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Il processo alla donna è una prassi costante. La vera imputata è la donna, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale

Tina Lagostena Bassi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 18/05/2010 @ 20:21:57, in Varie, linkato 1462 volte)
OPERA: LUNEDĚ INCONTRO ALEMANNO-FRACCI

 
«Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha sentito telefonicamente la signora Carla Fracci e, insieme, hanno concordato un incontro fissato per lunedì 24 maggio alle ore 15.00, in Campidoglio».

Lo rende noto Simone Turbolente, portavoce del sindaco di Roma, Gianni Alemanno.


Il precedente comportamento criticabile della antica danzatrice ...

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Aldrovandi: poliziotti condannati querelano madre?
Spero in ravvedimento


Ferranti: querele fini a se stesse sarebbero molestia giudiziaria

“A tutto c’è un limite, mi auguro che i  tre poliziotti già condannati in primo grado per la morte del giovane Aldrovandi ritirino la denuncia nei confronti della madre del giovane ucciso.

Sarebbe un gesto di ravvedimento: ostinarsi in querele fini a se stesse può assumere i contorni della molestia giudiziaria.”.

Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti commenta la notizia della querela, da parte dei tre poliziotti condannati in primo grado per la morte di Federico Aldrovandi, della madre del giovane, Patrizia Moretti, per alcune sue affermazioni ritenute diffamatorie, in un'intervista nel 2008.

Roma, 17 maggio 2010
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Di Loredana Morandi (del 18/05/2010 @ 12:46:36, in Magistratura, linkato 1432 volte)
L’intervista Il padre della riforma penale rimasta nel cassetto: sistema schizofrenico

«Carceri, con il mio codice
non sarebbero al collasso»

Nordio: clandestinità? No al reato, sì ai respingimenti
Pm Il procuratore aggiunto Carlo Nordio rifece il codice penale


VENEZIA—«Con il codice che avevamo consegnato nelle mani del ministro della giustizia Castelli quattro anni fa il problema del sovraffollamento delle carceri sarebbe stato ridimensionato di molto perché avevamo previsto un sistema alternativo al carcere per i reati minori e una forte depenalizzazione per i reati bagatellari. Tanti degli attuali detenuti avrebbero scontato la pena all’esterno o non sarebbero stati neppure processati». Nel 2006 il codice Nordio avrebbe dovuto riformare la legge penale. Era stato consegnato nella mani dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli ma il varo non è mai arrivato. E’ rimasto lì, nel cassetto, nonostante i quattro anni di lavori dell’apposita commissione, presieduta appunto dall’attuale procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio.

Dottor Nordio, il procuratore Vittorio Borraccetti vuole limitare le carcerazioni. Per i reati di competenza del giudice monocratico gli arrestati in flagranza di reato non devono passare per gli istituti di pena. Cosa ne pensa?

«Giustissimo e non tanto perché Borraccetti è il mio capo. Il nostro codice andava oltre. Il principio che noi abbiamo seguito è quello delle pene che non devono esaurirsi nella custodia carceraria, dimostratasi in molti casi peggiorativa delle capacità a delinquere dell’imputato. La sanzione deve piuttosto comprendere uno spettro di alternative alla galera che vanno dalle detenzioni domiciliari ai lavori socialmente utili alle interdizioni a certe attività. Sanzioni che dovrebbero essere scontate completamente dal condannato. Oggi la situazione è invece schizofrenica».

Schizofrenica in che senso?

L'articolo prosegue sul Corriere del Veneto



«Se per esempio tre persone rubano uno shampo staccando la placca oggi rischiano fino a 10 anni di carcere e per gli agenti è obbligatorio l’arresto in flagranza. Se poi il pm ritiene che la pena da infliggere sarà esigua e quindi sospesa, li deve liberare immediatamente. C’è dunque l’obbligo dell’arresto e l’obbligo della liberazione. Schizofrenia pura. Noi invece abbiamo detto: abbassiamo le pene edittali, sostituiamo il carcere con altre misure e si scontino per intero. Imbratti un muro? Non sei mesi con la condizionale ma rifai altri dieci muri della città ».

Il cittadino vede nella libertà di chi commette un piccolo furto una legittimazione dell’impunità?

«E’ il frutto di una cattiva educazione. Il cittadino deve sapere che è prevista la presunzione d’innocenza e che la carcerazione prima del processo deve essere prevista solo in casi eccezionali. Il nostro paese vive il paradosso che manda in carcere prima del processo e scarcera dopo la condanna per varie ragioni. Sono certo che il cittadino preferirebbe per i piccoli reati una pena alternativa a due giorni di carcere e basta, come se non fosse successo alcunché».

Nuove carceri?

