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 Lady Justice ... ... di Loredana Morandi
 
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Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

George Orwell
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 10:34:37, in Magistratura, linkato 1374 volte)
ANM: INCREDIBILE ACCUSA DISEGNO EVERSIVO


(AGI) - Roma, 7 ott. - "E' incredibile che esponenti politici investiti di responsabilita' istituzionali possano parlare di 'disegno eversivo' e affermare che ci sia 'chi sta tentando, con mezzi impropri, di contrastare la volonta' democratica del popolo italiano'.

Cosi' la giunta dell'Associazione nazionale magistrati, riunita oggi a Roma, ha espresso "solidarieta' e vicinanza al collega" Raimondo Mesiano, estensore della sentenza civile sul Lodo Mondadori, "oggetto di ripetuti attacchi e inaccettabili insulti da parte di esponenti politici e organi di stampa".

Ed "e' tanto piu' incredibile - continuano i vertici del sindacato delle toghe - che cio' sia affermato in relazione a una sentenza civile di primo grado, dunque suscettibile di impugnazione, che decide una controversia patrimoniale, e peraltro fondata su una sentenza penale passata in giudicato.

L'esercizio ordinario della giurisdizione, diretto ad assicurare la corretta applicazione della legge e l'uguaglianza di tutti i cittadini, non puo' tollerare tentativi di condizionamento e fenomeni di sistematica delegittimazione dell'istituzione giudiziaria e delle sue decisioni".

***


Lodo Mondadori: Anm, nessun disegno

Da sindacato toghe solidarieta' a giudice Mesiano


Lodo Mondadori: Anm, nessun disegno (ANSA) - ROMA, 7 OTT - L'Anm critica i politici che parlano di 'disegno eversivo' im merito alla sentenza civile sul lodo Mondadori. 'E' incredibile - sostiene l'associazione magistrati - che personalita' investite di responsabilita' istituzionali possano parlare di disegno eversivo e affermare che ci sia chi sta tentando, con mezzi impropri, di contrastare la volonta' democratica del popolo italiano'. L'Anm esprime anche 'solidarieta' e vicinanza' al giudice di Milano Raimondo Mesiano.

07 Ott 14:16

*** Precedenti

Lodo Mondadori, 15 membri del Csm:
tutelare il giudice Mesiano



ROMA (5 ottobre) - Dopo i giudizi espressi da Silvio Berlusconi e dai capigruppo del Pdl al Senato sulla sentenza che ha condannato la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro, quindici consiglieri del Csm (togati e laici del centro-sinistra) hanno chiesto al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli di aprire una pratica a tutela del giudice del tribunale di Milano Raimondo Mesiano.

I 15 consiglieri parlano di vicenda che si caratterizza per «gravità» e «singolarità», chiedendo di tutelare insieme al magistrato la «credibilità della giustizia civile». Nel documento non si fa esplicito riferimento al premier e ai capigruppo del Pdl al Senato, ma si parla genericamente di «dichiarazioni pubbliche di autorevoli esponenti del Parlamento e del Governo».
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 10:18:19, in Magistratura, linkato 1343 volte)

Il Lodo Alfano è stato dichiarato "illegittimo"


Ovvero, si tratta di una decisione che non cambierà il quadro politico, a parte i toni minacciosi delle opposte fazioni, ma che di fatto riaprirà i processi contro Berlusconi. In particolare la decisione della Corte riaprirà il processo Mills e quello per i diritti Mediaset.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che boccia la legge per le violazioni all'art. 138 della Costituzione e con tanto di citazione dell'Art. 3, il principio di ugualianza, occorrerà una legge costituzionale per ripristinare il privilegio della "sospensione dei processi" nei confronti delle 4 Cariche più alte dello Stato, voluta dal cd "lodo Alfano".

L.M.
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TAGLIO DELLO STRAORDINARIO RETRIBUITO

In allegato la lettera scritta ai vertici del ministero della Giustizia sul taglio degli straordinari retribuiti;
Invitiamo i lavoratori a non barattare lo straordinario retribuito con i riposi compensativi, poichè esso concorre anche alla determinazione del montante pensionistico nel sistema contributivo. Questa riduzione è l'ennesimo colpo ai lavoratori e al funzionamento degli uffici giudiziari.


