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 Kaito con i suoi fratellini (sgami, obama, pupa, ilario, microbo)... di Lunadicarta
 
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Affinché il nostro desiderio infinito di giustizia possa essere colmato, occorre un giudice che adempia a queste tre condizioni: essere il signore della Storia; conoscere il segreto dei cuori; e operare per la riconciliazione e non per la distruzione.

Fabrice Hadjadj
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 25/01/2006 @ 10:30:06, in Politica, linkato 1482 volte)

Come cambia la legge sulla legittima difesa
1) All'articolo 52 del codice penale sono aggiunti i seguenti commi:
«Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
a) la propria o altrui incolumità;
b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.
La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

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Nuove norme sulla possibilità di reazione e di uso delle armi
Legittima difesa: chi spara non sarà punibile

Approvata la legge: prima si valutava la proprozione tra minaccia e reazione, ora si può reagire anche ad aggressioni possibili

Siete d'accordo con questo nuovo provvedimento?

ROMA - D'ora in avanti se il ladro entra in casa si potrà sparargli senza correre il rischio di finire in carcere, neanche se si uccide il malvivente. E nemmeno se quella reazione è «sproporzionata» alla minaccia effettiva. La Camera ha infatti approvato la legge sulla legittima difesa, che prevede la possibilità per i cittadini di usare le armi in casa per difendere se stessi o i propri beni. Il provvedimento fortemente sostenuto dalla Lega è passato con 244 voti a favore e 175 no.
DIRITTO DI DIFESA - La riforma varata dal Parlamento autorizza l'uso di armi per difendere la vita e i beni. Nell'ipotesi di violazione di domicilio, in altri termini, non sarà più punibile (in quanto il rapporto di proporzione tra difesa e offesa è ora presunto ex lege) chi spara contro il malvivente o lo colpisce con un coltello per difendere la propria o altrui incolumità. E non sarà più punibile nemmeno se gli spara per difendere i (propri o altrui) beni, a due condizioni però: che vi sia pericolo d'aggressione e che non vi sia desistenza da parte dell'intruso. Ossia che di fronte all'intimazione del proprietario di casa, ad esempio, invece di scappare reagisca minaccioso. Le nuove norme sulla legittima difesa valgono non solo all'interno delle abitazioni private, ma anche nei negozi e in ogni luogo dove sia svolta attività commerciale e imprenditoriale.

COME E DOVE - In dettaglio la nuova normativa prevede che chi, trovandosi in casa propria o sul luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi «legittimamente detenute» ed anche uccidendo, perchè la sua reazione sarà sempre considerata «proporzionata». Due le novità principali:
In casa reazione comunque proporzionata: la legge che il rapporto di proporzione esista sempre se qualcuno che si trova in casa propria o nel posto dove lavora «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo» per difendere non solo la «propria o altrui incolumità», ma anche i beni «propri o altrui». E questo quando «non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione».
Cancellato l'eccesso di difesa: secondo la nuova legge non esiste più l'eccessao di difesa per il quale fino ad ora si poteva venire condannati.
Altri luoghi: la difesa nei termini di legge può essere esercitata anche in ogni altro luogo «ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriali»
25 gennaio 2006

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/24/difesa.shtml

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Le reazioni alle nuove norme sulla legittima difesa Castelli: «Un passo dalla parte di Abele»
L'opposizione: «Una legge da Far West» 
 
ROMA - Subi to dopo l'approvazione la legge che riforma la legittima difesa scatena polemiche nel mondo politico, con la maggioranza che la difende in pieno e l'opposizione che la considera pessima. Reazioni non positive da parte del momdo della Giustizia.

Roberto Castelli (Lega -ministro della Giustizia) - «E' un importante passo avanti per Abele che questa maggioranza ha regalato ai cittadini. Da oggi i delinquenti devono avere qualche timore in più e le brave persone, vittime di aggressioni, qualche problema in meno. Č stato finalmente sancito il principio per cui un aggressore e un aggredito non sono più sullo stesso piano. Č stato riconosciuto il diritto dell'aggredito di difendersi. In questo modo non avremo più onesti cittadini costretti a subire l'inferno di processi ingiusti soltanto perchè avevano cercato di difendersi».

Giuliano Pisapia (Prc) - «Una norma incostituzionale in quanto pone sullo stesso piano il bene della vita e dell'incolumità personale e beni di carattere patrimoniale. Un ulteriore vulnus alle regole di uno stato di diritto. Forte è il rischio che, una norma da far west, che nulla ha a che vedere con le regole di uno stato di diritto, determini un aumento dell'uso delle armi da fuoco, con conseguenze ancora più gravi per le vittime in quanto, purtroppo, i criminali hanno maggiore capacità di usare le armi rispetto ai cittadini onesti»

Ettore Randazzo, Presidente dell'Unione delle Camere Penali - «Purtroppo è stata approvata un'altra legge ingiusta, da noi sempre avversata fin dalla sua presentazione in Parlamento, che autorizza la "legittima offesa" anche nei confronti di chi non rappresenta un pericolo per la incolumità del cittadino. Il nostro sistema era al proposito molto ben maturato e tutelava soltanto i casi in cui l'aggredito dovesse davvero difendere la sua incolumità semprechè la difesa fosse proporzionata all'offesa ricevuta».

Antonio Marotta (Udc) - «L'Udc sta dalla parte delle vittime e non degli aggressori. La legge approvata oggi non va nella direzione di armare i cittadini e di farne tanti sceriffi. Rimane infatti fermo il principio di legittima difesa e si è voluto con la nuova normativa risaltare alcune situazioni quali la violazione di domicilio»

Marcella Lucidi (ds) - «All'escalation della violenza e delle rapine, ai tagli per le risorse alle forze dell'ordine, questa maggioranza tenta di rispondere approvando una legge pericolosa che invita i cittadini a fare da soli perchè lo Stato non sa e non può difenderli. E' un errore pensare che armare i cittadini li renderà più sicuri. Č un' idea di sicurezza che degrada la socialità, che riduce la libertà, che invita ad armarsi».