«Impossibile costruirne perché non ci sono fondi e perché nessuno le vuole in casa propria. Sono come le centrali nucleari. Poi servono anni e una struttura di supporto di polizia penitenziaria che al momento non siamo in grado di mantenere. Questa è un’altra schizofrenia del nostro ordinamento, che prevede il carcere per un’infinità di reati ma non le carceri per scontare le pene».

E’ d’accordo con chi vuole far scontare le condanne degli stranieri nei paesi di provenienza?

«Certo. Oggi tutti riconoscono ammettono che l’immigrazione clandestina è fonte di grandissima criminalità, come ha ribadito in questi giorni il questore di Treviso: a un aumento delle espulsioni effettive è corrisposta una diminuzione dei reati. Quando la questione viene affrontata in termini politici e di sicurezza in modo rigoroso, la misura funziona. A noi un carcerato costa x, alla Romania, per esempio, costa x diviso 5. Di più: in termini economici ci converrebbe addirittura tradurli nei loro paesi e contribuire al costo di mantenimento in quelle carceri. Qui però il problema è all’origine: bisogna impedire che il clandestino arrivi in Italia. Se salpa dal Mediterraneo del Sud una carretta, non va di Grecia, viene qui. Ora succede un po’ meno, grazie alle politiche sull’immigrazione adottate dal governo».

Condivide i respingimenti del ministro dell’Interno Roberto Maroni?

«Sì, una scelta che ha avuto un grande successo».

Toglierebbe il reato di clandestinità?

«Tanto sono rigido in materia di sicurezza quanto sono garantista in materia di giustizia. Io dico che il clandestinio non deve entrare in Italia e se cerca di entrare dev’essere respinto. Ma una volta entrato è assurdo che venga sottoposto a un processo che si concluderà al massimo con la condanna a un’ammenda. Ammenda che non sarà in grado di pagare perché, naturalmente, è un clandestino. Ripeto: schizofrenia».

Andrea Pasqualetto
18 maggio 2010
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NASCE L’ UNIONE SINDACALE DI BASE


ROMA, 23 MAGGIO 2010 – Ore 9.30
Teatro Capranica, Piazza Capranica 101


“CONNETTI LE TUE LOTTE”, è l’energico ed inequivocabile slogan che accompagna la nascita di USB, Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione sindacale che sarà varata nel congresso di fondazione del 21-23 maggio 2010.

644 delegati, in rappresentanza dei circa 250.000 iscritti a RdB, SdL ed a consistenti realtà categoriali e territoriali provenienti dalla CUB, si riuniranno per dare vita al “sindacato che serve ai lavoratori”: un’organizzazione generale, indipendente e conflittuale, già diffusa in tutti i settori del mondo del lavoro e in tutto il territorio nazionale, che intende costruire l’alternativa concreta, radicata e di massa, al sindacato concertativo storico.

Alla giornata conclusiva del congresso, che si terrà il 23 maggio a Roma presso il Teatro Capranica, parteciperanno soggetti sindacali particolarmente interessati al percorso unitario, tra i quali SNATER, Or.S.A. e Slai Cobas. Hanno inoltre assicurato la loro presenza rappresentanti delle forze politiche e sociali.

La nuova confederazione nasce forte della storia, del radicamento e della rappresentatività delle organizzazioni che in essa confluiranno, già firmatarie di numerosi contratti collettivi nazionali di lavoro. USB è frutto di un percorso, avviato già con la prima assemblea milanese del maggio 2008, durante il quale sono stati verificati i tratti comuni e rimossi quegli impedimenti che hanno fin qui ostacolato l’unificazione del sindacalismo di base.

USB avrà una struttura confederale articolata sul territorio nazionale, regionale e provinciale ed una forma snella e pratica, prevedendo due macro-aree intercategoriali (il settore pubblico e il settore privato) sulla scia di quanto già avvenuto in molti paesi europei come Germania e Grecia.

Al contempo, USB intende mantenere e rafforzare il suo radicamento nei luoghi di lavoro e predisporrà la sua presenza nei territori in modo da rispondere adeguatamente alle istanze di “Uguaglianza, Solidarietà, Bisogni” provenienti non più solo dai segmenti classici del mondo del lavoro, ma anche da quelli di “nuova generazione”: i precari, i migranti, i disoccupati e coloro che non hanno un reddito o sono senza casa. Alla confederazione aderiscono in forma associativa l’AS.I.A. associazione per il diritto alla casa, e l’organizzazione dei pensionati. Grande importanza sarà data anche ai servizi, attraverso efficienti servizi fiscali, di patronato, uffici vertenze e legali, sportelli migranti.