Al Sottosegretario di Stato
Sen. Giacomo Caliendo
Al Capo Dipartimento dell’O. G.
Cons. Luigi Birritteri
Roma


OGGETTO: Lavoro straordinario.


La scrivente O.S. negli ultimi tempi ha ricevuto numerose segnalazioni e da diversi uffici giudiziari circa l’insufficienza dei fondi occorrenti per retribuire le prestazioni di lavoro straordinario imposte al personale per indifferibili esigenze di servizio (assistenza alle udienze, esecuzione di provvedimenti restrittivi della libertà personale, ecc.).
Con la cronica carenza di personale, il ricorso al lavoro straordinario non è più un evento eccezionale e non programmabile, così come stabilito dai contratti, ma la “regola” per garantire il buon andamento degli uffici giudiziari.
Per rimediare all’inconsistenza dei finanziamenti alcuni dirigenti hanno emanato circolari nelle quali, dopo aver ribadito l’obbligatorietà del lavoro straordinario, viene “suggerito” al personale di commutare la retribuzione in riposo compensativo.
Al riguardo è bene ricordare che l’istituto del riposo compensativo, a norma dell’art. 26 del CCNL integrativo 16-05-2001, è una facoltà del lavoratore e non può assolutamente essere imposto al dipendente in luogo della corresponsione di denaro.
Occorre poi riconoscere che il riposo compensativo non è vantaggioso per il lavoratore: in primo luogo perché la retribuzione per il lavoro straordinario è superiore rispetto a quello ordinario e poi perché il salario accessorio concorre alla determinazione del montante pensionistico nel sistema contributivo.
La triste realtà è che con straordinari e riposi compensativi, reiterate applicazioni di personale in altri uffici si tenta di sopperire alla cronica carenza di personale e di risorse economiche; agli occhi di scrive tutto ciò appare solo come “il gioco delle tre carte” e chi ci rimette è sempre il lavoratore.
La RdB P.I. è sempre stata contraria alle politiche adottate dai vari governi di ricorrere all’utilizzo smodato del lavoro straordinario perché ciò si traduce in tagli indiscriminati ai posti di lavoro; è giunto il momento di invertire la rotta in quanto senza nuove assunzioni il funzionamento degli uffici giudiziari non può più essere garantito.
Questa O.S. ritiene che il lavoro straordinario già prestato e non retribuito sia un credito certo, liquido ed esigibile e, pertanto, non esiterà a mettere a disposizione dei lavoratori i propri uffici legali per il recupero delle somme spettanti.
Per quanto sopra esposto si chiede un immediato incontro al fine di affrontare la problematica che oramai investe tutti gli uffici del paese.

Certi di un sollecito riscontro si porgono distinti saluti.

Roma, 6 ottobre 2009

Coordinamento Nazionale Giustizia
Giuseppa Todisco
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 06:13:13, in Estero, linkato 1243 volte)
Il mio personale applauso a Gianni Alemanno, il sindaco di Roma che ha fatto ciò, che "nessun" altro aveva mai fatto prima per la Palestina: "donarle" una Ambasciata. Si è vero, Abu Mazen in questo momento usurpa il titolo di presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, perché il suo mandato è decaduto e non sono state fatte elezioni in Palestina. Nonostante questo "bravo Alemanno".
Peccato non esser potuta andare.. L.M.


Alemanno consegna ad Abu Mazen
la nuova sede diplomatica Anp


L'ambasciata palestinese a Roma è stata consegnata ufficialmente dal Governo Italiano e dal Comune di Roma all'autorità palestinese. Il palazzo ha sede in via Bacelli tra la sede della Fao e le Terme di Caracalla.

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno «Siamo assolutamente convinti che il concetto 'due Popoli e due Statì sia la chiave di volta per una pace giusta e duratura nel Mediterraneo. E la scelta di mettere questa nuova sede a disposizione dei nostri amici palestinesi si iscrive in questa nostra profonda convinzione».

