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Tieni sveglie le leggi, perché il sonno le uccide. Dà vita ai buoni esempi: sarai esentato dallo scrivere delle buone regole.

Pitagora
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

PROCESSO MORI

«I carabinieri trovarono il "papello"
ma arrivò l'ordine di non sequestrarlo»

Un teste: il foglietto con le richieste di Riina allo Stato fu scoperto in una perquisizione a casa Ciancimino


MILANO - Già nel 2005, durante la perquisizione in casa di Massimo Ciancimino, i carabinieri trovarono il cosiddetto «papello» di Totò Riina ma non lo sequestrarono, su ordine di un colonnello, poichè l'Arma ne sarebbe stata già in possesso. La rivelazione è venuta dalla testimonianza del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale dei carabinieri che sta deponendo al processo al generale dell'Arma Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. «Il capitano Angeli - ha sostenuto il maresciallo - mi disse che, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano». Il teste, prima in servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo, pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto appreso dall'allora capitano Antonello Angeli che effettuò una perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005 indagato per il riciclaggio del tesoro del padre, l'ex sindaco di Palermo Vito. In casa del superteste della trattativa, nascosto in un controsoffitto, ci sarebbe stato l'elenco con le richieste di Riina allo Stato.

FOTOCOPIA DI NASCOSTO - Esterrefatto dall'ordine del superiore di non sequestrare il papello, Angeli lo fece fotocopiare di nascosto a un collega. Angeli informò della vicenda il maresciallo circa un anno dopo la perquisizione a casa di Massimo Ciancimino e gli raccontò di averne poi discusso animatamente con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco Gosciu. Il capitano scelse il sottufficiale per la confidenza sapendo che questi aveva avuto rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu, quindi essendo certo di trovare in lui un «alleato». Angeli e Masi, molto preoccupati per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far filtrare la notizia sulla stampa.

CONTATTI CON LA STAMPA - Una mossa che, secondo loro, avrebbe «costretto» i magistrati a convocarli e gli avrebbe consentito di rivelare all'autorità giudiziaria una circostanza che ritenevano inquietante. Nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro sottufficiale, contattò allora il giornalista dell'UnitàSaverio Lodato proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia importante. Al cronista chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo. Dopo la testimonianza di Masi, controesaminato dal legale di Mori, l'avvocato Basilio Milio, che ha messo in luce che il teste è sottoposto a un procedimento penale per falso materiale e che è stato «piu volte trasferito», ha cominciato a deporre Lodato. (Fonte Ansa)

Corriere della Sera
21 dicembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 22/12/2010 @ 07:07:10, in Politica, linkato 1464 volte)

Ciancimino jr intercettato: Quando mi becca la giustizia, i pm mi difendono

Il Corriere rivela le parole al telefono del figlio di don Vito Ciancimino: «Se io dico “mi vogliono fottere con una minchiata” e robe varie, [i pm della Procura di Palermo] dicono [ai giornalisti]: “Guardate che è il nostro teste principale d'accusa su quel che è successo negli ultimi vent'anni, non me lo screditate per una cazzata”». Leggi anche: La balla più grossa non l'ha detta Junior

di Chiara Rizzo
 
Massimo Ciancimino: «L'hai vista [l'ultima puntata di Annozero, ndr]? Sono un'icona per loro! Se io dico “mi vogliono fottere con una minchiata”, “mi vogliono coinvolgere” e robe varie, loro... in gioco c'ho molto più di un'inchiesta fiscale... E allora [i pm della Procura di Palermo, che lo interrogano, ndr] gli dicono a quelli [ai giornalisti]: “Guardate che è il nostro teste principale d'accusa su quel che è successo negli ultimi vent'anni, non me lo screditate per una cazzata”». Ecco cosa succede alla Procura di Palermo attorno alla “grande” inchiesta sulle stragi del '92-'93 e sulla trattativa Stato-mafia.

Lo si apprende direttamente da Junior, il «teste principale» appunto, intercettato mentre incontra di nascosto un presunto affiliato alla 'ndrangheta, per condurre un riciclaggio di denaro. L'intercettazione è stata pubblicata lo scorso 18 dicembre dal Corriere della Sera. L'autore dell'articolo, Giovanni Bianconi, premette che probabilmente ciò che dice nell'intercettazione Ciancimino non corrisponde a verità, perché Massimo starebbe millantando per fare affari. Probabilmente, invece, mai intercettazione ha più corrisposto alla verità di ciò che accade intorno a Junior: un circo mediatico le cui fila sono tenute dalla procura, e in cui proprio il Corriere è uno dei principali giocolieri. Quindi, inconsapevole di essere intercettato dalla procura di Reggio Calabria che indaga molto meticolosamente, Ciancimino svela gli inquietanti rapporti di favoritismo tra lui, i pm palermitani e i giornalisti. Ma non solo.

