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Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto.

Horacio Verbitsky
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Commissione Pari Opportunità


Prot.048 
Roma 2 marzo 2009


La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:
 
“Una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, firmata da Fnsi, Cgil, Cisl, Uil e Ugl, per richiamarne l’attenzione «sulla condizione tuttora di diseguaglianza del lavoro femminile, gravato da impedimenti all’effettiva parità salariale e alle occasioni di carriera», e per chiedere il sostegno del Quirinale su ogni azione intrapresa per rimuovere steccati e ritardi. Questo per dare piena applicazione all’articolo 37 della Costituzione laddove sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro,  le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.
In occasione dell’8 marzo, l’iniziativa della Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa è la prima di una serie di azioni che, di concerto con le altre sigle sindacali, vogliono non solo denunciare una effettiva mancata parità nel mondo lavoro, ma sollecitarne anche la rimozione attraverso iniziative parlamentari.  A questo scopo, con una seconda lettera, sono state già richieste audizioni presso le commissioni Lavoro e Affari Sociali di Camera e Senato. Una terza lettera ha, infine, chiesto un incontro alla ministra per le Pari Opportunità, Mara Carfagna.
Nel corso del 2009 sarà organizzato da tutte le sigle sindacali un convegno nazionale a Roma sul tema della disparità salariale, con partecipazioni di  Governo, Parlamento, mondo dell’impresa - a partire dall’editoria - associazioni internazionali.
Le donne impegnate nel sindacato danno voce a una situazione di oggettiva disparità che riguarda tutte le categorie produttive: compresa quella dei giornalisti. I dati di questa situazione sono stati raccolti in una ricerca che verrà illustrata, insieme con le iniziative già intraprese e quelle in preparazione durante l’arco dell’anno, in una conferenza stampa delle cinque sigle sindacali lunedì 9 marzo alle 15 presso la Fnsi, in Corso Vittorio Emanuele 349”.
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 07:47:06, in Sindacato, linkato 1305 volte)
Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Roma, 29 febbraio 2009
Prot.n. 47
     
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

Il presidente ed il segretario generale della Fnsi, Roberto Natale e Franco Siddi, sul tema del ddl Alfano hanno inviato ai componenti dei cdr ed ai direttori la seguente lettera:


“Cari Colleghi,

le norme del disegno di legge sulle intercettazioni, come vi è noto, contengono anche pesanti limiti del diritto di cronaca fino a costituire una vera e propria pietra tombale sulla cronaca giudiziaria. E’ previsto infatti il silenzio sulle indagini e i loro sviluppi anche quando non  sussiste più il segreto istruttorio.
Fieg e Fnsi hanno denunciato che “l’effetto è quello di impedire ai cittadini e all’opinione pubblica di riconoscere fatti rilevanti della vita sociale, quali appunto le notizie sugli  atti di indagine, non segreti”.
E’ di tutta evidenza che ciò nulla a che vedere con le intercettazioni che vengono disposte dall’Autorità giudiziaria.
Le pesanti sanzioni previste per giornalisti e editori sono la condizione che annulla l’autonomia dell’informazione e  impedisce di fatto che questa venga resa al pubblico compiutamente e correttamente.
Da tempo la Fnsi ha avviato, con tutti gli organismi di categoria (a cominciare dall’Ordine professionale), le Associazioni del sindacato (a partire dall’Unci), le organizzazioni sociali e culturali e ora finalmente insieme con la Federazione degli Editori, una vasta azione pubblica per denunciare la gravità di tali previsioni di legge e invocarne il cambiamento e  la cancellazione.
E’ molto importante – tanti giornali lo stanno facendo costantemente in vari modi – far capire ai lettori la mutilazione grave che verrebbe arrecata alla cronaca, e quindi al diritto dei cittadini di conoscere e sapere, se le norme bavaglio fossero definitivamente approvate.
Abbiamo più volte sollecitato direttori e colleghi ad assumere, nelle loro testate,  le iniziative più idonee per far capire cosa sta accadendo, per rendere immediatamente chiaro ai lettori quali notizie e perché sparirebbero dai giornali.
Tra le ipotesi abbiamo avanzato quella degli avvisi, attraverso “incorniciati” su una notizia significativa di cronaca pubblicata che non sarebbe finita in pagina. Questa strada l’ha intrapresa la Gazzetta del Mezzogiorno e, in forma diversa, qualche altro giornale.
E’ importante che il pubblico capisca chiaramente e in forma semplice e  immediata che non è in gioco un privilegio dei giornalisti ma un bene essenziale di ciascuno: l’informazione, intesa come  diritto a conoscere e a sapere per poter correttamente  giudicare.
Sarà importante in queste settimane, nell’autonomia di ogni giornale, rendere evidente e chiara questa situazione. Un’informazione costante e puntuale  sui guai delle norme bavaglio deve essere la nostra prima forma di protesta. Può essere anche la nostra forma di sciopero più efficace.
Da qui l’invito a farvi promotori di una ancora più vasta iniziativa di questo tipo, quale patrimonio dei nostri giornali, della nostra professione e quale affermazione e tutela della nostra funzione.

