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La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia.

Thomas Mann
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Di Loredana Morandi (del 24/11/2008 @ 20:33:46, in Magistratura, linkato 1409 volte)

Solo per giustizia. Vita di un magistrato contro la camorra, un saggio di Raffaele Cantone il magistrato che ancor prima di Roberto Saviano è stato nel mirino del clan dei Casalesi


"Pensavo che questa storia avrebbe lasciato comunque una traccia nella mia vita, un marchio sulla mia carriera. E pensavo a quanto fosse incredibile e ingiusto pagare un prezzo così alto per aver cercato soltanto di fare il mio lavoro come si deve.

Dal 16 ottobre 2007 Raffaele Cantone non è più alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Ha anticipato di qualche tempo il cambiamento di funzione rispetto agli otto anni, tempo massimo di presenza all'antimafia consentito a un magistrato: la famiglia, i due figli, stavano risentendo della poca disponibilità di tempo del padre e di una vita sempre sotto scorta.
Ma il magistrato Cantone era dal 1999 che viveva una dimensione di "libertà controllata" e da sei anni rigidamente sotto scorta. Che cosa significa per un uomo tutto ciò? In una recente intervista Cantone ha dichiarato di aver avuto un ottimo rapporto, una vera amicizia con i ragazzi che dovevano non perderlo mai di vista e che quell'anomalia (non poter fare una passeggiata con un amico, un caffè in un bar, una cena al ristorante, una breve vacanza senza avere dietro di sé qualcuno che ti segue) era entrata nella sua assurda "normalità". Ma era la sua intera famiglia costretta a una vita anomala, non solo lui.
Il libro si apre proprio sull'ultimo giorno alla Dda a cui, spiega, era arrivato quasi per caso.
La vera aspirazione del ventitreenne neolaureato con lode Raffaele Cantone era diventare avvocato penalista, una passione maturata già dai primi anni d'università. La realtà però gli dimostra ben presto che quella professione spesso si scontra con la coscienza e Raffaele decide così di partecipare a vari concorsi. Vince quello all'Inail, e subito dopo quello in magistratura. La sua prima attività in procura è affiancare un pubblico ministero tra i più attivi nella lotta antimafia.
Ecco poi la conoscenza di Falcone e la controversa legge sulla Direzione nazionale antimafia, la presenza all'interno dell'Anm, il trasferimento alla "procurina" di Napoli, il suo primo importante intervento: quattro anni in quella procura in cui impara davvero il "mestiere".

Nel ricordo, emerge il primo momento in cui fu pienamente consapevole di come inevitabilmente il lavoro (e il pericolo) entrassero nella sua vita privata. La necessaria tutela della sua persona porta all'assegnazione di una scorta a partire dalle indagini sui clan del litorale domizio. La sua vita e quella dei suoi familiari da quel momento cambia, la libertà di movimento è finita.

In questa autobiografia Cantone non nasconde i problemi interni alla magistratura, le lotte tra le correnti, i dissidi, la politica che incombe.
Il passaggio alla sezione "Criminalità economica" della Procura gli suscita nuovi stimoli, ulteriori coinvolgimenti, vista l'importanza del settore nella lotta alla criminalità organizzata. Ma proprio in quella funzione e proprio all'interno di un'inchiesta contro un'impresa, la Themis, lo aspetta un momento durissimo: è investito da una grave calunnia attraverso un volantino pieno di falsità che diffama lui e tutta la sua famiglia e che viene distribuito a tappeto a magistrati, avvocati e giornalisti. Grande la solidarietà dei colleghi e dei superiori, ma altrettanto grande l'angoscia di quei giorni. Alla fine però, grazie al lavoro svolto dalla procura di Roma, viene individuato il responsabile dell'azione calunniosa, lo stesso imprenditore della Themis che, screditandolo, sperava di riuscire ad essere scagionato dalle accuse.
L'anno della svolta è il 1999, lo stesso anno del volantino calunnioso. Nell'ottobre Cantone entra a far parte della Direzione distrettuale antimafia, obiettivo a cui aspirava da tempo perché voleva capire "cos'era veramente la camorra e soprattutto come faceva a infestare così profondamente il nostro territorio". Essendo nato e cresciuto a Giugliano della camorra aveva avuto fin da ragazzo una conoscenza diretta, anche se gli "studenti", i ragazzi delle famiglie perbene, erano in genere lasciati in pace. Ricorda bene la guerra sanguinosa tra le bande camorristiche che si conclude con una strana "pax mafiosa" che dura ancora oggi e che vede la trasformazione della camorra in gruppo d'affari interessata ai guadagni soprattutto nell'edilizia e nella distribuzione.
La Dda, divisa in "aree geocriminali", gli affida la provincia di Caserta dove opera il potente clan dei Casalesi, clan che il libro di Roberto Saviano, Gomorra, ha fatto conoscere a tutti noi, ma che dieci anni fa era considerato nella sua grande pericolosità solo da un gruppo ristretto di inquirenti. Subito il compito si presenta immane, da lavorarci giorno e notte...

