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 fatima ...... di Lunadicarta
 
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La spada della giustizia non ha fodero.

Joseph de Maistre
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 17/02/2009 @ 04:12:09, in Magistratura, linkato 1480 volte)

E' diventata una prassi: la Corte d'Appello, insufficiente e a metà organici
rinvia regolarmente di otto anni. Un anziano: "Speriamo di esserci..."

"Il processo? Aggiornato al 2017
La giustizia lumaca di Reggio Calabria

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA - Quando il signor Antonio, pensionato reggino, ha sentito che il processo era stato aggiornato al gennaio del 2017, s'è girato verso l'avvocato è ha sussurrato: "Speriamo di esserci ancora". E' ormai diventata una prassi. Alla Prima Sezione civile della Corte d'Appello di Reggio Calabria, tra un'udienza e l'altra passano 8 anni, almeno. Nel calendario dei giudici non ci sono buchi fino a gennaio del 2017, e le agende dei legali diventano per necessità decennali. Così, per ottenere un risarcimento danni o per una causa di separazione, per incidenti stradali o semplicemente per dirimere i contenziosi patrimoniali i tempi diventano biblici. Le pratiche prendono polvere negli archivi e la giustizia diventa una chimera.

Ci sono processi iniziati da un giudice e definiti da un altro, nei quali cambiano gli avvocati e persino le parti. Figli chiamati a chiedere, per conto dei propri genitori, i risarcimenti che non hanno avuto i padri. I dati parlano chiaro e sono stati forniti dallo stesso presidente della Corte d'Appello Luigi Gueli, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nel 2004 i procedimenti pendenti erano 3.384, nel 2008 il carico è cresciuto fino a toccare i 4.830 processi. Numeri destinati a crescere visto che i fascicoli sopravvenuti continuano ad essere più di quelli chiusi. Solo nell'ultimo anno infatti, a fronte di 393 processi definiti, i giudici si sono visti arrivare faldoni per altri 630 procedimenti. Praticamente il doppio. E in futuro nulla lascia presagire che le cose possano cambiare, anzi.

Ne è convinto anche Gueli: "I ricorsi iscritti a ruolo nel 2008 saranno forse decisi nel 2015-20016. Presto arriveremo a rinviare per il 2018 e probabilmente oltre. Purtroppo la mole di lavoro è abnorme. Si ricorre in appello per qualsiasi sciocchezza. I processi civili seguono l'iter dei tre gradi di giudizio, mentre in molti casi si potrebbe sfoltire. Serve una legge che consenta di dichiarare inammissibili i ricorsi oppure bisognerebbe stabilire per le pratiche minori un solo grado di giudizio come avviene in molte parti del mondo. Ma questo attiene al legislatore, non al tecnico. Noi applichiamo la legge, non la facciamo". E aggiunge: "Per ora dobbiamo dare seguito tutti i processi compresi quelli per una contravvenzione stradale o quelle del valore di poche decine di euro".

Una sola sezione a fronte di tre tribunali (Reggio, Locri e Palmi) che sfornano sentenze. Tre giudici in tutto quando la pianta organica ne prevede sei. Per il segretario del sindacato degli avvocati Mario De Tommasi, servirebbe "ameno una seconda sezione e non è detto che sia sufficiente". Ogni giovedì, giorno di udienze la stessa storia: l'avvocato Maria Luisa Mascianà racconta di come "per ottenere i risarcimenti siano necessari tempi biblici, mentre nel frattempo le aziende falliscono e le separazioni non vanno avanti. Ci sono casi in cui la vittoria di alcuni assistiti è certa perché, nel frattempo, sono intervenute sentenze della Cassazione su argomenti analoghi, tuttavia bisogna attendere e nell'attesa è necessario pagare perché le sentenze di primo grado sono comunque esecutive. Crediti, insomma, che forse non sarà più possibile recuperare se non a distanza di molti anni".

C'è di tutto nei faldoni della giustizia negata che attendono di essere esaminati. La vita di famiglie intere e quella di imprenditori. Piccoli contenziosi e bisogni reali. Beghe di condominio e procedimenti complessi. Tutto rimandato, dice De Tommasi, uno dei vecchi principi del foro, "al gennaio del 2017, se tutto va bene, e se porteremo ancora la toga".

