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 Blue Arashi... una tempesta blu... di Lunadicarta
 
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Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 08:07:59, in Giuristi, linkato 2230 volte)

Giustizia e crucialità

di Salvatore Walter Pompeo

In questi ultimi giorni si è riacceso il dibattito sulla riforma della Giustizia, ormai davvero improcrastinabile, ma, mentre nelle sedi in cui si assumeranno epocali decisioni si discute di intercettazioni, di Consiglio Superiore della Magistratura, di separazione delle carriere e di altri nobili argomenti, v'è chi tenta, ancora una volta, di contrabbandare l'abusato tema dei piccoli Tribunali come un perno ineluttabile di una riforma seria.

Così, dopo gli scambi di amorosi sensi e ammiccamenti tra altisonanti fondazioni culturali nell'ambito di impegnatissimi seminari, celebrati a porte chiuse, sapientemente ammaestrati dalla solita lobby

magistratuale, si scatena la campagna mediatica ed ecco il fiorire di opinioni di ogni sorta, quasi sempre autorevolmente firmate.

E si ritorna a parlare di Tribunali inutili, come di risorse scarse, per invocarne la soppressione.

L'analisi è, però, limitata e merita decisamente alcune precisazioni, tutte, indistintamente, maturate nell' ambito di confronti franchi e pluralisti fra coloro che, in una dimensione nazionale e dati alla mano, hanno avuto e hanno perfetta contezza dello stato dell'arte, delle condizioni in cui versa il pianeta giustizia, delle tematiche, delle problematiche da affrontare nel porre finalmente mano alla agognata riforma.

Esiste un problema di riti, perché occorre qui segnalare come, ad esempio, esistono quasi 30 diversi tipi di procedimenti civili e che, nel primo di essi, il rito ordinario, tra il momento in cui prende abbrivio la causa e la prima di moltissime udienze devono necessariamente intercorrere almeno tre mesi, quello che, dicono, è il tempo medio della durata di una causa in Spagna.

Esiste, poi, un gravissimo problema di organizzazione se è vero come è vero, ad esempio , che da un'indagine eseguita dall'Eurispes è emerso che le cause principali dei rinvii dell'udienza penale sono attribuibili o all'assenza del magistrato o del testimone della Procura ovvero alla mancata notificazione di un atto e che, è noto, la informatizzazione degli uffici giudiziari, la raccolta in tempo reale dei dati, la elaborazione degli stessi sono ancora una chimera.

Esiste, inoltre, un altrettanto grave problema di risorse economiche che determina, ad esempio, l'impossibilità di tenere udienze al pomeriggio per via della mancanza del personale amministrativo.

Tutto questo per rimanere nell'ambito di una disamina assai veloce ma di ampio spettro.

In questo quadro così avvilente levare l'indice accusatore contro il Tribunale di Sulmona, come si è fatto, è sbagliato e inutile.

Inutile perché la soppressione di un piccolo Tribunale non ha come risultato la eliminazione della domanda di giustizia che, all'evidenza, si sposterà da qualche altra parte. Ed è poco accorto qui richiamare i principi dell'economia posto che l'attento ascolto dei coniugi o del minore in un procedimento per separazione personale o l'escussione dei testi in un complessa vicenda di criminalità organizzata richiede esattamente lo stesso tempo a Nicosia come a Torino.

Sbagliato perché l'ultima rilevazione dell'Istituto di Statistica disponibile, quella afferente l'area civile nell'anno 2005, colloca tra i primi venti Tribunali italiani ben 12 di quelli che taluno vorrebbe sopprimere, i piccoli Tribunali.

Se obiettivo della riforma deve essere la funzionalizzazione e la velocizzazione della giustizia è agevole comprendere che sarebbe una manovra suicida.

Molto si può fare in materia di giurisdizione, ma è inutile privare un territorio, anche piccolo, del Tribunale e, all'un tempo, ineluttabilmente, della Procura della Repubblica, soprattutto in aree come quelle del Mezzogiorno flagellate dalla delinquenza organizzata o in zone di montagna, Mistretta, o di frontiera, Tolmezzo, o trascurate da generazioni di disaccorti amministratori al punto che occorrono cinque ore di treno per raggiungere Catania da Palermo, più che Milano da Roma.

Se Uffici giudiziari devono essere soppressi, occorre volgere lo sguardo a moltissimi Uffici del Giudice di pace che registrano sopravvenienze di dieci, venti fascicoli l'anno o sopravvivono solamente grazie agli autovelox di Sindaci disperati e, ancora, alle troppe Sezioni distaccate.

Molte sono le iniziative adottabili allo scopo di deflazionare il macigno della domanda di giustizia, tra esse non certamente quella della depenalizzazione che vale solo a spostare la controversia dall'aula penale a quella civile, né quella della riduzione del numero degli avvocati legato, tra l'altro, all'enorme incremento che negli anni ha avuto il numero dei diritti cosiddetti giustiziabili.

Si intervenga, ancora, sulla piaga della "geografia delle carriere" che rende difficoltosa la copertura di posti in Uffici che non saranno mai vetrina e trampolino per il Monte Citorio. Si ponga rimedio al grave problema creato dalle modifiche ordinamentali del 2007 che non consentono l'esercizio di moltissime funzioni monocratiche al magistrato ordinario di Tribunale appena nominato.

Si rivedano, piuttosto, i confini delle circoscrizioni, come l'Italia ha iniziato a operare nel 1999 nelle aree metropolitane. Si rendano operative, superando le energiche resistenze fin qui registrate, le tabelle infradistrettuali o si creino gli organici distrettuali.

Ma nessuno, per carità, parli di sopprimere Tribunali, soprattutto se piccoli, quelli che hanno standard di efficienza positivi, quelli in cui la giustizia è amministrata in una dimensione umana, in cui è possibile parlare con il magistrato, in cui non occorre andare alle sei del mattino per richiedere una notificazione, in cui la comunità di ridotte dimensioni, e senza Santi protettori, pretende di mantenere la propria sana identità, la propria cultura, la propria storia, il proprio ordinato vivere sociale nel mentre costruisce il proprio futuro, il tutto in una dimensione di moderna, dimostrata efficienza.

Nessuno, insomma, si azzardi a proporre un intervento che, stando alle professate finalità, finirebbe per equivalere ad una inutile strage di innocenti.


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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 07:59:56, in Magistratura, linkato 2433 volte)
Processo ai magistrati

di Gianluca Di Feo

Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite. Mentre il governo lavora a imbrigliare i giudici
 
Fannulloni? Pochi. Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l'autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato. Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l'hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un'autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. E privare il premier di uno degli argomenti chiave sfruttati per azzerare l'indipendenza delle toghe.

I modelli virtuosi
Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca di prossima pubblicazione guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento. Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti. Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo.

Un miracolo proprio nel palazzaccio di marmo, un edificio troppo pesante che per un secolo ha continuato letteralmente a sprofondare nelle rive paludose del Tevere, incarnando la disfatta della giustizia italiana. Nel suo ufficio all'ultimo piano, affacciato su Castel Sant'Angelo, Giovanni Salvi, storico pm romano e in passato tra i leader del sindacato togato Anm, ha poche carte, uno scanner e lo schermo di un pc. È lui a presentare i dati di questa riscossa, facendo scorrere tra le dita come fosse un rosario la chiavetta Usb che può sostituire migliaia di pagine: "Prendiamo le tabelle del civile. Nel 1950 ogni magistrato chiudeva 62 procedimenti; nel 1998 erano 87. Poi con il nuovo millennio abbiamo cambiato passo. Nel 2006 sono stati 192, lo scorso anno 292". Una progressione impressionante. Che non rappresenta un'eccezione.


A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l'Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno. Ma anche nel tribunale penale di Roma c'è stata una razionalizzazione.