Il primo dicembre 2010, a Verona, dove si trova a visitare, senza scorta, Girolamo Strangi (l'uomo su cui si indaga da Reggio per associazione mafiosa), Junior rivela di poter informare Strangi di eventuali indagini a suo carico, perché «Io me la vado a vedere nel registro...». Il riferimento, esplicito, è alla banca dati dei magistrati di Palermo: un archivio di tutte le indagini contro la mafia condotte a livello nazionale, che ovviamente dovrebbe rimanere assolutamente segreto e riservato agli “addetti ai lavori”. Si vede che a Palermo, però, Junior è ritenuto tale: «Ti stampano [la banca dati online, ndr] tutto: se gli digito un nome mi dice se c'è l'iscrizione in un'indagine anche dei vigili urbani. È la banca dati del Ministero... della Dda, dell'antimafia, ce li ha tutti i dati... Se ti serve saperlo io... quando ho un attimo guardo». E ancora, dice Junior: «Io faccio quello che minchia voglio là dentro...». Bonjour finesse.

La banca dati della Dda (Direzione distrettuale antimafia), è ormai come un hobby per Junior: «L'altra volta mi sono andato a vedere un file dove c'erano le barche da sequestrare». Massimo, che è già stato condannato per il riciclaggio del “tesoro” accumulato dal padre Vito (negli anni in qualità di sindaco di Palermo, grazie alle sue amicizie mafiose), racconta che, alla faccia della sentenza d'appello che gli ha diminuito la condanna, lui di quel tesoro che i magistrati cercano inutilmente di sequestrargli da decenni, ha ancora piena disponibilità. Contante soprattutto in Francia, che lui cerca di re-“importare” in Italia: ecco appunto perché propone a Strangi uno scambio. Cento mila euro in contanti, contro 70 mila in assegni da Strangi: «Li porto in Italia i miei cento e poi li do a Paolo?», «Una volta che abbiamo messo questi 100 mi devi dare 70 di assegni, giusto» dice il figlio di don Vito. Cosa accadrà ora del “superteste” palermitano senza scrupoli e intrallazzato? Il 21 dicembre, all'udienza del processo al generale dell'Arma, Mario Mori, si potrebbeavere una prima risposta.

www.Tempi.it

La Rassegna

Mafia/ Ciancimino jr su presunto tesoro: Mi sono cacciato in guaio

Virgilio - ‎13 ore fa‎
Due giorni dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera di una intercettazione in cui fa riferimento all'esigenza di far rientrare in Italia dei soldi ...

“Stavolta ho sbagliato”

Live Sicilia - ‎19 ore fa‎
“Ho sbagliato e mi sono cacciato in questo guaio. Ho fatto una cazzata, non ho giustificazione”. Massimo Ciancimino non ci gira attorno. ...

Ciancimino intercettato: "Lasciamo stare Verona"

Verona Sera (Comunicati Stampa) (Blog) - ‎20/dic/2010‎
Era arrivato qui a Verona senza scorta. Per parlare con l'imprenditore Girolamo Strangi, accusato di essere affiliato alla mafia calabrese. ...

Ciancimino jr intercettato: Quando mi becca la giustizia, i pm mi ...

Tempi.it - ‎20/dic/2010‎
Il Corriere rivela le parole al telefono del figlio di don Vito Ciancimino: «Se io dico “mi vogliono fottere con una minchiata” e robe varie, ...

Ciancimino: Io icona antimafia, ho accesso a banche dati magistrati

Giustizia Giusta ® - ‎19/dic/2010‎
Racconta di aver accesso alle banche dati dei magistrati di Palermo. Si preoccupa di riciclare denaro, e si offre anche come “corriere” (“Io non ho problemi ...

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Di Loredana Morandi (del 21/12/2010 @ 09:02:13, in Magistratura, linkato 1382 volte)
Nell'attuale situazione socio politica creatasi in seno a IdV e intorno alla figura di de Magistris, i magistrati a giudizio sono delle vittime. Infatti in quel di IdV si sta consolidando la nuova P4, con le logge siciliane ex Kossiga e le loro associazioni  para massoniche, che appaiono nei programmi di conferenze ed eventi. La peculiarità è che mentre si persegue la P3 di destra, cresce la P4 di sinistra. L.M.

Giustizia: pm di Catanzaro Murone

trasferito a Corte Appello Messina


Roma, 20 dic. - (Adnkronos) - Il procuratore aggiunto di Catanzaro, Salvatore Murone, che era stato trasferito dalla Sezione disciplinare del Csm con un provvedimento cautelare, e' stato trasferito alla Corte d'Appello di Messina.

Lo ha deciso il plenum di Palazzo dei Marescialli la scorsa settimana, con tre astensioni, prima di fermarsi per le festivita' natalizie.

Murone, nei giorni scorsi, e' stato rinviato a giudizio insieme ad altri 7, nell'ambito dell'inchiesta di Salerno su un presunto complotto nei confronti dell'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris.
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Di Loredana Morandi (del 21/12/2010 @ 08:54:08, in Estero, linkato 1213 volte)
In Italia se le Procure si dotassero di uno sportello al cittadino su Facebook avremmo risolto i casi di stalking e i pesanti raggiri in false flag delle associazioni, che sostengono pedofili e violenti contro donne e bambini.
I casi che sto seguendo perché "letteralmente" investita vedono anche la clonazione e l'invasione dei profili personali più di un magistrato famoso o anche famosissimo. Coinvolti loro malgrado anche magistrati che hanno scritto la Storia d'Italia. L.M.


