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 .. riflessi in un libro ..... di Lunadicarta
 
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La giustizia è coscienza, non di un solo individuo, ma dell'umanità tutta. Coloro che sanno ascoltare la voce della coscienza sanno ascoltare anche la voce della giustizia.

Aleksandr Solzhenitsyn
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:59:41, in Giuristi, linkato 1566 volte)

CAMPAGNA PER LA DIFFUSIONE DEGLI OSSERVATORI CIVILI

VERONA 26 FEBBRAIO 2005 ORE 10.30
TRIBUNALE DI VERONA - AULA ZANCONATI

L'esperienza degli osservatori civili si sta rivelando assai fruttuosa.

L'idea che li sorregge è tanto semplice quanto efficace: individuare un luogo di incontro "dal basso" per quelle istanze di razionalizzazione dell'attività giudiziaria civile di cui sono naturali portatori tutti gli operatori della giustizia indistintamente, siano essi avvocati, magistrati o funzionari di cancelleria.
Altrettanto chiaro è lo scopo che gli osservatori perseguono: elaborare un codice condiviso delle "prassi virtuose" destinato ad  agevolare ­ pur nei distinti ruoli dei protagonisti del processo - il buon andamento del servizio  giustizia.
Gli osservatori hanno già dato eccellente prova a Roma, Firenze, Bari, Salerno, Bologna, Reggio Calabria, etc:  la partecipazione numerosa, in primo luogo  degli avvocati, ha consentito un'attenta ricognizione degli snodi critici della pratica quotidiana del processo.
Si è giunti, così,  alla formulazione dei noti "protocolli di udienza" (qualcuno già pubblicato sulle riviste giuridiche), i cui benefici, lungi da ogni astrattezza, sono stati percepiti agevolmente nella pratica quotidiana di quei fori.
Il valore della formula e le sue potenzialità espansive sono  stati colti dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione, in occasione della recentissima Relazione sull'Amministrazione della Giustizia per l'anno 2004 (ROMA, 11 GENNAIO 2005); egli pur rimarcando l'endemica criticità della giustizia civile nel nostro Paese, ha evidenziato che "..un segnale positivo viene tuttavia, proprio dall'operato di magistrati, avvocati e addetti ai servizi di cancelleria, i quali, con un sano pragmatismo, hanno dato vita a protocolli che contengono le cosiddette "prassi virtuose" nell'applicazione del codice di procedura civile" nella prospettiva del superamento di ".una visione particolaristica per assumere, come valore da perseguire, quello di una giustizia efficiente ed efficace".
L'obiettivo che intendiamo perseguire è dunque quello di realizzare, anche nel nostro Distretto, un osservatorio "aperto" al contributo di tutti, una sorta di casa comune, un laboratorio di  idee e di progetti, finalizzato all'attuazione di quella "buona prassi" nella quale, in definitiva, si sostanzia il principio del "buon andamento" dell'amministrazione­giustizia scolpito nell'art.97 della Carta Fondamentale.
La scelta del  Tribunale scaligero come sede di partenza nel Veneto non è stata casuale: qui, difatti, accanto all'attivo osservatorio sul diritto di famiglia, vi è anche altro osservatorio sui temi organizzativi generali dell'ufficio, sorretto da tempo dalla tenacia del Presidente del Tribunale, di numerosi avvocati e di valorosi funzionari di cancelleria.
Il costituendo osservatorio, in questa fase iniziale, persegue il chiaro intento di giovarsi del patrimonio di "sapere " e di saper fare" dei
menzionati osservatori, nel rispetto delle specifiche competenze e senza intenti di sovrapposizione.

Invitiamo, così, tutti gli operatori giudici, avvocati, funzionari e giuristi a prendere parte numerosi all'incontro del:

26 FEBBRAIO 2005 ORE 10,30
AULA ZANCONATI - TRIBUNALE DI VERONA

Hanno assicurato la presenza il Presidente del Tribunale dott. Francesco Abate, il dr. Arrigo De Pauli, Pres. Tribunale Trieste, i magistrati Luca Minniti e Luciana Breggia del Tribunale di Firenze,  gli avvocati Michele Monnini e Sergio Paparo del Foro di Firenze, l'avvocato Giovanni Berti Arnoaldi Veli del Foro di Bologna, il dott. D'Ascola del Massimario della Suprema Corte, alcuni dei quali già protagonisti di analoga iniziativa nei rispettivi distretti.

Hanno aderito all'invito oltre 150 persone tra magistrati, cancellieri e avvocati

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:51:59, in Giuristi, linkato 1305 volte)

Delibera sulla manifestazione tenutasi a Verona il 13.02.2005:

L'Assemblea dell'Unione Triveneta dei Consigli dell'Ordine degli Avvocati, riunita in Rovigo oggi 19 febbraio 2005,

stigmatizza

i modi con cui a Verona nella manifestazione del 13.02.2005 è stato irriso l'esercizio della funzione giurisdizionale che, pur soggetta a libertà di critica, deve sempre essere salvaguardata come valore fondamentale dei nostri principi costituzionali."

