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Stop Pedofilia. Questa frase è stata pronunciata a rischio della propria vita e sotto minaccia di morte, contro il liberticidio dell'uso smodato delle leggi a tutela del commercio elettronico di pornografia.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 15/07/2011 @ 15:41:28, in Politica, linkato 1362 volte)

Non condivido la fiducia nelle dichiarazioni dei pentiti, la loro verità è parziale e negli ultimi anni sembrano addirittura "pilotati" perché le loro dichiarazioni si incuneano sempre con le campagne elettorali, la finanziaria e la celebrazione degli eventi storici dell'antimafia. Per carità: c'è di peggio e viene dal mondo della politica, naturalmente. La proposta di alleggerire il 41 bis, ad esempio. L.M.

Un nuovo pentito contro il ministro

«Sostegno al clan vicino a Provenzano»

Le rivelazioni di Stefano Lo Verso, «uomo d'onore» che procurava i farmaci al padrino

ROMA - Anche l'ultimo pentito di mafia ha qualcosa da dire sull'onorevole Saverio Romano, nominato ministro dell'Agricoltura nonostante un'indagine per mafia sulla via dell'archiviazione che invece è sfociata nel processo ordinato dal giudice. È Stefano Lo Verso, «uomo d'onore» che ha retto le sorti del clan di Ficarazzi, piccolo centro alle porte di Palermo, talmente vicino a Bernardo Provenzano da portargli le medicine che tenevano in vita il padrino corleonese durante la sua latitanza.

Nel febbraio scorso, alla vigilia del rientro in carcere per scontare un breve residuo di pena per una precedente condanna, Lo Verso s'è presentato ai carabinieri proponendosi come collaboratore di giustizia. Poi s'è seduto davanti ai giudici, cominciando a riempire verbali su verbali. Ha fatto scoprire un cimitero di Cosa Nostra, ha parlato di trame, delitti e affari. Recentemente, prima con la Procura di Caltanissetta poi con quella di Palermo, ha riferito dei rapporti tra mafia e politica; e ha parlato, tra gli altri nomi, anche dell'ex democristiano poi passato all'Udc e infine nella maggioranza che sostiene il governo Berlusconi, fino a salire sulla poltrona di ministro.

Lo Verso ha riferito del sostegno che anche Saverio Romano avrebbe fornito alla famiglia Mandalà, quella che «governava» Villabate, altro centro vicino a Palermo dove i capimafia erano «nel cuore» di Provenzano. Il contenuto delle sue dichiarazioni è ancora segreto, altri interrogatori saranno necessari per approfondire quelle già rese, ma è probabile che presto o tardi anche la testimonianza del nuovo pentito entri nel processo che il ministro dovrà affrontare per decisione del giudice dell'indagine preliminare. Malgrado il diverso avviso della Procura di Palermo. Situazione anomala, ma non inedita. Già in altre occasioni - come nei processi che ha dovuto affrontare l'ex comandante del Ros dei carabinieri, Mario Mori - è capitato che l'accusa ritenesse gli elementi raccolti insufficienti ad affrontare un dibattimento, mentre il giudice ha deciso diversamente.

Romano ha commentato collegando la scelta del gip all'investitura ricevuta dopo la scelta di sostenere, insieme ai cosiddetti Responsabili, il governo Berlusconi salvandolo dalla sfiducia. Ma è un collegamento che lascia perplessi. Di solito, sono le Procure ad essere accusate di fare giochi politici sotterranei, non i giudici. Nel caso di Romano, inoltre, la decisione del gip di fissare l'udienza preliminare (da cui già emergevano le sue perplessità sulla richiesta di archiviazione) è arrivata prima della designazione dell'indagato a responsabile delle Politiche agricole. E all'udienza del 9 giugno scorso, col ministro insediato nel nuovo ufficio già da tre mesi, la Procura ha insistito nel chiedere l'archiviazione. Ribadendo, però, quello che già aveva scritto quasi un anno prima (quando nessuno poteva immaginare che Romano avrebbe giocato un ruolo deciso nel salvataggio del governo Berlusconi): c'erano diversi elementi a dimostrazione della «contiguità» dell'uomo politico con la famiglia mafiosa di Villabate, sebbene non considerati idonei a sostenere l'accusa con esito favorevole in un processo.

Considerazioni giuridiche, quelle dei magistrati della Procura, che però lasciavano ad altri lo spazio sufficiente per trarre qualche considerazione (e conclusione) politica. Per esempio che se pure non ci sono prove sufficienti per una condanna, i fatti ricostruiti potevano comunque bastare per sancire l'inopportunità di affidare un incarico ministeriale a chi era stato un po' troppo a contatto con boss e gregari del clan di Villabate. Soprattutto dopo la condanna definitiva di Totò Cuffaro, al termine di un processo dove il nome di Romano era ricorso in più di un'occasione.

Proprio la sentenza della Cassazione sull'ex governatore della Sicilia aveva spinto il giudice a riconsiderare la richiesta di archiviazione della Procura, e poi il presidente della Repubblica a manifestare pubblicamente il suo disappunto per la nomina del nuovo ministro dell'Agricoltura. In più, sul conto di Romano c'era già l'indagine per corruzione scaturita dalle indagini sul riciclaggio del tesoro dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Anche per quell'inchiesta il neoministro confidava in una rapida e indolore soluzione. Ma la scelta della Procura di depositare le intercettazioni dove compare la voce di Romano, in vista della richiesta alla Camera dell'autorizzazione a utilizzarle, fa pensare a un altro esito.