"È un altro esempio di riforma dal basso", spiega Salvi: "Abbiamo individuato l'imbuto nel calendario delle udienze: ogni giudice deve concentrare 20-30 processi in un giorno, con testimoni ed avvocati. Poi d'intesa con i penalisti abbiamo creato norme per evitare i disagi e rispettare gli orari. I risultati si sono visti subito"

Profondo nero
E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c'è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c'è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d'appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia. La radiografia della catastrofe è stata presentata pochi giorni fa dal ministro Angelo Alfano, che però si è poi premurato di firmare un pacchetto di misure destinato a renderla ancora più drammatica. L'arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l'appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini. Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l'appello: il che significa l'impunità assicurata per un'infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano 'tecnicamente inefficienti'. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell'arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?

Senza qualità
Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c'è una massa di magistrati 'senza
qualità'. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell'informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato due anni fa dal segretario di Md, la corrente 'rossa' delle toghe ma anche quella storicamente più più impegnata sul fronte dell'efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio. Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l'allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?

Carriera garantita
Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all'incarico che svolgono. Lo ha analizzato Daniela Marchesi, uno dei responsabili dell'Isae, a 41 anni è considerata la pioniera della materia. Laurea in legge, dottorato in economia, specializzata negli Usa, ha lavorato con Flick alla Giustizia nel 1996 e poi al Tesoro con Padoa-Schioppa. Il suo obiettivo è stabilire quali misure possano incentivare comportamenti virtuosi: cita i testi di Carr Sunstein, il professore chiamato da Obama a guidare il dipartimento per le regole. "La giustizia italiana sarebbe un esempio da manuale: ci sono risorse umane ed economiche in linea con altri paesi, ma otteniamo un risultato generale molto scadente. Analizzando il sistema si vede l'origine del gap: la congerie di norme è fatta in modo tale che incentivi di comportamento vanno tutti in modo sbagliato". Più garanzie, sintetizza, richiedono più tempo. Ed è per questo che tra i soggetti del processo, più che ai magistrati tocca agli avvocati cambiare: "Il magistrato non può velocizzare la sua attività senza rischiare di compromettere le garanzie". Insomma, la professoressa Marchesi non crede in una riforma unilaterale. Pensa che però si possa fare di più per migliorare la selezione e i controlli, soprattutto eliminando le promozioni indiscriminate.

Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l'organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella a pag. 58) sono tra le più alte d'Europa. Il premio c'è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: anche nel 2008 si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 'puniti' l'anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. Pochi. Ma molto più di quello che fanno le altri amministrazioni statali. "Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate. Le gare di nuoto si possono fare in una piscina, non in mezzo a uno tsunami. È la quantità di denunce e ricorsi ha trasformato la giustizia italiana in un continuo tsunami", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo. Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l'indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse".

Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano 'Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato'".

Il nuovo sistema di valutazioni quadriennali appena introdotto dovrebbe smascherare furbetti del genere. Il meccanismo prevede controlli su quantità e qualità dell'attività di tutti, anche attraverso fascicoli pescati a campione tra quelli smaltiti. "Oggi ci sono nuovi meccanismi di valutazione molto efficaci e concreti. Diamo al sistema il tempo di cambiare", spiega Salvi: "Adesso il magistrato ha forte stimolo ad avere buoni pareri per poi ottenere un incarico direttivo o aspirare a posti specializzati".

C'è un solo limite: l'esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale. "In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un'azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici 'laici': "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa. Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell'Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di 'Repubblica'? La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l'arretrato in sospeso è diventata esemplare. Salvi la paragona alle sabbie mobili: "I ritardi nel completare le sentenze molte volte erano commessi da quelli che tentavano di più di smaltire il lavoro, venendo sommersi per inesperienza". Perché non vengono segnalati? "Pinatto era già stato sanzionato una prima volta. Ma poi è mancata la segnalazione dei responsabili del suo ufficio".

Nei palazzi di giustizia si sente spesso una lamentela, comune tra pm e avvocati. I capi non denunciano i fannulloni. I capi non organizzano il lavoro. I capi non aggrediscono l'arretrato. Quella dei dirigenti è l'altra grande questione, fondamentale per risollevare la produttività. Finora la managerialità non pesava nella designazione: si diventava procuratori e presidenti per anzianità e accordi tra le correnti sindacali. Oggi in teoria dovrebbe essere determinante l'avere dimostrato capacità manageriali. Ma non ci si improvvisa capitani d'azienda: coordinare apparati complessi e ingolfati come i tribunali è una sfida che farebbe paura a qualunque amministratore. Guarnieri propone una soluzione radicale: dividere l'organizzazione del lavoro dai processi, affidando la gestione della prima a un vero manager. In pratica, il metodo delle Asl. "Paragoni non sostenibili. Nascerebbero tante unità giudiziarie locali in Italia: non è che Asl funzionino così bene...", ironizza Salvi.

Il peso dell'arretrato È chiaro, da soli i magistrati non potranno mai risolvere tutto l'handicap. Una ricerca del ministero indica l'impresa come impossibile. Per rianimare le Corti d'appello ci vorrebbero 134 nuovi giudici, tutti Stakanov, tutti preparatissimi e capaci di dare subito il massimo. Senza nuove regole organizzative, però, ogni rinforzo sarebbe inutile. Nella Corte d'appello penale, l'anticamera della prescrizione e quindi la discarica dei processi, servirebbero 32 mesi di lavoro solo per smaltire l'arretrato. Ma con poche regole di buon senso si potrebbe invertire la rotta. Ad esempio la standardizzazione dei fascicoli. Avete mai messo le mani nei faldoni di un processo? Spesso somigliano alle valige di fine vacanza: sciogliendo i lacci esplodono, rivelando una confusione profonda. Quando l'incartamento passa da un pm al suo sostituto, ci vogliono ore solo per trovare il bandolo della matassa. Invece, basterebbero pochi schemi condivisi per non sprecare tempo. Ma la rivoluzione può arrivare anche da un uso integrato dell'informatica: creare procedure a misura di rete. A Milano fino a dieci anni fa nelle udienze civili a turno uno degli avvocati scriveva a mano il verbale. Oggi nella stessa città usando il Web per uno solo dei passaggi del processo civile si sono guadagnati 60 giorni: il decreto ingiuntivo telematico ha fatto risparmiare due mesi di meno ad avvocati, cittadini e tribunale. Cosa ci vuole ad estenderlo a tutta Italia?

Autonomia e corporativismo Alla politica l'efficienza non interessa. E c'è la resistenza 'culturale' di una parte consistente dei magistrati. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro 'La questione immorale' alle "colpe dei magistrati". Racconta tra l'altro del programma informatico che aveva creato per coordinare le agende dei protagonisti del processo ed evitare quei rinvii che sfiancano la giustizia. Un'iniziativa che invece di procurargli una medaglia venne accolta con disprezzo dal Csm. "Quel programma è ancora lì ma nessuno lo usa. E ho capito che il processo penale è quello che è per via delle leggi stupide, delle leggi ad personam, della carenza di uomini e mezzi, ma anche, e in chissà quale percentuale, per via dell'incapacità organizzativa dei magistrati e dei dirigenti degli uffici". Ricorda Giovanni Salvi: "Nel 1998 facemmo un congresso dell'Anm per sensibilizzare sull'efficienza ma andò male. Noi delle correnti progressiste e la dirigenza dell'Anm premevamo perché si facesse un salto in quella direzione, ci fu una resistenza della base. Fu un errore: è stato uno sbaglio cavalcare l'autonomia come corporativismo. A difesa si può dire che quando hai un clima politico intorno di aggressione, questo determina una chiusura in difesa".

