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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 18/02/2009 @ 05:41:38, in Politica, linkato 1024 volte)
Il ddl ''distrugge la possibilitò di intercettare e limita fortemente lo strumento''

Intercettazioni, dal Csm 'no' a ddl. Mancino contesta le sanzioni ai giornalisti, la protesta di Fieg-Fnsi

Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: ''Eccessiva sanzione penale ai giornalisti''. La Federazione degli Editori e quella della Stampa: gravissima limitazione del diritto di cronaca

ultimo aggiornamento: 17 febbraio, ore 21:26
Roma, 17 feb. (Adnkronos) - Il plenum del Csm ha approvato il parere negativo della VI Commissione sul ddl intercettazioni. Il ddl ''distrugge la possibilita' di intercettare e limita fortemente lo strumento'', ha affermato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, per il quale ''la sanzione penale a carico dei giornalisti e' eccessiva e unilaterale, ai sensi dell'arti.21 della Costituzione''.

Durante il plenum per discutere il parere sul ddl intercettazioni, Mancino ha espresso grande preoccupazione sul ''divieto di pubblicazione''. ''Il venir meno del segreto e' opera unilaterale del giornalista o c'e' uno che ha concorso nella consumazione del reato con lui?''.

Da parte loro, Fieg e Fnsi si uniscono nel denunciare al Parlamento e al Paese la gravissima limitazione del diritto di cronaca prevista dal disegno di legge del ministro Alfano in materia di intercettazioni approvato ieri dalla Commissione giustizia della Camera. ''Le disposizioni in esso contenute - sottolineano in una nota congiunta la Federazione degli Editori e quella della Stampa - colpiscono duramente giornalisti ed editori, imponendo loro il silenzio totale sulle indagini e sui loro sviluppi, anche quando non sussiste il segreto istruttorio. L'effetto e' quello di impedire ai cittadini e all'opinione pubblica di conoscere fatti rilevanti della vita pubblica quali appunto le notizie sugli atti di indagine, non segreti. Se il disegno di legge dovesse essere approvato dal Parlamento, il divieto duramente sanzionato costituirebbe una autentica 'pietra tombale' della cronaca giudiziaria''.
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Di Loredana Morandi (del 18/02/2009 @ 04:58:16, in Economia, linkato 1698 volte)

COMUNICATO STAMPA N.4/2009

18 febbraio 2009

 

Corte dei conti - Sezione controllo Enti - Pres. M. Alemanno , Rel. M. Falcucci - Determinazione 2/2009 del 5 febbraio 2009 - Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Consip S.p.A.. per l'esercizio 2007.

Nell'adunanza del 27 gennaio 2009 la Sezione controllo enti ha approvato la relazione con la quale la Corte dei conti riferisce il risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Consip S.p.A., relativa all'esercizio 2007.

Nel settore IT l'attività della Consip si è snodata su una pluralità di direttrici e, in particolare, nel campo del supporto alla governance della finanza pubblica.

Sotto quest'ultimo profilo rilevante è stato l'impegno di Consip per supportare la nuova impostazione del bilancio dello Stato per missioni e programmi e per proseguire lungo la strada dell'evoluzione del sistema informativo della Ragioneria generale dello Stato verso un sistema organico di tipo conoscitivo e decisionale. Importanti interventi sono stati realizzati anche all'interno del Dipartimento del Tesoro. Risulta, peraltro, per ora inattuato il sistema informativo unitario del MEF previsto dalla riforma del 1997.

Sul versante del Programma di razionalizzazione della spesa per consumi intermedi, un esito positivo si riscontra in termini sia di modernizzazione della p.A. sia di risparmi ottenuti grazie al sistema delle convenzioni e al mercato elettronico, anche se ne resta difficile la quantificazione in carenza dell'impianto effettivo della contabilità analitica nell'ambito della p.A.

Lo spazio per i risparmi è ancora ampio se riferito all'area di spesa del conto consolidato della p.A., da affrontare nell'ambito del Sistema a rete (Consip/Regioni) delineato con le ultime leggi finanziarie.

Il 2007 si è chiuso con un utile lordo di 7,9 milioni, nettamente superiore a quello segnato nell'anno precedente (5,8 milioni).

L'utile netto, trainato dal surplus delle poste straordinarie, balza da 1,3 a 3,2 milioni.

Il contenimento dei costi aziendali si giova, da un lato, della sostanziale stabilità degli oneri di personale e, dall'altro, di una prima razionalizzazione della spesa discrezionale.

Nel 2007 è stato anche completato l'assetto dei controlli interni (con l'attività di revisione contabile obbligatoriamente affidata ad una società di revisione e con la istituzione del Dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari). Tali nuovi organi si affiancano al Collegio sindacale e all'organismo di vigilanza, previsto dalla legge 231/2001.