15 luglio 2011 13:48

http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_15/romano-ministro-mafia-nuovo-pentito-provenzano-bianconi_20280c20-aea5-11e0-82fd-68e04dbc5f96.shtml
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Di Loredana Morandi (del 15/07/2011 @ 15:28:55, in Politica, linkato 1644 volte)

«Affievolire il 41bis». Proposta choc Pdl


«Affievolire il 41bis o non reiteralo per quei detenuti i cui contatti con le organizzazioni mafiose sono venuti meno». È questo l’auspicio di Palazzo Chigi. A mettere nero su bianco la proposta è il Dipartimento per gli affari giuridici della Presidenza del Consiglio in una relazione presentata l’11 luglio scorso a Roma. Il rapporto, con l’introduzione del sottosegretario Gianni Letta, prende in esame le contestazioni e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’amministrazione della giustizia in Italia, in particolare sui ricorsi dei detenuti al carcere duro.

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Rilievi che consentono al Dipartimento di «invadere» un campo tutto politico in una delle materie più incandescenti nella lotta antimafia, con la proposta di una riforma radicale del carcere duro. «In prospettiva – si legge nel documento - si potrebbe pensare di trasformare il 41 bis da regime speciale a regime ordinario di detenzione (derogabile, quando è il caso, in senso favorevole ai detenuti) o addirittura a pena di specie diversa, inflitta dal giudice con la sentenza di condanna e prevedere meccanismi di affievolimento o revoca nel corso dell’esecuzione, alla stessa stregua di quanto accade attualmente per tutte le altre pene in genere». L’obiettivo – sottolineano i tecnici di Palazzo Chigi nella Relazione al Parlamento – sarebbe quello di evitare i ricorsi dei detenuti al Tribunale europeo, la periodica reiterazione dei decreti per i detenuti e consentirebbe di liberare «rilevanti risorse lavorative». Insomma il 41bis costa e va rivisto. Ma non solo. Se la proposta venisse tradotta, sic et simpliciter, in legge, la decisione di spalancare per un mafioso o un terrorista le porte del carcere duro passerebbe dalle mani di un giudice e non - come avviene adesso – su decreto del Ministro di Giustizia su proposta delle Procure. «La politica non può demandare ai giudici una responsabilità che le compete – commenta il gip palermitano Piergiorgio Morosini - La sicurezza nelle carceri è uno strumento politico».

SEGNALE INQUIETANTE

Ma il passaggio più delicato sul 41bis, nato come reazione dello Stato alle stragi di mafia del 1992 e divenuto legge solo dieci anni dopo, deve ancora arrivare. Ed è contenuto a pagina 66 della relazione, in cui si parla dell’affievolirsi delle esigenze di mantenere il 41bis per coloro che da molti anni scontano la pena nei bracci speciali. «I primi 41 bis – sostiene il rapporto - sono in proroga continua da circa 15 anni, per cui si percepisce, nella magistratura di sorveglianza, un certo disagio nel motivare la perdurante sussistenza, dopo tanto tempo di mancati contatti con le associazioni criminali di riferimento, anche perché difficilmente la polizia svolge indagini sui condannati e dunque mancano relazioni di polizia giudiziaria effettivamente utilizzabili». Se il principio passasse, il rischio di vedere uscire dal 41bis boss e semplici gregari sarebbe molto alto. Non Salvatore Riina magari, ma pezzi da novanta come Bagarella e Aglieri, condannati per le stragi del ’92-’93, da oltre un decennio al 41 bis, potrebbero ottenere di uscire dal circuito carcerario differenziato.

Ma c’è un dato che smentisce la relazione: le indagini recenti – e la stessa commissione Antimafia – dicono che anche dal carcere i boss comunicano nonostante le restrizioni. «La Presidenza del Consiglio condivide questo rapporto?», chiede la capogruppo del Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini, in un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio firmata anche da tutti gli altri membri Democratici. Per Garavini, «l'ipotesi di trasformare il 41 bis da regime detentivo in pena accessoria muterebbe profondamente la natura di questo provvedimento, limitandolo nel tempo e rendendolo applicabile solo ai mafiosi condannati e non a quelli appena arrestati, come ora avviene». E aggiunge: «È pericoloso lanciare questo tipo di segnali verso il sistema mafioso che potrebbe intravedere nei contenuti di questa relazione una disponibilità ad attenuare l'attuale regime del 41bis». «Qualsiasi ammorbidimento è un regalo alla mafia» rincara Giovanna Chelli dell’Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili.

IL PRECEDENTE DEL 1993

Materia incandescente, sia dal punto di vista politico che giudiziario. Due le inchieste aperte proprio sul 41bis: quella della Procura di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia secondo la quale l’uscita dal carcere duro di centinaia di mafiosi, avvenuta nell’ottobre del 1993, fu parte di un accordo tra boss e uomini delle istituzioni. Una seconda inchiesta condotta dalla procura di Roma riguarda i tentativi di controllo di alcuni detenuti al 41bis prossimi alla collaborazione le cui rivelazioni, secondo i Pm, venivano monitorate da uomini dei servizi segreti su input politici con l’obiettivo di «disinnescarle».

