ al premier. E’ ovvio che per la costruzione del ponte ci sara’ un notevole incremento dei contenziosi giudiziari”. (AGI) Cli/Pa/Mrg

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Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 07:11:40, in Magistratura, linkato 1509 volte)
GIUSTIZIA: PD-PDL, ISTITUIRE CORTE D'APPELLO A LUCCA


(AGI) - Lucca, 1 ago. - Due proposte di legge depositate nei due rami del Parlamento per chiedere l'istituzione della corte d'appello, del tribunale per i minorenni e del tribunale di sorveglianza a Lucca. Un'iniziativa bipartisan che porta le firme del senatore Andrea Marcucci (PD) e della deputata Debora Bergamini (PDL).

"La Toscana, a differenza di altre regioni, conta una sola corte di appello- si legge nella proposta- nonostante le sue dieci province. Ragioni anagrafiche, economiche e giudiziarie giustificano ampiamente l'istituzione di un secondo distretto di corte d'appello". I parlamentari passano poi a spiegare i motivi che starebbero alla base della scelta a favore di Lucca.

"E' il secondo tribunale della regione per carico di lavoro, e' gia' stata sede di corte d'appello fino agli anni 20 del secolo scorso ed inoltre e' facilmente raggiungibile dagli altri circondari dei tribunali di Livorno, di Pisa e di Massa. L'amministrazione comunale di Lucca, inoltre, ha gia' individuato una sede idonea per la nuova corte d'appello in immobili che appartengono a un complesso gia' in larga parte destinato ad uffici giudiziari".

Tra i cofirmatari della proposta di legge: al Senato tra gli altri Paolo Amato (Pdl) e Manuela Granaiola (PD), alla Camera Lapo Pistelli e Raffaella Mariani del PD, Nedo Poli dell'UDC e Massimo Parisi e Lucio Barani del PDL.
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Di Loredana Morandi (del 31/07/2009 @ 23:21:43, in Politica, linkato 3095 volte)
Una buona parte dell'ultimo gossip sul Premier, se non addirittura la maggior parte, è stata devoluta alla copertura fumogena di tutto questo. Berlusconi non può piacere agli italiani, ma NON abbiamo nessuna alternativa di governo.

INCHIESTE BARI: PM,

ASS. TEDESCO CAPO DELL'ORGANIZZAZIONE CRIMINALE


BARI - L'ex assessore pugliese alla sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd, ha avuto un "ruolo di vertice" in "un'organizzazione criminale, radicatasi all'interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame, che spaziano dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle forniture dei beni e servizi alle Asl, agli appalti nelle aziende ospedaliere pugliesi".

E' pesante l'accusa che il pm Desiré Digeronimo contestava a Tedesco già nei decreti di perquisizione e sequestro eseguiti dai carabinieri nell'aprile 2009 nell'ambito dell'inchiesta sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari che avrebbe gestito la sanità pugliese. Col passare del tempo sembra che i sospetti del magistrato sia aumentati e ciò giustifica perché ieri Digeronimo ha ordinato ai carabinieri di acquisire dalle sedi dei partiti del centrosinistra pugliese (Pd, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano, Prc e Socialisti Autonomisti) i bilanci dal 2005 al 2008 e tutta la documentazione bancaria. Il sospetto, tutto da verificare, è che parte del danaro confluito nelle casse di alcune imprese vincitrici di appalti sia poi tornato, almeno in parte, ai partiti o agli stessi politici.

La pubblica accusa non ha dubbi: Tedesco - è scritto nel decreto di perquisizione - aveva nel sodalizio criminoso "il ruolo di vertice" mentre il suo collaboratore Mario Malcangi era il collegamento tra Tedesco e il mondo imprenditoriale ed era incaricato di tessere "i contatti e a portare a compimento gli interessi del sodalizio". Interessi che spaziavano dalla gestione degli appalti per la sanità, all'accreditamento presso la Regione di strutture sanitarie private, alla nomina in quota politica dei direttori generali delle Ausl, ai concorsi per primario fino allo smaltimento dei rifiuti sanitari. "Agli imprenditori e alle società - scrive il pm - viene garantita assistenza e un canale privilegiato per l'acquisizione di contratti, anche attraverso un illegale meccanismo di proroghe, per la fornitura di beni e/o servizi presso le Asl". Secondo la ricostruzione dell'accusa, il sistema ideato da Tedesco poteva contare anche su "soggetti intranei al sodalizio" e cioé su alcuni manager delle Asl pugliesi, che sono indagati.