Lo ha detto il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, presentando la nuova sede diplomatica dell'Anp e rivolgendosi direttamente al Presidente Abu Mazen presente alla cerimonia. L'ambasciata palestinese a Roma è stata consegnata ufficialmente dal Governo Italiano e dal Comune di Roma all'autorità palestinese. Ha sede in via Bacelli tra la sede della Fao e le Terme di Caracalla e alla cerimonia di consegna dell'edificio di proprietà del Comune hanno partecipato anche il sottosegretario agi Esteri, Stefania Craxi, Massimo D'Alema e Antonio Bassolino.

«Vediamo questa vostra bandiera sventolare nel cuore di Roma - ha continuato Alemanno - in questo momento memorabile. Questa amicizia ci riempie di una nuova speranza e sappiamo bene che nel simbolo di una sede diplomatica c'è infatti qualcosa di più che il suo valore pratico ed operativo».

Il Tempo - 07/10/2009
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 06:00:57, in Magistratura, linkato 1266 volte)
Abu Omar, ex imam e moglie
chiedono 15 milioni di risarcimento


mercoledì 7 ottobre 2009 12:41
 

MILANO (Reuters) - L'avvocato difensore di Abu Omar e l'avvocato di parte civile per Nablia Ghali, moglie dell'ex imam, hanno chiesto rispettivamente 10 milioni di euro e cinque milioni di euro di risarcimento per il sequestro del religioso avvenuto nel 2003.

Carmelo Scambia -- legale di Abu Omar -- ha chiesto 10 milioni di euro, definendo "avvilente l'assenza dello stato italiano", e sostenendo che le istituzioni abbiano "evitato di cercare la verità".

Secondo l'avvocato Luca Bauccio, parte civile per Nablia Ghali, "il rapimento fu un'azione non per la sicurezza dello Stato, ma contro la sicurezza dello Stato, che ha tolto un po' di vita ad Abu Omar, a sua moglie e ai suoi familiari".

I funzionari dei servizi segreti italiani e Usa, imputati nel processo, "hanno agito come banda criminale", ha aggiunto Bauccio -- che ha chiesto 5 milioni di euro di danni -- sottolineando che "la nostra collettività non saprà mai se Abu Omar è colpevole o innocente".

Il processo per il rapimento del religioso vede imputati 33 ex funzionari dei servizi segreti italiani e Usa, tra cui l'ex numero uno dei Sismi Niccolò Pollari, con l'accusa di aver rapito nel 2003 Abu Omar -- imputato a Milano per terrorismo internazionale in un altro procedimento -- e di averlo poi inviato in una cosiddetta operazione di "rendition" in Egitto, dove il religioso sostiene di aver subito torture durante la detenzione.

Il 30 settembre scorso nella requisitoria al processo, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha chiesto 13 anni per Pollari e 26 condanne -- tra 10 e 13 anni -- per ex agenti della Cia, parlando di prove ineluttabili di responsabilità per Pollari e per Marco Mancini, l'ex numero due del Sismi, per il quale sono stati chiesti 10 anni di reclusione.

L'11 marzo scorso la Corte Costituzionale, dirimendo un conflitto di attribuzione fra governo e magistratura, aveva stabilito che la procura di Milano non poteva utilizzare i documenti coperti da segreto di Stato, eliminando in sostanza dal dibattimento alcuni degli atti che hanno consentito i rinvii a giudizio.

I pubblici ministeri durante il processo hanno sostenuto che l'attuale premier Silvio Berlusconi e il suo predecessore Romano Prodi abbiano utilizzato il segreto di Stato per ostacolare la giustizia, accusa respinta da uno dei legali di Berlusconi che l'ha definita un "intollerabile attacco".

Washington ha difeso le "rendition" come un valido strumento di anti-terrorismo che ha prodotto importanti informazioni di intelligence, e ha respinto le accuse di tortura.

Gli Stati Uniti si sono anche mossi formalmente per opporre l'immunità dalle imputazioni a beneficio di un colonnello, tra i 26 americani sotto processo, in base a un accordo Nato che si applica ai presunti reati commessi oltreoceano da personale militare "nello svolgimento del proprio servizio".