E ai governi i giudici fannulloni sono sempre piaciuti: "La politica offre uno scambio ai meno produttivi: io non minaccio i tuoi privilegi, tu non minacciare me", sintetizza il professor Guarnieri. Perché un modello di efficacia la magistratura italiana lo ha creato e imposto nel mondo. Una squadra che lavorava sette giorni su sette, con processi avviati in fretta e una percentuale di condanne irripetibile, un elevato livello di informatizzazione e una produttività mai eguagliata. Si chiamava pool Mani pulite. Lo detestavano politici, imprenditori e grand commis. Lo detestava una fetta consistente degli stessi giudici. Ed è proprio per evitare che quel modello venisse riprodotto ancora oggi si varano riforme su riforme, destinate a distruggere ogni speranza di giustizia.

(L'Espresso 26 febbraio 2009)

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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 07:50:09, in Estero, linkato 2066 volte)

Baltasar Garzòn, una vita in trincea

di Tito Drago

Per il giudice spagnolo Baltasar Garzon, i primi passi verso una giustizia universale sono cominciati nel 1996, con i processi contro i dittatori argentini e cileni e, soprattutto, con l’arresto di Augusto Pinochet, nell’ottobre del 1998. L’ex dittatore cileno (1973-1990) venne arrestato a Londra, dopo che Garzón ne aveva chiesto l’estradizione per processarlo per crimini contro l’umanità. Anche se la richiesta fu respinta, per ragioni di salute, il caso fece scalpore, ed ebbe forti ripercussioni sulla giustizia cilena, che avviò delle indagini contro Pinochet. Il magistrato è stato intervistato poco prima di essere ricoverato per un malore.

Cosa bisogna fare perché la giustizia universale diventi presto una realtà?

«Proseguire il cammino già iniziato con sempre più vigore, al di là degli interessi economici o politici, denunciando i tentativi di fare passi indietro, perché se continueremo a permetterlo, le vittime non smetteranno di soffrire e continuerà a trionfare l’impunità».


Qual è la principale sfida della giustizia di fronte all'attuale crisi finanziaria mondiale?

«Prima di tutto, bisogna risalire alla radice della situazione economico-finanziaria mondiale. Perché alcune grandi imprese crollano, e con esse le speranze di milioni di persone? Chi è il responsabile? La giustizia deve essere particolarmente scrupolosa su questo tema, senza dimenticare che, nella difesa dei diritti fondamentali, i giudici hanno un ruolo cruciale nel garantire che lo stato di diritto prevalga al di là di qualsiasi altro cammino».


Qual è la sua definizione di terrorismo?

«Le organizzazioni terroristiche sono imprese criminali. Sarebbe un grave errore se ci fermassimo alla loro struttura armata, senza occuparci delle fonti di finanziamento, degli elementi di sostegno, della loro influenza istituzionale, delle strategie per insediarsi nelle istituzioni dello stato, delegittimandole. Anche il terrorismo può essere un crimine contro l’umanità, quando si manifesta nell’attacco sistematico contro la popolazione civile. Anche quando c’è conflitto armato, come in Iraq, le azioni terroristiche sono e devono essere perfettamente differenziate. Perciò, mandare i mujaheddin a suicidarsi in guerra non può essere un’azione ribelle».


Lei considera i bombardamenti contro la popolazione civile un'azione terroristica, anche se sono parte di un conflitto bellico?

«Ogni attacco contro una popolazione non combattente, in qualunque caso, è un’azione terroristica, e ogni aggressione rivolta alla popolazione civile può essere catalogata come crimine contro l’umanità. La Corte penale internazionale ha molto da dire sul tema, e forse dovrebbe pronunciarsi su alcuni conflitti che sono ben presenti nella mente di tutti».

Nel 2005 ha scritto il libro “Un mondo senza paura”. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

«La necessità di avanzare verso un mondo senza paura, in senso positivo, perché sono le armi del diritto che devono portarci alla risoluzione dei conflitti, non le ragioni della forza. E sottolineo: senza mai fare appello alla forza, ma tenendo presente che qualora sia necessaria, dev’essere applicata nel quadro delle norme stabilite dal diritto internazionale, che è comune a tutti i popoli. Questo diritto vale per ogni tipo di azione, che sia militare, politica o giuridica».


Oggi nel mondo la paura è aumentata o è diminuita, quattro anni dopo la pubblicazione del suo libro?

«Forse ci sono meno illusioni, perché la situazione è più complicata, ma ci sono anche aspetti molto positivi che ci permettono di mantenere viva la speranza.Il recupero della speranza ha molto a che vedere con il trionfo di Barack Obama. Finalmente si è messo fine ad una amministrazione (quella di George W. Bush) che ha confuso la sicurezza con l’arbitrarietà, e l’assenza di garanzie con l’efficacia. Si sono oltrepassati i limiti del diritto, e ne abbiamo subito le conseguenze. Adesso la cosa migliore è recuperare il tempo perduto, facendo scomparire i “Guantánamo” dalla faccia della terra».


Lei è stato contestato quando ha deciso di indagare su individui come Pinochet o il militare argentino Alfonso Scilingo per crimini commessi nel loro paese. Uno degli argomenti avanzati è che non aveva l’autorità per processarli, poiché i loro crimini erano stati commessi fuori dalla Spagna...

«Quando si parla di genocidio contro l’umanità o di terrorismo, secondo la legge spagnola e per le norme del diritto internazionale, si applica il principio di giustizia penale universale, indipendentemente dal luogo in cui i crimini sono stati commessi. Il punto è evitare l’impunità. La dignità delle vittime ci impone di non dimenticare quei crimini, né di fermarci. Non è una possibilità, è un obbligo».
(Copyright IPS (trad. Francesca Buffo)

L'Unità 28 febbraio 2009

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Un idealista contro giganti che terrorizzano


Criticare Garzon è molto facile. La sua smania nel perseguire nobili cause, alla maniera di un moderno Don Chisciotte, lo mette costantemente sotto la pubblica lente d'ingrandimento. Sicuramente non esiste al mondo un altro giudice che abbia occupato attenzione, servizi e pagine nei media come Baltasar Garzòn. La sua iperattiva biografia è un elenco di indagini, interrogatori, esami di documenti, di «atti giudiziari» che sono stati capaci di essere contemporaneamente forma e gesto, applicazione delle norme e ricerca del fatto.

Come giudice dell' Udienza nazionale spagnola, Garzòn ha il potere di raccogliere prove e coordinare le investigazioni poliziesche. Senza limiti di spazio ha perseguito i cartelli galiziani della droga, dittatori come Augusto Pinochet, ha destabilizzato il milieu sociale ed economico dell'Eta, mettendo fuori legge i partiti di sinistra non ostili all'organizzazione terroristica basca, ha indagato il Partito Socialista ai tempi della «guerra sporca» contro il terrorismo, dopo che nelle elezioni del 1996 era stato il numero due della lista del Garofano a Madrid, alle spalle di Felipe Gonzalez. In ultima analisi, ha avviato una battaglia contro il recente passato della sua nazione: obbligando gli smemorati a recuperare la la memoria delle fosse comuni dell'epoca franchista, memoria dimenticata a forza.

Però, a dover scegliere un avvenimento che da solo abbia dato un marchio alla sua controversa carriera, non si può che partire dall’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani. Garzòn l’ha trattata non come un sistema di principi, ma come norma cogente. Ha messo così alla prova le buone intenzioni di molti paesi «democratici», sempre pronti a firmare papiri pieni di solenni impegni che, dopo essere stati resi pubblici, cadono regolarmente nell’oblio. Nel Regno Unito, con il caso Pinochet, ha scritto una delle pagine più memorabili della storia contemporanea della giustizia. I suoi critici mettono in evidenza il suo affannarsi tra giornali e televisioni, l’eccessiva foga inquisitoria (alcune indagini non sono andate in porto, prima tra tutte quella sui trafficanti di droga in Galizia) e il suo apparente disprezzo per le forme, in particolare per il ruolo della polizia giudiziaria: capita che si occupi di certi casi in prima persona. Criticarlo, in effetti, è molto facile, ma lui, come il vecchio Don Chisciotte, lotta sempre contro i mulini a vento. Solo che, a differenza di quelli dell'eroe di Cervantes, i suoi «mulini» quasi sempre sono reali e terribili giganti.

