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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 06:03:59, in Osservatorio Famiglia, linkato 1655 volte)
Rilancio un interessantissimo articolo di Maurizio Blondet per EffediEffe.com sugli scandali di pedofilia in Sinagoga. Il Talmud, ovvero il testo degli antichi rabbini, giustifica e "assolve" la pedofilia sui requisiti della "razza" (tutto è consentito ai danni dei "gentili" - i non ebrei) e dell'età a seconda dell'occasione.
Una giustificazione piena che reca spavento in quanto attuale, perché il sito del boy love day israeliano in hosting in California è sempre online, nonostante le molte denunce di Don Di Noto e dell'Associazione Meter a partire dal Gennaio 2009 e dalla scoperta fatta durante il bombardamento israeliano di Gaza.
Denunciai anch'io allora. Il turismo gay verso le città "pietrificate" di Sodoma e Gomorra , invece, fu oggetto di un mio scritto di denuncia già alcuni anni fa. Oggi le organizzazioni vacanziere, sostenute dal Ministero per il turismo israeliano, promuovono il viaggio al costo di 2.775 dollari. Ci saranno gli sconti per gli omosessuali, adulti e navigati, che denunciano un "prete cattolico"?

L.M.

I pedofili Kosher

Maurizio Blondet
Articolo pubblicato su EFFEDIEFFE.com l'11 novembre 2009


Insabbiato lo scandalo del traffico d’organi condotto da un rabbino di Brooklyn, la comunità di New York sta cercando di mettere il coperchio su un altro suo orrido segreto: le violenze omosessuali e pedofile, nonchè gli incesti, commessi dai pii rabbini delle più fanatiche yeshivot (scuole talmudiche) nella metropoli.
Un altro orrido segreto sta cercando di venire a galla a New York dopo le ben note vicende del traffico d'organi: gli abusi sessuali sono «un fatto comune nelle yeshivot e vengono sistematicamente coperti dalle scuole rabbiniche». Una nuova terribile realtà americana, che si aggiunge a quella del traffico di diamanti, di alimenti «kosher» o il business della pornografia. Per ora l'ordine è: i goym non si impiccino, e i media facciano silenzio.

L’innesco dello scandalo (da spegnere con tutte le forze) viene da Michael Dowd, un avvocato ebreo che è diventato famoso per aver intentato cause miliardarie alla Chiesa cattolica come legale delle vittime di abusi di preti (1). Attratti dalla sua fama, sei uomini ora adulti gli hanno chiesto di querelare per abusi sessuali, commessi su di loro quando erano ragazzini, il piissimo rabbino Yehuda Kolko, docente alla Yeshiva Torah Temimah di Brooklyn.

E’ stato un mezzo insuccesso: protetto dalla comunità haredi e dalla omertà chabad, rabbi Kolko ha patteggiato per un reato minore e se l’è cavata licenziandosi dalla scuola. Niente risarcimenti miliardari.

Ma l’avvocato Dowd non demorde. Vuol dimostrare che gli abusi sessuali sono «un fatto comune nelle yeshivot e che vengono sistematicamente coperti dalle scuole rabbiniche», ed ha citato a comparire Dov Hikind, perchè dica quello che sa.

L'articolo prosegue su EffeDiEffe.com



Chi è Dov Hikind?

E’ un membro del parlamento locale di New York, ebreo fanatico di estrema destra, che fra l’altro ha portato torme di seguaci a protestare alla prima di «La Passione di Cristo» di Mel Gibson («Un’arma letale contro gli ebrei»), ha proposto la perquisizione delle borse di tutti coloro che entrano nel metrò di New York avendo una faccia da arabi, ed è stato pure incriminato da varie organizzazioni ebraiche di essersi intascato fondi federali per centinaia di migliaia di dollari destinati ai poveri bimbi giudei: come risulta da documenti, Hikind ha usato questi fondi per i suoi viaggi privati in Israele e per pagare le rette scolastiche di sua figlia. Nonostante ciò, è stato assolto e rieletto a furor di rabbini riccioluti (2).

Fra queste sue benemerite attività civiche, Hikind trova il tempo di condurre un programma per gli ebrei in una radio cittadina ebraica, WMCA. Una sera di un anno fa, ha invitato gli ascoltatori a discutere con lui il più tabù degli argomenti fra gli haredim: l’abuso sessuale di bambini, non solo scolari ma anche figli e figlie, che avvengono nelle pie case degli ortodossi.

E’ stato un passo falso: in mezz’ora, Hikind ha ricevuto oltre mille telefonate, in cui le vittime di abusi accusavano con nomi e cognomi 60 predatori sessuali nelle yeshivot. Anzi, come ha ammesso Hikind, «un fiume di vittime sono venute nel mio ufficio a raccontarmi le loro storie. La grandezza del problema mi ha sconvolto. Rabbini violentatori nelle scuole. Pedofili nelle strade. Incesti nelle case».

Però, ora che l’avvocato Dowd ha ottenuto una citazione che ingiunge ad Hikind di comparire in giudizio e a testimoniare sulla misura del fenomeno, Hikind risponde:

«Piuttosto che parlare mi faccio dieci anni di galera. C’è un tabù culturale su queste cose, specialmente sull’andare a denunciarle alle autorità secolari», ossia ai goym.

Nella comunità «haredim» i panni sporchi si sporcano in famiglia. L’omertà del gruppo si è chiusa a riccio, fino alla persecuzione dei pochi che vogliono curare l’orribile segreto.

In settembre rabbi Benzion Twerski, uno psichiatra che aveva formato un gruppo d’ascolto per affrontare il problema delle famiglie incestuose, si è dimesso dopo una settimana. E in una lettera a un settimanale ebraico, ha spiegato che erano stati i suoi figli a costringerlo alle dimissioni, perchè «si vergognavano» di lui: condivideva il giudizio dei goym contro le relazioni sessuali kosher fra genitori e figli.

Il fatto è che questi uomini dai cappelloni neri, sotto ai quali escono riccioloni unti, che circolano con aria arrogante ed esibiscono la loro «pietà» con atti esterni esagerati, a New York hanno il potere vero. Sono più potenti di Wall Street: perchè a Wall Street si smerciano debiti, mentri gli haredim dispongono dei contanti. Pacchi, valigie di contanti con cui conducono il loro genere d’affari, sia il traffico di diamanti sia il traffico di organi, degli alimenti «kosher» o il business della pornografia (una specialità ebraica in USA, come un giorno o l’altro documenteremo), tutti affari che si trattano con denaro fisico, sottratto ad ogni controllo legale.

Sicchè i media di New York rispettano le omertà del gruppo sui suoi affarucci sessuali di yeshivah e di casa. Quasi nulla trapela sulla stampa, a cominciare dal serissimo New York Times.

Tanto discreto silenzio ha spinto l’arcivescovo cattolico di New York, monsignor Timothy M. Dolan, a spedire ai giornali una lettera aperta sul diverso trattamento che i media riservano agli scandali di preti pedofili (3).

«Il 14 ottobre», ha scritto monsignor Dolan, «sulle pagine del New York Times, il reporter Paul Vitello ha rivelato l’estensione degli abusi sessuali su bambini nella comunità ebraica ortodossa di Brooklyn. Secondo l’articolo, solo l’anno scorso si sono verificati 40 casi di abusi in quella piccola comunità. Eppure il Times non ha chiesto ciò che pretende incessantemente quando si occupa dello stesso genere di abusi commessi da una minoranza minima di sacerdoti: che siano resi pubblici i nomi dei violentatori, che non siano rispettati i limiti delle istituzioni religiose, che siano fatte inchieste esterne, che siano rese pubbliche tutte le testimonianze, che sia totale la trasparenza. Anzi, si cita un procuratore il quale invita gli agenti investigativi a rispettare “le sensibilità religiose”, e nessuno ha protestato quando il procuratore distrettuale ha consentito ai rabbini ortodossi di sistemare quei casi “internamente”. Data la recente orribile esperienza della Chiesa cattolica, non ho nessuna volontà di criticare i nostri vicini ebrei. Ma posso criticare questo tipo di “sdegno selettivo” (...). Nessun altro chierico di religione diversa dalla cattolica merita, per la stampa, una pari attenzione».

«Non esagero», continua l’arcivescovo, «se chiamo questo un tenace pregiudizio contro la Chiesa cattolica... “l’antisemitismo dei progressisti”, come lo ha definito Paul Viereck, o “l’ultimo pregiudizio accettabile” e politicamente corretto».

Poteva dire di più, l’arcivescovo. Poteva ricordare che mentre Gesù e la Chiesa condannano atti scandalosi contro i piccoli, il Talmud li giustifica e li condona.

Così per esempio si legge nella Gemara, trattato Sanhedrin 52b:

    «I nostri rabbi hanno insegnato: ‘... e l’uomo che ha commesso adulterio con la moglie di un altro uomo, anche colui che ha commesso adulterio... sarà messo a morte’. Ma “l’uomo” esclude un minore; “che ha commesso adulterio con la moglie di un altro uomo”, esclude la moglie di un minore; “che ha commesso adulterio con la moglie di un altro uomo” esclude la moglie di un goy» (i non ebrei non sono uomini per il Talmud).