Il 41bis d’altronde è sempre stato un «chiodo fisso» per il popolo di Cosa Nostra che più volte ha manifestato pubblicamente il proprio dissenso: prima con Leoluca Bagarella secondo cui «le promesse non sono state mantenute» poi con un clamoroso striscione allo stadio di Palermo il giorno dopo l’entrata in vigore della legge sul carcere duro nel dicembre 2002. «Uniti contro il 41bis – era scritto – Berlusconi dimentica la Sicilia». Dopo questo rapporto della Presidenza del Consiglio si conferma così un dato: a distanza di 19 anni dalla sua prima applicazione, il 41bis rimane una delle frontiere più delicate della lotta alla mafia.

14 luglio 2011
 
http://www.unita.it/italia/affievolire-e-rivedere-il-41bis-br-mafia-la-proposta-choc-del-governo-1.313524
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Mafia. Avviso di garanzia al Presidente
dell’Ordine degli avvocati di Agrigento

E’ allarme giustizia

Leggendo le cronache giudiziarie provenienti da Agrigento il lettore viene pervaso da un sentimento misto di soddisfazione e inquietudine nell’apprendere che nell’ambito dell’operazione antimafia “Maginot”, coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e dai pm Giuseppe Fici, Rita Fulantelli e Fernando Asaro,  oltre ai dieci provvedimenti di custodia cautelare per persone accusate di essere i fiancheggiatori del boss di Campobello di Licata, Giuseppe Falsone, già recluso, figura tra i cinque gli indagati per favoreggiamento aggravato,spicca il nome di Nino Gaziano, presidente dell’ordine degli avvocati di Agrigento.

Non tanto perché è coinvolto, e questo potrebbe rientrare nella logica dei fatti siciliani, quanto per l’accusa che gli viene mossa.

Secondo la Procura,  Gaziano entrato in possesso fortuitamente di un fascicolo dal quale  emergeva che erano in atto intercettazioni per attività investigative, avrebbe invitato alcuni indagati sottoposti a intercettazioni ad evitare di parlare troppo.

Dicevamo che chi legge di queste notizie viene pervaso da un senso misto tra soddisfazione per il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, e inquietudine per come, personaggi di spicco della vita pubblica, vengono buttati nel tritacarne delle inchieste, apparentemente con troppa facilità da alcuni  PM siciliani.

Non siamo “addetti ai lavori”,  ma se le accuse che vengono mosse al penalista agrigentino sono quelle filtrate, c’è seriamente da preoccuparsi perché verrebbe intaccato il principio basilare del penalista, di difendere il proprio assistito anche attraverso utili consigli di attenzione nel parlare.

Qualsiasi avvocato avrebbe invitato il proprio assistito a maggiore prudenza nelle conversazioni telefoniche una volta appreso che il suddeto è oggetto di intercettazioni.  

In questo senso si è espressa anche la Corte di Cassazione con la sentenza 964/2005 a dimostrazione della aggressione alle facoltà difensive.

La Corte, infatti, non ritiene neppure di entrare in merito alle ipotizzate accuse di concorso esterno in associazione mafiosa o, subordinatamente, di favoreggiamento personale, limitandosi ad argomentare sulla questione affermando anzitutto che “la condotta tenuta xxxxxxxxxxi, così come descritta dall’ipotesi d’accusa, non presenta alcun aspetto di illegalità né sotto il profilo del concorso esterno in associazione mafiosa, né sotto il profilo del favoreggiamento”.

Nella parte conclusiva della motivazione la Corte ribadiva, citando una precedente decisione, che “…rientra nel fisiologico esercizio del diritto di difesa la divulgazione ad un proprio cliente di notizie relative ad un procedimento a suo carico purché l’acquisizione di tali notizie sia avvenuta in modo lecito e cioè, si può aggiungere, non in violazione della disciplina sulla segretezza degli atti d’indagine”.

Il caso affrontato dalla decisione richiamata appare ancor più sintomatico perché si riferiva ad un difensore che aveva avvertito un suo cliente del possibile arresto, avendo conosciuto gli atti di indagine per aver difeso un correo….”

Se avvertire un proprio cliente di un possibile suo arresto rientra nella lecite attività di tutela di un proprio assistito, logica vuole allo stesso modo sia legittimo che un avvocato, il quale apprende “lecitamente” che a carico del suo assistito sono in corso intercettazioni telefoniche, possa consigliarlo ad una maggiore prudenza nelle conversazioni.

L’Unione delle Camere Penali, per il caso di specie ( che appare molto simile a quello di Gaziano, almeno secondo le notizie note), osserva che “ Sembra allora evidente (oltre che il gravissimo attentato al diritto di difesa) che l’ulteriore problema che si pone attiene alla circostanza che le intercettazioni poste a fondamento addirittura del sorgere del procedimento penale, non solo erano lecite e irrilevanti penalmente, ma attingevano conversazioni tra un avvocato e proprio assistito, con conseguente inutilizzabilità processuale”.

http://www.osservatorio-sicilia.it/2011/07/15/mafia-avviso-di-garanzia-al-presidente-dell%E2%80%99ordine-degli-avvocati-di-agrigento-e%E2%80%99-allarme-giustizia/
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Di Loredana Morandi (del 15/07/2011 @ 15:17:22, in Politica, linkato 1421 volte)
Gli esponenti del Carroccio: ''La Lega Nord è stata determinante''

Inchiesta P4, Giunta vota per arresto Papa.