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NAPOLI: MAGISTRATO CHIEDE CHIARIMENTI SU LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO ESTERNO

Napoli, 27 feb. - (Adnkronos) - La protesta dei 70 magistrati di Napoli contro il mancato rinnovo del contratto di lavoro di uno dei tecnici informatici del personale esterno approda presso l'ufficio del magistrato referente per l'informatica del Distretto di Corte d'Appello di Napoli, settore penale, Pierluigi Di Stefano. "La cessazione dal servizio di Giuseppe Di Spirito - scrive Di Stefano - non sarebbe collegata ad una riduzione di personale operante presso il Tribunale di Napoli". La vicenda riguarda il licenziamento in tronco di un professionista dei sistemi informatici che negli ultimi 7 anni ha lavorato fianco a fianco alla magistratura in settori delicati ma che due mesi fa non ha visto rinnovarsi il contratto dalla Td-Group, la societa' ora in subappalto di Telecom Italia del servizio di assistenza informatica Spc.

Come sostiene in un comunicato stampa il Comitato Informatici Atu, "la decisione di Td Group di estromettere il tecnico informatico, con una anzianita' di servizio di ben sette anni, ha causato il grave disagio nella magistratura e nel personale amministrativo degli Uffici Giudiziari suscitando la protesta". Il magistrato Di Stefano sottolinea che Di Spirito, addetto in questi anni all'assistenza delle postazioni personali dei giudici, ha "la piena fiducia dei magistrati del Tribunale" e che "cio' risulta di maggiore importanza per i magistrati della sezione per le Indagini Preliminari, i quali hanno normalmente dati particolarmente riservati sui computer con i quali lavorano".

Concludendo, il magistrato chiede alla societa' Td-Group di Pisa (consorziata Ois.com e in subappalto Telecom Italia) e al Cisia (struttura di controllo informatico ministeriale) per quanto di competenza, di garantire la ripresa del servizio del tecnico o di spiegare i motivi dell'accaduto. (segue)


Libero News - Adnkronos

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NAPOLI: MAGISTRATO CHIEDE CHIARIMENTI SU LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO ESTERNO (2)

(Adnkronos) - "Unico caso in Campania - sottolinea il Comitato Atu - il licenziamento di Di Spirito rappresenta emblematicamente la inammissibilita' di una situazione diffusa su tutto il territorio nazionale di andirivieni privatistico di manovalanza informatica precaria in una Amministrazione Giudiziaria, uffici nei quali l'affidabilita' di chi entra nei sistemi dovrebbe essere fondamentale. Altresi' appaiono evidenti dalla vicenda le lacune nel rapporto tra le Societa' fornitrici del servizio informatico e il Tribunale di Napoli. Tali carenze pongono il Cisia nel serio pericolo di poter incorrere, suo malgrado, in una attivita' di subappalto gestita dalla criminalita' organizzata".

"Suscita inoltre interrogativi il 'silenzio' della Td Group di Pisa - prosegue il Comitato - stante il tenore delle richieste ricevute ad oggi e la certezza dell'apprezzamento del Di Spirito, anche alla luce della scarna lettera di licenziamento. Una lettera tanto scevra di attenzione per il lavoratore da apparire un 'greve' diktat dopo sette anni di onorato lavoro presso un Tribunale della Repubblica quale quello di Napoli: 'Da domani Tu te ne vai', punto e basta. Una immagine che lascia il tristo sapore della 'sostituzione ad personam' della peggiore tradizione italica".

"Ancora oggi nessuno ha risposto in modo formale - spiega Di Stefano in merito al suo mancato rinnovo del contratto di lavoro - Dalla prima segnalazione e' passato piu' di un mese e per ora, che io sappia, ne' le societa', ne' i vertici del Cisia hanno risposto alle lamentele dei magistrati, e alla successiva nota del referente informatico. Sconcertante, senza precedenti". "Sono noto per essere sempre in prima linea per i lavoratori in difficolta' - aggiunge Di Spirito - ho chiamato 'Report' nel 2007 che giro' un lungo servizio su di noi, stranamente mai andato in onda, e firmai anche una lettera al precedente ministro della Giustizia, quando lo scorso anno siamo rimasti per 6 mesi senza stipendio. Poi ci hanno tutti licenziati e riassunti a termine. Ed ora accade questo".


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Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 07:05:58, in Magistratura, linkato 1205 volte)
E' una brutta notizia, ma doveva andare così. In realtà quel che non va è l'uso del Trattato e degli accordi bilaterali Italia Usa, che vien fatto dagli americani. E si tratta sempre di un problema politico..

Atomiche Aviano/ Cassazione, no rimozione da giudice italiano


Giovedi, 26 Febbraio 2009 - 15:17

Il giudice italiano non puo' ordinare agli Stati Uniti di rimuovere gli ordigni atomici che sarebbero presenti nella base aerea di Aviano. Le sezioni unite civili della Cassazione hanno infatti dichiarato il difetto di giurisdizione dell'autorita' italiana in merito al procedimento aperto davanti al tribunale di Pordenone con la citazione in giudizio degli Stati Uniti da parte di alcuni cittadini che vivono nei pressi della base.

Questi ultimi, infatti chiedevano ai giudici italiani di dichiarare l'illeggimità dell'installazione di 50 armi nucleari ad Aviano, "alla luce del grave e attuale pericolo incombente sulla propria salute esulla propria vita", nonche' una pronuncia impositiva nei confronti degli Usa "dell'obbligo di procedere alla rimozione di tali armi nucleari dal territorio italiano", con la condanna al risarcimento, nei loro confronti, dei danni.

http://www.affaritaliani.it/ultimissime/flash.asp?ticker=260209151726
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Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 07:01:17, in Magistratura, linkato 1622 volte)
Associazione Nazionale Magistrati



L’ANM SUL TRASFERIMENTO DI UFFICIO
DEI MAGISTRATI PER LE SEDI DISAGIATE


L’Associazione Nazionale Magistrati esprime netta contrarietà sulle norme contenute nel disegno di legge approvato dal Governo il 6 febbraio 2009 in tema di destinazione di ufficio dei magistrati a sedi disagiate.

L’Associazione ha da tempo denunciato con forza le gravi conseguenze sulla copertura degli organici di molti uffici giudiziari, ed in particolare delle procure, che sarebbero derivate dal divieto di destinare magistrati di prima nomina a funzioni requirenti  o a funzioni giudicanti monocratiche nel settore penale. 

Su questo tema la Giunta ha partecipato ad assemblee nei distretti di Calabria, Sicilia e Sardegna, dove ha potuto verificare le gravi condizioni di lavoro di quegli uffici e nelle quali sono stati raccolti i dati sulle scoperture di organico, che, compendiati in un documentato dossier, sono stati consegnati al Ministro della Giustizia, al quale la gravità della situazione è stata insistentemente ribadita in occasione di tutti gli incontri avuti con la Giunta.

Allo stesso modo l’Associazione aveva segnalato la assoluta inadeguatezza a risolvere il problema degli incentivi economici introdotti dal decreto legge
del dicembre dello scorso anno.

Oggi il Governo, di fronte all’elevato rischio di insuccesso delle soluzioni adottate e al concreto pericolo di paralisi di molti uffici giudiziari, invece di intervenire con la previsione di una deroga, anche temporanea e limitata, al divieto di utilizzare i magistrati di prima nomina, come più volte richiesto dalla ANM,  propone quale rimedio il ricorso al trasferimento di ufficio dei magistrati.

Si tratta ancora una volta di un intervento incoerente e inefficace, e, in questo caso, anche fortemente penalizzante per i più giovani, in quanto destinato a stravolgere la vita, sia lavorativa che familiare, di magistrati entrati di recente in servizio e già destinati ad uffici di frontiera e lontani dalla sede di provenienza.