Roma, 14 maggio 2010

Guarda il video USB: http://www.youtube.com/watch?v=rnGlWk0AFWI&feature=related
Ascolta lo spot radiofonico: http://www.youtube.com/watch?v=8MPEJCfxcUE&feature=related
Sito in preparazione www.usb.it
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forum sicurezza e giustizia

Borraccetti: «Basta tossicodipendenti in carcere».
Casellati: «Ci pensiamo»

Circolare sui reati minori, il sottosegretario al procuratore: «Nessuna ispezione, il ministro è con lei».
E sul Due palazzi: «Peggio di Poggioreale»

Dopo la circolare emanata dal procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti, che ha sollevato il problema del sovraffollamento delle carceri, il Corriere del Veneto ha voluto organizzare un forum per approfondire il tema della sicurezza e della giustizia. Sabato in redazione, oltre al procuratore, il sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Casellati (Pdl), il consigliere regionale Piero Ruzzante (Pd), il segretario nazionale del Sap Michele Dressadore e l’ex generale dei carabinieri Eduardo Sivori.

Procuratore la sua circolare sta facendo molto discutere. Ne è pentito o sempre convinto?

VITTORIO BORRACCETTI: «Non ritengo di aver fatto niente di originale. La direttrice del carcere di Santa Maria Maggiore (Irene Iannucci, ndr) mi aveva ripetutamente segnalato una situazione di emergenza, con note che mi arrivavano tutti i giorni: diceva non che non c’erano più posti in carcere, ma che non c’erano più materassi per mettere le persone a dormire nei luoghi diversi dalle celle, quelli di socializzazione e non destinati a ospitare i detenuti. Ho fatto l’unica cosa che era nelle mie possibilità, ho cercato di agire sul turn-over, cioè su quel numero di detenuti che va in carcere, ci sta pochi giorni e poi esce perchè il giudice o assolve o concede i benefici della condizionale oppure non emette la misura cautelare. Ho ricordato due norme vigenti. La prima sugli arresti in flagranza per i reati di competenza del giudice monocratico prevede che la polizia giudiziaria presenti direttamente l’arrestato davanti al giudice e lo porti in carcere solo se lo ordina il pm. La seconda dice al pm: se non trovi ragioni per chiedere la misura cautelare al giudice, libera. E io l’ho ricordata ai sostituti. Negli anni passati avevo già fatto una cosa del genere, la questione era stata affrontata più volte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza, sempre con questa impostazione. Mi pare che gli altri procuratori facciano la stessa cosa, è conforme alle norme di legge».

ELISABETTA CASELLATI: «La circolare non era nota al ministero ma quando l’ho vista non ho avuto nulla da eccepire, è un’applicazione delle norme vigenti, il mio punto di vista e quello del governo è che sia corretta. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non ha nessuna intenzione di inviare gli ispettori, perchè il provvedimento fa riferimento a un problema che anche per noi costituisce un’urgenza sociale. Tant’è che abbiamo dichiarato lo stato di emergenza per le carceri, scegliendo forse la strada più difficile per farvi fronte, la ristrutturazione edilizia, e non la via che negli ultimi sessant’anni è sempre stata percorsa, quella degli atti di clemenza. Abbiamo visto che comunque le carceri poi si ripopolano, optando dunque per un progetto strutturale che potesse reggere nel tempo. Ogni mese c’è un ingresso di circa 700 carcerati, la situazione è drammatica, anche sul fronte della funzione rieducativa. Chiunque deve scontare il proprio debito nei confronti dello Stato, ma il carcere deve svolgere anche un compito di reinserimento: se c’è sovraffollamento è molto più difficile espletarlo».

Aspettando le nuove carceri, cosa si può fare per gestire l’emergenza?

«C’è il disegno di legge sull’ultimo anno da scontare ai domiciliari in discussione alla Camera, che dovrebbe portare fuori dagli istituti di pena italiani almeno 5 mila detenuti (700 in Veneto, ndr). La valutazione la faranno i magistrati di sorveglianza, che però su questa norma mi hanno molto sollecitata e questo la dice lunga sul fatto che verrà applicata. E poi ci sarà la messa in prova, oggi stralciata perchè necessita di maggiori approfondimenti, infine confido in una revisione dei codici penale e di procedura».

Quali misure contempla per il Veneto il piano carceri?

L'articolo prosegue sul Corriere del Veneto


«Padova soffre molto, sono preoccupata, dobbiamo ampliare il circondariale. Sono andata di recente a visitare Poggioreale, considerato l’esempio negativo delle carceri italiane, e devo dire che il reparto "Napoli", il più disagiato, è messo meglio del reparto padovano che ho visto io. Il direttore di Poggioreale mi ha accolta dicendomi: "Qui è un disastro". Quando ho visto sette letti al massimo in celle abbastanza capienti, ho risposto: «A Padova siamo messi peggio». E così ho chiesto al governo 10 milioni di euro per finire il Due Palazzi. Il piano prevede poi posti in più a Rovigo e un carcere nuovo a Venezia».

La stessa problematica vista dal centrosinistra?