E il trattato Yebamoth (55b):

    «Se uno ha coabitato con parenti proibiti col membro rilassato, è esonerato».

La circostanza alquanto inverosimile del «membro rilassato» nel papà kosher a letto con la figlioletta kosher (deve essere sotto i 9 anni, o secondo altri passi del Talund, sotto i 3) è vivacemente discussa nei passi seguenti (Yebamoth 56° e 56b), dove sottilissimi rabbini pieni di fervore religioso disputano sul tema. L’opinione prevalente è la seguente:

    «Il primo stadio (della coabitazione) è l’inserzione del glande, lo stadio finale la consumazione effettiva. Al di là di questa, l’atto non è altro che un contatto superficiale e si è esonerati a questo riguardo».

Alcuni saggi risolvono la questione del «membro rilassato» in modo radicale: basta che l’organo venga ritirato dall’inserzione prima del raggiungimento dell’orgasmo.

Il Kerithot (11a e 11b) spiega come si può godere in modo kosher di «una schiava designata», ossia di una servetta a cui il padrone ebreo ha scelto un fidanzato, futuro marito. Obbligata da questo favore, la servetta può essere violata: solo se fidanzata, e solo se dorme. O anche se la cosa viene fatta attraverso il sesso orale o anale. La dormiente è «innocente», e comunica la sua innocenza al violatore.

    «... Nel caso, anche quella sveglio è esente (da colpa), perchè essi dipendono l’una dall’altro».

Nel Deuteronomio (23, 18) Mosè vieta di offrire al Tempio denaro che sia «la mercede di una prostituta o il prezzo di un cane»: quest’ultima è un’allusione ad una pratica orrenda, per cui in certi templi pagani babilonesi gli eunuchi tenevano cani addestrati per usi sessuali, e li fornivano a pagamento.

Una nota al Sanhedrin 55a però precisa:

    «Il riferimento è alla bestialità. Se una donna vi si assoggetta, in modo naturale o no, essa è colpevole. Ma se un uomo commette bestialità, egli è colpevole solo se la congiunzione avviene in maniera naturale (sic), ma non altrimenti».

Insomma, si può usare un cane, anche se non una cagna.

E infatti, il trattato Yebamoth 59b esemplifica:

    «Avvenne una volta ad Haitalu che una giovane donna lavava il pavimento, e un cane randagio la coprì da dietro (dunque in modo “innaturale”), e rabbi Judah Hanasi consentì che sposasse un sacerdote».

Questo per eludere l’ingiunzione biblica (Levitico 21,7) per cui i sacerdoti ebraici non dovevano «prendere una moglie che sia prostituta o profana».

A maggior ragione, il Sanhedrin 69b insegna:

    «I nostri maestri insegnano: se una donna s’è comportata lussuriosamente con il suo figlio giovane (un minore) e ha commesso il primo stadio della coabitazione con lei (l’inserimento del glande, ndr) Beth Shammai dice che per questo essa è inabile a (diventare moglie di un) sacerdote. Beth Hillel la dichiara adatta».

Shammai ed Hillel erano i celebri, piissimi capi di due scuole farisaiche rivali nella Palestina dei primi anni dell’era cristiana. Non certo a caso Cristo chiamò i farisei «una generazione adultera» (Matteo 12.39).

Il trattato Sota 26b:

    «...I rabbi decisero che non c’è adulterio nella congiunzione con un animale, perchè è scritto: ‘Tu non porterai (al Tempio) il reddito di una prostituta o il salario di un cane» (Deuteronomio 23,19) ed è stato insegnato che il prezzo di un cane e il compenso di una prostituta sono permessi».

Perchè? Perchè il trattato Yebamoth 59b conferma:

    «La prostituzione non è applicabile al rapporto bestiale... abbiamo appreso che il compenso di un cane e il compenso di una prostituta sono permessi».

Il permesso è confermato ancora da Abodah Zarah 62b.

Dunque, nessuno scandalo per gli incesti e gli abusi omofili nelle yeshivot: proprio gli ebrei più pii, gli haredim con i riccioloni sotto il cappello e i filatteri che escono dai pantaloni, «studiano incessantemente la Torah» e soprattutto i suoi commenti autorizzati, contenuti nel Talmud. Sono «fatti interni» della loro «religione». I goym non si impiccino, e i media facciano silenzio.

Per chi non riuscisse a credere a ciò che insegna il Talmud, riproduciamo qui sotto i passi tratti dall’edizione Soncino:



Un uomo (ebreo) può avere rapporto con una bestia, purchè «innaturale», ossia sodomitico



 
L’adulterio è permesso a un gentile, purchè «in vase innaturali»




La donna che commette adulterio puà sposare un sacerdote





 
La congiunzione con una servetta è permessa, purchè lei dorma

Maurizio Blondet

(articolo pubblicato su EFFEDIEFFE.com l'11 novembre 2009)


1) Paul Vitello, »Sexual Abuse Complaints Subpoenaed», New York Times, 12 novembre 2009.
2) Per le idee di questo personaggio, vedere la voce «Dov Hikind» su Wikipedia.
3) «Haredim, Archbishop says, get a free pass from the press», FailedMessiah.com, 6 novembre 2009. Il sito FailedeMessiah è tenuto da Shmarya Rosenberg, che è stato membro attivo dei Lubavitcher e se ne è allontanato con disgusto; per questo è stato perseguitato e danneggiato economicamente. Il suo sito è una miniera di informazioni sui delitti kosher commessi dalla setta, che ovviamente i media tacciono.
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Di Loredana Morandi (del 17/05/2010 @ 05:37:13, in Politica, linkato 1421 volte)
Prima di tutto tagli agli stipendi politici e la pensione dopo almeno 10 anni, non gli attuali 2 anni e mezzo ... LM

Bossi: «Tagliare stipendi anche a magistrati»
Tremonti: sulla manovra solo notizie confuse

16 maggio 2010

Tagli agli stipendi dei magistrati, la necessità del federalismo e l'«inutilità» di Casini e Fini per il Governo, ma anche l'incapace «classe politica del sud» e la manovra in preparazione del Governo imposta dall'Europa. Umberto Bossi interviene a tutto campo durante un tiro alla fune sul fiume Ticino. Sulla correzione dei conti pubblici si esprime anche il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti per dire che «nulla è stato ancora deciso».

I magistrati. Il ministro delle Riforme appoggia la proposta Calderoli sul taglio degli stipendi ai parlamentari, purché «non sia un trucco», aggiungendo alla lista anche i magistrati: «Se c'è da pagare – dice - devono farlo tutti ed è giusto che anche i magistrati diano la loro mano, perché lo stipendio dei politici è legato a quello dei magistrati». Non si è fatta attendere la risposta di Luca Palamara, presidente dell'Anm, l'Associazione Nazionale Magistrati: «Mi sembra assurdo paragonare gli stipendi dei magistrati a quelli dei parlamentari. Con una facile battuta si potrebbe dire, prima portiamo gli stipendi dei magistrati a livello dei parlamentari e poi preoccupiamoci di tagliarli.

Il federalismo. Il ministro della Riforme è poi intervenuto sul federalismo. «Per tanti anni lo Stato ha dato i soldi a chi li ha sbattuti via. Il federalismo fiscale risolverà anche questo problema». Sul timing previsto previsto Bossi ha ricordato che da domani si apre una fase cruciale: «Questa è la settimana del federalismo, che è in commissione, e gli abbiamo fatto l'assicurazione sulla vita perchè non passa in aula ma in consiglio dei ministri dove noi contiamo. Quindi passa questa settimana». Grazie al federalismo e agli strumenti che mette a disposizione si riuscirà anche a contrastare gli effetti della crisi economica: «Lo Stato - ha argomentato Bossi - darà meno soldi a chi li spreca e invece d'ora in avanti prenderà un bel calcetto nel sedere: oggi c'è una classe politica incapace, soprattutto delle regioni del sud, dove è ora che si inizi ad investire i soldi dello Stato altrimenti è inutile darglieli».

La manovra. Sulle ragioni della manovra in preparazione dal Governo e che dovrebbe essere pronta entro la prima decade di giugno, Bossi ha sostenuto che «è l'Europa che imporrà al ministro dell'Economia Giulio Tremonti una manovra pesante perché la sta imponendo a tutti i paesi che hanno un forte debito pubblico: dopo la Grecia, la Spagna e il Portogallo c'è anche l'Italia». Ma lo stesso ministro dell'Economia ha precisato con una citazione latina «Pauca sed bene confusa sophismata» che sulla manovra per il prossimo biennio finora sono circolate solo «voci confuse e confusionarie» e che nessuna decisione è stata presa e che le decisioni che verranno prese saranno comunicate nelle forme appropriate.

