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 Africa ... di Piero Taddei... di Lunadicarta
 
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Articolo 11 - Libertà di espressione e d'informazione - 1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 08:59:02, in Associazioni Giustizia, linkato 972 volte)
Devo scrivere a Sonia Alfano. Perché non tutti conoscono il web.

Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia:
Censurare la rete per rispetto alle vittime di mafia?
Si censuri piuttosto il Presidente del Consiglio ed i suoi stallieri.

"Apprendiamo dal blog di Beppe Grillo, tramite un intervista di Alessandro Gilioli al Senatore dell' UDC, Gianpiero D'Alia, che l'emendamento con il quale si vorrebbe tentare di controllare la rete è stato pensato per tutelare il rispetto che si deve alle vittime di mafia e del terrorismo". Ad affermarlo e Sonia Alfano a nome dei componenti dell' Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia della quale è presidente. I componenti dell' associazione si dicono "schifati da tanta bassezza morale ed offesi da tanta ipocrisia" e per voce della propria presidente aggiungono che "se il Parlamento vuole rispettare le vittime di mafia e del terrorismo, invece di censurare facebook, youtube e gli altri siti che in questa nazione sono le uniche fonti di informazione non asservite al potere, potrebbe ad esempio riaprire le inchieste sulle stragi di Ustica, Via D'Amelio, Capaci, Piazza Fontana, e molte altre, e far avere alle vittime delle molteplici stragi italiane la giustizia che non hanno mai ottenuto. "In questo paese - afferma ancora Sonia Alfano -, se qualcosa dev'essere oscurato, quello è un Presidente del Consiglio che accoglie alla sua corte gli stallieri di Cosa Nostra e che definisce "eroi" macellai di bassa lega.
Ciò che offende le vittime di mafia sono i partiti, come quello da cui proviene il Senatore D'Alia, che annoverano tra le proprie fila indagati, prescritti e persino condannati per favoreggiamento.
Se la classe dirigente italiana vuole perseguire il criminoso disegno di censura della rete, per cancellare il dissenso sociale ed applicare finalmente il Piano di Rinascita Democratica, abbia quantomeno la decenza di non osare affermare che il regime viene instaurato per rispetto alle vittime di mafia.
Le finalità del governo sono chiare; si vogliono cancellare i "vaffa" di Grillo, le petizioni popolari, la libera circolazione di informazioni non filtrate da organi di stampa controllati dai partiti e tutto ciò non ha nulla a che fare con le vittime di mafia ma è anzi l'ennesima beffa alla loro memoria".
In conclusione di nota Sonia Alfano ha invitato "il Senatore D'Alia e quanti oseranno ancora motivare la censura con il rispetto per le vittime di mafia di avere la decenza, prima di tutto nei confronti di se stessi, di non proferire più simili assurdità e di non utilizzare, cosi come recentemente fatto dal Premier con Giovanni Falcone per giustificare la riforma della giustizia, gli Eroi di Stato e le loro famiglie come pretesto per attuare la censura dell'informazione e la repressione del dissenso sociale".


Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia
www.familiarivittimedimafia.com
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:40:53, in Politica, linkato 1615 volte)

consegnata la relazione del Copasir ai presidenti di camera e Senato

Rutelli: «L'archivio di Genchi
è imponente e non è stato distrutto»

«Nei dati il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti, utenze del Csm e Quirinale»

ROMA - Il mega-contenitore di tabulati telefonici di Gioacchino Genchi è un archivio informatico «imponente», con dati su «un grande numero» di cittadini italiani mai indagati, e non è stato distrutto. A spiegarlo è il presidente del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) Francesco Rutelli che in serata ha consegnato ai presidenti di Senato e Camera il documento sui rischi per l'efficienza dei Servizi di sicurezza emersi dalle audizioni svolte a gennaio. Politici, alte cariche istituzionali, ma anche i membri del Consiglio superiore della magistratura risultano schedati. E non si contano gli 007 intercettati senza alcuna garanzia.

«CREDIBILITÀ A RISCHIO» - Rutelli parla di «lacune e criticità che hanno comportato rischi per l'efficienza dei servizi segreti», ma la palla passa ora al Parlamento, mentre il Comitato lavora a una seconda relazione relativa ai tabulati in cui sono indicate anche le utenze di parlamentari e alte figure istituzionali. Il Copasir sottolinea però la «preoccupazione per le ripercussioni che l’eco di questa vicenda può avere sulla sicurezza delle comunicazioni tra appartenenti ai Servizi di informazione e loro interlocutori esterni al sistema della sicurezza, siano essi operatori della sicurezza o fonti informative» e sulla «credibilità delle nostre agenzie nei loro rapporti con gli omologhi organismi di intelligence degli altri Paesi».

POLLARI «TRACCIATO» - «L'acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti italiani (Nicolò Pollari, direttore del Sismi fino al 15 dicembre 2006, ndr), l'ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia (all'insaputa dello stesso pubblico ministero che conduceva le indagini) sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa» ha detto l'esponente del Pd.

