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 .. tenue riflesso ..... di Lunadicarta
 
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Il processo alla donna è una prassi costante. La vera imputata è la donna, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale

Tina Lagostena Bassi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 10:52:31, in Politica, linkato 1165 volte)
Una notizia interessante ...

Dopo la Diaz Il Viminale non paga gli avvocati

G8, il sindacato trova l'assicurazione per gli agenti

I poliziotti condannati per il G8 di Genova dovranno pagarsi le spese legali. L'Avvocatura dello Stato ha respinto la richiesta di sostenere gli oneri della tutela legali a funzionari e agenti che il tribunale di Genova ha condannato lo scorso 13 novembre.

Abuso d'ufficio e lesioni volontarie aggravate sono state le contestazioni per le quali i giudici hanno ritenuto responsabili gli agenti intervenuti nella scuola Diaz nel corso del G8 del luglio 2001. La totalità delle condanne riguarda i componenti del VII nucleo del Reparto mobile di Roma. Quattro anni (dei quali tre condonati) al suo capo dell'epoca Vincenzo Canterini, accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni. Tre anni ai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Angelo Forniè, è invece stato condannato a due anni di reclusione.

La decisione dell'Avvocatura dello Stato raccolta dal ministero dell'Interno nega, quindi, il pagamento delle parcelle che arrivano a cifre di diverse migliaia di euro. «L'amministrazione non può accordare il beneficio richiesto», è scritto in calce nella cricolare del Dipartimento di pubblica sicurezza. La decisione apre uno scenario preoccupante in vista del prossimo G8 alla Maddalena. «Registriamo profonda amarezza - dichiara il segretario nazionale della Consap Giorgio Innocenzi - per quanto accaduto, ma siamo preoccupati per il futuro, il prossimo mese di luglio quando l'Italia ospiterà di nuovo il G8 in Sardegna». Il sindacato, però, non intende cimentarsi in vuote proteste così la Consap, sindacato maggiormente rappresentato nella Polizia, sta intrecciando una serie di contatti con la Fata Assicurazioni per garantire al personale che sarà impegnato in Sardegna una copertura assicurativa.

«L'ostracismo contro questi eventi è un dato di fatto, e la pesante crisi economica potrebbe aggravare la situazione. È già in atto, tra le frange antagoniste, un passaparola per rovinare la festa dei potenti, e ancora una volta donne e uomini della Polizia si troveranno tra il martello (i contestatori) e l'incudine (istituzioni pilatesche) pronte a lavarsi le mani quando la situazione precipita», spiegano alla Consap. Per questo una volta chiuso l'accordo con la compagnia assicurativa, il sindacato metterà a disposizione, per tutto il personale comandato di servizio durante il G8 della Maddalena e solo limitatamente a quel periodo di tempo, una polizza gratuita che possa garantire quella serenità necessaria per adempiere a un così delicato servizio.

Maurizio Piccirilli Il Tempo 13/02/2009

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G8, l'Avvocatura di Stato chiede 
le spese legali ai poliziotti condannati


di Massimo Martinelli
ROMA (13 febbraio) - Il conto più salato è arrivato sul tavolo di Vincenzo Canterini, che nei giorni del G8 era il comandante del Settimo reparto mobile della Polizia di Stato: 70 mila euro circa. Poco di meno dovrà pagare il suo vice, Michelangelo Fournier, l’uomo che per descrivere quello che vide la sera della Diaz scelse le parole con cura: «E’ stata una macelleria messicana».

Poi ci sono gli agenti; una quindicina in tutto, gli stessi che ogni domenica vanno a fronteggiare gli esaltati da stadio per milleduecento euro al mese. A loro chiederanno una media di ventimila euro a testa. Sono le spese legali per il processo genovese su quello che accadde alla Diaz, la scuola che era stata assegnata al popolo no-global per trascorrere le notti del G8 e che fu oggetto di una perquisizione cruenta da parte di reparti della polizia e dei carabinieri che provocò il ferimento di moltissimi giovani che erano ospitati nella struttura.

L’Avvocatura di Stato ha deciso che quei soldi dovranno pagarli loro, gli agenti e i loro comandanti. Almeno quelli che sono stati condannati: «L’amministrazione non può accordare il beneficio richiesto...» spiega una circolare del ministero dell’Interno che pone fine ad un botta e risposta tra gli avvocati privati che difesero gli agenti imputati, l’Avvocatura dello Stato e il Viminale. E adesso i professionisti privati, che avevano accettato gli incarichi facendo affidamento sul fatto che le parcelle sarebbero state liquidate dallo Stato, dovranno girare le parcelle ai loro assistiti.