Fini e Casini. Non sono mancati affondi sul presidente della Camera Gianfranco Fini e sul leader dell'Udc Pierferdinando Casini: «Ho letto sui giornali che Berlusconi vuole tirare dentro anche Casini: quando c'era Casini tutti i giorni combinava un pasticcio e frenava, è come Fini. Per questo non so se è utile». E ancora: «Bisogna stare attenti che torni - ha sostenuto il leader della Lega Nord riferendosi ai centristi di Casini - perché altrimenti si passa di male in peggio: i democristiani è meglio lasciarli perdere a mio parere». Alle dichiarazioni di Bossi ha replicato il presidente dei senatori dell'Unione Di Centro Gianpiero D'Alia: «Le dichiarazioni di Umberto Bossi sembrano la riproposizione della favola di Esopo: la volpe diceva che l'uva era acerba perché non arrivava a coglierla».

Il Sole 24 ore

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Di Loredana Morandi (del 16/05/2010 @ 18:52:01, in Sindacati Giustizia, linkato 1452 volte)
Quello su cui protesta il Coisp, cioè l'uso delle forze di polizia al posto del personale civile negli uffici giudiziari, è esattamente l'orientamento del Ministro Brunetta e con lui c'è davvero poco da fare. Purtroppo il pessimo risultato dato dalla 133 e la carenza di personale congenita dei Tribunali italiani che ne deriva, non è responsabilità del solo Procuratore di Venezia. Perché il sindacato indipendente non chiede un incontro con  l'Anm locale o con lo stesso dott. Borraccetti su questi temi? L.M.



http://www.giustiziaquotidiana.it/public/COISPlogo.jpg


Coordinamento per l'Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia


COMUNICATO STAMPA DEL
14 MAGGIO 2010

Liberare gli arrestati e costringere poliziotti a fare i cancellieri.

Le circolari esplicative del Procuratore Borraccetti: ovvero come far fare ai tutori dell'ordine tutto tranne che il proprio mestiere.


In questi giorni si moltiplicano le polemiche e le richieste di spiegazioni per le conseguenze alla sicurezza del territorio delle circolari "scaricabarile" firmate dal Procuratore Borraccetti. Vogliamo ricordare a tutti i cittadini veneziani che, proprio grazie al medesimo giudice, oltre 20 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri in forza alle sezioni di Polizia Giudiziaria di Venezia, sono stati distolti dai propri compiti investigativi, onde sopperire alla "temporanea" mancanza di personale amministrativo negli uffici giudiziari

In buona sostanza, il Procuratore Borraccetti, sta utilizzando poliziotti per fare da "segretari" ai suoi Pubblici Ministeri, una strada comoda ed anche troppo facile per chi non si preoccupa minimamente di risolvere il problema dell'insufficienza del personale di cancelleria, ma che piuttosto, in virtù del proprio potere, opta per farlo ricadere su altri.

Infatti, nonostante le ovvie e doverose proteste, la "temporanea soluzione" è diventata, di fatto, sottrazione indebita di personale dai propri compiti che tra l'altro, sono proprio quelli di svolgere le indagini sui reati che vengono denunciati dai cittadini.

Allo stato attuale, invece di trovare i colpevoli, i poliziotti sono impiegati, paradossalmente, ad archiviare notizie di reato, eseguire ordini di scarcerazioni: insomma, solo carte e burocrazia.

Quelle che dovevano essere eccezioni di carattere temporaneo ed emergenziale, grazie alle “interpretazioni" del Proc. Borraccetti, sono diventate, purtroppo, consuetudini. 

Il consiglio rivolto al prossimo Procuratore Generale che, tra breve, giungerà a Venezia è semplice: faccia fare ad ognuno il proprio mestiere, quello per cui è stato formato, addestrato e pagato. I poliziotti fanno le indagini, i cancellieri le pratiche in ufficio.

Attendiamo con ansia il 3 giugno, ultimo giorno da Procuratore di Borraccetti, che auspichiamo segnerà anche la fine della deplorevole politica di 'scaricabarile' nei confronti delle Forze dell'Ordine dei problemi di altri settori.

Persino l'inaugurazione della Cittadella della Giustizia a Piazzale Roma, struttura che in realtà è ancora un nulla più di un cantiere aperto, ove in cui mancano persino le finestre, pare non sfuggire al caparbio desiderio di porsi al di sopra di tutti, (ivi compreso dello stesso buon senso), che Borraccetti evidenzia volendo, pare ed ad ogni costo, inaugurare la struttura prima di andarsene da Venezia.

Le conseguenze e ripercussioni dell'uso distorto delle Forze dell'Ordine sulla comunità veneziana, così come l'obbligare tali Forze dell'Ordine a rimettere in libertà gli arrestati prima dei processi per mancanza di strutture adeguate, sono e saranno di estrema gravità, ma  purtroppo difficilmente direttamente riconducibili al loro vero fautore: il Procuratore Borraccetti. Ciononostante deve essere chiaro che la responsabilità materiale e morale deve necessariamente ricadere su colui il quale ha effettivamente preso queste gravissime decisioni, ostinandosi a non avere alcuna cura per le conseguenze. 
Forse non sarà un problema di Borraccetti, come attestano le sprezzanti dichiarazioni che questi rilascia, rivelando ancora una volta distanza siderale ed il disinteresse nutrito nei confronti della popolazione, ma, di certo, i problemi che avrà creato a questa città ed ai suoi incolpevoli abitanti rimarranno.

La Segreteria Nazionale del Coisp
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Di Loredana Morandi (del 16/05/2010 @ 18:48:55, in Sindacati Giustizia, linkato 1306 volte)


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/COISPlogo.jpg


Coordinamento per l'Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia


COMUNICATO STAMPA
DEL 14 MAGGIO 2010

 “Caso” Gugliotta, parole responsabili della famiglia.
Il COISP: “E’ il momento di pacificare gli animi”.  


“Apprezziamo Stefano Gugliotta e la sua famiglia per la responsabilità delle parole espresse durante la conferenza stampa di ieri mattina”. – Queste le parole di Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp – il Sindacato Indipendente di Polizia – commentando le parole del ragazzo rimasto vittima degli incidenti nel dopo partita tra Inter e Roma. Gugliotta infatti nella conferenza stampa di ieri aveva detto “Colgo l'occasione per chiedere a tutti di abbassare i toni. Penso che la maggior parte degli uomini delle Forze dell’Ordine siano in buona fede e corrette. Sono pochi i casi di abuso di potere e violenza gratuita. Forse ora qualche poliziotto avrà il tempo per riflettere sul suo comportamento”. Gugliotta ha specificato che dopo le “emozioni” iniziali è il momento di pacificare gli animi visto che a suo parere la maggior parte delle Forze dell’Ordine fanno sempre il loro dovere. “Anche noi – dice Franco Maccari – pensiamo che sia il momento della riflessione affinché possano essere accertati serenamente i fatti, ma soprattutto delle assunzioni delle responsabilità, ove queste ci siano state. Il gesto di un alto Funzionario della Polizia che ha presentato le scuse alla madre di Gugliotta su quanto avvenuto al figlio – evidenzia ancor di più l’alta professionalità della Polizia di Stato. Ed è nel nostro interesse accertare la verità sull’accaduto e faremo di tutto per cercarla.” “Continueremo però - continua il Segretario Generale del Coisp - a respingere e condannare qualsiasi atteggiamento di strumentalizzazione, adottato da alcune frange politiche, volto a denigrare l’operato della Polizia di Stato e far passare per vittime sempre e comunque coloro i quali non hanno nessun rispetto delle più elementari regole del vivere civile e comune. Quella stessa politica - conclude Maccari - che, si ricorda della violenza negli stadi, solo quando a commettere un errore (e cioè raramente) sia un Poliziotto, dimenticando che la maggior parte delle volte le Forze dell’Ordine devono agire negli stadi come se fossero in delle arene per colpa dei soliti barbari che cercano l’assalto nei confronti dei Servitori dello Stato per sfogare le loro depressioni mentali e i loro istinti animaleschi.”
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Raccolgo l'appello di Luciano Muhlbauer, come me impegnato anni fa sui tavoli della Pace, per la pericolosità della creazione di reparti antisommossa fuori dal controllo diretto della Polizia di Stato. Purtroppo non sono illegali, rammento una leggina di qualche tempo fa che delega funzioni di polizia a corpi che non dovrebbero averne. Ma cosa certa è che un reparto antisommossa di non professionisti è tale da rappresentare un pericolo effettivo per la cittadinanza.
Il vero problema è la paura. Come per la pur ottima operazione antipedofilia dei Vigili Urbani di Roma, che hanno effettuato la perquisizione di un appartamentino di appena 2 stanze con dozzine di uomini e registrando in video con due telecamere la manipolazione immediata dei computer a costo di gettarne via l'intero contenuto sotto l'offensiva dei periti, e nello stesso modo, questi corpi non specialistici sarebbero composti da persone prive di adeguata preparazione, la cui "paura armata" rappresenterebbe il rischio oggettivo e l'elemento critico per generare la "tragedia" ove poteva esser risparmiata. L.M.