CSM E QUIRINALE - Nell'archivio Genchi, consulente in varie inchieste giudiziarie tra cui "Why Not" e "Poseidone" dell'ex pm Luigi de Magistris, c'erano anche «52 utenze telefoniche fisse e mobili riconducibili al Consiglio superiore della magistratura e di 14 utenze fisse del Segretariato generale della presidenza della Repubblica», spiega il Copasir, oltre a quelle del procuratore nazionale antimafia, di magistrati della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, di tredici parlamentari, tra cui l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro e il viceministro dell'Interno e il ministro della Giustizia, di cinque partiti o gruppi politici, della Camera e del Senato (segreteria del presidente), dei vertici della Guardia di finanza, del capo degli ispettori del ministero della Giustizia e dell'ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

TAVAROLI E GHIONI - Tra i tabulati acquisiti da Genchi c'erano anche quelli relativi alle utenze di Giuliano Tavaroli e Fabio Ghioni, ex responsabili della security di Telecom e Pirelli e coinvolti nell'inchiesta sui dossier illegali, e all'utenza di Adamo Bove, responsabile della sicurezza di Telecom Italia Mobile, mai indagato e morto suicida a Napoli nel luglio 2006.

«USARE POLIZIA» - Nella relazione il Copasir evidenzia che per accertamenti così delicati come quelli svolti da Genchi è meglio utilizzare le forze di polizia piuttosto che consulenti privati, perché c'è il rischio che si formino vere e proprie banche dati «al di fuori di ogni controllo». Nel documento viene sottolineato «il rapporto che si viene a instaurare tra il pubblico ministero e un consulente, che non si limita a rispondere ai quesiti del magistrato, ma che svolge vere e proprie indagini con valutazioni e suggerimenti». Il comitato rileva anche che «non sussistono regole che forniscono sufficienti garanzie sulla conservazione dei dati acquisiti e sulla loro distruzione quando si rivelano estranei all'indagine». Nel caso specifico Genchi ha «trattenuto copia integrale del materiale informatico acquisito nel corso delle indagini da lui svolte per la Procura di Catanzaro».

IL PERSONAGGIO - Giacchino Genchi, vicequestore della polizia in aspettativa sindacale da circa 10 anni e consulente di molte Procure, vive in un bunker tecnologico di 500 metri quadri in un seminterrato di Palermo. Nel 1988 era capo della Direzione della zona tlc del ministro dell'Interno della Sicilia occidentale, voluto dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Nell'indagine sulla strage di Via D'Amelio controllò oltre due miliardi di tracce.

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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:37:13, in Politica, linkato 1065 volte)

Se scatta il divieto
di pubblica opinione

di GIUSEPPE D'AVANZO

QUANTE storie, con i nomi, i tempi, le frasi e gli esiti giusti non potrete conoscere mai, se dovesse essere approvata la legge sulle intercettazioni che disciplina anche il diritto di cronaca. Diciamo meglio, che cancella il dovere della cronaca e il diritto del cittadino ad essere informato. Che cosa ha imposto il governo alla sua docile maggioranza?

Con un tratto di penna ha deciso che il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto si estenda anche agli atti non più coperti dal segreto. Il governo vuole che non si scriva un rigo fino al termine dell'udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti, dinanzi a un giudice terzo).

Si potrà sapere che un pubblico ministero senza nome sta accertando che a Roma le sentenze si vendevano all'incanto. Non si potrà dar conto delle fonti di prova e scrivere che il corruttore di toghe si chiama Cesare Previti e si è messo in testa addirittura di fare il ministro di giustizia. Si potrà scrivere che qualcosa non torna nei bond di una società quotata in Borsa e un'innominata toga se ne sta occupando, ma non si potrà dire del pozzo nero che ha inghiottito i modesti investimenti di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno avuto fiducia nelle banche e in Parmalat.

Si potrà dar conto di un gestore telefonico che ha "schedato" illegalmente migliaia di persone. Non si potrà raccontare che il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera si è lasciato ingrullire, povero ingenuo, dal capo della sua sicurezza, Giuliano Tavaroli. Né tantomeno si potranno elencare i nomi degli "spiati". Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.

La pubblica opinione dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici che chiedono fiducia al Paese per rappresentare chi vota e governare il Paese o amministratori pubblici e privati a cui è stata affidata la nostra salute, i nostri risparmi, la nostra vita. È inutile tediarvi con le tecnicalità. Qui basta forse dire che finora ce la siamo cavata muovendoci lungo il sentiero stretto di un articolo della procedura penale, il 329: "Gli atti d'indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari".

Come abbiamo scritto e ripetuto spesso, in questo varco hanno lavorato le cronache. Sarebbe uno sciocco errore negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il giornalismo italiano. Ma, se si rispettano i confini dell'articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto della pubblica opinione a essere informata; il diritto dello Stato a non vedere compromessa l'indagine; il diritto dell'imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a sentenza.

Nel triangolo di questi tre diritti, il giornalista può fare con correttezza il suo mestiere, proporre al lettore le fonti di prova raccolte dall'accusa e gli argomenti della difesa, valutare l'interesse pubblico di quelle storie. Perché non ci sono soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli; della fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli, delle imprese di chirurghi più attenti al denaro che non al malato e alla malattia.

Quelle cronache sono un osservatorio che permette di vedere da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. Svelano quale tenuta ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni pubbliche, il rispetto delle regole. Indicano spesso problemi che impongono nuove soluzioni. L'incontro ravvicinato con le opacità del potere ha in qualche caso convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c'è nessuna ragione accettabile e decente per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - è il caso di un governatore della Banca d'Italia - come un'autorità di vigilanza, indipendente e "terza", protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. È stato già raccontato da Repubblica che Berlusconi abbia sorriso ascoltando i suoi consiglieri chiedere "più galera per i giornalisti" (fino a sei mesi per un documento processuale; fino a tre anni per un'intercettazione). Raccontano che Berlusconi abbia detto: "Cari, lasciate dire a me che sono editore di mestiere. Se li mandi in galera, ne fai degli eroi della libertà di stampa e magari il giornale per cui lavorano vende anche di più, e questo sarebbe uno smacco. La galera è inutile. So io, da editore, quel che bisogna fare...".