Gb/ Via libera all'uso di
Twitter nelle aule di giustizia

Un uso "discreto" non interferisce con amministrazione giustizia

Londra, 20 dic. (Ap) - Il social network Twitter entra nelle aule di giustizia britanniche. E' quanto ha deciso oggi il massimo responsabile della magistratura britannica, Igor Judge, affermando che un uso "discreto, virtualmente silenzioso" del network per riferire in diretta su quanto succede in aula non interferisce con l'amministrazione della giustizia. Nelle corti britanniche sono vietate telecamere e attrezzature di registrazione.

La scorsa settimana, il giudice che ha presieduto il caso contro il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ha autorizzato per la prima volta l'uso di twitter in aula. Tuttavia, pochi giorni dopo un altro giudice ha vietato l'uso del social network.

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Di Loredana Morandi (del 21/12/2010 @ 08:48:49, in Magistratura, linkato 1543 volte)
La verità dalla fonte dell'ex pm Pietro Calogero (oggi pg a Venezia) sulle più recenti diatribe storiografiche innestate dagli scontri di roma.

Il blitz del 1979. Calogero:
'Parallelo contro storia'

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/pietro.calogero.jpg

In carcere finirono militanti e vertici di autonomia operaia


ROMA (ANSA), 19 dicembre 2010, 21:11 - Una grande retata che a sorpresa nella Pasqua del 1979 porto' in carcere decine di militanti e soprattutto i vertici di Autonomia Operaia. Fu il giorno degli arresti dei principali esponenti di quell'area, il 7 aprile, a dare il nome all'inchiesta per associazione sovversiva condotta dall'allora pm di Padova Pietro Calogero, che emise in tutto 22 mandati di cattura e che sino a quel momento era noto per essere stato tra i primi magistrati ad indagare sulla ''pista nera'' della strage di piazza fontana

In carcere fini' per la prima volta il professor Toni Negri, docente universitario, studioso di marxismo, ritenuto l' ideologo dell' area dell' autonomia. Con lui vennero arrestati alcuni tra i massimi esponenti dell' autonomia padovana e milanese come Lauso Zagato, Mario Dalmaviva, Luciano Ferrari Bravo, Oreste Scalzone. Altri, invece, come Franco Piperno riuscirono a fuggire. Si scateno' una bufera che poi ebbe altri seguiti, con blitz che portanono in carcere decine di persone gravitanti nell'area dell'Autonomia, e si parlo' di un ''teorema Calogero'', in base al quale lungo l' arco di un decennio, scioglimenti solo apparenti e un sottile ''filo rosso'' avrebbero legato il gruppo dirigente di ''Potere operaio'' ai vertici dell' Autonomia e delle Brigate rosse. Qualche anno dopo Calogero disse di non aver mai tentato di dimostrare che Autonomia Operaia e le Brigate Rosse ''erano la stessa cosa. Ho cercato di provare - spiego' - che tra queste due organizzazioni vi era un progetto strategico comune''.

PARALLELO CON '79 CONTRARIO ALLA STORIA - Per Pietro Calogero, il magistrato autore dell'inchiesta 7 aprile, ''e' contrario all'obiettivita' storica'' un parallelo tra le violenze studentesche e le forme di illegalita' di oggi e la vasta operazione che nella primavera del '79 decapito' Autonomia Operaia. ''I fatti di oggi - dice il magistrato all'ANSA - hanno una differenza sostanziale, perche' quelli che portano agli arresti del 7 aprile si svilupparono all'interno di un preciso disegno strategico di insurrezione, per sovvertire il sistema''.

C'era infatti, ricorda Calogero - oggi Pg a Venezia - ''un legame stretto tra il combattentismo, militarizzato, delle Br e l'illegalita' diffusa di allora, che miravano a scalzare il sistema vigente per sostituirlo con un altro''. ''Oggi - aggiunge - non vedo una ideologia, non c'e' un disegno strategico''. ''Ci sono piuttosto - osserva Calogero - dei fatti di violenza, delle forme di illegalita' che ricordano invece piu' il periodo del '68, ma non quello della seconda meta' degli anni '70''. Detto questo, il magistrato, ''proprio per il vuoto di ideologia, per la mancanza di disegno strategico'', sottolinea di non ravvisare ''una situazione di pericolo che possa giustificare 'maxi-retate' o blitz di polizia''. Un'ultima riflessione Calogero la riserva a chi negli anni si e' abituato a pensare al '7 aprile' soltanto come ad una maxi-retata delle forze dell'ordine. ''Non era un blitz, una risposta di getto - spiega - ma la conclusione di un'inchiesta lunga e complessa che aveva richiesto anni di studio investigativo''.
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Il comitato dei lavoratori sta col ministro:
«Dalla Procura atti gravi e ingiustificati»



ROVIGO (19 dicembre) - L'azione disciplinare decisa dal ministro della giustizia, Angelino Alfano, verso i magistrati di Rovigo che indagano sulla riconversione della centrale di Porto Tolle trova l'approvazione del comitato dei lavoratori dell'impianto dell'Enel. «Da 5 anni - afferma il portavoce, Maurizio Ferro - eravamo in attesa delle autorizzazioni per la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. I vari rallentamenti alle autorizzazioni avevano destato perplessità sull'operato della Magistratura di Rovigo nell'interferenze con il lavoro svolto dalle competenti commissioni Via ministeriali e regionali».