Le numerose pagine del libro dedicate a questa permanenza nella Dda sono interessantissime: ci fanno conoscere i meccanismi interni alla camorra (vengono sempre fatti nomi e cognomi), come si compiono le indagini, le difficoltà immense che i magistrati devono superare, i rischi quotidiani, le sconfitte e le sudatissime vittorie. Certe descrizioni sembrano veramente tratte da film di Scorsese e lasciano il lettore senza parole: come possono succedere certe cose, come è possibile che un ragazzo di diciannove anni abbia già decine di assassinii alle spalle? come riescono i magistrati a correre tali rischi? come può essere che ci siano tante collusioni con i camorristi? e in mezzo a tanto marcio, a tanta pavidità si rimane stupiti anche di chi ha il coraggio di parlare, rischiando la vita. Anonimi eroi quotidiani, che sono in prima linea e che spesso cadono.

Accanto a loro invece, imprenditori che per interesse o per paura sono di supporto ai clan; politici collusi che usano e vengono usati dai camorristi; una popolazione che non ha sponde a cui aggrapparsi e vede nella camorra la soluzione dei suoi problemi di sopravvivenza (o di arricchimento).

"In altri casi il clan, dopo aver stabilito accordi con gli organismi politici, riesce a indirizzare gli appalti verso alcuni imprenditori che diventano suoi veri e propri fiduciari.
Si crea così un circolo vizioso dove l'impresa produce utili per la camorra, ma soprattutto, attraverso le assunzioni, genera consenso sociale, prerogativa importante perché un sodalizio criminale possa prosperare e vivere. Tale consenso sociale significa, per esempio, avere a disposizione luoghi dove riunirsi tranquillamente anche con gli esponenti dei clan alleati o ricoveri sicuri per i propri latitanti".

Da quanto detto si capisce già l'importanza, in tanta omertà, di avere la testimonianza dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti "pentiti".
Da loro si viene a sapere, ad esempio, che la camorra ha superato da tempo i confini nazionali, quali sono i settori in cui principalmente opera, come vengono scelti gli interlocutori, quali appoggi politici vengono usati, come si svolgono estorsioni e "spedizioni punitive". I racconti del pentito, il boss Augusto la Torre, sono davvero da film horror perché, per un freddo orgoglio delle proprie imprese, non viene tralasciato neppure il più cruento particolare.

Però nelle sue confessioni, qualcosa non quadra: si capirà poi che il La Torre non aveva interrotto la sua vita criminale e, anche dal carcere, impartiva ordini e molte erano le falsità dichiarate. Il magistrato non può mai abbassare la guardia.
Esiste però anche qualche caso di coraggio esemplare, come quello di Carmelina, "una rosa cresciuta nel deserto".
Ma, nella continua commistione tra lavoro e privato, ecco Cantone raccontare il suo trasloco in una casa più adatta alle esigenze della famiglia, il fastidio che i vicini e i negozianti del quartiere gli mostrano, disturbati dalla presenza costante della polizia e della scorta fino ad arrivare a raccogliere le firme per farlo trasferire.
Il più importante dei casi seguiti dal nostro magistrato è quello del clan dei Casalesi: leggete questi ultimi capitoli, sono appassionanti!
Ormai Cantone si sta avvicinando agli otto anni di permanenza alla Dda, ma da una parte le minacce diventano sempre più frequenti, soprattutto nei confronti di tutta la sua famiglia, e dall'altra la responsabilità verso i figli, il loro disagio, la loro ansia, diventano un peso difficile da reggere. Molto bello è il passaggio in cui si parla dell'incontro dell'autore prima con il libro, Gomorra, poi con il suo autore Roberto Saviano, a rischio anche lui, sotto scorta anche lui, per aver fatto nomi e cognomi del clan dei Casalesi.
Il libro si chiude, circolarmente, con il magistrato che finisce di raccogliere le carte prima di lasciare l'ufficio alla Dda. Pronto per il nuovo incarico in Cassazione. Buon lavoro dottor Cantone.