Ecco allora l'idea che sta per diventare legge dello Stato. Efficace, distruttiva. Che paghino gli editori, che sia il loro portafogli a sgonfiarsi. La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la redazione, l'autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L'editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si porta così le proprietà a intervenire nei contenuti del lavoro redazionale, le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi dei contenuti, della materia giornalistica vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo pretende addirittura che l'editore debba adottare "misure idonee a favorire lo svolgimento dell'attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio".

Evidentemente, solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell'attività giornalistica è possibile "scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio". Di fatto, l'editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela. Divieto di cronaca per il tempo presente, controllo dell'editore nelle redazioni in tempo reale.

Ecco dunque lo stato dell'arte: si puniscono i giornali e i giornalisti; si sospende il direttore dall'esercizio della sua funzione; si punisce l'editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi non conoscerete più (se non dopo quattro o sei anni) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che influenzano le nostre stesse vite.

(13 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 13/02/2009 @ 00:33:23, in Politica, linkato 1083 volte)

L'Ordine protesta. Pressing del Colle, perplessità sul ddl
Polemica sul divieto di pubblicare notizie fino alla fase del giudizio

Intercettazioni, media oscurati
il Csm: violata la Costituzione

Braccio di ferro nella maggioranza tra la Bongiorno e il capogruppo del Pdl
di LIANA MILELLA

ROMA - Lo slogan della maggioranza - "Pubblicate i fatti, ma non gli atti" - fa infuriare l'Ordine dei giornalisti che, per l'ennesima volta, chiede un incontro urgente al governo sulle intercettazioni e sulla norma capestro che, con un tratto di penna, cancella d'emblée la cronaca giudiziaria. Fino al dibattimento nessun atto, neppure per riassunto, potrà essere reso pubblico. E i testi degli ascolti mai. Per il Csm è una previsione che contrasta "con i valori dell'articolo 21 della Costituzione", quello che garantisce la libertà di stampa ("Non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure").

L'Ordine rende pubblico il suo "allarme", pensa a una "mobilitazione generale della categoria", è disponibile "a una soluzione di equilibrio tra il diritto alla privacy e quello all'informazione". Il Pd, che parla di "inaccettabile mordacchia" (Lanfranco Tenaglia), chiede che l'incontro avvenga prima di lunedì pomeriggio quando, in commissione Giustizia alla Camera, il testo sarà licenziato per passare in aula. Ma il governo non lo fissa. Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, mentre la commissione licenzia altri due articoli del ddl (sui gravi indizi di colpevolezza e sugli ascolti ambientali) che preoccupano gravemente Csm e Anm, apre uno spiraglio: "Vedremo lunedì che si può fare". Un fatto è certo. Anche nel Pdl c'è chi, come il giornalista Giancarlo Lehner, definisce "intollerabile" la norma che azzera l'informazione sulle inchieste giudiziarie. E la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, già 48 ore fa, aveva inserito l'articolo tra quelli negoziabili in vista del dibattito in aula ipotizzando di spostare indietro, rispetto alla fine delle indagini preliminari o alla celebrazione dell'udienza preliminare, l'asticella della pubblicità degli atti. Segnali anche da Caliendo. Ma il capogruppo Pdl in commissione, il forzista Enrico Costa, ripropone la linea dura: "Gli atti devono essere usati nelle aule giudiziarie e non sui media".

Sarà incerta fino all'ultimo la sorte di questo ddl. Che il Csm ha bacchettato in molti punti con un parere articolato. Di cui il vice presidente Nicola Mancino ha rivendicato opportunità e correttezza respingendo l'accusa della destra di un Csm "terza Camera". "Non lo siamo. E abbiamo rispetto per il Parlamento" dice Mancino che se la prende con "i titoli esagerati dei giornali". È un ddl che lascia perplesso il Quirinale dal quale, ormai da tempo e soprattutto in questi giorni, parte una moral suasion per accendere i riflettori sugli aspetti più contraddittori e discutibili. Quelli che fanno dire ai magistrati "tanto varrebbe abolire le intercettazioni".

Uno dei punti più critici, i "gravi indizi di colpevolezza" necessari per ottenere un ascolto, che il Colle si augura fortemente sia modificato con una formula meno drastica, è giusto passato ieri in commissione. Uno "scempio", una "norma abominevole e oscena" per il Guardasigilli ombra del Pd Tenaglia e per la capogruppo Donatella Ferranti che ha distribuito un pacchetto di agenzie di stampa, con altrettanti fatti di cronaca, per dimostrare come le intercettazioni siano state fondamentali per tantissime inchieste. La maggioranza non è compatta: si astiene il leghista Luca Rodolfo Paolini e molti deputati di An lasciano intendere che una modifica è ancora possibile. I malumori potrebbero esplodere in aula, in un voto segreto, quindi meglio attenuare prima un testo che fa dire all'ex sottosegretario Luigi Vitali: "Era meglio un requisito più oggettivo, il tetto dei 10 anni, piuttosto che un principio che potrebbe essere aggirato". Un effetto anti-imputato perché i pm contesterebbero comunque i "gravi indizi".