Raffaele Zanon (An) - «Grazie alla nuova riforma della legittima difesa si compie l'impegno che Alleanza Nazionale aveva assunto con i cittadini sul fronte della sicurezza. Finalmente ci si potrá difendere dall'aggressore senza il timore di venire perseguitati».

Pierluigi Mantini (Margherita) - «La riforma della legittima difesa è incostituzionale, criminogena e inutile contro la criminalitá. Di fronte al fallimento delle politiche governative in tema di sicurezza e di giustizia e alle proteste delle forze di polizia per i tagli della finanziaria, la Cdl ha votato l'autodifesa armata, la privatizzazione della sicurezza: ognuno si arrangi da solo, insomma. Non è d'ora in poi punibile chiunque usi le armi nel perimetro di casa dando per presunta la proporzione tra offesa e reazione».

Isabella Bartolini (Fi) - «Si volta pagina. Era ora. Da oggi c'è una legge che tutela il cittadino anzichè il criminale. Gli italiani saranno più sicuri, con il pieno diritto di difendersi in casa propria. Grazie alla Cdl i cittadini potranno opporsi, con armi regolarmente detenute e denunciate, ai delinquenti che volessero irrompere nelle loro abitazioni per rapinare, aggredire, picchiare o violentare. Il nuovo provvedimento norma sulla legittima difesa è una legge sacrosanta».

Paolo Cento (Verdi) - «L'approvazione della nuova norma sulla legittima difesa introduce nel nostro ordinamento un vero e proprio principio da far west che delega l'uso della forza ai cittadini con l'unico risultato certo di aumentare i rischi per l'incolumitá delle persone a cominciare dalle stesse vittime dei reati. Ancora una volta prevale il baratto di potere tra Lega e altri partiti del centrodestra con effetti devastanti per il nostro Paese».

24 gennaio 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/24/reazionidifesa.shtml

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GIUSTIZIA: Ds “Il settennato di Ciampi garanzia di prestigio e onorabilità dell’Italia"

Dichiarazione dell’onorevole Anna Finocchiaro, capogruppo commissione Giustizia Camera dei deputati

La maggioranza di centrodestra, per la settima volta, ha violato la Costituzione e questo non è certamente un fatto fiosologico. Spero che questa sia l’ultima volta che ciò accade visto che ad aprile si rinnoveranno le Camere e il Governo.

Il settennato del presidente Ciampi è stato, in questi anni difficili per l’autorevolezza e la dignità del nostro Paese, garanzia di prestigio, onorabilità, di esercizio rigoroso delle funzioni presidenziali e di tutela indispensabile  della Carta costituzionale.

Roma, 20 gennaio 2006

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:19:01, in Politica, linkato 1366 volte)

CIAMPI: MONACO, FARE LEGGI INCOSTITUZIONALI E’ NEL DNA DELLA CDL

Dichiarazione on. Franco Monaco, vicepresidente dei deputati della Margherita.

"La notizia non è il rinvio alle Camere della legge Pecorella, rinvio largamente prevedibile e annunciato, ma nella ennesima conferma della programmatica vocazione della Cdl a violare la Costituzione. Lo stravolgimento dei 53 articoli della Carta costituzionale è solo il culmine di una quinquennale attività legislativa che ha costretto Ciampi a una metodica e inusuale azione di contenimento della spinta a fare leggi in contrasto con la Costituzione stessa. Agendo prima e  dopo il varo delle leggi. Il che testimonia l’eccezionalità di una maggioranza che ha rappresentato una vera rottura per la nostra democrazia costituzionale."

Roma, 20 gennaio 2006

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:17:33, in Magistratura, linkato 1639 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Milano-

-La continua aggressione costituzionale-

Ancora una volta il Presidente della Repubblica -dopo la normativa di riforma dell'ordinamento giudiziario- non ha promulgato una legge in materia di giustizia per manifesta incostituzionalità.

Sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione e sulla trasformazione del ruolo della Cassazione in giudice di cognizione la magistratura associata e la cultura giuridica -con esclusione dei rappresentanti dell'avvocatura penale- avevano espresso forti critiche determinate dalla improvvisazione dell'intervento legislativo assolutamente estraneo ai principi fondamentali della giurisdizione penale. 

L'insofferenza al dialogo ed una sorta di pregiudizio verso le osservazioni della magistratura -vista troppe volte come un contropotere legislativo- hanno provocato questo ulteriore strappo costituzionale che dovrebbe portare il legislatore di maggioranza a riflettere sul metodo adottato e sul merito dei provvedimenti in materia di giustizia licenziati in questa legislatura.

Come più volte osservato, il processo penale necessità di riforme organiche, ponderate quanto agli effetti, possibilmente condivise e costituzionalmente aderenti.

Nel suo alto ruolo di garante del patto costituzionale -svolto sempre con grande sensibilità-  il Capo dello Stato ha certificato il fallimento della politica in materia di giustizia del legislatore di maggioranza evitando un intervento devastante per la giurisdizione penale.

Milano 20 gennaio 2006
Fabio Roia - Unicost Milano

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:16:06, in Politica, linkato 1354 volte)

INAPPELLABILITA': CENTO (VERDI): NUOVO PASTICCIO DELLA CDL

Ancora più incomprensibile promulgazione ex Cirielli
ROMA, 20 gen. - ''E' la conferma del gigantesco pasticcio fatto dalla CDL in questi cinque anni sui temi della giustizia". E' l'opinione del vicepresidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Paolo Cento, dopo la decisione di Ciampi di rinviare alle Camere la legge Pecorella sull'inappellabilita'.
 "I rilievi del Capo dello Stato sono tali che rendono impossibile, a pochi giorni dallo scioglimento del parlamento, un nuovo, sereno esame della legge. Tuttavia - osserva Cento - oggi risultano ancora più incomprensibili le ragioni che hanno determinato la promulgazione della legge ex Cirielli che, soprattutto nella parte relativa alla recidiva, presenta rilevanti profili di incostituzionalità".