PIERO RUZZANTE: «La circolare di Borraccetti è perfettamente in linea con quanto prevede la Costituzione, che dice: la pena non sia inumana e soprattutto il carcere tenda alla riabilitazione del detenuti, restituisca non dei laureati del crimine ma persone migliori, che non delinquano più. Dobbiamo partire da questo presupposto, altrimenti avremo fallito. Il 69% dei reclusi usciti di cella dopo l’ultimo giorno di pena tornano a compiere reati. E’ invece recidivo solo il 19% di coloro che nella fase finale della detenzione vengono affidati in prova a servizi, inseriti in contesti educativi, lavorativi e culturali».

Quali errori ha commesso, in tema di sicurezza, il centrosinistra?

«Su questi temi non c’è uno spartiacque tra centrodestra e centrosinistra, tanto è vero che io e la senatrice Casellati abbiamo votato insieme l’ultimo indulto».

ELISABETTA CASELLATI: «Sì, un errore».

PIERO RUZZANTE: «Vabbè, un errore, però l’abbiamo votato».

VITTORIO BORRACCETTI: «No l’errore è come l’avete concepito, non l’indulto in sè, perchè vi sono stati inseriti reati molto gravi, come l’omicidio, e ne sono stati esclusi altri meno gravi».

PIERO RUZZANTE: «Il problema non si risolve semplicemente costruendo nuove prigioni. Non basteranno mai se continuiamo a produrre leggi che portano in cella gente che non ha commesso reati, come i clandestini. Bi sogna poi considerare il reato e la pericolosità sociale del suo autore, perchè molti detenuti possono essere avviati a misure alternative, in quanto non rappresentano una minaccia per la comunità».

I sindacati di polizia dicono che la circolare-Borraccetti delegittima il lavoro delle forze dell’ordine. In che senso?

MICHELE DRESSADORE: «Ha una ricaduta negativa sotto l’aspetto che a noi interessa, quello pratico: in attesa della direttissima, l’arrestato non associato al carcere dev’essere sorvegliato dalla pattuglia che l’ha preso, così sottratta al controllo del territorio. A cascata il problema delle carceri ce lo troviamo in mano noi e la cosa ci mette in grave difficoltà».

VITTORIO BORRACCETTI: «Una pattuglia che compie l’arresto non può tornare subito sul territorio, deve portare il soggetto preso in flagranza in questura e adempiere a tutti gli atti che servono».

MICHELE DRESSADORE: «Questo fa emergere in maniera ancora più eclatante i difetti del sistema che stiamo lamentando da tempo. Non c’è un’altra persona che possiamo richiamare per fare la vigilanza, anche completati gli atti il personale deve rimanere a vigilare l’arrestato o il compito passa ai colleghi del turno successivo, distolti dal controllo del territorio. Questi sono gli organici e poi dagli anni ’90 c’è stata una specie di dismissione delle celle di sicurezza, già brutte prima, perchè l’idea era che gli arrestati in flagranza dovessero andare in carcere. Adesso le celle di sicurezza, circa due per questura, vanno riadattate, ma resta una soluzione per la quale non siamo attrezzati, non siamo in grado di dare i pasti. O li pagano gli agenti, come succede nel 99% dei casi, oppure si dovrebbe farli arrivare dall’amministrazione penitenziaria, ma per poche ore di permanenza non vale la pena».

VITTORIO BORRACCETTI: «Parliamo di arrestati in flagranza per reati minori, assistiti dalla presunzione della non colpevolezza, quindi il punto è di non mandarli in carcere se non è necessario. Abbiamo da anni un sistema nato per evitare che vadano in cella se il pm non dispone in tal senso, con un duplice scopo: non far provare il trauma della prigione a persone che potrebbero essere scarcerate due giorni dopo, perchè assolte o condannate a pena minima o arrestate in assenza dei requisiti, e di non intasare le case circondariali. Qui parliamo di diritti delle persone, di norme di legge: tutto il resto, comprese le rivendicazioni sindacali e la difficoltà di avere celle di sicurezza e personale necessario alla vigilanza, vengono dopo. Dovete mettervi in testa questo, perchè questo è lo stato di diritto. Non potete dire non osservo la legge perchè mi dà fastidio omi crea problemi, non accetto che qualcuno possa dire la legge c’è ma non la osservo perchè non ho le camere di sicurezza. Io rispondo: fatele. Dopodichè non ho mai detto che dobbiamo fregarcene della difficoltà della polizia, tutt’altro, tanto che i pm hanno istruzioni che se l’arresto si fa di venerdì pomeriggio non si può accollare una persona a una struttura di polizia fino al lunedì. Se però tutto si risolve nelle 24 ore si può fare, dobbiamo dare una gerarchia alle cose, prima viene la lagge».

Il problema diventa politico, ci sono problemi di organico e di fondi.

