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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Ancona


Relazione dr. Fabio Roia, Consiglio Superiore della Magistratura

Ancona 30 gennaio 2010



1) Il ruolo del Consiglio nel quadro istituzionale.
Nel salutare il Presidente della assemblea, i Rappresentanti istituzionali, tutte le Autorità presenti, consentitemi di ricordare, in un breve viaggio nella storia, come alla città di Ancona venne conferita la medaglia d’oro al valore civile il 9 ottobre 1960 quale riconoscimento per il comportamento della popolazione durante l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati. Un coraggio civico che deve sempre ravvivare le coscienze in un periodo di grande dispersione dei valori.
Sono onorato anche, e mi perdonerete per questo cedimento al pensiero personale, di ricordare la figura di mio zio prof. Avv. Remo Roia che ha avuto il privilegio di svolgere le funzioni di sindaco di questa città negli anni 1944-1945. Era un avvocato, orientato a ideali antifascisti,  prestato alla amministrazione che credeva nella sacralità della giurisdizione. Indossare la toga significava svolgere una alta funzione in un processo scritto per interessi generali dove, con il massimo rispetto dei ruoli e delle parti, si doveva cercare la riaffermazione di un diritto aggredito. Quanto tempo è passato. Oggi il processo sembra uno scampolo dell’ordinamento.
Nella relazione al Parlamento sull’amministrazione della giustizia, il Ministro guardasigilli ha preannunciato che il 2010 sarà l’anno della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura il quale dovrà essere ripensato nella sua struttura, nella composizione  e nella funzione per restituirgli “la sua funzione di organo di garanzia superando ogni equivoco su una malintesa sua funzione rappresentativa …che si è insinuata spesso nella prassi consiliare”.
L’esperienza di questa consiliatura –che sta esaurendo la sua durata- mi induce a ritenere che l’obiettivo riformatore, al di là di interventi di architettura istituzionale sui quali si potrà anche convenire (penso ad una sezione disciplinare formata con l’attuale proporzione dei componenti ma autonoma rispetto alla funzione di amministrazione del Consiglio), sia quello di tratteggiare un organo di autogoverno  depotenziato, modellato verso una sorta di consiglio di amministrazione aziendale senza alcuna soggettività costituzionale e, se possibile, affetto da narcosi ideale e quindi burocratico.   
Ad una larga parte della politica non piace la competenza del Consiglio in materia di pareri sui provvedimenti legislativi pertinenti alla funzione ed all’attività giudiziaria, come previsto dall’art. 10 della legge n. 195 del 1958, e di pratiche a tutela dell’ordine giudiziario, istituto che discende direttamente dall’art. 104 della Costituzione. Quando si è intervenuti in questi settori, si è avviato il motore di ricerca della scontata logorrea censoria e polemica: “terza-camera”, “invasione di campo”, “organo corporativo”, “pregiudizio politico”. Ma l’osservanza dei propri compiti ordinamentali non può mai rappresentare un’aggressione agli altri poteri del patto democratico i quali,  nell’ambito di prerogative che nessuno vuole intaccare, potranno o meno acquisire le indicazioni e le affermazioni approvate dalla assemblea consiliare. Indicazioni  orientate, per il mio pensiero,  alla ricerca di una nuova etica del rapporto istituzionale basato sul senso della leale collaborazione, del reciproco rispetto e dell’abbandono del pregiudizio nella altrui proposta.

Con riferimento ai pareri formulati sulle recenti iniziative legislative, troppo spesso caratterizzate da interessi particolari, da interventi disomogenei  a spot  e da volontà di compressione dell’autonomia dell’ordine giudiziario- come se l’autorevolezza della istituzione politica potesse derivare dall’arretramento dell’intervento della magistratura nel controllo di legalità e non già da una nuova stagione dell’etica del comportamento e della proposta riformatrice organica e alta- sarebbe stato davvero impensabile che una comunità di giuristi – quale è quella consiliare- non si esprimesse in termini negativi valutando, per esempio,  il DDL 1415 del 2008 (risoluzione del 17 febbraio 2009) in tema di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali laddove si vuole trasformare, attraverso la soggettivizzazione dei presupposti (indizi di colpevolezza piuttosto che indizi di reato), uno strumento indispensabile di ricerca della prova in un semplice elemento di completamento di un quadro probatorio già formato a carico di soggetti individuati.   
O che non si sottolineasse – a proposito del parere reso nella seduta del 23 luglio 2009 sul DDL n. 1440/S in materia di disposizioni relative al procedimento penale- i pericoli, anche costituzionali (artt. 109 e 112 Cost.), derivanti dalla ridefinizione del rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, in primo luogo eliminando ogni possibilità di acquisizione diretta della notizia di reato da parte del P.M. ed altresì escludendo che le funzioni di polizia giudiziaria siano svolte alla dipendenza dell’autorità giudiziaria.
Ancora. Nella delibera del 14 dicembre 2009 sul disegno di legge n. 1880/S relativo al c.d. processo breve non si poteva non rilevare, per semplice onestà scientifica, come la prescrizione processuale, senza interventi di razionalizzazione normativa, significa solo determinare di fatto le condizioni per rendere impossibile l’accertamento processuale per intere categorie di gravi reati, sia con riferimento ai processi pendenti che a quelli futuri. E’ stato sottolineato che quello definibile come “tsunami giudiziario” altro non sarebbe stato che una inedita amnistia processuale.
Il ragionamento consiliare, tecnico e di studio di impatto sistematico, non rileva un pregiudizio politico perché in altre occasioni –cito per tutte la delibera del 2 aprile 2009 allorchè fu reso il parere sul D.L. 23 febbraio 2009 n. 11 relativo a misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale- il Consiglio espresse considerazioni positive sull’attività legislativa in esame –soprattutto  per l’introduzione del nuovo reato di “stalking”- senza, in quella attività, ricevere critiche. 
Si consolida allora il sospetto, pericoloso se corrispondente alla realtà, che in tanto l’attività sia ritenuta legittima in quanto gradita all’aspettativa di maggioranza. E’ una deriva rischiosa per la tenuta complessiva del sistema che sta travolgendo anche il lavoro del giudice: la sentenza viene giudicata giusta quando corrisponde ad una precisa consolidata, e a volte orientata, volontà popolare. A volte, secondo il pendolo del sentimento o della convenienza, il rigore, a volte l’indulgenza. In alcuni casi si vorrebbe addirittura il non liquet.

In relazione alla c.d. pratiche a tutela, occorre ricordare che la nostra Costituzione ha previsto per la magistratura un sistema di governo autonomo incentrato sul C.S.M. proprio al fine di garantire, tutelare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi l’indipendente ed imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie da parte dei singoli magistrati, quale garanzia fondamentale dei diritti e delle libertà dei cittadini ed in particolare quale garanzia appunto del “diritto allo stato di diritto”. E’ in questo senso che il C.S.M. ha più volte affermato che l’indipendenza è un diritto dei cittadini e non un privilegio dei magistrati; ed è proprio a garanzia di questo diritto dei cittadini che la Costituzione ha posto il Consiglio Superiore della Magistratura.
In coerenza con tale impostazione si pongono le delibere consiliari sulle c.d. “pratiche a tutela” dei magistrati, che costituiscono ormai (purtroppo) una costante delle attività del C.S.M., riconosciuta dal Capo dello Stato.
Tali delibere intendono garantire l’indipendenza ed autonomia della magistratura, e del singolo magistrato, dagli attacchi provenienti anche da altri poteri dello Stato. Il principio del reciproco rispetto fra le istituzioni dello Stato, in conformità alla generale regola della separazione dei poteri, va sempre nella forma e nella sostanza praticato da coloro che rivestono cariche istituzionali. Pertanto, si pone in contrasto con il principio sopra indicato la rappresentazione dell’esercizio delle funzioni costituzionalmente assegnate alla magistratura in termini oggettivamente denigratori e tali da minare la fiducia dei cittadini in una delle istituzioni della Repubblica.
E’ stato altresì più volte richiamato il monito del Presidente della Repubblica il quale, nella seduta del Consiglio Superiore della Magistratura del 14 febbraio 2008, ha dichiarato che “chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell'operato della magistratura; e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura”.
In tale cornice si inseriscono le delibere del 10 settembre 2009 e del 21 ottobre 2009, approvate su proposta della Prima Commissione, alla luce di quanto previsto dal nuovo art. 21 bis del Regolamento interno del C.S.M. introdotto con il D.P.R. del 15 luglio 2009.
Con tale intervento normativo regolamentare, adottato su proposta della Seconda Commissione, il Consiglio - seguendo le indicazioni del Presidente della Repubblica - ha inteso disciplinare l’intera procedura relativa alle cosiddette “pratiche a tutela” riconoscendone la legittimità e fissando, nel contempo, precisi limiti entro i quali tale attività deve svolgersi.
In questa ottica si è previsto un meccanismo di valutazione preventiva, che operi come filtro, affidato alla stessa Prima Commissione che, in seduta non pubblica, consenta alla maggioranza dei componenti di esprimersi per l’apertura della “pratica a tutela” quando ne sussistano i presupposti, cioè quando si sia di fronte a comportamenti potenzialmente lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria.
In seguito a tale innovazione regolamentare il C.S.M. ha dovuto ribadire che “gli atti dei magistrati possono essere discussi e criticati, le soluzioni giuridiche possono essere contestate, le ipotesi accusatorie possono risultare infondate, ma non possono essere adoperate espressioni denigratorie verso il singolo magistrato o l’attività giudiziaria in quanto ciò determina lesione al prestigio dell’ordine giudiziario”.
Purtroppo il ricorso a questa funzione del Consiglio, che dovrebbe essere eccezionale in una situazione di fisiologico rispetto istituzionale, rischia di diventare troppo frequente a causa di sistematiche affermazioni generalizzate che colpiscono la magistratura e, per proprietà transitiva, la funzione giurisdizionale,  lo Stato e il suo prestigio.

2) La nuova classe dirigente
Nell’anno 2009 è continuata la rilevante attività svolta dal Consiglio nel settore relativo al conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi. Sono stati deliberati, infatti, n. 89 trasferimenti in uffici direttivi e n. 278 in uffici semidirettivi. Nei suoi tre anni di attività il Consiglio ha nominato circa 350 dirigenti di uffici e oltre 400 semidirettivi, rinnovando il 60% dei primi e il 50% dei secondi con un incontestato salto di qualità non solo generazionale. A volte le decisioni assunte, basate sostanzialmente su giudizi prognostici ancorati agli indicatori attitudinali alla dirigenza, non si sono rivelate, già nell’immediatezza, adeguate ma ciò è dipeso da un meccanismo di acquisizione delle fonti di conoscenza che deve essere ancora perfezionato soprattutto in relazione alla concreta analisi della professionalità ed alla omogeneità dei pareri resi dai Consigli Giudiziari nella fase istruttoria.
La recente approvazione in sede di Commissione a larga maggioranza (con imminente discussione in sede plenaria) della nuova circolare che disciplina il conferimento degli incarichi semidirettivi –con l’abolizione definitiva dei punteggi ma con il mantenimento di una fascia di valutazione ancorata alla durata di un profilo di professionalità alto- tende appunto a questi obiettivi per consentire di operare, in una discrezionalità ampia e quindi maggiormente responsabile, scelte orientate e leggibili.
La magistratura italiana ha sostanzialmente, oggi, una nuova classe dirigente che dovrà governare la sfida della modernità nella gestione dei beni relazionali e delle risorse. Su questo terreno, quello del c.d. aziendalismo giudiziario, occorre però procedere con una certa cautela. Non si tratta di alimentare resistenze conservatrici di comodo ma di accettare lo spirito riformatore riflettendo sul ruolo del processo e dei suoi attori. Rispetto al parametro della produttività, l’esigibilità della prestazione professionale –in relazione alla quantificazione della quale il Consiglio sta lavorando nel settore della individuazione degli standard medi nazionali distinti per funzione- non può prescindere dalla considerazione che le vicende giudiziarie riguardano diritti negati e quindi persone e che, in nome della quantità, non si può abdicare alla riflessione ed alla qualità nella decisione. Il giudice non potrà mai essere l’omino della nevrosi industriale rappresentato da Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”. Sarebbe una prospettiva che porterebbe al rischio di aumento dell’errore giudiziario, all’usura professionale, al conformismo decisionale. Ed allora le preannunciate riforme non potranno non tenere conto che è indispensabile, per il nostro come per qualunque sistema, studiare meccanismi che regolamentino l’accesso alla giurisdizione per deflazionarlo da questioni secondarie. 
Invero la temporaneità dell’incarico dirigenziale, l’aumentata discrezionalità nella scelta del nuovo dirigente da parte del Consiglio nell’ambito della procedura concorsuale che valorizza esclusivamente i parametri delle attitudini e del merito hanno provocato fibrillazioni interne a certi settori della magistratura che non hanno ancora metabolizzato una riforma che tende a premiare esclusivamente la cifra di professionalità. Una riforma, quella dell’essere magistrati distinti solo per funzioni  privi di approdi di carriera irreversibili, che è stata peraltro oggetto di antiche richieste da parte di tutte le articolazioni dell’associazionismo giudiziario.
Lo spirito conservatore ancora presente in parte della magistratura ha quindi alimentato diffidenza verso le decisioni operate dal Consiglio portando conseguentemente alle accuse di scelte determinate da logiche spartitorie di tipo correntizio, accuse fatte proprie da una parte della politica per proporre riforme di sistema anche di rilievo costituzionale. Aumentando tuttavia il peso della componente laica nel Consiglio Superiore si rischia di passare da un sistema di governo autonomo fondato sulla rappresentanza culturale-giudiziaria (la corrente) ad un sistema di eterogoverno di controllo e di vicinanza partitica. 