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"Dopo il corteo"
Gli avvocati veronesi con Papalia: «censurata» la Lega

Nuove prese di posizione sulla contestata manifestazione sulla giustizia della Lega Nord, tenutasi a Verona domenica 13 febbraio a Verona. A scendere in campo sono stati ieri il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Verona e l'Unione Triveneta dei Consigli dell'Ordine degli Avvocati, che ha stigmatizzato «i modi con cui a Verona è stato irriso l'esercizio della funzione giurisdizionale». Dal canto suo, il Consiglio dell'Ordine veronese, in un comunicato, «esprime condanna per quanto accaduto, censura i contenuti ed i toni usati nei confronti del Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia e della Magistratura giudicante, ai quali esprime piena solidarietà». Il Consiglio dell'Ordine ritiene poi «necessario riaffermare che la libertà di critica, anche alle iniziative ed alle decisioni dei magistrati, non giustifica gli insulti e gli attacchi personali e tanto meno consente l'irrisione verso l'intero sistema giudiziario attraverso l'improprio utilizzo della toga, simbolo che riunisce Avvocatura e Magistratura nell'amministrazione della Giustizia». Il Consiglio denuncia ancora «il pericolo che siffatti episodi minino l'indispensabile fiducia dei cittadini nella funzione giudiziaria» e conclude auspicando «una maggiore attenzione delle forze politiche e sociali al rispetto del principio costituzionale della divisione tra i diversi poteri dello Stato, storica e fondamentale garanzia del nostro sistema democratico".

© Copyright 2003, Athesis Editrice S.p.A.
L'ARENA , Martedì 22 Febbraio 2005

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:47:35, in Magistratura, linkato 1347 volte)

Associazione Nazionale Magistrati


S. SEZIONE DI NICOSIA
 
L'assemblea della S.sezione di Nicosia ha deliberato di proporre alla GEC l'elaborazione di un libretto illustrativo (eventualmente corredato da una videocassetta) sulle caratteristiche dell'Ordinamento Giudiziario italiano da diffondere alla popolazione.
Nonostante il rinvio alle Camere, da parte del Presidente della Repubblica, della legge e la necessità di un nuovo esame da parte del Parlamento si ritiene ugualmente importante procedere a sottoporre tale proposta alla GEC.
Appare evidente che gli attacchi nei confronti della magistratura non sono affatto cessati, né si può ritenere che vi sia stato un significativo cambiamento nell'atteggiamento della maggioranza parlamentare verso le istanze provenienti dall'Associazione Nazionale Magistrati.
L'indipendenza della magistratura, la qualificazione professionale dei singoli magistrati e la capacità concreta di rispondere alle istanze di legalità provenienti dalla società civile sono ancora in pericolo. Avvertiamo con forza la necessità di elaborare forme di manifestazione della nostra opinione sulla legge che disciplina l'Ordinamento Giudiziario che si affianchino alla protesta portata avanti per mezzo degli scioperi contro la proposta di modifica.
Riteniamo altresì importante che si spieghi direttamente ai cittadini le ragioni della nostra preoccupata protesta, che ci si rivolga direttamente a loro per spiegargli che (riprendendo quanto scritto nella "lettera aperta sulla riforma dell'ordinamento giudiziario") "Siamo consapevoli del fatto che spesso le decisioni arrivano troppo tardi e non sempre i bisogni e le aspettative di giustizia sono soddisfatte ma che da anni chiediamo, tramite la nostra associazione, al Governo e al Ministro, a cui compete l'organizzazione del servizio, di fornire i mezzi e le strutture necessarie a rendere il servizio adeguato alle esigenze dei cittadini e agli standard degli altri paesi dell'Unione Europea.
Da anni, allo stesso scopo, chiediamo anche interventi di riforma sulle procedure e sui codici.
Le nostre richieste sono sempre rimaste inascoltate.
In questa situazione il Parlamento si appresta ad approvare una riforma dell'ordinamento giudiziario, che riscrive le regole di organizzazione della magistratura. Secondo noi questa riforma è sbagliata e inutile e, per molti aspetti, incostituzionale".
Dobbiamo considerare che, verosimilmente, la gran parte dei cittadini non percepisce, nemmeno grossolanamente, i sacrifici e le difficoltà che vengono affrontate quotidianamente dai magistrati nell'esercizio delle proprie funzioni.
Questa professione porta molti di noi ad affrontare notevoli sacrifici personali quali, ad esempio, trasferimenti in luoghi indesiderati e lontani dalle regioni di provenienza, stipendi non commisurati al carico delle responsabilità proprie delle funzioni ed alle necessità imposte dall'adempimento dei doveri professionali, inserimento in strutture (uffici, cancellerie, risorse materiali...) spesso inadeguate e quant'altro.
In questo contesto appare di rilievo fornire ai cittadini uno strumento semplice, facilmente accessibile e comprensibile, per mezzo del quale, da una parte, ricordare loro le notevoli figure professionali ed umane che hanno caratterizzato  e caratterizzano i ruoli della magistratura italiana e, dall'altra parte, fornirgli un'immagine completa delle difficoltà nelle quali operano numerosi uffici giudiziari ed i singoli magistrati che ne fanno parte; difficoltà che trovano la propria radice nella scarsità di stanziamenti finanziari, nell'inefficienza
organizzativa del Ministero, che sono generalmente la causa di quei disagi che i cittadini percepiscono quando vengono a contatto con le procedure giudiziarie.
Č altresì importante riuscire ad illustrare ai cittadini l'inutilità, l'irrazionalità e l'iniquità della riforma portata avanti dalla maggioranza politica. 
A tal fine la Sottosezione di Nicosia dell'ANM propone alla G.E.C. di predisporre un libretto, caratterizzato da una notevole schematicità e semplicità di lettura, nel quale siano illustrati i temi sopra indicati e di corredare questo libretto con una videocassetta sulla quale siano registrati servizi giornalistici sui disagi degli uffici giudiziari (quali quelli proiettati durante il Congresso Straordinario di Napoli) nonché una spiegazione in video di ciò che è illustrato nel libretto.
Questo materiale dovrà altresì contenere richiami più generali al tema della formazione professionale e della selezione delle qualifiche dirigenziali. Qualsiasi professionista della selezione del personale potrebbe ben illustrare l'inadeguatezza del concorso per esami quale strumento per la selezione delle professionalità; nessun imprenditore assumerebbe un manager in base ad una tale procedura di selezione.
Si potrà mettere bene in luce come il concorso pubblico per esami rappresenti l'unica procedura ragionevole solo per il primo accesso alle professioni ma che si rivela -tuttavia- assolutamente inadeguato per le valutazioni di progressione in carriera; per queste ultime, infatti -ci insegnano i professionisti della selezione- è importante sottoporre a valutazione la capacità di rendimento complessivo nel tempo della persona esaminata e non la sua abilità di performance in occasione di un test concorsuale.
Sarà inoltre importante spiegare l'arricchimento professionale che deriva dalla possibilità di passare da una funzione all'altra, e come questo arricchimento possa essere conseguito senza alcun pregiudizio per le esigenze legate alla terzeità ed imparzialità del giudice (con l'adozione, ad esempio, dell'obbligo del trasferimento in altro circondario rispetto a quello nel quale si esercitavano le precedenti funzioni);  si potrà evidenziare come l'indipendenza del Pubblico Ministero e la unicità della Magistratura hanno sempre rappresentato in concreto una garanzia per l'affermazione della legalità e la tutela del principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge (come affermato nel documento dei Pubblici Ministeri del 1992 e nella parole del Relatore speciale dell'ONU dr. Leandro Despouys).
Questo materiale dovrebbe essere diffuso direttamente alla cittadinanza, ad esempio, grazie ad un accordo con i maggiori quotidiani nazionali che potrebbero allegarlo al proprio giornale in distribuzione nelle edicole o, addirittura, inviando direttamente ai cittadini questo materiale (possiamo ben sacrificare qualche centinaio di euro a testa così come li sacrifichiamo per aderire allo sciopero).
Sarà altresì importante invitare i cittadini a consultare il sito dell'Associazione e consentire che su questo siano visibili i materiali diffusi oltre alle informazioni generalmente già presenti sul medesimo.
Riteniamo che questa iniziativa presenti il pregio di stimolare nei cittadini una riflessione su un tema estremamente complesso fornendo loro, nel contempo, uno strumento di comprensione estremamente semplificato che ha, altresì, la caratteristica di rimanere materialmente nelle case di chi lo riceve (o almeno in una parte di queste); la sola esistenza di questo materiale aiuterà a comprendere le ragioni degli scioperi passati, che si ha l'impressione rimangano poco chiare nei non addetti ai lavori, e potrà indurre il mondo della comunicazione di massa e della politica a dedicare maggiore attenzione ed impegno nella salvaguardia dell'attività giudiziaria e dei valori che ne presidiano le fondamenta.
 