Reuters
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 05:57:09, in Politica, linkato 1319 volte)
Politica paralizzata,
la riforma della giustizia resta un miraggio



di Mario Ajello


ROMA (6 ottobre) - Aria di grande attesa. Il Palazzo della Consulta - quel luogo che un grande costituzionalista come Leopoldo Elia definì «l’isola della ragione» - ha tutti gli occhi addosso. Mentre i giudici sono in camera di consiglio, intorno a loro, ma a distanza, la polemica politica infuria, e chi tifa per la bocciatura e chi per la promozione del Lodo Alfano.

E tuttavia c’è spazio pure per ragionamenti più in profondità. Come questo dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Piero Alberto Capotosti: «Si può pensarla in tutti i modi nel merito del Lodo Alfano e di quelli che lo hanno preceduto, ma queste cosiddette leggi ad personam in un certo senso distraggono le forze politiche dall’obiettivo di un’effettiva riforma generale della giustizia. Quella che i cittadini elettori, sia che abbiano votato Pdl sia che abbiano votato Pd, si aspettano da molti anni».

Ecco, nel bailamme e nel bla bla del grande giorno del giudizio, trovano spazio - ma vanno cercati col lanternino - anche pensieri ”di sistema”, che riescono a insinuarsi fra le opposte tifoserie. O fra le dichiarazioni di rito dei vari leader. O fra le sparate di Di Pietro che chiama il popolo a «sommergere sotto un plebiscito referendario» il Lodo Alfano, nel caso non venga bocciato dai giudici costituzionali, e i contrattacchi del portavoce del Pdl, Capezzone, che invoca la sacralità di un altro popolo - quello che ha votato centro-destra e resta affezionato al governo in carica qualsiasi cosa accada - qualora il responso della Consulta non sia quello gradito.

Intanto c’è chi sta col fiato sospeso, cioè quasi tutti, chi sperando e chi temendo, a cominciare dal titolare del Lodo in questione, il ministro Alfano. «Lasciamo lavorare la Corte - ha detto ieri da Messina il Guardasigilli - e ogni altra dichiarazione in questo momento mi sembra inopportuna». Trapela ottimismo dall’atteggiamento di Alfano. Un ottimismo non estendibile, però, a quanto accade in Parlamento. Nella politica che ruota intorno al Lodo, o alle tante iniziative giudiziarie, o alle evocazioni del golpe o delle piazze contrapposte, si blocca tutto e ieri alla Camera dei deputati, la stessa in cui mancavano l’altro giorno i deputati del Pd per il voto sullo scudo fiscale, c’è stato il vuoto degli onorevoli del Pdl. Che ha mandato in minoranza il governo su un tema di grande rilevanza sociale, qual è quello del garante dell’infanzia. Palazzo in perenne zuffa politico-giudiziaria e, insieme, istituzioni disertate sulle grandi questioni di pubblico interesse.

«Il cittadino elettore - insiste l’ex presidente della Consulta - preferisce una riforma della giustizia, tale da assicurargli anzitutto una maggiore celerità in primo luogo nel processo civile e una maggiore certezza nell’applicazione del diritto». Ma anche questo, che è un tema di assoluta urgenza democratica, rischia di passare in subordine. Di finire dimenticato. Travolto. «Il fatto è che - conclude Capotosti - una complessiva riforma della giustizia trova ostacoli anche in conflitti, latenti o accesi, fra politica e magistratura. Che talvolta vanno al di là dei propri ambiti di competenza. Finendo per paralizzarsi reciprocamente, fra veti e controveti». Nei quali, a restare stritolati, oltre che la dignità dei giudici e dei politici, sono i diritti dei cittadini.

Il Messaggero

News
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Di Pietro - Ipotesi di reato:

offesa all'onore o al prestigio del presidente della Repubblica

All'attenzione di chi indaga ci sono, al momento, alcuni articoli di stampa e l'interrogazione rivolta al ministro dell'Interno e della Giustizia dal senatore a vita Francesco Cossiga

Martedí 06.10.2009 16:09

Sono al vaglio dei magistrati della procura di Roma le affermazioni di Antonio Di Pietro nei confronti del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dopo la promulgazione del decreto legge contenente il cosiddetto scudo fiscale. Il procuratore Giovanni Ferrara e alcuni suoi aggiunti stanno valutando se esista o meno il reato previsto dall'articolo 278 del codice penale sull'offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica.