POLIZIA LOCALE: I REPARTI ANTISOMMOSSA
DEL COMUNE DI MILANO SONO ILLEGALI


IL PREFETTO SCIOLGA LA CELERE DI DE CORATO


La Celere di De Corato, cioè i reparti antisommossa dotati di caschi, scudi e manganelli, che la Polizia Locale di Milano sta costituendo, sono impropri ed illegali. Pertanto, oggi mi sono rivolto al Prefetto con una nota scritta, chiedendo il suo urgente intervento affinché venga ristabilita la legalità e scongiurata la costituzione di reparti antisommossa del Comune.
Infatti, da qualche anno il vicesindaco De Corato sta incentivando la formazione di nuclei speciali nell’ambito della polizia municipale milanese, a partire da quelli “problemi del territorio” e trasporto pubblico, che tendono ad assumere compiti e funzioni che si sovrappongono a quelli delle forze dell’ordine, sebbene ciò sia fuori dalla legge nazionale e regionale e gli agenti coinvolti non dispongano di una formazione anche soltanto lontanamente paragonabile a quella delle forze di polizia.
Non c’era dunque da stupirsi che ad un certo punto saltasse fuori anche una specie di reparto antisommossa, vecchio sogno finora proibito del vicesindaco. Era successo sicuramente, come avevamo potuto documentare e denunciare proprio noi, il 9 febbraio scorso, quando lo sgombero dell’insediamento rom di Chiaravalle fu eseguito da un reparto della Polizia Locale equipaggiato con caschi antisommossa, manganelli e scudi con la scritta “Polizia Locale” e in assenza di funzionari di polizia o carabinieri.
Ebbene, oggi l'edizione milanese del quotidiano La Repubblica ha reso noto che all’interno della PL di Milano sono iniziati i corsi di formazione per la celere di De Corato. Prevedono anche esercitazioni pratiche in palestra con l’armamentario antisommossa, anche se il tutto, cioè teoria e pratica messi insieme, non dura più di 24 ore. Cioè, una sorta di lezione in pillole: 24 ore e anche tu puoi fare il celerino.
Complimenti vicesindaco! Dopo l’ennesimo abuso da parte di qualche agente dei reparti antisommossa (vedi il caso Gugliotta), sempre più persone si rendono conto che la formazione, tecnica e civica, andrebbe rafforzata e il nostro buon De Corato se ne esce con l’instant-celerino…
Ma non è soltanto questione di formazione, ma anche e soprattutto di legalità. Il nostro ordinamento e le nostre leggi, nazionali e regionali, prevedono che di ordine e sicurezza pubblica si occupi lo Stato –e dunque Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza- e non i Sindaci, o i Vicesindaci, che dovrebbero invece occuparsi di quello che gli compete e che troppo spesso dimenticano.
Auspichiamo che il Prefetto voglia intervenire in tempi brevi, perché con l’avvio dei corsi di formazione è iniziata la fase della formalizzazione dei reparti antisommossa e questo equivale all’istituzionalizzazione di una situazione illegittima e illegale.
 
Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
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Il testo della lettera inviata al Prefetto:
 
Milano, 14 maggio 2010
 
Al Prefetto di Milano
Dott. Gian Valerio Lombardi
 
Oggetto: impiego improprio ed illecito Polizia Locale Milano in funzioni di ordine pubblico
 
Egregio Prefetto,
 
mi rivolgo a lei nella sua qualità di massima autorità in materia di pubblica sicurezza sul territorio, per esprimerle la nostra viva preoccupazione e sollecitare il suo intervento in relazione a quello appare a tutti gli effetti un impiego improprio ed illecito di unità della Polizia Locale di Milano in funzioni tipicamente di ordine pubblico.
In particolare, ci riferiamo alle notizie apparse sulla stampa di oggi (La Repubblica, ed. Milano, 14.05.10), laddove si segnala che la Polizia Locale di Milano avrebbe avviato corsi di formazione, destinati anzitutto a due nuclei speciali (trasporto pubblico e problemi del territorio), dove si insegnerebbero, mediante lezioni teoriche e pratiche (in palestra) della durata di 24 ore, delle tecniche antisommossa. Le fonti giornalistiche precisano, inoltre, che le lezioni pratiche comprenderebbero anche l’uso di attrezzature tipiche dei reparti mobili della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, cioè caschi antisommossa, scudi e manganelli.
Peraltro, reparti della Polizia Locale di Milano, equipaggiati con casco antisommossa, scudo e manganello sono già stati utilizzati sul campo in diverse occasioni. A tal riguardo, ricordiamo la nostra denuncia pubblica delle modalità atipiche dello sgombero dell’insediamento rom di Chiaravalle del 9 febbraio u.s., eseguito dalla sola Polizia Locale di Milano, senza la presenza di funzionari delle forze dell’ordine e con l’utilizzo di una sorte di “Celere” della Polizia Locale. Tali modalità atipiche erano state documentate dal sottoscritto anche con materiale fotografico.
Inoltre, ricordiamo che il 10 febbraio u.s., in seguito ai fatti di Chiaravalle, anche il sindacato SdL, presente nella Polizia Locale di Milano, aveva denunciato il ripetuto impiego illegittimo in operazioni di ordine pubblico di agenti della PL di Milano, invitando in quella occasione “il Prefetto e il Questore a riprendere in mano la situazione, ripristinando la situazione di legalità in materia di ordine pubblico e sicurezza” (comunicato stampa di SdL del 10.02.10).
Ebbene, qualora le notizie di stampa in relazione ai corsi di formazione dovessero essere confermate, saremmo di fronte all’istituzionalizzazione dei reparti antisommossa della PL di Milano. E questo equivarrebbe senz’altro, considerata la realtà normativa in vigore, ad un’istituzionalizzazione di una situazione illegittima ed illegale.
Infatti, intendiamo rammentare che sia la normativa nazionale, che quella regionale (l.r. n. 4/2003) escludono che le polizie municipali possano svolgere funzioni di ordine pubblico, riservando tali compiti allo Stato e ai suoi corpi di sicurezza. Più concretamente la legge regionale n. 4/2003, in armonia con le prescrizioni della legge nazionale, parla di “funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza” da esercitare non solitudine, bensì “in concorso con le forze di polizia dello Stato”.
Inoltre, la costituzione e l’impiego di reparti antisommossa nel quadro dei corpi di polizia municipale è da considerarsi illecito anche alla luce di quanto previsto dalla legge in materia di equipaggiamento. Citando di nuovo la l.r. n. 4/2003, va sottolineato che l’armamento è da intendersi esclusivamente in funzione dell’autotutela dell’operatore di PL, cioè a “tutela dell’incolumità personale” dell’agente (art. 18), e pertanto gli strumenti ammissibili sono “lo spray irritante privo di effetti lesivi permanenti e il bastone estensibile” (art. 18).
Quanto sopra esposto dovrebbe essere già sufficiente per motivare una richiesta di intervento al Prefetto, ma vogliamo, infine, sottolineare che, secondo le citate fonti giornalistiche, il citato corso di formazione avrebbe una durata complessiva di sole 24 ore. Davvero un po’ pochine…
Certo della sua attenzione rispetto ai fatti esposti, le chiedo dunque un intervento urgente affinché venga garantita la legalità in una materia costituzionalmente e socialmente molto sensibile, come l’ordine e la sicurezza pubblica, e che dunque venga scongiurata l’ipotesi della costituzione di reparti antisommossa nel quadro della PL di Milano, per motivi di legalità e di opportunità.
A diposizione per ogni ulteriore chiarimento, porgo distinti saluti
 
Luciano Muhlbauer
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San Vittore: ancora esplosioni all’interno del carcere


Ancora una volta il carcere milanese di San Vittore al centro dell’attenzione a causa di atti dimostrativi posti in essere da un gruppo di ragazzi non meglio individuati.
Questa notte intorno alle ore 4 un gruppo composto da 4 o 5 persone si è riportato nei pressi del muro di cinta del carcere e dall’esterno hanno lanciato un paio di bombe carta che sono deflagrate violentemente all’interno dell’istituto – a darne notizia è Urso Angelo segretario nazionale della UIL PA Penitenziari.
E’ il secondo episodio che si verifica a distanza di poco tempo e per fortuna anche questa volta non ci sono danni alle cose o alle persone.
“La violenza dell’esplosione ha ovviamente fatto scattare il mediato intervento dell’autopattuglia della Polizia Penitenziaria – aggiunge Urso – che questa volta è riuscita ad intercettare il gruppetto e ad intervenire”.
Dopo una breve colluttazione i due poliziotti penitenziari intervenuti sono riusciti a bloccare uno degli autori dell’insano gesto, mentre gli altri si sono dati alla fuga.
Il fermato è stato quindi tratto in arresto e posto a disposizione dell’autorità giudiziaria ove è stato tradotto questa mattina per  essere sottoposto a processo per direttissima.
“Un plauso quindi all’intervento della Polizia Penitenziaria di San Vittore – conclude il sindacalista - che ha dimostrato una capacità d’intervento immediata, conseguendo un ottimo risultato di servizio”
Da notizie giunte sembra inoltre che  i ragazzi fuggiti si siano poi costituiti presso altre autorità di Polizia e, quindi, anche loro dovrebbero essere nell’aula di tribunale questa mattina.