Nicosia 18/2/2005
 
IL SEGRETARIO
dott. Massimo Lastrucci

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:36:01, in Giuristi, linkato 1331 volte)

A.N.F.
ASSOCIAZIONE NAZIONALE FORENSE
SEDE DI VERONA
www.anfverona.it

comunicato stampa inviato al giornale L'Arena in data 15.02.2005

La sezione veronese della Associazione Nazionale Forense, con riferimento alla manifestazione della Lega Nord tenutasi il 13.02.2005 ed in particolare ai toni usati dal ministro Calderoli, paludato con la toga, e alla lapide intitolata alla memoria del Procuratore della Repubblica dott. Guido Papalia, respinge la indicazione di Verona come sede e simbolo di malagiustizia e contesta gli attacchi personali ai magistrati autori di decisioni sgradite.
I magistrati non sono una casta intoccabile e le loro decisioni possono essere impugnate e possono anche essere criticate. Ma, si deve sottolineare con forza, che la giurisdizione deve essere libera.
Episodi quali quello verificatosi a Verona tendono a minare questa libertà e, insieme, a minare la fiducia dei cittadini nella magistratura.
A.N.F., che raccoglie tra i suoi iscritti avvocati di ogni collocazione politica e che non ha mai mancato di fare sentire la sua voce critica quando se ne è presentata l'occasione, esprime la propria solidarietà ai magistrati veronesi fatti oggetto di invettiva, nella certezza che, nell'interesse dei cittadini, l'attività giudiziaria continuerà ad essere svolta con serenità ed equilibrio.
Verona, li 15.02.2005

comunicato ricevuto in data odierna da MD

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:31:06, in Magistratura, linkato 1348 volte)

Magistratura democratica

L'autogoverno che vogliamo
I primi due anni del Csm e le prospettive
del nuovo Consiglio giudiziario

2 marzo 2005 ore 16
Aula Michele Papa - piano terra del Tribunale
Via F. Crispi - Catania

Incontro con Francesco Menditto
componente del Consiglio superiore della magistratura

Presiede:
Marisa Acagnino (segretaria sezione catanese di Md)

Intervengono:
Giuseppe Di Pietro (Consiglio giudiziario di Catania)
Giovanni Cannella (esecutivo nazionale di Md)

"L'autogoverno della magistratura italiana è in crisi. Lo è nella capacità operativa del Csm e dei Consigli giudiziari, lo è nei rapporti tra amministrazione ed amministrati, lo è nella concreta gestione degli uffici, lo è nella limitata partecipazione dei magistrati che solo raramente si fanno carico dei problemi dell'ufficio. Il sistema dell'autogoverno non è di altri, ma è frutto e patrimonio di tutti i magistrati ed è presupposto indispensabile per la difesa della nostra indipendenza e della stessa qualità del nostro lavoro. Ebbene questo sistema è in pericolo con un rischio di implosione non meno grave degli attacchi esterni. Un allarme va lanciato e va sollecitata l'attenzione e la riflessione di tutti prima che sia troppo tardi".