Inoltre le disposizioni proposte da un lato non offrono una soluzione adeguata al problema e dall’altro contraddicono paradossalmente proprio il principio sotteso al divieto di destinare magistrati di prima nomina a funzioni requirenti.

Con il sistema previsto dal disegno di legge, infatti, verrebbero trasferiti d’ufficio nelle sedi disagiate magistrati in servizio negli uffici vicini, i quali si troverebbero così immediatamente in condizioni di scopertura tali da renderli a loro volta “disagiati”. Il  trasferimento d’ufficio inoltre riguarderà per la quasi totalità dei casi magistrati giovani addetti a funzioni civili, dunque privi di esperienza specifica nel settore  penale. 

L’ANM ribadisce che l’unica soluzione stabile ed efficace al problema è quella di una completa e organica revisione della distribuzione degli uffici sul territorio, secondo le indicazioni più volte fornite dalla ANM, mentre nell’immediato l’unica soluzione ragionevole è quella di una deroga temporanea e limitata al divieto di destinare i magistrati di prima nomina a funzioni requirenti e monocratiche penali.


Roma 26 febbraio 2009
La Giunta Esecutiva Centrale
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Comitato Informatici ATU
La vergogna degli informatici esternalizzati precari degli Uffici Giudiziari.
Un pentolone da scoperchiare. Comitato Lavoratori ATU

- comunicato stampa -


Ai gentili Colleghi e alle Redazioni,

NAPOLI – LICENZIAMENTO DI SPIRITO: LA LETTERA DEL MAGISTRATO REFERENTE PER L’INFORMATICA DEL DISTRETTO DI CORTE D’APPELLO AL DIRIGENTE CISIA

La protesta dei 70 magistrati approda presso l’ufficio del magistrato referente per l’informatica del Distretto di Corte d’Appello di Napoli – settore penale, dott. Pierluigi Di Stefano.

"La cessazione dal servizio di Giuseppe Di Spirito", scrive il dott. Di Stefano, "non sarebbe collegata ad una riduzione di personale operante presso il Tribunale di Napoli". Così la decisione di TD Group di estromettere il tecnico informatico, con una anzianità di servizio di ben sette anni ( 7 ), ha causato il grave disagio nella magistratura e nel personale amministrativo degli Uffici Giudiziari suscitando la protesta.

Una protesta, lo ricordiamo, cui ha aderito praticamente l’intero organico della sezione del Giudice per le Indagini Preliminari (circa 40 magistrati) e della Corte d’Assise, con numerosissime adesioni anche presso la sezione Dibattimentale e il Tribunale del Riesame. Circa l’ottanta per cento dell’intera popolazione togata della sezione “giudicante” del Tribunale Penale di Napoli.

Il dott. Di Stefano sottolinea che il Di Spirito, addetto in questi anni all’assistenza delle postazioni personali dei giudici, ha “la piena fiducia dei magistrati del Tribunale” e che “ciò risulta di maggiore importanza per i magistrati della sezione per le Indagini Preliminari, i quali hanno normalmente dati particolarmente riservati sui computer con i quali lavorano”.

Concludendo, il magistrato chiede alla società TD-Group di Pisa (consorziata OIS.COM ed in subappalto TELECOM ITALIA) e al CISIA (struttura di controllo informatico ministeriale) per quanto di competenza, di garantire la ripresa del servizio del tecnico o di spiegare i motivi dell’accaduto.

Unico caso in Campania, il licenziamento del Di Spirito rappresenta emblematicamente la inammissibilità di una situazione diffusa su tutto il territorio nazionale di andirivieni privatistico di manovalanza informatica precaria in una Amministrazione Giudiziaria, uffici nei quali l’affidabilità di chi entra nei sistemi dovrebbe essere fondamentale.

Altresì appaiono evidenti dalla vicenda le lacune nel rapporto tra le Società fornitrici del servizio informatico e il Tribunale di Napoli. Tali carenze pongono il CISIA nel serio pericolo di poter incorrere, suo malgrado, in una attività di subappalto gestita dalla criminalità organizzata.

Suscita inoltre interrogativi il “silenzio” della TD Group di Pisa, stante il tenore delle richieste ricevute ad oggi e la certezza dell’apprezzamento del Di Spirito, anche alla luce della scarna lettera di licenziamento. Una lettera tanto scevra di attenzione per il lavoratore da apparire un “greve” diktat dopo sette anni di onorato lavoro presso un Tribunale della Repubblica quale quello di Napoli: “Da domani Tu te ne vai”, punto e basta. Una immagine che lascia il tristo sapore della “sostituzione ad personam” della peggiore tradizione italica.

“Già inserito al mio posto un parente di qualcuno dell’ambiente” rivela infatti Giuseppe Di Spirito.

“Come è possibile?”, è la nostra domanda.

“Di Spirito torni al suo posto”, afferma la Magistratura napoletana.

E non finisce qui …


Per il Comitato Informatici Atu

Loredana Morandi
www.giustiziaquotidiana.it

Giuseppe Di Spirito
www.comitatoatu.it


ALLEGATO 1: La lettera del Magistrato referente per il settore Informatico del Tribunale di Napoli, dott. Pierluigi Di Stefano - prot. 4/09, 2 pagine formato pdf.

ALLEGATO 2: La lettera di licenziamento della TD Group a Giuseppe Di Spirito, 1 pagina formato pdf

Di seguito:

Alcune dichiarazioni di Giuseppe Di Spirito al Comitato ATU

ATU: Signor Di Spirito può raccontarmi in breve il suo curriculum presso il Tribunale di Napoli e cosa le è accaduto?
Giuseppe Di Spirito: La società “TD GROUP“ (consorziata OIS.COM in subappalto di TELECOM ITALIA del servizio di assistenza informatica SPC, ex-Assistenza Tecnica Unificata) non mi ha rinnovato il contratto scaduto il 31/12/08.
Preciso che io ho lavorato quotidianamente per circa 7 anni negli Uffici Giudiziari napoletani, prima con la “Cm Consit” (prima co.co.co. poi a tempo indeterminato) poi nell’ultimo anno con la TD (subentrata insieme a “SIRFIN” e “CM SISTEMI” alla Consit l’anno scorso) venendo tra l’altro precarizzato contrattualmente.

ATU: In che modo le hanno motivato il mancato rinnovo?
GDS: Non ho ricevuto alcuna motivazione ufficiale nella lettera di mancato rinnovo. Nel periodo natalizio avevo ricevuto una telefonata dal coordinatore della società che, in modo frettoloso, mi comunicava “tagli” del Ministero sui tecnici, e che avrebbero dovuto “fermare alcune persone” in attesa di “tempi migliori”.

ATU: Ha avuto riscontri in merito a queste affermazioni del coordinatore?
GDS: All’inizio ci ho creduto, fino a che non ho appurato che i conti non tornavano. A parte che una “riduzione” del personale andrebbe fatta con un minimo di criterio (ho la maggiore anzianità di ruolo sul Tribunale di Napoli) solo in seguito mi sono accertato che tutti miei colleghi ATU erano stati confermati, e sulla sede è stato subito inviato al mio posto un tecnico che risulta essere figlio di un impiegato di un ufficio giudiziario.
Non è il primo caso di “figlio d’arte” tra le assunzioni a Napoli e non intendo colpevolizzare questa persona.
Quindi, ripeto, nessuna riduzione ma la “sostituzione” di una singola unità in tutta la Regione Campania!