Resta, d'altra parte, ancora da mettere a punto il sistema del controllo di gestione, che potrebbe fornire utili materiali informativi agli altri organismi investiti di compiti di verifica e controllo.

In tale ottica si rende anche necessario un maggiore coordinamento dei sistemi informativi operanti all'interno dell'Azienda.
 

Il Magistrato responsabile dell'Ufficio Stampa

(Consigliere Cinthia Pinotti)

 
La relazione è disponibile sul sito Internet www.corteconti.it, aprendo dall'home page la cartella: Ultimi documenti pubblicati - Attività 2009.

 

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Associazione Nazionale Magistrati
Sezione Distrettuale di Roma



- FEDERMOT -


L’articolo 32 del disegno di legge recante: “Disposizioni in materia di procedimento penale, ordinamento giudiziario” prevede la possibilità di nomina del pubblico ministero presso il giudice di pace attraverso un meccanismo elettivo, situazione non prevista dalla Costituzione.

Per tanto il testo appare in contrasto con la Carta fondamentale dello Stato.

In ogni caso si deve osservare che il Legislatore è libero , nel quadro costituzionale, di operare le scelte ritenute più opportune, ma allo stesso tempo si ha il dovere di segnalare che il pubblico ministero previsto dall’attuale assetto offre ed ha sempre offerto le più ampie garanzie di imparzialità e di autonomia dalla politica e da ogni centro di potere, valori fondamentali corollario del principio di uguaglianza tra cittadini, che non possono esser garantiti da giudici elettivi.

Stupisce e sconcerta, e perciò va segnalato, che una norma di tale portata non sia stata preceduta da un adeguato dibattito nel Paese con un coinvolgimento di tutte le componenti culturali

 
Il Presidente ANM – ROMA
Paolo Auriemma

Il Presidente FEDERMOT
Paolo Valerio

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Spero che non dimentichino di dire che: la pubblicazione di nomi e foto dei magistrati contiene dei pericoli, ma è anche la più grande difesa civile che si possa dare ad un PM minacciato dalla Mafia.

Un pubblico ministero e/o un testimone di mafia, allontanati dalla ribalta della cronaca sono già morti, perché i loro nomi sono già sicuramente nelle mani della malavita organizzata, ma il popolo NON li conosce.

E poi: Sciopero. La serrata generale di tutta la stampa e l'editoria telematica.

Federazione Nazionale della Stampa Italiana
                           
Roma, 17 febbraio 2009
Prot. n. 034

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

Giornalisti: Oggi Giunta Fnsi
per battaglia di civiltà antibavaglio


“La Giunta della Federazione della Stampa esaminerà domani in via di urgenza, con l’Ordine dei giornali e d’intesa con l’Unione Cronisti Italiani, le nuove iniziative comuni e unitarie di tutta la categoria dei giornalisti per contrastare le interferenze e le gravi minacce al diritto di cronaca che, con le novità che stanno emergendo nella Commissione Giustizia alla Camera, porterebbero addirittura alla cancellazione della cronaca giudiziaria.

L’assalto ai giornali e ai giornalisti che vogliano rispondere al diritto dei cittadini a conoscere come vanno le cose che riguardano la propria vita, a sapere se e come procedono le inchieste giudiziarie su vicende di rilevanza pubblica sta assumendo dimensioni intollerabili e incivili.

L’emendamento che introduce, nel Ddl intercettazioni, il carcere fino a 3 anni per chi pubblica notizie, non solo di conversazioni poste agli atti, ma anche di riassunti della documentazione sulle indagini è profondamente illiberale.

Non è in gioco un privilegio di una categoria, quella dei giornalisti, o il preteso potere di un’impresa, quella editoriale. Si vuol trattare da criminali queste due categorie e da poveri di diritti i cittadini, privati di un bene costituzionalmente garantito: l’informazione.

I giornalisti, per deontologia professionale e per le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, hanno sempre l’obbligo di non tacere sui fatti di pubblico interesse e di darne conto ai cittadini, anche qualora le notizie dovessero provenire da fonti riservate che altri avevano l’obbligo di custodire assicurandone la segretezza.

I parlamentari godono della loro libertà e anche di immunità. Certamente colpisce che a presentare proposte lesive della libertà fondamentale di un Paese civile sia un parlamentare, Deborah Bergamini, iscritta all’Ordine dei giornalisti. La sua funzione la pone al di sopra di tutto ma non la esenta dai suoi obblighi. Sicuramente, la sua proposta di prevedere il carcere per i giornalisti che pubblicano intercettazioni delle quali sia stata ordinata la distruzione – che evidentemente chi doveva non ha fatto – la colloca fuori dai doveri deontologici e morali che le impone la legge professionale, oltre il buon senso.