GIUSTIZIA. BOCO (VERDI), CIAMPI SCIALUPPA DEMOCRATICA

ROMA, 20 gen. - "Abbiamo sempre detto che il testo era palesemente incostituzionale. Oggi Ciampi, con questo rinvio, ci ha dato ragione. Governo e maggioranza hanno operato contro i principi della Carta Costituzionale, contro un sistema giudiziario efficiente ed equo, proponendo leggi esclusivamente per pochi eletti". Lo afferma il Capogruppo dei Verdi Stefano Boco.
"La Cdl ha, costantemente, per cinque anni, legiferato esclusivamente a difesa dei propri interessi, distruggendo il Paese.
 Il ruolo che la nostra Costituzione ha affidato al Presidente della Repubblica è oggi la scialuppa di salvataggio democratica, non è un caso che la Cdl ne ha stravolto le funzioni. Oggi il Paese ringrazia il Capo dello Stato e si augura che la Cdl si rassegni e non faccia altri danni".

INAPPELLABILITA': ZANCAN (VERDI) DA CIAMPI CONDANNA SENZA APPELLO

ROMA, 20 gen. - "Da Ciampi una condanna senza appello della legge Pecorella. Le altissime parole del Presidente della Repubblica demoliscono, dalla A alla Z, il provvedimento, prospettando il rischio che tale legge comprometta da un lato il 'bene costituzionale dell'efficienza del processo' e dall'altro 'il principio del contraddittorio fra le parti in condizioni di parità". Lo afferma il senatore Giampaolo Zancan, vicepresidente della Commissione giustizia di palazzo Madama, a proposito del rinvio alle Camere della legge sull'inappellabilità da parte del Presidente della Repubblica. "Se mi si passa il gioco di parole, questa volta si, è giustamente una sentenza senza appello".

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:14:53, in Magistratura, linkato 1396 volte)

Rinvio alle Camere della legge Pecorella: una salutare lezione

Il messaggio con il quale il Presidente Ciampi ha rinviato alle Camere la c.d. legge Pecorella è una salutare lezione di senso della realtà e del diritto indirizzata a tutti coloro che hanno a cuore le sorti ed il futuro della giustizia nel nostro paese.

 C'è ora da sperare che la sua voce ragionevole e pacata venga ascoltata e non sia  sommersa dalle "passioni" e degli interessi, a volte deteriori, che in questi anni hanno investito le regole del processo penale e generato leggi contrastanti con gli obiettivi della sua funzionalità e celerità.

 La legge oggi rinviata alla Camere altera radicalmente la fisionomia del giudizio penale di cassazione (che rappresenta ancora un'isola di efficienza nel disastrato panorama del processo penale) ed allunga i tempi del giudizio penale in contrasto con la solenne promessa costituzionale della "ragionevole durata del processo". 

 Inoltre l'intervento unilaterale e disorganico della legge Pecorella sull'appello del pubblico ministero - sganciato com'è da serie valutazioni sugli equilibri del processo , sul ruolo delle parti e sulle esigenze di tutela delle vittime dei reati - è  certamente improduttivo e dannoso.

 I magistrati italiani devono ancora una volta ringraziare il Presidente per l'apporto di saggezza e di sapienza giuridica che ha fornito in un delicato passaggio istituzionale.   

 Nello Rossi

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:12:32, in Politica, linkato 1384 volte)

Inviamo di seguito il testo del messaggio di rinvio alle Camere del Presidente della Repubblica sulla cosiddetta legge "Pecorella".