Il deputato: sereno, verità verrà a galla


Roma - (Adnkronos/Ign) - La giunta delle autorizzazioni della Camera ha votato a favore della proposta Palomba (Idv). Il Pdl ha abbandonato i lavori, la Lega si è astenuta. Sisto: ''Ferita procedurale''. Castagnetti: ''Da me nessuna forzatura''. Fini: ''Ineccepibile''. Inchiesta sulla soffiata a Mediolanum

Roma, 15 lug. (Adnkronos/Ign) - La Giunta delle autorizzazioni della Camera ha votato a favore della proposta del nuovo relatore Federico Palomba (Idv) per l'arresto di Alfonso Papa. E sarà questa la proposta che verrà presentata all'aula il 20 luglio.

Papa si dice sicuro che ''la verità verrà a galla''. ''Ho la coscienza serena e pulita'' e l'ipotesi del carcere ''non mi fa paura'', ha detto.

I voti sono stati 10 a favore, compreso quello del presidente Pierluigi Castagnetti, e tre astenuti: i leghisti Luca Paolini e Fulvio Follegot così come Elio Belcastro (Popolo e territorio).

Il Pdl ha abbandonato i lavori. Per il relatore Francesco Paolo Sisto la messa ai voti della proposta Idv è ''un'indicibile ferita procedurale''.

"La Giunta poteva votare, c'erano dei termini regolamentari ed io non ho operato forzature" ha rimarcato Pier Luigi Castagnetti, presidente della Giunta delle autorizzazioni al termine della riunione. "Questo - ha aggiunto - è l'ultimo giorno che avevamo a disposizione e non potevo accettare che la Giunta dichiarasse di non essere in grado di presentare una proposta. Avevo dato l'incarico al relatore Sisto, poi ho preso atto che ha rinunciato a fare una proposta di merito e ho chiesto se altri erano in grado di farlo. Palomba l'ha presentata e dunque la Giunta era in condizioni di assumere una decisione''. "Ho ascoltato - ha continuato - anche il presidente della Camera perché la materia era particolarmente delicata, ma io rispondo semplicemente per quello che prescrive il Regolamento e mi sono comportato nella sua piena osservanza". Fini dal canto suo ha definito ''ineccepibile'' il comportamento di Castagnetti.

Anche per il Pd ''il comportamento del presidente Castagnetti è stato ineccepibile''. ''Il regolamento della Camera è molto chiaro: la giunta ha l'obbligo di esprimersi nel termine tassativo di trenta giorni. Oggi scadevano i termini e non era più possibile un rinvio. Il Pdl si sta facendo scudo dietro fantasiose interpretazioni del regolamento che è invece chiarissimo sul punto'', ha spiegato la capogruppo democratica nella Giunta per le autorizzazioni della Camera, Marilena Samperi.

Critiche alla Lega arrivano dal nuovo relatore Federico Palomba. "Oggi abbiamo scoperto che la Lega non è guidata da Umberto Bossi, che era favorevole all'arresto, ma va al traino di Alfonso Papa. Abbiamo registrato così una doppia spaccatura: nella maggioranza, tra Pdl e Lega, e anche nella stessa Lega che ha deciso di astenersi malgrado l'indicazione di Bossi", ha detto Palomba.

Anche il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, non risparmia critiche al Carroccio. ''Quelli della Lega - dice - che il sabato e la domenica a Pontida sono per l'ordine e la legalità, il lunedì e il martedì in Parlamento fuggono dalle responsabilità'' e si astengono sulla richiesta di arresto di un parlamentare ''accusato di reati gravi''. ''La Lega - insiste Di Pietro - esca fuori dall'ambiguità e si assuma le proprie responsabilità''.

A stretto giro la replica. ''La Lega Nord è stata determinante per far passare la proposta di arresto del deputato Alfonso Papa, in linea con le posizioni espresse da Umberto Bossi e dal Gruppo. Il resto sono chiacchiere interessate di chi vuole confondere le idee ai cittadini'', hanno rimarcato i componenti leghisti della giunta per le autorizzazioni Luca Paolini e Fulvio Follegot dopo che in mattinata il leader del Carroccio Umberto Bossi aveva annunciato il voto a favore dell'arresto.
 
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Di Loredana Morandi (del 14/07/2011 @ 08:16:10, in Giuristi, linkato 1321 volte)

CARCERI. PENALISTI;
TAVOLO COMUNE PER L’EMERGENZA CARCERARIA   




“Per la prima volta si sono seduti allo stesso tavolo tutte le componenti del mondo associativo che si occupano di  carcere, individuando in un documento condiviso, una serie di misure di immediata applicazione, per risolvere il dramma del sovraffollamento penitenziario”. Così, il responsabile dell’Osservatorio Carceri dell’Unione camere penali italiane, Alessandro De Federicis, sintetizza il significato dell’iniziativa presentata oggi in conferenza stampa nella sede dell’Ucpi , a Roma, definendola un “ottimo risultato politico”.