15 maggio 2010

UIL Penitenziari
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Rilancio un interessante articolo di Fabrizio Agnoli per Il Foglio sul tema preti e pedofilia, perché rileva alcuni elementi utili per il giudizio dell'affaire mediatico sulla pedofilia nella Chiesa.
Casualmente giorni fa mi è arrivata la traduzione di un articolo di Sara Flounders, esponente dell'ormai appaltata organizzazione International Action Center (IAC), i promotori delle maggiori manifestazioni contro l'attacco unilaterale all'Iraq. Una accozzaglia delirante di concetti tra comunismo, preti, pedofilia che in conclusione attacca senza mezzi termini Benedetto XVI e la Chiesa, madre di tutti i mali del mondo come se non ci fosse clero ovunque sorge un minareto, una sinagoga o un tempio di qualsiasi altro tipo,  articolo pubblicato da Il Manifesto domenica 9 aprile scorso. Gli americani, naturalmente, non sanno nulla di comunismo e non li ritengo all'altezza di giudicarlo, figuriamoci di spiegarlo a noi europei. Ma soprattutto: nel paese più anticomunista del mondo, un testo in apologia del "comunismo"  del taglio a "zampa di elefante" può avere soltanto la classica matrice della propaganda Israeliana, cui ogni strumentalizzazione è concessa. Non a caso la divulgazione in Italia, paese dove si sta a digiuno di politica da fin troppi anni per capire i concetti e si è abbastanza esterofili da digerire anche uno gnocco di terra impastato a mano.
Tornando all'articolo Agnoli dichiara: "
Al contrario, su molti siti dei cacciatori di pedofili di professione, degli anticlericali in servizio permanente, dei sedicenti “laici”, si sprecano gli insulti e le maledizioni, contro il don Paolo e, tramite lui, contro la chiesa in generale. Inesistenti i garantisti, i dubbiosi, coloro che si interrogano."
Nulla di più vero. In generale nulla di più vero, non soltanto per il caso del prete antimafia condannato per pedofilia. Fino ai limiti estremi come questo caso, che non è degno della citazione dei nomi, in cui il clone ed il clonato sono "indistinguibili" l'uno dall'altro.



Vedere QUI il Video definito "PEDOFILO" per credere o per ricredersi...

A seguire il clone sulla identica linea editoriale.

La domanda stupida si fa slogan: hePad? itPedo?

La risposta al buon cuore dei lettori.

Io, che non sono in commercio, preferisco restare I Win.




L.M.


Reprobi ripugnanti che non lo erano

L’altra faccia delle streghe pedofile

Il peccato dei peccati al quale inchiodare la chiesa e i suoi ministri. “Terrificante” anche per il Papa. Troppo spesso, dietro le accuse c’è la calunnia

Leggi l'articolo su Il Foglio



Don Giorgio Carli, don Luigi Giovannini, don Sandro De Pretis: tre sacerdoti della mia regione finiti recentemente nel tritacarne dell’accusa di pedofilia, l’accusa più infamante e difficile da smentire che vi sia. Il primo, assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste” mentre la vittima, unico teste, è giudicata “inattendibile”. Don Giorgio lavora nella chiesa del Corpus Domini di Bolzano, nella “zona più popolata e popolare della città”, in cui “non è mai aleggiato il dubbio. Innocente, sempre e comunque, per la gente che lo conosce. Invece in appello il sacerdote viene condannato per violenza: “La memoria (della giovane vittima, ndr) riaffiorò dopo 14 anni e un lungo trattamento di 350 sedute chiamato ‘distensione meditativa’”, simile all’ipnosi. La ragazza, dopo tanti anni e tante sedute, dunque, racconta un sogno di stupro, in cui don Giorgio non compare neppure direttamente, ma solo grazie all’interpretazione degli “esperti”. “Modalità particolari, uniche nella giurisprudenza italiana”, recita il Corriere del 26/3/2009. Una cosa assurda, mai vista, mi conferma il professor Casonato, docente di Psicologia dinamica dell’Università di Milano, esperto di pedofilia.
Il secondo, don Luigi: ama stare coi ragazzi, lo fa con passione e bontà (era un collega…); viene messo sotto accusa per molestie, il caso finisce sui giornali, come sempre poco delicati, e smette di insegnare. Tutto è nato da una diffamazione, come si scoprirà alla fine delle indagini, da parte di una mitomane che dice di avere le visioni della Madonna: è lei, nientemeno, a rivelarle i peccati del don! L’accusatrice verrà inviata dalla magistratura in un istituto psichiatrico per deboli di mente.

Il terzo, don Sandro: vocazione adulta, dopo aver fatto un’esperienza di volontariato internazionale, finisce missionario a Gibuti, piccola Repubblica del Corno d’Africa. A un certo punto viene imputato per corruzione di minori e pedofilia, poi l’accusa cambia (e cambierà molte volte ancora): detenzione di materiale pornografico. In realtà don Sandro ha le foto di bambini con bubboni sul braccio, che ha archiviato per sottoporle ai medici, da buon missionario. Quello di don Sandro diventa un caso internazionale, tanto che il governo Prodi sospende un finanziamento all’ospedale di Gibuti. Alla fine don Sandro viene liberato: sembra che la sua colpa sia stata quella di essere un testimone scomodo, l’unico occidentale a Gibuti nel 1995, quando venne ucciso il giudice francese Bernard Borrel. “La scia dei delitti porta a Ismail Omar Guelleh, attuale presidente della Repubblica”: la vittima è un prete la cui onestà e la cui presenza fanno paura (Vita Trentina, 5/4/2009). L’accusa è dunque quella usata a suo tempo verso i preti cattolici oppositori al regime dai nazisti e dai comunisti, secondo una logica terribile: screditare l’avversario, è meglio che ucciderlo.

Riprendo l’elenco, raccontando qualcuno dei numerosi casi che si possono trovare con qualche ricerca.
Don Giorgio Govoni: condannato a 14 anni in primo grado, la giustizia lo ha del tutto riabilitato quando ormai era già morto di dolore, dieci anni fa: era stato accusato di essere il capobanda di una setta di satanisti feroci, dediti ad abusi su minori e decapitazione di bambini. Per trovare le prove sono stati dragati fiumi e perquisiti cimiteri, alla ricerca di corpi inesistenti. Sulla sua lapide è scritto: “Vittima innocente della calunnia e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi…”. Don Giorgio, ricorda Lucia Bellaspiga, “era un prete particolare, amato dalla sua gente in modo non comune. Il “prete camionista”, era chiamato, perché per sostenere economicamente i suoi poveri, prima i meridionali, poi gli extracomunitari, nelle ore libere guadagnava qualche soldo guidando i Tir” (Avvenire del 3 agosto 2004). Ancora oggi i suoi parrocchiani lo ricordano con affetto e celebrano proprio in questi giorni l’anniversario della sua morte.
Don Paolo Turturro: parroco di Santa Lucia, a Palermo. Una zona difficile: “Nel Borgo vecchio  l’anno scorso furono uccisi a coltellate due ragazzi, davanti a centinaia di persone, che dissero di non aver visto niente. La chiesa sta proprio davanti al portone del carcere dell’Ucciardone (di cui don Turturro è stato anche cappellano, ndr), l’aria che si respira è pesante. Possono essere vere le accuse che due bambini hanno scagliato contro padre Paolo Turturro, il prete antimafia incriminato per pedofilia? Uno choc, una cosa inconcepibile, alla quale nessuno sembra voler credere. Ma le imputazioni del sostituto procuratore della Repubblica, Alessia Sinatra, fatte proprie dal giudice per le indagini preliminari, Marcello Viola, sono da brividi”. Per la sua gente “le accuse contro don Paolo sono inventate, i ragazzini sono stati sentiti senza i genitori, li hanno forzati a raccontare cose non vere”.

Così “trecento persone hanno espresso pubblicamente il loro affetto al prete in fiaccolata notturna ma, probabilmente, né loro né gli autorevoli esponenti della chiesa che si sono schierati a fianco di don Paolo conoscevano l’ordinanza del magistrato che, nel disporre il suo allontanamento, ha scritto: ‘Padre Turturro, in qualità di vero e proprio benefattore delle famiglie del quartiere e artefice di numerose iniziative in campo sociale, anche a sostegno delle istituzioni che contrastano la criminalità organizzata, è inevitabilmente, da lungo tempo, diventato personaggio di spicco, carismatico e nei cui confronti tutti i ragazzi e le rispettive famiglie nutrono da sempre profondi sentimenti di riconoscenza e rispetto, cui inevitabilmente si accompagna una soggezione psicologica non indifferente’. In sostanza, dice il giudice, il prete è sì quello che tutti sappiamo, un paladino della lotta a Cosa nostra, ma proprio per questo il pericolo di inquinamento probatorio diventa più concreto: ‘E’ altissimo’, scrive infatti il dottor Viola, ‘il rischio che le voci dei minori vengano soffocate dalle pressioni dell’indagato, del quale è indiscutibile il prestigio all’interno della comunità di quartiere’”. Il giornalista Gennaro De Stefano conclude così il suo servizio: “‘La sua attività non poteva rimanere senza risposta’, dicono nel quartiere. ‘Siringhe usate infilzate sul portone della chiesa, telefonate minatorie e uova lanciate contro la parrocchia sono state per anni l’avvertimento della mafia. La vendetta potrebbe essere arrivata puntuale con questa sporca storia di pedofilia’. Speriamo sia davvero così” (Oggi, n. 40, 2003). Don Paolo, che vive scortato perché avversato dai boss, amico di don Puglisi, il parroco ucciso dalla mafia, per tutti “prete antimafia” vicino agli ultimi e soprattutto ai bambini a rischio, viene condannato nel 2009 in primo grado a sei anni e sei mesi per pedofilia e a risarcire 50 mila euro alle vittime, costituitesi parti civili. Sembra abbia avuto nei confronti di due bambini “attenzioni particolari” e che in un caso abbia anche “baciato sulla bocca uno dei piccoli”.