Un passo in avanti s'è fatto per le intercettazioni ambientali con il voto sull'emendamento di Manlio Contento (An), che la stessa Bongiorno aveva ipotizzato e che ha ottenuto consensi pure nell'opposizione. Gli ascolti saranno possibili, anche senza la prova che nel luogo microfonato si stia commettendo un reato, per mafia, terrorismo e reati satelliti. Commenta la Bongiorno: "Era la richiesta del procuratore antimafia Grasso. Favorevole io come relatore e il governo, coinvolta nel voto anche l'opposizione. È un incontro di volontà importante". Ma la Ferranti controbatte: "La maggioranza fa solo ammuina. Prima cancella la legge attuale, poi la ripristina. E se ne compiace".

(13 febbraio 2009)
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Io ho firmato e passo parola ...

PETIZIONE PER LA STABILIZZAZIONE DEGLI
INFORMATICI ex-ATU
NEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

N.B. questa è l'unica petizione attiva, c'è un duplicato in giro, attenzione.


AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA


Molte centinaia di informatici, in servizio da circa 15 anni tutti i giorni all'interno degli Uffici Giudiziari d'Italia in base all'appalto per la configurazione e manutenzione di tutto quanto concerne l'hardware, software e base dati civili e penali, sono in costante pericolo.

I tagli di bilancio ed il mancato controllo sui rapporti società/lavoratori hanno causato nell'ultimo triennio una serie di licenziamenti e sofferenze, scioperi, persino mancate retribuzioni.

La politica aveva promesso soluzioni che non sono state adottate.

In particolare, considerata la peculiare professionalità acquisita, il rapporto fiduciario con i delicati ambienti ed il fatto che un informatico "esternalizzato" costa allo Stato almeno il doppio di un dipendente pubblico (con la maggior parte della somma che va alla società, ed uno stipendio minimo al lavoratore) si era detto di creare una corsia preferenziale d'ingresso per questi lavoratori precari e “sommersi” all'interno del Ministero della Giustizia.

Fin'ora solo parole e niente fatti.

I dettagli della storia su http://www.comitatoatu.it

Il servizio giudiziario interessa il popolo italiano, così com'è stato sancito dalla nostra Costituzione, per cui il suo non funzionamento ricade sulla collettività. Se il Parlamento Italiano ha scelto la informatizzazione per i servizi giudiziari essi devono funzionare alla perfezione. Noi abbiamo un personale esterno, tecnici di qualità, i quali non vanno trattati con la logica dei contratti a termine "usa e getta".

I SOTTOSCRITTI FIRMATARI RICHIEDONO DI INTERVENIRE PER LA STABILIZZAZIONE DEGLI INFORMATICI DELL'ASSISTENZA TECNICA UNIFICATA (ATU) (oggi noti come SPC/APPLICATIVI) ALL'INTERNO DELL'AMMINISTRAZIONE GIUDIZIARIA

Cordialmente,

I Firmatari

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Avran voluto coprire qualcun altro...

I RAGAZZINI FURONO ALLONTANATI DA CASA PER DUE MESI, A CAUSA DI UN DISEGNO OSE'

Fratellini di Basiglio: assistente sociale
e psicologi indagati per lesioni colpose

La perizia del pm: bambino traumatizzato dalle modalità dell'allontanamento dalla famiglia

MILANO - Al centro di un'inchiesta della Procura ora non c'è più solo l'origine della dolorosa vicenda dei due fratellini di Basiglio, e cioè l'allontanamento dalla famiglia operato dal Tribunale dei Minorenni sulla base dell'erroneo presupposto (in ipotesi accusatoria alimentato anche da insegnanti e preside indagate per false dichiarazioni al pm) che alcuni disegni scolastici tradissero giochi erotici. Adesso al vaglio del pm Marco Ghezzi c'è la conseguenza psicologica che sul bimbo più grande avrebbero avuto le modalità materiali dell'allontanamento.

Fino a indurre la Procura a formulare una inusuale ipotesi di reato («lesioni colpose» ai danni del bambino) e per essa indagare due psicologi e una assistente sociale. L'indicazione «colposa » del reato suggerisce la convinzione dell'accusa che le condotte ipotizzate non siano state intenzionali, ma abbiano involontariamente arrecato sofferenza al bambino. Alla base della contestazione di «lesioni», infatti, c'è una perizia che ravvisa nel bambino un «disturbo post traumatico da stress» collegato, come nesso di causa-effetto, alle modalità di separazione dalla famiglia allorché fu eseguito il provvedimento d'urgenza del Tribunale dei Minorenni.

In quella fase, secondo l'accusa, lo psicologo (che avrebbe dovuto facilitare un passaggio per forza di cose doloroso per i bambini) avrebbe invece finito per peggiorare la situazione. Perché? Perché avrebbe detto al bambino che gli sarebbero stati cambiati i genitori; perché lo avrebbe strattonato per un braccio; e perché gli avrebbe impedito di salutare bene la sorella (leggi l'intervista al padre). Circostanze che lo psicologo, difeso dall'avvocato Laura De Rui, ha seccamente negato nell'interrogatorio: né strattonamenti né veti a un commiato soft alla sorella, e per il resto l'accusa stravolgerebbe frasi decontestualizzate da un discorso volto invece a prospettare al bambino le varie possibilità teoriche dopo l'allontanamento.