Per i fatti della Diaz, alla fine, pagarono solo gli uomini del Settimo reparto mobile di Roma. Gente addestrata allo scontro di piazza, certamente avvezza al contatto ruvido, ma assolutamente in grado di non perdere la lucidità in situazioni limite. E invece fu proprio la lucidità che mancò agli uomini in divisa che provocarono i danni maggiori in quella scuola. «E’ stata la notte del volontario», disse il professor Romanelli, che difendeva il comandante Canterini, durante la sua arringa al processo. E in quella frase c’era tutta la strategia difensiva del Settima reparto mobile: quella macelleria messicana, con le strisce di sangue che si inseguivano sulle pareti di corridoi e scalinate, non potevano averla fatta gli uomini di Canterini, era certamente opera di dilettanti dell’ordine pubblico mandati allo sbaraglio. Ma furono condannati loro. E’ la prima volta che accade.

Mai prima di oggi lo Stato si era tirato indietro davanti alle spese legali. E siamo alla vigilia di un altro G8 che potrebbe essere movimentato, quello della Maddalena. Consap, il maggior sindacato di Polizia, è già corso ai ripari stringendo accordi con le assicurazioni Generali, per una eventuale copertura assicurativa per nuove spese legali. «Ma siamo preoccupati - dice il segretario Giorgio Innocenzi - perché ancora una volta donne ed uomini della Polizia di Stato si troveranno tra il martello, i contestatori, e l'incudine, cioè le istituzioni pilatesche pronte a lavarsi le mani quando la situazione precipita».

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 10:46:46, in Sindacati Giustizia, linkato 1240 volte)
Interessante vicenda giudiziaria, bisogna leggere il Secolo XIX più spesso ...

si rompe il muro di omertà di fronte al giudice

Agenti e coca, uno confessa
Ispezione del Capo della Polizia


Lo ha deciso Antonio Manganelli. Interrogatorio di convalida per i due agenti, con iniziali parziali ammissioni. Poi uno dei due rende una ampia confessione sui fatti e le connessioni investigative a lui contestate

15:53 | 13 febbraio 2009 | Genova
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha disposto immediatamente un’ispezione dopo che due poliziotti sono stati arrestati a Genova per spaccio di cocaina. E dagli interrogatori dei due agenti arrestati emergono inizialmente delle parziali ammissioni, poi uno dei due confessa.

I due poliziotti sono stati sospesi dal servizio. E nel giorno delle prima confessione arriva la decisione del capo della polizia. Antonio Manganelli, che ha disposto una inchiesta sul caso Genova.

Indagine amministrativa interna che - secondo quanto trapelato - dovrebbe prendere in esame sia il caso specifico e ultimo “deflagrato” con la vicenda degli agenti spacciatori e-o consumatori sia con altri episodi verificatisi negli ultimi anni sui quali - “la rivolta degli onesti” - i sindacati di polizia Silp Cgil e Sap avevano chiesto con durezza, dopo altri precedenti interventi, di intervenire con decisione con una indagine interna i cui esiti, nel caso, sarebbero stati anche da portare alla magistratura. I testi delle intercettazioni pubblicate oggi da Il Secolo XIX rendono l’idea di una situazione particolare e inquietante.

Gli agenti assuntori di droga sarebbero infatti una trentina e la diffusione dello “sniffo” sarebbe avvenuta in feste e altri incontri a Genova e nel Tigullio, in incontri ai quali avevano partecipato anche molti giovani frequentatori.

Intanto - come detto in apertura - i giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova, Daniela Faraggi, ha ascoltato i due agenti di polizia genovesi coinvolti nell’indagine.

I due imputati, Stefano Picasso (difeso dall’avvocato Giorgio Torrigino) e Morgan Mele (difeso dall’avvocato Enrico Grillo), hanno fornito prima parziali ammissioni sugli addebiti che sono stati mossi nei loro confronti. Con Picasso che ha poi reso una confessione ampia su tutti i fatti e le connessioni della vicenda a lui contestate nell’ordine di custodia cautelare e nelle prove di accusa ad esso allegate.

Gli avvocati di entrambi hanno chiesto che i due vengano concessi gli arresti domiciliari.

Secondo il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati, Mele avrebbe anche presentato falsi certificati medici per avere un maggior numero di giornate libere da dedicare all’attività di spaccio. Un aspetto secondario della vicenda, ma considerato come un “mezzo a fine”, dall’accusa, per potere dare corso al resto delle altre e più gravi attività illecite contestate.

Gli interrogatori proseguiranno lunedì.