M.G. CIVININI, L. MARINI, F. MENDITTO, G. SALME', G. SALVI

Roma, 20 gennaio 2006

Il messaggio del Presidente Ciampi sul rinvio alle Camere della L. Pecorella

Onorevoli Parlamentari,

mi è stata sottoposta per la promulgazione della legge recante: "Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento", approvata dalla Camera dei Deputati il 21 settembre 2005 e dal Senato della Repubblica i 12 gennaio 2006. Dopo accurata disamina, ritengo di dover formulare alcune osservazioni di fondo, che attengono alla costituzionalità di disposizioni contenute nel testo a me inviato.
L'articolo 7 della legge modifica l'articolo 606 del codice di procedura penale che disciplina i casi di ricorso per Cassazione, stabilendo che in essi rientrano la "mancata assunzione di una prova decisiva quando la parte ne ha fatto richiesta, sempre che la stessa fosse ammissibile" e la mancanza o la contraddittorietà ovvero la manifesta illogicità della motivazione della sentenza.
Le modificazioni apportate all'articolo 606 del codice di procedura penale; da un lato, sopprimono la condizione che la mancata assunzione di una prova decisiva sia rilevante come motivo di ricorso soltanto se addotta come controprova rispetto a fatti posti a carico o a discarico dal pubblico ministero o dall'imputato; dall'altro, fanno venir meno la condizione che la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione debbano emergere esclusivamente dal testo del provvedimento impugnato.
Queste modificazioni generano un'evidente mutazione delle funzioni della Corte di Cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall'articolo 111 della Costituzione, che, al penultimo comma, dispone che "contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge".
Nei limiti indicati nella precedente formulazione dell'articolo 606 del codice di procedura penale, La valutazione della motivazione demandata alla Corte di Cassazione atteneva al controllo della legalità della sentenza.
Oggi, dalla seconda modificazione introdotta, inevitabilmente discende che la Corte di Cassazione debba procedere al controllo della legalità dell' intero processo, riconsiderandone ogni singolo atto.
Analoga mutazione si verifica per. effetto della prima modificazione, nella parte in cui obbliga la Corte a! controllo del fascicolo processuale in ogni caso di asserita decisività di qualsiasi prova non ammessa.
Tale mutazione diventerebbe ancora più gravida di conseguenze ove i due motivi di ricorso - vizi della motivazione e assunzione di prove - fossero congiuntamente dedotti.
Una Corte Suprema chiamata ad esercitare funzioni di merito di tale estensione perde la sua connotazione principale - ulteriormente esaltata dalla recente riforma dell'ordinamento giudiziario - di "organo supremo delta giustizia" che "assicura l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge" (articolo 65 del vigente ordinamento giudiziario). il cui carattere insopprimibile è stato ribadito nella lettera inviata il 3 gennaio 2006 al Primo Presidente della Corte di Cassazione dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Rete dei Presidenti delle Corti Supreme giudiziarie dell'Unione Europea.
Il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha chiaramente indicato che una delle conseguenze della modifica introdotta sarà l'impossibilità di continuare a utilizzare il meccanismo di selezione dei ricorsi stabilito dall'articolo 610, comma 1, del codice di procedura penale, che ha consentito negli ultimi anni "una decisiva economia delle risorse, indirizzando verso Ia settima Sezione penale della Corte (cosiddetta sezione "filtro", ndr.) il 45 per cento dei procedimenti pervenuti". Questa circostanza, unita all'ampliamento dei motivi del ricorso per Cassazione, condurrà alla crescita in termini esponenziali del carico di lavoro della
Corte e at progressivo accumulo di arretrato.
Il rischio è che ne risulti compromesso "il bene costituzionale dell'efficienza del processo, qual è enucleabile dai principi costituzionali che regolano l'esercizio della funzione giurisdizionale, e il canone fondamentale della razionalità delle norme processuali" (cfr. La sentenza della Corte Costituzionale n.353 del 1996). Questo rischio va a recare un vulnus ad precetto costituzionale del buon andamento dell'amministrazione - articolo 97 della Costituzione - applicabile, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, anche agli organi dell'amministrazione della giustizia (cfr. le sentenze della Corte Costituzionale n. 86 del 1982 e n.18 del 1989).
Tutto ciò è aggravato dalla norma transitoria (articolo 9 della legge) che, da un lato, prevede l'applicabilità anche ai procedimenti pendenti delle nuove disposizioni che ampliano i casi di ricorso per cassazione e, dall'altro, converte in ricorso per cassazione "l'appello proposto prima della data di entrata in vigore della presente legge contro una sentenza di proscioglimento".
Un altro problema. strettamente collegato ai precedenti e che si muove in direzione di un netto aggravamento della situazione già posta in evidenza, è quello che deriva dall'articolo 4 della legge, che modifica l'articolo 428 del codice di procedura penale, trasferendo dalla Corte d'Appello alla Corte di Cassazione l'impugnazione della sentenza di non luogo a procedere. Ne deriverà non soltanto un ulteriore aumento di lavoro per la Corte di Cassazione, ma anche, in caso di mancata conferma della sentenza di non luogo a procedere, una regressione del procedimento, che ne allungherà inevitabilmente i tempi di definizione.
E' palese la violazione che il sistema sopra descritto determina, nel suo complesso, del principio della ragionevole durata del processo, espressamente consacrato nel secondo comma del già richiamato articolo 111 della Costituzione.

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Il sistema delle impugnazioni può essere ripensato alla luce dei criteri ispiratori del codice vigente dal 1989. Tuttavia il carattere disorganico e asistematico della riforma approvata è proprio ciò che sta alla base delle rilevate palesi incostituzionalità: una delle finalità della legge avrebbe dovuto essere quella della deflazione del carico di lavoro della giustizia penale, mentre, come si è piü sopra posto in luce, la legge approvata provocherà invece un insostenibile aggravio di lavoro, con allungamento certo dei tempi del processo.
La funzione compensativa attribuita all'ampliamento delle ipotesi del ricorso per cassazione ha un effetto inflattivo superiore di gran lunga a quello deflattivo derivante dalla soppressione dell'appello delle sentenze di proscioglimento. Soppressione che, a causa della disorganicità della riforma, fa sì che la stessa posizione delle parti nel processo venga ad assumere una condizione di disparità che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse nel processo. Le asimmetrie tra accusa e difesa costituzionalmente compatibili non devono mai travalicare i limiti fissati dal secondo comma dell'articolo 111 della Costituzione, a norma del quale: "Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". Infine, non lo si dimentichi, è parte del processo anche la vittima del reato costituitasi parte civile, che vede compromessa dalla legge approvata la possibilità di far valere la sua pretesa risarcitoria all'interno del processo penale.
Un'ulteriore incongruenza della nuova legge sta nel fatto che il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale, avendo ottenuto una condanna diversa da quella richiesta.

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Infine, rispetto al principio che informa di sé la legge approvata, e cioè l'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, esistono, nel testo, due norme che appaiono contraddittorie:
- l'articolo 577 del codice di procedura penale continua a prevedere Ia impugnazione delle sentenze di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione, senza .specificare se essa riguardi anche l'appello;
- l'articolo 597, comma 1, lettera b) dello stesso codice, continua a individuare i poteri del giudice nel caso di appello riguardante una
sentenza dl proscioglimento,  appello escluso dalle modificazioni ora introdotte.
E' altresì necessario tener presente che l'articolo 36 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, sulla competenza penale del giudice di pace, continua a consentire l'appello del pubblico ministero contro alcuni tipi di sentenze di proscioglimento.