L'accusa estende poi l'ipotesi di «lesioni colpose» a un'altra psicologa e a un'assistente sociale, accusate d'aver pressato il bambino (tolto ai genitori) affinché confermasse i sospetti nati dai disegni. Le due donne, sinora senza accesso agli atti, si sono avvalse della facoltà di non rispondere. Ma l'avvocato Lucia Lucentini anticipa che sono certe di potersi dimostrare estranee a un'accusa errata, peraltro fondata allo stato sulla sola percezione del bimbo.

Luigi Ferrarella

12 febbraio 2009

*****

Il precedente ...

23 aprile 2008
La decisione del Tribunale che però riconosce «le rilevanti perplessità»

Sottratti ai genitori per un disegno

Raffigurati rapporti tra la bimba e il fratello. Lei: «L'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché sono povera»

MILANO — La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia ». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera».

Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno.

È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori.

«A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo». A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo ».

La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione: Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo.

«Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime.

E una famiglia divisa. Da oltre un mese. Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta? ».

Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici ». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole ».


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Di Loredana Morandi (del 12/02/2009 @ 07:57:04, in Magistratura, linkato 1352 volte)

Mi riprometto di verificare le reazioni sui siti che fanno ideologia per pedofili, e/o apologia di reato, che io sto monitorando da qualche tempo e di darne informazione sulle pagine di Giustizia Quotidiana nei prossimi giorni.

Intanto leggetevi i deliri di onnipotenza di questo QUI.
Loredana Morandi

L'articolo

Lettera del segretario dell'Anm. Il Pm cita l'esempio del rapimento di un bambino per spiegare come la nuova legge legherebbe le mani agli inquirenti

Così le norme sulle intercettazioni
aiuteranno i pedofili a beffare la polizia

di GIUSEPPE CASCINI*


Caro direttore, in una cittadina del Nord Italia scompare un bambino di otto anni. Stava tornando da scuola, ma non è mai arrivato a casa. La polizia avvia le indagini. Alcuni testimoni riferiscono di aver visto nei giorni precedenti una persona sospetta nei pressi della scuola. Ne forniscono una descrizione. Corrisponde a quella di un soggetto già condannato in passato per detenzione di materiale pedo-pornografico. La polizia avvia le indagini e scopre che l'uomo non è a casa e non si è presentato al lavoro.

La polizia comunica al magistrato le informazioni acquisite e propone di effettuare indagini tecniche:

a) Acquisizione dei tabulati del telefono intestato al sospetto;

b) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico transitato sulla cella nei pressi della scuola nella settimana precedente al rapimento.

L'acquisizione serve sia per confermare la presenza del sospetto davanti alla scuola sia per individuare altri telefoni nella sua disponibilità;

c) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico della anziana madre del sospetto per individuare altri telefoni nella sua disponibilità;

d) Acquisizione dei tabulati del traffico telefonico sull'utenza della famiglia del bambino e intercettazione delle utenze;

e) Intercettazione del telefono del sospetto;

f) Intercettazione del telefono della madre del sospetto;

Il pubblico ministero ricevuta la comunicazione iscrive il nome del sospetto nel registro degli indagati per il delitto di cui all'art. 605 del codice penale (sequestro di persona: pena massima otto anni) e comincia a studiare le richieste della polizia alla luce delle nuova legge sulle intercettazioni:

a) I tabulati del telefono del sospetto non si possono fare. La legge richiede gravi indizi di colpevolezza che in questo caso mancano. Ci sono indizi, ma non sono gravi.

b) I tabulati del traffico della cella (che potrebbero confermare la presenza del soggetto sul luogo e quindi rendere grave il quadro indiziario) non si possono fare perché la legge consente l'acquisizione dei tabulati solo nei procedimenti contro ignoti e al solo fine di identificare le persone presenti sul luogo del reato o nelle immediate vicinanze di esso. In questo caso perché il procedimento è a carico di una persona identificata; comunque non si potrebbero estrarre i tabulati dei giorni precedenti al rapimento.

c) L'acquisizione dei tabulati della madre è comunque vietata perché sottoposta allo stesso regime delle intercettazioni: si possono fare solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza, requisito che per la madre del sospetto certamente manca.

d) L'acquisizione dei tabulati delle utenze della persona offesa è possibile con il loro consenso, ma solo nei procedimenti contro ignoti, non in quelli, come in questo caso, a carico di persone identificate. Per la stessa ragione non possono essere intercettate le utenze.

e) Il telefono del sospetto non è intercettabile perché mancano i gravi indizi di colpevolezza.

f) Il telefono della madre non è comunque intercettabile.

Il pubblico ministero comunica al commissario di polizia il risultato del suo studio. "Dunque non possiamo fare nulla?", chiede il commissario. "Dobbiamo tornare ai vecchi metodi di indagine". "Bene", risponde il commissario, "allora convochiamo qui la madre e le chiediamo dove si trova il figlio e se non ci risponde la arrestiamo per favoreggiamento, così vediamo se lui viene fuori". "Niente da fare, commissario", spiega paziente il pubblico ministero, "i prossimi congiunti dell'indagato non sono obbligati a testimoniare e non rispondono di favoreggiamento".

Una settimana dopo le indagini hanno una svolta. Un testimone ha visto il bambino salire su una macchina, ricorda il modello e i primi numeri di targa. La polizia verifica che il modello e i numeri di targa corrispondono all'auto del sospetto. Gli indizi di colpevolezza ora sono gravi. Il commissario torna dal pubblico ministero a chiedere tabulati e intercettazioni.