Dall'indagine - sottolinea il magistrato - emergono anche i presunti interessi di Tedesco con il mondo imprenditoriale, "nel quale figurano società direttamente o indirettamente riconducibili alla sua famiglia", che da sempre opera nel settore delle protesi sanitarie. In una conversazione, intercettata con una microspia il 30 giugno del 2008 e riportata nel provvedimento, Tedesco parla con l'imprenditore Diego Rana di ipotetiche correzioni da apportare al piano sanitario. "Ti preparo un appuntino?" chiede l'imprenditore che gestisce a Bernalda (Matera) un centro di riabilitazione. E lui: "No! Non c'é bisogno. Basta che mi dici gli errori dove stanno".

D'ALEMA, SIAMO TRANQUILLI
"Io non commento mai gli atti della magistratura. Abbiamo il massimo rispetto per le inchieste baresi. Siamo anche tranquilli, nel senso che il Pd non ha né connessioni con la criminalità, né ha costruito i suoi bilanci con le tangenti". Lo ha detto a Bari Massimo D'Alema, parlando con i giornalisti poco prima di tenere un'assemblea pro mozione Bersani. "Quindi - ha detto D'Alema a proposito delle inchieste in corso a Bari sulla gestione della sanità - assoluta tranquillità e massima fiducia nei magistrati che accerteranno nel più breve tempo possibile".

S'INDAGA SU ATTIVITA' GIUNTA VENDOLA

Di Roberto Buonavoglia

Da una parte, delibere di giunta illegittime per favorire imprenditori amici. Dall'altra, un giro di danaro che sarebbe transitato dalle casse delle società che beneficiavano dei favori a quelle dei partiti di centrosinistra o di alcuni politici dello stesso schieramento. E' questo il sospetto della procura antimafia di Bari che ha avviato accertamenti patrimoniali su alcuni dei 15 indagati nell'inchiesta sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari che fa tremare la giunta regionale di Nichi Vendola e tutto il centrosinistra pugliese.

Il presidente non è sottoposto ad indagini ma nel registro degli indagati presto finiranno i nomi di altre persone (si parla di un politico regionale) che si aggiungeranno ai 15 già noti, tra i quali l'ex assessore regionale alla sanità della Regione Puglia, Alberto Tedesco, ora senatore del Pd, ritenuto dall'accusa ai vertici di "un'organizzazione criminale". Un sodalizio - secondo l'accusa - radicatosi "all'interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame, che spaziano dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle forniture dei beni e servizi alle Asl, agli appalti nelle aziende ospedaliere pugliesi".

Del presunto gruppo criminale fanno parte - secondo il pm inquirente Desiré Digeronimo, oltre al neosenatore del Pd, i direttori generali di alcune Ausl, imprenditori e funzionari regionali. Come abbia fatto il sodalizio di Tedesco a condizionare - secondo l'ipotesi investigativa - l'attività della giunta Vendola il magistrato lo sta accertando. Ha per questo avviato indagini su buona parte dell'attività amministrativa nel settore sanitario della giunta Vendola in carica dal 2005 al giugno scorso. Nei primi giorni di luglio, per decisione del presidente Nichi Vendola, cinque assessori sono stati sostituiti mentre a palazzo di giustizia di Bari circolavano voci incontrollate su nuove 'scosse'. Il terremoto, almeno finora, non c'é stato ma una bufera sì perché ieri i carabinieri sono entrati nelle sedi di cinque partiti baresi (Pd, Prc, Sinistra e Libertà, Socialisti Autonomisti e Lista Emiliano) e hanno acquisito i bilanci dal 2005 al 2008, oltre a tutta la documentazione bancaria.

L'ipotesi da verificare è l'illecito finanziamento pubblico ai partiti nell'ambito di un'indagine in cui vengono contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, falso, truffa, abuso d'ufficio e voto di scambio con l'aggravante, per alcuni indagati, di aver favorito il potente clan mafioso barese degli Strisciuglio. Qualche politico - si sospetta - avrebbe chiesto alla mala voti e appoggi per aprire nel rione Libertà circoli ricreativi, ovviamente in cambio di favori.