(La Repubblica 17 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 15:09:29, in Magistratura, linkato 1347 volte)
Spataro: "Battisti è un assassino, il suo processo fu giusto"


Padova. Il figlio di Lino Sabbadin ucciso dal terrorista trent'anni fa, lancia un appello: "I giudici brasiliani decidano col cuore, non con la penna"

Padova. Un urlo, gli spari, un grumo di sangue sul grembiule bianco della mamma. Se li porta dentro da trent'anni, Adriano Sabbadin, quei tragici fotogrammi dell'omicidio del padre, di anniversari consumati in una preghiera e una visita in cimitero, avvolti dal silenzio delle istituzioni, ovattati dall'impotenza della giustizia.
Fino a ieri, spera, quando, grazie ad un incontro organizzato dalla Associazione vittime del terrorismo nella sede municipale di Padova, ha potuto - di fronte a politici, magistrati, a mogli e figli colpiti come lui dall'odio degli anni di piombo - ripristinare ruoli e responsabilità: suo padre, Lino, macellaio di Santa Maria di Sala, che aveva difeso la sua famiglia e il suo lavoro da un rapinatore, la vittima; Cesare Battisti, che con Diego Giacomini quel 16 febbraio 1979 gli sparò nel nome dei Proletari armati per il comunismo, l'assassino.
"I giudici brasiliani decidano con il cuore, non con la penna" si appella Adriano Sabbadin.
Un invito, quello di ripristinare verità e giustizia, che il procuratore della Repubblica aggiunto di Milano, Armando Spataro, interpreta con il piglio e l'autorevolezza di chi conosce le carte e ha guidato le inchieste. Sull'attualità, il magistrato non ha dubbi: "Cesare Battisti è un assassino, che è stato giudicato e condannato nella totale legalità e garanzia. Le tesi sostenute dal ministro della Giustizia brasiliano nei confronti del nostro sistema giudiziario sono pertanto offensive. Per l'estradizione di Battisti il governo italiano sta facendo tutto quello che è nelle sue possibilità".
Un Battisti, comunque, sostenuto da lobby internazionali e soprattutto dall'ignoranza.
"In un recente dibattito a Parigi - rivela Spataro - ho sentito professori universitari francesi sostenere che Battisti e gli altri terroristi italiani sono stati giudicati da tribunali speciali".
Anni, comunque, attraversati e vinti con leggi che mai hanno intaccato le garanzie democratiche dei cittadini. "La legge sui pentiti - ha insistito Spataro - è stata determinante per battere il terrorismo. Ancora poco si sa dei suoi effetti, ma posso assicurare che grazie alla collaborazione dei pentiti è stato possibile salvare molte vite umane".
Quanto alla proposta che periodicamente viene lanciata di chiudere la stagione del terrorismo, Spataro non ha dubbi: le leggi sui pentiti e gli ordinamenti carcerari sono stati sufficienti. In carcere sono rimasti i cosiddetti irriducibili e chi ha commesso altri reati. Niente amnistie, dunque.
Aspettando Battisti, Spataro ricorda a tutti le parole di Sandro Pertini: "Il nostro Paese è l'unico che può vantarsi di aver battuto il terrorismo nelle stanze della giustizia e non negli stadi".
Il dovere della memoria, perché nessuna democrazia e salda se non ricorda: questo il messaggio che parte da Padova. E per rafforzare questo esempio che l'Associazione Vittime del Terrorismo si appresta a formalizzare all'amministrazione comunale la richiesta di istituire una "Casa della Memoria".

Francesco Cassandro per Il Gazzettino
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 14:46:55, in Giuristi, linkato 1401 volte)

Dal caso Englaro al problema delle direttive anticipate.


1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell'uomo, l'habeas corpus, il diritto all'autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.

2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all'intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l'esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.

3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:

a) La Convenzione di Oviedo, che l'Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all'art 5, che "Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell'intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso". La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni "intervento nel campo della salute", espressione più ampia che può corrispondere a quella di "atto medico", vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un'invasione della sfera corporea.

All'art 9 si prevede che "I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione", ove se da un lato non si qualificano i "desideri" come vincolanti, dall'altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle "dichiarazioni di volontà" (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l'atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.

b) La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all'integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All'integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell'art. 2, secondo il quale "Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc." Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico."

c) La Costituzione italiana, che tutela l'autodeterminazione all'art. 13, configura all'art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, "in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell'identità senza la quale cade la ragion d'essere della dignità dell'uomo.

d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un'acquisizione consolidata della giurisprudenza europea, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell'800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev'essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l'eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.

e) Egualmente estraneo all'eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l'interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l'art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 "Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita", e l'art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).

Confidiamo che il legislatore italiano saprà e vorrà tenere in conto questi principi e adeguare ad essi la disciplina delle direttive anticipate, evitando di espropriare la persona del diritto elementare di accettare la morte che la malattia ha reso inevitabile, di combattere il male secondo le proprie misure e - se ritiene - praticando soltanto il lenimento della sofferenza, senza rimanere prigioniera, per volontà di legge, di meccanismi artificiali di prolungamento della vita biologica.