Un problema questo, ricordano i lavoratori, già sollevato l'estate scorsa durante un dibattito pubblico dall'ex presidente della Camera, Luciano Violante, e - secondo gli operai - «accertato ,dopo le ispezioni, anche dal ministero della Giustizia». «I lavoratori Enel di Porto Tolle, che avevano denunciato la situazione sin dall'inizio - conclude Ferro - chiedono provvedimenti esemplari per questo grave e ingiustificato atto che è da ascrivere alla Procura di Rovigo».

«L'azione disciplinare dimostra che tutti i nostri timori erano fondati» aggiunge Ferro, secondo il quale - nel caso venissero accertate responsabilità dei magistrati nei ritardi all'ok alla riconversione - i lavoratori «sono pronti a chiedere i danni». Secondo Ferro gli ispettori del ministro Alfano «hanno verificato che alcuni magistrati, con interferenze estranee alla legge, hanno bloccato la riconversione a carbone della Centrale Enel di Porto Tolle. L'azione disciplinare nei confronti dei magistrati rodigini è la prova che questa non è un'ordinaria storia italiana di ritardi e burocratismi».

Il comitato dei lavoratori della centrale Enel sottolineano che «le "reiterate coincidenze" durano dal 31 maggio 2005, data di apertura dell'iter autorizzativo, e hanno bloccato un investimento che vale 4mila posti di lavoro. In questi 5 anni, abbiamo continuato a richiamare l'attenzione su tutti i dubbi che gli interventi della Procura di Rovigo hanno sollevato, e adesso è chiaro perché, dato che le azioni di alcuni magistrati arrivavano puntualmente a ridosso di decisioni importanti sul progetto Enel».

Il Gazzettino

Il precedente

Rovigo. Porto Tolle, sotto accusa i Pm
anti-centrale: «Interferenze sul progetto»

Il ministro Alfano ha deciso di esercitare l'azione disciplinare
nei confronti del Procuratore Curtarello e della pm Fasolato

ROVIGO (19 dicmbre) - Il Guardasigilli Angelino Alfano, dopo aver inviato nel gennaio scorso gli ispettori presso la Procura di Rovigo, ha deciso ora di esercitare l'azione disciplinare nei confronti del Procuratore Dario Curtarello e della pm Manuela Fasolato, in relazione all'inchiesta sul progetto di riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle.

L'iniziativa sarebbe motivata dalle "interferenze" che i magistrati polesani, attraverso un fitto carteggio tenuto con il ministero dell'ambiente e la commissione Via, avrebbero esercitato sugli organi amministrativi che dovevano decidere sul progetto di riconversione della centrale elettrica. In particolare, «divulgando atti dell'inchiesta ancora coperti da segreto», con i quali i magistrati avrebbero segnalato al ministero l'esito di perizie che mettevano in guardia sui problemi di inquinamento che la riconversione a carbone dell'impianto avrebbe causato.

La Procura polesana è da anni in prima linea nelle repressione dei reati ambientali, con un occhio di riguardo proprio per la centrale Enel che si affaccia sul Delta del Po. Nell'inchiesta condotta dalla pm Fasolato, che sta indagando sulle malattie respiratorie dei bambini che vivono in un raggio di 25 km dall'impianto, sono indagati a vario titolo l'ad di Enel Fulvio Conti, e gli ex amministratori Paolo Scaroni e Francesco Tatò. Sia il procuratore Curtarello che il sostituto procuratore Fasolato hanno scelto per ora di non commentare l'iniziativa del ministro.

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=131329&sez=NORDEST&npl=N
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Di Loredana Morandi (del 21/12/2010 @ 08:36:37, in Magistratura, linkato 1350 volte)
CSM: PLENUM NOMINA ROMANO
DIRETTORE DELL'UFFICIO
STUDI E DOCUMENTAZIONE



ROMA (ITALPRESS) 18 dicembre 2010 – Il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, giovedi’ scorso ha nominato – all’unanimita’ – il professore Bartolomeo Romano, Consigliere del CSM e ordinario di Diritto Penale nell’Universita’ di Palermo, Direttore dell’Ufficio Studi e Documentazione dello stesso CSM.

Per Romano si tratta di un incarico prestigioso e delicato, poiche’ l’Ufficio Studi, fra gli altri compiti, ha quello di fornire pareri su tutte le piu’ importanti questioni oggetto di discussione al Consiglio, constituendone un essenziale supporto scientifico.

(ITALPRESS).
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Di Loredana Morandi (del 21/12/2010 @ 08:21:14, in Magistratura, linkato 1724 volte)
Aggiornamento doveroso. Però Cascini sa che se c'è un coraggio nell'affrontare gli ostacoli posti dalla politica, il vero coraggio giudiziario sarà dimostrato realmente in sede di indagini sui pestaggi di pubblica sicurezza. Gli scontri di piazza sono stati duri ed hanno provocato tanti danni, è vero. Ma vedere 10 persone prendere a calci un ragazzo solo e a terra è orribile e quella violenta codardia non è mai punita in modo esemplare. Emblema di questo è il caso Aldrovandi, perché il padre di Federico "Aldro" è poliziotto e quella stessa violenza cieca gli ha strappato un figlio. L.M.