Scrive Repubblica del 18 luglio 2009: “Il presidente Fasciana ha anche deciso la trasmissione alla procura degli atti di un ragazzo, Benedetto P., per la testimonianza resa durante il processo in aula. Per il giovane si profila l’iscrizione nel registro degli indagati… Durante il processo, deponendo in aula, altri ragazzini hanno ritrattato o ridimensionato le accuse mosse al prete durante le indagini. Non hanno cambiato versione invece le due presunte vittime”. Alla notizia della sua condanna, che non è definitiva, nessuno tra coloro che ben lo conoscono, ci crede. Scrive un ragazzo sul blog Live Sicilia, quotidiano on line, sotto la notizia della condanna: “Sono stato con don Paolo Turturro dall’età di 9 (1989) anni fino ai 14 (1994), notte e giorno ed è stato come un padre per me, io che un padre non l’ho mai avuto (era un mafiosetto da quattro soldi) e la madre (alcolizzata), tutti e due morti. Non credo assolutamente alle volgari, ignobili ed infamanti accuse. Eravamo più di cento bambini e ragazzi con i quali si parlava si giocava e si viveva insieme tutti i giorni e mai NESSUNO!!! ha accennato o ha avuto il minimo dubbio sulla sua moralità ed operato. Non credo che un UOMO cambi il suo stile di vita, il suo pensiero, la sua anima col trascorrere del tempo” (http://www.livesicilia.it/2009/07/17/condannato-don-turturro/). Al contrario, su molti siti dei cacciatori di pedofili di professione, degli anticlericali in servizio permanente, dei sedicenti “laici”, si sprecano gli insulti e le maledizioni, contro il don Paolo e, tramite lui, contro la chiesa in generale. Inesistenti i garantisti, i dubbiosi, coloro che si interrogano. Se non tra coloro che don Turturro lo hanno conosciuto e che giurano sulla sua innocenza.

Quanto al bacio sulla bocca di don Paolo, divenuto “violenza sessuale”, “pedofilia” (dimostrabile, e come?), fa venire alla mente un altro caso, quello di un altro prete “pedofilo”: don Ilario Rolle, famoso per la sua lotta alla pedopornografia, presidente dell’Associazione Davide onlus per la tutela dei diritti dei minori in rete (attraverso l’invenzione del famoso filtro Davide), consulente del governo per la sicurezza dei minori in rete, fondatore di una casa di accoglienza detta “Pronto soccorso sociale” per l’ospitalità di emergenza di minori e giovani in situazioni di disagio. Don Ilario è stato condannato a tre anni e otto mesi per violenza sessuale su minore: avrebbe baciato sulla bocca un bimbo di dodici anni. “Il pm Stefano Demontis – scrive il Corriere di Chieri e Moncalieri – aveva chiesto un anno e otto mesi, ma il Gup ha deciso di inasprire la pena non condividendo l’ipotesi di violenza lieve sostenuta dalla procura. Nella sentenza il giudice non ha trascurato anche i ‘guai giudiziari’ molto simili avuti in passato da don Rolle.

Due episodi che non portarono a nessuna condanna, uno dei quali avvenne quando si trovava ancora a Carmagnola. Era il 1990, don Ilario aveva 39 anni ed era il parroco di Vallongo. Venne accusato di molestie da un ragazzino di 12 anni, ma venne completamente prosciolto. Il prete si era difeso affermando che il minore era uno sbandato che aveva voluto vendicarsi perché non era stato accolto in comunità. Il ragazzino faceva parte del mondo della baby prostituzione di Porta Nuova e a presentarlo a don Rolle era stato un noto avvocato torinese. La difesa, sostenuta dall’avvocato Stefano Castrale, ha già annunciato appello”. Scrive Repubblica, sotto il titolo “Il bacio proibito del prete antipedofilia: “E’ conosciuto per il suo impegno nella lotta alla pedopornografia, è il creatore di siti Internet con filtri protetti per i bambini, è uno dei preti che ha ricevuto più premi e riconoscimenti, e ha sempre detto che la sua missione è quella di ‘proteggere i minori’. Eppure proprio da un bambino è stato messo nei guai…”. E conclude: “Ma tre anni e otto mesi di carcere sono tanti, e l’accusa di pedofilia rischia di rovinare per sempre una vita dedicata alla lotta contro la violenza sessuale sui minori” (Repubblica, 3/12/2009).

Due anziane suore orsoline di Bergamo: lavorano in un asilo, vengono condannate a nove anni e mezzo in primo grado per abusi su otto bambini tra il 1999 e il 2000. Carmen Pugliese, il pubblico ministero che ha chiesto e ottenuto la pesante condanna, ha dichiarato: “Ci siamo sforzati di non farci condizionare dall’abito che portavano le imputate. Abbiamo avvertito il peso di lavorare in una città cattolica, anche per lo scarso rilievo pubblico dato a una vicenda così grave” (http://italy.indymedia.org/news/2005/04/777565_comment.php, sotto il titolo “Per non dimenticare lo scandalo dei preti pedofili”: uno dei tanti siti, specie di sinistra, che esultano a ogni condanna di preti, e che omettono sistematicamente ogni assoluzione). Nel luglio 2004 le suore vengono assolte in secondo grado, con formula piena, dopo tanta “fortuna” sui giornali. Da mostri sicuri a innocenti certi.
Suor Marta Roversi, nota come suor Rosa: qua e là compare come la suora “pedofila”. Avrebbe coperto l’autista di un asilo di Calabritto, colpevole di molestie su minori. Suor Rosa è stata condannata a tre anni in primo grado e appello. La sentenza in appello è stata però annullata dalla Cassazione e quindi si celebrerà un nuovo appello.

Don Aldo Bonaiuto: responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, dedita all’aiuto, tra le altre cose, delle prostitute, e alla lotta contro il traffico di nigeriane, viene indagato nel 2003 per presunta violenza sessuale nei confronti di un bimbo di cinque anni. A chiamarlo in causa è il figlio di una “lucciola” dell’ex Jugoslavia che don Bonaiuto aveva sottratto dal marciapiede e ospitato nella sua casa-famiglia “Papa Giovanni XXIII”. “C’è un episodio nel passato di don Aldo Bonaiuto che merita di esser ricordato. Il parroco cercò di aiutare la prostituta nigeriana Evelyn Okodua, uccisa a Senigallia il 26 febbraio del 2000, mettendosi contro i suoi presunti sfruttatori. Denunciati dalla polizia, non sono mai stati arrestati. La causa del delitto della nigeriana fu la volontà di uscire dal giro della prostituzione, a cui i suoi sfruttatori si sono opposti ferocemente. Evelyn dieci giorni prima della sua uccisione chiese aiuto a don Bonaiuto e a don Benzi. Il suo corpo straziato fu ritrovato in mezzo a una sterpaia di Passo di Ripe dove si prostituiva. Forse quell’accusa infamante di pedofilia potrebbe essere un segno di ritorsione degli sfruttatori danneggiati dall’impegno sociale del parroco. E la procura sta seguendo indagini anche verso questa ipotesi, quella della malavita organizzata sul racket delle prostitute” (http://www.vivacity.it scritto da Anna Germoni). Don Aldo è stato assolto.