Le prese di posizione di diversi deputati, anche della maggioranza parlamentare, che segnalano la gravità di queste manovre deve far riflettere tutte le persone veramente liberali e tutti gli eletti che a questi principi dichiarano di richiamarsi. I giornalisti sapranno testimoniare in modo incisivo l’allarme della categoria per l’enorme bavaglio e per il tentativo sfacciato di sottrarre alla opinione pubblica la conoscenza di vicende di rilevanza sociale.

La Fnsi conta inoltre di poter assumere anche con la Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), nella piena espressione della propria distinta soggettività sociale, azioni comuni in questa battaglia di civiltà”.
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COMUNICATO FIEG-FNSI

DDL INTERCETTAZIONI: DENUNCIAMO AL PARLAMENTO E AL PAESE LA GRAVISSIMA LIMITAZIONE DEL DIRITTO DI CRONACA PREVISTA DAL DISEGNO DI LEGGE ALFANO

La Fieg e la Fnsi si uniscono nel denunciare al Parlamento e al Paese la gravissima limitazione del diritto di cronaca prevista dal disegno di legge del ministro Alfano in materia di intercettazioni approvato ieri dalla Commissione giustizia della Camera.

Le disposizioni in esso contenute colpiscono duramente giornalisti ed editori, imponendo loro il silenzio totale sulle indagini e sui loro sviluppi, anche quando non sussiste il  segreto istruttorio. L’effetto è quello di impedire ai cittadini e all’opinione pubblica di conoscere fatti rilevanti della vita pubblica quali appunto le notizie sugli atti di indagine, non segreti. Se il disegno di legge  dovesse essere approvato dal Parlamento, il divieto duramente sanzionato costituirebbe una autentica “pietra tombale” della cronaca giudiziaria.

Fieg e Fnsi sottolineano con forza all’opinione pubblica che non vanno confusi la limitazione delle intercettazioni e il divieto della divulgazione di loro parti con la possibilità di dare notizia di una investigazione in corso non coperta da segreto (attuazione di misure cautelari, arresti, sequestri, interrogatori, testimonianze). Se fosse approvato il disegno di legge nell’attuale versione si tornerebbe indietro di molti decenni, all’epoca di vigenza del Codice Rocco del 1930.

Ad essere violato è il diritto di cronaca e il diritto di informare e di essere informati e, con essi, la Costituzione che li tutela e garantisce.

Gli editori e i giornalisti concordano sulla necessità di norme a tutela della riservatezza delle persone, soprattutto delle persone estranee alle indagini (da proteggere a monte), ma non possono accettare sanzioni fuori luogo rispetto al bene da tutelare ed  estranee ad ogni principio di responsabilità.

Gli editori e i giornalisti italiani si appellano al Presidente della Repubblica, al Parlamento, alle forze politiche e sociali e all’opinione pubblica affinché vengano evitate nel nostro ordinamento norme che   costituiscono un'evidente e palese compressione dei valori della libertà di stampa riconducibili all'articolo 21 della Costituzione.
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Di Loredana Morandi (del 17/02/2009 @ 04:15:13, in Magistratura, linkato 1293 volte)

La cosa che si vede bene è che il vero nemico da combattere sia l'informazione del popolo italiano. Indagini? Non pervenuto ...

Alla commissione Giustizia della Camera via libera anche al carcere per chi pubblica
registrazioni da distruggere o che coinvolgono persone estranee all'indagine

Intercettazioni, vietato pubblicare
nome e foto del magistrato

Ok all'emendamento del deputato del Pdl Sisto
Di Pietro: "L'intero provvedimento è criminale"

ROMA - Primo via libera dalla commissione Giustizia della Camera al disegno di legge del governo sulle
intercettazioni ottiene. Il provvedimento ora è atteso in Aula per il 23 febbraio, ma solo per la discussione generale. L'esame degli emendamenti e il voto continueranno probabilmente a marzo con i tempi di discussione contingentati.

Questo, in estrema sintesi, il contenuto del provvedimento, modificato ancora stasera nell'ultimo esame della commissione:

Gravi indizi di colpevolezza - Il Pm potrà chiedere l'autorizzazione a intercettare solo in presenza di 'gravi indizi di colpevolezza'. Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno 'sufficienti indizi di reato'. La richiesta dovrà essere autorizzata da un Gip collegiale del capoluogo del distretto. Ma il giudice dovrà poi compiere una sua valutazione autonoma del caso.