Scontri Roma/ Cascini:
Magistrati sono stati coraggiosi

Da Alfano e Maroni troppe ingerenze. Ora vogliono giustizialismo?

Roma, 18 dic. (Apcom) - Per il pm Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm, è "pericolosa l'idea che si sta facendo passare, ovvero che i colpevoli la facciano franca grazie alle maglie larghe della magistratura. Ma quale lassismo dei giudici? Questi colleghi (che hanno scarcerato i 23 fermati per gli scontri di martedì scorso a Roma, ndr.) sono stati coraggiosi, perchè era immaginabile una simile reazione della politica. Guai però a fare da cinghia di trasmissione fra l'emotività della piazza e le decisioni processuali".

"Le immagini che abbiamo visto in tv ci mostrano comportamenti gravi, ma i colleghi non hanno sottovalutato questi comportamenti", quanto piuttosto hanno sottolineato che la libertà personale "è un bene primario e può essere limitata solo in base a regole processuali. Servono le prove - afferma Cascini in un'intervista al Corriere della Sera - per stabilire che davvero chi è stato fermato abbia compiuto quei reati". Inoltre "si deve valutare anche la personalità del fermato, e questi erano tutti ragazzi giovanissimi privi di precedenti penali".

Cascini definisce poi "gravissimo" l'invio degli ispettori da parte del ministro Alfano: "devono essere i giudici a stabilire se ci sono i presupposti della custodia cautelare - sottolinea - e non la richiesta di carcerazione di un ministro, accompagnata dalla minaccia di sanzioni disciplinari". Secondo Cascini, quindi "sia Maroni, nelle comunicazioni al Senato, che Alfano, nel comunicato in cui annuncia l'ispezione, esprimono un pregiudizio di colpevolezza, dando per acquisito che gli scarcerati siano i responsabili dei gravi atti di violenza". In questo momento, conclude, "l'istanza che viene dalla politica è di punizione esemplare. Un giustizialismo tante volte rinfacciato a noi".

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Scontri Roma/ Gasparri: Nei cortei ci sono potenziali assassini

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PROTESTA STUDENTI, IN PIAZZA IL 22 DICEMBRE / sconcertante ...

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PROTESTA STUDENTI, IN PIAZZA IL 22 DICEMBRE. Ultime notizie: sconcertante proposta Gasparri, procedere ad arresti preventivi - Roma - Prevista per mercoledì ...
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La Procura della Repubblica di Modica carente di cancellieri. Vuoti i tre posti d’organico


La Procura della Repubblica di Modica vive momenti di criticità per la carenza di personale dirigenziale. Se, infatti, tra qualche mese sarà “sanato” il vuoto dei magistrati con l’arrivo di un secondo Sostituto Procuratore, dall’altro risultano assolutamente scoperti gli uffici di dirigenza della cosiddetta “Terza Area”. Una carenza determinata dalla collocazione in quiescenza dei titolari di incarico, l’ultimo dei quali appena due settimane fa. La pianta organica della Procura della Repubblica è disciplinata da un recente Decreto Ministeriale del 25 ottobre scorso che prevede tre dirigenti di Terza Area e specificatamente un direttore e due funzionari giudiziari.

Sono posti attualmente vuoti dove per anni hanno operato i funzionari Gino Rossino, Francesco Terranova e Giovanni Brancati. Ecco che questo vuoto ha determinato serie difficoltà per il buon andamento del terzo piano del Palazzo della Giustizia dove opera, appunto, la Procura della Repubblica. L’organico prevede, poi, tre cancellieri e tre assistenti giudiziari, posti attualmente ricoperti anche attraverso l’impiego di dipendenti comunali e di ufficiali di polizia giudiziaria acquisiti dal Comando di Polizia Municipale di Modica.

Come si diceva, l’organico dei magistrati inquirenti, in atto, è ricoperto dal Procuratore della Repubblica, Francesco Puleio, e dal Sostituto, Gaetano Scollo. E’ stato assegnato già un altro Sostituto, una donna, che arriverà in aprile. La Procura si avvale, nelle udienze dove non sono previsti magistrati togati, di due vice procuratori onorari, Veronica Di Grandi e Diana Iemmolo. Relativamente, invece, al Tribunale, il cui presidente è Giuseppe Tamburini, a livello di personale, il decreto prevede quattro direttori e nove funzionari. I posti sono tutti ricoperti. A livello di giudici in gennaio arriverà da Caltagirone il magistrato Maggiore che andrà ad impinguare l’organico dove per alcuni mesi si dovrà fare a meno, a partire da giovedì scorso, di Lucia De Bernardin, posta in licenza obbligatoria per maternità e questo determinerà molti rinvii di udienza e parecchi disagi.

www.radiortm.it
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Di Loredana Morandi (del 20/12/2010 @ 15:45:47, in Politica, linkato 1520 volte)
Copio e incollo... L.M.