3) La mobilità
Uno studio sulla mobilità interna consente di affermare che la distinzione fra funzione giudicante e funzione requirente corrisponde già, di fatto, ad una separazione di carriere. Non è infatti lontano dall’ 1% dei posti messi normalmente messi a concorso il numero dei magistrati che decide di lasciare la funzione giudicante per quella requirente, mentre risulta di poco superiore, sempre in termini percentuali, il flusso inverso. Siamo altresì in presenza, per un impianto normativo primario e secondario che impone valutazioni attitudinali basate anche sul settore di specializzazione professionale, ad un nuovo fenomeno di creazione di diverse magistrature all’interno di un unico ordine che rimane formalmente unito ma rischia una polverizzazione culturale. Si pensi, oltre alla distinzione  funzionale giudicante/requirente, alla sostanziale separatezza di area specialistica civile/penale/lavoro, alla sub-specializzazione imposta dal limite di permanenza ultradecennale in posizione tabellare, ai circuiti di esperienze dei magistrati minorili e di sorveglianza che rappresentano, anche nella prospettiva di nomina dirigenziale, dei piccoli cosmi giudiziari. Vi è quindi una tendenza moderna all’affinamento attitudinale che appare incompatibile con la figura del magistrato generalista che viveva la sua professione come una sommatoria di diverse esperienze molto eterogenee fra loro ma decisamente arricchenti.
La grave scopertura negli uffici requirenti – ad oggi le vacanze sono pari a 275 spalmate in quasi tutte le Procure d’Italia ma con una netta prevalenza nelle regioni del sud (al 25/1/2010 mancano in pianta organica 1.128 su 9.579 magistrati pari al 12%) - trova, come fenomeno, una precisa eziologia in diversi fattori normativi e culturali. Il divieto di assegnazione dei magistrati di prima nomina, le rigide incompatibilità territoriali, i richiesti termini maggiori di legittimazione per i tramutamenti da una funzione all’altra, la definizione di un numero massimo di passaggi funzionali sono tutte cause che hanno determinato l’evento. Esiste tuttavia una crisi vocazionale alla funzione inquirente che deriva da una forte sovraesposizione anche in termini di responsabilità, dalla progressiva incertezza sui tratti dello statuto del pubblico ministero secondo i continui preannunci di riforma, del processo penale e dell’ordinamento, non ancora sufficientemente tratteggiati. La rappresentazione di un modello di un avvocato dell’accusa, separato dall’ordine giudiziario, a rischio di indipendenza esterna e interna, messo in concorrenza investigativa con la polizia giudiziaria, è certamente un possibile approdo che tende alla disincentivazione professionale a causa di una mutazione genetica di questo attore del processo che oggi rappresenta un organo di giustizia. Nessuno vuole scommettere con l’ignoto.
Con la “Risoluzione relativa alle scoperture degli organici negli uffici requirenti di primo grado”, deliberata dall’assemblea plenaria il 26 maggio 2009,  è stato invitato il Ministro della Giustizia, in un’ottica di collaborazione istituzionale, a valutare le iniziative legislative più opportune per fronteggiare la situazione di emergenza creatasi negli uffici requirenti di primo grado a seguito dell’entrata in vigore delle riforme in materia di ordinamento giudiziario.
Nella risoluzione il C.S.M. ha segnalato possibili linee di intervento legislativo, suggerendo di: a) rivedere la normativa vigente in tema di applicazione, nel senso di consentire che le applicazioni disposte d’ufficio possano comportare anche il mutamento di funzioni del magistrato applicato; b) rimeditare il divieto di destinare i magistrati di prima nomina agli uffici requirenti, anche alla luce del nuovo contesto ordinamentale ed in particolare dell’introdotta organizzazione gerarchica degli uffici di Procura quale risultante dal D.Lgs. 106/2006; c) rimodulare i limiti attualmente fissati per il mutamento delle funzioni dai commi 3 e 4 dell’art. 13 D.Lgs. 160/2006; d) rivedere l’attuale normativa in tema di tirocinio dei nuovi magistrati e di assegnazione della prima sede; e) provvedere alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie.
Come è noto la materia è stata di recente disciplinata dal Decreto legge n. 193 del 29 dicembre 2009 in corso di conversione, in ordine al quale il C.S.M. in data 11 gennaio 2010 ha già espresso il suo parere contenente numerosi rilievi critici, di natura tecnica, resi evidenti nell’analisi del provvedimento normativo adottato. Molti di questi rilievi sono stati accolti nell’ambito dello sviluppo della discussione parlamentare.

4) Le altre attività del Consiglio. La dimensione internazionale. 
Il Consiglio ha anche realizzato numerose attività di natura propositiva per migliorare la funzionalità di tutto il circuito dell’autogoverno ed in genere la risposta giudiziaria.
Di assoluto rilievo è la risoluzione di indirizzo adottata con delibera del 18 marzo 2009, con cui è stata data soluzione ad alcune problematiche comuni relative al funzionamento dei Consigli Giudiziari, così come regolati dalle nuove disposizioni del D.Lgs. n. 25 del 27 gennaio 2006, peraltro istitutivo del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione. Si tratta di un intervento quadro per tentare di armonizzare gli interventi dei diversi Consigli Giudiziari nelle numerose competenze istruttorie loro attribuite dalla riforma ordinamentale.
Alla stregua della intervenuta riformulazione, infatti, il Consiglio ritiene che i Consigli Giudiziari siano oggi in grado di fornire, nell’ambito della compartecipazione nell’esercizio della amministrazione della giurisdizione, un sempre più analitico e conferente contributo di conoscenza sulle diverse realtà giudiziarie locali.
Conseguentemente, al fine di verificare quale sia l’attuale posizione degli organi collegiali decentrati nel sistema di governo autonomo, sono stati analizzati gli specifici compiti che l’ordinamento assegna ai Consigli Giudiziari (ed al Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), osservando come tali ultimi svolgano un ruolo consultivo rispetto alle competenze deliberative riservate al C.S.M., in particolare rendendo pareri sulle tabelle organizzative degli uffici, sulla valutazione di professionalità dei magistrati e sulle materie attinenti alle diverse competenze attribuite ai medesimi organi collegiali. I Consigli Giudiziari, inoltre, sono titolari del potere di vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari del distretto, segnalando direttamente al Ministero della Giustizia il rilevamento di eventuali disfunzioni.
Anche alla stregua della recente riforma ordinamentale, quindi, il C.S.M. svolge la propria azione di amministrazione dei magistrati in collegamento funzionale con i Consigli Giudiziari (e con il Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), in quanto organi che cooperano, con diversità di ruoli, nell’esercizio della funzione valutativa della professionalità dei magistrati e nelle diverse attività di amministrazione della giurisdizione. I Consigli Giudiziari, in particolare, realizzano una forma di compartecipazione nell’esercizio della funzione valutativa rimessa al C.S.M. e la relazione che intercorre tra Consigli Giudiziari ed Organo di autogoverno rientra nello schema giuridico della funzione ausiliaria, non essendo configurabile un rapporto di sovraordinazione gerarchica, ma solo funzionale.

Tra le pratiche trattate merita di essere segnalata quella che ha condotto alla delibera dell’8 luglio 2009, con cui è stato propugnato un intervento del C.S.M. per l’adozione di adeguate iniziative finalizzate a migliorare la risposta di giustizia nell’ambito della violenza familiare. Ciò ha determinato la raccolta di un importante studio effettuato dall’Associazione “Donne in Rete contro la violenza ONLUS” il quale, attraverso i dati e le esperienze acquisite dalla Rete di avvocati presenti in diverse realtà che operano nel settore della violenza domestica, ha evidenziato una serie di problematiche, dettagliatamente rappresentate in delibera, attinenti all’organizzazione del lavoro giudiziario, che rischiano di vanificarne l’intervento sia sotto il profilo dell’accertamento dei fatti che della protezione della vittima della violenza. In relazione a ciò si è svolto in data 20 marzo 2009 l’importante “Incontro sulla violenza domestica”, cui hanno preso parte i Procuratori della Repubblica e i Presidenti dei Tribunali – o magistrati delegati, che specificamente si occupano della materia della violenza familiare - degli uffici oggetto della ricerca, i quali hanno formulato osservazioni sulle criticità evidenziate dall’indicato studio, al contempo producendo dati statistici di accompagnamento, con indicazione dei moduli organizzativi adottati per affrontare la trattazione degli affari giudiziari relativi alla violenza familiare.
Nella delibera di indirizzo il Consiglio ha invitato i Presidenti dei Tribunali e i Procuratori della Repubblica, attraverso l’adozione di moduli di formazione, di sensibilizzazione e quindi di organizzazione, ad investire risorse per attrezzare una risposta giudiziaria specializzata in un settore, quello appunto dei reati connessi a tutte le forme di violenza intrafamiliare, che non può tollerare interventi improvvisati, occasionali e non strutturati proprio per la delicatezza dei temi trattati e per la particolare debolezza delle vittime. Si tratta di una importante decisione di indirizzo da parte del vertice organizzativo della magistratura.
Con riguardo al settore internazionale va segnalato che nel periodo in esame la Sesta Commissione, con l’ausilio dell’Ufficio per le relazioni internazionali, struttura amministrativa che assolve il compito specifico di supportare tutte le attività di natura internazionale del Consiglio, ha fatto fronte ai crescenti impegni assunti dal C.S.M. in ambito europeo.  Va sottolineato con orgoglio che il sistema di autogoverno della magistratura italiano viene studiato come un modello virtuoso –sotto il profilo delle garanzie offerte ai riconosciuti valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura- soprattutto dai Paesi dell’Est europeo che stanno intervenendo sulla loro architettura ordinamentale per completare i processi di modernizzazione delle istituzioni in corso. Per questo il C.S.M. italiano partecipa stabilmente alla Conferenza Internazionale degli organi giudiziari di autogoverno dell’area balcanica (svoltasi in Montenegro dal 28 al 30 settembre 2009), stipula accordi bilaterali con organismi similari –come quello realizzato con la Turchia nell’ambito di una visita tenutasi ad Ankara dal 18 al 21 maggio 2009- svolge un ruolo attivo sia nella rete dei Consigli di Giustizia europei che in quella della formazione internazionale promuovendo stages formativi bilaterali fra magistrati di diversi Paesi. Si tratta di importanti riconoscimenti di natura internazionale che non trovano nessun riscontro nel dibattito culturale e politico italiano dove prevale il giudizio critico, mi si consenta, un po’ provinciale.
  
Certamente si può e si deve fare di più. L’assemblea plenaria ha recentemente approvato  (in data 20/01/2010) un codice deontologico per i componenti del Consiglio nel quale, fra le altre regole di comportamento, si ricorda l’autonomia decisionale rispetto alla rappresentatività maturata sulla base del consenso elettorale consolidato attraverso il dibattito culturale organizzato nell’ambito del confronto fra le correnti della magistratura. In tal senso occorre effettivamente creare una maggiore trasversalità contenutistica, di modelli valutativi, di giudizi che prescindano dall’appartenenza fondata sull’idealità giudiziaria. E’ in gioco la credibilità di una istituzione che deve sapere applicare sempre le regole che essa stessa si è data.
La fiducia dei cittadini verso l’operato della magistratura –che sembra fortunatamente in crescita secondo i recenti dati dell’Eurispes e ciò malgrado le oggettive disfunzioni del sistema e la troppo frequente campagna di delegittimazione- deve fondarsi su una risposta di giustizia fondata su una professionalità affinata ed alta, riflessiva, terza, che comporti anche autocritica e continenza nel comportamento. Dobbiamo contribuire a rifondare un’etica del rispetto istituzionale che si basi sulla ricerca di obiettivi generali comuni da perseguire nella divisione dei compiti assegnati ai diversi poteri del patto democratico dalla Costituzione. Senza rancore e con rispetto. 
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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Bari

Relazione del dott. Mario Fresa
Consiglio Superiore della Magistratura

Bari 30 gennaio 2010

1. Premessa


Sig. Presidente,

porgo anch’io, anzitutto, ossequio al Capo dello Stato, Presidente del CSM che ho l’onore e l’onere oggi di rappresentare. Ho poi il piacere di salutare Lei, il rappresentante del Ministro della Giustizia, il Procuratore Generale, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati, le altre Autorità e tutti i presenti.

Con questo intervento intendo illustrare l’attività del Consiglio Superiore della magistratura nell’anno 2009 con riferimento agli atti di maggior rilievo ed al ruolo svolto in relazione alle sue competenze istituzionali.

Come noto, questo è l’ultimo anno per l’attuale consiliatura e, dunque, si impone una sintesi più generale sulle attività che hanno caratterizzato questo Consiglio, particolarmente impegnato nel dare piena attuazione, nei tempi previsti dalla legge, al disegno riformatore dell’ordinamento giudiziario.

Si è data attuazione a tutte le parti della riforma del 2006, dando vita ad una vera e propria fase di costruzione di un ordinamento giudiziario nuovo, che ha richiesto impegno eccezionale da parte di tutte le strutture consiliari e che ha già dato i primi positivi risultati.

2. Gli incarichi direttivi e semidirettivi.

Va evidenziata anzitutto l’attività svolta in relazione ai conferimenti di incarichi direttivi e semidirettivi. In tale settore, si è realizzato un profondo rinnovamento che ha promosso il più rapido ricambio nella copertura dei posti, favorendo un sensibile abbassamento dell’età media dei dirigenti negli uffici giudiziari. La parola d’ordine in questo campo è spirito di mero servizio dei nuovi dirigenti nell’ottica della temporaneità degli incarichi.

Nell’individuazione degli indicatori per la valutazione dell’attitudine direttiva si sono valorizzate le singole esperienze professionali che denotano propensione alla direzione o all’organizzazione. In tal modo, la valutazione comparativa degli aspiranti è effettuata al fine di preporre all'ufficio da ricoprire il candidato più idoneo per attitudini e merito, avuto riguardo alle esigenze funzionali da soddisfare e ai particolari profili ambientali.

Certo, non sono sopite le polemiche relative al correntismo nel CSM, o meglio alle patologie correntizie capaci di deviare il corso di un corretto percorso decisionale. Queste patologie decisionali, in verità, non sono solo prerogativa della componente togata del Consiglio, ma sono purtroppo comuni anche alla componente laica, con cadute di credibilità nel nome dei localismi e delle relazioni amicali.

In questo campo non c’è riforma legislativa che possa garantire, da sola, un diverso modo di essere dei componenti, togati e laici. Un approccio al governo autonomo, improntato al rispetto delle regole suggerito dalla coscienza e autodeterminazione e non da impulsi esterni, politici, correntizi o amicali che siano, può provenire solo dallo spessore etico di ciascun componente e non da riforme di assetto istituzionale del CSM.

Bisogna esserne consapevoli e cercare di eliminare i germi patologici, richiamando il rispetto delle regole che noi stessi ci siamo dati per meglio esercitare il delicato compito cui siamo stati chiamati. Non è produttivo fare discorsi generici. Bisogna vigilare ogni giorno in questo senso, denunciando non genericamente il problema, ma le singole devianze che in concreto, volta per volta, si manifestano.