Il documento è sottoscritto dai seguenti Professori di diritto civile

(in ordine alfabetico)

Guido Alpa Università di Roma La Sapienza, Giuseppe Amadio Università di Padova, Tommaso Auletta Università di Catania, Angelo Barba Università di Siena, Massimo Basile Università di Messina, Alessandra Bellelli Università di Perugia, Andrea Belvedere Università di Pavia, Alberto Maria Benedetti Università di Genova, Umberto Breccia Università di Pisa, Paolo Cendon Università di Trieste, Donato Carusi Università di Genova, Maria Carla Cherubini Università di Pisa, Maria Vita De Giorgi Università di Ferrara, Valeria De Lorenzi Università di Torino, Raffaella De Matteis Università di Genova, Gilda Ferrando Università di Genova, Massimo Franzoni Università di Bologna, Paolo Gaggero Università di Milano Bicocca, Aurelio Gentili Università di Roma Tre, Francesca Giardina Università di Pisa, Biagio Grasso Università di Napoli Federico II, Gianni Iudica Università Bocconi Milano, Gregorio Gitti Università di Milano Statale, Leonardo Lenti Università di Torino, Francesco Macario Università di Roma Tre, Manuela Mantovani Università di Padova, Marisaria Maugeri Università di Catania, Cosimo Marco Mazzoni Università di Siena, Marisa Meli Università di Catania, Salvatore Monticelli Università di Foggia, Giovanni Passagnoli Università di Firenze, Salvatore Patti Università di Roma La Sapienza, Paolo Pollice Università di Napoli, Roberto Pucella Università di Bergamo, Enzo Roppo Università di Genova, Carlo Rossello Università di Genova, Liliana Rossi Carleo Università di Napoli, Giovanna Savorani Università di Genova, Claudio Scognamiglio Università di Roma "Tor Vergata", Chiara Tenella Sillani Università di Milano Statale, Giuseppe Vettori Università di Firenze, Alessio Zaccaria Università di Verona, Mario Zana Università di Pisa, Paolo Zatti Università di Padova
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 14:39:16, in Magistratura, linkato 1266 volte)
ASSEMBLEA NAZIONALE
Unità per la Costituzione



14.2.2009

MOZIONE CONCLUSIVA


L’attuale contesto storico-politico di involuzione democratica del paese e il rischio che i poteri di controllo vengano ridotti a vuoti simulacri confermano la necessità di rilanciare il ruolo di elaborazione e proposta tipico delle aggregazioni ideali in magistratura che in questa funzione devono trovare le loro ragioni di esistere.

Le tensioni istituzionali di questi ultimi giorni hanno reso manifesto quanto sia delicato il meccanismo dell’assetto costituzionale nell’attuale frangente storico e quanto il ricorso alla decretazione di urgenza debba essere sempre esercitato in sintonia con il principio della separazione dei poteri dello Stato.

Unità per la Costituzione esprime un pensiero riconoscente al Capo dello Stato per la tutela concreta e decisa del fondamentale principio democratico della distinzione e del reciproco rispetto tra i poteri dello Stato.

La crisi permanente di efficacia ed effettività del processo penale e del sistema delle pene oggi si unisce a un progetto di evidente compressione dell’indipendenza del Pubblico Ministero attraverso il ridimensionamento del suo ruolo nelle indagini (con lo sganciamento della Polizia Giudiziaria dalle direttive del PM e con il differimento della trasmissione della notizia criminis), il depotenziamento dell’efficacia dei principali strumenti investigativi a sua disposizione (con il ddl sulle intercettazioni), la pericolosa previsione di dubbia costituzionalità dell’elettività del P.M. dinanzi al Giudice di Pace e il consapevole svuotamento degli uffici di Procura in tutto il paese e in particolare negli uffici giudiziari meridionali.

I vuoti dell’organico degli uffici di procura – allo stato quantificabili in circa 210 sostituti procuratori – in uno all’insufficienza dei rimedi economici e normativi proposti aleatoriamente per ovviare all’incomprensibile divieto di assegnazione alla Procura dei nuovi magistrati in tirocinio (con il conseguente rischio di favorire il meaccanismo dei trasferimenti di ufficio), possono porre le premesse per un reclutamento straordinario dei magistrati requirenti senza un adeguato ed approfondito vaglio della professionalità degli aspiranti che può essere solo garantito dal meccanismo concorsuale ordinario, peraltro, innovato con la recente riforma dell’ordinamento giudiziario.

L’insostenibilità dei carichi di lavoro per tantissimi magistrati italiani che operano in strutture vetuste e senza alcuna reale assistenza giudiziaria è ormai un’emergenza professionale senza precedenti: occorrono iniziative - metodologicamente fondate e non estemporanee - di analisi dei flussi di lavoro e della capacità reale di smaltimento dei procedimenti arretrati che consentano di proporre e sostenere una giurisdizione di qualità che non si riduca a mero produttivismo giudiziario, insieme ad una seria riflessione sui sistemi di delfazione della domanda di giustizia.