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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 10:41:04, in Sindacati Giustizia, linkato 1309 volte)

Emergenza dipendenti,
la giustizia chiede aiuto

13 febbraio 2009| G. Cio

L’impossibilità di assumere e la concomitante messa in pensione di molti cancellieri rischia di far collassare la giustizia savonese. Nel tentativo di avere un appoggio dal mondo politico il presidente del Tribunale Giuseppe La Mattina ha incontrato i sindaci di savona, Albenga, Cairo, Finale e Varazze

La macchina della giustizia savonese è alle prese con organici ridottissimi che a volte impediscono anche il regolare svolgimento dell’attività o quanto meno costringono il personale in servizio a turni massacranti. Il problema è da tempo sotto la luce dei riflettori delle parti interessate, ma ieri l’argomento è stato esteso anche alla componente politica della società savonese che vive da vicino il rapporto con la giustizia.

Nell’ufficio del presidente del tribunale, Giuseppe La Mattina, si sono incontrati il procuratore della Repubblica Francantonio Granero ed i sindaci dei centri cittadini che ospitano una sede staccata del tribunale. Ecco, quindi, che a fianco del padrone di casa Federico Berruti e il segretario Piero Araldo, si sono ritrovati i sindaci di Cairo, Varazze, Finale e Albenga. Di fronte alle carenze di organici i vertici della giustizia hanno chiesto l’intervento della parte politica affinché faccia pressioni su Roma per «avere qualche rinforzo in più».

«Predisporremo un documento unitario» si è limitato a sottolineare il sindaco di Savona, Berruti. Una presa di posizione da inviare poi a Roma al fine di convincere sulla necessità di un rinforzo degli organici soprattutto nelle due sedi principali di Savona e Albenga, dove il lavoro cresce di quantità e al contrario cala il numero degli impiegati negli uffici. Da anni il caso Albenga è al centro dell’attenzione non solo dei vertici del palazzo di giustizia, ma anche dell’ordine degli avvocati (ieri al vertice rappresentato dal presidente Carlo Bertolotto) che spesso si trova alle prese con cancellerie al collasso e sicuramente sotto organico.

Proprio il tribunale ingauno, che da alcune parti si vuole che chiuda, da altre nessuno prende decisioni, vede all’orizzonte nubi nerissime. Entro la fine di quest’anno vanno in pensione le uniche due cancelliere responsabili, le uniche in grado di poter firmare tutti gli atti e senza la mancanza di altri vertici il collasso è apparentemente dietro l’angolo. Per questo è necessario far presto e trovare soluzioni (trasferimenti) visto che entro il 2010 anche la macchina del tribunale savonese perderà 4 cancellieri C1 ed eventuali applicazioni da Savona ad Albenga diverrebbero insostenibili.

La mancanza di figure professionali sottolineato e sostenuto da tempo dalle varie sigle sindacali degli operatori di giustizia, si è quindi trasformato in un problema concreto per i vertici del tribunale. E con tempi di soluzione, come detto, strettissimi.

Tra i punti “deboli” della macchina c’è anche Varazze, dove all’ufficio del giudice di pace c’è un commesso e un solo cancelliere B3, l’unico in grado di andare in udienza e di ricevere gli atti. Se manca lui (malattia o ferie) il cittadino è obbligato ad andare a Savona per depositare la documentazione che necessita la firma di un cancelliere.

Insomma, l’emergenza è veramente a livelli di guardia e mai come in questo momento le forze politiche devono rendersi conto che di questo passo la giustizia rischia il tracollo. Per mancanza di personale.

Il Secolo XIX
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Io mi oppongo a test psicologici ed esami medici a scuola da almeno 15 anni, questa è una vera vittoria.

E' ufficiale: il Ministero dell’Istruzione vieta i test psicologici nelle scuole

 
Con la circolare n. 4226/P4, il Ministero dell'Istruzione impone ai Direttori Generali degli Uffici Scolastici Regionali, inclusi i Sovrintendenti Scolastici per la Provincia di Bolzano e di Trento, il divieto di somministrare i test o questionari relativi allo stato psichico ed emozionale degli alunni all'interno delle scuole. A questo proposito la circolare afferma specificatamente: “… La diagnosi di ADHD è pertanto tutt’altro che semplice, anche in virtù del conseguente possibile ricorso a terapia farmacologia, e comunque non può essere effettuata attraverso le somministrazioni all’interno delle scuole di test o di questionari relativi allo stato psichico ed emozionale degli alunni.”

Inoltre, in relazione ai corsi e conferenze su questi temi, la circolare precisa: “Pervengono segnalazioni, anche attraverso atti parlamentari, relative alla organizzazione di corsi rivolti a genitori e insegnanti finalizzati a propagandare l’uso di prodotti psicoattivi nei casi di bambini affetti da disturbi del comportamento e dell’apprendimento (sindrome ADHD). … Alla luce di quanto sopra espresso, si pregano le S.S.L.L. di voler dare istruzioni alle istituzioni scolastiche di competenza affinché eventuali analoghi episodi siano immediatamente portati all’attenzione degli U.S.R. di competenza e successivamente segnalati alla scrivente Direzione Generale.”