Grazie per la collaborazione che vorrete assicurare.
Un cordiale saluto.
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 07:00:41, in Magistratura, linkato 2323 volte)
Solo per giustizia: la vita (in prima linea) di Raffaele Cantone 

Scritto da Francesco Persili  
domenica 01 marzo 2009

Solo per giustizia, si fa il proprio dovere. Solo per giustizia, un servitore dello Stato affronta minacce, calunnie e dieci anni senza passeggiate. Solo per giustizia è il libro, edito da Mondadori, in cui il pm anticamorra del processo Spartacus, Raffaele Cantone, racconta la sua vita da magistrato in prima linea. Già, perché lui vive dal 2003 sotto scorta. Come il suo amico Roberto Saviano, e la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, è finito nel mirino del clan dei Casalesi ma i boss di Mondragone e Casal di Principe sono quasi tutti in carcere anche, e soprattutto, grazie al suo lavoro.

Cantone ha 43 anni, è stato numero uno della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e oggi lavora in Cassazione. Ha deciso di raccontare la sua storia di bravo studente di giurisprudenza che dopo aver ”rischiato” di diventare avvocato, vince il concorso in magistratura e finisce ad occuparsi di camorra «un po’ per caso, un po’ perché conosce bene le leggi». Faccia pulita e la consapevolezza di chi conosce, oltre al prezzo, anche il valore dell’onestà, Cantone è un eroe normale. È rimasto quel ragazzo di Giugliano, che amava il diritto ”che non soffoca l’uomo in una regola ma è l’unico strumento per concedergli libertà”. Quella libertà che Cantone oggi continua a cercare malgrado dal 1999 la sua vita sia cambiata. Ha cominciato ad occuparsi di camorra casertana, dei Casalesi, non un clan di paese ma un’organizzazione criminale. Piombo, sangue e affari. Nel suo libro il magistrato campano racconta del piacere procurato ai killer dalle esecuzioni e dei ragazzi conquistati dalla filosofia del meglio un giorno da leone. Polaroid di criminalità, un succedersi di eventi micidiali. Cantone confessa di non essersi mai sentito un missionario, o un angelo mandato sulla terra per estirpare il cancro della criminalità organizzata. Per anni ha considerato il suo ufficio in Procura il centro del mondo. Lì ha lasciato un pezzo della sua esistenza. I crest di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, no, quelli li ha portati con sé, perché i due giudici siciliani hanno rappresentato per lui un patrimonio. Il coraggio, l’esempio, il dovere. ”Certe cose si fanno perché si devono fare”. La penna di Cantone è una lama che incide la carne viva, una ricerca che fruga nei recessi di una terra senza pace.
Si fa presto a dire Gomorra, l’universo camorrista è una geografia di potere e malaffare assai complessa. «Se a Napoli – spiega il magistrato - la camorra è legata a clan di quartiere che vivono di furti, rapine e estorsioni, nella provincia di Caserta la criminalità ha confini, forme e radici diverse. Mostra una struttura di tipo familistico, con un’organizzazione fortemente gerarchica e una forza in grado di controllare il territorio». Droga, racket, omicidi e affari. Dalle indagini di Cantone emerge la capacità dei Casalesi di creare un circolo vizioso con il mondo imprenditoriale e un sistema di rapporti con le amministrazioni locali spaventoso. Un potere multiforme e senza scrupoli che uccide un prete coraggioso come don Peppino Diana e mette le mani sul ciclo di smaltimento dei rifiuti, tenta la scalata alla società Lazio e prova a riciclare i soldi sporchi nel calcio perché sa che il calcio porta denaro, voti, consenso. La dimensione economica e la contiguità con la politica sono i segni dominanti della camorra casalese che prende ad investire in Pianura padana e fa la voce grossa nella gestione degli appalti. Infiltra le giunte locali e opera in modo trasversale per controllare cantieri e opere pubbliche. Un magnete criminogeno che consente alla camorra di essere alternativa allo Stato. Anche se, poi, i boss non si considerano Antistato ma parte integrante della comunità nazionale. E possono farlo. «I clan creano legami stabili con la politica – denuncia Cantone - convogliando verso gli uomini di loro riferimento il consenso che hanno raccolto attraverso il radicamento territoriale e il controllo delle attività imprenditoriali».
Un sole nero che attrae e seduce la popolazione. A Gomorra city la camorra è presenza reale, visibile per le strade. Si respira ad ogni angolo, si tocca con mano quando gli studenti di Casal di Principe dicono che Saviano poteva farsi i fatti suoi. Per l’ex presidente della Camera Luciano Violante la camorra da quelle parti è «società», e i boss riempiono i vuoti dello Stato. E danno lavoro, soldi, la finta illusione di riscattare una vita ai margini. Cantone racconta di quei ragazzi uccisi vestiti come «yuppies disgraziati» che scelgono di diventare carne da macello per inseguire un miraggio di ricchezza. Il magistrato fa emergere il ventre molle dell’illegalità in giacca e cravatta e passa in rassegna anni di attività. C’è l’anziano padre che si rivolge a lui dopo la morte del figlio per un caso di malasanità e ci sono le indagini con i Ros per catturare Michele Zagaria, la primula rossa dei Casalesi. C’è la banalità del male e il pentimento di Augusto La Torre , il capo del clan di Mondragone, che rivela di aver fatto pedinare Cantone perché pensava ad un attentato contro di lui. 