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Per i motivi innanzi illustrati, chiedo alle Camere - a norma dell'articolo 74, primo comma della Costituzione - una nuova deliberazione in ordine alla legge a me trasmessa il 13 gennaio 2006.

f.to Carlo Ciampi

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Di Loredana Morandi (del 19/01/2006 @ 17:46:37, in Politica, linkato 1479 volte)

IL SOLE "24 ORE" - 19 gennaio 2006

ROMA_Se con la sua invettiva contro «l'uso distorto e a volte illegale» delle intercettazioni telefoniche il ministro della Giustizia Roberto Castelli pensava di lanciare un'accusa obliqua alla Procura di Milano, Armando Spataro, numero due di quella Procura, che sta indagando sulle scalate Antoveneta e Unipol, mette subito le cose in chiaro: la pubblicazione delle conversazioni intercettate ritenute dal magistrato irrilevanti, come quelle tra Fassino e Consorte, «va ricondotta a precisi intenti politici». Non dipende «né da carenze della legge vigente né dalla quantità di intercettazioni effettuate».
Seduto alla scrivania del suo ufficio, Spataro sfoglia la relazione del ministro, sottolineata in più punti. Per esempio dove Castelli paragona le intercettazioni agli avvisi di garanzia perché, ora come allora, i magistrati si servirebbero di queste «armi» per delegittimare la classe politica.
Un atto di accusa pesantissimo.
L'approccio del ministro a questo problema è tecnicamente sbagliato e politicamente strumentale. Tecnicamente, l'alto numero di intercettazioni, in Italia, dipende sia dall'esistenza di una criminalità dalle dimensioni sconosciute altrove sia da una legislazione che ha di fatto svuotato la possibilità di usare altre prove, come le dichiarazioni di collaboratori e coimputati. Č chiaro, quindi, che uno strumento che consente l'acquisizione di prove non cancellabili in dibattimento venga privilegiato. Politicamente è strumentale perché l'affermazione del ministro è inserita in una relazione tutta orientata a una critica alla magistratura, come se l'utilizzo in chiave politica delle intercettazioni fosse addebitabile ai magistrati.
Anche il Centrosinistra è critico sulle intercettazioni. I Ds, nella conferenza sulla giustizia, lo hanno detto chiaramante.
Sì, però Massimo Brutti (responsabile giustizia dei Ds - ndr) è stato fermo nel condannare l'uso strumentale ma anche nell'escludere ogni appoggio al Ddl del Governo sulle intercettazioni. Detto questo, anche sul volume delle intercettazioni sento inesattezze. Il ministro dice che l'uso che se ne fa in Italia «non ha uguali in tutto il mondo delle grandi democrazie». Č privo di senso: il New York Times scrive che mezza America è sotto intercettazioni; la Gran Bretagna continua a far fare intercettazioni ai servizi segreti; il Parlamento europeo sceglie una strada molto elastica per la durata della conservazione dei dati del traffico telefonico. Insomma, non si possono fare affermazioni sganciate dalla realtà, dai sistemi, dal tipo di criminalità e dal contesto tecnologico.
Però, dal 2001 al 2005 le intercettazioni sono aumentate.
Č vero. Ma è vero anche che è aumentato il numero degli autori dei reati scoperti. Pensiamo all'omicidio D'Antona e a quello Biagi o all'arresto del somalo dopo le bombe di Londra.
I magistrati si sono scagliati contro la proposta del ministro di istituire una sorta di Authority disciplinare, sganciata dal Csm. Analoga proposta, ricorda Castelli, l'ha fatta il diessino Violante. Del resto, anche l'altra idea di creare Tribunali «indipendenti» quando le parti in causa sono dei magistrati ha un precedente in un Ddl del diessino Fassone.
Questo non sposta di una virgola il duro giudizio che si deve esprimere su proposte che restano approssimative e che attentano all'indipendenza della magistratura, da qualunque parte esse provengano. Proposte sbagliate e demagogiche.
Castelli vi accusa di autoreferenzialità. Anche D'Alema vi invita a superare 'autoreferenzialità.
Ricordo un lungo articolo di Saverio Borrelli di tanti anni fa. Diceva che il controllo di legalità esercitato dai magistrati su chi governa può ingenerare insofferenza, anche solo nella logica di governare con le mani libere e non in una logica di illegalità programmatica. Detto questo, non ci si può accusare di autoreferenzialità perché vogliamo interloquire sui problemi della giustizia. Abbiamo il diritto e il dovere di segnalare i guasti che certe scelte producono al sistema. Qualcuno di noi lo ha fatto con altrettanta fermezza anche prima del voto del 2001.
Il ministro Castelli dice che lei è un magistrato militante, antiamericano e che lede il prestigio della magistratura quando definisce "leggi vergogna" le riforme del Parlamento.
Castelli sembra ignorare che la definizione di leggi vergogna è persino entrata nel glossario dei giuristi. Ma è significativo vedere, nella relazione del ministro, che tra le riforme di cui questa legislatura dovrebbe menar vanto non sono citate le leggi sulle rogatorie, sul falso in bilancio, la Cirami, il Lodo Schifani, la Cirielli. Mi viene il sospetto, di fronte a questa omissione, che sia per primo il ministro ad averne una certa vergogna. La verità è che, come lui ha detto, mai in passato un Governo ha realizzato tali e tante riforme. Ma questo è il punto: si potrà anche chiedere e sperare di raderle al suolo in tempi più o meno brevi. Ma ricostruire una scala di valori condivisa sarà opera durissima e lunga.