Via il magistrato che parla troppo - La toga che rilascia "pubblicamente dichiarazioni" sul procedimento che gli viene affidato ha l'obbligo di astenersi. E dovrà essere sostituito se iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d'ufficio. Il suo nome non potrà essere citato.

Omesso controllo, arresto fino a un anno - Il ddl prevede l'arresto fino a un anno e l'ammenda da 500 a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che omettano di esercitare "il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni.

Divieto di pubblicazione - Per i media le indagini diventeranno 'top secret'. Non si potranno più pubblicare gli atti dell'indagine preliminare, neanche l'iscrizione nel registro degli indagati di qualcuno, o quanto acquisito al fascicolo del Pm o del difensore, fino al termine dell'udienza preliminare. Anche se gli atti non saranno più coperti da segreto.

No ai nomi e immagini di Pm - Il ddl prevede lo stop alla pubblicazione di nomi o immagini di magistrati "relativamente ai procedimenti e processi penali a loro affidati", salvo che l'immagine non sia indispensabile al diritto di cronaca.

Carcere per i giornalisti - Torna il carcere per i giornalisti. Con due emendamenti approvati in extremis è prevista la pena da uno a tre anni per chi, "con volontà di dolo", pubblica intercettazioni per le quali sia stata ordinata la distruzione o relative "a conversazioni o flussi di comunicazione riguardanti fatti e circostanze o persone estranee alle indagini di cui sia stata disposta l'espunzione". Aumentano anche le sanzioni per gli editori, fino a 370mila euro per chi pubblica violando gli obblighi di legge.

Reati intercettabili - Sul punto la legge attuale cambia poco. Potranno essere intercettati tutti i reati con pene superiori ai 5 anni, compresi quelli contro la Pubblica Amministrazione; ingiuria; minaccia; usura; molestia; traffico-commercio di stupefacenti e armi; insider trading; aggiotaggio; contrabbando; diffusione materiale pornografico anche relativo a minori.

Intercettazioni ambientali - Si potranno usare le 'cimici' solo per spiare luoghi nei quali si sa che si sta compiendo un'attività criminosa. Unica eccezione per i reati di mafia, terrorismo e per quelli più gravi.

Limiti di tempo - Non si potrà intercettare per più di 60 giorni: 30 più 15 più 15. Per reati di criminalità organizzata, terrorismo o minaccia col mezzo del telefono si può arrivare a 40 giorni prorogabili di altri 20.

Procedimento contro ignoti - Le intercettazioni potranno essere richieste solo dalla parte offesa e solo sulle sue utenze. L'opposizione contesta il fatto che non si possa più intercettare nei casi di violenza sessuale perchè le indagini richiedevano intercettazioni di tipo esplorativo per l' individuazione dei responsabili. Potranno essere acquisiti però documenti relativi al traffico telefonico per capire chi fosse presente sul luogo del delitto.

Archivio riservato e divieto di allegare verbali a fascicolo - Le telefonate e i relativi verbali saranno custodite in un archivio presso la Procura. I procuratori avranno il potere di gestione e controllo dei centri di intercettazione e di ascolto.

Divieto di utilizzo in procedimenti diversi - Le intercettazioni non potranno essere usate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte. Salvo i casi di mafia e terrorismo.

Stop a "Un giorno in pretura"- Non si potranno più fare riprese tv nelle aule giudiziarie, a meno che tutte le parti non siano d'accordo.

Gli autori degli emendamenti. Quello sul carcere per chi pubblica è stato presentato dalla deputata del Pdl Debora Bergamini, mentre l'altro - quello che riguarda le persone estranee all'inchiesta - porta la firma di Nino Lo Presti.

L'opposizione protesta. Subito dopo il via libera, l'opposizione ha protestato duramente contro le nuove norme. "E' l'ennesimo strappo della maggioranza - ha commentato il ministro della Giustizia ombra del Pd, Lanfranco Tenaglia - dopo lo strappo fatto allo strumento di indagine, ora quello al diritto di cronaca".

Ma il giudizio più duro, sull'intero ddl, è arrivato da Antonio Di Pietro: "A noi dell'Italia dei valori non resta che fare diligentemente opposizione, non tanto per convincere una maggioranza cieca e becera che mai come in questo caso si dimostra assente e piegata alla volontà dell'imperatore Berlusconi per il quale le intercettazioni non si devono fare perché altrimenti si scoprono i reati. Facciamo opposizione affinché resti agli atti che abbiamo fatto il possibile per impedire che un provvedimento di valenza così altamente criminale possa entrare in vigore".

(16 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 17/02/2009 @ 04:12:09, in Magistratura, linkato 1501 volte)

E' diventata una prassi: la Corte d'Appello, insufficiente e a metà organici
rinvia regolarmente di otto anni. Un anziano: "Speriamo di esserci..."