Con questo spirito, componenti togati e laici del CSM, debbono insieme riaffermare, ogni giorno, la più assoluta libertà ed autonomia decisionale rispetto alle proprie aree di provenienza culturale, correntizia o politica. Con questo spirito, con delibera del 20 gennaio u.s., il CSM ha varato una sorta di codice etico dei consiglieri, che ha i limiti e i pregi di tutti i codici etici, i quali esprimono la necessità di rafforzare le regole di comportamento che più spesso vengono violate affidando alla mera percezione del disvalore della condotta una deterrenza che non può essere presidiata con un apparato di sanzioni.

Questo dev’essere l’impegno primario anche per il CSM che verrà.

3. Le valutazioni di professionalità.

Intenso lavoro è stato svolto anche in altro settore interessato dalla riforma, quello delle valutazioni di professionalità. La magistratura fonda infatti la sua credibilità sulla professionalità. Ogni caduta di professionalità ne mina la credibilità.

Va segnalata in particolare l’attività volta alla individuazione di standard di rendimento che devono fornire più attendibili strumenti di valutazione dell’attività dei magistrati. La legge ha infatti previsto che il parametro della laboriosità venga desunto anche dagli standard di rendimento, rimettendone al CSM la individuazione.

Tali standard vanno valutati tenuto conto di tante variabili: situazione organizzativa e strutturale degli uffici; flussi in entrata degli affari; qualità degli affari trattati; attività di collaborazione alla gestione dell’ufficio; e così via.

Per tale finalità il CSM ha ritenuto indispensabile affidare a magistrati con esperienza l’attività di analisi, valutazione, organizzazione dei carichi di lavoro.

Con delibera 24 luglio 2009 il CSM ha recepito il lavoro sin qui svolto da tali magistrati. Ha preso atto della impossibilità di far coincidere lo standard con un numero quale risultato di una operazione matematica, in quanto diversi sono i mestieri del magistrato. Ha aperto quindi la fase di sperimentazione individuando una fascia di oscillazione, all’interno della quale considerare rispettoso dello standard il lavoro prodotto dal magistrato.

Questa fascia di oscillazione è stata individuata, per il civile, tra il 30° ed il 70° percentile con riferimento alle statistiche rese dai magistrati di diversi uffici giudiziari, con caratteristiche simili e per funzioni omogenee; per il penale, sempre con lo stesso metodo di accorpamento dei dati di produttività, si è individuato lo standard nella fascia del terzo quartile.

Come si vede, il problema della produttività dei magistrati non può essere affrontato superficialmente a suon di slogan, né con l’ipotesi pittoresca di tornelli negli uffici giudiziari, ma con un’analisi attenta e approfondita, che non può ignorare il dato fondamentale, per il quale il magistrato non è un mero funzionario dello Stato, ma è l’interprete di valori fondanti della Costituzione. Questi valori debbono sì essere calati nella modernità dei tempi, ma non possono essere trasformati in una fabbrica di prodotti, non potendo mai il valore della efficienza della giurisdizione essere disgiunto da quello della qualità della risposta giudiziaria all’alluvionale aumento della domanda di giustizia nel nostro Paese.

4. Trasferimenti e assegnazione di sedi.

Il CSM si è impegnato anche nei trasferimenti e nelle assegnazioni di sedi dei magistrati, al fine di assicurare efficiente mobilità interna adeguando la normativa di settore alle innovazioni legislative.

In tale direzione si pone la nuova circolare del 3 giugno 2009 la quale, accorpando in un testo unico tutte le disposizioni sinora contenute in più circolari, costituisce l’atto conclusivo di una serie di attività che, per un verso, sono state dirette alla attuazione della riforma e, per altro verso, hanno accelerato le procedure di trasferimento con risultati eccezionali, consentendone la definizione in due, tre mesi.

Sono state affrontate questioni relative alle allarmanti difficoltà di copertura dei posti negli uffici requirenti a seguito delle limitazioni di legge al cambio di funzioni.

Come noto, la materia è stata di recente disciplinata dal decreto legge n. 193 del 29 dicembre 2009 in corso di conversione. Su di esso il CSM, in data 11 gennaio 2010, ha già espresso il suo parere contenente numerosi rilievi critici. Tali rilievi hanno in particolare riguardato: a) la compatibilità con le garanzie di inamovibilità riconosciute alla magistratura in relazione ad una ampiezza di intervento sui trasferimenti d’ufficio non limitata nel tempo, ma prevista sino a tutto il 2014; b) la limitazione dei trasferimenti d’ufficio ai soli casi di sedi disagiate che distano oltre 100 chilometri dalla sede ove il magistrato presta servizio; c) la non operatività delle deroghe previste al divieto di mutamento di funzioni anche nelle ipotesi di trasferimenti d’ufficio all’interno di distretti diversi della stessa regione; d) alcune incongruenze relative alla individuazione in concreto dei magistrati da trasferire d’ufficio.

Osservo con soddisfazione al riguardo che gli emendamenti governativi presentati in sede di conversione vanno, in gran parte, nella direzione tracciata dal CSM e, soprattutto, vanno nel senso di prevedere una tantum, per i prossimi magistrati di prima nomina, la deroga al divieto di assegnazione alle funzioni requirenti.

Questa è l’unica concreta soluzione efficace al fine di coprire centinaia di posti vacanti negli uffici requirenti di primo grado. Fermo restando che, una volta assegnati i magistrati di prima nomina alle Procure, non prima del 2011, il Ministro avrà una sola strada per mantenere coperti gli uffici giudiziari ed evitare nuove emorragie dalle Procure: la strada di bandire i concorsi di accesso in magistratura in maniera tale da coprire, sempre e comunque, l’intero organico dell’ordine giudiziario.

Oggi invero vi sono ben 1071 posti vacanti su un organico complessivo di 10151 magistrati ed è una situazione di intollerabilità per il buon funzionamento del servizio giustizia.

5. L’organizzazione degli uffici giudiziari.

Anche l’organizzazione degli uffici è stata all’attenzione del CSM, concentrata sugli effetti delle novità ordinamentali.

Di assoluto rilievo è la delibera 21 luglio 2009 in tema di organizzazione degli uffici del Pubblico Ministero, che ha tracciato linee guida ai procuratori come atto di mero orientamento, ferma restando in capo ad essi la potestà di organizzare le strutture dirette secondo le modalità ritenute più opportune, purché conformi alle prescrizioni di legge ed in vista del conseguimento dei risultati che la legge stessa impone.

Non può tacersi, in tema di organizzazione degli uffici, che l’efficienza della risposta giudiziaria risenta fortemente dell’attuale e insoddisfacente assetto di una geografia giudiziaria risalente alle previsioni dell’ordinamento Rattazzi del 1859. L’urgenza di questa riforma era stata sottolineata, già nel 1921, in un noto scritto di Piero Calamandrei.

Per questo, con delibera 13 gennaio 2010, il CSM ha avanzato un’articolata proposta al Ministro di revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ritenendola la “madre di tutte le riforme sulla giustizia”, prioritaria dunque alle altre, pur necessarie, modifiche ordinamentali e processuali. L’analisi effettuata ha consentito di ritenere, ad esempio, che per i tribunali ordinari di primo grado sia necessario prospettare piante organiche che vadano dalle venti alle quaranta unità, fatti salvi gli appropriati correttivi. Nell’individuazione dell’indicato parametro si è tenuto conto che l’efficienza del sistema è intimamente collegata alla specializzazione delle funzioni, imposta dalla crescente complessità delle materie sul piano del diritto positivo, e che vanno assicurate le garanzie processuali in tema di imparzialità del giudice.

Pertanto, appare opportuno articolare ogni tribunale in distinte sezioni, civili e penali, nonché prevedere sempre una sezione G.I.P./G.U.P. ed una sezione competente in materia di esecuzioni forzate e di fallimenti.

Dispiace che il Ministro, in sede di relazione al Parlamento, e anche ieri, non abbia fatto cenno alcuno alla urgenza di una riforma di tal genere, senza la quale non è più credibile alcun discorso diretto ad un miglioramento e ad una maggior efficienza del servizio giustizia.

6. I pareri in materia di giustizia.

Nel corso del 2009 il CSM ha manifestato il suo ruolo istituzionale anche con l’approvazione di numerosi pareri su provvedimenti legislativi pertinenti al sistema giustizia. Degni di citazione, i pareri in tema di intercettazioni telefoniche, mediazione, modifiche dei reati di violenza sessuale, trattamento degli stranieri, associazione di volontari per la sorveglianza nel territorio del comune, immigrazione, rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria.

Il Parlamento ha accolto spesso i rilievi espressi dal Consiglio, con modifiche in sede di approvazione finale dei testi legislativi.

Pur tuttavia forti critiche sono piovute sul CSM a proposito della sua competenza a pronunciare pareri in tema di norme sulla giustizia. Ma nell’esercizio del potere consultivo attribuito per legge al Consiglio, non si realizza nessuna invasione di campo. Il CSM esprime pareri consultivi che non decidono nulla ed offrono al Parlamento solo un contributo; ha il dovere di intervenire, come sostenuto da autorevoli costituzionalisti. Peccato che pendono disegni di legge che tendono a sottrarre questa prerogativa al Consiglio. Si perderà l’occasione di un valido contributo tecnico in un settore, quello della Giustizia, che avrebbe bisogno di più tecnica e meno politica.

Tra gli ultimi pareri resi nel 2009 vi è quello sul c.d. processo breve. Il CSM ha fortemente criticato, per un verso, quelle disposizioni che, specie nel settore civile, comporteranno una sicura lievitazione delle domande di equa riparazione e, quindi, l’aumento considerevole degli oneri finanziari a carico dello Stato per l’erogazione degli equi indennizzi; per altro verso, ha criticato l’introduzione della nuova specie di prescrizione processuale che, in assenza di adeguati mezzi e risorse necessari per abbreviare il corso dei processi, rischia di diventare una vera e propria amnistia processuale, in contrasto proprio con l’art. 111 Costituzione e con l’art. 6 della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, che impongono un processo rapido e giusto, che tenda all’accertamento della verità.

Ma è soprattutto criticabile la disciplina transitoria che, contravvenendo al generale principio tempus regit actum, ne stabilisce l’immediata applicazione ai processi in corso, con la conseguente e inevitabile estinzione di molti processi altrimenti destinati ad incidere sulla storia giudiziaria italiana.

Da ultimo, giovedì scorso il CSM ha approvato un parere sul ddl n. 1440, contenente modifiche ordinamentali e processuali. Degno di menzione è il fatto che, in sede di conversione del decreto legge sulle sedi disagiate, sono stati presentati emendamenti volti all’inserimento di disposizioni già contenute in questo disegno di legge. Preoccupano soprattutto - per i profili del rispetto delle prerogative costituzionali del CSM volte a preservare l’autonomia e indipendenza della magistratura - la disposizione che, in tema di formazione per i magistrati giudicanti e requirenti che aspirino al conferimento degli incarichi direttivi, introduce momenti di valutazione professionale affidati al comitato direttivo della Scuola; nonché, la disposizione che, in tema di conferimento delle funzioni direttive degli uffici giudiziari, amplia i poteri del Ministro che, nel concerto, esprime valutazioni in ordine alle attitudini del candidato relative alle capacità organizzative dei servizi.

7. Le pratiche a tutela.

Considerazioni analoghe valgono in ordine alla competenza del CSM nella materia delle “pratiche a tutela”. Qui la competenza consiliare trova il suo fondamento normativo direttamente nell’art. 104 della Costituzione, laddove il CSM, presieduto dal Capo dello Stato, è posto a presidio dell’ordine della magistratura, autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Più volte, anche nel 2009, il CSM è dovuto intervenire a tutela di questi valori dinanzi ad espressioni anche provenienti da alte cariche istituzionali che ne ponevano in dubbio l'integrità. Gli atti dei magistrati possono essere discussi e criticati, le soluzioni giuridiche possono essere contestate, le ipotesi accusatorie possono risultare infondate; tutt'altro, è adoperare espressioni denigratorie verso il singolo magistrato o l'attività giudiziaria.

Qualora ciò accada, è compito del Consiglio riaffermare, nell’interesse dei cittadini, l'esigenza che da tutti siano rispettati la professionalità e il prestigio dei magistrati, giacché la loro lesione incide direttamente sull'indipendente esercizio delle funzioni e lede la garanzia fondamentale di ciascuno del “diritto allo stato di diritto”.

Per sintetizzare il senso, la portata e i limiti delle pratiche a tutela, più delle mie parole valgono quelle rese dal Capo dello Stato il 14 febbraio 2008: “chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell’operato della magistratura; e deve liberarsi della tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura”.

8. La giustizia disciplinare.

A distanza di quasi quattro anni dalla riforma, possono svolgersi alcune considerazioni sul nuovo sistema della responsabilità disciplinare dei magistrati. Il passaggio da un illecito atipico a fattispecie tipiche di responsabilità, la trasformazione dell’azione del Procuratore Generale da discrezionale ad obbligatoria e l’applicabilità al nuovo processo delle norme del vigente codice di procedura penale in quanto compatibili hanno determinato un sensibile rafforzamento dei connotati “giurisdizionali” del processo disciplinare, costituzionalmente orientati ex art. 111.

La nuova normativa ha imposto agli organi disciplinari ed alle parti processuali un diverso approccio al processo che deve tener conto, per un verso, delle rafforzate “garanzie” per l’incolpato; per altro verso, della maggior separatezza dell’organo giudicante dalle altre incombenze del sistema di governo autonomo, pure attribuite per Costituzione alle stesse persone che sono componenti della Sezione disciplinare.

I primi anni di applicazione delle nuove regole hanno evidenziato, com’era naturale, il dipanarsi di diversi problemi interpretativi e organizzativi, propri di ogni sistema in via di trasformazione. Gli organi disciplinari sono stati a volte oggetto di critiche da parte della stampa quotidiana. Le critiche però sono spesso superficiali, ancorate ad aspetti mediatici, contraddittorie nei metodi e nei risultati. Il comune denominatore delle critiche, l’eccesso di “corporativismo”, urta contro la realtà dei numeri che dimostra un sensibile aumento delle condanne e dei provvedimenti cautelari rispetto al sistema previgente ed attesta una crescente tendenza ad un giusto rigore sconosciuto agli altri settori professionali e funzionariali.