DONATELLA STASIO

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Di Loredana Morandi (del 19/01/2006 @ 17:41:47, in Magistratura, linkato 1490 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Milano-

Sulla relazione del Ministro della Giustizia alle Camere

La relazione presentata dal Ministro della Giustizia al Parlamento in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2006 risulta - e lo si scrive con il massimo rispetto istituzionale- disarmante perché priva di qualsiasi traccia di analisi profonda e di proposta organica riformatrice di un settore che rappresenta una delle spie della salute democratica di un paese culturalmente evoluto.

Si apprende, leggendo il testo, che la riforma dell'ordinamento giudiziario avrebbe finalmente riequilibrato il rapporto fra i poteri dello Stato consentendo, anche grazie alla presenza del Ministro in Parlamento, un accrescimento "del tasso di democrazia del nostro Paese".

Bisogna allora dedurre che la predetta riforma -come più volte denunciato e testimoniato anche attraverso la scelta dolorosa dello sciopero-  aveva come scopo la limitazione dell'indipendenza e dell'autonomia dell'ordine costituzionale deputato al controllo di legalità e che la scelta operata, francamente deludente sul piano dell'etica, non è stata quella di riaffermare un legittimo primato della Politica fatto di proposte per i cittadini, di condotte virtuose, di ricerca di un consenso partendo dai problemi della gente, bensì di regolamentare per legge un predominio (fittizio perché imposto)  attraverso la compressione di un altro potere ritenuto ingombrante e invasivo.

Occorre peraltro sottolineare come anche nelle recenti vicende della c.d. "bankopoli" la magistratura venga chiamata ad indagare su fenomeni diffusi per l'assenza di drenaggi deontologici e di controlli amministrativi preventivi che provocano la fermentazione di diffusi circuiti di illegalità. Non sono i magistrati che vogliono fare il mercato. E' il mercato finanziario che si lascia aggredire per l'assenza di una autoregolamentazione morale e di un controllo preliminare di alta amministrazione.

Si apprende ancora che i "nemici della democrazia" utilizzano illecitamente le intercettazioni. E poiché "per un qualunque procedimento la motivazione è redatta ad libitum dall'estensore (il magistrato), che può alternativamente depositare tutto il materiale relativo alle intercettazioni, oppure depositare soltanto quelle parti di cui ha deciso di avvalersi in sede di motivazione" parrebbe di comprendere che alla fine è il magistrato che, attraverso la propalazione del contenuto delle conversazioni telefoniche, attenta alla democrazia. Bisogna allora ricordare, invece, come proprio per le ultime vicende di uso strumentale delle intercettazioni - anche se un uomo dotato di responsabilità pubblica dovrebbe comunque essere sottoposto ad un rigoroso vaglio sul suo operato funzionale da parte della pubblica opinione attraverso una informazione libera e corretta- il momento della propalazione appare estraneo alla sfera di controllo degli uffici giudiziari e riconducibile ad altri soggetti della vicenda investigativa.                

Dice il Ministro che "lusinghe, minacce, scioperi" non hanno impedito al Parlamento, "per la prima volta nella storia della Repubblica", di raggiungere il traguardo della riforma dell'ordinamento giudiziario. I reiterati scioperi realizzati da magistratura ed avvocatura, i numerosi appelli di insigni giuristi, le denunce di strappi alla Carta presentate da molteplici costituzionalisti avrebbero dovuto spingere il Ministro della Giustizia a cercare un confronto sulle leggi varate in tema di ordinamento e processo penale e ciò per attuare -nel primato del Parlamento- riforme organiche, possibilmente condivise e funzionali. La circostanza che tutti gli operatori giudiziari abbiano mosso profondi rilievi critici all'attività normativa in materia di giustizia non può rappresentare un dato positivo di esaltazione dell'autonomia bensì un indice di fallimento di rappresentatività dell'intero comparto da parte dell'esponente di governo.

Stupisce poi la denuncia sull'assenza di studi di impatto delle leggi varate sul sistema giudiziario. E' accaduto per la normativa in materia di prescrizione, accade per la legge che abolisce l'appello del Pubblico Ministero contro le sentenze di assoluzione. Si coglie un clima di improvvisazione, di disorganicità dell'intervento.

Basti pensare che il Ministro propone di assorbire l'incremento della popolazione carceraria -determinato anche dalla imprevedibilità dell'effetto della ex-Cirielli sulla non concedibilità di benefici trattamentali ai condannati definitivi- attraverso la costruzione di nuove carceri e non già attraverso lo studio di sanzioni alternative alla detenzione dotate di maggiore efficacia deterrente e rieducativa per il soggetto deviante.

Poiché siamo "il popolo più litigioso dell'Unione Europea" - che deve convivere anche con un progressivo aumento degli affari penali- e poiché gli investimenti per la giustizia (0,53% del PIL nel 2005) sono in "linea con la maggioranza dei nostri partners europei" si deduce che gli investimenti stessi - immessi in un settore che deve gestire un numero di procedimenti civili e penali nettamente superiore a quello degli altri Paesi europei- sono, in termini comparativi, inferiori rispetto agli altri bilanci.

E' una conferma a quella asfissia del sistema giustizia -determinato anche dall'assenza di riforme adeguate- più volte, non strumentalmente, denunciato.

Ma "sul piano dell'efficienza abbiamo fornito tutti i magistrati di computer". 

Il doveroso auspicio è che nella prossima legislatura, qualsiasi sia la maggioranza di governo, venga abbandonata la logica dello scontro istituzionale (la magistratura non è un nemico della politica), dell'intervento disorganico, casuale ed a volte orientato, l'arroganza decisionale per affrontare -con una sorta di spirito costituente- tutti i problemi che riguardano la giurisdizione ed i suoi protagonisti.