ATU: Quando ha appreso tutto questo, cosa ha fatto?
GDS: Ho chiesto lumi alla società, che ha dribblato le mie domande.
Ho quindi riferito l’accaduto al Tribunale. Sono rimasti tutti allibiti e senza parole.
Alcuni Magistrati, con i quali lavoro da anni, si sono subito attivati presso i colleghi per inviare missive all’insegna della contrarietà sia alla società, ai Magistrati Referenti per l’informatica, al Direttore del CISIA di Napoli (informatici ministeriali che stipulano i contratti con i privati NDR) ed al Presidente del Tribunale, Carlo Alemi.
Non è cosa da poco togliere improvvisamente personale “testato” e di fiducia dal delicato ambiente nel quale ci muoviamo. Gli informatici non fanno mica fotocopie, lavorano sui sistemi e sui computer trattando dati riservatissimi, coperti da segreto istruttorio o comunque delicati, anche di carattere economico.
Appena mi hanno allontanato l’Ufficio Pagamenti del Tribunale ha subìto un blocco, in quanto ero l’unico che conosceva le sue procedure.

ATU: La sua vicenda appare grave. Quindi cosa è successo?
GDS: E quindi, incredibilmente, ancora oggi nessuno ha risposto in modo formale. Dalla prima segnalazione è passato più di un mese e per ora, che io sappia, né le società, né i vertici del CISIA hanno risposto alle lamentele dei Magistrati, ed alla successiva nota del Referente Informatico. Sconcertante, senza precedenti.

ATU: Un silenzio glaciale che appare molto misterioso.
GDS: Così pare. Stupisce questo “silenzio”. Nessuno si è preso la responsabilità di chiarire il perché io sia stato mandato via, anche a costo di lasciare interdetti esimi rappresentanti della struttura giudiziaria o scoperte mansioni essenziali per l’ufficio.
Forse a questo punto il Presidente del Tribunale potrebbe chiedere delucidazioni.

ATU: E quindi, ipotesi? Sappiamo che si è vociferato di una ritorsione anti sindacale.
GDS: In mancanza di spiegazioni ovviamente ogni cosa è pensabile. “Voce di popolo” punta il dito verso il mio ben noto attivismo a livello sindacale.
Sono noto per essere sempre in prima linea per i lavoratori in difficoltà, ho chiamato “REPORT” nel 2007 che girò un lungo servizio su di noi, stranamente mai andato in onda, e firmai anche una lettera al precedente Ministro della Giustizia, quando lo scorso anno siamo rimasti per 6 mesi senza stipendio.
Poi ci hanno tutti licenziati e riassunti a termine. Ed ora accade questo.
Il nostro lavoro è una indegna odissea, molte colpe vanno agli stessi lavoratori ATU che spesso subiscono in silenzio.
Dopo anni di onorato servizio nel Ministero si mettono alla porta persone alla soglia dei 40 anni apparentemente senza alcun motivo, alla faccia della meritocrazia di cui tanto si straparla oggi giorno.
Tutto ciò che dico è noto, provato e sostenibile in qualunque sede.

ATU: Ed ora, come procedere?
GDS: Per ora ho dato mandato ai miei legali per la sola questione lavorativa.
La società, ancora, non ha risposto. Al momento non vorrei aggiungere altro, grazie.



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Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 02:06:58, in Osservatorio Famiglia, linkato 1351 volte)

Stupro di Napoli, la nipote del pedofilo:
abusata tante volte, non mi hanno creduto

 
di Leandro Del Gaudio
NAPOLI (27 febbraio) - Ammissioni choc. Le ha pronunciate poche ore dopo le manette, poco dopo l’ingresso in Questura. È l’alba di martedì scorso, quando Pasquale Modestino dà inizio al racconto. Una storia che parte da lontano, da contesti familiari ritenuti malati e che si ferma a  quel sottopassaggio nei pressi di piazza Carlo III, dove lunedì scorso è stato brutalmente seviziato un ragazzino di dodici anni. Sono le prime ammissioni del 53enne accusato di violenza sessuale, atteso nelle prossime ore dinanzi al gip per la convalida del fermo di polizia. Ecco cosa ha dichiarato il presunto mostro dell’Arenaccia: «Quella storia della creatura è vera, lunedì scorso ho fatto una stronzata». Si tratta di sommarie informazioni rese da Modestino in assenza di un avvocato, che l’indagato potrebbe anche decidere di ritrattare una volta dinanzi al giudice.

Dichiarazioni su quanto avvenuto all’Arenaccia, ma anche sulla presunta violenza sessuale consumata a danno di una nipote tra il 2004 e il 2005, vicenda per la quale Modestino è imputato in un processo che inizierà il prossimo maggio. Ed è su questo precedente giudiziario, sulla storia di un processo non ancora in aula a distanza di cinque anni dalla denuncia, che il ministro della Giustizia chiede chiarimenti. Il guardasigilli Angelino Alfano ha infatti delegato accertamenti all’ufficio ispettorato guidato da Arcibaldo Miller che chiederà una relazione sulla conduzione del procedimento a carico di Modestino. Un procedimento su cui sono in tanti a chiedere chiarezza, a cominciare da un dato cronologico difficile da mandar giù: la denuncia sulle violenze subite dalla piccola nipote di Modestino sono del 2005, mentre l’interrogatorio della presunta vittima viene richiesto dalla Procura il 20 maggio del 2008.
 
Ma non è tutto. La deposizione in aula della bimba - il cosiddetto incidente probatorio - si terrà il 23 settembre del 2008, a tre anni di distanza dalla denuncia iniziale. Il procuratore Giovandomenico Lepore: «Sono indagini complesse, che richiedono accertamenti speciali al termine dei quali non c’erano gli estremi per arrestare l’indagato».

Ma è su questo precedente giudiziario che Pasquale Modestino ha dato inizio al proprio racconto. «Quel fatto della creatura, della mia nipotina, è vero. Quello dell’Arenaccia è stato una mezza stronzata», avrebbe dichiarato. Più avanti, Modestino fornisce alcune ammissioni anche sulla violenza di lunedì pomeriggio.

La sua ricostruzione parte da una premessa: «Avevo bevuto, ero ubriaco, non è che mi ricordo molto di quella scena». Poi l’adescamento. «Dammi un euro, poi l’orologio», fino ad arrivare alla sfida: «Se vuoi di nuovo l’orologio devi seguirmi».

Della nipotina tutti sapevano: e nessuno ha fatto nulla. Nonni, genitori, parenti acquisiti, tutti in silenzio o incapaci di reagire di fronte alle ripetute invocazioni d’aiuto di una bambina di nove anni: «Perché non mi credete, perché nessuno mi crede? Quelli non sono massaggi. E lo ha fatto cinquantamila volte». In lacrime, a casa, con tanto di mani giunte al petto, la piccola pregava: «Gesù risparmiami da questa tortura, perché proprio a me?». I racconti sono di una bambina di 9 anni (oggi ne ha 12), che ha conosciuto la violenza dell’uomo già 5 anni fa quando Modestino, compagno della nonna materna, viveva in casa con lei. Una convivenza interrotta nel 2005. Verbali rilasciati tra il 2005 e il 2007 dai familiari della piccola e finiti nel fascicolo che la procura di Napoli ha aperto contro Modestino e che non sono bastati a farlo finire in galera.

Un giorno, la nonna viene chiamata a scuola perché la piccola Giulia (il nome è di fantasia) aveva dei forti dolori all’addome: all’ospedale i medici riscontrano una forte cistite e una volta tornata a casa la bimba racconta. «Nonna, non è la prima volta che ho questi dolori, l’ho raccontato anche a mamma... la colpa è di Modestino. Di pomeriggio, quando io stavo sul letto a guardare i cartoni animati in camera mia a casa di nonna M., Modestino si alzava dal suo letto e si infilava nel mio. Mi diceva ”adesso ti faccio i massaggi” e cominciava a toccarmi... Io sentivo dolore e allora lui scappava».