In questo contesto il migliore antidoto alle derive antidemocratiche e alla tentazione del pensiero unico che l’attuale confronto massmediatico ci propone è costituito dalla forza del “pensiero organizzato”.
Di fronte alla sfida della modernità il circuito del governo autonomo della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati e i gruppi organizzati che la compongono costituiscono insostituibili spazi di riflessione collettiva sull’efficienza del servizio giustizia e sulla ragionevole durata dei processi, sulla tutela dei diritti e sul contrasto all’illegalità diffusa.
Non intendiamo cedere alle suggestioni di chi offre una lettura, superficiale, qualunquista o strumentale, delle emergenze che ci circondano, in chiave esclusivamente autocritica e demolitoria
Il ruolo proprio delle correnti non è confondibile con quello che si traduce nell’esaltazione della logica di appartenenza e dunque nella tutela del “sodale”.

Per guardare oltre il muro di stanchezza, insofferenza e qualunquismo che corrode la cultura della giurisdizione, occorre partire da un’oggettiva, pacata riflessione su come il governo autonomo e il potere diffuso dei magistrati siano stati sinora vissuti e coerentemente testimoniati.
Doverosamente dobbiamo confrontarci con tutte le riflessioni costruttive e anche critiche che possano consentire di migliorare le analisi e le proposte della magistratura associata italiana.
Abbiamo consapevolezza che la crisi di identità della magistratura italiana, oltre che principalmente a causa esterne di natura storica e politica, è legata anche a cause e responsabilità interne al sistema dell’associazionismo e del governo autonomo che impongono una severa riflessione e la scelta di un percorso di autoriforma che consenta al circuito stesso di esercitare pienamente le sue competenze di politica giudiziaria.
Non deve però sottacersi - anzi va riconosciuto - che il percorso intrapreso dal C.S.M. chiamato all’attuazione del nuovo ordinamento giudiziario secondo una lettura costituzionalmente orientata ha trovato proprio sul terreno delle valutazioni di professionalità e della nomina dei direttivi un primo positivo riscontro che ci restituisce un modello di magistrato che viene oggi finalmente valutato secondo merito e adeguatezza alle circostanze.
Così come le prossime valutazioni dopo la scadenza del primo quadriennio costituiranno, ad avviso di Unità per la Costituzione, una straordinaria occasione da parte del C.S.M. di dimostrare la capacità del governo autonomo di valutare il lavoro fatto in modo da tenere insieme l’essenzialità costituzionale della funzione giurisdizionale e le legittime attese dei cittadini.
Non v’è dubbio che la nuova discrezionalità affidata dalla legge alle competenze e alla responsabilità del C.S.M. rende necessaria una più precisa indicazione dei criteri oggettivi che consentano di individuare le migliori professionalità secondo percorsi e metodologie sperimentate e leggibili. Così come un approccio non dilettantistico alla sfida della modernità impone che il C.S.M. si doti di una nuova cultura dell’organizzazione che consegni al governo autonomo gli strumenti di analisi e di lettura diversificata del sistema giudiziario italiano.

Siamo però fermamente contrari a manipolazioni dell’assetto costituzionale della magistratura italiana e dell’attuale composizione consiliare: ogni proposta – anche con riferimento al funzionamento della sezione disciplinare secondo una linea di demarcazione tra la funzione giurisdizionale e le distinte attività di amministrazione consiliari - volte a discutere l’assetto dell’organo di governo autonomo dovrà essere considerata esclusivamente nell’ottica di un miglioramento della professionalità dei magistrati italiani e non già in funzione di un asservimento della giurisdizione a logiche partitiche ovvero all’adozione di meccanismi casuali di selezione e culturalmente aleatori ed improbabili.

Nella consapevolezza che queste sfide interne ed esterne ci impongono, ribadiamo la centralità dell’associazionismo giudiziario e delle aree culturali che in oltre cinquant’anni di vigenza della Costituzione Repubblicana hanno contribuito alla democratizzazione della giurisdizione in Italia.
Rivendichiamo il diritto di libertà di associazione dei magistrati italiani e del ruolo ineliminabile dei gruppi associati della magistratura quali centri di elaborazione culturale e di confronto, funzionali a realizzare responsabilmente una partecipazione trasparente, consapevole e responsabile dei magistrati al governo autonomo della magistratura.
Al di là delle quali si apre soltanto la prospettiva di formazioni e aggregati all’esclusivo servizio di interessi individualistici, non legate alle idee e alle proposte.

APPROVATO ALL’UNANIMITA’.
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 13:13:51, in Politica, linkato 1086 volte)

Se il berla non sta attento e dopo Fini il suo elettorato voterà Rifondazione ...