Le prime risposte ai sospetti del magistrato potrebbero arrivare dall'esame delle delibere ritenute dall'accusa illegittime. Atti che l'allora assessore Tedesco ha portato in giunta e che la giunta regionale ha varato. Il pm vuole anche accertare se nell'esecutivo regionale Tedesco godeva dell'appoggio incondizionato di alcuni assessori. Quindi, vuole accertare se vi siano state complicità. Gli atti che vengono esaminati riguardano la gestione degli appalti, le nomine dei direttori generali delle Ausl, i concorsi per primari e l'accreditamento di strutture sanitarie private presso la Regione Puglia.

Ansa 2009-07-31 19:56
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CRISI: DL. CASSON, DA GOVERNO GIOCO DELLE TRE CARTE
INTRODOTTE NORME INCOSTITUZIONALI SU CORTE DEI CONTI


"Il decreto-legge sulle misure anti crisi ha del paradossale, ha aspetti per certi versi kafkiani".  Così il senatore del Pd Felice Casson, capogruppo in commissione Giustizia, interviene illustrando la questione pregiudiziale nell'Aula di Palazzo Madama.
"La maggioranza chiede l'approvazione di alcune norme sulle funzioni e sulle attività della Corte dei conti che sono palesemente viziate. E lo sa.
Come sa, del resto, che il governo ha già predisposto per il Consiglio dei ministri di domani un decreto-legge correttivo di tali vizi ma esso interverrà dopo che i senatori saranno stati costretti a votare delle norme palesemente incostituzionali.
Eppure si procede come se nulla fosse, come se delle regole, delle leggi ordinarie e della Costituzione si potesse tranquillamente fare a meno, giocando con le norme come fossimo al gioco delle tre carte".
"A parte il consueto vizio del governo di ricorrere ai decreti legge senza i necessari requisiti di necessità e urgenza, a parte l'ulteriore vizio di inserire in un decreto-legge disposizioni nuove e disomogenee ad iter parlamentare già avviato, in questo decreto-legge il governo ha anche inserito le norme incostituzionali sulla Corte dei conti criticate da senatori della stessa maggioranza.
Cito ad esempio il comma 30 ter aticolo 17 che rischia di paralizzare il controllo del procuratore della Corte dei Conti in determinate ipotesi di danno erariale e di danno all'immagine.
Penso inoltre a quella norma che espropria di fatto le sezioni regionali di controllo della Corte dei conti delle proprie competenze legislativamente determinate su base territoriale, attraendole a livello centrale proprio nei casi, peraltro del tutto indeterminati, ritenuti di maggior rilievo o delicatezza, pur in assenza di ogni contrasto o incertezza interpretativa.
Tale previsione - aggiunge Casson - si pone in controtendenza con i principi desumibili dall'articolo 114 della Costituzione da cui discende, tra l'altro, l'articolazione della funzione di controllo esterno a livello regionale e locale. Inoltre, la funzione di orientamento generale renderebbe anche superflua ogni successiva pronunzia delle sezioni regionali, svuotandole di fatto di funzioni significative.
Segnalo, infine, che il decreto-legge prosegue nel tentativo perverso di gerarchizzazione della Corte dei conti già parzialmente realizzato con la cosiddetta legge Brunetta che ha modificato la coerenza del sistema costituzionale di controllo esterno della Corte dei conti, controllo che viene ora ad essere asservito e subordinato ai Governi centrali e locali, a detrimento del corretto rapporto con le Assemblee parlamentari e con le assemblee elettive territoriali.
Questo decreto-legge, pertanto, interviene di nuovo pesantemente sulle funzioni e sull'ordinamento della Corte, in contrasto con le esigenze e con le garanzie poste dalla Costituzione".

31/07/2009 - 16.40
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Alle segreterie regionali
Alle segreterie territoriali
FPCGIL


Alle lavoratrici e ai lavoratori della Giustizia


Tra gli obiettivi dell’allegato al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria per gli anni 2010-2013 c’è la riqualificazione del personale del Ministero della Giustizia, finalizzata alla valorizzazione delle professionalità e un piano di nuove assunzioni per sopperire alle gravi carenze di organico.

A questo punto non ci sono più ostacoli per avviare un confronto serio che porti rapidamente al raggiungimento di questi importanti obiettivi che garantiranno il miglioramento delle condizioni di lavoro e dell’efficienza del servizio reso ai cittadini.

A settembre ci aspettiamo che ripartano subito le trattative e che giungano presto ad un risultato concreto.