ELISABETTA CASELLATI: «Abbiamo previsto l’assunzione di 2 mila poliziotti penitenziari e 600 milioni di euro per l’edilizia, e deciso di avviare accordi bilaterali con i Paesi di orgine dei detenuti perchè possano scontare la pena a casa loro. Occorre però il consenso del detenuto e finora non ce n’è stato nemmeno uno: nonostante il sovraffollamento, nessuno se ne vuole andare dall’Italia. Comunque la soluzione al dramma carceri deve contemplare più interventi: nuove carceri, potenziamento degli agenti, accordi bilateriali, ddl Alfano, messa in prova, rivisitazione di alcune norme e differenziazione tra carceri pesanti e leggere, queste ultime dedicate a chi è in attesa di giudizio. Io sono poi molto favorevole, e le Regioni dovrebbero darci una mano con gli stanziamenti, al fatto che i tossicodipendenti scontino la pena nelle comunità. E’ allo studio un progetto che rende questo passaggio automatico».

EDUARDO SIVORI: «Il problema è gravemente strutturale. A fronte di 2 mila nuovi agenti, perchè nessuno dice che l’Arma sta scendendo di organico per il blocco del turn-over e nel 2013, quando compirà 200 anni, avrà 83 mila carabinieri contro i 120 mila di alcuni anni fa? Ma intanto le incombenze sono raddoppiate. Stesso discorso per la polizia. Mandare i detenuti stranieri nei loro Paesi a scontare la pena? Da noi ogni recluso costa 350 euro al giorno, se a grande sorveglianza fino amille, il poliziotto penitenziario 100. Gestito come in albergo a 5 stelle a Bucarest costa 100 euro, se noi ne diamo 200 alla Romania ci guadagniamo, il detenuto torna a casa sua e il cittadino è più tranquillo. E’ l’uovo di colombo?».

PIERO RUZZANTE: «Dobbiamo uscire dalla caratteristica italiana di affrontare i temi sempre e solo se legati all’emergenza. Quando la politica capirà che forse si può da un lato depenalizzare i reati minori e dall’altro avviare i detenuti non socialmente pericolosi a misure alternative, avrà imboccato la strada giusta».

VITTORIO BORRACETTI: «Il problema di fondo è la riforma del diritto penale. Se vogliamo dare una risposta strutturale è una sola la strada possibile: dobbiamo mandare in carcere il meno possibile. Limitarci a farlo laddove non è configurabile ai fini di difesa della società nessun altro tipo di sanzione, sia per efficiacia deterrente sia perchè non hai altro modo di difenderti dall’aggressione che la persona ha portato all’interesse della collettività o del singolo. Tutto il resto dev’essere trattato con pene diverse, bisogna non solo ridurre l’area del diritto penale ma anche evitare le ripenalizzazioni. Negli ultimi anni abbiamo avuto un’estensione enorme del diritto penale, spesso con norme che applichi poco e male, come la clandestinità, reato che dal punto di vista pratico non ha nessuna efficacia. In cella devono andare solo le persone davvero pericolose per reati molto gravi».

ELISABETTA CASELLATI: «Non possiamo non punire più chi delinque perchè le carceri sono piene, dobbiamo trovare una soluzione che coniughi la certezza della pena alla riabilitazione. Sulla depenalizzazione dei reati bagatellari va fatta una riflessione, che non è semplicissima ».

VITTORIO BORRACCETTI: «Lei prima ha espresso un concetto importantissimo: per i tossicodipendenti non carcere ma comunità. Basterebbe già questo».

ELISABETTA CASELLATI: «Ci stiamo pensando, l’ho detto. Quanto al reato di clandestinità va perseguito. Il povero disgraziato arriva da noi senza lavoro, senza casa, è già indebitato in partenza perchè deve pagare i traghettatori, se non trova un’occupazione che fa? E’ costretto a delinquere e, le donne, a prostituirsi. Gli irregolari vivono ai margini della società, in condizioni precarie e noi vogliamo evitarlo, offrendo alla gente concrete possibilità di vivere dignitosamente. Sennò è falsa solidarietà, ipocrisia. Comprendiamo chi arriva in condizioni disperate in Italia, ma non possiamo per questo giustificare la delinquenza. Dobbiamo punire chi sbaglia».

VITTORIO BORRACCETTI: «Si può punire in modo diverso dal carcere. Invece di costruire un reato in cui scrivo chi vìola la legge è punito con l’arresto da sei mesi a tre anni, una pena cioè che nessuno farà mai, scrivo una sanzione diversa, patrimoniale, ti porto via la possibilità di avere un’autorizzazione, ti faccio perdere un diritto, ti obbligo a fare dei lavori. I reati puniti col carcere sono tanti, perchè tante sono le aggressioni ai beni fondamentali della collettività e della persona, però nel corso dell’esecuzione si possono trovare misure alternative. Escluso il campo dei reati gravi, quelli per esempio di violenza alle persone. Per esempio hanno funzionato bene i provvedimenti che impediscono ai tifosi violenti di andare allo stadio, molto più efficaci dei sei mesi con la condizionale per aggressione a pubblico ufficiale. Io poi sono sensibile ai gesti vandalici su edifici pubblici: gli autori possono essere condannati a lavori socialmente utili. Se la misura alternativa non funziona, c’è il carcere».