Le sentenze di condanna sono state nell’ultimo anno ben 52; più delle assoluzioni, che sono state 42; a questi dati vanno aggiunte 37 dichiarazioni di non luogo a procedere e 19 estinzioni del giudizio per cessazione di appartenenza all'Ordine giudiziario. Ed inoltre 5 provvedimenti cautelari di trasferimento d’ufficio e 8 provvedimenti cautelari di sospensione provvisoria. Nel periodo di riferimento, la Cassazione ha deciso 31 ricorsi; di questi, solo 5 sono stati accolti con rinvio.

Sono dati che testimoniano che il sistema funziona. Che non è giurisdizione domestica, ma rigorosa applicazione, pari alle garanzie processuali, della riforma voluta per assicurare che i magistrati siano perseguiti e sanzionati per i comportamenti scorretti che compiono dentro o fuori l’esercizio delle funzioni e non quando, facendo il loro dovere, si scontrino con interessi forti e soggetti reattivi.

9. Conclusioni.

Mi avvio alla conclusione. Siamo stati fortemente impegnati ad intervenire nelle situazioni di difficoltà, di sofferenza, di contrasti. Visite giudiziarie abbiamo compiuto in diverse sedi. Da ultimo, a Reggio Calabria, dove si è determinata una situazione di serio allarme in relazione a possibili attentati da parte della criminalità organizzata. Siamo intervenuti con procedure ex art. 2 che hanno portato a trasferimenti d’ufficio o hanno indotto a dimissioni o trasferimenti in prevenzione. Ma la vicenda che ha suscitato maggiore clamore è stata quella del contrasto tra i pubblici ministeri di Salerno e Catanzaro, sfociata in pesanti condanne in sede di merito, dopo l’adozione di plurime misure cautelari.

L’autogoverno, mi hanno insegnato, è il mestiere più difficile del mondo, perché impone il controllo su colleghi che ci lavorano accanto e condividono la fatica e le difficoltà dell’impegno quotidiano. E perciò rischia sempre l’impopolarità.

Eppure è un dovere che ci impone la Costituzione. Il governo autonomo è una conquista per l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione e dei singoli magistrati, al di là del quale vi sono solo controlli esterni o inaccettabili individualismi autoreferenziali.

Come detto, il CSM ha il dovere di tutelare i magistrati ingiustamente denigrati. Ma ha anche il compito di intervenire nelle situazioni determinate da gravi cadute di professionalità che delegittimano la funzione giurisdizionale.

La tutela dei magistrati vilipesi a causa delle loro funzioni e l’intervento nelle situazioni in cui la giurisdizione perde di credibilità a causa di comportamenti scorretti sono due facce della stessa medaglia. L’autorevolezza del CSM risiede nella capacità di esercitare entrambe queste funzioni con la medesima fermezza.

Senza timori, ma anche senza incertezze.

L’essenza stessa della giurisdizione fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore, e cioè il magistrato. Non vi è una giurisdizione credibile se non vi è rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti. Senza una giurisdizione credibile si pone in crisi una delle funzioni fondamentali di uno Stato democratico e si scivola via verso uno Stato di polizia, che è la negazione del moderno Stato di diritto ed è di ostacolo alla realizzazione di quel principio fondamentale della nostra Costituzione, secondo cui la legge è uguale per tutti.

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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Torino

Relazione dr. Livio Pepino
Consiglio Superiore della Magistratura

Torino 30 gennaio 2010



Presidente, Autorità, Cittadini,

mancano pochi mesi al termine della dodicesima legislatura del Consiglio superiore della magistratura. E mentre questa scadenza si avvicina assistiamo a difficoltà crescenti per la giustizia, per il governo autonomo della magistratura, per lo stesso assetto costituzionale del Paese (profili indissolubilmente connessi come segnala il fatto che la stragrande maggioranza dei magistrati presenti – e io, idealmente, con loro – sono venuti qui indossando insieme la toga e la Carta fondamentale della Repubblica). Questa situazione mi impone, come componente del Consiglio (e con le peculiarità che caratterizzano ogni componente di un organismo collegiale e culturalmente pluralista) di fermarmi proprio sulle difficoltà e sui problemi. Limitarmi all'elenco e alla illustrazione delle cose fatte (del resto analiticamente esposte nel poderoso volume che ho consegnato alla presidenza) sarebbe, infatti, elusivo. Lo farò senza reticenze, perché non è tempo di prudenze e timidezze, che ogni giorni di più mi appaiono – come ha scritto tempo fa E. Scalfari in un editoriale di Repubblica – – «lo specchio d'una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro».

Ieri l'altro, parlando a Reggio Calabria, il ministro della giustizia ha detto che le inaugurazioni dell'anno giudiziario sono cerimonie fatte non per i giudici ma per i cittadini. Condivido l’impostazione. Bisogna cercare di dire ai cittadini – con verità e senza demagogia – ciò che sta accadendo. Proverò a farlo dal versante del Consiglio superiore, fermandomi, in particolare, su quattro punti.
 

1. La crisi della giustizia – lo ha ricordato e ne ha fornito alcune cifre, prima di me, il presidente Barbuto – è grave e profonda. Leggere che un giudice (in Italia, non importa dove) apre un'agenda e dice alle parti esterrefatte che nella loro causa la prossima udienza si terrà nel 2018 non è solo uno scandalo e una vergogna; è la fine della giustizia ed è, anche, la trasformazione dei giudici da garanti dei diritti e risolutori di conflitti in calendari parlanti. Non è sempre e dappertutto così; ci sono, al contrario, diffuse isole felici e crescenti esperienze virtuose (come è emerso anche dalla relazione introduttiva di questa inaugurazione). Ma la denegata giustizia resta una parte significativa della realtà. Ebbene, denunciarlo non basta. Anzi, per chi ha responsabilità di governo, fermarsi alla descrizione e alla denuncia senza proseguire con la individuazione delle ragioni e l’indicazione dei rimedi è solo ipocrisia (prossima alla complicità) .

Il Consiglio superiore ha provato, in questi anni, a reagire: ha elaborato decine di pareri sui progetti governativi di riforma della legislazione sostanziale e processuale (pareri non certo pregiudizialmente ostili, come potrà vedere chiunque avrà la curiosità e la pazienza di leggerli); ha formulato richieste specifiche e altrettanto specifiche proposte sul piano della organizzazione (da ultimo, la settimana scorsa, riproponendo – non in termini ideologici ma in modo pragmatico – la questione del necessario ripensamento della geografia giudiziaria: anche per piccoli passi, cominciando con l’accorpare tribunali il cui bacino di utenza è di poche decine di migliaia di donne e uomini e il cui organico è inferiore alle dieci unità...); ha segnalato sin dal suo insediamento l'insostenibilità delle carenze di organico; ha denunciato gli effetti paralizzanti di alcune modifiche ordinamentali (come quella sulla impossibilità di destinare i magistrati di prima nomina alle Procure e alle funzioni monocratiche); ha proposto rimedi; ha incentivato e diffuso le esperienze di buone pratiche nate nei singoli uffici (anche andando a portare il suo contributo in sedi particolarmente sofferenti, da Reggio Calabria a Gorizia).

Gli si è detto che fa politica e che invade campi altrui proponendosi come terza camera (sic!). Gli si è richiesto, in sostanza, di “non disturbare il manovratore”. E intanto, mentre le scoperture di organico dei magistrati sono ormai superiori a mille (su 9.000 giudici e pubblici ministeri), la preoccupazione principale di alcuni settori della politica sembra quella di inserire nelle pieghe di un qualche provvedimento legislativo dedicato a tutt’altro la possibilità per i vertici degli uffici giudiziari di restare in servizio sino a 76 o 78 anni (!); decine di Procure hanno scoperture maggiori dell'80%; tre procure siciliane sono totalmente prive di sostituti e prossime alla vera e propria chiusura; gli organici del personale ausiliario sono stati ridotti, persino sulla carta, di oltre 3.600 unità (grazie a un decreto del presidente del Consiglio del 15 dicembre 2008 che ha riscritto gli organici sulla base della situazione di fatto); la produzione legislativa in materia di giustizia cresce al ritmo di una legge ogni due o tre mesi, spesso in modo scoordinato e incidendo direttamente sui processi in corso; e si pensa di risolvere il problema dello sfascio organizzativo affermando per legge che il processo deve essere breve (e che se così non è, semplicemente non si fa!).

Dove stanno le responsabilità della crisi?
 

2. Ma, si dice – lo dicono il Ministro e una certa disinvolta pubblicistica – la colpa è dei magistrati che lavorano poco e male e del Consiglio superiore il quale, invece di pensare alle sorti della giustizia, si preoccupa di tutelare la corporazione. Certo anche nella magistratura ci sono come in tutte le organizzazioni sociali e professionali problemi, carenze, insufficienze. Ma i dati europei – citati dal presidente Barbuto e quelli dello stesso ministero della giustizia – raccontano un’altra storia. La storia di una magistratura che ha indici di produttività maggiori della gran parte degli altri paesi europei e che, nonostante il disastro amministrativo, definisce negli ultimi anni un numero di processi sostanzialmente pari (e in taluni casi anche maggiore) rispetto alle sopravvenienze, mentre ciò che paralizza la situazione è l'arretrato (per la cui definizione manca un qualunque progetto organico, quando è evidente che non può bastare il pur necessario sforzo organizzativo dei singoli uffici.

Ed è sotto gli occhi di tutti la vicenda di un Consiglio superiore impegnato in uno sforzo di rinnovamento senza precedenti (e senza uguali in altri settori della pubblica amministrazione) emblematicamente rappresentato dal ricambio epocale di dirigenti degli uffici (oltre 350 direttivi e 400 semidirettivi negli ultimi due anni e mezzo con un rinnovamento rispettivamente del 65% e del 55% e un ringiovanimento di notevoli proporzioni). È sotto gli occhi di tutto la realtà di un Consiglio superiore impegnato in una attività di formazione e di confronto dei dirigenti e dei magistrati per far crescere un modello di giudice e di pubblico ministero attento alle esigenze del servizio nella piena consapevolezza che, per usare parole di Luigi Ferrajoli, chi entra in un’aula di giustizia «ricorderà e giudicherà il suo giudice, ne valuterà l’equilibrio o l’arroganza, il rispetto oppure il disprezzo per la persona, la capacità di ascoltare le sue ragioni oppure l’ottusità burocratica, l’imparzialità o il pre-giudizio. Ricorderà, soprattutto, se quel giudice gli ha fatto paura o gli ha suscitato fiducia. Solo in questo caso ne avvertirà e ne difenderà l’indipendenza come una sua garanzia, come una garanzia dei suoi diritti di cittadino». È, infine, sotto gli occhi di tutti – almeno di chi non vuole nascondere anche l’evidenza – la realtà di un Consiglio superiore impegnato con rigore a contrastare le prassi deteriori anche sul piano disciplinare. Non sono tra quelli che misurano la bontà del giudice, ivi compreso quello disciplinare, dalla quantità delle condanne ed assumo, dunque, i numeri come semplici indicatori di tendenza: ma – in modo tendenziale, appunto – un giudizio di equità e rigore sembra appropriato a fronte di 92 condanne pronunciate nel triennio (a cui vanno affiancati 50 pensionamenti anticipati intervenuti durante l'iter processuale, costituenti una sorta di risultato indiretto della iniziativa disciplinare...), poco più di 200 assoluzioni per ragioni di merito e ben 22 provvedimenti cautelari di sospensione dal servizio o di trasferimento di ufficio. 

Perché allora la ricorrente presentazione di un Consiglio superiore rissoso e protervo, di pari passo con quella di una magistratura inefficiente e parziale?
 

3. La risposta – e arrivo così al terzo punto – la si ricava agevolmente sol che si consideri la ricorrente presentazione della situazione attuale come un improprio scontro tra giustizia e politica alimentato da un Consiglio superiore indebitamente politicizzato (o, addirittura, "avversario politico" – cito tra virgolette – della maggioranza o del suo leader). Siamo a quello che viene presentato come il punto principale di sofferenza del sistema (quello che – per dirla con la brutalità di un indimenticato guardasigilli di qualche anno fa – induce il Governo a non fornire risorse a un potere giudiziario di cui non si fida).

La mia esperienza consiliare mi induce a una grande attenzione alle parole, con le quali si possono costruire realtà virtuali e, poi, con l'ossessiva ripetizione, trasformarle in "verità" anche quando non lo sono. Ebbene io credo – e coerentemente con questa impostazione si è mosso il Consiglio – che ciò a cui quotidianamente assistiamo non è uno scontro tra poteri ma una aggressione senza precedenti alla giurisdizione. Alla giurisdizione, sottolineo, e non alla magistratura (pur se essa si manifesta anche con attacchi personali ai singoli magistrati, colpevoli – magari – di indossare calzini azzurri o di aspettare disciplinatamente il proprio turno dal barbiere...). Aggressione alla giurisdizione che si sostanzia nel rifiuto della sua stessa funzione filtrato dalla affermazione che il vincolo della legge e delle regole sarebbe è superato dal consenso e dal voto. Questo è il nodo del contendere e non certo specifiche critiche a specifici provvedimenti giudiziari (non solo legittime ma indispensabili per realizzare una corretta dialettica tra opinione pubblica e operato dei giudici).

In questa situazione non è una invasione di capo ma un dovere la “pretesa” del Consiglio superiore di rassicurare i giudici sul loro ruolo, che in uno Stato di diritto non può che essere – piaccia o non piaccia al sovrano contingente – quello «di intervenire a riparare i torti subiti, a tutelare il singolo anche se la maggior parte o perfino la totalità degli altri si schierano contro di lui, ad assolvere in mancanza di prove quando l'opinione comune vorrebbe la condanna o a condannare in presenza di prove quando la medesima opinione vorrebbe l'assoluzione» (così, ancora, Luigi Ferrajoli).


4. Un ultimo punto mi preme toccare. Questo Consiglio ha fatto molto. Ho già ricordato il profondo rinnovamento della dirigenza degli uffici (che appena tre anni fa pochi ritenevano possibile...) e voglio citare ancora la radicale riforma del sistema dei trasferimenti (che stanno ora avvenendo in tempo reale, cioè nel giro di due tre masi dalla scadenza dei relativi bandi) e la messa a punto di un sistema di valutazioni di professionalità che si appresta ad imboccare la strada dei fatti e non quella degli aggettivi (e, magari, dei superlativi). È stato un risultato positivo di grande importanza che va rivendicato anche se, nella realizzazione concreta possono esserci stati errori e inadeguatezze, probabilmente ineliminabili date le dimensioni dell'intervento.