"Il processo? Aggiornato al 2017
La giustizia lumaca di Reggio Calabria

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA - Quando il signor Antonio, pensionato reggino, ha sentito che il processo era stato aggiornato al gennaio del 2017, s'è girato verso l'avvocato è ha sussurrato: "Speriamo di esserci ancora". E' ormai diventata una prassi. Alla Prima Sezione civile della Corte d'Appello di Reggio Calabria, tra un'udienza e l'altra passano 8 anni, almeno. Nel calendario dei giudici non ci sono buchi fino a gennaio del 2017, e le agende dei legali diventano per necessità decennali. Così, per ottenere un risarcimento danni o per una causa di separazione, per incidenti stradali o semplicemente per dirimere i contenziosi patrimoniali i tempi diventano biblici. Le pratiche prendono polvere negli archivi e la giustizia diventa una chimera.

Ci sono processi iniziati da un giudice e definiti da un altro, nei quali cambiano gli avvocati e persino le parti. Figli chiamati a chiedere, per conto dei propri genitori, i risarcimenti che non hanno avuto i padri. I dati parlano chiaro e sono stati forniti dallo stesso presidente della Corte d'Appello Luigi Gueli, all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nel 2004 i procedimenti pendenti erano 3.384, nel 2008 il carico è cresciuto fino a toccare i 4.830 processi. Numeri destinati a crescere visto che i fascicoli sopravvenuti continuano ad essere più di quelli chiusi. Solo nell'ultimo anno infatti, a fronte di 393 processi definiti, i giudici si sono visti arrivare faldoni per altri 630 procedimenti. Praticamente il doppio. E in futuro nulla lascia presagire che le cose possano cambiare, anzi.

Ne è convinto anche Gueli: "I ricorsi iscritti a ruolo nel 2008 saranno forse decisi nel 2015-20016. Presto arriveremo a rinviare per il 2018 e probabilmente oltre. Purtroppo la mole di lavoro è abnorme. Si ricorre in appello per qualsiasi sciocchezza. I processi civili seguono l'iter dei tre gradi di giudizio, mentre in molti casi si potrebbe sfoltire. Serve una legge che consenta di dichiarare inammissibili i ricorsi oppure bisognerebbe stabilire per le pratiche minori un solo grado di giudizio come avviene in molte parti del mondo. Ma questo attiene al legislatore, non al tecnico. Noi applichiamo la legge, non la facciamo". E aggiunge: "Per ora dobbiamo dare seguito tutti i processi compresi quelli per una contravvenzione stradale o quelle del valore di poche decine di euro".

Una sola sezione a fronte di tre tribunali (Reggio, Locri e Palmi) che sfornano sentenze. Tre giudici in tutto quando la pianta organica ne prevede sei. Per il segretario del sindacato degli avvocati Mario De Tommasi, servirebbe "ameno una seconda sezione e non è detto che sia sufficiente". Ogni giovedì, giorno di udienze la stessa storia: l'avvocato Maria Luisa Mascianà racconta di come "per ottenere i risarcimenti siano necessari tempi biblici, mentre nel frattempo le aziende falliscono e le separazioni non vanno avanti. Ci sono casi in cui la vittoria di alcuni assistiti è certa perché, nel frattempo, sono intervenute sentenze della Cassazione su argomenti analoghi, tuttavia bisogna attendere e nell'attesa è necessario pagare perché le sentenze di primo grado sono comunque esecutive. Crediti, insomma, che forse non sarà più possibile recuperare se non a distanza di molti anni".

C'è di tutto nei faldoni della giustizia negata che attendono di essere esaminati. La vita di famiglie intere e quella di imprenditori. Piccoli contenziosi e bisogni reali. Beghe di condominio e procedimenti complessi. Tutto rimandato, dice De Tommasi, uno dei vecchi principi del foro, "al gennaio del 2017, se tutto va bene, e se porteremo ancora la toga".

(La Repubblica 17 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 15:09:29, in Magistratura, linkato 1366 volte)
Spataro: "Battisti è un assassino, il suo processo fu giusto"


Padova. Il figlio di Lino Sabbadin ucciso dal terrorista trent'anni fa, lancia un appello: "I giudici brasiliani decidano col cuore, non con la penna"