Milano 18 gennaio 2006
Fabio Roia
Unicost Milano

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Associazione Nazionale Magistrati

L'Anm sul disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro

1. I valori e gli orientamenti condivisi della magistratura sul sistema elettorale del CSM.

La magistratura italiana è da tempo concorde nel ritenere che il metodo di elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura più adeguato  alle caratteristiche ed alle funzioni dell'organo di autogoverno è il sistema elettorale proporzionale con pluralità di liste concorrenti nell'ambito del collegio unico nazionale.

Il metodo elettorale proporzionale garantisce infatti, in linea di principio, una equilibrata e fedele rappresentanza dei differenti orientamenti ideali e delle diverse sensibilità istituzionali presenti nella magistratura. Inoltre la rappresentanza proporzionale dei magistrati rappresenta uno dei migliori antidoti contro la formazione, in seno al CSM, di maggioranze precostituite che sono negative e dannose per un organo che ha come suo principale compito quello di effettuare valutazioni professionali e scelte relative ai singoli magistrati.

Per altro verso l'elezione nell'ambito del collegio unico nazionale assicura l'effettiva rappresentatività e la maggiore autorevolezza dei componenti togati del Consiglio senza essere di ostacolo a rapporti di diretta conoscenza e di personale fiducia tra elettori ed eletti, ampiamente possibili in una categoria professionale che conta circa 9000 membri.

Infine il pluralismo delle liste consente un proficuo confronto tra diversi programmi e, soprattutto, differenti prassi di gestione del governo autonomo e permette all'elettore di votare per il raggruppamento e per il candidato che meglio risponde ai suoi personali convincimenti ed orientamenti.

2. Il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM  presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro. Gli aspetti positivi.

Alla luce di queste opzioni di fondo e della complessiva elaborazione della magistratura sul tema, il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro (Atto S. n. 3478) merita apprezzamento e consenso per molte delle soluzioni adottate ma suscita anche netti dissensi su determinate scelte.

Innanzitutto merita piena adesione la proposta di riportare a trenta il numero complessivo dei componenti del Consiglio superiore (venti magistrati e dieci membri laici, nel rispetto della proporzione fissata dalla Costituzione), che, a giudizio dell'A.N.M., costituisce un aspetto essenziale e qualificante della proposta.

La crescita dei compiti del C.S.M., che ormai "amministra" un numero sempre maggiore di magistrati - ordinari ed onorari - e la indubbia complessità delle funzioni svolte dell'organo di autogoverno hanno dimostrato l'irrazionalità della scelta di ridurre a ventiquattro dei membri del Consiglio, scelta  che ha privato di competenze e di energie le Commissioni consiliari, impegnate in gravosi compiti di istruzione e di accertamento degli affari.

Per altro verso la diminuzione del numero dei componenti dell'organo di autogoverno incide inevitabilmente anche sulla pluralità e sulla ricchezza degli apporti culturali e tecnici e delle diverse sensibilità istituzionali destinate a confrontarsi nella dialettica interna al Consiglio Superiore.

Un meditato consenso va espresso anche alla proposta di legge nella parte in cui mira a superare l'attuale meccanismo elettorale "atomistico" (tutto imperniato su autocandidature e su voti individuali), riconoscendo la dimensione collettiva delle elezioni consiliari e ripristinando il sistema delle liste concorrenti, fondamentale garanzia di una dialettica consiliare chiara e responsabile.

Del pari apprezzabile, per la sua aderenza al dettato costituzionale oltre che per la sua intrinseca razionalità, è la proposta di legge nella parte in cui rispetta il carattere per così dire "generale" dell'elettorato attivo: i magistrati-elettori sono chiamati a concorrere con i loro voti alla elezione di "tutti" i rappresentanti togati del Consiglio. Peraltro, l'A.N.M. ribadisce che la soluzione maggiormente aderente allo spirito della Costituzione sarebbe quella di dividere la rappresentanza dei magistrati in due sole categorie, legittimità e merito, senza ulteriori distinzioni tra giudicanti e requirenti.

Il disegno di legge suddivide invece la rappresentanza dei magistrati in tre diverse "categorie" corrispondenti a tre distinte aree di funzioni: a) funzioni di legittimità requirenti e giudicanti svolte presso la Corte di cassazione; b) funzioni requirenti svolte presso uffici di merito; c) funzioni giudicanti svolte presso uffici di merito.

In sostanza la proposta prevede che le elezioni dei rappresentanti della magistratura avvengano in tre collegi elettorali, "unici" perché comprensivi di tutti i magistrati aventi diritto di voto e "nazionali", perché coincidenti con l'intero territorio nazionale.

In particolare nel primo di tali collegi è prevista l'elezione di quattro magistrati esercenti funzioni giudicanti o requirenti di legittimità; nel secondo collegio si procede all'elezione di cinque magistrati che esercitano le funzioni di pubblico ministero (o funzioni equiparate); nel terzo collegio avviene l'elezione di undici magistrati che svolgono funzioni giudicanti (o equiparate).

3. I punti negativi del disegno di legge: a) la sovrarappresentazione in seno al Consiglio dei magistrati della Corte di cassazione.

Fermo il consenso di principio sul meccanismo dei collegi unici nazionali per l'elezione dei rappresentanti, va rilevato che la previsione di quattro rappresentanti con effettive funzioni di legittimità risulta del tutto sganciata dal numero dei magistrati che esercitano tali funzioni e nettamente sovradimensionata rispetto al dato della loro incidenza percentuale sull'organico della magistratura.

I magistrati che svolgono funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione rappresentano poco più del 4% del totale dei posti in organico.

Il d.d.l. si propone dunque di favorire l'ingresso nel C.S.M. di un numero particolarmente elevato di magistrati esercenti funzioni di legittimità, senza curarsi del rapporto proporzionale di tale quota "riservata" con la consistenza della categoria di estrazione.