Massimo Ciancimino, ma che faceva da giovane?


di Marco Ottanelli  

«Massimo Ciancimino che l’eredità del padre ha senza riserve accettato, custodendone (all’estero) l’archivio e godendo di una quantità di denaro tanto enorme e sospetta dal consigliarlo di tenerla nascosta, non può (neppure nel nostro disastrato paese) pretendere che lo si consideri estraneo alle colpe paterne. Delle due l’una: o accetta di essere valutato anche in base alla sua eredità o questa (anche se tardivamente) rifiuti in toto consegnandoci tutta la verità senza trucchi né ammiccamenti e soprattutto restituisca il maltolto»

Michele Costa (figlio del procuratore Gaetano Costa, ucciso dalla mafia)

"L'incontestabile progressione accusatoria che caratterizza con ogni evidenza le dichiarazioni sul conto dell'imputato non può che irrimediabilmente influire in maniera oltremodo negativa sull'attendibilità e sulla credibilità di Massimo Ciancimino. La corte dubita fortemente della credibilità ed affidabilità di un soggetto come Massimo Ciancimino finora rivelatosi, sulla base degli atti esaminati dalla Corte e con riferimento a quanto riferito sul conto dell' imputato, autore di altalenanti dichiarazioni che non ha esitato a rettificare o ribaltare nel tempo con estrema disinvoltura

Corte d'Appello di Palermo (dalla sentenza di condanna di Marcello Dell'Utri)

«Massimo Ciancimino? Ho come l'impressione che stia coltivando un pensiero di Provenzano»

sen. Luigi Li Gotti, (IDV, ex avvocato di Buscetta, 4 dicembre 2010)

«Comprendo il disagio di qualsiasi cittadino rispetto alla disinvoltura con la quale Massimo Ciancimino utilizza le sue dichiarazioni, ma quel che appare come una guerra tra le procure di Palermo e Caltanissetta può in realtà essere segno del limite della giustizia stessa. La giustizia si trova nella condizione di dover valutare le parole di chi non fornisce prove ma elementi, mentre dietro tali elementi si svolge un lavoro a tutela di propri interessi»

Raffaele Cantone, (noto magistrato anticamorra)

«Quando mi senti in televisione, tu fottitene»

Massimo Ciancimino (intercettato mentre tratta l'acquisto di assegni sporchi, novembre 2010)


Un figlio modello

Massimo Ciancimino è il figlio del noto boss mafioso Vito. Sì, possiamo chiamarlo così, in fondo: un boss, uno che contava, che riceveva e distribuiva potere, denaro, controllo del territorio. Il grande cementificatore di Palermo e della conca d'oro, lo speculatore per eccellenza, quello che ha guidato il “sacco di Palermo” da Palazzo delle Aquile, quello che è andato, tardivamente, in prigione, a danno fatto, nel 1984 e che la Cassazione ha condannato definitivamente per associazione mafiosa: era un mafioso, a tutti gli effetti. Un delinquente, dunque, che era contemporaneamente la Mafia e lo Stato, essendo sia un appartenente a Cosa Nostra, sia un alto esponente della DC (partito di governo per 60 anni) e sindaco di Palermo. Altro che trattativa: Vito Ciancimino era la sintesi di Mafia e Stato.

Massimo Ciancimino, è lui stesso che lo racconta, è stato accanto a suo padre mentre questi faceva affari con tutti i più feroci padrini. Mentre gestiva la cosa pubblica e la cosa mafiosa. Lui era presente, era sempre lì. In altre parole, andava a pranzo e cena con Provenzano e tutto il clan dei corleonesi. Era con loro, parlava con loro, cresceva con loro. Era uno di loro.

Per le strane leggi del popolo italiano, mentre i figli di Riina sono additati come appestati (il figlio è stato in carcere, la figlia vive in semiclausura, tutti i loro beni sono stati confiscati, come d'altronde quelli dei parenti di Provenzano), il nostro Massimo, anche dopo l'arresto e le condanne di suo padre, ha continuato a godere degli immensi proventi del malaffare criminale di don Vito, ci si è comprato case principesche in Italia e all'estero (delle quali dispone liberamente ancor oggi, e presso le quali alloggia a suo piacimento), auto di lusso, e tutto quanto fa spettacolo.

Però da bravo caruso, si era pure trovato un lavoro, a suo tempo. E che lavoro faceva, Massimo Ciancimino, figlio del potente politico e potente mafioso? Strano a dirsi: nessuno pare saperlo.


L'omino del gas.

Nessuno, nelle trasmissioni televisive alle quali viene amabilmente invitato come ospite, o presso i giornali che gli offrono spazi cartacei amplissimi e spazi virtuali pressochè infiniti tramite interviste e blog, nessuno insomma ha mai chiesto a Massimo Ciancimino quale sia la sua occupazione. Dice: va bhe, ora di lavoro fa lo scrittore di libri che trasudano verità. Ok, ma prima? Che diavolo faceva, prima?

Nessuno lo sa, ma la cosa è pubblica, lo ha raccontato lui in una sua intervista del 2006 a Rainews 24. Lui, signori, era l'omino del gas. Quello con la chiavetta del contatore, che apre e chiude i tubi, che ci fa pagare la bolletta, quello che, nonostante non sia mai citato nei files di Wikileaks, che parlano solo di Berlusconi e di Putin, reggeva i destini dei gasdotti europei.

Per riassumere in poche righe: Junior era il mediatore tra il gigante russo dell'energia Gazprom e le compagnie di distribuzione del metano in Europa. ENI compresa, ovviamente.