E tuttavia non sono mancati – non mancano – i problemi e le ombre. E il Consiglio deve saper guardare criticamente anche al proprio interno, alle proprie cadute, alle proprie incapacità, alle proprie debolezze. Tra queste ciò che viene maggiormente segnalato e criticato – anche all'interno della magistratura – e che costituisce la base per disparate e talora surreali proposte di riforme (penso, per esempio, all’ipotesi della “rappresentanza per sorteggio”), è l'asserita esistenza di un diffuso e inaccettabile clientelismo. V'è, in questa denuncia, del vero. Lo ho detto più volte – con riferimento a casi specifici – in Consiglio e non lo negherò certo qui. Ma ancora una volta, se si vogliono evitare danni ancora maggiori, occorre essere rigorosi nella analisi e nella individuazione dei rimedi. Oggi è diventato pensiero diffuso quello secondo cui del clientelismo, come di ogni altro male, sono responsabili le correnti dei magistrati. Non ne sono – anche alla luce dell'esperienza consiliare – così sicuro. Non ho qui il tempo di argomentare in modo approfondito sul punto. Ma mi soccorre – almeno – l'esperienza storica.  Quando i magistrati erano tutti intruppati nel partito nazionale fascista  e le correnti erano solo un fenomeno atmosferico il ministro Grandi si sentì in dovere, il 7 maggio 1940, di inviare agli uffici un telegramma-circolare per sottolineare la necessità (quantomeno) di evitare il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui gli stessi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni. Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto con cui D. Troisi descrive (in Diario di un giudice del 1955) il collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non poteva ambire alla "meritata promozione"... Certo le correnti non hanno saputo debellare, in toto o in maniera adeguata, questo malcostume nazionale che contagia anche il sistema giudiziario. E questa è una loro indubbia responsabilità (anche se bisognerebbe distinguere, ché l’affermazione secondo cui «così fan tutti» è falsa e funzionale spesso a giustificare le abitudini di chi la recita...). Ma la situazione è oggi certamente migliore che in passato e il rigore, la coerenza, la trasparenza di molti – alimentati e consentiti dal pluralismo che caratterizza il Consiglio – sta dando frutti.

Attenzione, dunque, a non cambiare in peggio.  
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MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – Articolo 3

Sezione Distrettuale del Piemonte

Anno giudiziario 2010

IL DISTRETTO DELLA CORTE D’APPELLO DI TORINO QUALE PARADIGMA DELLE INEFFICIENZE E DEI RITARDI DEL DECISORE POLITICO NAZIONALE


La mancata revisione delle circoscrizioni giudiziarie, il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina presso le Procure della Repubblica e la grave carenza di strutture materiali e di personale amministrativo sono i principali fattori che incidono sul buon funzionamento dell’apparato giudiziario del Distretto

L’inaugurazione dell’Anno Giudiziario rappresenta una feconda opportunità nel corso della quale gli operatori della Giustizia sono chiamati a riflettere e ragionare sull’efficienza della macchina giudiziaria, consapevoli che la sostanza dei diritti non può in alcun modo dissociarsi dall’effettività della loro tutela e difesa.

In un clima nazionale nel quale il dibattito sulla Giustizia si è via via ridotto alla sola considerazione di singoli processi penali a carico di pochi esponenti politici che monopolizzano tutti gli spazi parlamentari e di ascolto pubblico riservati al gravoso tema della giurisdizione, sia penale che civile, la Sezione Piemontese del Movimento per la Giustizia – Articolo 3 vuole evidenziare come la qualità della risposta giurisdizionale da parte degli Uffici Giudiziari del  Distretto del Piemonte, pur in presenza di alcune eccellenze organizzative, sconti più di altre le inefficienze e i ritardi del decisore politico nazionale.

Tre, in particolare, sono i fattori di criticità che si registrano nel sistema giudiziario del Piemonte e della Valle d’Aosta:

1.   La mancata revisione delle circoscrizioni giudiziarie 

Nel Piemonte e nella Valle d’Aosta, a fronte di 9 Province amministrative, sono presenti, fra gli altri, 17 Tribunali, 17 Procure della Repubblica, 9 Sedi Distaccate di Tribunale e 55 Uffici del Giudice di Pace.

Delle 17 Sedi di Tribunale solo tre di esse (i Tribunali di Torino, Alessandria e Novara) hanno un numero di magistrati togati pari o superiore alle 16 unità, di modo da comporre due sezioni – una civile e una penale - di 6 magistrati ciascuna, riservando almeno 2 unità all’esercizio delle funzioni GIP – GUP. I Tribunali di Verbania, Biella, Cuneo, Alba, Asti, Vercelli e Ivrea hanno, escluso il Presidente del Tribunale, una dotazione di personale di magistratura che oscilla, a seconda dei casi, fra le 10 e 12 unità.

Il Tribunale di Pinerolo ha in organico, oltre il Capo dell’Ufficio, 9 magistrati; 7 sono quelli attribuiti ai Tribunale di Aosta e Saluzzo; 6 sono i magistrati in dotazione al Tribunale di Mondovì. I Tribunali di Acqui Terme, Casale Monferrato e Tortona presentano invece un organico teorico pari a sole 5 unità di magistratura, oltre, anche in questo caso, il Presidente del Tribunale. 

Delle 17 corrispondenti Procure della Repubblica solo una di esse ha un numero teorico di Sostituti Procuratori superiore a 8 unità (la Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Torino); le Procure della Repubblica di Alessandria e Novara hanno un organico pari a 7 Sostituti; quella di Asti pari a 6; quelle di Verbania e Cuneo 5; quelle di Aosta, Vercelli e Alba 4; nell’organico teorico delle Procure di Pinerolo, Biella, Ivrea sono previsti 3 Sostituti; per le rimanenti Procure della Repubblica di Saluzzo, Acqui Terme, Casale Monferrato, Mondovì, Tortona i Sostituti previsti in pianta organica sono solamente 2.

La rarefazione della dotazione organica di magistratura sul territorio del Distretto e la sua irrazionale allocazione, oltre a esporre gli Uffici a cicliche e croniche scoperture d’organico connesse all’inevitabile turn over legato all’ordinaria mobilità orizzontale e verticale del personale di magistratura, costituiscono un fattore di grave inefficienza degli Uffici che risulta di fatto impeditivo di ogni possibile economia di scala e specializzazione, creando così forti disservizi quanto ai tempi di definizione dei procedimenti.

In un sistema pubblico che nelle sue più ampie componenti va verso una progressiva razionalizzazione delle strutture amministrative e materiali, mediante accorpamenti e semplificazioni territoriali, per lo più parametrate su una dimensione regionale o provinciale, il permanere di ben 81 sedi Giudiziarie giudicanti ordinarie di primo grado nel territorio del Distretto della Corte di Appello di Torino (fra sedi centrali di Tribunali, sedi distaccate e Uffici del Giudice di Pace) rappresenta un elemento di forte arretratezza dell’apparato giudiziario il cui superamento porterebbe, non solo economie di costo, ma anche, e soprattutto, cospicui incrementi di produttività del sistema.  

2.  Il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina presso le Procure della Repubblica

L’ultimo contingente di magistrati che ha preso servizio nel settembre del 2009 è stato destinato in via esclusiva alla copertura di posti vacanti nel settore giudicante sulla base della vigente normativa non ancora modificata dall’emananda legge di conversione del D.L. 193/2009, che, peraltro, prevede allo stato una deroga al divieto di destinazione in parola limitata alle sole sedi disagiate con una scopertura di organico superiore al 30% e ai soli D.M. 23.4.2009 e D.M. 2.10.2009.

Ciò ha prodotto nel corso dell’anno due precipui e dannosi effetti: da un lato, sono perdurate le vacanze nelle Procure della Repubblica – sino alla copertura con i trasferimenti ordinari - con aggravio dei vuoti di organico già presenti e conseguente ritardo di definizione dei procedimenti incardinati presso gli Uffici requirenti; dall’altro, soprattutto nei piccoli Tribunali del Distretto, stante il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina alle funzioni penali monocratiche, vi è stato un trasferimento coatto dei magistrati con minore anzianità di servizio dal settore civile a quello penale, con conseguenti dispersioni della professionalità acquisita e disservizi legati alla mancata continuità nella trattazione dei ruoli. 

3.  La strutturale carenza di personale amministrativo e di strutture materiali

Anche nel distretto della Corte di Appello di Torino si registrano le croniche carenze di personale amministrativo e strutture materiali che affliggono tutti gli Uffici Giudiziari italiani.

Il recente taglio delle piante organiche attuate con il D.L. 112/2008, convertito con modifiche con la legge 133/2008, rende ancor più drammatica la patologica carenza di personale amministrativo presso gli Uffici Giudiziari del Distretto, e in particolar modo in quelli di minore dimensione.

Se a ciò si aggiunge che l’assoluta carenza di investimenti nella qualificazione del personale amministrativo non solo non consente un miglioramento delle condizioni di erogazione del servizio Giustizia, ma non permette neanche di inserire con adeguatezza le poche unità di personale che giungono negli Uffici a seguito di mobilità esterna ovvero in conseguenza dei processi di stabilizzazione del personale L.S.U:, il quadro che ne risulta è di foschi orizzonti e di scarse prospettive di incremento di produttività.

L’assenza di adeguate risorse materiali e informatiche, l’impossibilità di adeguamento dei processi di lavoro a standards minimi di efficienza e ottimizzazione, la mancanza di risorse sufficienti in settori strategici quali quelli dell’organizzazione, della statistica e della telematica sono tutti elementi che costituiscono un forte freno al rinnovamento e all’efficientamento della macchina della Giustizia. 

Conclusioni
La Sezione Distrettuale del Piemonte e della Valle d’Aosta del Movimento per la Giustizia – Articolo 3, pur a fronte di alcune eccellenze organizzative e funzionali presenti nel territorio di riferimento, ritiene oramai indilazionabile l’adozione di politiche legislative e amministrative volte a un reale ammodernamento della macchina giudiziaria nel Distretto della Corte d’Appello di Torino, mediante una celere revisione delle circoscrizioni giudiziarie, riducendole a un numero pari o prossimo a quello delle Province presenti in Piemonte e in Valle d’Aosta, nonché una congrua immissione di risorse materiali e personale amministrativo soprattutto nelle sedi giudiziarie periferiche e di minori dimensioni.

 IL MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – Articolo 3

SEZIONE DISTRETTUALE DEL PIEMONTE

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Magistratura Democratica


Movimento Giustizia - Art 3


Segreterie Distrettuali di Napoli
 

Le vicende che hanno segnato la cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario meritano un breve commento.

L’irresponsabile comportamento di Magistratura Indipendente che ha voluto boicottare, in aperta sfida al deliberato della G.E.C., la decisione di allontanarsi dal Salone dei Busti nel momento in cui prendeva la parola il rappresentante del governo, (l’ex magistrato, un tempo esponente di rilievo di Unità per la Costituzione, Giacomo Caliendo), ha ottenuto il risultato di presentare all’opinione pubblica, nonostante il successo della protesta in tutta Italia, una magistratura divisa al suo interno.

Ciò ha consentito, avendo M.I. assunto un tale contegno in quasi tutte le sedi giudiziarie, il rafforzamento della volontà governativa di procedere alle “riforme” in materia di Giustizia, avendo buon gioco il ministro Alfano ad impadronirsi della dissociazione.

Se questi sono i risultati, le affermazioni degli esponenti di M.I. di condividere le ragioni della protesta, lasciano sconcertati ed alimentano un forte sospetto: che in realtà si voglia, da parte di M.I., continuare in una sistematica opera di delegittimazione dell’A.N.M. e porsi (come emerge anche da alcune recentissime interviste rilasciate su televisione ed organi di stampa) come unico interlocutore affidabile di un potere politico che, evidentemente, considera affine alla sua cultura (non era Sergio Amato, attuale segretario distrettuale di MI,  all’incirca un anno fa, che consigliava di “trattare” su alcuni princìpi come l’obbligatorietà dell’azione penale e per tale ragione fu costretto a dimettersi da Presidente della Giunta locale dell’A.N.M.?).

Con il suo agire M.I. pone le condizioni per un ritorno all’antico, in perfetta sintonia con alcune tendenze di fondo, mai sopite, della società italiana, che, anche all’interno della Magistratura, privilegiano i rapporti di vertice all’autogoverno democratico.

Ancora una volta bisogna essere grati al ministro Alfano per la franchezza con cui ha svelato il progetto: “D’ora in avanti parlerò con i capi degli uffici, anziché con l’A.N.M., che si perde in ideologismi e fumisterie”.

In questo capolavoro di incoerenza, motivo di ulteriore stupore è rappresentato dal comportamento dei rappresentanti di M.I. all’interno della Giunta ANM di Napoli, che oscilla dal netto rifiuto di Valentini di partecipare alla protesta nei termini decisi a livello nazionale e locale all’atteggiamento contraddittorio del segretario della locale Giunta Sezionale Totaro che, dopo aver verbalizzato la sua assoluta contrarietà alle modalità dettate dalla GEC prefigurando propri comportamenti del tutto anomali, è, comunque, intervenuta alla cerimonia in toga ed è uscita dal Salone di Busti insieme agli altri componenti della Giunta ed alla quasi totalità dei colleghi presenti.

Particolarmente discutibile, in questo caso, appare il comportamento del collega Valentini, che, come si evince dalla lettura del verbale di Giunta, ha fatto acriticamente proprio il deliberato di M.I., dimostrando di funzionare come vera e propria cinghia di trasmissione all’interno della Giunta locale dei “desiderata” della sua corrente di appartenenza, tanto da imporre la lettura del documento di M.I, in contrasto  con la sbandierata sua indipendenza di giudizio e, soprattutto, con la palesata volontà di dare vita ad un percorso unitario; è evidente che il percorso unitario della Giunta Sezionale di Napoli è  franato clamorosamente proprio alla prima occasione di fondamentale importanza.

Tutto ciò impone a M.I. di dare conto della propria incoerenza e di dire, finendola con gli equilibrismi, se intende collocarsi o meno, senza tentennamenti, al fianco della maggior parte dei Magistrati per evitare l’annichilimento della Magistratura italiana e la distruzione del processo; impone agli altri gruppi di valutare se esistono ancora la condizioni per continuare o, forse, sarebbe meglio dire, per iniziare la comune collaborazione nella Giunta locale.        