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani desidera ringraziare e manifestare la propria soddisfazione per questa presa di posizione del Ministero che ha deciso di tutelare i nostri bambini, consapevole della pericolosità insita in questi test e, indirettamente, anche dall'uso e abuso di psicofarmaci.

Ben consapevoli dell'esistenza di forti pressioni per continuare  quest'attività di screening all'interno delle scuole, il nostro Comitato, insieme a tutti coloro che si sono uniti in questa battaglia, continuerà a vigilare e denuncerà ogni situazione anomala che contrasti con le direttive della circolare.

Scarica il documento
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 08:59:02, in Associazioni Giustizia, linkato 971 volte)
Devo scrivere a Sonia Alfano. Perché non tutti conoscono il web.

Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia:
Censurare la rete per rispetto alle vittime di mafia?
Si censuri piuttosto il Presidente del Consiglio ed i suoi stallieri.

"Apprendiamo dal blog di Beppe Grillo, tramite un intervista di Alessandro Gilioli al Senatore dell' UDC, Gianpiero D'Alia, che l'emendamento con il quale si vorrebbe tentare di controllare la rete è stato pensato per tutelare il rispetto che si deve alle vittime di mafia e del terrorismo". Ad affermarlo e Sonia Alfano a nome dei componenti dell' Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia della quale è presidente. I componenti dell' associazione si dicono "schifati da tanta bassezza morale ed offesi da tanta ipocrisia" e per voce della propria presidente aggiungono che "se il Parlamento vuole rispettare le vittime di mafia e del terrorismo, invece di censurare facebook, youtube e gli altri siti che in questa nazione sono le uniche fonti di informazione non asservite al potere, potrebbe ad esempio riaprire le inchieste sulle stragi di Ustica, Via D'Amelio, Capaci, Piazza Fontana, e molte altre, e far avere alle vittime delle molteplici stragi italiane la giustizia che non hanno mai ottenuto. "In questo paese - afferma ancora Sonia Alfano -, se qualcosa dev'essere oscurato, quello è un Presidente del Consiglio che accoglie alla sua corte gli stallieri di Cosa Nostra e che definisce "eroi" macellai di bassa lega.
Ciò che offende le vittime di mafia sono i partiti, come quello da cui proviene il Senatore D'Alia, che annoverano tra le proprie fila indagati, prescritti e persino condannati per favoreggiamento.
Se la classe dirigente italiana vuole perseguire il criminoso disegno di censura della rete, per cancellare il dissenso sociale ed applicare finalmente il Piano di Rinascita Democratica, abbia quantomeno la decenza di non osare affermare che il regime viene instaurato per rispetto alle vittime di mafia.
Le finalità del governo sono chiare; si vogliono cancellare i "vaffa" di Grillo, le petizioni popolari, la libera circolazione di informazioni non filtrate da organi di stampa controllati dai partiti e tutto ciò non ha nulla a che fare con le vittime di mafia ma è anzi l'ennesima beffa alla loro memoria".
In conclusione di nota Sonia Alfano ha invitato "il Senatore D'Alia e quanti oseranno ancora motivare la censura con il rispetto per le vittime di mafia di avere la decenza, prima di tutto nei confronti di se stessi, di non proferire più simili assurdità e di non utilizzare, cosi come recentemente fatto dal Premier con Giovanni Falcone per giustificare la riforma della giustizia, gli Eroi di Stato e le loro famiglie come pretesto per attuare la censura dell'informazione e la repressione del dissenso sociale".


Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia
www.familiarivittimedimafia.com
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:40:53, in Politica, linkato 1614 volte)

consegnata la relazione del Copasir ai presidenti di camera e Senato

Rutelli: «L'archivio di Genchi
è imponente e non è stato distrutto»

«Nei dati il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti, utenze del Csm e Quirinale»

ROMA - Il mega-contenitore di tabulati telefonici di Gioacchino Genchi è un archivio informatico «imponente», con dati su «un grande numero» di cittadini italiani mai indagati, e non è stato distrutto. A spiegarlo è il presidente del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) Francesco Rutelli che in serata ha consegnato ai presidenti di Senato e Camera il documento sui rischi per l'efficienza dei Servizi di sicurezza emersi dalle audizioni svolte a gennaio. Politici, alte cariche istituzionali, ma anche i membri del Consiglio superiore della magistratura risultano schedati. E non si contano gli 007 intercettati senza alcuna garanzia.