Nonostante il governo abbia deciso di inviare i parà della folgore, i ragazzini di 12-13 anni continuano ad essere utilizzati come vedette o corrieri della droga, e una mamma scrive a un capoclan perché è preoccupata per il futuro del figlio. L’esercito non basta, la camorra si acquatta e si radica. Per non lasciare traccia si serve dei «dei colletti bianchi» e continua a svolgere un ruolo di intermediazione sociale. Cantone chiede allo Stato schiena diritta e legalità. «La repressione si deve accompagnare a un pacchetto di interventi per stroncare le connivenze incestuose con imprese e politica». Specie dopo il processo Spartacus, mentre tra i Casalesi è in atto una riorganizzazione interna e un ricambio dei vertici.
C’è ancora molto da fare. A preoccupare il magistrato di Giugliano non sono le minacce né l’isolamento ma la sensazione che «tutto quello che si fa possa sembrare inutile». Cantone ha paura che la gente perda fiducia nelle istituzioni e ceda alla rassegnazione. Già, la gente. Quella che lo ho guardato male, e piuttosto che averlo come vicino di casa, ha organizzato una raccolta di firme per mandarlo via. Perché non voleva problemi, perché «quel magistrato pensava solo a far carriera». Su di lui ne giravano tante. Corrotto, perché possedeva un’auto di lusso. Spregiudicato, perché aveva ambizioni politiche. A Gomorra i veleni sono nella terra, riempiono l’aria e rovinano la vita di un magistrato onesto. Anche l’innocenza di tuo figlio che ti chiede di andare allo stadio perché c’è la partita può essere usata contro di te. Cantone ricorda ancora quella domenica, il maresciallo che si presenta con un amico e la rabbia del giorno dopo in Procura quando gli chiedono se era stato allo stadio e con chi. Perché l’amico del maresciallo era stato intercettato nell’ambito di un’inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre rassicurava uno degli indagati che quell’incontro poteva essere sfruttato a suo vantaggio se e quando ne avesse avuto la necessità. Quando si è in prima linea non ci si può fidare di nessuno. La diffidenza è un’armatura per sopravvivere, la migliore protezione possibile. «La calunnia fa più danni di un proiettile in testa». Cantone non ha dubbi. E ha ancora i brividi se ripensa a quel volantino in cui veniva accusato di non essere un magistrato onesto arrivato sul tavolo di tutti i colleghi, dei giornali, del Csm e perfino di Caselli e Borrelli. Un piano diabolico per screditare un sostituto procuratore che stava svolgendo un’indagine su una gigantesca truffa assicurativa. «Mi sentivo come se cercassero di fare una cosa peggiore che eliminarmi fisicamente». Cantone spiega che la distruzione di un magistrato passa attraverso la sua delegittimazione e ricorda come analogo tentativo fu esperito per screditare il lavoro di Falcone. L’ex pm si dice spaventato «sia dalle divisioni che spesso dilaniano il mondo dell’Antimafia, e lo rendono più debole, sia dalla capacità delle mafie di provare a distruggere l’onorabilità, e la dignità di chi li combatte». Ci hanno provato con lui, ci continuano a provare anche con Roberto Saviano. Ma se l’ex pm dice di essere riuscito a trovare un equilibrio «perché ho moglie e figli, un microcosmo in cui tornare ogni sera, penso che lui farebbe bene a lasciare l’Italia per riprendersi la sua vita da trentenne».
Cantone insiste sulla forza delle scelte e delle azioni positive per far crescere la società ma mette in guardia dalla diffamazione e dalla maldicenza. Quel virus occulto di cui la criminalità si serve per toglierti autorevolezza. Perché a Gomorra sfidare un Sistema che ha soldi, armi e collusioni vuol dire iniziare e non sapere come andrà a finire. Perché la lotta alla camorra significa lavorare in silenzio, senza preoccuparsi di ricevere nulla in cambio. Come fanno i magistrati, gli agenti della scorta, i preti di frontiera, e tutti gli eroi normali che si ribellano allo strapotere delle organizzazioni criminali. È al coraggio di questi uomini che il libro di Cantone rende giustizia. Perché si può anche pensare che non basterà, eppure provarci lo stesso. Perché certe scelte si fanno, e poi non ci si arrende ma si continua a cercare. Per amore del diritto. Solo per giustizia. Comunque sempre per la libertà di non rassegnarsi a chi dice che tanto nulla potrà mai cambiare.