All'attenzione di chi indaga ci sono, al momento, alcuni articoli di stampa e l'interrogazione rivolta al ministro dell'Interno e della Giustizia dal senatore a vita Francesco Cossiga. Se il nome di Di Pietro dovesse finire sul registro degli indagati, la procura dovrebbe chiedere l'autorizzazione al Guardasigilli per poter procedere.

Affari Italiani
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I 15 giudici della Corte Costituzionale hanno sospeso la camera di consiglio e riprenderanno i propri lavori soltanto intorno alle 15:30 - 16:00 di oggi. Di seguito un interessante articolo di Giovanni Bianconi per il Corriere Sera.

La mediazione possibile

La via «intermedia» per evitare
il ritorno dalle toghe di Milano

Sarebbe sancita l'incostituzionalità della norma che però perderebbe gli «effetti dirompenti»

ROMA — Nell'aula ovattata del palazzo della Consulta l'avvocato dello Stato afferma che mai gli è venuto in mente di condizionare qualcuno, men che meno i giudici costituzionali chiamati a giudicare il lodo Alfano. Ma poi ripete quel che ha scritto nella sua memoria, e cioè che le conseguenze di un'eventuale bocciatura potrebbero essere «dirompenti». E quando evoca il «danno irreparabile» di una funzione di governo che rischierebbe di essere trascurata, fa capire che un premier costretto a difendersi in tribunale potrebbe anche rinunciare alla poltrona di palazzo Chigi. Poco importa che la realtà del passato dimostri il contrario, giacché tra il 2004 e il 2006 Silvio Berlusconi ha continuato a governare pur essendo imputato nel processo riavviato dopo l'eliminazione del lodo Schifani per mano della stessa Corte, dal quale peraltro uscì assolto.

Ora la questione viene proposta in questi termini, e di questi termini gli avvocati (dello Stato e del premier) invitano i giudici a tenere conto per decidere le sorti della legge. Le voci di dentro del palazzo della Consulta raccontano di un collegio diviso ma con una maggioranza che — seppure non molto larga — prima della discussione era orientata a dichiarare incostituzionale anche la nuova versione del lodo. Perché varata con legge ordinaria anziché con una riforma della Carta del 1948. È la sostanza della questione, intorno a cui se ne intrecciano tante altre, più sottili e sofisticate sul piano giuridico. Dentro le quali si possono trovare appigli per arrivare a soluzioni «intermedie» che sancirebbero ugualmente l'illegittimità della norma così com'è scritta, ma attraverso qualche correzione eviterebbe (almeno per il momento) gli effetti «dirompenti» paventati dall'avvocato dello Stato. Per esempio restringendo ulteriormente la facoltà di sospendere i processi anche all'interno della stessa legislatura; oppure estendendo l'interruzione dei processi ad altre categorie di cui fanno parte le cariche «protette» dal lodo. Con l'effetto di impedire, in ogni caso, che Berlusconi torni subito davanti al tribunale di Milano, primo e immediato obiettivo (politico) di chi ha voluto la norma e oggi chiede di mantenerla.