Padova. Un urlo, gli spari, un grumo di sangue sul grembiule bianco della mamma. Se li porta dentro da trent'anni, Adriano Sabbadin, quei tragici fotogrammi dell'omicidio del padre, di anniversari consumati in una preghiera e una visita in cimitero, avvolti dal silenzio delle istituzioni, ovattati dall'impotenza della giustizia.
Fino a ieri, spera, quando, grazie ad un incontro organizzato dalla Associazione vittime del terrorismo nella sede municipale di Padova, ha potuto - di fronte a politici, magistrati, a mogli e figli colpiti come lui dall'odio degli anni di piombo - ripristinare ruoli e responsabilità: suo padre, Lino, macellaio di Santa Maria di Sala, che aveva difeso la sua famiglia e il suo lavoro da un rapinatore, la vittima; Cesare Battisti, che con Diego Giacomini quel 16 febbraio 1979 gli sparò nel nome dei Proletari armati per il comunismo, l'assassino.
"I giudici brasiliani decidano con il cuore, non con la penna" si appella Adriano Sabbadin.
Un invito, quello di ripristinare verità e giustizia, che il procuratore della Repubblica aggiunto di Milano, Armando Spataro, interpreta con il piglio e l'autorevolezza di chi conosce le carte e ha guidato le inchieste. Sull'attualità, il magistrato non ha dubbi: "Cesare Battisti è un assassino, che è stato giudicato e condannato nella totale legalità e garanzia. Le tesi sostenute dal ministro della Giustizia brasiliano nei confronti del nostro sistema giudiziario sono pertanto offensive. Per l'estradizione di Battisti il governo italiano sta facendo tutto quello che è nelle sue possibilità".
Un Battisti, comunque, sostenuto da lobby internazionali e soprattutto dall'ignoranza.
"In un recente dibattito a Parigi - rivela Spataro - ho sentito professori universitari francesi sostenere che Battisti e gli altri terroristi italiani sono stati giudicati da tribunali speciali".
Anni, comunque, attraversati e vinti con leggi che mai hanno intaccato le garanzie democratiche dei cittadini. "La legge sui pentiti - ha insistito Spataro - è stata determinante per battere il terrorismo. Ancora poco si sa dei suoi effetti, ma posso assicurare che grazie alla collaborazione dei pentiti è stato possibile salvare molte vite umane".
Quanto alla proposta che periodicamente viene lanciata di chiudere la stagione del terrorismo, Spataro non ha dubbi: le leggi sui pentiti e gli ordinamenti carcerari sono stati sufficienti. In carcere sono rimasti i cosiddetti irriducibili e chi ha commesso altri reati. Niente amnistie, dunque.
Aspettando Battisti, Spataro ricorda a tutti le parole di Sandro Pertini: "Il nostro Paese è l'unico che può vantarsi di aver battuto il terrorismo nelle stanze della giustizia e non negli stadi".
Il dovere della memoria, perché nessuna democrazia e salda se non ricorda: questo il messaggio che parte da Padova. E per rafforzare questo esempio che l'Associazione Vittime del Terrorismo si appresta a formalizzare all'amministrazione comunale la richiesta di istituire una "Casa della Memoria".

Francesco Cassandro per Il Gazzettino
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 14:46:55, in Giuristi, linkato 1414 volte)

Dal caso Englaro al problema delle direttive anticipate.


1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell'uomo, l'habeas corpus, il diritto all'autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.

2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all'intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l'esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.

3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:

a) La Convenzione di Oviedo, che l'Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all'art 5, che "Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell'intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso". La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni "intervento nel campo della salute", espressione più ampia che può corrispondere a quella di "atto medico", vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un'invasione della sfera corporea.

All'art 9 si prevede che "I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione", ove se da un lato non si qualificano i "desideri" come vincolanti, dall'altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle "dichiarazioni di volontà" (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l'atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.

b) La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all'integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All'integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell'art. 2, secondo il quale "Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc." Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico."

c) La Costituzione italiana, che tutela l'autodeterminazione all'art. 13, configura all'art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, "in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell'identità senza la quale cade la ragion d'essere della dignità dell'uomo.

d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un'acquisizione consolidata della giurisprudenza europea, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell'800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev'essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l'eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.

e) Egualmente estraneo all'eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l'interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l'art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 "Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita", e l'art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).

Confidiamo che il legislatore italiano saprà e vorrà tenere in conto questi principi e adeguare ad essi la disciplina delle direttive anticipate, evitando di espropriare la persona del diritto elementare di accettare la morte che la malattia ha reso inevitabile, di combattere il male secondo le proprie misure e - se ritiene - praticando soltanto il lenimento della sofferenza, senza rimanere prigioniera, per volontà di legge, di meccanismi artificiali di prolungamento della vita biologica.