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2005 @ 19:27:29, in Magistratura, linkato 1614 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

LETTERA APERTA ALLA AVVOCATURA
 
Nel recente passato ci ha diviso la valutazione su alcuni aspetti della riforma dell'ordinamento giudiziario. Ma siamo certi che ci accomuna la convinzione della necessità dell'indipendenza della magistratura come garanzia per il cittadino e il profondo rispetto per la professione forense, che realizza essenziali principi costituzionali. Una magistratura indipendente ed una avvocatura libera sono i connotati di ogni vera democrazia.

Pensiamo che non possiate che condividere la nostra preoccupazione di fronte al tono ed ai contenuti delle recenti polemiche su singoli provvedimenti giudiziari. Si travalica ormai costantemente la critica, sempre legittima, sui singoli provvedimenti, per fare appello diretto al “sano sentimento popolare”, di cui ci si propone come interpreti esclusivi. Ciò è tanto più preoccupante quando sono in gioco vicende in cui la cui complessità e problematicità delle scelte rimesse alla magistratura dovrebbe essere sempre richiamata ai cittadini, piuttosto che fare appello  alle reazioni emotive. Si urla allo scandalo per ipotesi di condanna a venti anni di reclusione con rito abbreviato, o per il riconoscimento della seminfermità mentale, muovendo dalla pretesa di farsi interpreti del "sentimento popolare". Il tutto senza reale contraddittorio, in un clima esasperato, che non consente dubbi o riflessioni.

A noi pare che tutto ciò mortifichi non solo l' indipendenza della magistratura, ma anche, e forse soprattutto, la funzione del difensore, il processo come luogo esclusivo per l'accertamento del fatto e la valutazione della personalità dell'imputato.

Tutto questo avviene nel momento in cui il Parlamento, con il disegno di legge Cirielli-Vitali (mentre con la modifica del regime della prescrizione vanifica ogni risposta penale anche per reati di notevole gravità), fissa per i recidivi in reati minori limiti di pena minimi anche di quattro anni e mezzo, con l'abolizione dei benefici penitenziari: eppure l'art. 27 della Costituzione sul carattere rieducativo della pena è ancora vigente.

Quando si parla della necessità di adeguare le sentenze al sano sentimento popolare ci turbano pericolose memorie. Quando il ministro della giustizia entra nel merito di decisioni giudiziarie, criticando la decisione di un giudice di Lecco e approvando quella di un giudice di Busto Arsizio, vi è da preoccuparsi per il sereno esercizio della giurisdizione. Quando un altro ministro presenzia ad una manifestazione in cui si disprezzano le sentenze, si mostrano lapidi per un procuratore della Repubblica, si lanciano invettive contro un giudice reo di aver assolto un imputato islamico e un altro giudice che ha applicato un patteggiamento a due nomadi, la preoccupazione è massima. I magistrati hanno accettato, come parte del rischio professionale, di entrare nel mirino di gruppi terroristi e di gruppi mafiosi, ma è difficile accettare questo livello di attacchi che coinvolgono esponenti del governo. Vorremmo discutere con le associazioni forensi questi argomenti, che non possono essere in nessun modo sottovalutati. Siamo sicuri che un confronto non potrebbe che vederci concordi, avvocati e magistrati, nella difesa di un esercizio indipendente e sereno della giurisdizione, libero da demagogiche strumentalizzazioni.

Roma 23 febbraio 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

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Di Loredana Morandi (del 21/02/2005 @ 19:48:05, in Magistratura, linkato 1490 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE

Le decisioni non capite

Ancora una volta una decisione giudiziaria - adottata dal GIP di Palermo dr. Mazzeo al quale appare doveroso esprimere un forte senso di comunanza - ha suscitato forti critiche  e strumentalizzazioni non accettabili nell'interpretazione offerta all'opinione pubblica.

Esiste un problema reale -che viene accentuato da una informazione non "educativa" ma conformista rispetto al comune sentire - rappresentato da decisioni giudiziarie - che pure vengono assunte nel pieno rispetto dell'applicazione di norme di diritto sostanziale e processuale con i margini di discrezionalità tipici della funzione giurisdizionale (che deve tradurre un fatto concreto in una norma e quindi interpretare quella norma in funzione del diritto leso) - che i cittadini non riescono a capire.

Si tratta della applicazione di pene ritenute non congrue  rispetto ai gravi fatti di sangue commessi (omicidi) ma contenute grazie alla presenza del giudizio abbreviato che consente la riduzione di 1/3 della pena astrattamente irrogabile, dell'interpretazione di concetti non ancora definiti dal legislatore o da una giurisprudenza consolidata (nozione di terrorismo internazionale), dell'applicazione di norme del processo che - rafforzando la posizione di garanzia del giudice rispetto al pubblico ministero - consentono ed anzi impongono al giudice di dissentire in ordine alle richieste del Procuratore della Repubblica anche nel momento della valutazione dell'esercizio dell'azione penale.