«CREDIBILITÀ A RISCHIO» - Rutelli parla di «lacune e criticità che hanno comportato rischi per l'efficienza dei servizi segreti», ma la palla passa ora al Parlamento, mentre il Comitato lavora a una seconda relazione relativa ai tabulati in cui sono indicate anche le utenze di parlamentari e alte figure istituzionali. Il Copasir sottolinea però la «preoccupazione per le ripercussioni che l’eco di questa vicenda può avere sulla sicurezza delle comunicazioni tra appartenenti ai Servizi di informazione e loro interlocutori esterni al sistema della sicurezza, siano essi operatori della sicurezza o fonti informative» e sulla «credibilità delle nostre agenzie nei loro rapporti con gli omologhi organismi di intelligence degli altri Paesi».

POLLARI «TRACCIATO» - «L'acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti italiani (Nicolò Pollari, direttore del Sismi fino al 15 dicembre 2006, ndr), l'ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all'insaputa dello stesso pubblico ministero che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa» ha detto l'esponente del Pd.

CSM E QUIRINALE - Nell'archivio Genchi, consulente in varie inchieste giudiziarie tra cui "Why Not" e "Poseidone" dell'ex pm Luigi de Magistris, c'erano anche «52 utenze telefoniche fisse e mobili riconducibili al Consiglio superiore della magistratura e di 14 utenze fisse del Segretariato generale della presidenza della Repubblica», spiega il Copasir, oltre a quelle del procuratore nazionale antimafia, di magistrati della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, di tredici parlamentari, tra cui l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro e il viceministro dell'Interno e il ministro della Giustizia, di cinque partiti o gruppi politici, della Camera e del Senato (segreteria del presidente), dei vertici della Guardia di finanza, del capo degli ispettori del ministero della Giustizia e dell'ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

TAVAROLI E GHIONI - Tra i tabulati acquisiti da Genchi c'erano anche quelli relativi alle utenze di Giuliano Tavaroli e Fabio Ghioni, ex responsabili della security di Telecom e Pirelli e coinvolti nell'inchiesta sui dossier illegali, e all'utenza di Adamo Bove, responsabile della sicurezza di Telecom Italia Mobile, mai indagato e morto suicida a Napoli nel luglio 2006.

«USARE POLIZIA» - Nella relazione il Copasir evidenzia che per accertamenti così delicati come quelli svolti da Genchi è meglio utilizzare le forze di polizia piuttosto che consulenti privati, perché c'è il rischio che si formino vere e proprie banche dati «al di fuori di ogni controllo». Nel documento viene sottolineato «il rapporto che si viene a instaurare tra il pubblico ministero e un consulente, che non si limita a rispondere ai quesiti del magistrato, ma che svolge vere e proprie indagini con valutazioni e suggerimenti». Il comitato rileva anche che «non sussistono regole che forniscono sufficienti garanzie sulla conservazione dei dati acquisiti e sulla loro distruzione quando si rivelano estranei all'indagine». Nel caso specifico Genchi ha «trattenuto copia integrale del materiale informatico acquisito nel corso delle indagini da lui svolte per la Procura di Catanzaro».

IL PERSONAGGIO - Giacchino Genchi, vicequestore della polizia in aspettativa sindacale da circa 10 anni e consulente di molte Procure, vive in un bunker tecnologico di 500 metri quadri in un seminterrato di Palermo. Nel 1988 era capo della Direzione della zona tlc del ministro dell'Interno della Sicilia occidentale, voluto dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Nell'indagine sulla strage di Via D'Amelio controllò oltre due miliardi di tracce.

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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:37:13, in Politica, linkato 1064 volte)

Se scatta il divieto
di pubblica opinione

di GIUSEPPE D'AVANZO

QUANTE storie, con i nomi, i tempi, le frasi e gli esiti giusti non potrete conoscere mai, se dovesse essere approvata la legge sulle intercettazioni che disciplina anche il diritto di cronaca. Diciamo meglio, che cancella il dovere della cronaca e il diritto del cittadino ad essere informato. Che cosa ha imposto il governo alla sua docile maggioranza?

Con un tratto di penna ha deciso che il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto si estenda anche agli atti non più coperti dal segreto. Il governo vuole che non si scriva un rigo fino al termine dell'udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti, dinanzi a un giudice terzo).

Si potrà sapere che un pubblico ministero senza nome sta accertando che a Roma le sentenze si vendevano all'incanto. Non si potrà dar conto delle fonti di prova e scrivere che il corruttore di toghe si chiama Cesare Previti e si è messo in testa addirittura di fare il ministro di giustizia. Si potrà scrivere che qualcosa non torna nei bond di una società quotata in Borsa e un'innominata toga se ne sta occupando, ma non si potrà dire del pozzo nero che ha inghiottito i modesti investimenti di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno avuto fiducia nelle banche e in Parmalat.