Di tutte queste possibilità hanno cominciato a discutere ieri pomeriggio i quindici giudici scelti in parti uguali da Parlamento, capo dello Stato e alte magistrature. Senza arrivare alla soluzione dopo il primo «giro di tavolo». La maggioranza di chi s'era già fatto un'opinione resterebbe contraria al lodo, ma gli indecisi che in teoria potrebbero ribaltare la decisione finale non si sono schierati in maniera definitiva. E pur essendo scontato che la sentenza si baserà su scelte tecniche e giuridiche, è anche vero che tutti i giudici sono ovviamente consapevoli della portata politica della legge sotto esame, e del giudizio che sono chiamati a dare. A renderla ancor più evidente è lo schieramento degli avvocati seduti davanti alla Corte. Congedato il difensore della Procura di Milano, non ammesso come parte in causa, ne restano quattro. Tre per conto dell'imputato Silvio Berlusconi: Pecorella, Ghedini e Longo. Che a loro volta sono anche parlamentari del Pdl, e in questa veste hanno votato la legge che ora difendono. Uno, Pecorella, avrebbe dovuto sedere dall'altra parte del tavolo, perché un anno fa il centro-destra voleva eleggerlo giudice costituzionale, ma rinunciò per l'indisponibilità del centrosinistra a votarlo. Così ha proseguito il suo lavoro di parlamentare e di avvocato, e ora spiega che di fatto, ormai, il capo del governo è scelto direttamente dagli elettori: «è espressione diretta della volontà popolare». Di qui la differenza tra lui e gli altri componenti del governo: non più primus inter pares come un tempo ma qualcosa di più, e dunque è giusto che il lodo preveda un blocco dei processi per lui e non per i ministri.

Argomentazione giuridica ma anche politica, se tra codici e commi Pecorella cita pure i simboli elettorali dei partiti con su scritto il nome del candidato premier. Il quarto avvocato, quello dello Stato, parla per conto del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e ripete quanto aveva già spiegato l'avvocato Longo: difficile, se non impossibile, fare l'imputato e il capo del governo insieme. E torna ai possibili «danni irreparabili», per difendere un «prodotto parlamentare» che lo Stato ha diritto e interesse a sostenere in tutte le sedi. La discussione in aula si limita a questi interventi, i giudici passano ad altre cause e poi si ritirano in camera di consiglio. Per decidere — sul piano giuridico — il destino di una legge che quando fu varata fu già un compromesso. Governo e maggioranza, infatti, abbandonarono l'idea di bloccare tutti i processi della categoria in cui rientravano quelli contro il premier (con effetti davvero dirompenti nelle aule di giustizia) ripiegando sull'attuale riedizione del lodo; un compromesso politico che ora rischia di essere bocciato, a meno che per salvarlo non si trovi un compromesso giuridico.

Giovanni Bianconi
Corriere della Sera - 07 ottobre 2009
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 05:26:15, in Magistratura, linkato 1464 volte)
Lodo Alfano, attesa la sentenza
I possibili scenari



di Barbara Fiammeri
Mercoledí 07 Ottobre 2009

Palazzo della Consulta - particolare fregioI 15 giudici della Consulta che devono esprimersi sulla legittimità costituzionale della legge sull'immunità delle alte cariche dello stato sono di nuovo in camera di consiglio. Attesa per la sentenza

Suggerisce Francesco Cossiga, che qualora la Consulta dovesse decidere di «rovesciare il tavolo» sancendo l'illegittimità costituzionale del Lodo Alfano, Silvio Berlusconi dovrebbe ripetere quanto fece Amintore Fanfani nel 1987: presentarsi alle Camere, farsi votare contro dalla sua maggioranza e «sfidare» il Capo dello Stato a tentare di formare un nuovo governo «da bocciare», costringendolo così a sciogliere le Camere.

Quella storia il presidente emerito la conosce bene, visto che a quei tempi era lui l'inquilino del Colle. Ed è possibile che più di qualcuno nel Pdl vi presti attenzione, anche se ieri chi usciva da Palazzo Grazioli, residenza romana del Cavaliere, sprizzava ottimismo. «L'umore di Berlusconi? eccellente come al solito» garantiva Niccolò Ghedini, avvocato del premier nonché parlamentare e protagonista dell'arringa mattutina alla Consulta. «È alle stelle, come i sondaggi», gli faceva eco il vicecapogruppo vicario Italo Bocchino. La sintesi è affidata a Sandro Bondi: «Il premier è sereno perché ha fiducia nella stragrande maggioranza dei magistrati».

Ma resta il punto fermo, ripetuto ieri dal presidente del Senato Renato Schifani, che «gli italiani vogliono scegliere il loro governo». E quindi, al di là di quale sarà la pronuncia della Corte, la seconda carica dello Stato, come anche il suo omologo alla Camera Gianfranco Fini, non ritiene possano esserci «sbocchi a governi diversi da quella che è stata la volontà elettorale».