Si auspica, pertanto, che tra tutti i componenti della Giunta Sezionale dell’ANM del Distretto di Napoli si apra al più presto una franca discussione sulle problematiche sopra affrontate.

LE SEGRETERIE DISTRETTUALI DI NAPOLI
MAGISTRATURA DEMOCRATICA
MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – ART. 3 
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Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 08:27:52, in Magistratura, linkato 1529 volte)




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Milano, cancellieri in affanno,
malpagati e sommersi dai faldoni


Un mestiere faticoso, con mille cose da fare, che non attira i giovani. Nel capoluogo lombardo sono 268, dovrebbero essere 400. L'ultimo concorso risale al 1997. Il governo riconosce l'emergenza, poi taglia.

Questo è il titolo dell'ottima intervista ai Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano a firma di Giuseppe Vespo, pubblicata domenica 31 gennaio dal quotidiano L'Unità. Lo ripubblico, grazie all'interessamento degli amici milanesi e alla cortesia del giornalista che ringrazio, come testimonianza dell'impegno di questi lavoratori nel Tempio nevralgico della Giustizia in Lombardia. A quanto mi dicono alla Procura siamo al 3 x 2,  tre pubblici ministeri per soli due cancellieri assistenti, un aggravio di lavoro inaudito e drammatico anche e soprattutto in tema di sicurezza e responsabilità civile e penale di magistrati e cancellieri. "I lavoratori degli uffici giudiziari di Milano parteciperanno compatti allo sciopero indetto per il prossimo 5 febbraio dalle OO.SS. per rivendicare il proprio diritto alla dignità professionale, alla progressione della carriera, ad un salario confacente alle funzioni svolte e per una Giustizia finalmente davvero dalla parte del cittadino." "Questo", scrivono i ragazzi milanesi, "come sempre è ciò che ci interessa: 'la Giustizia' ". L.M.




154 milioni E' l'investimento stimato nel Dpef 2010-2013 per riqualificare e assumere nuovo personale.
3.000 E' il numero degli operatori della giustizia che servirebbero per sopperire alle carenze d'organico.
meno 10.000 Secondo i sindacati, negli ultimi 15 anni il personale giudiziario è sceso da 53 a 43mila unità.
60 euro E' l'ultimo aumento in busta paga arrivato con il contratto nazionale del 2006-2009.


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Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 18:51:58, in Estero, linkato 1528 volte)
Nessuna sorpresa: in Italia su Facebook abbiamo reati che vanno dalla frode commerciale all'apologia dei reati di pedofilia e con tanto di "offerte" di incontro e/o di "assistenza legale", per non parlare poi della "subornazione di testimoni"  o delle campagne di "istigazione a delinquere". Purtroppo i "nostri" stanno tutti "fuori", speriamo ancora per poco...

Gb, gangster usava Facebook per comandare dal carcere

di Erica Orsini

Condannato a 35 anni, Colin Gunn sfruttava il suo "diritto" a tenersi in contatto con gli amici. Il ministero della Giustizia chiude il sito

Londra - Se ne stava rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ma continuava a minacciare i nemici e a fare affari con gli amici grazie a Facebook. Colin Gunn, uno dei più pericolosi "padrini" britannici, condannato a 35 anni di prigione per omicidio, non è stato certo con le mani in mano una volta entrato nel carcere di Long Lartin. Per continuare a gestire il suo impero criminale ha pensato di servirsi del sito sociale più famoso del web. Alle autorità carcerarie ha detto che era un suo diritto poter comunicare con i familiari e con gli amici. Peccato che questi amici fossero più o meno del suo stesso calibro e la famiglia fosse soltanto una scusa per iscriversi a Facebook. Già la foto affiancata al suo profilo non è rassicurante. Lo immortala seduto sulla sua auto rossa fiammante con una maglietta che mette in mostra tutti i suoi muscoli e l'aspetto torvo e minaccioso. Un preludio perfetto alle minacce che giornalmente l'uomo scriveva sul sito e che sono state riportate ieri dal Sunday Times che ha scoperto la notizia.

«È bello potervi dire come sto - diceva per esempio Gunn - alcuni di voi devono attendersi delle vendette, alcuni mi hanno tradito malamente, i loro nomi verranno fuori e saranno umiliati per sempre gli infami». E ancora: «Un giorno me ne tornerò a casa e non vedo l'ora di guardare negli occhi certa gente e di leggervi la loro paura nel vedermi». Il maniaco quarantaduenne, grazie al quale la città di Nottingham si è guadagnata il soprannome di "assassination city", potrà uscire di galera soltanto quando avrà passato i 70 anni, ma la cosa non sembrava turbarlo affatto. Dalla sua postazione riusciva a tenersi piuttosto occupato. Per aggiornarsi sugli affari gli bastava accendere il computer e navigare un po'. E al suo confronto gli antichi sistemi tanto cari ai mafiosi della vecchia generazione, sembrano lontani anni luce. Adesso non c'è più bisogno del compagno di cella di fiducia e del contatto esterno per far arrivare a destinazione una minaccia o un ordine. Non servono le mogli e i fratelli che ti portano le notizie fresche di giornata durante gli orari di visita. Basta tenere aggiornato il proprio sito quotidianamente, leggere tutti i messaggi, rispondere ai nuovi amici.

Negli ultimi due mesi quel furbone di Gunn è riuscito a comunicare liberamente, senza censure di sorta, con i suoi 565 "amici", ha continuato a organizzare i suoi crimini e a coordinare i suoi sporchi traffici. Secondo il Times sembra che le autorità abbiano voluto chiudere un occhio, troppo spaventate che i legali di Gunn potessero denunciarle per violazioni dei diritti umani. Tuttavia venerdì scorso, quando il quotidiano le ha contattate per l'articolo, il sito è stato immediatamente chiuso. Inoltre il ministro della Giustizia Jack Straw, chiamato direttamente in causa, ha dichiarato che farà proibire l'utilizzo dei siti sociali tra i detenuti e il suo ministero ha aggiunto che in realtà Gunn non aveva ricevuto alcuna autorizzazione da parte delle autorità della prigione.

Anche se si tratta di quella più eclatante e pericolosa, non è comunque la prima volta che l'uso criminale di Facebook rimbalza sulle cronache dei giornali. Proprio la scorsa settimana alcuni tabloid avevano rivelato come Jade Braithwaite, l'assassino del sedicenne Ben Kinsella, usasse Facebook per minacciare e terrorizzare la famiglia della sua vittima. E questa non è che l'ultimo aspetto oscuro dei siti sociali, già sotto accusa per istigazione al suicidio e al bullismo tra gli adolescenti. Adesso, a quanto pare, l'ha scoperto con entusiasmo anche la criminalità organizzata e i danni potrebbero essere irreparabili.

http://www.ilgiornale.it/esteri/gb_gangster_usava_facebook_per_comandare_carcere/01-02-2010/articolo-id=418288-page=0-comments=1
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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Roma


Relazione della d.ssa Elisabetta Maria Cesqui
Consiglio Superiore della Magistratura


Roma 30 gennaio 2010


Signor presidente della Corte d'Appello, signor Procuratore generale,
Autorità, Avvocati, Colleghe e Colleghi, Cittadini.

Abbiamo ascoltato con attenzione il presidente della Corte d'Appello che  ci ha fornito un quadro nitido della situazione generale e dello stato della giustizia nel distretto che  attesta lo sforzo della sua magistratura  per fronteggiare una situazione che riproduce qui le difficoltà che la giustizia incontra in tutto il paese e vi aggiunge quelle specifiche  del più grande ufficio giudiziario d'Europa, e della complessa realtà socio economica del Lazio.

Esiste un problema della giustizia in Italia, è un problema di efficienza, di effettività della tutela dei diritti,  ma che è diventato un problema di credibilità e prestigio della magistratura. La credibilità  è l'accettazione delle sue decisioni da parte della collettività. Accettazione  che  non vuol dire  la condivisione o il sostegno popolare, che come ben sappiamo non devono  essere ne' cercati  ne' messi in conto dal giudice, ma riconoscimento dell'autorevolezza di una funzione esercitata in nome della legge nell'interesse comune. Il fondamento costituzionale  della legittimazione della magistratura è la soggezione del giudice soltanto alla legge, essa è garantita dall'indipendenza interna ed esterna nell'esercizio delle funzioni  e presidiata all'origine dall'anonimato del concorso. Ma senza l'affidamento, fondato sulla credibilità, la doverosa opera di interpretazione della legge rimessa al giudice viene facilmente e spesso interessatamente scambiata per arbitrio. Questa situazione mortifica gli sforzi che ogni singolo giudice compie ogni giorno e diffonde tra i colleghi un crescente senso di frustrazione. Banalizzare il disagio della magistratura riducendolo alle contrapposizioni tra diverse appartenenze correntizie  è ingeneroso nei confronti dei magistrati e non coglie le radici vere di una sofferenza così diffusa.

Certi tentativi di discredito della magistratura che fanno leva sulla ritenuta fragilità  di una legittimazione per concorso a fronte della forza di quella derivante  alla politica dall'investitura popolare attraverso il voto non soltanto evidenziano un errore di grammatica costituzionale, ma tradiscono una visione plebiscitaria del potere  incanalando il dibattito pubblico  sul   terreno della contrapposizione tra il voto e la legge. Come rilevava pochi giorni fa Gustavo Zagrebelsky la situazione oggettiva è però questa: il voto e la legge sono venuti a collisione.  La rappresentazione mediatica della giustizia è quella di uno scontro tra politica e legalità, anzi di più:  tra politici in carne ed ossa e giudici di volta in volta incarnati dalle persone fisiche che assumono decisioni sgradite, oggetto addirittura, proprio dai mezzi di informazione,  di mirate imboscate e di intrusioni strumentali nella loro vita privata. Se una evoluzione è possibile registrare nell'ultimo anno in questa rappresentazione mediatica, essa va nel senso dell'innalzamento dei toni e di un ampliamento della strategia di delegittimazione, non più diretta soltanto a quei giudici e a quei processi che più direttamente investono la politica, ma in modo più generale  alla magistratura in quanto tale, della quale si denunciano, troppo spesso approssimativamente, privilegi, prevaricazioni e stravaganze.

Si tratta di un salto di qualità non marginale in un modo in cui distinguere tra realtà e sua rappresentazione mediatica diventa sempre più difficile e che aggredisce il nucleo più profondo del rapporto tra il cittadino e la giustizia, minando la fiducia dell'uomo  comune non nei giudici  o nella giustizia in generale, ma nel singolo giudice rispetto alla singola questione che lo coinvolge direttamente e che deve essere decisa. E' proprio facendo leva su quel rapporto che occorre invece ricostruire la credibilità della giurisdizione.  La formazione di due fazioni contrapposte tra i sostenitori del primato dell'una (la politica ) sull'altra (la legalità) è già di per se' un danno, un disastro sarebbe cercare la soluzione di questo conflitto attraverso la sottomissione di una delle due all'altra. Questa contrapposizione può essere superata solo rafforzando ciascun potere rispetto ai fondamenti della propria particolare fonte di legittimazione, i meccanismi del consenso e il rispetto delle regole per la politica, l' affidabilità, la chiarezza e la semplificazione del sistema delle leggi nonché la salvaguardia dell'indipendenza in un quadro leggibile e definito di doveri e competenze per quanto riguarda la magistratura. La semplificazione e la drammatizzazione al tempo stesso del problema della giustizia  riconducendolo per intero al conflitto tra magistratura e politica finisce così per essere forviante,  come sarebbe un errore pensare che la soluzione possa essere trovata nella  riduzione della autonomia e della indipendenza della magistratura. Sminare  il  terreno su cui rafforzare la credibilità della giurisdizione richiede però autocritica, senso del limite e capacità di autorinnovamento anche da parte nostra. Il più autorevole dei  richiami in tal senso ci è pervenuto  dal Presidente della Repubblica,  da ultimo nel giugno scorso, proprio in consiglio, quando con toni accorati ha evocato la "crisi di fiducia insorta nel paese per effetto di un funzionamento gravemente insoddisfacente, nel suo complesso, dell'amministrazione della giustizia e per effetto anche dell'incrinarsi dell'immagine e del prestigio della magistratura" cogliendo il nesso tra tale situazione e la inadeguatezza del quadro normativo, alla quale il legislatore colpevolmente non pone rimedio, ma sollecitando la magistratura ed il Consiglio ad "interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi e all'aggravarsi  delle insufficienze del sistema giustizia e anche su sue più specifiche responsabilità nel radicarsi di tensioni e opacità su piano dei complessivi equilibri istituzionali".

Nonostante ciò abbiamo  il dovere di riflettere pubblicamente sull'idoneità delle iniziative  adottate o prospettate a risolvere realmente i problemi della giustizia ed abbiamo  il dovere di riflettere su quello che possiamo e dobbiamo fare noi, come singoli e come ordine, per rinsaldare il prestigio e restituire credibilità  alla giurisdizione, attraverso il rafforzamento  dei fondamenti propri della sua legittimazione.

Una palingenetica riforma della giustizia promessa da tanto non sembra mai arrivare, ma in compenso si succedono nel tempo interventi settoriali ed annunci contraddittori, i primi insoddisfacenti ed i secondi forieri di insicurezza e di disagio. Per quanto riguarda il penale, urgenze immediate ed improvvise accelerazioni sono poi seguite da lunghe pause.  La grande fretta con la quale si era proceduto a varare l'iniziativa sulle intercettazioni (nel febbraio dell'anno scorso) è stata seguita dal silenzio, così come il ddl 1440 del luglio dello scorso anno, che tra l' altro sterilizza i poteri dei PM in favore di quelli della Polizia giudiziaria  è stato superato dall'urgenza del processo breve  che contende a seconda dei giorni  la palma della priorità  alla nuova normativa del legittimo impedimento per le cariche istituzionali , o alla reintroduzione dell'immunità parlamentare. Come Consiglio abbiamo formulato osservazioni puntuali sulle ragioni di preoccupazione sollevate da molte delle previsione contenute in quelle proposte e confidiamo ancora, per dovere istituzionale, che le nostre osservazioni possano essere prese in considerazione, allo stato dobbiamo registrare una perdurante situazione di incertezza e la mancanza di disegno sistematico in grado di restituire efficacia ed effettività alla giustizia penale.  Il 20 gennaio, nella sua relazione al Parlamento, il ministro ha indicato tra le priorità del 2010 della sua azione ministeriale  14 punti, richiamando per il penale la legge sulle intercettazioni, la riforma del processo  (cioè, sembrerebbe,  il ddl 1440) , il  processo breve, il nuovo piano antimafia. Questo sembrerebbe confermare la mancanza di  disegno sistematico. Non può rientrare per ragioni di tempo nell'economia di questo intervento la valutazione nel merito delle questioni attinenti le proposte in materia processuale o  sostanziale, ne' in civile ne' in penale,  mi preme solo ricordare come non corrisponda al vero la vulgata, ancora una volta
rilanciata con forza nell'opinione pubblica,  di una  costante bocciatura da parte del CSM delle proposte legislative. Tutte le volte (tutela dei soggetti deboli, stolking, gran parte delle proposte relative alla giustizia civile ) che abbiamo ritenuto che le norme si muovessero nel senso di un miglior servizio, abbiamo espresso ed argomentato il nostro consenso, non potevamo non esprimere le nostre riserve, sempre sotto la forma del parere, come previsto dalla legge, e nel costante rispetto delle prerogative del legislatore e dell'autonomia dell'esecutivo, quando le proposte ci sono sembrate contrarie al buon funzionamento della giustizia, buon funzionamento che implica corretta tutela dei diritti fondamentali.