E Su facebook è un proliferare di gruppi contro l'ex guardasigilli

Mastella, rivolta sul sito di Forza Italia
«Non vogliamo voltagabbana nel Pdl»

Militanti e simpatizzanti del Popolo delle libertà su «Spazio Azzurro»: «Se Clemente resta voteremo Lega»

La notizia della sua candidatura, alle europee e col Pdl, è di appena due giorni fa. Eppure il ritorno di Clemente Mastella ha già suscitato diversi malumori. Almeno tra gli internauti. Su Facebook è tutto un proliferare di gruppi (dal numero esiguo di iscritti, a dire il vero) contrari al binomio Mastella-Pdl: quello più numeroso (una quarantina di membri circa) si chiama «Non vogliamo Mastella nel Pdl». Ma ci sono anche «Se Mastella non esce dal PDL....esco io!» e «Mastella alle Europee col PDL: Ecco i meritati 33 denari (30 + 3 di IVA)!!». Più che i gruppi su Facebook, però, sorprende la vera e propria rivolta del popolo azzurro sul sito di Forza Italia. Nello "Spazio Azzurro", la pagina Web che raccoglie sfoghi, complimenti, critiche o semplicemente osservazioni di militanti e simpatizzanti del partito fondato da Silvio Berlusconi, è dura la reazione di molti sostenitori del Pdl alla candidatura dell'ex Guardasigilli. Una bocciatura quasi unanime quella di quanti scrivono su "Spazio Azzurro" di Mastella, apostrofato come un "voltagabbana". Come su Facebook, anche sul sito di Forza Italia c'è chi minaccia di abbandonare il Pdl e di votare Lega. Minacce e anche suppliche: «Annullate la candidatura di Mastella, vi prego». Si firma "Ceppalone" uno degli arrabbiati azzurri: «Benvenuto a Mastella nel Pdl! Ci voleva un volto nuovo e pulito da proporre al Parlamento europeo! Ma cribbio...».

«ORA BASTA» - «Pensate - domande un altro sostenitore azzurro - che gli elettori del Pdl siano così smemorati da aver dimenticato chi è Mastella? Idioti! No a Mastella nel Pdl», insorge "Alkampfer", secondo il quale «candidare Mastella nel Pdl è una vaccata immane! Un grave errore». E un altro elettore di centrodestra si fa portavoce di quanti invocano un ripensamento: «Siamo un gruppo di simpatizzanti di Forza Italia, siamo rimasti allibiti quando abbiamo appreso della candidatura di Mastella per il Pdl: vi preghiamo con forza di annullarla». Per "Molder" la misura è colma: «Prima Capezzone e Dini, ora Mastella. Noi portiamo acqua al Partito e Voi gli regalate le poltrone. Basta: io mi fermo qui».

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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 13:04:27, in Sindacato, linkato 1072 volte)

INTERCETTAZIONI: CARCERE A CHI PUBBLICA QUELLE DA DISTRUGGERE

(AGI) - Roma, 16 feb - Carcere da uno a tre anni per chi pubblica il contenuto delle intercettazioni di cui e' stata ordinata la distruzione. E' passato in commissione giustizia della Camera l'emendamento presentato dalla parlamentare Pdl Debora Bergamini. Via libera anche alla proposta di Nino LoPresti che vieta la pubblicazione delle intercettazioni espunte dal processo perche' riguardanti fatti e persone estranee alle indagini. Anche in questo caso la pena e' la reclusione da uno a tre anni "E' l'ennesimo strappo della maggioranza - commenta il ministro ombra del Pd, Lanfranco Tenaglia - dopo lo strappo fatto allo strumento di ...


La mia impressione?

Avremo l'occasione di vedere istanze di sequestro e perquisizione sullo stile di quella di Salerno sempre più spesso. Le verità sporche dell'Italietta del quartierino dovranno pur uscire affinché gli italiani sappiano...

E poi, basta con questi ministeri ombra e con la pubblicità ingannevole.
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 12:48:41, in Politica, linkato 1136 volte)
Io sono, per una volta, in disaccordo con la CEI. In Italia i problemi veri sono: i pedofili di 30 anni e gli stupratori di 15. Poi ci sono i rumeni e gli altri extracomunitari, ma devo aver già detto che qualcosa è cambiato nella gestione delle donne da marciapiede. E cmq che i rumeni siano bestie, lo posso testimoniare io stessa perché ho visto con i miei occhi le condizioni della vecchietta numero X alla ennesima potenza (nel mio quartiere, ha più di 80 anni ed è paralitica sulla sedia a rotelle) picchiata e derubata dalla badante e dal partner rumeno.

16/2/2009


Severi ma giusti
   
MARCELLO SORGI

Dopo quel che è accaduto tra sabato e domenica in tre grandi città come Roma, Milano e Bologna, il governo ha fatto bene a dare un’accelerata in materia di stupri. Il decreto annunciato ieri e messo all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri dovrebbe servire ad anticipare parte delle misure anticriminalità già approvate in Senato, a cominciare dal blocco delle scarcerazioni per i violentatori.

E ciò non solo perché in almeno una delle tre violenze, a Bologna, il responsabile - un immigrato tunisino di 33 anni - era già stato arrestato e liberato due volte in dieci mesi, malgrado si fosse macchiato di reati gravi come lo spaccio di droga. Ma anche perché, dall’inizio dell’anno, in altri due casi i colpevoli, anche se non tutti, sono stati subito rispediti a casa agli arresti domiciliari. Di qui a una piena libertà, troppo spesso, si sa, il passo è breve. E ancor più corto, purtroppo, quello tra la libertà e il ritorno alla delinquenza.