Le prime pagine

Sulla mia scrivania c'è uno scatolone. Devo riempirlo di tutte le mie cose che ancora si trovano in quest'ufficio. Al momento ci sto riponendo i calendari e i crest, gli scudetti decorativi che i vari comandi di carabinieri, polizia e finanza mi hanno donato nel corso degli anni. Sono come trofei, che servono a mostrare a chiunque capiti nell'ufficio di un pm come la collaborazione con le forze dell'ordine crei quei rapporti di stima e spesso anche di amicizia indispensabili per questo lavoro e capaci di renderlo meno disumano. Sono molto affezionato ad alcuni di questi crest, e a uno in particolare, che raffigura quasi sovrapposti i volti sorridenti di Falcone e Borsellino, regalo dei carabinieri di Mondragone. Troverò un bel posto dove appenderlo nel mio nuovo ufficio a Roma, anche se lì non ci saranno persone da ricevere e lo vedrò soltanto io e qualche collega di passaggio.
«Dottore» sento una voce dalla porta, «se vuole posso restare ancora un po' per aiutarla.»
«La ringrazio, maresciallo lacono; non c'è bisogno.»
Mentre pronuncio quella frase mi fermo un attimo. Per cinque anni questo carabiniere siciliano, originario di Vittoria, ha lavorato letteralmente al mio fianco e io mi accorgo solo ora che continuo a chiamarlo col suo grado militare e non col suo nome, ossia Giancarlo.
Era arrivato in sostituzione di un altro sottufficiale con il quale non c'era stata grande sintonia, per completare la squadra di polizia giudiziaria. Ne faceva già parte anche Luigi Ventriglia, un appuntato della guardia di finanza che ha collaborato con me per quasi dieci anni ed è diventato molto bravo nell'analisi dei dati informatici.
lacono lo conoscevo già di vista, prima che mi fosse assegnato. Lo avevo incontrato spesso nell'anticamera di un procuratore aggiunto, ma l'avevo preso per un dipendente amministrativo, non pensavo che fosse un uomo dell'Arma. Lavorandoci, si è dimostrato non solo un investigatore molto capace, ma una di quelle presenze a cui ti abitui tanto da non poterne più fare a meno. Era disponibile senza alcun limite di orario, lo trovavo in ufficio anche la domenica quando per turno dovevo andarci io.
Sono uomini come lacono - ne ho conosciuti tanti altri nel corso della mia esperienza di magistrato - che rappresentano la spina dorsale invisibile ma tenace su cui si regge questo paese.
«Torni a casa presto, almeno oggi, maresciallo. Fra un po' me ne andrò via anch'io.»
lacono mi si avvicina e mi abbraccia per salutarmi. Entrambi tratteniamo l'emozione, ma ci conosciamo da troppo tempo per non coglierla ugualmente nelle parole e nei gesti un po' formali che ci scambiarne. Ieri abbiamo festeggiato il mio commiato dalla Oda con il procuratore, gli aggiunti, gran parte dei sostituti, il personale amministrativo e quello di polizia. Era venuto persino il procuratore generale. Mi hanno regalato un bellissimo quadro del golfo di Napoli. Eppure in quel momento l'emozione si è fatta sentire solo in parte, forse per una sorta di pudore suscitato dalla presenza di persone con cui non avevo troppa confidenza.
Un vero groppo in gola mi è invece salito quando ho salutato le mie collaboratrici amministrative che, per un caso buffo, si chiamano entrambe Rosaria. Impossibile immaginarmi questi anni di lavoro senza il loro contributo quotidiano.



© 2008, Mondadori

Solo per giustizia – Raffaele Cantone
334 pag., 17,00 €- Mondadori 2008 (Strade blu)
ISBN 978-88-04-58011-9

L'autore

Raffaele Cantone, nato a Napoli nel 1963, è stato sostituto procuratore a Napoli, dove nel 1999 è approdato alla Direzione distrettuale antimafia e attualmente è magistrato presso il Massimario della Cassazione.
Nelle ultime tre legislature è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia.
Ha scritto numerosi articoli su argomenti giuridici, apparsi su riviste specializzate, e alcune monografie in materia di diritto penale sostanziale e processuale.
Collabora con il giornale "Il Mattino". Č sposato e ha due figli.

di Grazia Casagrande per Wuz
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Di Loredana Morandi (del 24/11/2008 @ 04:46:42, in Osservatorio Famiglia, linkato 1194 volte)

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 13:26:28, in Redazionale, linkato 1086 volte)
Il bombardamento di Baghdad



Le grandi Manifestazioni per la Pace





I caduti americani ...