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 01:57:55, in Politica, linkato 1102 volte)

Il presidente della Camera pranza col Cavaliere: non possiamo approvarlo così
Alfano: "Modifiche al testo e subito dopo via al confronto con l'Udc"

Intercettazioni, stop di Fini e Bossi
"Il voto di fiducia sarebbe un errore"

di LIANA MILELLA

ROMA - Altolà di Fini e Bossi a Berlusconi. Niente fiducia sulle intercettazioni. Non solo: modifiche congrue per incassare, quando si andrà in aula martedì 10 marzo, il voto favorevole dell'Udc e spaccare l'opposizione. Pranzano assieme, secondo la nuova prassi dei martedì a Montecitorio dopo i lunedì ad Arcore con la Lega, il presidente della Camera con il presidente del Consiglio. Parlano (anche) di intercettazioni. Il leader di An si fa interprete del malcontento che serpeggia nelle file del Pdl contro un testo, il ddl Alfano ormai battezzato "anti-intercettazioni", che rischia di rendere impraticabile l'uso degli ascolti, di imbavagliare la stampa e mandarla in galera. Lo dice al Cavaliere: "Non possiamo approvarlo così. So che per te la questione è delicata, ma evitiamo di andare troppo oltre". Il premier ha la risposta pronta, soprattutto perché la cronaca gliela serve calda nel piatto: "Caro Gianfranco, avrai ben visto che oggi la procura di Roma ha cancellato quella vergogna delle accuse contro di me e Saccà. Le telefonate saranno distrutte, ma nel frattempo tutto il fango possibile è stato gettato. Questo provvedimento è l'occasione per dire basta".

E basta si dirà, ma alle condizioni di Gianfranco Fini. Che la sua emissaria Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e presidente della commissione Giustizia, aveva già anticipato 24 ore prima in una lettera al presidente dell'Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca. Maggiori garanzie per il diritto di cronaca con un'anticipata discovery degli atti (rispetto al black out fino al processo) che consenta di raccontare cosa avviene nei palazzi di giustizia e cosa fanno e come lavorano i pm. La soluzione: si può pubblicare, ma solo per riassunto, quindi senza verbali e intercettazioni, tutto quello su cui cade il segreto, cioè quando le carte vanno in mano agli avvocati. Niente da fare per l'emendamento Bergamini: resta il carcere da uno a tre anni per chi pubblica intercettazioni destinate alla distruzione. Si attenuano invece i "gravi indizi di colpevolezza" per ottenere gli ascolti che diventeranno o "sufficienti", o "rilevanti", o "oggettivi", comunque con una formula differente rispetto ai "gravi indizi" richiesti per una misura cautelare. È la linea su cui lavorava il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo.

Il timing della giornata - richiesta della procura di Roma sul caso premier-Saccà, colazione Fini-Berlusconi, uscita di Umberto Bossi contro la fiducia ("Sulle intercettazioni è sconsigliabile che il governo la metta"), trattative su come cambiare il testo, assemblea Pdl alla Camera - spiega l'esito finale. Il testo non è blindato, quindi le proteste si attenuano. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo sintetizza così: "Noi siamo l'esatto contrario del Pd, perché tra di noi c'è sostanziale unità. Molti dicono che il testo si può cambiare in meglio, ma poi dichiarano che comunque lo voteranno". E la fiducia? Alfano non la esclude: "È presto. Ci vogliono ancora più di dieci giorni. La questione adesso è un'altra. Riunire tecnici e politici (Bongiorno, Ghedini, Caliendo, ndr.). Sistemare il testo in modo da cercare una convergenza con l'Udc che è il nostro interlocutore privilegiato. Domani chiamerò Michele Vietti e parlerò con la Lega".

Restano gli interventi critici di deputati cui era stato raccomandato di non presentare emendamenti. Eccoli, in fila. Gaetano Pecorella vuole evitare "fumus di dubbia costituzionalità"; Angela Napoli non accetta "una legge che aiuta alla criminalità"; Manlio Contento vuole "attenuare i "gravi indizi""; Giancarlo Lehner chiede che "non si facciano errori politici contro i giornalisti". In contro tendenza Luigi Vitali che vuole tornare "al tetto dei 10 anni" e un'incompresa Deborah Bergamini che così si lagna dei suoi ex colleghi: "Distorcono il mio pensiero, non dicono che il carcere ci sarà solo per chi pubblica testi che il giudice ha ordinato di distruggere". Ma è un carcere che nessun giornalista può accettare.

(26 febbraio 2009)

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Giustizia Lo stop di Bossi e Fini al voto blindato. Meno divieti anche per i cronisti

Intercettazioni, niente fiducia
Alfano: cambieremo il testo

Mediazione sui «gravi indizi» per ridurre i limiti

ROMA — Il ddl Alfano sulle intercettazioni sarà cambiato in «due o tre punti». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia, al termine di una riunione-fiume del Pdl alla Camera, finita con il proposito di concordare con Lega e Udc «migliorie» al testo. «Di fiducia non si è parlato» rassicura Alfano. Anche se l'ipotesi non sarebbe del tutto tramontata. Ma la valutazione è rinviata all'arrivo in aula. Due i punti del testo sicuramente da riscrivere: il divieto di intercettare i sospetti se non in «presenza di gravi indizi di colpevolezza», e il divieto di rivelare ogni notizia su arresti e inchieste fino alla loro chiusura.

I divieti restano. Nel primo caso, però, si pensa a una nuova formulazione che unisca «i gravi indizi di reato e i sufficienti indizi di colpevolezza». Nel secondo si ipotizza di «ampliare il diritto di cronaca» così: «Non appena la documentazione viene notificata alle parti si può pubblicare non il testo integrale ma un riassunto». Il terzo punto discusso è l'emendamento Bergamini: quello che prevede tre anni di arresto per i giornalisti che pubblicano intercettazioni destinate dai magistrati al macero. Come le telefonate Berlusconi-Saccà che ieri i pm romani hanno chiesto di distruggere. In nome di questo esempio il governo non vuole che l'emendamento si tocchi. Anche se An preme perché il carcere venga sostituito dalla radiazione dall'ordine dei giornalisti, misura ritenuta più dissuasiva. Gli «aggiustamenti» sono il frutto di un pranzo di chiarimento tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, nel quale il premier avrebbe acconsentito a modifiche «a patto di non stravolgere il ddl».

A Fini Berlusconi avrebbe detto che l'intento del governo «è evitare distorsioni, cancellare abusi e tutelare la privacy». Come quella, ha insistito, che sarebbe stata violata nei suoi colloqui con l'ex capo di Raifiction, Agostino Saccà. La mediazione è giunta al termine di una giornata altalenante. Prima la richiesta dei pm romani di distruggere le intercettazioni su favori e raccomandazioni a starlette. Poi il grave allarme del superprocuratore antimafia Piero Grasso sul «vulnus» che il ddl Alfano crea nel sistema delle indagini ostacolandole. E il suo interrogativo amaro: «Provenzano lo abbiamo preso piazzando le telecamere a Corleone. Lo avremmo preso se fossero state in vigore le nuove norme?». «Il ddl non crea alcun vulnus», si era affrettato a smentire Alfano ma crescevano i dubbi e gli inviti alla cautela. «Su argomenti come le intercettazioni è sconsigliabile la fiducia», aveva avvertito Umberto Bossi. Mentre l'Udc minacciava di non votare il testo. E l'opposizione chiedeva il ritiro del «regalo alla criminalità e alla mafia». Infine la mediazione.

Virginia Piccolillo
26 febbraio 2009

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Di Loredana Morandi (del 27/02/2009 @ 01:46:37, in Osservatorio Famiglia, linkato 1220 volte)

E' un atto dovuto. Anche dopo 17 anni di coma, una donna di circa 30 anni ha un cuore battente che le avrebbe imposto una agonia di anche più di 10 giorni. Non soltanto 4. L'interrogativo è: siamo laici, oppure sotto sotto siamo catto-borghesi e ci interessa solo la popolarità di ritorno da un affaire di portata nazionale?