Si tratta di una scelta chiaramente contraddittoria poiché il criterio proporzionale che regge la ripartizione in quote è immediatamente smentito e contraddetto dal diverso criterio adottato per la quota riservata ai magistrati di Cassazione.

Né a sostegno di questa opzione può essere invocato il dettato costituzionale.  Nella sentenza n. 87 del 1982 la Corte costituzionale ha individuato come costituzionalmente "necessaria" e "dovuta" l'elezione in seno al Consiglio di magistrati con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità. ritenendo di dover "solo assicurare che i magistrati di cassazione, investiti delle corrispondenti funzioni, non rimangano esclusi dal Consiglio Superiore" ed ha rimesso a valutazioni del legislatore ordinario le scelte in merito.

La legge 22 novembre 1985 n. 655 ha poi provveduto in tal senso costituendo una riserva di due posti in Consiglio per i magistrati di cassazione con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità, anche al fine della provvista di un componente effettivo e di un componente supplente della Sezione disciplinare del Consiglio.

In conclusione sul punto.

Il progettato aumento dei Consiglieri Superiori provenienti dalle fila della Cassazione è soluzione irrazionale e inaccettabile sotto il profilo della complessiva rappresentatività dell'organismo consiliare.

Né tale soluzione può essere sorretta da argomenti fondati sulla peculiare natura delle funzioni di legittimità o sulla professionalità.

La Costituzione stabilisce che i magistrati si distinguono tra di loro solo per funzioni (art. 107, 3 comma Cost.); di modo che non esiste nel nostro ordinamento una magistratura "alta"abilitata a svolgere un ruolo di primazia e di comando rispetto ad una magistratura "bassa" o "minore". Lo svolgimento di funzioni di legittimità - di cui ovviamente si riconosce la grande importanza - non vale di per sé a fondare alcun privilegio sul piano della rappresentanza e del ruolo da esercitare in seno all'organo di autogoverno.

Nell'affrontare questo tema occorre inoltre avere costantemente presente che nel Consiglio siedono e svolgono un ruolo di primo piano, come membri di diritto e componenti del Comitato di Presidenza, il Presidente della Corte di cassazione ed il Procuratore generale della Corte.

Una riserva di quattro posti per i magistrati di legittimità, unita alla presenza in Consiglio dei due più alti esponenti della Corte di cassazione, attribuirebbe perciò ad un'area professionale che supera di poco il 4% della intera magistratura un peso superiore al 25% della componente consiliare togata (6 su 22), dando vita ad una composizione fortemente squilibrata dell'organo.

Sotto questo aspetto, dunque, si ritornerebbe ad un assetto del C.S.M. simile a quello delineato dalla legge 24 marzo 1958, n. 195 (che assicurava la presenza di sei magistrati di Cassazione su quattordici rappresentanti togati) ed a quello contenuto nella legge 18 dicembre 1967, n. 1198 (che garantiva l'elezione di almeno quattro rappresentanti della Corte di cassazione nell'ambito della rappresentanza dei togati); assetti che sono stati superati dal legislatore proprio perché si sono rivelati inadeguati a rappresentare in tutte le sue articolazioni la realtà della magistratura ed a garantire la migliore funzionalità dell'istituzione consiliare.

La migliore soluzione appare perciò quella di mantenere a due il numero dei rappresentanti della Corte di cassazione in seno al CSM e di aumentare il numero dei rappresentanti negli altri due collegi unici nazionali nel rispetto della consistenza numerica delle categorie nell'ambito della magistratura.

4. b): l'eccessivo numero di preferenze.

Considerazioni critiche vanno svolte anche sul numero di preferenze da esprimere per le elezioni che - nel disegno di legge Magnalbò-Cavallaro - sono due nel collegio che elegge magistrati della Cassazione, tre nel collegio per l'elezione dei pubblici ministeri e quattro nel collegio per l'elezione dei giudici.

E' indiscutibile che l'elettore deve poter esprimere la sua preferenza per l'uno o l'altro dei candidati presenti nelle diverse liste in competizione.

Ma è un fatto che la previsione di un numero di preferenze troppo elevato rispetto al numero dei rappresentanti da eleggere ha già dato cattiva prova di sé in passato, favorendo fenomeni di collegamento a fini puramente elettoralistici di candidati all'interno delle diverse liste e compromettendo i guadagni di chiarezza programmatica e di trasparenza gestionale che si ottengono attraverso il sistema delle liste concorrenti.

Sembra perciò nettamente da preferire una drastica riduzione del numero delle preferenze, che salvaguardi il diritto dell'elettore a manifestare il suo voto per un particolare candidato e nel contempo eviti gli effetti dannosi di aggregazioni e collegamenti impropri tra candidati di una stessa lista diretti solo a massimizzare il numero delle preferenze.

5. Il silenzio della proposta di legge in tema di quote da riservare a candidature femminili nelle liste elettorali.

E' infine da valutare il "silenzio" serbato dalla proposta di legge su di un tema che è attualmente oggetto di vivaci dibattiti in sede di elaborazione di proposte di legge in materia elettorale a vari livelli: la previsione di quote obbligatoriamente riservate a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

L'ANM è consapevole  che la discussione in corso all'interno della magistratura e nel paese su questa tematica non ha ancora raggiunto risultati condivisi e generalmente accettati sulle "tecniche" da adottare (quote di chances o quote di risultato).

Un dato però appare certo: la grande crescita del numero di donne che scelgono il lavoro di magistrato e gli straordinari apporti di capacità culturale e tecnica oltre che di sensibilità e di dedizione al lavoro che le donne stanno dando alla giurisdizione impongono (anche) che esse siano adeguatamente e pienamente presenti anche nell'organo di autogoverno, pena una sua perdita di rappresentatività.

In quest'ottica sembra matura la introduzione di quote riservate per legge a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

Roma, 18 gennaio 2006

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