Il magistrato deve rendersi conto dell'impatto della sua decisione nell'opinione pubblica ma non può esserne in alcun modo condizionato. L'interpretazione della norma infatti deve avvenire in maniera conforme allo sviluppo dei principi della legislazione soltanto con riferimento all'attualità dei valori costituzionali. In ogni decisione - qualificata sempre da serenità ed equilibrio - non può subentrare la suggestione condizionante della reazione dell'opinione pubblica.

In tal senso è opportuno che tutti soggetti dotati di responsabilità e senso istituzionale operino per una corretta informazione che ponga i termini di un problema reale nelle sue corrette dimensioni e non esponga il magistrato - in quanto attore della giurisdizione - a controproducenti aggressioni.

Milano 21 febbraio 2005
Fabio Roia
Segretario Generale

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MAGISTRATURA  DEMOCRATICA


 
Lanciare un’iniziativa comune di magistrati e avvocati per la difesa della giurisdizione
 
E’ in corso un'ulteriore escalation contro la giurisdizione che non  può essere ritenuta un'innocua manifestazione, al più folcloristica.
E’ una deriva che va fermata subito e che deve vedere insieme magistrati, avvocati e tutti coloro che credono nello Stato di diritto e nei suoi principi.
Per questo crediamo che l’A.N.M. e le associazioni forensi debbano lanciare un’iniziativa comune che abbia come obiettivo la difesa della giurisdizione.
La situazione è davvero preoccupante.
Siamo ormai in un Paese in cui non vi è più spazio per discussioni e critiche, ma solo per urla e grida.
Si urla allo  scandalo per condanne e assoluzioni, muovendo dalla pretesa di farsi interpreti del "sentimento popolare" che in pratica attribuisce alle  stesse parti il ruolo di giudici su aspetti delicati e sensibili, quali appunto quelli della pena e della libertà personale.
A noi pare che tutto ciò mortifichi non solo l' indipendenza della magistratura, ma anche, e forse soprattutto,  la funzione del difensore, il processo come luogo esclusivo per l'accertamento complesso del fatto e della personalità dell' imputato.
Quando un ministro parla della necessità di adeguare la sentenze al sentimento di giustizia del popolo ci turbano sinistre memorie. Quando un altro ministro capeggia una manifestazione in cui si bruciano le sentenze, si scavano fosse per un procuratore della Repubblica, si minaccia un giudice reo di aver assolto un imputato islamico, e un altro giudice che ha applicato un patteggiamento a due nomadi, la preoccupazione è massima: i magistrati hanno accettato, come parte del rischio professionale, di entrare nel mirino di gruppi terroristi e di gruppi mafiosi, ma è difficile accettare le minacce di esponenti del governo.
Siamo sicuri che un confronto non potrebbe che vedere magistrati ed avvocati finalmente concordi, nella difesa di un esercizio indipendente e sereno della giurisdizione, libero da strumentalizzazioni opportunistiche, contro gli interessi della collettività e, in definitiva, della nostra democrazia.
 
Milano, 18 febbraio 2005
 
Il segretario nazionale
Claudio Castelli

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Di Loredana Morandi (del 17/02/2005 @ 12:19:01, in Indagini, linkato 1386 volte)

...un po' di anti cia terrorismo anche qui da noi!

La Procura di Milano indaga e decide sui mandati d'arresto
Nel 2003 la missione clandestina per catturare Abu Omar
Cia sotto inchiesta in Italia rapì e torturò un egiziano
di CARLO BONINI, GIUSEPPE D'AVANZO E FERRUCCIO SANSA
Il commando Usa ha lasciato parecchie tracce
Che cosa sapevano il governo italiano o l'intelligence?

MILANO - Almeno una dozzina di uomini della Cia hanno condotto un'operazione "antiterrorismo" clandestina a Milano. Il 17 febbraio del 2003, in pieno giorno, in via Guerzoni, a poche centinaia di metri dall'istituto islamico di viale Jenner, hanno sequestrato un egiziano di 42 anni, Hassan Mustafa Osama Nasr, da tutti chiamato Abu Omar. Quello stesso giorno, lo hanno trasferito nella base militare americana di Aviano, dove Omar è stato interrogato e picchiato per sette ore. Prima di essere consegnato, la mattina del 18 febbraio, all'Egitto, dove ha conosciuto le torture delle carceri speciali e dove ancora oggi è detenuto. Abu Omar ha perso parzialmente l'uso delle gambe e dell'udito. La Procura di Milano conosce le foto e l'identità (forse vera, forse falsa) degli agenti americani che hanno condotto l'operazione e sta valutando se chiederne l'arresto per sequestro di persona. Ecco che cosa è accaduto.

Innanzitutto, chi è Abu Omar? All'uomo piace chiacchierare, forse troppo. Fin dal suo arrivo a Milano, accende qualche curiosità. Ha alle spalle una storia controversa. E' nato il 18 marzo del 1963 ad Alessandria d'Egitto e ha lasciato il Paese all'inizio degli anni '90. Gli archivi spionistici (americani, italiani, egiziani) lo definiscono "combattente in Afghanistan e in Bosnia". Nel 1996 è in Albania, dove sposa Marsela Glina. Mette al mondo un figlio. Finisce nei guai. Lo accusano di aver progettato l'assassinio del ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana. Lascia in tutta fretta il Paese e, dopo una sosta a Monaco di Baviera, riappare a Bari il primo maggio del 1997. Nel '99, la questura di Roma gli riconosce lo status di rifugiato. Ottiene un permesso di soggiorno.