Le foto sospette di istigare la violenza e gli abusi contro le donne irachene






E ... la prima gif di Burlanda, non appena scoppiato lo scandalo del carcere di Abu Ghraib. Questa immagine ha fatto il giro del mondo via web ed è stata realizzata da un artista italiano!




L'hunger strike dei Bloggers per la pace per i prigionieri Palestinesi nelle carceri israeliane




La costruzione del muro in Palestina



segue ...
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 10:19:56, in Magistratura, linkato 1137 volte)

Impronte digitali a 5 mila magistrati
"La privacy è a rischio"


Le impronte servono per assicurare un accesso sicuro ai sistemi informatici di Procure, Tribunali e Corti di Appello di Napoli
Al via la raccolta di impronte digitali per circa 5 mila tra magistrati e lavoratori di Procure, Tribunali e Corti di Appello del distretto di Napoli.

Con una comunicazione della Corte di Appello è stato dato l'avvio alla direttiva del ministero della Giustizia per l'acquisizione, a Napoli e nelle altre sedi giudiziarie del Sud, dei dati personali e biometrici dei magistrati e dipendenti sia per le tessere di riconoscimento che per l'accesso ai sistemi informatici.

A prevederlo è il 'Progetto Infrastruttura', per la realizzazione di un sistema "sicuro di accesso ai sistemi informatici del ministero della Giustizia" attraverso la distribuzione di smart card a tutto il personale. Un'iniziativa prevista nell'ambito del Pon sicurezza per lo sviluppo del Sud per le Regioni dell'Obiettivo 1.

L'operazione di acquisizione delle impronte digitali per magistrati e lavoratori di Procure e Tribunali di Napoli e del Sud suscita perplessità nella Ugl ministeri. In una nota al presidente della Corte di Appello, al procuratore generale e al Procuratore della Repubblica il sindacato ha chiesto più ampie spiegazioni su una iniziativa che, secondo il sindacato, "non solo non ha informato preventivamente i sindacati ma che sotto l'aspetto della privacy non sembra chiara".

"Quando si prelevano impronte digitali occorre adottare elevate misure di cautela per prevenire il rischio di 'ricostruzioni abusive' in altre parole - spiega il responsabile Ugl Ministeri, Paola Saraceni - non viene riferito né il nome se la ditta esterna incaricata per tale compito risponde ai principi di elevata cautela, tanto meno sappiamo nulla sulle misure adottate a protezione dei dati raccolti e neanche abbiamo garanzia che le impronte digitali non verranno conservate".

"Inoltre - conclude la sindacalista - non sappiamo nulla neanche sulla designazione di un responsabile e di un titolare del trattamento dei dati". Preoccupazione è stata espressa anche dal segretario provinciale Ugl di Napoli, Francesco Falco "sul rischio di ritrovarsi di fronte ad una specie di schedatura dei lavoratori".

La Repubblica 21 novembre 2008
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 10:13:38, in Magistratura, linkato 1185 volte)