Don Giancarlo Locatelli: accusato per possesso di materiale pedopornografico, assolto perché il fatto non sussiste il 7 novembre 2006. Quattro sacerdoti torinesi: accusati di violenza da tale Salvatore Costa, che vive di espedienti, di furti e di ricatti. Se non mi date dei soldi, vi denuncio: questa la sua strategia, allargata poi ad almeno altri tre preti, uno milanese, uno ligure e uno pugliese, nel corso dei suoi vagabondaggi. Salvatore Costa, racconta Repubblica, “dopo un’infanzia per strada, passava le sue giornate a fare il giro delle chiese, tra elemosine e ricatti”. Per strada significa soprattutto in via Cavalli, a Torino: là dove dagli anni Ottanta “uscivano allo scoperto decine di ragazzi di strada. Giovani di 16-17 anni; a volte anche meno. Disposti a tutto…

Funzionava così, a quei tempi. Quando si vendeva il proprio corpo per qualche migliaio di lire. Per comprarsi un paio di jeans alla moda, scarpe firmate”. Oggi non è diverso, se non per il luogo: non più via Cavalli, per chi vuole sesso e minori. “Chi cerca minorenni li trova più facilmente in qualche cinema a luci rosse. Ormai sono quelli i luoghi di ritrovo durante il giorno. E quei ragazzini in cerca di soldi facili sono lì già dal primo pomeriggio, fino a sera inoltrata. Se ne stanno sulle scale oppure non lontano dagli ingressi. Per una ventina di euro sono disposti a tutto, o quasi” (la Stampa, 9/8/2007). Costa non ha mai avuto un lavoro. Chiede l’elemosina ai preti, come tanti, e talora ad alcuni estorce denaro, minacciando di infangarli pubblicamente per presunti rapporti con lui quand’era minore. Finché uno di loro lo denuncia. Dei preti ricattati uno viene subito scagionato. Due invece non ne escono benissimo: ammettono di avere avuto rapporti omosessuali, ma mai con minori. Del resto le dichiarazioni del Costa sui suoi rapporti con loro risultano “contraddittorie” e non credibili. Sembra che Costa conoscesse le debolezze di qualche sacerdote omosessuale e puntasse sulla possibilità di retrodatare presunti rapporti, per trasformare in un reato ciò che non lo è. Alla fine la magistratura condanna Costa a quattro anni e sei mesi di carcere. La sua abitudine alla diffamazione è sempre più chiara anche grazie alle intercettazioni. In una di queste egli dichiara alla compagna, riferendosi al suo primo legale (ne cambierà quattro): “Ma lo mando a fanc… e lo cancello come avvocato… te lo giuro, giovedì all’interrogatorio faccio finta che mi ha molestato due bambini davanti a me e lo rovino” (la Stampa, 12/12/2008). Insomma, “un ricattatore di professione”, come lo definisce il gip Emanuela Gai. Parte della pena Costa la passerà agli arresti domiciliari, in una parrocchia. “Salvatore Costa è cambiato, ha mostrato l’intenzione di chiudere questo triste capitolo della sua vita. Certo all’interno della parrocchia darà una mano, ma il suo obiettivo è di cercarsi finalmente un lavoro”: così ha dichiarato l’avvocato del Costa. Intanto il ricattatore sarà aiutato. Da un prete (Repubblica, 6 e 8/2/2009).

Don Marco: della sua denuncia per pedofilia parla il Giornale del 2 aprile 2010. Si riportano a grandi caratteri le accuse di un padre: “Pedofilia, la denuncia del padre di una bambina: un padre molestò mia figlia, lo hanno coperto”. Il sacerdote accusato di “semplice” palpeggiamento, ha oltre settant’anni, e nessuna denuncia precedente alle spalle. A inguaiarlo le parole di una bambina di sette anni. Il Giornale spiega che la denuncia della bambina è certamente credibile. Gran parte della letteratura giuridica e psicologica dice il contrario: le testimonianze dei bambini, senza il sostegno di prove concrete, sono del tutto inaffidabili, in quanto i bimbi sono troppo influenzabile, sotto mille aspetti. Ma il giornalista che ha confezionato il titolone e l’articolo, non sa nulla. Chi c’è dietro la bambina? Un uomo con problemi economici e non solo, che era stato sempre aiutato dalla Caritas e dallo stesso don Marco, come dichiara lui stesso: “Prima di allora, io con i salesiani avevo sempre avuto un buon rapporto. Con me erano stati generosi, mi avevano aiutato quando ero in difficoltà. Ero un ‘mammo’, un padre single con due figli, e faticavo ad arrivare a fine mese”. Poi aggiunge: “Dopo la mia denuncia è cambiato tutto. Ci hanno chiuso le porte dell’oratorio… Hanno detto in giro che mia figlia si era inventata tutto perché io volevo estorcere del denaro alla chiesa. Ma quale padre al mondo costringe la figlia a inventarsi un racconto così?”. Nessun padre?

La cronaca ce ne offre decine e decine: ad esempio il padre che spinse il figlio Jordan Chandler ad accusare ingiustamente Michael Jackson per estorcergli 20 milioni di dollari. Avvenire del 3 aprile racconta: “Don Marco, il salesiano accusato di molestie a una bambina… è tornato spontaneamente nel 2008 dal Brasile per dimostrare al magistrato la propria innocenza. Ma nessuno lo ha detto… Sulla vicenda è in corso un processo. Tutti sono convinti dell’innocenza di don Marco, a cominciare dalla sua vecchia parrocchia. E l’ispettore dei salesiani di Milano, don Agostino Sosio, ricorda di aver rigettato una richiesta di denaro del padre per non sporgere denuncia. A quel punto la congregazione è andata fino in fondo per difendere in tribunale il sacerdote”. Aspettiamo dunque la sentenza, sebbene per il Giornale, questa volta in perfetta sintonia con i metodi dei quotidiani di sinistra, i preti denunciati meritano già la condanna e il linciaggio, almeno mediatico, ben prima dell’accertamento dei fatti. Solo notiamo che le prove di un palpeggiamento non si troveranno mai. Rimane quindi una domanda: è più credibile il settantasettenne don Mario, una vita al servizio degli altri, o l’accusatore in perenne ricerca di denaro, di cui sopra?

Tre preti bresciani: coinvolti tutti e tre nella piscosi collettiva di Brescia, a cui Antonio Scurati ha persino dedicato un romanzo. La psicosi inizia nel 2002: piano piano per contagio vengono coinvolti appunto 23 bambini, tre preti, sei maestre e bidelli d’asilo. I tre sacerdoti sono: don Armando Nolli, don Amerigo Barbieri, don Stefano Bertoni. Scrive Repubblica: “Dodici persone in tutto che rappresentano in un colpo solo tutto quello che Brescia ha sempre portato come modello: il suo sistema educativo, le sue strutture sociali, la sua vocazione di cooperazione e solidarietà, la sua chiesa che da quindici secoli ne costituisce l’anima istituzionale, politica e spirituale. Una macchina sociale che rischia di collassare per aver tradito i suoi figli. Per questo da più di un anno, da quando questo incubo collettivo è incominciato, qualcosa nell’anima della città si è rotto. Difficile pensare che non sia successo nulla, impossibile pensare che sia successo qualcosa” (18/10/2004). L’assoluzione finale per tutti gli indagati, perché “i fatti non sussistono”, arriva il 31 marzo 2009. Ancora una volta esperti e magistrati concludono che le dichiarazioni di bambini sotto pressione degli adulti e delle loro convinzioni, non sono attendibili.

Dai casi cui si è accennato, ma se ne potrebbero elencare molti altri, emergono alcune considerazioni.
La prima: l’accusa di pedofilia non dovrebbe essere sufficiente a distruggere una persona, prima che la colpa non sia stata provata. Se la colpa è certa, ben venga l’evangelica macina al collo. Lo stato faccia il suo dovere, la chiesa, soprattutto, vigili sui suoi preti e seminaristi: torni alle regole pre Concilio, allorché, prima che uno fosse accettato in seminario, veniva vagliato e controllato con grande scrupolo e severità. I vescovi, soprattutto, facciano il loro dovere: che non è anzitutto quello di denunciare al tribunale un prete che sbaglia, anche perché non è così facile accertarlo, quanto quello di conoscere, frequentare, sostenere come un padre i suoi seminaristi e i suoi sacerdoti (cosa che purtroppo avviene assai di rado).

La seconda: in molti casi sacerdoti e religiosi vivono spesso a contatto con situazioni limite, con tossici, poveri, squilibrati, sbandati, emarginati. Da chi vanno a chiedere aiuto immigrati senza lavoro, persone che hanno perso tutto, o in difficoltà di vario tipo? Alla Caritas, alla San Vincenzo, alle mense dei poveri che nascono in moltissime città dal volontariato cattolico, alle porte delle canoniche… Non è dunque raro che proprio da costoro i sacerdoti vengano talora ripagati con accuse infamanti, per estorcere denaro, per malintesi, scontri, ricatti, vendette… Come nei “Miserabili” di Victor Hugo è frequente che il beneficiato approfitti del benefattore, specie quando le sue condizioni sono disperate. Si tratta di una situazione ben conosciuta, per esempio, da chi ha avuto a che fare con le comunità terapeutiche di tossici, in cui non di rado succede che il rapporto di amore-odio tra i drogati e i loro aiutanti-“guardiani”, laici o preti che siano, finisca in accuse terribili nei confronti di quest’ultimi, sovente puramente calunniose. Inoltre la scelta di stare accanto agli emarginati, procura talora nemici pericolosi: magnaccia, mafiosi, sfruttatori, cui l’impegno di un sacerdote coraggioso dà immenso fastidio.
In tutti questi casi l’accusa di pedofilia può essere una calunnia, e rende molti sacerdoti, non dei “mostri”, ma delle vittime della loro stessa carità e generosità. Vittime, per di più, infangate e derise dal pregiudizio e dall’odio che la superficialità di molti media alimenta, non senza colpa.

di Francesco Agnoli

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Di Loredana Morandi (del 15/05/2010 @ 11:18:42, in Magistratura, linkato 1605 volte)


Parole di Giustizia


Il ricco calendario della manifestazione



La Spezia. Ecco il programma della manifestazione, organizzata dal Comune della Spezia e dall'Associazione studi giuridici "Giuseppe Borrè"