Il fascicolo riguarda 14 persone: il papà della donna morta il 9 febbraio
il primario Amato De Monte, un altro medico, tutti gli infermieri che hanno attuato il protocollo

"Eluana, è stato omicidio volontario"
Beppino Englaro indagato a Udine

di PIERO COLAPRICO


MILANO - Quello che alcuni temevano arrivasse, altri invece auspicavano, è in questo momento stato aperto: è il fascicolo che imputa di omicidio volontario aggravato 14 persone a cominciare da Beppino Englaro, il papà di Eluana, la donna in stato vegetativo per 17 anni e morta lunedì 9 febbraio. L'imputazione comprende il primario Amato De Monte, un altro medico, tutti gli infermieri che hanno ruotato intorno alle tre stanze della clinica La Quiete di Udine. Forse si tratta di un fascicolo che si apre velocemente e altrettanto velocemente si chiuderà. Una sorta di atto dovuto. Ma secondo indiscrezioni investigative questa nuova indagine partirebbe da una serie di esposti, firmati sia da singoli che da associazioni, che hanno raccontato la storia di Eluana come se fosse la storia di un omicidio. Il fatto che ci sia stata una sentenza della Corte civile d'appello di Milano, confermata dalla Cassazione, e che fosse stato approntato un protocollo per accompagnare gli ultimi giorni di Eluana non ha mai interessato i firmatari di queste denuncie, che in nome della sacralità della vita hanno puntato il dito contro il padre di Eluana.

Il procuratore capo Antonio Biancardi, dal momento del trasferimento di Eluana a Udine, ha diretto in prima persona una serie di inchieste. All'inizio aveva addirittura ipotizzato il sequestro della struttura interna alla casa di riposo che aveva accolto la paziente. nei giorni scorsi un altro fascicolo con quattro indagati: due giornalisti, sempre il papaà, sempre il primario, per aver deciso di scattare numerose fotografie di Eluana poco prima della morte (per 140 di questi scatti, ieri la procura di Trieste non ha convalidato il sequestro). Un'iniziativa che aveva sconcertato gli avvocati difensori. E anche ieri, Vittorio Angiolini, il legale milanese degli Englaro, sembrava stupefatto: "Nessuno ci ha avvisato dell'apertura di questo fascicolo per omicidio, sembra un fatto incredibile che si voglia indagare per qualcosa avvenuta alla luce del sole, e peraltro motivata da alcune sentenze. Stiamo a vedere quello che succede, secondo me diventerà sempre più urgente denunciare per calunnia chi ha diffuso false notizie sul conto della famiglia Englaro".

L'interruzione dell'alimentazione forzata diventa quindi una possibile spiegazione del reato. Come si sa, non nutrire più Eluana era stato considerato da medici e giudici il modo migliore per "lasciare riprendere il percorso naturale della morte" interrotto il giorno dell'incidente stradale, il 18 gennaio 1992, e mai più riavviato dopo la rianimazione, incapace di rianimare davvero. Questo procedimento che aveva anche l'avallo del professor Giandomenico Borasio, professore palliativista dell'Università di Monaco di Baviera e consulente della chiesa cattolica tedesca in materia di bioetica, ha diviso l'opinione pubblica. Per la stragrande maggioranza dei medici è il metodo migliore per una morte il meno dolorosa possibile. Per altri si tratta quasi di una tortura. E' forse anche questa spaccatura ad aver spinto la magistratura udinese a volerci vedere più chiaro e solo nei prossimi giorni si capirà se questa indagine può essere considerata come un atto necessario oppure se aprirà nuovi scenari in questa dolorosa vicenda.

(27 febbraio 2009)

Gli scatti furono effettuati l'8 febbraio su richiesta del padre della donna
Per il magistrato "inesistente in radice" l'ipotesi di reato fatta dai carabinieri

Eluana, 140 foto prima della morte
il pm di Trieste blocca il sequestro

Beppino Englaro: "Esercitata la potestà del Tutore. Esclusa qualunque diffusione al pubblico"

TRIESTE- Sono in tutto 130-140 le foto scattate nella stanza di Eluana Englaro lo scorso otto febbraio, il giorno prima di morire, nella casa di riposo La Quiete di Udine. E dalla Procura della Repubblica di Trieste è arrivato un secco 'stop' al sequestro delle immagini.

Le foto. Fonti investigative friulane hanno confermato che tutte le foto sono state scattate il pomeriggio dell'8 febbraio quando nella stanza di Eluana sono entrati, su richiesta di Beppino Englaro, la giornalista della Rai Marinella Chirico e il fotogiornalista Francesco Bruni, accompagnati dall'anestesista Amato De Monte, dall'infermiera Cinzia Gori e dallo zio di Eluana, Armando Englaro.

Un solo fotografo. Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, a scattare le foto è stato solo ed esclusivamente Bruni che, con la propria macchina, ha fatto 60-70 istantanee della stanza e delle persone che vi si trovavano, senza mai riprendere Eluana. Successivamente, con una macchina fotografica fornita da De Monte, lo stesso Bruni ha scattato altre 60-70 foto a Eluana. Al termine degli scatti, Bruni ha restituito la macchina fotografica a De Monte che l'ha successivamente consegnata alla famiglia Englaro.

Il sequestro. Il primo gruppo di foto è stato sequestrato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Udine a Bruni che l'ha consegnato a Trieste, su richiesta degli stessi militari; il sequestro non è stato convalidato oggi dal sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo giuliano Federico Frezza, che ha anche disposto la restituzione delle foto a Bruni, anche se fino a sera la restituzione non sarebbe avvenuta. Il secondo gruppo di foto, che è quello con le immagini di Eluana, è stato ed è tuttora custodito dalla famiglia Englaro.

"Ipotesi reato inesistente".
Il pm Frezza ha ritenuto "inesistente in radice" l'ipotesi di reato formulata dai carabinieri (inosservanza dei provvedimenti dell'autorità; art. 650 del Codice Penale) dal momento che, secondo il magistrato, non esiste alcun provvedimento dell'autorità e il protocollo per l'interruzione di alimentazione e idratazione di Eluana è una scrittura privata. Per Frezza, inoltre, i limiti previsti nello stesso protocollo, fra i quali il divieto di introdurre nella stanza di Eluana macchine fotografiche e apparecchi di registrazione, sono stati posti da Beppino Englaro, in qualità di tutore della figlia, nell'interesse di quest'ultima per cui lo stesso Beppino poteva decidere di derogare a tali limiti.

Atti a Udine. Frezza ha così disposto la restituzione delle foto a Bruni e la trasmissione di tutti gli atti alla procura della Repubblica di Udine, dove il procuratore Antonio Biancardi ha deciso oggi di delegare al pm di turno, Claudia Finocchiaro, il fascicolo con le indagini svolte finora dai carabinieri. Sarà quindi il pm Finocchiaro a decidere se acquisire o meno le altre foto scattate a Eluana prima di morire, quelle fatte per conto dell'anestesista Amato De Monte e consegnate alla famiglia Englaro, nelle cui mani si trovano tuttora.

Gli indagati. Per le foto, a Udine sono sottoposti a indagini (per l'eventuale violazione dell'articolo 650 del codice penale) lo stesso De Monte, l'infermiera Cinzia Gori, la giornalista della Rai Marinella Chirico e Bruni. Tutti e quattro, il pomeriggio di domenica 8 febbraio, con l'autorizzazione di Beppino Englaro, entrarono nella stanza di Eluana scattando le foto.

Beppino Englaro. Oggi il padre di Eluana ha ribadito che è stato lui ad autorizzare la ripresa di quelle immagini "nell'esercizio della potestà del Tutore e quindi nell'esercizio di un potere privato, per i soli fini della documentazione clinica e per le sole esigenze del trattamento sanitario". Beppino Englaro, inoltre, ha escluso "qualunque diffusione al pubblico" delle foto in "qualsiasi forma e da chiunque praticata".

(26 febbraio 2009)
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