È il leit motiv che tutto il centro-destra va ripetendo in queste ore. L'eventuale bocciatura del Lodo per illegittimità costituzionale – ad esempio perché non sarebbe stata sufficiente la mera legge ordinaria trattandosi di una fattispecie assimilabile all'immunità – è comunque l'ipotesi ritenuta più improbabile nella maggioranza. E in ogni caso, qualora si avverasse, non obbligherebbe certamente Berlusconi alle dimissioni. Formalmente la decadenza dello scudo riaprirebbe i procedimenti contro il premier sospesi dal lodo Alfano, ma non potrebbe imporre a Berlusconi di rimettere il proprio mandato. Anche perché, dicevano ieri alcuni degli esponenti di maggior spicco del Pdl, non coinvolgerebbe soltanto il premier: «Sarebbe una sconfessione anche del presidente della Repubblica». E un fedelissimo del Cavaliere, qual è Giorgio Stracquadanio, ha ulteriormente esplicitato: «È stato proprio il Capo dello Stato che ha posto la premessa tra il diritto di difesa e il dovere di governare».

Il ricorso alle urne al momento appare dunque come una extrema ratio, sbandierata più per enfatizzare il presunto «disegno eversivo» dei cosiddetti poteri forti, che per realismo politico. Così come la discesa in piazza a sostegno del premier annunciata forse un po' troppo precipitosamente lunedì. «La manifestazione? Se la faremo sarà a dicembre e per quella data si capiranno nel frattempo molte cose...», osservavano ieri ai piani alti di Palazzo Madama.

Diverso sarebbe se la Corte, pur non cancellando totalmente lo scudo a difesa delle alte cariche, intervenisse con una pronuncia in cui ne dichiari l'illegittimità parziale, attraverso una sentenza additiva, oppure con un verdetto di rigetto accompagnato da un'interpretazione della norma. In questo caso infatti lo scudo resterebbe sì in vigore, ma dovrebbe essere applicato secondo i criteri decisi dalla Corte. In entrambe le ipotesi è presumibile che si torni davanti al Parlamento, per intervenire con una nuova legge finalizzata a sancire formalmente le motivazioni della Consulta. È un percorso che non viene ritenuto pericoloso nella maggioranza.

I processi a carico del premier rimarrebbero comunque sospesi e dunque non inciderebbero sulla funzione di governo del presidente del Consiglio. Certo – faceva notare qualcuno in Transatlantico – molto dipende da quello che ci sarà scritto nella motivazione. Ma non per eventuali ricadute «tecniche» bensì per quelle politiche. Riaprire il dibattito sarebbe comunque fastidioso, per usare un eufemismo, visto che l'attenzione sarebbe nuovamente concentrata sulle vicende giudiziarie del premier. Ecco perché tutti nella maggioranza sperano che alla fine la scelta della Corte sia per la inammissibilità o infondatezza dei ricorsi contro il lodo: in questo caso lo scudo sopravviverebbe e i processi Mills e Mediaset rimarrebbero sospesi.

Il Sole 24 ore

Video dal Sole 24 ore

L'udienza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano
Come funziona all'estero lo scudo per le alte cariche
Sentenza rinviata. Berlusconi attende «fiducioso»
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Lodo Alfano alla prova del 9 (di Donatella Stasio)
Chi sono i quindici giudici della Corte costituzionale


dagli Archivi
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Lodo Mondadori: «Berlusconi corresponsabile» Csm muove a tutela del giudice
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Lodo Alfano: sì della Camera allo «scudo». Pd e Idv divisi
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Di Loredana Morandi (del 07/10/2009 @ 05:08:25, in Sindacato, linkato 1367 volte)
Evidentemente non me ne sono accorta solo io, così il titolo dell'articolo di Stefano Gelsomini per Il Tempo. Grande l'apporto dei giornalisti, sicuramente Ansa e le Agenzie, che hanno "fatto dell'allarmismo" positivo, risvegliando le coscienze sopite del sindacato. Perché, tanto per la cronaca, un giornalista che vede un reato NON può tacerne l'esistenza, anche sotto il profilo deontologico della professione. E quelli che lo fanno sono delinquenti.. L.M.