Nell'estate del 2000 è a Milano. Lo accoglie l'appartamento di via Conteverde 18, "una nostra casa di passaggio" - spiegano all'istituto islamico di viale Jenner - "per chi arriva in città senza soldi". Via Conteverde non è un indirizzo anonimo. Ci ha abitato qualche latitante eccellente delle prime inchieste milanesi sulle "cellule in sonno di Al Qaeda". Quella casa è, dunque, "un indizio di appartenenza" per la Digos di Milano. Il telefono di Abu Omar finisce sotto controllo, come i suoi amici, i suoi incontri, i suoi passi. La curiosità non sembra inutile. L'uomo si dà arie da "pezzo grosso". Scrive e pronuncia discorsi infiammati. Appare ai poliziotti "una testa calda". Ai suoi compagni sembra un impostore, un po' narciso. Agli uomini dell'intelligence sembra un uomo su cui lavorare. Ne hanno una conferma quando un tizio (ammesso che non sia una spia) saggia la sua disponibilità a darsi da fare per rafforzare un nuovo network del terrore pronto in Europa. Abu Omar si mostra disponibile.

* * *

In quel 2002, George Tenet non fa mistero del possibile destino di tipi come Abu Omar. Il 17 ottobre, l'allora direttore della Cia testimonia dinanzi alla commissione di inchiesta di Congresso e Senato sui fatti dell'11 settembre. Racconta: "Dopo l'attacco alle Torri, la Cia, con la cooperazione del Fbi, ha restituito alla giustizia mondiale 70 terroristi". La pratica ha un nome: extraordinary rendition, "consegna straordinaria". E' un metodo che non si cura della sovranità degli Stati in cui i "pacchi" da consegnare vengono prelevati. Né si preoccupa della loro sorte una volta giunti a destinazione. "La Cia e l'Fbi hanno perseguito all'estero una politica aggressiva finalizzata alla distruzione di Al Qaeda, delle sue risorse umane e tecniche - dice Tenet - Abbiamo identificato anche 36 fiancheggiatori del Terrore e condotto operazioni nei loro confronti in 50 Paesi. Ventuno di queste operazioni hanno avuto successo e mi riferisco ad arresti, carcerazioni, attività di sorveglianza, consegne e approcci diretti".
La prassi della "consegna straordinaria" è stata battezzata nella seconda metà degli anni '80 ed è diventata routine dopo l'11 settembre. I "pacchi" viaggiano sempre con gli stessi aerei. Nel novembre del 2004, un'inchiesta del Sunday Times individua almeno due dei mezzi con cui la Cia consegna i suoi "prigionieri clandestini". Sono un piccolo Gulfstream 5 da 14 posti con codice N379P e un Boeing 737 senza insegna da 52 posti con codice N313P. Li possiede la società Premier Executive transports services del Massachusetts. Volano da Washington verso 49 destinazioni estere: Giordania, Marocco, Iraq, Afghanistan, Libia, Uzbekistan e, frequentemente, Egitto.

* * *

Ritorniamo a Milano. E' il 17 febbraio 2003. E' un lunedì. Accade tutto tra le 12 e le 12 e 15. Abu Omar esce dal cancello verde della sua abitazione in via Conteverde 18. "Vado in moschea", dice alla moglie. La moschea di viale Jenner, neppure un chilometro in linea d'aria. Abu Omar percorre a piedi via Conteverde, in senso opposto a quello di marcia delle auto e nota un furgone bianco che lo incrocia rallentando. Abu Omar accelera il passo e infila via Ciaia. Intanto il furgone ha girato intorno all'isolato e lo aspetta in via Guerzoni, una strada a doppio senso di marcia, chiusa sui due lati dai giardini pubblici e dal centro di raccolta della Croce Viola. Deve essere apparso il posto giusto per "prendere il pacco". La zona può essere facilmente isolata dal traffico. Due auto che goffamente armeggiano per parcheggiare all'incrocio con viale Jenner e sullo slargo di via Ciaia sono sufficienti per lo scopo. Gli uomini (due) nel furgone bianco "lavorano" con tranquillità mentre gli altri su due auto, prese a nolo, bloccano le due estremità della strada. Sono almeno dodici. Sono americani.

Comunicano tra di loro con telefoni cellulari e lavorano al "prelevamento" da almeno una settimana. Ora, gli uomini vedono Abu Omar. Abu Omar si accorge subito dell'uomo che lo attende, accanto al furgone con il portellone posteriore spalancato, all'altezza del civico 23 di via Guerzoni. Lo sconosciuto parla italiano. Si qualifica come "poliziotto". Chiede un documento di identità. E' questione di attimi. Abu Omar viene sopraffatto. E' vero, è corpulento, ma il suo metro e 65 non riesce a opporsi alla forza con cui viene scaraventato nel vano di carico del furgone, dopo essere stato investito da una sostanza spray sul volto.

Non ci sono auto in via Guerzoni. Nessuno dovrebbe vedere. Dovrebbe. Una giovane donna egiziana, appena uscita dai giardini pubblici con i suoi bambini, risale a ritroso la strada di Abu Omar. Nota quei due in piedi che parlottano. Li sorpassa, coglie alle sue spalle gli indizi di una colluttazione. Sente il portellone di un furgone chiudersi rumorosamente e lo sente partire a tutta velocità. Abu Omar è sparito. Dov'è Abu Omar? La donna racconta quel che ha visto al marito, che frequenta l'istituto islamico di Viale Jenner. Il diavolo ci ha messo la coda (anche se la donna, dinanzi alla polizia, farà scena muta, per poi scomparire dall'Italia).