Si potrà dar conto di un gestore telefonico che ha "schedato" illegalmente migliaia di persone. Non si potrà raccontare che il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera si è lasciato ingrullire, povero ingenuo, dal capo della sua sicurezza, Giuliano Tavaroli. Né tantomeno si potranno elencare i nomi degli "spiati". Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.

La pubblica opinione dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici che chiedono fiducia al Paese per rappresentare chi vota e governare il Paese o amministratori pubblici e privati a cui è stata affidata la nostra salute, i nostri risparmi, la nostra vita. È inutile tediarvi con le tecnicalità. Qui basta forse dire che finora ce la siamo cavata muovendoci lungo il sentiero stretto di un articolo della procedura penale, il 329: "Gli atti d'indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari".

Come abbiamo scritto e ripetuto spesso, in questo varco hanno lavorato le cronache. Sarebbe uno sciocco errore negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il giornalismo italiano. Ma, se si rispettano i confini dell'articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto della pubblica opinione a essere informata; il diritto dello Stato a non vedere compromessa l'indagine; il diritto dell'imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a sentenza.

Nel triangolo di questi tre diritti, il giornalista può fare con correttezza il suo mestiere, proporre al lettore le fonti di prova raccolte dall'accusa e gli argomenti della difesa, valutare l'interesse pubblico di quelle storie. Perché non ci sono soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli; della fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli, delle imprese di chirurghi più attenti al denaro che non al malato e alla malattia.

Quelle cronache sono un osservatorio che permette di vedere da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. Svelano quale tenuta ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni pubbliche, il rispetto delle regole. Indicano spesso problemi che impongono nuove soluzioni. L'incontro ravvicinato con le opacità del potere ha in qualche caso convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c'è nessuna ragione accettabile e decente per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - è il caso di un governatore della Banca d'Italia - come un'autorità di vigilanza, indipendente e "terza", protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. È stato già raccontato da Repubblica che Berlusconi abbia sorriso ascoltando i suoi consiglieri chiedere "più galera per i giornalisti" (fino a sei mesi per un documento processuale; fino a tre anni per un'intercettazione). Raccontano che Berlusconi abbia detto: "Cari, lasciate dire a me che sono editore di mestiere. Se li mandi in galera, ne fai degli eroi della libertà di stampa e magari il giornale per cui lavorano vende anche di più, e questo sarebbe uno smacco. La galera è inutile. So io, da editore, quel che bisogna fare...".

Ecco allora l'idea che sta per diventare legge dello Stato. Efficace, distruttiva. Che paghino gli editori, che sia il loro portafogli a sgonfiarsi. La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la redazione, l'autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L'editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si porta così le proprietà a intervenire nei contenuti del lavoro redazionale, le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi dei contenuti, della materia giornalistica vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo pretende addirittura che l'editore debba adottare "misure idonee a favorire lo svolgimento dell'attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio".

Evidentemente, solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell'attività giornalistica è possibile "scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio". Di fatto, l'editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela. Divieto di cronaca per il tempo presente, controllo dell'editore nelle redazioni in tempo reale.

Ecco dunque lo stato dell'arte: si puniscono i giornali e i giornalisti; si sospende il direttore dall'esercizio della sua funzione; si punisce l'editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi non conoscerete più (se non dopo quattro o sei anni) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che influenzano le nostre stesse vite.

(13 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:33:23, in Politica, linkato 1082 volte)

L'Ordine protesta. Pressing del Colle, perplessità sul ddl
Polemica sul divieto di pubblicare notizie fino alla fase del giudizio

Intercettazioni, media oscurati
il Csm: violata la Costituzione

Braccio di ferro nella maggioranza tra la Bongiorno e il capogruppo del Pdl
di LIANA MILELLA

ROMA - Lo slogan della maggioranza - "Pubblicate i fatti, ma non gli atti" - fa infuriare l'Ordine dei giornalisti che, per l'ennesima volta, chiede un incontro urgente al governo sulle intercettazioni e sulla norma capestro che, con un tratto di penna, cancella d'emblée la cronaca giudiziaria. Fino al dibattimento nessun atto, neppure per riassunto, potrà essere reso pubblico. E i testi degli ascolti mai. Per il Csm è una previsione che contrasta "con i valori dell'articolo 21 della Costituzione", quello che garantisce la libertà di stampa ("Non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure").