Il figlio del mafioso don Vito, il figlio di quel boss arrestato e condannato in via definitiva, l'erede dell'immane patrimonio immobiliare e mobiliare accumulato in tanti decenni di malaffare, è stato per molto tempo, portato a quel ruolo chissà da chi e chissà come e chissà perché, il tramite tra tutte le nostre necessità energetiche ed i produttori di gas siberiano.

Quando suo padre era ancora in vita (siamo nei primi mesi del 2002) avendo “sempre avuto il pallino del metano”, assieme ad un amico, il professor Lapis (avvocato di don Vito), si mette in contatto con la Gazprom. Gianni Lapis ha una piccola rete di distribuzione metanifera in Sicilia (terra dove le attività altrove pubbliche spessissimo sono di proprietà strettamente privata), è quindi il socio giusto. L'aggangio con Russia e Kazakistan avviene prima grazie a comuni frequentazioni con ricconi ex sovietici in vacanza all'Hotel Cristallo di Cortina (dove il Ciancimino passa le meritate vacanze), poi tramite Ottavio Angotti, oggi scomparso, ma che era il vicepresidente della Bank of America, responsabile delle Università del Caucaso, e , incidentalmente, compagno della figlia dell'ex Presidente della Cina comunista, Deng Xiao Ping.

Insomma, i contatti ci sono e l'affare comincia a girare bene. Lapis, Ciancimino, Angotti, più Romano Tronci, altro imprenditore dai mille contatti, riescono ad intrufolarsi nei salotti buoni moscoviti e nella macchina dell'ENI, e poi ancora in quelli delle società metanifere ucraine, e in quelli di mezza Europa. Ciancimino tratta partite di milioni di metri cubi di gas metano, senza sborsare una sola lira, come si vanta nella suddetta intervista, ma scommettendo e lucrando sulla differenza di prezzo del gas comprato in Kazakistan e Siberia e rivenduto, tramite le compagnie nazionali, a noi europei, che pagavamo la differenza in bolletta.

Un affare tutto basato su triangolazioni bancarie in Svizzera, Francia, Hong Kong, e tutto costruito sulla rendita futura scaturita dai differenti prezzi di partenza e di arrivo, e che quindi non necessitava alcun capitale sostanziale: “ il gas si paga coi soldi dei clienti. Non si paga coi propri. Perché ce ne vogliono troppi”.

Hanno guadagnato l'inverosimile, in quel periodo, Ciancimino e soci. Per una sola fornitura di metano alla British Gas, fornitura di 1 miliardo di metri cubi, hanno incassato, nel 2004, ben 10 miliardi di dollari.

Come e perchè le compagnie europee si affidassero ad un personaggio come lui come unico tramite per i contatti con la Gazprom di Putin, sarebbe bello saperlo. Ma non lo sapremo mai, se nessuno glielo chiede.

Tutto andava bene per Massimino, finchè un bel giorno lui ed il suo socio, amico e commercialista, il dott. Lapis, non vollero “far gli splendidi”, investendo una grossissima somma di denaro in un ente benefico. E quale era questo ente? Incredibilmente, il Centro Paolo Borsellino, voluto dalla famiglia del giudice ucciso in via D'Amelio e "gestito", però, praticamente, da un sacerdote, Giuseppe Bucaro, che pare si occupasse di tutta l'amministrazione.

Lapis e Ciancimino mandano quindi quattrini, tanti quattrini, al Centro Borsellino, per acquisti di banchi per asili infantili e cose così, dice, e insieme a quel prete gestiscono, di fatto, il Centro.

Troppi soldi, troppi movimenti, troppi passaggi, troppi conti correnti. Su richiesta dei pm dalla Dda, Roberta Buzzolani, Lia Sava e Michele Prestipino, coordinati dai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, Ciancimino, il suo avvocato Ghiron e Gianni Lapis vengono indagati e rinviati a giudizio.

Nel frattempo, a causa di tutto questo, il Centro Borsellino viene sciolto, messo in liquidazione, smantellato.

Si apre il processo per riciclaggio di denaro sporco a carico di Junior. Processo nel quale salta fuori la misura pariziale, ma non l'ammontare esatto, del suo capitale illecito: infatti gli vengono sequestrati beni per 50 milioni di euro. È un processo che, parlando del patrimonio di Vito Ciancimino, potrebbe ricostruire una buona parte della storia della commistione politico-economica tra Cosa Nostra, ambienti imprenditoriali e affaristici siciliani, e la DC.

Ma questo non è un caso che è destinato ad attrarre il circo mediatico, non è un processo-spettacolo, la DC non interessa più nessuno dei grandi giornali e dei grandi giornalisti, anzi, si tende a farla dimenticare, o a ridarle una verginità storica improbabile ma non del tutto irraggiungibile. Il dibattimento si svolge sobriamente, quasi sommessamente, e si incentra unicamente non sull'origine ma sull'uso che Massimo fa di quei soldi di provenienza illecita. Il processo si conclude con una sentenza di colpevolezza, ed una condanna a cinque anni e otto mesi di reclusione. Assieme a lui, condannati anche la madre, Lapis, e Ghion.

Da quel momento, siamo nel marzo 2007, per Massimo inizia una corsa contro il tempo per raggiungere un solo obiettivo: salvarsi dalla galera.