Roma, 31 luglio 2009


La coordinatrice Nazionale
FPCGIL Organizzazione Giudiziaria e Archivi Notarili
Nicoletta Grieco
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Vi posto questo articolo di Dario Simeoli per nelMerito.com, lo trovo interessantissimo e non me ne voglia per l'accorpamento alla questione Ru 486, perché purtroppo la raffinatezza del pensiero giurisprudenziale ben si addice ad evidenziare il mancato senso della misura legislativo in Italia sul tema Donna e Diritti, al possibile, anzi più che probabile, carnaio determinato dall'introduzione della Ru486, che ci mostrerà di nuovo il volto delle Mammane casalinghe e le donne in setticemia da parziale espulsione del feto. L.M.

“VITA” DELL’EMBRIONE E SALUTE DELLA DONNA:
BREVISSIME NOTE SULLA RECENTE
GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE       



di Dario Simeoli
31 luglio 2009


La sentenza 8 maggio 2009 n. 151 della Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la legge in materia di procreazione medicalmente assistita nella parte in cui (art. 14, comma 2, della legge 19 febbraio 2004, n. 40) prescrive "un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre, degli embrioni nonché nella parte in cui (art. 14, comma 3, della legge n. 40 del 2004) "non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come stabilisce tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna".

Sono tre i principi che hanno "guidato" la penna del Giudice.

a) Il principio di giusto bilanciamento tra la tutela dell’embrione e le esigenze di procreazione. A questo riguardo, la riflessione della Consulta prende le mosse da un dato, invero, inoppugnabile. La legge scritta dal Parlamento fornisce all’embrione una tutela non assoluta ma "relativa" perché in parte "affievolita" dalla diversa esigenza (avvertita nell’attuale contesto politico sociale) di assicurare alla donna concrete aspettative di gravidanza. Difatti, anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti ed impiantabili, la legge evidentemente ammette che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza.

b) Il principio di gradualità e di minore invasività della tecnica di procreazione assistita, enunciato espressamente dalla legge 40 (all’art. 4, comma 2).

c) Il principio della autonomia e della responsabilità del medico. La giurisprudenza costituzionale ha ripetutamente posto l’accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica: sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali (sentenze n. 338 del 2003 e n. 282 del 2002).

Premessi tali criteri interpretativi, esaminiamo le conclusioni e le implicazioni che ne derivano.

L’esclusione (comma 2 dell’art. 14) di ogni possibilità di creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, e comunque superiore a tre, determina la necessità della moltiplicazione dei cicli di fecondazione, poiché non sempre i tre embrioni eventualmente prodotti risultano in grado di dare luogo ad una gravidanza (le possibilità di successo variano in relazione alle caratteristiche degli embrioni e alle condizioni soggettive, soprattutto l’età, delle donne). Il limite predetto legislativo, rendendo talvolta necessario il ricorso alla reiterazione di detti cicli di stimolazione ovarica, finisce per favorire l’aumento dei rischi di insorgenza di patologie che a tale iperstimolazione sono collegate nonché il pregiudizio alla salute della donna (e del feto) derivante dalla verificazione di gravidanze plurime (ciò anche in ragione del divieto di riduzione embrionaria selettiva di tali gravidanze prescritto all’art. 14, comma 4, salvo il ricorso all’aborto). L’incostituzionalità della norma (per violazione dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza nonché del diritto alla salute della donna ed, eventualmente, del feto) sta proprio qui: nel riservare il medesimo trattamento a situazioni dissimili piuttosto che, al fine di ridurre al minimo ipotizzabile il rischio per la salute della donna e del feto, riconoscere al medico la possibilità di una valutazione del singolo caso sottoposto al trattamento, con conseguente individuazione, di volta in volta, del limite numerico di embrioni da impiantare ritenuto idoneo ad assicurare un serio tentativo di procreazione assistita. Le stesse motivazioni comportano la declaratoria di incostituzionalità della legge nella parte in cui (articolo 14, comma 3) non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba comunque essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna.

Le altre questioni di costituzionalità (tra cui quella dell’art. 6, comma 3, che non consente, dopo la fecondazione dell’ovulo, la revoca della volontà all’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita) non sono state affrontate perché ritenute manifestamente inammissibili per difetto di rilevanza (ovvero la loro delibazione non era necessaria al fine di decidere la controversia pendente innanzi ai Giudici remittenti).