Prove di sequestro a Colleferro
Arriva l'accordo e tutti a casa


L'azienda francese rischia di chiudere e i lavoratori "trattengono" i tre manager. Sbloccata la vertenza. Alstom prima dichiarò Colleferro sito di eccellenza, poi decise di farne solo un sito di manutenzione.

Tre manager della multinazionale francese Alstom sono stati vittime di un «sequestro simbolico» da parte dei lavoratori del sito di Colleferro: i tre, Francesca Cortella, direttore personale Alstom Italia, Bruno Guillemet vicepresidente HR operations Europe-Alstom e Riccardo Pierobon, ufficio comunicazione, sono rimasti bloccati nella palazzina degli uffici, dopo la conclusione di una riunione con la Rsu nella quale avevano annunciato la chiusura del sito entro nove mesi per mancanza di commesse nel settore della manutenzione del parco rotabile.
 
Alla notizia, i lavoratori di Alstom decidevano di bloccare gli ingressi della palazzina ad oltranza. Impossibile descrivere la rabbia e la disperazione nei loro occhi. La Rsu tentava la carta dell'ultima mediazione possibile, chiamando l'assessora regionale al lavoro, Alessandra Tibaldi, ad una difficile trattativa, che vedeva come posta la ripresa di un dialogo sul futuro del sito di Colleferro, dove da decenni si costruiscono carrozze e materiale ferroviario. Qui infatti negli anni del boom economico nacquero i celebri carri frigo, qui si progettò e costruì il famoso Pendolino.

Il sito fu comprato nel 2000 da Alstom, che lo rilevò dalla Fiat Ferroviaria e da allora si è osservato una crescente spoliazione dell'impianto, sia sul piano del know how sia quello della produzione fino alle ultime decisioni di far costruire i treni regionali Minuetto o nello stabilimento polacco di Katowice o in quello italiano di Savigliano (Cn), chiedendo ai lavoratori di Colleferro di andare in trasferta. Ed è stata, ancora una volta, questa la carta giocata dai vertici, quando alla Rsu hanno detto che tra nove mesi, chiudendo Colleferro, avrebbero potuto scegliere di lavorare in un altro stabilimento europeo, polacco, francese italiano che fosse.
 
In questi anni Alstom prima dichiarò Colleferro sito di eccellenza mondiale per la costruzione, poi con il piano industriale del 2007 decise di farne solo un sito di manutenzione e dopo due anni di trattative, che hanno visto la continua diminuzione della forza lavoro, passata da oltre 200 dipendenti agli attuali 150 dei quali 60 in cassa integrazione ordinaria fino al 29 novembre, la situazione ieri è esplosa. Eppure i segnali premonitori c'erano: gli operai la settimana hanno proclamato lo stato di agitazione all'interno della fabbrica e venerdì hanno scioperato un'ora fuori dai cancelli, cercando un dialogo e trovando dei muri. La mossa di ieri è stato l'estremo tentativo per far ripartire una trattativa che vedesse allo stesso tavolo l'azienda, la politica locale e nazionale per salvaguardare la fabbrica. Solo nella tarda serata è stato trovato l'accordo tra le parti che ha congelato le procedure di mobilità aperte fino a tutto il novembre 2009 in vista di una serie di incontri in Regione Lazio, venerdì, e al Ministero delle Attività Produttive, il 16 ottobre, per aprire un tavolo per la costituzione di un polo pubblico privato nazionale per le manutenzione del materiale rotabile a Colleferro. «Alstom ha ribadito di essere disponibile a partecipare al progetto – ha detto la Tibaldi all'uscita - che vedrà assieme a partner tecnici anche Regione, Provincia e Comuni di Roma e Colleferro». Intanto questa mattina a Frascati c'è una manifestazione all'Hotel Domus, dove si svolge un incontro tra i vertici della multinazionale e i sindacalisti del Caen, l'organo di rappresentanza internazionale dei delegati Alstom, ieri a Colleferro per esprimere la loro solidarietà.

Stefano Gelsomini

Il Tempo - 07/10/2009
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