Il processo civile taglia i riti

di Giovanni Negri

Di 23 o forse più ne resteranno quattro. Il ministero della Giustizia preme sull'acceleratore dello sfoltimento dei riti del processo civile e mette a punto una manovra che dovrebbe rendere più facile la vita agli avvocati, meno complicate le regole procedurali e più rapida la soluzione delle controversie.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo ha promesso al Congresso dell'avvocatura: così non si può andare avanti, la pluralità di riti applicabili ai diversi tipi di causa porta a un processo "alla carta" in cui la prima vittima è la certezza del diritto. Serve allora un'opera di drastico disboscamento della giungla procedurale e, alla fine, in piedi non dovrebbero restare più di 4 procedure: nel dettaglio, processo ordinario di cognizione, del lavoro, di famiglia, compresi separazioni e divorzi, e cautelare.
All'Ufficio legislativo di via Arenula si sta mettendo a punto l'intervento da sottoporre al Parlamento. Un'ipotesi è quella di un emendamento da inserire nel collegato alla manovra dedicato ai temi della Giustizia che adesso è in discussione al Senato dopo avere ricevuto il via libera della Camera. L'emendamento affiderebbe al Governo una delega per riscrivere tutto il quadro delle procedura entro cui dovrà muoversi il futuro processo civile. Delega che però dovrebbe essere sufficientemente dettagliata. Tanto da lasciare capire con chiarezza la direzione di marcia.
Gli stessi avvocati fanno ormai fatica a districarsi all'interno di un ventaglio estremamente ampio di discipline processuali, spesso modulate sulla natura della causa oppure sul tempo della sua instaurazione. Alfano ne ha contate 27, l'Unione delle camere civili (si vedano i dati a fianco) "solo" 23, gli avvocati del Triveneto andavano oltre il muro dei 30 riti. Sta di fatto che di formalismo eccessivo il processo rischia di soccombere, nelle tenaglia tra allungamento dei tempi e dilatazione delle procedure. Anche perchè non sembra più reggere la filosofia che aveva condotto via via ad aggiungere regole a regole e cioè quella secondo cui, per avere decisioni rapide, una delle strade da percorrere è quella di modulare i riti sul tipo di controversia. I dati sono impietosi: lo stock di cause arretrate, il vero debito pubblico della giustizia italiana, è continuato ad aumentare. Sino a fare dell'Italia il Paese in Europa (secondo i dati del 2006) con il maggiore numero di cause arenate davanti ai tribunali di primo grado, in tutto 3.687.965 (solo la Francia si attesta sopra al milione di cause pendenti, 1.165.192).
Sul campo, secondo il progetto del Governo, resteranno forme processuali ormai obsolete come quelle delle acque pubbliche o poco utilizzate come quelle agrarie; si dovrebbe mettere la parola fine a paradossi come quello sui processi per incidenti stradali, nei quali, se sono coinvolte persone, si applica il processo del lavoro e quello ordinario se sono interessate solo cose.
Ma la vittima principale è senz'altro il rito societario che, introdotto, in pompa magna, nel 2003 e a pieno regime dal 2004, dopo soli 4 anni è destinato ad andare definitivamente in soffitta. Ci aveva già provato la passata maggioranza e adesso a scrivere la parola fine potrebbe essere una coalizione in grandissima parte analoga a quella che lo approvò.
Nulla di male, naturalmente. Alla prova dei fatti una forma processuale che doveva costituire il modello di una più ampia riforma dell'intero Codice di procedura civile, ha segnalato più di una difficoltà.
Anche se il modello poteva avere una sua validità nel presentare al giudice una causa già matura per la soluzione, senza la necessità di svolgere un'approfondita attività istruttoria (devoluta invece allo scambio tra le parti), le lacune maggiori sono emerse quando il procedimento ha coinvolto una pluralità di parti, quando già all'avvìo del procedimento venivano effettuate contestazioni ovvero nell'avere escluso un limite al numero di memorie che possono essere scambiate.
Tutti aspetti che, in una materia cruciale per la competitività del Paese, hanno complicato la soluzione delle cause. In questo senso le ultime informazioni disponibili, relative all'inaugurazione del passato anno giudiziario, segnalano che le cause pendenti soggette al rito societario sono aumentate del 222% in primo grado e del 74% in appello.

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 10:02:08, in Politica, linkato 1007 volte)
GIUSTIZIA: VELTRONI, NON IMPORRE RIFORMA A MAGISTRATI
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La riforma della giustizia deve essere "una riforma condivisa", e soprattutto "non imposta". Deve essere una riforma "ne' contro i magistrati, ...
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 09:56:55, in Magistratura, linkato 1124 volte)
GIUSTIZIA: ANM, STOP AI TALK SHOW DURANTE I PROCESSI

(ASCA) - Roma, 21 nov - ''Stop ai talk show in tv quando c'e' un processo in corso''. Lo chiede il presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara, nel corso di un'intervista a Klaus Davi per Klauscondicio.