* * *

Dov'è Abu Omar? Il 3 marzo, a due settimane dalla sua scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti. Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un'informazione storta. Nessuno in quel momento è in grado di verificarla. La storia sembra dover morire lì.

Chi può sapere? La risposta arriva da Abu Omar. Accade il 20 aprile del 2004. Quel giorno, la moglie dell'uomo, Nabila - documenta un'informativa trasmessa al Viminale e pubblicata dai giornali italiani - è al telefono con il marito. La chiamata proviene dal "distretto di Alessandria d'Egitto". La conversazione è intercettata. Abu Omar rassicura la moglie, chiede di mandargli 200 euro e le ordina di non aprire più bocca con la stampa, ma di avvisare soltanto i fratelli.

Le parole di Abu Omar dicono solo che è vivo. Lo stesso giorno il telefono squilla di nuovo. Nella casa di Mohammed Ridha. E' l'imam della moschea di via Quaranta. Egiziano come Abu Omar, suo amico personale. I due si sentono una prima volta il pomeriggio del primo maggio. Abu Omar dà un nuovo appuntamento telefonico per l'8 maggio. E quel giorno racconta, cominciando proprio dal momento in cui il portellone del furgone bianco si chiude alle sue spalle in via Guerzoni. Questo è quel che dice.

* * *

Abu Omar. "I due che mi hanno sequestrato sembravano italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa cinque, sei ore. Quando il furgone si è fermato e hanno aperto il portellone era l'ora del tramonto, tra le cinque e le sei. Ho avuto la sensazione di essere in una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano, ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi l'odio contro gli americani. E' vero? E' vero che recluti combattenti da mandare in Iraq?" Io rispondevo di no, che non era vero, e loro ripetevano le domande. A un certo punto mi hanno mostrato anche un manifesto che avevo scritto in cui denunciavo i misfatti dell'Italia in Libia e Somalia. Poi sono cominciate le botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana. Credo fosse una base nel Mar Rosso".

E' uno scalo tecnico. L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24 ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi"". Abu Omar si rifiuta e scrive il suo destino. Quello stesso 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora, il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove "esiste sempre un girone peggiore di quello in cui sei finito".

Abu Omar: "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo, doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non sentire più una parte della schiena".

Cosa vogliono gli egiziani da Abu Omar? Per quello che lui riferisce all'imam di via Quaranta "le domande sono inutili - "Sei stato in Bosnia, sei stato in Afghanistan?" - servono soltanto a dare una parvenza di senso alla tortura". In realtà quel che sembra vogliano da lui è un'altra cosa. E lui la confida all'amico di via Quaranta, quasi con orgoglio: "Mi hanno mostrato una lista con dei nomi. In cima c'era il tuo, Mohammed Ridha, poi quello dell'imam di viale Jenner, Abu Emad. Il mio era il terzo. Mi hanno detto che se volevo uscire dovevo consegnarvi a loro".

Abu Omar resta a Tora quattordici mesi. Finché non gli comunicano che è un uomo libero. A un patto: "Se vuoi uscire con le tue gambe e non in una cassa da morto, non raccontare quello che ti è successo. Dovrai dire che sei venuto in Egitto di tua spontanea volontà con un biglietto comprato in Italia". Abu Omar firma l'impegno. Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, gli riaprono le porte della galera. Il 12 maggio i servizi egiziani lo prelevano nella sua casa di Alessandria d'Egitto e da allora di lui nulla più si sa. Che ne è di lui? Ha raccontato la verità?

* * *

Quel che è documentato non è la verità di Abu Omar, ma le misteriose presenze intorno a lui in quel 17 febbraio di due anni fa. La "squadra operativa" della Cia e dell'Fbi ha pasticciato parecchio lasciando tracce dovunque. Lo stesso gruppo di cellulari, secondo le indagini dal procuratore di Milano Armando Spataro, sono in via Guerzoni intorno alle dodici. Gli stessi cellulari "si muovono" verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia (la Cia ha la sua sede centrale a Langley). Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno dopo (probabilmente accanto ad Abu Omar). Dai cellulari (italiani), gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto dell'operazione.

Con tracciati telefonici, note d'albergo, foto, contratti di noleggio auto, l'inchiesta può dirsi quindi conclusa. Ma qui cominciano le domande e, con le domande, i guai e le polemiche. Possono essere arrestati, per sequestro di persona, una dozzina di agenti della Cia in missione speciale antiterrorismo? Si può chiedere a Washington la loro estradizione? Che cosa ha saputo Roma dell'extraordinary rendition di via Guerzoni e che cosa il governo o l'intelligence italiana ha saputo dopo?

(La Repubblica 17 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/cronaca/inchiestacia/inchiestacia/inchiestacia.html

 

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Di Loredana Morandi (del 16/02/2005 @ 17:59:54, in Magistratura, linkato 1407 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

SULLA PROPOSTA DI LEGGE n. 3247/S

La proposta di legge n. 3247/S, approvata dalla Camera ed  attualmente in discussione al Senato, introduce rilevanti modifiche al sistema penale in materia di attenuanti, recidiva, prescrizione del reato. Appare difficile cogliere il segno complessivo dell’intervento e le ragioni di politica criminale ad esso sottese tanto contraddittorie tra loro appaiono le misure proposte.

Si introducono, infatti, elementi di rigidità nel processo di individuazione della pena da parte del giudice e nella applicazione di misure alternative.