Cosa crea allarme oggi, in Veneto?

VITTORIO BORRACCETTI: «La droga. Le forze di polizia hanno un buon controllo del territorio in generale, ma c’è una grande diffusione del consumo di sostanze stupefacenti, alla base di tanti procedimenti per reati correlati. La Direzione distrettuale antimafia di Venezia fa soprattutto indagini per narcotraffico, che riguardano tutta la regione. Un’altra piaga è lo sfruttamento violento della prostituzione, derivata dalla tratta di esseri umani e dalla riduzione in schiavitù. Terzo tasto dolente il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che crea le condizioni per cui l’irregolare possa deliquere o essere sfruttato. Va allora favorita l’emersione. Non è che tutti i clandestini delinquano, ma sono esposti al ricatto di chi li ha portati illegalmente in Italia e possono essere sfruttati, in nero e dalla criminalità marginale. Diventano vittime due volte».
(testo raccolto da Michela Nicolussi Moro)


17 maggio 2010
Corriere del Veneto
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Di Loredana Morandi (del 18/05/2010 @ 09:03:21, in Magistratura, linkato 1392 volte)
Associazione Nazionale Magistrati

 


Notizie sempre più pressanti prospettano un intervento sulla finanza pubblica che, oltre ad incidere sui tempi del trattamento pensionistico e di fine servizio, dovrebbe riguardare anche la disciplina della retribuzione dei magistrati.

La Giunta, nel ricordare che la previsione del blocco di un anno dello scatto biennale previsto per i magistrati è stato già realizzato nel biennio in corso, manifesta il proprio stupore verso l’ennesima iniziativa volta a congelare l’ordinaria disciplina della retribuzione dei magistrati.

Abbiamo il dovere di ricordare che la retribuzione del magistrato è omnicomprensiva e totalmente sottoposta alla trattenuta fiscale, che molti oneri connessi alla funzione (ad es. l’acquisto dei materiali per lo studio e l’aggiornamento) sono a carico del magistrato e che i magistrati più giovani continuano ad avere una retribuzione ben inferiore alla importanza e delicatezza della funzione costituzionale esercitata.

Per decidere le iniziative da assumere sulla questione il Presidente della ANM ha convocato una riunione urgente del Comitato Intermagistrature.

Roma, 17 maggio 2010

 
Il Presidente Luca Palamara
Il Segretario Generale Giuseppe Cascini
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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 19:00:57, in Osservatorio Famiglia, linkato 1237 volte)
La mamma di Aldro querelata dai poliziotti
o "delle strategie processuali"




Sulla vicenda di Aldro, Federico Aldrovandi, il giovane ucciso nella notte del 25 settembre 2005 a causa delle violenze di 4 poliziotti, occorre una premessa.


Non esiste dolore più grande per una madre, che quello di perdere un figlio. Il dolore dei genitori di Aldro in questi anni è sempre stato composto e discreto, lontano dai clamori e dalla politica di partito.  Altri, come loro, son finiti in parlamento. E proprio per questa compostezza il dolore di quei genitori appare più vero e puro, ma non per questo attutita la tragedia nei cuori di quell'uomo e di quella donna che hanno ritrovato il proprio figlio, appena diciottenne, morto e con i segni di un violento pestaggio.

Un pestaggio di quelle proporzioni una persona normale può immaginarlo solo per i casi di cronaca più famosi: una rapina, uno stupro di gruppo, lo sfortunato incontro con un branco di ubriachi, la punizione per uno "sgarro" con la "banda mafiosa". Invece no, si trattava di 4 agenti di pubblica sicurezza, mentre lo scenario non era un  oscuro vicolo sotto "spaccanapoli", ma la tranquilla Ferrara.

La posizione di questi agenti è illuminata e pubblica in ragione di due sentenze per l'eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, la prima del 6 luglio 2009 e la seconda il 5 marzo 2010. Mentre come giustamente fa rilevare Lino, il babbo di Aldro, la querela proposta per l'archiviazione dal pubblico ministero reca richiesta di opposizione in data 15 marzo 2010.

La querela proposta dagli agenti contro la madre di un ragazzino ucciso barbaramente sulla via del ritorno verso casa in quella notte del 2005 riguarda anche due giornalisti e due testate: l'Agenzia Ansa e il quotidiano La Nuova Ferrara. Diffamazione è l'accusa.