Iniziativa
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:51:16, in Magistratura, linkato 1386 volte)
Lunedì 02 Marzo 2009 | Ultimo aggiornamento 14:43

Indagini a tutto campo

L'autobomba al Palazzo di Giustizia di Imperia:
nominato consulente dei Vigili del Fuoco

Imperia - In tale ottica sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni. Questa mattina sono stati eseguiti ulteriori sopralluoghi tecnici sull’autovettura utilizzata per l’attentato.

La Procura della Repubblica di Imperia ha nominato un funzionario dei Vigili del Fuoco, l'ingegnere Alessandro Segatori, di Genova, quale perito nell'ambito delle indagini finalizzate a rintracciare gli autori dell'autobomba - una Fiat Punto, targata Savona, rubata alcuni prima, ad Alassio – piazzata, il 2 novembre scorso, sul retro del Palazzo di Giustizia di Imperia e non esplosa per un caso fortuito. Questa mattina e' stato eseguito un nuovo sopralluogo sulla vettura che conteneva due bombole del gas da cucina e due taniche di combustibile, pronte per esplodere se le fiamme appiccate alla striscia di gasolio avessero avvolto del tutto l'auto. Compito del perito sara' quello di stabilire la potenzialita' offensiva dell'ordigno, in relazione anche al posizionamento della vettura.