Questo Consiglio si è trovato, all'indomani dell'approvazione della legge 111 del 2007, a confrontarsi con la più radicale trasformazione della disciplina dell'ordine giudiziario  della storia repubblicana, riforma dalla tormentata gestazione e dagli esiti solo parzialmente soddisfacenti, ma che il Consiglio si è impegnato ad attuare senza atteggiamenti elusivi e senza risparmio di energie. I dati relativi all'ultimo anno sono nella relazione scritta, la rivoluzione che ha investito la magistratura con l'attuazione del principio di temporaneità degli incarichi direttivi e semidirettivi e l'abbandono per le nomine  del criterio dell'anzianità; la radicale trasformazione del sistema delle  valutazioni di professionalità e il cambiamento delle procedure per i trasferimenti, ha investito direttamente o indirettamente tutti i giudici italiani. Non credo che vi sia magistrato che nello scorso biennio, a partire dalla fine del 2007, non abbia visto mutare in modo significativo il suo orizzonte giudiziario, perché direttamente investito dal cambiamento o perché ha visto cambiare il suo presidente di sezione, il suo presidente di tribunale, l'aggiunto o il procuratore. Vi è stato un ricambio di più del 60 % dei direttivi e del 50% dei semidirettivi con un significativo ringiovanimento della dirigenza, che specie nelle procure ha visto l'abbassamento della età media più o meno di un decennio. I numeri assoluti sono significativi e noti, quelli relativi al Lazio seguono il trend generale con 19 nuovi direttivi (sui 32 in organico) e 55 semidirettivi (sugli 87 in organico) dal 2007. E poiché gli uffici giudiziari sono ambienti ristretti nei  ciascuno conosce bene  il reale valore del collega accanto,  non ho timore di essere smentita nell' affermare  che, nel complesso, le scelte sono cadute anche in questo distretto su magistrati di  grande qualità.

Per quanto riguarda in particolare Roma, l'immissione di così tanti presidenti di sezione di ottimo livello, insieme agli altri 6 che presto sopraggiungeranno, consentirà alla  dirigenza di sfruttare  il prezioso patrimonio di esperienze e di energie nuove  per affrontare al meglio i giganteschi problemi di gestione di un ufficio come quello romano.  Sarà suo compito avvalersi con spirito collaborativo dell'opportunità offerta dal ricambio generazionale.

I trasferimenti ordinari hanno  visto nel corso di questa consiliatura una accelerazione evidente  , dovuta alla modifica della regolamentazione secondaria  che ha semplificato le procedure e ha finalmente riunito tutta la materia in una unica circolare. Per non parlare di altre cifre le procedure per la copertura dei  posti di primo e secondo grado (requirenti e giudicanti) delle principali pubblicazioni del  2009 sono già state definite in plenum con l'approvazione di 605 trasferimenti riducendo a poco più di tre mesi iter che in passato avevano richiesto anche più di un anno. Questo rende raggiungibile l'obbiettivo di pubblicare i posti vacanti di merito due volte l'anno (sarebbe auspicabile con cadenze regolari e prevedibili) sdrammatizzando notevolmente, attraverso la possibilità ravvicinata di una nuova domanda, il problema dei trasferimenti. La mobilità rimane tuttavia, a prescindere dall'efficienza consiliare, un problema drammatico in se'. Ad aggravarlo  sta il vuoto di organico e la particolarissima situazione delle Procure.

All'indomani dell'approvazione della legge di riforma dell'ordinamento giudiziario il Consiglio aveva segnalato con allarme il rischio di scopertura dei posti di procura, già in sofferenza specie nelle sedi del sud, in conseguenza delle limitazioni geografiche imposte ai trasferimenti (opportune, ma applicate con criteri quasi punitivi), e ai divieti  previsti per la destinazione dei magistrati in tirocinio. Più volte il consiglio è tornato formalmente a segnalare una situazione che  diventava sempre più ingestibile.

Oggi sentiamo dire dal ministro (che lo ha ribadito anche in forma ufficiale in parlamento)  che la scopertura delle procure dipende dalla scarsa generosità dei magistrati che non accettano posti "scomodi" e che il problema della scopertura delle procure è risalente e non attribuibile alle ultime modifiche. I dati smentiscono tale assunto: al 31 luglio 2006 erano vacanti su tutto il territorio nazionale 86 posti requirenti, al 31 luglio 2007 erano 68, al 31 luglio 2009 erano 249, alla fine del 2009 erano 275, più del triplo in tre anni e mezzo. Dimezzati del 50% sono i trasferimenti con mutamento di funzioni.
Negare l'effetto dirompente determinato  dalle modifiche normative sembra impossibile, come sembra impossibile negare la correlazione tra gli oltre mille posti vuoti in organico (che ieri erano esattamente 1128) e la stasi di otre due anni nell'espletamento di nuovi concorsi che fu voluta esplicitamente dal ministro della giustizia tra il 2002 ed il 2004.

Facendo ricorso al potere di proposta che l'ordinamento riconosce al consiglio, abbiamo recentemente sottoposto al ministro il problema della revisione delle circoscrizioni giudiziare sulla base di un'analisi ragionata delle dimensioni ottimali degli uffici e dei criteri ragionevoli di localizzazione dei Tribunali . Ci rendiamo perfettamente conto delle resistenze,  d'altro canto è diventato impossibile gestire uffici di piccole dimensioni compatibilmente con la griglia di vincoli (di destinazione a particolari uffici, di permanenza in essi, di incompatibilità alla trattazione di procedimenti) imposta dalla normativa processuale, da quella ordinamentale e da quella regolamentare di fonte consiliare. In questa sede si tocca con mano la difficoltà di gestione di uffici di proporzioni smisurate.
Proprio due giorni fa nel corso di una audizione alla camera sono state segnalate da componenti del consiglio le situazioni surreali che si stanno determinando specialmente nei piccoli tribunali, dove ad esempio più giudici sono assegnati obbligatoriamente al civile, magari controvoglia, mentre il presidente si dispera per la impossibilità di coprire con magistrati togati l'udienza monocratica  o di trovare un Gip non incompatibile per la celebrazione di un abbreviato.

Nei 14 punti che il ministro ha fissato quali priorità per il 2010 non abbiamo visto elencato il problema delle revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ma non perdiamo la speranza.

Il consiglio ha dato tempestiva attuazione anche alla riforma delle valutazioni di professionalità (aumentate nella quantità e nello scrupolo delle verifiche).  L'aumento delle valutazioni negative dalle 9 del 2006 alle 38 del 2009, a fronte di  1017  positive solo in questo ultimo anno denotano una maggiore attenzione ma non un atteggiamento punitivo e sono indice di un cresciuto approfondimento nell'esame degli atti che dovrebbe rassicurare e non intimorire i colleghi. Il consiglio, per far si che i magistrati possano essere più soddisfatti nell'apprezzamento dei loro sforzi, sta lavorando all'individuazione di standard di una laboriosità intelligente che non esiga dai singoli solo numeri, me ne valorizzi il lavoro.

Quindi un consiglio al quale non si può imputare inerzia e neanche inefficienza, a cui non si può rimproverare slealtà istituzionale per aver cercato di eludere l'applicazione delle leggi  ne' mancanza di leale collaborazione con i poteri dello stato, l'esecutivo per primo,  leale collaborazione costantemente offerta nella formulazione dei pareri e delle proposte, e in tutte le attività, di settima e di quarta commissione, strettamente connesse con i profili organizzativi e di funzionamento degli uffici.

D'altronde alla leale collaborazione e al senso istituzionale è ispirato tutto il circuito dell'autogoverno tanto che i componenti  del consiglio giudiziario di questo distretto mi hanno chiesto di rappresentare che, nonostante il disagio della maggioranza di loro,  rimarranno  in aula per tutta la durata della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario proprio per tale ragione.

Eppure intorno alla riforma del CSM,    nel suo ridimensionamento,  sembra ruotare la soluzione dei problemi della giustizia.

Un atteggiamento critico nei confronti del consiglio è diffuso anche tra i magistrati . Nessuna critica deve essere sottovalutata, occorrerebbe però considerare se malumori interni non si vadano  a saldare con una strategia esterna che attraverso la compressione dei poteri del consiglio mira a diminuire l'indipendenza dei giudici e a rendere più facile il loro condizionamento.

Proprio l'altro ieri abbiamo espresso in plenum le nostre considerazioni critiche sulla proposta di reintroduzione, tornando così sostanzialmente all'originario disegno di legge Castelli,  di una valutazione obbligatoria da parte della scuola incidente sulla nomina agli uffici direttivi e semidirettivi  e sulla  attribuzione al ministro, al momento del concerto, di una valutazione sulla capacità organizzativa del magistrato proposto per un incarico direttivo.  Questa è comunque la direzione in cui l'esecutivo si sta muovendo.

Alla nozione classica, derivata dall'impostazione dei costituenti e dal testo della carta, di indipendenza esterna (garantita proprio dal CSM, dalla sottoposizione del giudice solo alla legge, dal principio del giudice naturale ) e di indipendenza interna (garantita dall'inamovibilità, dalla differenziazione dei giudici solo per funzioni, dalla giurisdizionalizzazione della procedura disciplinare e così via) si è aggiunta una nuova accezione di indipendenza interna  he sarebbe l' indipendenza del magistrato dal condizionamento delle correnti che ipotecano sia la sua autonomia di giudizio che la sua progressione di carriera. Ed il condizionamento delle correnti troverebbe nel consiglio il suo fortino ed il suo presidio. Non  credo che sia  questo il problema della giustizia e che sia  neanche il problema principale della magistratura e credo che assecondare questa ricostruzione forzata e schematica sia una trappola nella quale sia sbagliato  cadere.

Voglio parlare allora in modo diretto del problema  del condizionamento delle correnti. Si parla di "degenerazione correntizia" come una volta si parlava di "servizi deviati" e di "apparati paralleli", ma credo che a volte se ne parli a sproposito e qualche volta a giustificazione postuma di scontenti e delusioni personali.
Non voglio qui ricorrere alla contrapposizione tra la nobiltà   della dialettica  degli orientamenti culturali, che le diverse articolazioni dell'associazionismo giudiziario dovrebbero esprimere  nella loro forma più alta, a fronte della miseria delle cordate per le raccomandazioni, che ne costituirebbero il cascame nella ricaduta della gestione quotidiana del potere consiliare, e che si manifesterebbe soprattutto (ma non solo ) nel conferimento degli incarichi direttivi.
Stiamo ai fatti :  in questa consiliatura si sono costituite per le nomine per lo più  maggioranze variabili e possiamo dire che questo consiglio non ha sofferto delle situazioni contingenti che ingessarono il precedente in una  contrapposizione pressoché fissa, nella quale finiva per essere determinante la scelta dei consiglieri laici della maggioranza di quegli anni; il numero delle nomine è stato elevatissimo e nella trattazione delle pratiche è stato seguito l'ordine progressivo secondo un criterio predeterminato tenendo conto via via del completamento della procedura istruttoria da parte dei consigli giudiziari.  Non credo che esista mente di scacchista così geniale in grado, in questo quadro, di predisporre ogni singola mossa in modo che accordi strategici ed incrociati garantiscano il soddisfacimento degli appetiti di ogni singola componente del consiglio su ciascuna delle nomine.
Certo le correnti esistono, non sono solo  una linfa vitale  della vita associativa e del  dibattito culturale, qualche volta pesano anche sulla singola decisione e  accade che pesino in eccesso, ma sarebbe un errore qualificare sempre come "degenerazione correntizia" il prezzo della collegialità, perché ogni decisione collegiale è strutturalmente una decisione, in senso positivo, di compromesso. Ancora una volta mi viene in mente G. Zagrebelky ed il suo prezioso volumetto "principi e voti",che è una importante riflessione sulla collegialità.  L'autogoverno consiliare è retto da una regola democratica di nomina e da una regola collegiale di decisione e la democrazia e la collegialità dovrebbero essere antidoti  dell'arbitrio.

La designazione dei consiglieri obbedisce ad un principio di delega della rappresentanza attraverso il voto le cui regole possono essere cambiate, ma la rappresentanza per aggregazioni e non per leaderismi personalistici a me sembra più una garanzia che un pericolo.  Le modalità di selezione della dirigenza degli uffici da parte del consiglio  imbriglia la discrezionalità in un reticolo stretto di regole, che parte dall'autogoverno periferico dei consigli giudiziari, ma implica comunque un margine di opinabilità rischioso, ma io invito tutti a comparare il nostro sistema di selezione della dirigenza, con quello che caratterizza altri settori dell'amministrazione, penso alla dirigenza delle strutture sanitarie, ai professori universitari, al personale diplomatico, alla rete delle prefetture, penso anche alle altre magistrature e mi domande se esista in natura, o possa essere immaginato, un sistema più attento ai valori reali delle persone, fondato su principi diversi dalla  democrazia e dalla collegialità.

Questo non vuol dire che niente debba essere cambiato come non vuol dire che prima o poi qualcuno non decida per noi un sistema di selezione della dirigenza che ne faccia a meno, ma non credo che quello sarà un buon giorno.