''Bisogna tutelare la liberta' di informazione - spiega Palamara - ma il processo mediatico e' un evento che rischia di suggestionare profondamente la realta', creando una sovrapposizione di piani rispetto al processo reale. Il mestiere che svolgiamo e' sicuramente difficile e suscita troppo spesso un interesse spasmodico dell'opinione pubblica, una degenerazione dell'audience. Sia ben chiaro: non si puo' sostituire il processo che si svolge in tribunale al processo che si svolge in uno studio televisivo. Da qui la mia proposta - conclude Palamara - sarebbe sempre opportuno sospendere i talk e i dibattiti in tv quando ci sono processi in corso''.

fdv/mcc/rob

Rassegna stampa ...

GIUSTIZIA: PALAMARA (ANM), I PM VIGILI LEGALITA' E CUSTODI DEMOCRAZIA
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 09:53:01, in Sindacato, linkato 1053 volte)

Le guardie penitenziarie denunciano carenza di personale

Allarme sicurezza a palazzo di Giustizia:«In Tribunale si rischia la rivolta»

MILANO 21/11/2008 - «Ogni giorno in Tribunale rischiamo la rivolta: se qualche detenuto perde la testa e dà in escandescenze non possiamo garantire la sicurezza dei cittadini». La denuncia arriva dagli agenti della polizia penitenziaria, gli stessi agenti che ogni giorno trasportano i carcerati da San Vittore (e da Bollate) fino a Palazzo di Giustizia, e ritorno. «Siamo in 20, massimo 25 poliziotti e dobbiamo scortare 60 detenuti. Praticamente sono loro a scortare noi - racconta Nicolino Labella, segretario regionale del sindacato Sappe - ma nessuno sembra rendersi conto del pericolo». Il problema infatti è stato segnalato più e più volte ma non è cambiato nulla e «noi siamo costretti a lavorare lo stesso. Anche se è contro il regolamento - si sfoga un poliziotto del nucleo traduzioni di San Vittore - e prima o poi qualcosa succederà».

IN TRIBUNALE
Secondo le norme infatti ogni detenuto dovrebbe essere accompagnato da tre agenti. Dovrebbe, ma la realtà è che nei corridoi del Tribunale milanese tutto funziona al contrario e c’è una guardia ogni tre carcerati. Ieri, ad esempio, gli ammanettati erano 62 e le divise 20. Troppo poche per contenere eventuali rivolte, troppo poche per garantire sicurezza alle migliaia di persone che ogni giorno affollano Palazzo di Giustizia. «Basta che qualcuno prenda un ostaggio al settimo piano (quello dove ci sono gli uffici dei giudici, ndr) e succede una strage - continua un agente - non abbiamo abbastanza personale per fronteggiare situazioni di emergenza. E prima o poi l’emergenza ci piomberà addosso».

IL TRASPORTO
Le cose non vanno certo meglio nel tragitto tra la prigione e il Tribunale: sui bus vecchi e scassati in uso alla polizia penitenziaria vengono caricati anche 20 detenuti per volta, ma a sorvegliarli ci sono solo 5 poliziotti. «Tutto fila liscio finché non ci sono imprevisti - denuncia Labella - ma non voglio nemmeno immaginare cosa potrebbe accadere in caso di incidente stradale o di guasto del mezzo. Cinque guardie non riuscirebbero certo a controllare venti persone in mezzo alla strada».

La carenza di personale è una piaga che colpisce ormai da anni la polizia penitenziaria, ma «nelle ultime settimane la situazione è diventata esplosiva» spiega una guardia. E sempre più spesso sono i magistrati a dover attendere per ore e ore i detenuti “bloccati” nelle celle di sicurezza in attesa che qualche agente penitenziario si liberi. E in un Tribunale caotico come quello milanese posticipare di qualche ora un’udienza (o rinviarla) finisce col creare disagi a non finire. «Dieci anni fa le guardie erano 250 - spiega il rappresentante del Sappe - ora, tra tagli e distacchi al meridione, siamo rimasti in meno di 70. Nel 2006 il capo del personale ci aveva promesso di far rientrare 100 uomini distaccati al Sud, ma ad oggi non ne è rientrato nemmeno uno». E se la situazione non cambia gli agenti sono pronti a scendere in piazza e a manifestare, «perché nei corridoi del Tribunale e sui bus della polizia esiste una situazione allarmante, ma il pericolo viene continuamente sottovalutato».

Scritto da: Federica Mantovani
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Di Loredana Morandi (del 22/11/2008 @ 09:56:32, in Redazionale, linkato 1025 volte)




La Rete degli Artisti partecipa al lutto della Famiglia Curzi,
ed esprime il proprio cordoglio per la perdita dell'amico e compagno Sandro Curzi,
che ha dedicato la sua vita ad un giornalismo trasparente e privo di compromessi,
ma sempre aperto al dialogo.