E’ importante sottolineare come la decisione della Consulta faccia salvo il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario (l’assoluta libertà di produzione sovrannumeraria di embrioni determinerebbe una situazione che, pur se inserita all’interno dei ragionevoli presupposti normativi, sarebbe foriera di problematiche insostenibili non scevre da implicazioni di natura etica, giuridica, oltre che gestionale); soltanto si esclude la razionalità della predeterminazione legale di un protocollo sanitario unico a fronte di fattispecie che, in concreto, possono presentarsi clinicamente assai differenti. L’effetto della pronuncia è di introdurre una deroga al principio generale di divieto di crioconservazione (di cui al comma 1 dell’art. 14), la cui ragione di esistenza era coerente con la sequenza obbligatoria "creazione-trasferimento-impianto" dell’embrione; le conclusioni del Giudice delle leggi determinano, ora, la necessità del ricorso alla tecnica di congelamento con riguardo agli embrioni prodotti ma non impiantati per scelta medica.

La pronuncia della Consulta segue un altro importante intervento "correttivo" operato sulla legge 40 dalla giurisprudenza di merito (Tribunale di Cagliari, sentenza 22 settembre 2007): quest’ultima ritiene lecita, a date condizioni, la diagnosi preimpianto (con tale espressione intendendosi l’accertamento genetico che, attraverso la tecnica del prelievo di una o più cellule dall’embrione prima del suo impianto nell’utero materno, consente di accertare se l’embrione stesso sia o meno portatore di determinate gravi malattie). In particolare, ciò è ritenuto consentito quando sia stata richiesta dai soggetti indicati nell’art. 14, 5° comma, l. n. 40/2004, abbia ad oggetto gli embrioni destinati all’impianto nel grembo materno, sia strumentale all’accertamento di eventuali malattie dell’embrione e finalizzata a garantire a coloro che abbiano avuto legittimo accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita una adeguata informazione sullo stato di salute degli embrioni da impiantare. Tale vicenda aveva fatto emergere un ulteriore aspetto del sofferto bilanciamento di interessi compiuto dal legislatore con riguardo all’ambito dei rapporti tra l’aspettativa di vita dell’embrione (che potrebbe essere pregiudicata dall’accertamento invasivo in parola) e la singola persona direttamente coinvolta nel procedimento di procreazione medicalmente assistita; anche in tal caso si è concluso nel senso che la legge non prevede per l’embrione una tutela assoluta, ma un bilanciamento dei contrapposti interessi, che vede prevalere, in certi casi, i diritti costituzionalmente garantiti dei soggetti che alle tecniche di procreazione assistita abbiano avuto legittimo accesso.

La legge n. 40 è stato il primo provvedimento in materia di fecondazione artificiale con il quale il legislatore ha inteso tracciare un bilanciamento tra il diritto di accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e i sottostanti interrogativi bioetici inerenti il rispetto della dignità della vita umana. I principi fondanti, ovvero il divieto di fecondazione eterologa, il divieto di clonazione, di sperimentazione e congelamento dell’embrione, si ispirano al rifiuto della strumentalizzazione dell’individuo (art. 2 Cost.). Gli interventi della giurisprudenza (di cui si è dato sinteticamente conto), appaiono volti a ridimensionare talune asimmetrie dello statuto giuridico in tema di procreazione (che, da una parte, non consente di rifiutare l’impianto dell’embrione e, dall’altra, fa salva la possibilità di procedere successivamente all’interruzione della gravidanza): a questi fini, l’impressione è che si sia proceduto a raccordare l’intero materiale normativo attraverso l’identificazione di una comune ratio disciplinatrice della dialettica tra la "vita" dell’embrione (e del feto) e l’autodeterminazione dell’individuo: la tutela massima per il concepito (e dell’embrione) si affievolisce (ovviamente solo se presenti le condizioni di legge) davanti al preminente interesse della donna alla sua salute fisica e psichica. La questione è, tuttavia, assai delicata (e probabilmente ancora lontana da un assetto definitivo) giacché la scelta di non impiantare l’embrione diagnosticato malato (sia pure giustificato dall’esigenza di evitare il pregiudizio psico-fisico della donna), seguita poi dall’impianto di altro embrione diagnosticato sano, risolvendosi nella "selezione indolore e automatizzata" degli embrioni prodotti, può assumere i caratteri della discriminazione e della strumentalizzazione della persona umana (art. 2 Cost.).

nel Merito
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