Non a caso, a caldo, su un punto le reazioni dei due sindaci di Roma e Bologna, pur provenienti da schieramenti politici opposti, sono state coincidenti. Alemanno ha chiesto alla magistratura «di dare segnali forti». E Cofferati s’è lamentato che i giudici non siano in grado «di assicurare la certezza della pena».

Questo, e non altro, chiedono i parenti delle vittime. Non riescono a spiegarsi come mai, mentre ancora le loro figlie giacciono in un lettino d’ospedale, o cercano faticosamente, con l’ausilio di uno psicologo, di ricostruire le loro terribili esperienze, gli arrestati possano tornare liberi, o semiliberi, dopo solo un paio di notti passate in cella.

In genere, a queste obiezioni, i magistrati rispondono che è la legge a consentirlo, e che perfino un violentatore, se confessa o collabora positivamente alle indagini, ha diritto di attendere il processo fuori del carcere o a piede libero. Se non c’è pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, dice appunto la legge, l’arrestato può essere rimesso in libertà.

Tali interpretazioni delle norme non tengono conto dell’emergenza rappresentata dagli stupri che ormai si verificano tutti i giorni, e dall’allarme sociale che determinano tra i cittadini. Certe cose i giudici non vogliono sentirsele dire. Tra loro c’è anche chi pensa - non a torto, in qualche caso - che se i politici evitassero di scontrarsi quotidianamente, contendendosi i voti, sulla sicurezza, anche le preoccupazioni dei cittadini diminuirebbero.

Ma, a questo punto, non si tratta solo di preoccupazioni. A Roma, sia nel caso dello stupro della notte di Capodanno (violentatore preso e già scarcerato), sia in quello dei due morosi quindicenni aggrediti alle sette di sera nel quartiere molto affollato della Caffarella, i genitori delle vittime hanno minacciato di farsi giustizia da soli. Si dirà che, in certi momenti, la rabbia e il dolore fanno pure straparlare. Ed è vero. Ma se il padre, o la madre, di una ragazza stuprata vuole una pena severa per chi ha violato la figlia, non straparla: chiede una cosa giusta.

È possibile che anche queste considerazioni siano alla base dell’accelerata decisa dal governo. Ma proprio perché il decreto è ancora in gestazione, e non è dato sapere quante delle norme uscite dal Senato vi saranno inserite, senza nulla togliere all’urgenza dell’intervento, forse c’è ancora tempo per riflettere e selezionare meglio le misure da far partire nell’immediato. Bene, appunto, il blocco delle scarcerazioni per gli stupratori. E bene, se si realizzerà, l’incremento degli organici delle forze dell’ordine, in controtendenza con i tagli che anche in questo delicato settore sono stati imposti dalla situazione dei conti pubblici. Se invece, com’è prevedibile, l’aumento del numero di poliziotti e carabinieri dovesse rivelarsi più difficile da realizzare, si potrebbe decidere di richiamare quelli destinati all’estero in missioni di pace, e sostituiti sulle strade delle metropoli da soldati meno adatti e meno addestrati per compiti di sicurezza.

Sarebbe opportuno, poi, che davanti a decisioni del genere l’opposizione rinunciasse alle polemiche e favorisse l’iter parlamentare dei provvedimenti. Nello stesso senso, per agevolare un confronto meno teso nelle aule della Camera e del Senato, potrebbe muoversi il governo. Una delle misure che dividono di più riguarda le ronde di liberi cittadini che, sia pure senza armi, e autorizzati dai sindaci, dovrebbero affiancare le forze di polizia nei pattugliamenti notturni delle strade. In un momento di così grave tensione, con la gente che minaccia vendetta in mancanza di giustizia, i rischi di una svolta come questa potrebbero rivelarsi superiori agli eventuali vantaggi.

Proprio perché siamo di fronte a un’emergenza, che colpisce in misura eguale città amministrate dalla destra e dalla sinistra, non sarebbe male agire severamente, ma con freddezza. Separando le azioni utili da quelle destinate a venire incontro alle emozioni più diffuse, la politica dalla propaganda, gli annunci dagli interventi concreti. E cercando, soprattutto, di non alimentare illusioni: perché la guerra contro la criminalità e per una maggiore sicurezza sarà lunga. Molto più lunga di quel che ci si può aspettare.

La Stampa
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 12:40:56, in Osservatorio Famiglia, linkato 1156 volte)
Stupro alla Caffarella, pronti gli identikit
Gli investigatori: hanno le ore contate

La polizia è sicura che i due aggressori siano romeni:
uno ha i capelli lunghi e la carnagione scura

ROMA (16 febbraio) - Pronti gli identikit dei due uomini, stranieri dell'est europeo, autori della violenza nel Parco della Caffarella, ai quali i due ragazzini aggrediti hanno tentato di dare un volto: uno è stato descritto scuro e con i capelli lunghi....