Attende qualche mese, poi comincia a far trapelare indiscrezioni, dice di voler parlare di fatti importanti, fa sapere che gli rimorde la coscienza.

Ciancimino insomma “collabora”, racconta, dice perlomeno di essere in grado di farlo. Viene ascoltato. La mossa ha successo, perché nel processo d'appello gli vengono riconosciute le attenuanti generiche proprio in virtù della sua collaborazione, e la pena è ridotta a tre anni e quatto mesi. È la fine del 2009. Più o meno da allora, Ciancimino è un fiume in piena: non c'è fatto o circostanza criminale, politica o investigativa accaduto negli ultimi trenta anni sul quale egli non abbia qualcosa da dire, da rivelare, da far scoprire. Accusa, indica, allude, fa capire di sapere, lancia segnali, centellina dati e nomi, con studiatissima pazienza.

E così comincia la sua inusitata ed originalissima nuova vita di "testimone protetto" (una figura giudiziaria che pare essere stata ideata apposta per lui. Forse ha dei precedenti, ma non riusciamo a ricordare quali), di coimputato (coimputato! Non collaboratore!!) in vari processi a carico di presunti mafiosi, e di guest star dell'apparato mediatico-politico rappresentato da Anno Zero, il Fatto Quotidiano, nonché di numerose iniziative elettorali (elettorali!!!) e feste di partito di IDV, PD, persino della SEL.

In queste vesti, assolutamente libero, nonostante le condanne penali, di circolare sul territorio nazionale e persino all'estero, e, essendo imputato, non avendo l'obbligo di dire la verità (lo riscrivo: essendo imputato, quando parla nei processi, non ha l'obbligo di dire la verità, può impunemente mentire), ha cominciato a sfornare, a puntate, in un crescendo di colpi di scena, fotocopie (non originali: mere fotocopie) di [presunti] documenti bomba, e a svelare, a singhiozzo e come e quando pare a lui, [presunte] clamorose verità, trovando ampia diffusione delle sue esternazioni, quasi fossero assolute ed indiscutibili verità. Non essendo un collaboratore di giustizia, non ha neanchel'obbligo di dire tutto quel che sa in 180 giorni, come stabilisce la legge; e può disporre, come detto, dei suoi beni: se al contrario fosse un vero e riconosciuto collaboratore, un cosiddetto “pentito”, quei beni gli sarebbero stati tutti sequestrati.

Non perde occasione per piagnucolare di essere in pericolo di vita, di essere nel mirino per quanto “svela”. Viaggia con la scorta, a spese nostre, e veleggia da uno studio televisivo e una presentazione del suo libro. Anche se ha combinato quel che ha combinato al Centro Borsellino, gode della incredibile amicizia di Salvatore Borsellino, amicizia che suscita in effetti qualche scandalo.

Le storie che racconta, per adesso del tutto senza prove, del "signor Franco", di "Faccia da Mostro", di politici vecchi e nuovi si intrecciano, nelle parole di Junior, con la vicenda della “trattativa”, una vicenda però piena di incongruenze, di contraddizioni, di assurdità spazio-temporali. Non è questo il luogo per parlarne approfonditamente. Ma una prossima volta lo faremo.

Tra una fotocopia e l'altra, tra un pezzo di memoria ritrovata e l'altro, Ciancimino Massimo comincia a non essere considerato più tanto attendibile, perlomeno presso alcune procure. Ultime in ordine di tempo, quella di Caltanissetta, e quella di Firenze. La prima lo ha pure indagato per calunnia nei confronti di De Gennaro. La seconda ha respinto la richiesta di ascoltarlo nel nuovo processo sulle stragi del '93 con la seguente motivazione: "le dichiarazioni rese da Ciancimino in sede giudiziale, appaiono come dilatate e spazianti su un panorama criminoso assai ampio, generiche, declinate de relato e in gran parte attinenti a fatti diversi o che allo stato non appaiono riconottersi con quelli giudicabili".

Insomma, a credere al nostro omino del gas rimane solo Ingroia, e parte della procura di Palermo, nonostante la forte affermazione della Corte d'Appello di quella città contenuta nella sentenza Dell'Utri, e riportata in capo a questo articolo. Ma forse questo si può spiegare, ci verrà spiegato, con una abile strategia investigativa. Rimane inspiegabile invece la totale fiducia di certi organi di stampa ed opionion makers nei confronti di un personaggio il cui bruciante passato sembra non contare, mentre quello assai più neutro di altri, magari intesi però come avversari politici, li fa additare come “muffe e lombrichi” al pubblico ludibrio.

Recentemente, si parla dell'ottobre scorso, gli stessi PM di Palermo hanno dovuto, a seguito proprio delle parole del loro testimone, che raccontava di frequentazioni strette e continuate con Riina e Provenzano, procedere nei suoi confronti , e lo hanno indagato per "concorso esterno", il più blando dei reati relativi alla criminalità organizzata.

E ancor più recentemente, a Massimo Ciancimino è stata tolta la scorta, visto che ha dimostrato di poterne fare comodamente a meno, quando ha intenzione di andare a sbrigare affari poco chiari.

Tutto questo lo ridisegna come una figura un po' diversa rispetto a quanti hanno voluto e vogliono ancora farcelo passare per il Salvatore della Patria.

Democrazia e Legalità
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