Quello cui stiamo tristemente assistendo sono le "strategie processuali", in cui gli avvocati delle parti attaccano indiscriminatamente la parte lesa, anche dove questa abbia già subito l'oltraggio più grande. L'obiettivo è tirare e stirare la coperta già abusa della giustizia e farsene scudo, in previsione di più gravi condanne a seguito della revisione più incisiva dei dati processuali già acquisiti. 

Lo Stato ha scritto leggi garantiste, che consentono anche questo oltraggio alla verità e alla vita. Ma quello Stato che risponde è lo stesso "grande assente" dei casi di Elisa Claps e della dodicenne bolognese Sandra Sandri, ieri entrambi i casi alla trattazione televisiva di "Chi l'ha visto?". 

Non è un caso quando il pubblico ministero formula responsabilmente richiesta di archiviazione, anche se alle volte accade che il medesimo oltraggio alla verità sia usato proprio contro la libera giurisdizione del magistrato nascondendo a lui/lei la verità, perché come si può accusare una madre che dichiara "Quelle persone hanno ucciso mio figlio.", se il figlio è morto di quella mano?


Questo sito crede nella Giustizia con la "G" maiuscola e confida che non possa mai esser condannato il "perdono" di una madre allo Stato assente.


Loredana Morandi


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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 16:58:11, in Sindacati Giustizia, linkato 1196 volte)
Sono in ritardo sulla notizia, ma lo stesso voglio cogliere l'opportunità di un saluto ed un sincero ringraziamento  ai ragazzi del Comando Carabinieri della Compagnia San Pietro e ai loro Superiori, più volte miei graditissimi ospiti agli eventi sul Ponte di Castel Sant'Angelo con gli Artisti.

Loredana Morandi

PALAZZO GIUSTIZIA,
FALSO ALLARME BOMBA
PER PACCO DAVANTI INGRESSO


Falso allarme per un pacco abbandonato davanti all'ingresso principale del Palazzaccio. Il plico, che apparentemente sembrava custodire un ordigno, è stato notato intorno alle 11.

Sul posto gli artificieri dei carabinieri che dopo i necessari accertamenti hanno scoperto che conteneva solo alcune cartacce, due macchine fotografiche, una radiolina e due pennarelli legati con del nastro adesivo per far sembrare che fosse un ordigno.

Sulla vicenda indagano i carabinieri della compagnia San Pietro. (omniroma.it)
(16 maggio 2010 ore 16:00)
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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 16:53:58, in Sindacati Giustizia, linkato 1401 volte)
Consiglio di riascoltare le mie interviste ai lavoratori Uil PA  (e qualcuno forse Cgil), girate alla manifestazione per la giustizia in Roma. Sono una integrazione perfetta all'articolo della Cristina Origlia. L.M.

Ufficiali giudiziari,

corsa a ostacoli verso la riforma

Lunedí 17 Maggio 2010
Maria Cristina Origlia

In quasi tutta Europa oggi l'ufficiale giudiziario è un libero professionista che lavora in autonomia, con competenze extragiudiziali per alcune materie e sotto l'autorità giudiziaria per altre.
L'allineamento dei Paesi Ue in materia di esecuzione delle decisioni giudiziarie e di organizzazione degli ufficiali giudiziari secondo criteri condivisi, si è verificato sotto preciso input del Consiglio europeo. L'adeguamento a uno standard comune è considerato un passo necessario per garantire la collaborazione transfrontaliera e rendere effettiva la libera circolazione delle sentenze civili, avviata con l'istituzione nel 2002 del Titolo esecutivo europeo (Tte).
In Italia, per ora, non ci sono novità. Gli ufficiali giudiziari rimangono funzionari del ministero della Giustizia, regolamentati da un ordinamento del 1959, con diverse anomalie. Ad esempio, pur essendo dipendenti pubblici, non sono vincolati a un orario di lavoro, sono sostituti d'imposta, sono obbligati a utilizzare l'automobile privata, la loro retribuzione si basa sulla quantità di trasferte effettuate, indipendentemente dall'esito. Di fatto, non sono incentivati alla produttività e le norme farraginose del processo esecutivo non aiutano a renderne efficace il lavoro.
Una proposta di riforma della professione in linea con gli altri paesi europei c'è, ma langue da quasi due anni in Commissione Giustizia del Senato. Dal 2008 sono state indette tre audizioni, in cui l'Auge Italia, Associazione ufficiali giudiziari in Europea, i sindacati e l'Ivg (Istituto vendite giudiziarie) sono stati invitati a documentare la situazione con dati alla mano.
«Il problema - dichiara Filippo Berselli, che ha presentato la proposta - è la posizione fermamente contraria dei sindacati e di conseguenza dell'opposizione» che il 27 gennaio 2010 ha presentato un Ddl che va in direzione opposta. «A questo punto, per procedere ho bisogno dell'appoggio esplicito del Governo - lamenta il senatore -. Attendo a breve una risposta ufficiale dal ministro Alfano».
Le ragioni della presa di posizione dei sindacati riguarda la tutela dei lavoratori, ma con delle differenze. Mentre la Uil è del tutto contraria, la Cisl - che dichiara 400 iscritti su 3.500 ufficiali giudiziari attivi - ha appena diramato un comunicato di tono diverso.
«Abbiamo chiesto l'apertura - spiega il segretario nazionale Paolo Bonomo - di un tavolo di confronto presso il ministero di Giustizia per avere delle rassicurazioni. Ad esempio, l'introduzione delle notifiche telematiche riduce di molto l'attività degli ufficiali. Non siamo certo contrari a un miglioramento del servizio, ma non intendiamo avvallare una riforma senza precise tutele».
Il Ddl Berselli propone una fase transitoria di circa due anni, in cui i singoli ufficiali giudiziari in servizio potranno scegliere se mettersi in proprio o rimanere dipendenti pubblici. In questo secondo caso, si aprono in effetti diverse ipotesi.
Secondo l'Auge, data la carenza di personale, il Ministero non dovrebbe avere difficoltà ad allocare in modo ottimale i colleghi non interessati alla pubblica professione e i circa 2mila operatori giudiziari, che dagli Unep sarebbero spostati nelle cancellerie.
«In compenso - afferma il presidente Arcangelo D'Aurora - lo Stato risparmierebbe circa 600 milioni di euro all'anno sinora spesi per tenere in piedi un sistema che, a detta di tutti gli enti internazionali preposti, è il più inefficiente d'Europa e genera il più costoso procedimento esecutivo in termini di tempo e denaro».