Il pubblico ministero emette subito i decreti di urgenza. Poi fa fare copia integrale degli atti di indagine e dispone che un'auto parta immediatamente per portare il tutto nella sede del capoluogo del distretto, a circa 150 km di distanza, perché il provvedimento deve essere convalidato dal tribunale in composizione collegiale entro 48 ore e al tribunale va trasmesso l'intero fascicolo. L'autista del commissario, un agente di polizia, si offre di portare lui il fascicolo che, per mancanza di fondi e di personale, non arriverebbe mai a destinazione in tempo.

I tabulati del telefono confermano la gravità del quadro indiziario. Il sospetto ha passato molte mattine davanti alla scuola. Le intercettazioni non producono però risultati. Probabilmente il sospetto ha cambiato telefono. Il commissario propone di intercettare tutte le persone con le quali il sospetto ha parlato durante gli appostamenti per arrivare al nuovo numero. Il pubblico ministero spiega che la nuova legge non consente l'intercettazione di persone diverse dall'indagato.

Dopo una settimana una nuova svolta. Una impiegata di un negozio di telefonia ha riconosciuto il sospetto dalla foto pubblicata sui giornali e ricorda di avergli venduto un telefono pochi giorni prima del rapimento. Controllando gli archivi del negozio la polizia individua la nuova utenza. Il pubblico ministero emette subito un decreto di urgenza poi guarda l'autista del commissario che senza dire una parola prende il voluminoso fascicolo e parte alla volta del capoluogo del distretto.

L'utenza è quella giusta. Il sospetto parla con la madre e le racconta del rapimento. La madre cerca invano di convincerlo a liberare il bambino. Purtroppo però la zona da cui chiama è piuttosto vasta ed è impossibile individuare il luogo dove si nasconde. Il sospetto riceve poi telefonate da diverse cabine telefoniche da un uomo che vuole "comprare" il bambino. La polizia propone di estrarre il tabulato delle cabine. Se poi l'uomo ha usato una scheda prepagata si potrebbe estrarre il traffico di quella scheda come si è fatto nell'indagine per l'omicidio del professore Massimo D'Antona. Le altre chiamate potrebbero consentire di identificare l'uomo.

Niente da fare: l'uomo non è identificato e a suo carico non ci sono gravi indizi di colpevolezza.

Passano i giorni; siamo a due mesi dall'inizio delle intercettazioni. Il pubblico ministero non ha ancora trovato il coraggio di dire al commissario che a mezzanotte dovranno staccare i telefoni. Lo vede arrivare trafelato e raggiante: "Dottore, ci siamo!" urla. Gli mostra la trascrizione di una telefonata intercettata quella mattina tra l'uomo sconosciuto e il rapitore. Mentre legge la trascrizione il volto del pubblico ministero diventa sempre più bianco: il rapitore ha accettato di consegnare all'uomo il bambino, ma la telefonata si conclude così: "Chiamami domani e ti dirò dove venire".

*L'autore, pubblico ministero a Roma e segretario nazionale dell'associazione nazionale magistrati, ha applicato a un caso concreto la nuova disciplina delle intercettazioni e dimostrato come la nuova legge renda le indagini più difficili e meno efficaci

(Repubblica 12 febbraio 2009)

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Di Loredana Morandi (del 12/02/2009 @ 07:53:05, in Magistratura, linkato 1426 volte)

Il caso - I commenti in rete contro il ddl del responsabile della Giustizia

Il pm si sfoga on line: senza telefonate
quel pedofilo in libertà

I magistrati sul web raccontano le inchieste in cui l'ascolto delle chiamate è stato decisivo

ROMA — Il ricorso in Cassazione è ancora pendente, ma in primo e secondo grado s'è già preso 14 anni di galera; è stata la prima condanna in materia di turismo sessuale con minorenni, a carico di un italiano che andava in Thailandia e Cambogia per avere rapporti con bambini, anche a pagamento.

«I più piccoli di 6-7 anni», racconta il magistrato che ha seguito il caso e ora spiega come s'è arrivati al verdetto: «I primi elementi sono emersi nel corso di intercettazioni disposte sull'utenza dell'indagato nei periodi in cui era in Italia», e più avanti dai microfoni piazzati nella macchina e nel camper dell'uomo. «In quei momenti — riferisce il magistrato — non c'erano ancora i "gravi indizi di colpevolezza" che, se venisse approvato il disegno di legge attualmente in discussione, sarebbero necessari per disporre le intercettazioni. E sono state necessarie più proroghe per ottenere elementi utili», il che significa che s'è andati oltre i due mesi che la riforma fissa come limite insuperabile. Peccato, conclude, perché di questa vicenda «s'è occupata la stampa internazionale (cito per tutti la Cnn), che ha lodato il sistema giudiziario italiano proprio perché ha gli strumenti processuali che consentono di affrontare un fenomeno così grave ». Se invece passasse la legge all'esame della Camera non li avrebbe più, avverte il Consiglio superiore della magistratura con il parere proposto ieri; parere che rientra nelle «attribuzioni» sancite dalle norme istitutive dello stesso Csm, e inserito in un ordine del giorno controfirmato dal presidente della Repubblica.