Il documento è sottoscritto dai seguenti Professori di diritto civile

(in ordine alfabetico)

Guido Alpa Università di Roma La Sapienza, Giuseppe Amadio Università di Padova, Tommaso Auletta Università di Catania, Angelo Barba Università di Siena, Massimo Basile Università di Messina, Alessandra Bellelli Università di Perugia, Andrea Belvedere Università di Pavia, Alberto Maria Benedetti Università di Genova, Umberto Breccia Università di Pisa, Paolo Cendon Università di Trieste, Donato Carusi Università di Genova, Maria Carla Cherubini Università di Pisa, Maria Vita De Giorgi Università di Ferrara, Valeria De Lorenzi Università di Torino, Raffaella De Matteis Università di Genova, Gilda Ferrando Università di Genova, Massimo Franzoni Università di Bologna, Paolo Gaggero Università di Milano Bicocca, Aurelio Gentili Università di Roma Tre, Francesca Giardina Università di Pisa, Biagio Grasso Università di Napoli Federico II, Gianni Iudica Università Bocconi Milano, Gregorio Gitti Università di Milano Statale, Leonardo Lenti Università di Torino, Francesco Macario Università di Roma Tre, Manuela Mantovani Università di Padova, Marisaria Maugeri Università di Catania, Cosimo Marco Mazzoni Università di Siena, Marisa Meli Università di Catania, Salvatore Monticelli Università di Foggia, Giovanni Passagnoli Università di Firenze, Salvatore Patti Università di Roma La Sapienza, Paolo Pollice Università di Napoli, Roberto Pucella Università di Bergamo, Enzo Roppo Università di Genova, Carlo Rossello Università di Genova, Liliana Rossi Carleo Università di Napoli, Giovanna Savorani Università di Genova, Claudio Scognamiglio Università di Roma "Tor Vergata", Chiara Tenella Sillani Università di Milano Statale, Giuseppe Vettori Università di Firenze, Alessio Zaccaria Università di Verona, Mario Zana Università di Pisa, Paolo Zatti Università di Padova
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Di Loredana Morandi (del 16/02/2009 @ 14:39:16, in Magistratura, linkato 1282 volte)
ASSEMBLEA NAZIONALE
Unità per la Costituzione



14.2.2009

MOZIONE CONCLUSIVA


L’attuale contesto storico-politico di involuzione democratica del paese e il rischio che i poteri di controllo vengano ridotti a vuoti simulacri confermano la necessità di rilanciare il ruolo di elaborazione e proposta tipico delle aggregazioni ideali in magistratura che in questa funzione devono trovare le loro ragioni di esistere.

Le tensioni istituzionali di questi ultimi giorni hanno reso manifesto quanto sia delicato il meccanismo dell’assetto costituzionale nell’attuale frangente storico e quanto il ricorso alla decretazione di urgenza debba essere sempre esercitato in sintonia con il principio della separazione dei poteri dello Stato.

Unità per la Costituzione esprime un pensiero riconoscente al Capo dello Stato per la tutela concreta e decisa del fondamentale principio democratico della distinzione e del reciproco rispetto tra i poteri dello Stato.

La crisi permanente di efficacia ed effettività del processo penale e del sistema delle pene oggi si unisce a un progetto di evidente compressione dell’indipendenza del Pubblico Ministero attraverso il ridimensionamento del suo ruolo nelle indagini (con lo sganciamento della Polizia Giudiziaria dalle direttive del PM e con il differimento della trasmissione della notizia criminis), il depotenziamento dell’efficacia dei principali strumenti investigativi a sua disposizione (con il ddl sulle intercettazioni), la pericolosa previsione di dubbia costituzionalità dell’elettività del P.M. dinanzi al Giudice di Pace e il consapevole svuotamento degli uffici di Procura in tutto il paese e in particolare negli uffici giudiziari meridionali.

I vuoti dell’organico degli uffici di procura – allo stato quantificabili in circa 210 sostituti procuratori – in uno all’insufficienza dei rimedi economici e normativi proposti aleatoriamente per ovviare all’incomprensibile divieto di assegnazione alla Procura dei nuovi magistrati in tirocinio (con il conseguente rischio di favorire il meaccanismo dei trasferimenti di ufficio), possono porre le premesse per un reclutamento straordinario dei magistrati requirenti senza un adeguato ed approfondito vaglio della professionalità degli aspiranti che può essere solo garantito dal meccanismo concorsuale ordinario, peraltro, innovato con la recente riforma dell’ordinamento giudiziario.

L’insostenibilità dei carichi di lavoro per tantissimi magistrati italiani che operano in strutture vetuste e senza alcuna reale assistenza giudiziaria è ormai un’emergenza professionale senza precedenti: occorrono iniziative - metodologicamente fondate e non estemporanee - di analisi dei flussi di lavoro e della capacità reale di smaltimento dei procedimenti arretrati che consentano di proporre e sostenere una giurisdizione di qualità che non si riduca a mero produttivismo giudiziario, insieme ad una seria riflessione sui sistemi di delfazione della domanda di giustizia.