Un tavolo comune, aggiunge De Federicis, “da cui partire per modificare una politica penitenziaria assolutamente insoddisfacente con interventi strutturali che vanno alla radice del problema. Su  queste misure  che appartengono da sempre al patrimonio genetico dei penalisti, c’è stata una vera convergenza da parte di tutti. Il fatto che tutte le componenti del mondo giudiziario, compresa l’Anm,  abbiamo aderito all’iniziativa – spiega -  dimostra quanto sia grave e drammatica la situazione delle carceri”.

“Tra le proposte a costo zero – segnala De Federicis - quella di più facile ed immediata applicazione potrebbe essere di evitare il ricorso alla custodia cautelare in carcere come misura ordinaria anziché eccezionale come la legge imporrebbe”.

Roma, 13 luglio 2011
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Di Loredana Morandi (del 14/07/2011 @ 08:13:22, in Giuristi, linkato 1430 volte)
MANOVRA, OUA: AVVOCATI SUL PIEDE DI GUERRA.
NO ALLA PROPOSTA TREMONTI

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/oua.jpg

IL 15 LUGLIO MANIFESTAZIONE A ROMA
PER DIRE NO ALLA MANOVRA ECONOMICA

 

DE TILLA: “LA POLITICA HA PERSO LA BUSSOLA, MANCA UNA POLITICA DI RILANCIO INDUSTRIALE DEL PAESE E SI RICORRE ALL'ENNESIMA AGGRESSIONE ALLE LIBERE PROFESSIONI. A RISCHIO UN INDOTTO DI 4 MILIONI DI PERSONE, TRA PROFESSIONISTI E LAVORATORI DEL SETTORE”

L'Organismo Unitario dell’Avvocatura attacca duramente la presentazione, all'interno della manovra economica di un emendamento, che prevede un processo di demolizione del sistema libero professionale. Dopo l'annuncio, oggi, del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, l'Oua conferma la convocazione degli stati generali dell’Avvocatura, a Roma venerdì prossimo, per discutere e varare le iniziative di protesta contro il governo e invita tutti i professionisti alla mobilitazione e all’astensione dalle attività professionali.

Tra le ipotesi in discussione: una manifestazione nazionale unitaria di tutti i professionisti, la richiesta dell’eliminazione dalla manovra della proposta indecente delle liberalizzazioni delle professioni, almeno 10 giorni di astensione dalle udienze a settembre, un congresso straordinario forense a novembre

Per il Presidente dell’OUA, Maurizio de Tilla, “le nuove misure per le liberalizzazioni annunciate da Tremonti rappresentano un attacco a 2 milioni di professionisti e ad altrettanti lavoratori del settore. L’intero mondo delle professioni deve respingere con fermezza il proposito del governo e dell’opposizione di smantellare il sistema degli ordini, unico e vero strumento di garanzia di qualità delle prestazioni in difesa dei diritti dei cittadini. I professionisti non sono imprese”.

“La politica usa i professionisti come capri espiatori per ottenere qualche titolo sui giornali, ma nasconde una totale mancanza di senso etico e di progettualità di fronte ai veri problemi di competitività del Paese e del suo sistema industriale – ha aggiunto de Tilla - L'idea che imporre una griglia di misure volte ad abbassare le soglie di ingresso alle professioni introduca maggiore concorrenza è falsa: lo sanno bene gli oltre 230 mila avvocati che fanno già i conti, ad esempio, con l’abolizione delle tariffe e del divieto di pubblicità per gli studi professionali, introdotte dalla legge Bersani e attualmente in vigore”.

In attesa di sapere quali settori resteranno esclusi dalla riforma, sono numerosi gli Ordini e le Associazioni che si incontreranno il 15 luglio a Roma per mettere a punto una serie di forti iniziative contro la liberalizzazione dei servizi professionali.

Ma anche contro i provvedimenti del governo in materia di giustizia civile e tributaria.

L’avvocatura, ricorda l'Oua, dice no all’aumento dei contributi unificati a carico dei cittadini, al controllo della Covip sulle Casse dei professionisti, alla riforma tributaria che espelle avvocati e commercialisti dalle Commissioni Tributarie, alla media conciliazione obbligatoria rimessa opportunamente all’esame della Corte Costituzionale, e al progetto di liberalizzazione delle professioni che prevede l’abolizione degli ordini, l’abolizione degli esami di stato, l’abolizione dei divieti di pubblicità e di ingresso di soci di capitale nelle società professionali, l’abolizione dell’incompatibilità tra l’esercizio del commercio e le professioni, oltre all’abrogazione di norme deontologiche di alto profilo (dignità, decoro, trasparenza).

“Quello in corso contro l’avvocatura, contro le casse professionali e, in generale, contro il sistema delle professioni, è un attacco senza precedenti – ha concluso de Tilla– la politica ha preso in giro i professionisti, ma i professionisti sapranno rispondere con determinazione. Come nel 2006, quando in 40 mila dicemmo no alle ‘lenzuolate’ di Bersani, l’Oua chiama tutti i professionisti a scendere in piazza per una grande manifestazione nazionale”.

Roma, 13 luglio 2011
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Di Loredana Morandi (del 14/07/2011 @ 08:00:05, in Magistratura, linkato 1441 volte)

Il ministro: corto circuito istituzionale

Chiesto il rinvio a giudizio per il ministro Romano

 

Palermo, 13-07-2011

Depositata questa mattina dalla Procura di Palermo la richiesta di rinvio a giudizio del ministro per le Politiche agricole, Saverio Romano.

"Nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale - scrivono i magistrati nella richiesta di rinvio a giudizio - Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandala' e Francesco Campanella".

Secondo il Pm, inoltre, il ministro avrebbe "messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo, contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell'organizzazione tendente all'acquisizione di poteri di influenza sull'operato di organismi politici e amministrativi".

In particolare, nella richiesta il Pm Di Matteo fa cenno all'interessamento di Romano a candidare, su input del boss Guttadauro, Mimmo Miceli, poi condannato per mafia, alle regionali del 2001. Romano si sarebbe inoltre adoperato per accreditare Miceli e "il suo referente mafioso Guttadauro quali interlocutori da ascoltare nella gestione degli equilibri politici all'interno e all'esterno del Cdu". Infine il ministro, insieme all'ex governatore siciliano Toto' Cuffaro, avrebbe assecondato le richieste del capomafia Nino Mandala' inserendo Giuseppe Acanto nelle liste dei candidati del Biancofiore per le regionali del 2001, "nella consapevolezza diesaudire desideri di Mandala' e, piu' in generale, della famiglia mafiosa di Villabate".

 Il ministro: "corto circuito istituzionale"

"Non intendo commentare un atto al quale la Procura di Palermo e' stata obbligata dopo 8 anni di indagini e due richieste di archiviazione. Continuo a non comprendere come non ci si scandalizzi invece di un corto circuito istituzionale e giudiziario che riguarda chi da un lato ha condotto le indagini e chi dall'altro le ha severamente sanzionate".

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=154582
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Di Loredana Morandi (del 14/07/2011 @ 07:41:38, in Indagini, linkato 1443 volte)

E' giusto complimentarsi con il pm dott. Pilia per il pensiero innovativo e l'orientamento  giurisprudenziale che assegna alla grande distribuzione le sue responsabilità. Per questa iniziativa è giusto iscrivere il dott. Pilia all'albo degli eroi del Diritto in Rete, insieme al pm bergamasco Mancusi, ai pm milanesi e al giudice Magi del caso Google Video, perché non sarà cosa facile inchiodare i due ISP a meno che non vi sia stata una vera e propria inadempienza. E' vero infatti che il sito oscurato, anche nelle prime ore dopo la notizia, è stato accessibile con un comune proxy server (oppure la stampa web e nazionale non avrebbe avuto modo di pubblicare gli screen shot della board). Così si può dire con certezza che anche gli utenti di tutti gli altri ISP vi  hanno avuto accesso. E allora l'augurio al dott. Pilia, futuro oggetto di ogni sorta di malignità e diffamazione, non può essere che: Buon lavoro, coraggio e.. resistere! Tutti quelli che ci sono già passati sono con lei!  L.M.

Cagliari, pirateria informatica

Fastweb e Ngi indagati per favoreggiamento


E' la prima volta che accade in Italia. Il provvedimento è del procuratore del tribunale di Cagliari, Giangiacomo Pilia. Nonostante il divieto imposto dal magistrato, i due provider italiani non impedirono agli utenti l'accesso alla piattaforma digitale pirata "Btjunkie" per scaricare musica, film, videogiochi e software, comprese le più recenti uscite commerciali.

CAGLIARI. Per la prima volta in Italia, due internet service provider, Fastweb e Ngi, sono indagati con l'accusa di favoreggiamento per non aver inibito l'accesso alla piattaforma pirata "Btjunkie", uno dei più grandi supermercati mondiali del falso multimediale. Il provvedimento è stato assunto dal sostituto procuratore del Tribunale di Cagliari, Giangiacomo Pilia, nell'ambito di un'operazione condotta dal nucleo di Polizia tributaria della Gdf del capoluogo sardo.

Dallo scorso aprile, l'accesso ai siti www.btjunkie.org e www.btjunkie.com era stato negato per ordine della Procura cagliaritana: circa 550 mila italiani usavano ogni giorno la super piattaforma digitale pirata da cui era possibile scaricare musica, film, videogiochi e software, anche con le più recenti uscite commerciali e spesso in contemporanea con le anteprime.

Secondo l'accusa, i due provider hanno continuato a consentire l'accesso nonostante il divieto imposto dal magistrato. Il dato è emerso dal continuo monitoraggio della rete effettuato dagli investigatori al fine di dare concreta attuazione del ripristino della cyberlegalità sul web.

Fastweb ha fatto sapere oggi che si sarebbe trattato di un mero incidente tecnologico, i cui motivi sono in corso di approfonditi riscontri all'interno dell'azienda. Il colosso Isp ha anche precisato che ora è perfettamente operante la totale inibizione all'accesso al megastore pirata per i propri utenti italiani.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/07/13/news/cagliari-pirateria-informatica-fastweb-e-ngi-indagati-per-favoreggiamento-4607207
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Di Loredana Morandi (del 13/07/2011 @ 10:58:46, in Politica, linkato 1264 volte)

P4, slitta a domani il voto della

Giunta autorizzazioni su Alfonso Papa


Roma - (Adnkronos) - Salvo colpi di scena, la risposta alla richiesta dei pm di Napoli dovrebbe essere negativa. Paniz: ''C'è solo un fumus persecutionis, il partito voterà compatto per il no''. Caso Milanese, l'ex consigliere politico di Tremonti presenterà memoria. Adinolfi smentisce Milanese sulla cena da Marra: ''Era nel 2009 e non nel 2010''

Roma, 13 lug. - (Adnkronos) - La giunta per le autorizzazioni della Camera dovrebbe votare domani sulla richiesta di autorizzazione all'arresto per Alfonso Papa, il deputato del Pdl coinvolto nella cosiddetta inchiesta P4. La seduta di oggi dell'organismo presieduto da Pierluigi Castagnetti, ancora in corso, servirà ad affrontare la discussione generale del caso. La giunta ha di nuovo ascoltato Papa.