- La ragazza: «Fatemi vedere tutte le foto, prendeteli e metteteli dentro» 
- Le compagne della vittima: mai più nel parco
- Controlli dei carabinieri nei campi nomadi fino a Civitavecchia

Raid razzista all'Appio: in venti gridavano: «Vi ammazziamo»

Gli aggressori: «Di dove siete?». Titolare locale: «Ho paura»
Alemanno: «No alla giustizia fai da te»

ROMA (16 febbraio) - «Erano una ventina di ragazzi incappucciati e si sono scagliati con le mazze contro i quattro romeni gridando, vi ammazziamo». Questa è la ricostruzione che ha fatto il proprietario del negozio di kebab,...
- Giovedì scorso violentò una donna romena: italiano ai domiciliari
- Mai farsi giustizia da soli
- Il direttore ufficio immigrazione Cei: grave l'equazione romeni uguali delinquenti

Misure antistupro, il governo a caccia
di fondi per le forze dell'ordine


di Marco Conti
ROMA (16 febbraio) - "Ronde padane" e "militari di pattuglia" non sembrano aver migliorato la sicurezza nelle nostre città e il governo corre ai ripari puntando...

- Veltroni: auto della polizia ferme perché non ci sono soldi per la benzina
- Stupro, la legge negli altri Paesi
- Lo psicologo: «Denunciare l'aggressione permette di uscire dall'incubo»

Mantovano: «Sì alle ronde». E' polemica
D'Alema: «Frutto di incitamento razzista»

ROMA (16 febbraio) - «Nel disegno di legge sulla sicurezza c'è una norma che fissa delle...
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 12:37:50, in Estero, linkato 1121 volte)

Stupro, la legge negli altri Paesi

ROMA (16 febbraio) - Lo stupro è punito in Francia con pene fino a 15 anni di carcere. Diverse leggi, provocate anche dall'emozione suscitata da alcuni casi in cui lo stupratore era già stato condannato per crimini simili, hanno reso più severe le pene in caso di circostanze aggravanti. La recidiva può portare la reclusione fino a trent'anni, mentre se la violenza avviene con la tortura o atti di barbarie è punita con l'ergastolo. Aggravante è anche considerata la violenza sessuale «coniugale». Di recente, il presidente Nicolas Sarkozy ha chiesto nuove leggi ancora più severe per i criminali sessuali giudicati «pericolosi». In particolare, aprirà entro la fine dell'anno a Lione il primo «ospedale prigione», un istituto sanitario cui saranno inviate persone che hanno finito di scontare la loro pena per reati sessuali, ma che sono considerate ancora a rischio di recidiva.

Spagna. Proprio ieri la Spagna, commossa e indignata, scopriva che una diciassettenne scomparsa da oltre un mese, Marta del Castillo, è stata uccisa dal suo amichetto e gettata nelle acque sivigliane del Guadalquivir dove si cerca il corpo. I reati contro la donna, le violenze e gli stupri, sono trattati in Spagna con grande attenzione e durezza a causa di una forte sensibilità sociale, dovuta soprattutto alle numerose donne uccise dai mariti o compagni, spesso durante o dopo una tormentata separazione. Lo stupro, senza aggravanti, è punito con pene tra sei e dodici anni. Dal 2006, invece, con la cosiddetta "Legge sulla violenza di genere", qualsiasi atto di violenza, anche uno schiaffo, se commesso contro una donna porta con sé una discriminazione positiva. La pena lievita perché si passa al reato immediatamente superiore.

Gran Gretagna. Recentemente il ministero della Giustizia inglese ha sollecitato la certezza della pena per chi viene accusato di stupro. Infatti solo il 6% delle violenze denunciate sfocia in una condanna al carcere. L'anno scorso la Corte d'Appello ha fatto giurisprudenza con una sentenza cruciale: può esserci stupro anche se la vittima, ubriaca o sotto effetto di stupefacenti, acconsente al rapporto. Inoltre le pene sono più rigide in base all'età della vittima. Se è maggiore di 16 anni la pena minima è di 5 anni di carcere. Se l'età è tra i 13 e 16 anni la pena sale a 8 anni; 10 se la vittima è minore di 10 anni. Aggravanti come rapimento, stupro di gruppo o lesioni pesanti possono aumentare la pena di base di 8, 10 o 13 anni (rispettivamente nei tre gruppi di età della vittima). Il codice prevede però, come condanna massima, l'ergastolo. Tuttavia l'attuale lunghezza media di una pena per stupro è di 7 anni e mezzo.