Il Sole 24 ore
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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 07:21:42, in Magistratura, linkato 1501 volte)
Rendo testimonianza che dal Ministero Giustizia si collegano qui anche con Windows 2000 (un sistema operativo di windows datato old 10 anni). L.M.

Il ministro: "Giustizia online"

Ma in città giudici senza internet


Vecchi pc e niente internet per i giudici di pace di Varese

VARESE L'annuncio del Guardasigilli Angelino Alfano apparso sul sito web del ministero di Grazia e Giustizia è importante: «Abbiamo messo tutto il meccanismo di funzionamento dei giudici di pace su internet al sito del ministero». La proverbiale lentezza dell'apparato giudiziario sembra svanire con questa nuova soluzione. La realtà di Varese sarà sicuramente tra le più avanzate. O forse no.
Controllando su www.giustizia.it si nota subito qualcosa di strano: la pagina da cui è possibile accedere al servizio dice che «gli uffici della Lombardia saranno on line solo da luglio». L'ufficio del giudice di pace di Varese in viale Milano riserva una brutta sorpresa: l'ufficio, da un anno nella nuova sede, non ha l'accesso a internet.
«Da un anno aspettiamo le password – è la spiegazione del personale della direzione – Abbiamo perfino litigato con la Cisia di Milano, ma non c'è stato verso». Cisia è la società del ministero che gestisce l'informatizzazione dei tribunali di Lombardia e Tretino Alto Adige: e anche questa regione «sarà online da luglio».
A Varese, i computer dei tredici amministrativi e dei quattro giudici di pace accedono solo a intranet, la rete del tribunale e del ministero, ma non a tutto il web: non è possibile effettuare una banale ricerca su Google, e solamente il coordinatore può mandare e ricevere e-mail. Insomma: la situazione di Varese non è pronta per «risolvere i drammi del cittadino italiano rispetto alla giustizia», come vorrebbe il ministro Angelino Alfano.
«Le sole password non bastano a risolvere il problema – continuano dalla direzione – perché non è stato installato il Sigip, il gestionale con cui elaborare le richieste. Non solo: il corso per usare Sigip è stato fatto quattro anni fa. Troppo tempo per non avere problemi».
L'aspetto più singolare di questa vicenda, inoltre, sta nel “ribaltamento” dell'Italia: per una volta, Napoli e Palermo sono state più veloci di Milano e Varese. «Qui a Varese ci sentiamo un po' emarginati. Per avere dei computer decenti abbiamo dovuto cozzare contro un apparato che ci risponde dicendo “se sarete fortunati, vi arriverà tutto”. Ma come si fa a parlare di fortuna, quando si dovrebbe parlare di organizzazione?». Dei computer, in realtà, sono arrivati qualche anno fa, addirittura regalati. “Erano quelli che la Regione Lombardia aveva dismesso: di seconda mano, come quelli che alcuni missionari raccolgono da mandare in Africa. Lenti, vecchi, quasi inutilizzabili. Ma Varese, fino a prova contraria, non è in Africa. Se il ministro vuole innovare, ben venga: ma deve fornirci gli strumenti necessari, o sarà solamente un annuncio senza sostanza». Insomma, tutto pronto? Almeno a Varese si direbbe proprio di no.

Chiara Frangi
La Provincia di Varese

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