In questo contesto il migliore antidoto alle derive antidemocratiche e alla tentazione del pensiero unico che l’attuale confronto massmediatico ci propone è costituito dalla forza del “pensiero organizzato”.
Di fronte alla sfida della modernità il circuito del governo autonomo della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati e i gruppi organizzati che la compongono costituiscono insostituibili spazi di riflessione collettiva sull’efficienza del servizio giustizia e sulla ragionevole durata dei processi, sulla tutela dei diritti e sul contrasto all’illegalità diffusa.
Non intendiamo cedere alle suggestioni di chi offre una lettura, superficiale, qualunquista o strumentale, delle emergenze che ci circondano, in chiave esclusivamente autocritica e demolitoria
Il ruolo proprio delle correnti non è confondibile con quello che si traduce nell’esaltazione della logica di appartenenza e dunque nella tutela del “sodale”.

Per guardare oltre il muro di stanchezza, insofferenza e qualunquismo che corrode la cultura della giurisdizione, occorre partire da un’oggettiva, pacata riflessione su come il governo autonomo e il potere diffuso dei magistrati siano stati sinora vissuti e coerentemente testimoniati.
Doverosamente dobbiamo confrontarci con tutte le riflessioni costruttive e anche critiche che possano consentire di migliorare le analisi e le proposte della magistratura associata italiana.
Abbiamo consapevolezza che la crisi di identità della magistratura italiana, oltre che principalmente a causa esterne di natura storica e politica, è legata anche a cause e responsabilità interne al sistema dell’associazionismo e del governo autonomo che impongono una severa riflessione e la scelta di un percorso di autoriforma che consenta al circuito stesso di esercitare pienamente le sue competenze di politica giudiziaria.
Non deve però sottacersi - anzi va riconosciuto - che il percorso intrapreso dal C.S.M. chiamato all’attuazione del nuovo ordinamento giudiziario secondo una lettura costituzionalmente orientata ha trovato proprio sul terreno delle valutazioni di professionalità e della nomina dei direttivi un primo positivo riscontro che ci restituisce un modello di magistrato che viene oggi finalmente valutato secondo merito e adeguatezza alle circostanze.
Così come le prossime valutazioni dopo la scadenza del primo quadriennio costituiranno, ad avviso di Unità per la Costituzione, una straordinaria occasione da parte del C.S.M. di dimostrare la capacità del governo autonomo di valutare il lavoro fatto in modo da tenere insieme l’essenzialità costituzionale della funzione giurisdizionale e le legittime attese dei cittadini.
Non v’è dubbio che la nuova discrezionalità affidata dalla legge alle competenze e alla responsabilità del C.S.M. rende necessaria una più precisa indicazione dei criteri oggettivi che consentano di individuare le migliori professionalità secondo percorsi e metodologie sperimentate e leggibili. Così come un approccio non dilettantistico alla sfida della modernità impone che il C.S.M. si doti di una nuova cultura dell’organizzazione che consegni al governo autonomo gli strumenti di analisi e di lettura diversificata del sistema giudiziario italiano.

Siamo però fermamente contrari a manipolazioni dell’assetto costituzionale della magistratura italiana e dell’attuale composizione consiliare: ogni proposta – anche con riferimento al funzionamento della sezione disciplinare secondo una linea di demarcazione tra la funzione giurisdizionale e le distinte attività di amministrazione consiliari - volte a discutere l’assetto dell’organo di governo autonomo dovrà essere considerata esclusivamente nell’ottica di un miglioramento della professionalità dei magistrati italiani e non già in funzione di un asservimento della giurisdizione a logiche partitiche ovvero all’adozione di meccanismi casuali di selezione e culturalmente aleatori ed improbabili.

Nella consapevolezza che queste sfide interne ed esterne ci impongono, ribadiamo la centralità dell’associazionismo giudiziario e delle aree culturali che in oltre cinquant’anni di vigenza della Costituzione Repubblicana hanno contribuito alla democratizzazione della giurisdizione in Italia.
Rivendichiamo il diritto di libertà di associazione dei magistrati italiani e del ruolo ineliminabile dei gruppi associati della magistratura quali centri di elaborazione culturale e di confronto, funzionali a realizzare responsabilmente una partecipazione trasparente, consapevole e responsabile dei magistrati al governo autonomo della magistratura.
Al di là delle quali si apre soltanto la prospettiva di formazioni e aggregati all’esclusivo servizio di interessi individualistici, non legate alle idee e alle proposte.

APPROVATO ALL’UNANIMITA’.
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