Per spiegare il «grave pregiudizio » che la riforma sulle intercettazioni porterebbe a indagini e processi, il Consiglio affronta molti dettagli tecnici della norma ma non cita casi concreti, come invece fanno giudici e pubblici ministeri nelle mailing list in cui da settimane commentano il disegno di legge. Sono scambi di lettere via computer che racchiudono le esperienze di chi lavora anche grazie alle registrazioni delle telefonate e a microfoni piazzati chissà dove, lontano dai clamori, dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni della disputa politica. Di un ergastolo inflitto un anno fa a un commercialista di Bologna per l'omicidio di una sua anziana e facoltosa cliente, ad esempio, pochi si ricordano. Uno dei magistrati che se n'è interessato spiega: «Sembrava una morte naturale, che sia un omicidio s'è capito dopo alcuni giorni; vennero messi sotto intercettazione i telefoni di tutti i familiari e del commercialista della vittima, successivamente del badante da poco licenziato». Gli ascolti andarono avanti per cinque mesi, finché un'ambientale ha svelato il mistero (almeno per giudici di primo grado); «e se non ci fossero state lunghe intercettazioni sul badante, sul quale s'erano concentrati i sospetti dei parenti e del vedovo, su di lui sarebbero rimasti dei dubbi che invece sono stati dissolti secondo le motivazioni della sentenza».

Particolare non secondario, visto che il condannato si dichiara innocente e ha presentato appello. Secondo le esperienze raccontate saranno soprattutto gli omicidi «comuni », di cui all'inizio si sa poco o nulla, a restare fuori dai confini disegnati dalla riforma che prevede i «gravi indizi di colpevolezza» (non più «di reato», come ora) per mettere sotto intercettazione qualcuno. Ma non solo quelli. A Milano, nel luglio scorso, 27 imputati sono stati condannati per «traffico organizzato di rifiuti su tutto il territorio nazionale ». Gli «ascolti» a loro carico furono circa 1.500, «quasi tutti utilizzati per la motivazione della sentenza », e sono andati avanti oltre sei mesi, fornendo prove «assolutamente decisive». Ma c'è di più, scrive chi ha seguito la vicenda: «Il fatto che si smaltissero illecitamente anche i rifiuti della cosiddetta "emergenza Campania" è emerso dopo oltre due mesi dall'inizio delle intercettazioni; col termine previsto dalla riforma, l'allargamento dell'inchiesta al Sud non ci sarebbe mai stato». E non ci sarebbe mai stato, avverte un magistrato da Monza, il recupero dei soldi dovuto all'indagine sul riciclaggio della maxi-tangente Imi-Sir: «La telefonata "buona" per identificare compiutamente gli autori del reato, formulare una precisa accusa, ritrovare e riportare in Italia da tutto il mondo 107 milioni di dollari e 62 milioni di euro dei 670 miliardi di lire trasferiti in Svizzera, intervenne oltre due mesi dopo l'inizio dell'ascolto e dunque "fuori tempo massimo"». Non solo: «Prima della telefonata decisiva si poteva parlare di generici, non gravi, indizi di colpevolezza».

Giovanni Bianconi

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Di Loredana Morandi (del 12/02/2009 @ 07:44:03, in Magistratura, linkato 1307 volte)

Il plenum ha rinviato a martedì la votazione sul documento approvato dalla VI commissione
Mancino: "Diamo pareri ma non siamo la terza Camera del Parlamento"

Ddl intercettazioni, ancora dubbi del Csm
"Le norme sulla stampa incostituzionali"

ROMA - C'è anche una censura di incostituzionalità nel parere messo a punto dalla Sesta Commissione del Csm sul ddl sulle intercettazioni. E riguarda le norme che puniscono la pubblicazione degli atti dei procedimenti penali in contrasto con il principio della libertà di stampa.

La norma (articolo 2 del provvedimento) "tende a definire con maggiore chiarezza i limiti imposti alla pubblicazione", ma - sottolineano i relatori Fabio Roia e Roberto Carrelli Palombi- "la soluzione delineata dal ddl appare problematica".

Con "l'equiparazione del regime relativo agli atti coperti dal segreto a quello degli atti non più coperti da segreto", spiegano i relatori, "una parte significativa della fase delle indagini preliminari risulterebbe sottoposta a un regime indifferenziato di divieto di pubblicazione degli atti". E il risultato sarebbe "un'evidente compressione dei valori riconducibili all'articolo 21 della Costituzione", quello appunto che sancisce la libertà di stampa.

Intanto si è deciso che il plenum del Consiglio aprirà il dibattito sul parere al Ddl soltanto martedì prossimo, quando in una seduta straordinaria deciderà se approvare o meno il documento redatto ieri dal VI commissione.

Sulle critiche alla riforma delle intercettazioni contenute nel parere della commissione, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, puntualizza che il Consiglio superiore della magistratura "non è una terza camera" e il parere presentato dalla commissione "non è una bocciatura. Il Cms può esprimere criticità, consensi o dissensi, ma le bocciature sui provvedimenti la danno soltanto le Camere".

(Repubblica 12 febbraio 2009)

*****

Il vicepresidente: «Non siamo una terza camera»

Intercettazioni, il Csm rinvia il voto sul ddl

Palazzo dei Marescialli dovrà esprimersi sul parere della VI Commissione. Polemica tra Mancino e Anedda

ROMA - Il Csm ha rinviato la votazione sul parere alla riforma delle intercettazioni a martedì prossimo. Il plenum ha affrontato soltanto la relazione introduttiva. A innescare il rinvio è stata una breve polemica tra il vicepresidente Nicola Mancino e il consigliere laico di An, Luigi Anedda. Quest'ultimo voleva un rinvio generale della discussione alla prossima settimana, mentre Mancino ha sottolineato il fatto che il parere era stato presentato già e che, quindi, a norma di regolamento andavano per lo meno effettuate le relazioni introduttive. Così alla fine è stato. E Anedda ha polemicamente abbandonato l’aula del plenum.