"Sicuramente la giunta oggi non voterà sulla vicenda Papa, probabilmente domani. Oggi abbiamo riascoltato di nuovo il deputato", conferma l'esponente pidiellino Maurizio Paniz. La giunta dovrebbe tornare a riunirsi domani alle 8.30 a Montecitorio: il voto su Papa è atteso in mattinata.

Salvo colpi di scena, comunque, la risposta alla richiesta dei pm di Napoli dovrebbe essere negativa. ''Non ci sono assolutamente i presupposti per autorizzare l'arresto di Papa - afferma Paniz - c'è solo un fumus persecutionis, non ha commesso nulla di quello che gli è stato contestato. Ha chiesto 5 volte di essere sentito ma i pm non l'hanno audito, è stato intercettato e spiato illegalmente per giorni. Il Pdl voterà compatto contro l'arresto di Papa''.

Gli fa eco Francesco Sisto: ''Condivido in pieno le parole di Paniz''. A chi gli chiede se subito dopo il caso Papa la Giunta discuterà anche della vicenda Milanese, Paniz replica: ''Credo che neanche inizieremo l'esame del caso Milanese''.
 
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Di Loredana Morandi (del 13/07/2011 @ 06:12:29, in Politica, linkato 1394 volte)

Carceri, democratici aderiscono ad appello su emergenza carceri


Facciamo nostra posizione di Magistratura Democratica, Ristretti Orizzonti, Antigone e Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti


Il gruppo del Pd di Montecitorio aderisce all’appello di Magistratura Democratica, Ristretti Orizzonti, Antigone e Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti sulla situazione delle carceri italiane. Se n’è fatta promotrice la capogruppo democratica in commissione Giustizia, Donatella Ferranti che ha raccolto le firme di 35 deputati che hanno voluto dare un segnale alla  vigilia del question time di domani con cui i democratici sfidano il governo sul’emergenza carceraria.


Hanno aderito: Donatella Ferranti, Sesa Amici, Giuseppe Berretta,, Sandro Brandolini, Cinzia Capano, Mario Cavallaro, Susanna Cenni, Pasquale Ciriello, Lucia Codurelli, Anna Concia, Gianni Cuperlo, Olga D’Antona, Dal Moro, Emanuele Fiano, Oriano Giovannelli, Luisa Gnecchi, Donata Lenzi, Livia Turco, Maino Marchi, Raffaella Mariani, Guido Melis, Michele Meta, Delia Murer, Andrea Orlando, Pina Picierno, Fabio Porta, Elisabetta Rampi, Anna Rossomando, Marilena Samperi, Alessandra Siragusa, Lanfranco Tenaglia, Pietro Tidei, Jean Leonard Touadi, Matio Tullo.
 


IL TESTO DELL’APPELLO

 


Lettera aperta a tutti i parlamentari di Camera e Senato

sulla situazione delle carceri italiane

 

 


Magistratura Democratica, Ristretti Orizzonti, Antigone e Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti avvertono la necessità di fare appello alla coscienza di ogni parlamentare per affrontare i drammatici problemi che affliggono ogni giorno il c.d. pianeta carcere ed in particolare la condizione dei detenuti.

Sono anni che le questioni attinenti l’ambito penitenziario non vengono inserite tra le priorità dell’agenda politica nazionale. Ciò accade in una democrazia avanzata che annovera tra i valori primari della sua Carta Costituzionale il principio secondo cui “ le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato ”.


1. E’ un appello che vuole essere anche una denuncia.

Intendiamo denunciare come la dimensione della “quotidianità” del carcere sia ormai drammaticamente distante dalla prospettiva indicata nella Carta costituzionale.

Ancora una volta i dati al riguardo sono estremamente eloquenti.

Il carcere è un “pianeta” in cui, secondo la c.d. capienza regolamentare, potrebbero essere ospitate 45.551 persone e nel quale, il 31 maggio 2011, erano invece costrette a convivere 67.174 persone, con una elevatissima presenza di soggetti tossicodipendenti (pari nel 2010 al 24,42%).

E’ un “pianeta” in cui le persone si suicidano molto più spesso che nel mondo dei liberi (a seconda delle stime: da sette a venti volte più spesso) .

E’ un “pianeta” in cui manca il personale necessario a realizzare percorsi di inclusione e reinserimento; manca il personale necessario per garantire il trattamento rieducativo in una cornice di sicurezza; manca il personale necessario ad assicurare il primario diritto alla salute.