L'Ordine rende pubblico il suo "allarme", pensa a una "mobilitazione generale della categoria", è disponibile "a una soluzione di equilibrio tra il diritto alla privacy e quello all'informazione". Il Pd, che parla di "inaccettabile mordacchia" (Lanfranco Tenaglia), chiede che l'incontro avvenga prima di lunedì pomeriggio quando, in commissione Giustizia alla Camera, il testo sarà licenziato per passare in aula. Ma il governo non lo fissa. Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, mentre la commissione licenzia altri due articoli del ddl (sui gravi indizi di colpevolezza e sugli ascolti ambientali) che preoccupano gravemente Csm e Anm, apre uno spiraglio: "Vedremo lunedì che si può fare". Un fatto è certo. Anche nel Pdl c'è chi, come il giornalista Giancarlo Lehner, definisce "intollerabile" la norma che azzera l'informazione sulle inchieste giudiziarie. E la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, già 48 ore fa, aveva inserito l'articolo tra quelli negoziabili in vista del dibattito in aula ipotizzando di spostare indietro, rispetto alla fine delle indagini preliminari o alla celebrazione dell'udienza preliminare, l'asticella della pubblicità degli atti. Segnali anche da Caliendo. Ma il capogruppo Pdl in commissione, il forzista Enrico Costa, ripropone la linea dura: "Gli atti devono essere usati nelle aule giudiziarie e non sui media".

Sarà incerta fino all'ultimo la sorte di questo ddl. Che il Csm ha bacchettato in molti punti con un parere articolato. Di cui il vice presidente Nicola Mancino ha rivendicato opportunità e correttezza respingendo l'accusa della destra di un Csm "terza Camera". "Non lo siamo. E abbiamo rispetto per il Parlamento" dice Mancino che se la prende con "i titoli esagerati dei giornali". È un ddl che lascia perplesso il Quirinale dal quale, ormai da tempo e soprattutto in questi giorni, parte una moral suasion per accendere i riflettori sugli aspetti più contraddittori e discutibili. Quelli che fanno dire ai magistrati "tanto varrebbe abolire le intercettazioni".

Uno dei punti più critici, i "gravi indizi di colpevolezza" necessari per ottenere un ascolto, che il Colle si augura fortemente sia modificato con una formula meno drastica, è giusto passato ieri in commissione. Uno "scempio", una "norma abominevole e oscena" per il Guardasigilli ombra del Pd Tenaglia e per la capogruppo Donatella Ferranti che ha distribuito un pacchetto di agenzie di stampa, con altrettanti fatti di cronaca, per dimostrare come le intercettazioni siano state fondamentali per tantissime inchieste. La maggioranza non è compatta: si astiene il leghista Luca Rodolfo Paolini e molti deputati di An lasciano intendere che una modifica è ancora possibile. I malumori potrebbero esplodere in aula, in un voto segreto, quindi meglio attenuare prima un testo che fa dire all'ex sottosegretario Luigi Vitali: "Era meglio un requisito più oggettivo, il tetto dei 10 anni, piuttosto che un principio che potrebbe essere aggirato". Un effetto anti-imputato perché i pm contesterebbero comunque i "gravi indizi".

Un passo in avanti s'è fatto per le intercettazioni ambientali con il voto sull'emendamento di Manlio Contento (An), che la stessa Bongiorno aveva ipotizzato e che ha ottenuto consensi pure nell'opposizione. Gli ascolti saranno possibili, anche senza la prova che nel luogo microfonato si stia commettendo un reato, per mafia, terrorismo e reati satelliti. Commenta la Bongiorno: "Era la richiesta del procuratore antimafia Grasso. Favorevole io come relatore e il governo, coinvolta nel voto anche l'opposizione. È un incontro di volontà importante". Ma la Ferranti controbatte: "La maggioranza fa solo ammuina. Prima cancella la legge attuale, poi la ripristina. E se ne compiace".

(13 febbraio 2009)
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Io ho firmato e passo parola ...

PETIZIONE PER LA STABILIZZAZIONE DEGLI
INFORMATICI ex-ATU
NEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

N.B. questa è l'unica petizione attiva, c'è un duplicato in giro, attenzione.


AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA


Molte centinaia di informatici, in servizio da circa 15 anni tutti i giorni all'interno degli Uffici Giudiziari d'Italia in base all'appalto per la configurazione e manutenzione di tutto quanto concerne l'hardware, software e base dati civili e penali, sono in costante pericolo.

I tagli di bilancio ed il mancato controllo sui rapporti società/lavoratori hanno causato nell'ultimo triennio una serie di licenziamenti e sofferenze, scioperi, persino mancate retribuzioni.

La politica aveva promesso soluzioni che non sono state adottate.