Piuttosto, poiché tutte le  cose hanno un loro ciclo vitale e la medesima esigenza può nel tempo essere soddisfatta da risposte diverse, sta alla magistratura ripensare, se vuole, le proprie forme di aggregazione e le modalità di espressione delle diversità che la fanno ricca di apporti culturali, e alle correnti sta la responsabilità  di  non condizionare le scelte dei componenti eletti con l'apporto determinante del loro sostegno. Ma sta soprattutto ai singoli consiglieri assumere la responsabilità di osservare nei fatti le norme e i criteri di valutazione, che naturalmente ignorano i legami associativi, quando applicano le regole che con tanto scrupolo e dettaglio si sono dati.
Che poi l'antidoto alle "degenerazioni correntizie" stia nell'aumento  della componenti laica, mi sembra una negazione del principio del governo autonomo,  ma anche una sorta  di contraddizione in termini, volendo curare la malattia (la politicizzazione della magistratura) con una dose massiccia del suo principio attivo. Io credo che l'esperienza concreta della vita consiliare renda ancora più evidente la paradossale pretesa di diminuire le "torsioni" delle decisioni ad interessi di parte attraverso l'aumento dei componenti laici. Certo anche in questo caso conta il comportamento individuale, quello del politico che "spinge" per la nomina di questo o quel magistrato, ma ancora di più quella del magistrato che tale attenzione sollecita a volte con eccessiva leggerezza.
La filiera del clientelismo e le raccomandazioni politiche esistevano prima ed indipendentemente dalle correnti, fonti documentali lo dimostrano ampiamente, quello che dobbiamo riconoscere è che le correnti, nate anche per arginarle, hanno in questo sostanzialmente fallito e non sono state in grado di porvi definitivo rimedio. Questo e non altro deve essere il tema di riflessione nella magistratura, nell'associazione e nel consiglio.

Se la colpa del consiglio non è allora la sua inefficienza, qualcuno sostiene che sia la sua alterigia, la sua pretesa di farsi "terza camera" attraverso i pareri e  divenire protagonista dello scontro  con la  politica attraverso le pratiche a tutela.  Ma sia le prime che le seconde non sono arbitrariamente esercitate: i pareri sono previsti espressamente dalla legge del 1958 e le pratiche a tutela, sul cui fondamento costituzionale non si dubita, sono ora  disciplinate dalla modifica regolamentare  approvata lo scorso  anno che  le prevede " a fronte di comportamenti lesivi dell'indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria". (21bis)
Diversamente da quanto si tende a far credere, di questo strumento il consiglio ha fatto un uso estremamente parsimonioso. Nello scorso anno solo in 9 occasioni, in due delle sue quasi duecento sedute, il  plenum è stato investito  della discussione  e solo in sette casi si è pervenuti ad una delibera di tutela.  Credo che si possa parlare, confrontando queste iniziative con la pluralità e aggressività degli attacchi, di un uso estremamente misurato di uno strumento della cui importanza siamo tutti consapevoli.

A luglio il consiglio toccherà il traguardo del quadriennio. Le buone ragioni che ci hanno  mosso in questi anni sono  le stesse che inducono ciascun collega tutti i giorni, nonostante le difficoltà, le delusioni ed il disincanto, a continuare nel proprio lavoro con impegno e rigore e che attirano ancora in magistratura giovani capaci e preparati. Per questi giovani e per  continuare a poter dire che la nostra indipendenza è la garanzia di chi non ha altra protezione che la legge  non possiamo che continuare, ciascuno nel proprio ruolo,che ad obbedire al nostro dovere.
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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Milano

Relazione dr. Giuseppe Maria Berruti
Consiglio Superiore della Magistratura

Milano 30 gennaio 2010


Signor Presidente, Signor Procuratore Generale, Eminenza, signor Presidente della Regione e signor Sindaco, autorità, signore e signori,

partecipare alla inaugurazione dell’anno giudiziario da parte di un componente del Consiglio Superiore della Magistratura  a pochi mesi dalla scadenza costituzionale dell’organo, ed a Milano, implica riflessioni riepilogative e prospettiche.

Il Consiglio che ho l’onore di comporre è stato chiamato ad esercitare la sua funzione in una fase storica nella quale, come sappiamo e come è bene tenere a mente, Milano, cioè la giurisdizione  Milanese, è  al centro della attenzione e delle preoccupazioni. Perché ha dato luogo ad una serie di interventi del Consiglio, anche attraverso le cosiddette pratiche a tutela, e perchè la vicenda della grande politica nazionale ed  il suo rapporto  con  la funzione della giustizia, sono passati e passano per questa terra che da sempre nella nostra storia genera protagonisti, idee, e cambiamento.

Dunque da parte di chi, come me, vive con grande  partecipazione la avventura intellettuale   della autoriforma della Magistratura, parlare a Milano significa anche  parlare di Milano.

Il Consiglio, per ovviare ad un uso che nel tempo era divenuto disordinato e giuridicamente poco compatto, ha modificato il suo regolamento sulle pratiche a tutela, procedimenti attraverso i quali esso verifica se le critiche o gli attacchi rivolti ad una decisione superano il confine, sempre più avanzato in una società libera che accetta che di tutto si discuta, che li tramuta in lesione della credibilità della funzione giudiziaria. In questo caso soltanto il Consiglio manifesta al giudice  in  questione,  semplicemente il suo rispetto. Fermo il diritto di critica, il Consiglio si occupa della funzione giudiziaria. In particolare quando la critica o l’attacco alla decisione vengono da centri e da personalità politiche di grande rango. In tal caso il conflitto tra la fragile autorevolezza formale della sentenza, e la forza  del consenso che legittima la politica, può determinare nell’ opinione pubblica, che non discerne l’ innaturalezza di una simile comparazione, la caduta  della credibilità della funzione giudiziaria.  Dunque il Consiglio, senza toccare il merito della questione dice, beninteso quando è il caso, che essa  è atto della giurisdizione. In questo modo il Consiglio, che è interlocutore istituzionale necessario in tutto ciò che riguarda la magistratura, afferma la credibilità del giudice.

Il Consiglio ha dato i pareri sulle leggi di interesse ordinamentale.  Il Consiglio governa la magistratura, dunque deve dire se una norma sulla quale ancora si sta lavorando, per le ricadute organizzative oppure per la difficile realizzabilità della sua ratio, mette in pericolo i fini di giustizia ai quali pure è ispirata. In questa funzione il Consiglio muove dalla Costituzione.

Il Consiglio per la sua composizione e per le istanze dalle quali nasce, conosce la forza delle domande che si muovono verso i giudici, perciò è in  grado di dire se una legge potrà tenere fede ai suoi  obbiettivi.

In questo tipo di operazioni il Consiglio svolge una funzione di ausilio verso l’ordinato assetto delle istituzioni, senza sostituirsi ad altri poteri e  meno che mai al giudice delle leggi. La sua attività é preventiva. Il suo interlocutore è il Ministro della Giustizia, il quale può, se crede, versare quel contributo nel suo lavoro, oppure proporlo al Parlamento.

Il Consiglio non si contrappone ad alcun potere. Offre la sua partecipazione rispettosa all’armonia del sistema, sapendo bene di non essere organo di rappresentanza della Magistratura, ma di integrare un sistema che si basa sul potere del singolo giudice di interpretare la legge in modo indipendente da qualunque  potere, e che pertanto richiede una interlocuzione istituzionale consapevole dell’ indipendenza.

Tutto ciò sforzandosi sempre di muovere dagli  indirizzi del suo Presidente, il Capo dello Stato.

Questo é avvenuto anche con il parere dato sul decreto legge relativo al cosiddetto processo breve. Mediante il quale il Consiglio, lungi dal sostituirsi al giudice delle leggi, ma nello spirito della leale elaborazione tra istituzioni costituzionali, che non può escludere una rispettosa dialettica, ha rappresentato le criticità dell’intervento e le difficoltà del suo funzionamento nella stessa direzione voluta dal Governo. 

Il Consiglio ha affrontato la rivoluzione degli incarichi direttivi. La legge ha tolto l’anzianità come criterio autonomo. Ha lasciato, a risolvere le comparazioni, i soli criteri del merito e delle attitudini. Ne è derivato non tanto, come si ripete in modo oggettivamente diffidente, un aumento della discrezionalità a disposizione del Consiglio (nulla di strano a mio avviso atteso il suo rango costituzionale), ma sopratutto la necessità di giudicare  i magistrati in comparazioni vere, voglio dire compromettenti per chi le compie, dal momento che non vi è più  la  possibilità della scelta deresponsabilizzante del più anziano, in quanto tale.

E’ difficile dire quale sia l’attitudine migliore a dirigere, soprattutto tenendo presente  che deve trattarsi di attitudine concreta, cioè riferita ad un ufficio,e non  di attitudine astratta, quasi fosse  qualità immanente in un soggetto. Ed è difficile dire che tizio è meno bravo di altri, in una magistratura non abituata ad essere giudicata per i suoi risultati. O peggio, abituata al giudizio scontato di chi è condannato o di chi perde la causa.

Sei giudice, dunque sei giudicato,  principio antico, ma difficile. Anche perchè ragioni ricorrenti possono spingere i magistrati a vedere nella Costituzione sopratutto uno strumento di difesa. Abbiamo una  tradizione di uso difensivo della Costituzione, perché a volte solo i suoi principi e la sua struttura rigida hanno impedito diminuzioni dell’ indipendenza del giudice. Ma detto questo siamo tutti convinti che molto deve essere cambiato nell’ organizzazione della giustizia, nella struttura dei processi, ed anche   nella deontologia e nel modo di porsi dei magistrati di fronte ai diritti, per rispondere alle domande della  modernità.

L’efficienza dei processi è questione centrale. Oggi il sistema non funziona. E la indicazione delle responsabilità è esercizio inutile.

Osservo con preoccupazione che, su questa strada, se un giorno, sciaguratamente si spingesse il paese a scegliere, in una contrapposizione abnorme, tra i principi di indipendenza che connotano la  giurisdizione ordinaria ed  una giustizia resa comunque in tempi accettabili, io non ho dubbi sull’esito della scelta. L’abnormità, ripeto, ed anche la malizia  di chi ponesse l’alternativa, non varrebbero.

Allora i magistrati debbono capire che l’efficienza è oggi uno dei fondamenti della loro credibilità. E poiché chi fa il mio mestiere sa benissimo quanto lavorano i  magistrati  e con loro gli avvocati ( mi piace parlarne dal momento che essi sarebbero  vittime dello stesso abnorme dilemma) allora a me pare che l’efficienza è questione di cui  essi debbono occuparsi. Nel modo che possono, e cioè lavorando su quanto essi possono fare  nei limiti dei nostri insufficienti processi.

Dunque la nuova disciplina sulla dirigenza degli uffici, che è completata dalla temporaneità degli incarichi, i quali  appunto perché non più “a vita”  attribuiscono una funzione,  è servita al Consiglio per chiedersi, nelle  specifiche realtà, che tipo di dirigente oggi è in grado di organizzare le sue risorse mantenendo la consapevolezza della specificità del processo. Che è meccanismo di accertamento anzitutto, e non mero procedimento da esaurirsi entro un termine,  a prescindere dalla sua effettività di giustizia. Dunque il Consiglio ha spinto, applicando la riforma, verso un tipo di dirigente capace di vedere  nelle leggi   ogni possibilità propositiva. Il ringiovanimento dei ranghi dei direttivi, voluto dalla legge, è,oramai, realtà positiva.

In questo senso ho parlato di autoriforma. Perché la legge non è stata rifiutata come poteva accedere, per il suo costo, perché non dirlo, anche elettorale da parte di un organo che vive di ricambio, appunto, elettorale. E’ stata applicata, con  fatica, nell’ottica della modernizzazione. 

La trappola che la storia aveva teso al Consiglio imponendogli l’attuazione di una riforma   non accettata da molti magistrati, e ponendolo  nella strettoia dell’ incertezza dei criteri da applicare , è stata evitata  rammentando anzitutto la Costituzione.  I magistrati sono tutti eguali nel loro rapporto con la legge. Essi si distinguono tuttavia, per le funzioni che esercitano. Dunque il riconoscimento di una attitudine ad uno anziché ad un altro, è coerente con l’ eguaglianza. Vi é un magistrato che a tempo determinato dirige altri magistrati  e che verrà giudicato anche per il risultato del suo lavoro.

Accenno solo alla attività della sezione disciplinare. L’introdotta tipizzazione ha reso necessaria una messa a punto dei criteri di incolpazione. Dall’antica lesione del prestigio e del decoro della magistratura si è passati ad ipotesi di illecito definite.  Non è questa la sede per una valutazione del cambiamento. Ciò che a me preme notare è che l’articolazione giudiziaria del CSM sta facendo la sua parte, rispondendo in modo celere, e riscrivendo la deontologia del magistrato.

Un cambiamento il Consiglio lo ha chiesto con una specifica risoluzione. Esso riguarda l’assetto delle circoscrizioni giudiziarie che, si dice, risale all’Unita di Italia, alla legge Rattazzi del 1875. Io osservo che la legge Rattazzi rinunciò esplicitamente a cambiare la geografia che trovava, perché il nuovo Stato alla razionalità della sua organizzazione dovette preferire l’unità politica e  la pace sociale. Dunque l’unità del paese non toccò l’assetto giudiziario preunitario. Che è giunto sostanzialmente immutato fino a noi. Il Consiglio comprende la difficoltà di cambiare una organizzazione superata ma   che coagula tanti interessi a sua difesa.

Ma un Paese che non ha meno magistrati dello standard europeo non può impiegarli come se oltre un secolo non fosse passato ,e come se nulla in questo tempo fosse accaduto, nella economia, nella tecnologia, nell’ordine sociale e cultuale del Paese. Usciamo dalla legge Rattazzi, è ciò che ha chiesto il consiglio, questa volta all’unanimità.

Il Consiglio non è un attore politico. Non svolge alcun ruolo nella competizione politica. Fino a che si riterrà che l’indipendenza della magistratura debba essere conservata, la credibilità di questo principio dovrà, a mio parere, riposare su un organo di governo di rango costituzionale, autonomo a sua volta, e riconosciuto interlocutore istituzionale. Ed è in questa linea che il Consiglio ha offerto la sua collaborazione.

Signor Presidente, nella consapevolezza delle difficoltà del momento ma anche della assoluta necessità di affrontarne la grandezza con la necessaria umiltà, a nome del Consiglio Superiore della Magistratura, formulo a Lei, alla Curia ed al Foro milanese, gli auguri di buon lavoro.
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