Il suo operato rimarrà come esempio di professionalità e di coerenza politica.
Addio Sandro e grazie!

Rete Artisti contro le guerre

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Di Loredana Morandi (del 22/11/2008 @ 05:28:33, in Magistratura, linkato 1182 volte)

Cori, proteste e denunce nella prova per 500 posti da uditore giudiziario

Caos al concorso per magistrati
«Una farsa, la prova va annullata»

Sopra i banchi anche i vietatissimi codici «commentati» con il timbro del ministero che ne autorizza l'utilizzo

MILANO - Niente male per essere un concorso per futuri magistrati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della «Giustizia». Dentro le aule è entrato di tutto: fotocopie, fisarmoniche di carta con possibili tracce e, soprattutto, codici «irregolari», cioè «commentati». Eppure ugualmente approvati dai cancellieri durante i controlli con tanto di timbro del dicastero di via Arenula. Così si spiega la sollevazione generale mercoledì scorso da parte dei partecipanti. E la contestazione è andata avanti per almeno un'ora. Andiamo per ordine. (Guarda il video)

Tutti in coda (Silvano Del Puppo/Fotogramma)
Tutti in coda (Silvano Del Puppo/Fotogramma)
LA STORIA - Lunedì nei padiglioni della Fiera di Milano a Rho, iniziano le procedure della prova del concorso nazionale da magistrato. Partecipano 5.600 laureati in legge, per 500 posti da uditore giudiziario. Tutti hanno con se i testi che potranno poi consultare in aula. Ma prima devono superare il controllo. Cioè, un cancelliere di tribunale, quindi un esperto, verifica i loro libri. Controlla che siano realmente dei codici e che non vi siano infilati dentro dei fogli. Non deve esserci trascritto assolutamente nulla. Ma soprattutto il cancelliere deve controllare i volumi siano conformi al bando. Cioè dei semplici codici senza commenti. Due giorni di lavoro e code interminabili per fare questi controlli. Eppure cosa accade? Mercoledì, giorno della prova scritta, i futuri magistrati si ritrovano degli aspiranti colleghi con testi «fuorilegge» però con tanto di timbro del ministero della Giustizia.

LE DENUNCE - Intorno alle 18, quando è stato consentito ai candidati che lo desideravano di lasciare il padiglione, sono stati tanti quelli usciti furenti: «O i cancellieri sono incompetenti, e non si capisce perché il ministero si serva di loro, oppure sono in malafede», denuncia Marco che arriva da Napoli. «Io sono stata sottoposta ad un controllo che è durato dieci minuti. Non si spiega come sia possibile che quei volumi abbiano ottenuto il timbro ministeriale. Eppure, anche un bambino vedrebbe che il tomo pesa il doppio perché contiene dei commenti», urla Katia dalla Sicilia. Così è iniziata la sollevazione dei futuri magistrati. Con il coro «vergogna, vergogna» all'indirizzo della commissione d'esame. E dopo le proteste sono andati a denunciare i fatti in procura. Una cinquantina di ragazzi ha anche abbandonato il concorso: «È una farsa. Vogliamo che la prova venga annullata!», ci dice un giovane neolaureato che arriva da Genova. Alla fine, 21 espulsi il primo giorno e una cinquantina giovedì.

IL PRESIDENTE DIMISSIONARIO - Venerdì mattina in tanti hanno rinunciato alla prova. E si chiedevano come mai il presidente della commissione, Antonio Gialanella, nominato appena 14 giorni prima della prima della prova, dopo appena una settimana ha lasciato l'incarico: «Forse il suo telefono era diventato rovente», afferma un futuro magistrato che vuole restare anonimo (sic!). «Una settimana a Milano per fare il concorso, ho speso 1000 euro tra albergo e viaggio, e devo assistere ad un simile spettacolo». Molti poi contestano che il concorso si tenga nella sede unica di Milano quando negli anni passati si teneva anche a Roma. Giovanni da Catania è lapidario: «Forse qualcuno della Lega vuole penalizzare la maggioranza dei concorrenti che arriva dal sud?». Ma questa è un'altra polemica.

Nino Luca - aluca@corriere.it
21 novembre 2008 (ultima modifica: 22 novembre 2008)

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