L'autobomba venne scoperta, alle 7 del mattino, da un agente della vigilanza, durante un giro di perlustrazione della zona. Continuano, nel frattempo, le indagini della Squadra Mobile di Imperia, in collaborazione con la Squadra Mobile di Genova, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Genova. Le indagini non hanno trascurato alcuna pista, anche quella riconducibile alla criminalità organizzata e o alla matrice eversiva, sia interna che internazionale.

Gli investigatori stanno anche valutando la posizione di soggetti, non necessariamente di alto spessore criminale, che possano avere motivi di intimidazione o vendetta verso tutti quei soggetti che a vario titolo hanno un ruolo attivo nell’amministrazione della giustizia imperiese; motivi di risentimento da ricondurre a procedimenti, civili o penali, tuttora in corso o conclusi con condanne. In questa ottica, sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni.

di Fabrizio Tenerelli
Riviera 24
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:42:01, in Magistratura, linkato 1481 volte)
La guerra delle procure ha avuto effetti di gran lunga più devastanti, di ogni altro attacco politico alla libertà di giurisdizione della magistratura. Questi i risultati ...

Giustizia, la riforma deve partire dai magistrati

di ANGELO MIELE
Lunedì 02 Marzo 2009 12:42

Nel suo appassionato e appassionante intervento sul tema, tanto dibattuto, del testamento biologico (che evoca la morte quale rimozione della sofferenza), apparso sull’Avanti! di domenica 24 febbraio, dal drammatico titolo “Io, assassino confesso di mia madre terminale”, Aldo Chiarle - emblema vivente del verace socialismo italiano -, con riferimento al mio articolo del 17 febbraio, da una parte, mi gratifica dell’appellativo di “illustre giurista”, che non credo mi si addica, dall’altra, mi attribuisce conclusioni sul caso Englaro, da lui non condivise, che io certamente non ho inteso esprimere, posto che avevo portato la mia riflessione sulla competenza (il potere) a decidere della vita e della morte di un essere umano, finendo con il disapprovare l’intervento di magistratura, governo e capo dello Stato. Probabilmente mi espressi in modo non chiaro.

Detto questo, desidero esternare fraternamente al caro compagno Aldo tutta la mia comprensione per la sua personalissima e tragica esperienza, che certamente ha segnato e accompagnato il suo percorso vitale. Se può essergli di conforto, sappia che anche la mia vita è stata un susseguirsi di dolorose vicende, fin dalla giovanissima età: persi mio padre - socialista aderente al gruppo che a Benevento faceva capo all’onorevole Basile; persi di lì a qualche anno il mio caro e giovane fratello, vittima innocente dell’epidemia di tifo (allora, la penicillina, scoperta da Fleming, non era ancora in commercio in Italia), che seminò numerosi lutti tra la popolazione; seguì la distruzione della mia casa ad opera dei bombardieri americani, che rasero al suolo mezza città. Avevo appena quattordici anni!

E qui mi fermo, per non correre il rischio di scrivere, sia pure in breve, una specie di diario. Ho fatto cenno ad alcune vicende della mia vita solo per dire che la sofferenza è parte inseparabile della nostra (nostra: di tutti) esistenza ed è, allo stesso tempo, una scuola che ci forgia, e tanto più quanto la sofferenza ci tocca in profondità. Avrò modo di tornare su questo tema del destino esistenziale dell’uomo, che continua per me a essere motivo di angoscia e questa volta Aldo non dissentirà da me. Anche il tema del diritto, in quanto racchiude ed esprime l’esperienza umana, è un tema che è permeato dalla sofferenza, come appunto, il caso di Eluana Englaro, che ha riguardato non solo la sfortunata giovane, cui la vita non ha arriso che per breve tempo, ma per i di lei genitori e, perché no, per buona parte della collettività. Oggi si discute del diritto alla vita ma anche del diritto alla morte per eliminare la sofferenza senza speranza, a vuoto, e in Parlamento si sta approntando - tra irriducibili contrasti - la legge sul testamento biologico, che è ritenuto conquista di civiltà: io, non credente, ho qualche dubbio. E la sofferenza non è solo quella fisica, ma anche quella psichica, ad esempio la sofferenza per la giustizia che il Cristianesimo ha elevato alla beatitudine: beati coloro che soffrono per la giustizia ché di essi è il regno dei cieli!