UN PARERE - Mancino ha poi voluto puntualizzare che il Csm «non è una terza camera» e il parere presentato al plenum dalla VI commissione «non è una bocciatura. Il Cms può esprimere criticità, consensi o dissensi, ma le bocciature sui provvedimenti la danno soltanto le Camere». «Il Csm non può essere l'attaccapanni di tutte le polemiche sull'ordinamento giudiziario e la produzione legislativa - rileva Mancino -, il nostro parere si limita a valutare ciò che è stato introdotto nel dibattito e non è vero che è del tutto negativo. Sui giornali ci sono titoli esagerati e le relazioni hanno approfondito i contenuti del disegno di legge su elementi di criticità, ma anche di condivisione».


Corriere Sera 12 febbraio 2009

*****

Intercettazioni, il Csm rinvia il voto
sul parere al ddl

ROMA (12 febbraio) - Il Csm ha rinviato a martedì prossimo il voto sul parere pesantemente critico nei confronti del ddl sulle intercettazioni. Oggi ci sono state solo le relazioni di Fabio Roia e Roberto Carrelli Paolombi, gli estensori del documento.

Il rinvio del voto alla prossima settimana non è stato una sorpresa: già ieri era emerso l'orientamento di cominciare oggi soltanto l'esame del parere ma di avviare il dibattito alla prossima settimana per dare il tempo a tutti i consiglieri di vagliarlo con attenzione. Il laico di An Gianfranco Anedda avrebbe voluto invece che tutto slittasse alla prossima settimana per ragioni di «opportunità », considerato che «la Commissione Giustizia della Camera non ha ancora ultimato l'esame degli emendamenti al ddl sulle intercettazioni». Di qui l'esigenza di rinviare tutto anche al Csm per poter dibattere con un quadro più chiaro. 

Ma è stato lo stesso vice presidente del Csm Nicola Mancino a schierarsi contro la proposta anche per evitare altre accuse di interferenza del Csm nell'attività del Parlamento: «Se aspettassimo il completamento dell'esame da parte della Commissione Giustizia della Camera sarebbe certamente un'interferenza». Mancino ha quindi messo ai voti la proposta, che è stata bocciata. E proprio la scelta di far esprimere il plenum sul rinvio ha provocato la dura reazione di Anedda, che giudicandola fuori dalle regole, ha abbandonato l'aula.

Censura di incostituzionalità C'è anche una censura di incostituzionalità nel parere messo a punto dalla Sesta Commisione del Csm sul ddl sulle intercettazioni. E riguarda le norme che puniscono la pubblicazione degli atti dei procedimenti penali in contrasto con il principio della libertà di stampa, la norma (articolo 2 del provvedimento) «tende a definire con maggiore chiarezza i limiti imposti alla pubblicazione», ma - sottolineano i relatori Fabio Roia e Roberto Carrelli Palombi- «la soluzione delineata dal ddl appare problematica». Con «l'equiparazione del regime relativo agli atti coperti dal segreto a quello degli atti non più coperti da segreto» , spiegano nel testo, «una parte significativa della fase delle indagini preliminari risulterebbe sottoposta a un regime indifferenziato divieto di pubblicazione degli atti». E il risultato sarebbe «un'evidente compressione dei valori riconducibili all'articolo 21 della Costituzione», quello appunto che sancisce la libertà di stampa.

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 11/02/2009 @ 11:23:54, in Sindacato, linkato 1115 volte)
Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Roma, 11 febbraio 2009
Prot n. 28/C

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

“Giù le mani da giornali e giornalisti. Solidarietà piena della Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Famiglia Cristiana e a tutti i giornali, di vario orientamento, che fanno il loro dovere nell’autonomia della loro linea editoriale e dei propri convincimenti morali, politici, culturali, religiosi. La diversità di opinioni e il libero confronto è sale della civiltà democratica. Basta con gli assalti e con le intimidazioni alla libera stampa, ancora è più gravi se vengono da autorità preposte alla sicurezza e alla libertà dei cittadini! E guai a considerare i giornali, con le notizie e le loro opinioni, un pericolo o un inciampo: come diceva Thomas Jefferson, un Paese democratico può sopravvivere senza un governo, ma non senza un’informazione libera. Il teatrino della politica che, a turno, assalta o santifica questo o quel giornale, a seconda del proprio interesse del momento, è intollerabile. Un giornale non può essere buono e amico se racconta, con una sua linea, il caso Englaro e sovversivo, o peggio, se critica le schedature degli immigrati. La politica (è la nostra linea permanente nei confronti di tutti) faccia la sua parte, sostenga la sua linea, ma si astenga - non ne ha alcun diritto – dall’intromissione nelle scelte editoriali dei giornali. Chi vuole può dissentire, ma l’insulto o l’intimidazione, peraltro nell’immunità parlamentare, sono respinte, dalla Fnsi, al mittente. Piaccia o no, i politici che vanno all’assalto della stampa di orientamento diverso dal loro, hanno già perso molti punti sul terreno della democrazia. E non vinceranno questa loro campagna.”

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