Germania. La legge tedesca prevede la reclusione da un minimo di un anno a un massimo di quindici per i reati di violenza carnale. Se la vittima è minorenne si passa da sei anni al carcere a vita. Nel 2007 sono stati denunciati 8.181 casi di violenza carnale. Ma anche in Germania la maggior parte delle violenze non viene denunciata. Tanto che di recente è stato approvato un provvedimento legislativo che nei casi di violenza carnale in famiglia il reato può essere perseguito anche senza la denuncia da parte della donna. Il fatto penalmente rilevante può essere denunciato anche da un estraneo al nucleo familiare. Può rivolgersi all’autorità giudiziaria chi è stato testimone della violenza, anche se è stata consumata all’interno della cerchia familiare.

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 12:34:39, in Magistratura, linkato 1286 volte)
16/2/2009

Chi rallenta la giustizia
   
BRUNO TINTI

Ogni tanto i politici italiani si avventurano in frasi destinate, nelle loro intenzioni, a restare nella Storia. Sarebbe meglio che, almeno, stessero zitti. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha svolto alla Camera la sua relazione annuale sull’amministrazione della giustizia; e ha detto: la crisi della giustizia «ha superato ogni limite di tollerabilità. Il più grande nemico della giustizia è la sua lentezza che coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese». Poi è comparso lo «Schema di disegno di legge recante: Disposizioni in materia di procedimento penale» e tante altre sorprendenti novità. E io sono rimasto a chiedermi che ne è stato del problema della lentezza dei processi.

Non basta un volume per parlar male di questa riforma. E così, per il momento, parlo solo di una stupefacente novità. Il nostro dissennato codice di procedura penale qualche sprazzo di ragionevolezza lo conservava: secondo l’art. 238 bis, le sentenze emesse in un processo e divenute irrevocabili (significa che non si può più fare appello né ricorso per Cassazione) potevano essere acquisite in un altro processo e costituire elemento di prova, purché confermate da altri riscontri. La cosa si capisce meglio con un esempio. Processo a carico dell’avvocato inglese Mills per corruzione in atti giudiziari; come tutti sanno, nello stesso processo era imputato anche il presidente del Consiglio, come corruttore. Poi è arrivato il Lodo Alfano e la posizione di Berlusconi è stata stralciata (vuol dire che di un processo solo se ne sono fatti due; quello a carico di Mills è continuato e l’altro è stato sospeso). Ora entrambi gli imputati attendono il loro destino: Mills aspetta di sapere se sarà condannato, la sentenza è attesa a giorni. Berlusconi aspetta di sapere se la Corte Costituzionale deciderà che il Lodo Alfano è incostituzionale. Se il Lodo Alfano non superasse l’esame della Corte (il suo predecessore, il Lodo Schifani, l’ha già fallito), il processo a suo carico riprenderebbe e, qui è il punto, la sentenza nei confronti di Mills, quando definitiva, potrebbe essere acquisita e fare prova dei fatti in essa considerati. Se fosse una sentenza di condanna, essa costituirebbe prova del fatto che Berlusconi corruppe Mills; tanto più se, secondo l’ipotesi di accusa, i «piccioli», i soldi, fossero davvero arrivati da un conto nella sua disponibilità.

Guarda caso, l’articolo 4 della riforma destinata a risolvere il problema della lentezza dei processi dice: l’articolo 238 bis è sostituito; nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato. Sembra tutto uguale, vero? Invece no: adesso le sentenze emesse in un altro processo fanno prova solo nei processi per mafia, terrorismo, armi (da guerra) e stupefacenti; per tutti gli altri reati non se ne parla, carta straccia.

Recuperiamo l’esempio. Quando e se Mills sarà condannato, e quando e se la Corte Costituzionale avrà bocciato il Lodo Alfano, la sentenza che ha condannato Mills non potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi: si dovrà ricominciare tutto daccapo. Che non sarebbe grave: se vi erano elementi per condannare Mills, gli stessi elementi potranno far condannare Berlusconi. Ma, tempo di rifare tutto il processo (qui la riforma ha studiato parecchie cosucce che lo rallentano), sarà arrivata santa prescrizione.

Naturalmente questa bella trovata è una legge dello Stato; e, come tale, vale per tutti, non solo per il suo primo beneficiario. Sicché possiamo porci la solita domanda: in che modo questa parte di riforma (le altre parti sono anche peggio) potrà eliminare il grande cruccio di Alfano, «la lentezza della giustizia»?

Va detto che questo ministro e il suo presidente sono anche sfortunati: lo scorso 26 gennaio la Corte Costituzionale (sentenza n. 29) ha ritenuto che l’articolo 238 bis (proprio quello modificato dalla riforma) era costituzionalmente legittimo; ne consegue che l’aver previsto che esso valga solo per alcuni reati e non per altri è, questo sì, incostituzionale. E così anche questa farà la fine di tante altre leggi emanate in spregio alla Costituzione; dopo aver assicurato l’impunità a tanti delinquenti, finirà ingloriosamente nel cestino. Ma è troppo chiedere che, prima di legiferare, studino un pochino?

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