Il legislatore sembrerebbe qui dar credito ad un pregiudizio tanto diffuso quanto infondato su un certo “lassismo” da parte dei magistrati nella irrogazione delle pene in fase di cognizione e nella concessione di misure alternative in fase di esecuzione. Il numero elevato di detenuti e la minima entità dei reati commessi da parte di soggetti ammessi a misure alternative dimostrano al contrario che il difficile compito di adeguare la pena al fatto commesso in fase di cognizione e di offrire possibilità di rieducazione al condannato in fase di esecuzione è esercitato con equilibrio dalla magistratura italiana.

Come dimostrano tutte le ricerche in campo criminologico sono la tempestività e l’efficacia degli interventi repressivi ad avere effetti positivi in termine di prevenzione generale, piuttosto che l’inasprimento delle pene, peraltro già oggi elevate nel massimo edittale.

In questa chiave le altre misure contenute nel disegno di legge appaiono del tutto incomprensibili e in palese contrasto con lo scopo dichiarato.

L’attenuante obbligatoria per gli ultrasettantenni non ha alcuna giustificazione sul piano criminologico e si traduce unicamente in una ulteriore rigidità nella individuazione della pena.

Ma sono soprattutto le nuove disposizioni in materia di prescrizione del reato a suscitare vivo allarme per il pericolo di vanificare la  effettività del processo.

“Il problema centrale della nostra giustizia è e rimane quello della durata eccessiva dei processi”, ha sottolineato più volte il Presidente Ciampi. Il Procuratore Generale Favara, già nella relazione inaugurale dello scorso anno, nella stessa linea aveva osservato che “La giustizia … è in crisi soprattutto a causa della sua scarsa efficienza e della durata eccessiva dei processi”, aggiungendo che si “crea un circolo vizioso: la prospettiva della prescrizione invoglia a tattiche dilatorie”.

E’ esigenza condivisa che la prescrizione in corso di procedimento debba  tornare ad essere evento del tutto eccezionale. Il difensore ha il dovere professionale di indicare al suo cliente la prospettiva della prescrizione, ma il legislatore deve intervenire per rompere il “circolo vizioso” che spinge alla difesa dal processo piuttosto che alla difesa nel processo. Molte proposte sono state avanzate nel senso di rimodulare il sistema della sospensione, ripensare l’incidenza delle attenuanti generiche sul computo dei termini, fino alle più incisive proposte nel senso di distinguere la prescrizione fino all’inizio dell’azione penale e quella nelle varie fasi del processo, fissando un termine per ogni fase. Occorrerebbe adottare con urgenza  quei provvedimenti in materia di semplificazione e razionalizzazione del processo penale, che raggiungerebbero i due effetti positivi di rendere più celere la conclusione del processo e di vanificare le tattiche dilatorie.

Ma il disegno di legge ora in discussione si muove nel senso opposto, tanto che nella relazione inaugurale di quest’anno il Procuratore generale Favara ha osservato, con riferimento alla prescrizione che “Il suo perseguimento rischia addirittura di essere agevolato se i relativi termini saranno ridotti, con ulteriore incremento delle impugnazioni e vanificazione del lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati, soprattutto per quanto attiene ai processi in corso, già calendarizzati sulla base dei termini attualmente vigente”.

Gli effetti allarmanti sui procedimenti pendenti in Cassazione sono stati indicati in modo preciso nel documento dell’Ufficio del Massimario della Cassazione. Effetti altrettanto gravi si verificheranno per i procedimenti pendenti in primo grado e in appello. Al riguardo occorrerebbe un preciso monitoraggio, che richiede tempi adeguati. E’ incredibile che il Ministro della giustizia abbia preannunciato che il monitoraggio sarà disponibile, ma dopo la approvazione della legge: non sarà dunque un contributo di previsioni per il legislatore, ma un rilievo dei danni che inevitabilmente si produrranno.

I termini massimi di prescrizione saranno ridotti drasticamente quando non dimezzati per reati di notevole gravità ed allarme sociale: millantato credito, corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, truffa in danno dello Stato, calunnia, attentato per finalità terroristiche, usura e tanti altri.

Ancor più grave, se possibile, la parificazione della sospensione alla interruzione, ponendo un tetto massimo per le ipotesi di sospensione. In questo modo, oltre alla possibilità che la prescrizione maturi a seguito di eventi estranei al procedimento, si pone in essere un ulteriore clamoroso incentivo alle tattiche dilatorie, con il rischio di introdurre momenti di tensione continua nel processo (es. verifica degli impedimenti del difensore e delle parti).

L’Anm, nel più rigoroso rispetto delle prerogative del Parlamento, ha il diritto ed il dovere di portare il contributo della esperienza professionale dei magistrati.

Chiediamo che il legislatore introduca con urgenza quelle proposte minimali di semplificazione del processo penale, sulle quali è ormai maturato un ampio consenso e che potrebbero rendere effettivo il principio costituzionale della ragionevole durata.

Chiediamo che non si introducano eccessivi irrigidimenti nella discrezionalità del giudice per la individualizzazione ed esecuzione della pena: come insegna l’esperienza, anche recente, i risultati di ingiustizia sostanziale che si potranno verificare saranno attribuiti dalla opinione pubblica al giudice, anche quando la sua decisione sarà conseguente ad automatismi legislativi.

Chiediamo con forza che non si adotti una disciplina della prescrizione che introdurrebbe momenti di tensione continua nel processo, renderebbe inutile tanta parte del lavoro dei magistrati e vanificherebbe la effettività del processo anche per reati notevole gravità.

Roma, 16 febbraio 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

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