Le condizioni delle carceri in Italia sono talmente inaccettabili che la Corte Europea per i diritti Umani in occasione della sentenza 16 luglio 2009, nel noto caso Sulejmanovic vs Italia, le ha espressamente dichiarate illegali.

Tutto accade nella pressoché totale disattenzione dei media e quindi dell’opinione pubblica, salvo ridestarsi nel periodo estivo, quando i palinsesti del circuito della comunicazione offrono un po’ più di spazio e quando, con maggiore urgenza, si percepisce la drammaticità dei problemi, magari in corrispondenza dell’eterna “emergenza sovraffollamento”.


2. La situazione è urgentissima e bisogna intervenire subito.

Basta coi proclami sterili e propagandistici. La dignità dei carcerati non può attendere l’ennesimo “piano carceri”, le promesse sempre reiterate e mai mantenute, la costruzione di nuovi edifici per la detenzione.

L’imputato viene condannato alla detenzione non al degrado.

Il diritto di vivere come “esseri umani” deve essere garantito ora anche negli istituti penitenziari.


            3. Sarebbero auspicabili riforme di sistema.

Come da tempo segnalano le voci più autorevoli del settore, provenienti dall’Accademia e dalle libere professioni, un legislatore responsabile dovrebbe affrontare alcuni nodi cruciali: la depenalizzazione di molti reati ed il drastico intervento su alcune leggi che producono carcere in misura maggiore (si pensi, ad esempio, alle norme in materia di stupefacenti), il rafforzamento degli strumenti sanzionatori alternativi alla pena detentiva, il superamento di un approccio complessivo nella legislazione che appare ispirato ad una logica meramente securitaria.

Occorrerebbe dare corpo ad un valore costituzionale di alta civiltà secondo cui la pena ha anche una funzione rieducativa.

Tanto più che il tasso di ricaduta nel reato per coloro che hanno scontato pene in regimi alternativi alla detenzione in carcere è marcatamente inferiore rispetto a quanti hanno scontato tutta la pena in carcere.


4. Interventi importanti possono adottarsi con urgenza e a costo zero.

Per avere carceri più umane, in attesa di riforme di sistema, ci rivolgiamo a chi ha assunto responsabilità parlamentari, sottoponendogli la necessità di:


a) prevedere l’ampliamento delle possibilità di accesso alle misure alternative, in particolare superando le presunzioni legali di pericolosità sociale (poste tra le altre dalle numerose norme sulla recidiva e dall’art. 58 quater ord. pen.) e riconsegnando alla magistratura di sorveglianza la responsabilità di valutare – caso per caso e senza automatismi spesso ingiusti – se un condannato possa scontare la pena attraverso percorsi alternativi al carcere;


b) prevedere, per i reati che non siano espressione di particolare allarme sociale ed in concreto sanzionabili con pene non elevate, che gli autori vengano messi in carcere (in caso di rigetto delle richieste di misure alternative alla detenzione) soltanto se negli istituti vi siano posti disponibili rispetto alla capienza regolamentare o quantomeno tollerabile;


c) rendere permanente la previsione legislativa di esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno (ad oggi fissata dalla legge n. 199/2010 sino al 31.12.2013, con previsione temporanea… in attesa del piano carceri);


d) adeguare gli organici della magistratura di sorveglianza, oggi incapace di rispondere tempestivamente alla domanda di giustizia, rafforzandone anche i poteri di vigilanza e la capacità di incidere effettivamente sulle situazioni di violazione dei diritti delle persone detenute.


5. Gli investimenti indilazionabili

La legge penitenziaria italiana è una delle migliori sul piano europeo. Ma quanto delineato dai testi normativi è smentito dalle applicazioni “sul campo”.

I rapidissimi ritocchi normativi suggeriti dovrebbero essere affiancati da ulteriori iniziative, necessarie a garantire che la pena sia effettivamente votata a finalità di recupero del condannato alla società e ponga le condizioni affinché il reo, uscito dal carcere non ricada nel delitto.


Ci limitiamo a segnalarne alcuni, ed in particolare l’adeguamento:


a)       degli organici del personale addetto agli Uffici Esecuzione Penale Esterna;

b)   degli organici del personale educativo e sanitario all’interno delle Case circondariali;

c)       degli organici del Corpo di Polizia penitenziaria;

d)      delle strutture carcerarie, in modo tale da garantire da un lato la separazione, pur prevista dalla legge e rarissimamente attuata nei nostri istituti penitenziari, tra detenuti in custodia cautelare e detenuti condannati con sentenza definitiva; e dall’altro lato la creazione di strutture specifiche e funzionali alle peculiari esigenze di particolari categorie di reclusi, come le detenute madri e i tossicodipendenti.

L’appello che rivolgiamo alla Politica risponde ad un interesse diffuso della collettività.

Il rispetto della dignità delle persone detenute misura la civiltà di un Paese.

Un carcere che funziona attraverso la praticabilità di percorsi di reinserimento realmente assistiti e progettati, può restituire alla società persone che più difficilmente commetteranno altri reati.

Un carcere a misura d’uomo rappresenta la migliore declinazione di quella richiesta di legalità che giunge dalla società e che si rivolge anche alle istituzioni; una richiesta che, come operatori, ci sentiamo in dovere di formulare pubblicamente.

 

Magistratura Democratica - Associazione Antigone - Ristretti Orizzonti -  Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti.

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