Quando decisi di abbracciare la professione di avvocato - scartando quella del giudice che è, invece, chiamato ad applicare il diritto e, quindi a infliggere sofferenze - scelsi di dedicarmi al processo penale, che è un po’ l’inferno della giustizia, dove, come non mai, la sofferenza umana raggiunge indicibili livelli (il grande Carnelutti, lui si giurista illustre, affermava, nel suo “Colloqui della sera”, che il processo fa soffrire l’uomo non tanto perché è colpevole, quanto per scoprire se lo è). E il processo penale fa soffrire non solo il colpevole (e i suoi familiari), ma anche e soprattutto l’innocente, spesso esposto alla gogna della pubblica opinione. L’esperienza professionale mi ha convinto che la giustizia umana è in balia continua dell’errore (errare humanum est). Voltaire, nel suo “Dizionario Filosofico”, ammoniva che bisogna cancellare dal vocabolario la parola “certezza”, perché quando i giudici dicono di essere certi nel giudicare non sospettano che l’errore è un’insidia che si nasconde di continuo sul loro cammino. Ma, una cosa è l’errore effetto della limitatezza umana nel pervenire alla reale conoscenza delle cose (e perciò, per dir così, errore normale), altra cosa è, invece, l’errore che dipende dalla deficiente organizzazione dello Stato e della giustizia. Come dire: errore strutturale (che perciò è destinato a riprodursi). Gli errori della nostra giustizia sono all’ordine del giorno, come informano le cronache quotidiane e le periodiche statistiche.

Certo, da avvocato difendo (devo difendere) anche il colpevole, perché anche questi è un uomo, per quanto malvagio sia, e quindi anche questi ha diritto a un giusto processo, secondo la legge che lo regola, e a una giusta pena. Ma lungo la mia carriera, una carriera (ahimè) di quasi mezzo secolo, è maturata in me la convinzione che non basta più fare la storia degli errori giudiziari (ed è già una storia lunga), occorre che si riveda tutto il sistema giustizia per limitare, al massimo, l’incidenza dell’errore del giudice e, quindi, la sofferenza di chi è coinvolto, a qualsiasi titolo, nel processo. Penso, perciò, che per l’alta funzione cui sono chiamati, i sacerdoti della legge debbano avere una professionalità adeguata e portare la responsabilità dei propri atti. Invece tutti possono constatare la mancanza dei due requisiti: in un saggio dal titolo “Il magistrato senza qualità”, Vito Massimo Caferra, magistrato, esponeva assai realisticamente la situazione nella sua corporazione e metteva, soprattutto, l’accento sulla politicizzazione di alcuni settori della magistratura, che ha fatto perdere credibilità all’intera classe di magistrati.

Poi, persino le pietre sanno che il magistrato non paga mai per i suoi errori: certamente non paga sul piano politico, perché essendo mero impiegato dello Stato non è soggetto al rendiconto al popolo; non paga neppure sul piano civilistico, perché la legge 117/1988 sulla responsabilità dei magistrati ne esclude la responsabilità “nell’attività d’interpretazione della legge e di valutazione dei fatti” (quanto dire l’intera attività); infine, non paga quasi mai in via disciplinare, perché la disciplina, essendo gestita dal Consiglio superiore della magistratura, che è una specie di consorteria di correnti a sfondo politico, non dà ampie garanzie di obiettività.Pertanto, la carriera basata sulla sola età e la irresponsabilità sono i due maggiori fattori genetici degli errori dei giudici e dei pubblici ministeri (la malagiustizia). Ecco perché ho approfondito i miei studi sull’organizzazione e sul funzionamento della giustizia, pervenendo alla conclusione che bisogna rivedere la macchina della giustizia, ma anche l’aspetto relativo ai soggetti addetti ad essa.

L'Avanti
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