In particolare, considerata la peculiare professionalità acquisita, il rapporto fiduciario con i delicati ambienti ed il fatto che un informatico "esternalizzato" costa allo Stato almeno il doppio di un dipendente pubblico (con la maggior parte della somma che va alla società, ed uno stipendio minimo al lavoratore) si era detto di creare una corsia preferenziale d'ingresso per questi lavoratori precari e “sommersi” all'interno del Ministero della Giustizia.

Fin'ora solo parole e niente fatti.

I dettagli della storia su http://www.comitatoatu.it

Il servizio giudiziario interessa il popolo italiano, così com'è stato sancito dalla nostra Costituzione, per cui il suo non funzionamento ricade sulla collettività. Se il Parlamento Italiano ha scelto la informatizzazione per i servizi giudiziari essi devono funzionare alla perfezione. Noi abbiamo un personale esterno, tecnici di qualità, i quali non vanno trattati con la logica dei contratti a termine "usa e getta".

I SOTTOSCRITTI FIRMATARI RICHIEDONO DI INTERVENIRE PER LA STABILIZZAZIONE DEGLI INFORMATICI DELL'ASSISTENZA TECNICA UNIFICATA (ATU) (oggi noti come SPC/APPLICATIVI) ALL'INTERNO DELL'AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA

Cordialmente,

I Firmatari

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Avran voluto coprire qualcun altro...

I RAGAZZINI FURONO ALLONTANATI DA CASA PER DUE MESI, A CAUSA DI UN DISEGNO OSE'

Fratellini di Basiglio: assistente sociale
e psicologi indagati per lesioni colpose

La perizia del pm: bambino traumatizzato dalle modalità dell'allontanamento dalla famiglia

MILANO - Al centro di un'inchiesta della Procura ora non c'è più solo l'origine della dolorosa vicenda dei due fratellini di Basiglio, e cioè l'allontanamento dalla famiglia operato dal Tribunale dei Minorenni sulla base dell'erroneo presupposto (in ipotesi accusatoria alimentato anche da insegnanti e preside indagate per false dichiarazioni al pm) che alcuni disegni scolastici tradissero giochi erotici. Adesso al vaglio del pm Marco Ghezzi c'è la conseguenza psicologica che sul bimbo più grande avrebbero avuto le modalità materiali dell'allontanamento.

Fino a indurre la Procura a formulare una inusuale ipotesi di reato («lesioni colpose» ai danni del bambino) e per essa indagare due psicologi e una assistente sociale. L'indicazione «colposa » del reato suggerisce la convinzione dell'accusa che le condotte ipotizzate non siano state intenzionali, ma abbiano involontariamente arrecato sofferenza al bambino. Alla base della contestazione di «lesioni», infatti, c'è una perizia che ravvisa nel bambino un «disturbo post traumatico da stress» collegato, come nesso di causa-effetto, alle modalità di separazione dalla famiglia allorché fu eseguito il provvedimento d'urgenza del Tribunale dei Minorenni.

In quella fase, secondo l'accusa, lo psicologo (che avrebbe dovuto facilitare un passaggio per forza di cose doloroso per i bambini) avrebbe invece finito per peggiorare la situazione. Perché? Perché avrebbe detto al bambino che gli sarebbero stati cambiati i genitori; perché lo avrebbe strattonato per un braccio; e perché gli avrebbe impedito di salutare bene la sorella (leggi l'intervista al padre). Circostanze che lo psicologo, difeso dall'avvocato Laura De Rui, ha seccamente negato nell'interrogatorio: né strattonamenti né veti a un commiato soft alla sorella, e per il resto l'accusa stravolgerebbe frasi decontestualizzate da un discorso volto invece a prospettare al bambino le varie possibilità teoriche dopo l'allontanamento.

L'accusa estende poi l'ipotesi di «lesioni colpose» a un'altra psicologa e a un'assistente sociale, accusate d'aver pressato il bambino (tolto ai genitori) affinché confermasse i sospetti nati dai disegni. Le due donne, sinora senza accesso agli atti, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma l'avvocato Lucia Lucentini anticipa che sono certe di potersi dimostrare estranee a un'accusa errata, peraltro fondata allo stato sulla sola percezione del bimbo.

Luigi Ferrarella

12 febbraio 2009

*****

Il precedente ...

23 aprile 2008
La decisione del Tribunale che però riconosce «le rilevanti perplessità»

Sottratti ai genitori per un disegno

Raffigurati rapporti tra la bimba e il fratello. Lei: «L'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché sono povera»

MILANO — La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia ». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera».

Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno.

È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori.

«A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo». A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo ».

La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione: Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo.

«Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime.

E una famiglia divisa. Da oltre un mese. Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta? ».

Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici ». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole ».


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