CittàdiLaSpezia



mattino 10.00-12.30

anteprima scuole
LEGALITÀ, DIRITTI, DELITTI
spazi aperti con gli studenti

ore 10.00
Centro Allende

Gli anni del terrorismo

incontro con
Alessandra Galli
nel corso dell’incontro sarà proiettato il film documentario
"Il codice tra le mani. Storia di Guido Galli"
di Stefano Caselli e Davide Valentini


ore 10.00
CAMeC

Mafia e istituzioni
incontro con
Antonio Ingroia


VENERDÌ 21
pomeriggio

ore 15.30
Terrazza Camec
presentazione
"Parole di giustizia 2010"


VENERDÌ 21
pomeriggio

L’OCCIDENTE E GLI ALTRI

ore 16.00
Terrazza Camec

Pietro Costa
La nascita dello Stato di diritto in Europa
introduce
Maurizio Sergi


ore 17.15
Centro Allende

La democrazia degli altri: Islam e non solo
Elisabetta Cesqui
ne discute con
Renzo Guolo


ore 18.30
sala Dante

lezione magistrale
Gustavo Zagrebelsky
L’essenza della democrazia
presenta
Massimo Federici
introduce
Emanuele Rossi


ore 21.30
Teatro Civico
Compagnia del Teatro dell’Argine
Italiani cìncali
di Mario Perrotta


SABATO 22
mattino

LA GIUSTIZIA OLTRE LO STATO


ore 9.30
Terrazza Camec

I diritti umani nell'età della globalizzazione
ne discutono
Marcello Flores e Salvatore Senese


ore 10.30
Centro Allende

Diritti umani e giustizia:
tribunali e soluzioni alternative

testimoni del tempo

Alberto Perduca
Il Tribunale internazionale per i crimini
commessi nella ex Yugoslavia

Michela Miraglia
L’esperienza della Corte penale internazionale

Massimo Toschi
Verità e riconciliazione in Sudafrica

Adolfo Pérez Esquivel
Le ferite aperte del Sudamerica
coordina
Franco Ippolito


ore 12.30
Sala Dante

La dimensione sovranazionale dei diritti
e l’Europa
ne discutono
Giuliano Amato e Elena Paciotti


SABATO 22
pomeriggio

LE NUOVE FRONTIERE
DEL DIRITTO E DELLA GIUSTIZIA


ore 15.00
Sala CAMeC

Guerra alla povertà o guerra ai poveri?
Rinaldo Gianola
intervista
Luigi Spaventa e Giovanni Palombarini

ore 16.15
Centro Allende

Il carcere e l'umanità cancellata
Carlo Renoldi
ne discute con
Lucia Castellano e Donatella Stasio
(autrici “Diritti e castighi”, Il Saggiatore, 2009

ore 17.30
Terrazza CAMeC

Condizione femminile e diritti
ne discutono
Marina Cacace e Rita Sanlorenzo
coordina
Maria Cristina Failla


ore 18.45
Loggia de' Banchi

testimoni del tempo
I giudici: vent’anni di libri
ne discutono
Nando Dalla Chiesa
("Il giudice ragazzino", Einaudi, 1992)
Francesco Cascini
("Storia di un giudice. Nel far west della 'ndrangheta", Einaudi, 2010)
coordina
Luca Monteverde


DOMENICA 23
mattino

LE PROSPETTIVE DELLA DEMOCRAZIA

ore 9.30
Sala Provincia

testimoni del tempo
L’immigrazione tra accoglienza e rifiuto
in occasione dell’uscita del libro
"Tutti indietro"
di Laura Boldrini(Rizzoli, 2010)
Jean René Bilongo e Livio Pepino
ne discutono con l’autrice


ore 10.45
Terrazza CAMeC

Governo dei giudici
o giudici del governo?
Luigi Ferrarella
intervista
Luca Palamara e Gaetano Pecorella


ore 12.00
Centro Allende

testimoni del tempo
Poteri, giustizia, satira
Sergio Staino
racconta e disegna
introduce
Francesco Paolo Barbanente


I protagonisti

Giuliano Amato è professore di Diritto costituzionale comparato e di Istituzioni giuridiche e politiche pubbliche all'Istituto universitario europeo di Firenze. Due volte presidente dl Consiglio dei ministri e ripetutamente ministro si è ritirato dalla politica attiva nel giugno 2008. È stato vicepresidente della Convenzione europea ed è attualmente presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani

Francesco Paolo Barbanente, avvocato, é presidente della Camera penale della Spezia

Jean René Bilongo, mediatore culturale originario del Camerun, vive e lavora a Castel Volturno. È componente del direttivo dell’Associazione “Jerry Masslo” e responsabile del coordinamento immigrati della Cgil di Caserta

Laura Boldrini, giornalista, è portavoce in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Ha scritto, da ultimo, Tutti indietro, Rizzoli, 2010

Marina Cacace, sociologa, coordinatrice della Assemblea delle donne per lo sviluppo e la lotta alla esclusione sociale (Asdo), ha svolto e diretto progetti di ricerca su diversi aspetti della questione femminile (occupazione, leadership, ambiente urbano, famiglia, politica etc.). Fra le sue pubblicazioni Femminismo e generazioni, Baldini Castoldi & Dalai, 2004

Francesco Cascini, magistrato, è stato sostituto procuratore della Repubblica a Locri e poi a Napoli ed è attualmente direttore dell’Ufficio ispettivo e del controllo presso il Dipartimento della Amministrazione penitenziaria. Ha scritto il racconto lungo Storia di un giudice. Nel far west della 'ndrangheta, Einaudi, 2010

Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate di Milano, ha scritto, con D. Stasio, Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere, Il Saggiatore, 2009

Elisabetta Cesqui, magistrato, é componente del Consiglio superiore della magistratura

Pietro Costa, professore di Storia del diritto medioevale e moderno nella Università di Firenze, è componente del consiglio scientifico di Diritto pubblico. Tra i suoi numerosi scritti, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, Laterza, 1999-2001 e Cittadinanza, Laterza, 2005

Nando Dalla Chiesa, professore di sociologia della criminalità organizzata nella Università statale di Milano è stato parlamentare della Repubblica dal 1992 al 2006. Attualmente è presidente onorario di Libera. Tra i suoi libri di narrazione civile, Il giudice ragazzino (biografia di Rosario Livatino), Einaudi, 1992 e, da ultimo, Album di famiglia, Einaudi, 2009

Cristina Failla, magistrato, é presidente di sezione presso il Tribunale di Massa

Luigi Ferrarella, giornalista, segue la cronaca giudiziaria per il Corriere della Sera. Nel 2007 ha pubblicato, per i tipi de Il Saggiatore, Fine pena mai. L’ergastolo dei tuoi diritti nella giustizia italiana

Marcello Flores, professore di Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena si occupa da sempre di diritti umani. Tra i suoi scritti più recenti nel settore, Storia dei diritti umani, Il Mulino, 2008, Il genocidio degli Armeni, Il Mulino, 2007 e Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005

Alessandra Galli è giudice al Tribunale di Chiavari

Rinaldo Gianola, giornalista, vicedirettore de L’Unità, ha seguito e segue con particolare attenzione l'evoluzione del capitalismo e dei suoi protagonisti nel nostro Paese

Renzo Guolo, docente di sociologia delle religioni presso l’Università di Torino e pubblicista, è tra i maggiori esperti italiani di Islam. Tra le sue opere più recenti si segnala L’Islam è compatibile con la democrazia?, Laterza, 2007

Antonio Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo, dopo essere stato sostituto a Marsala e nel capoluogo siciliano. Autore di alcune delle più importanti indagini su “Cosa nostra” e sui rapporti tra mafia e politica, collabora con quotidiani e riviste ed è autore di numerose pubblicazioni (giuridiche non). Da ultimo (2009) ha pubblicato, per i tipi di Stampa alternativa, C’era una volta l’intercettazione

Franco Ippolito, consigliere della Corte di cassazione e componente del Tribunale permanente dei popoli, è stato presidente dei Magistratura democratica. Autore di numerosi scritti in tema di diritti fondamentali e della loro tutela sul piano nazionale e internazionale, dirige la collana Istituzioni e democrazia dell’editore Chimienti

Michela Miraglia insegna diritto processuale penale e internazionale presso l’Università di Genova. Studiosa di giustizia sovranazionale ha seguito, in particolare, le vicende della Corte penale internazionale su cui ha pubblicato numerosi articoli e una monografia

Luca Monteverde, magistrato, é sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale della Spezia

Elena Paciotti, magistrato sino al 1999, è stata successivamente parlamentare europeo (partecipando alla redazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e ai lavori della Convenzione per l'elaborazione della Costituzione europea). È attualmente presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso - Issoco

Luca Palamara, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, è presidente della Associazione nazionale magistrati (Anm)

Giovanni Palombarini, procuratore aggiunto presso la Corte di cassazione, è tra i magistrati più impegnati nel dibattito culturale del Paese. Collabora con riviste e giornali ed è particolarmente attento ai temi dei diritti civili, del welfare e della immigrazione

Gaetano Pecorella, professore di diritto penale e avvocato, presidente dal 1994 al 1998 della Unione Camere penali, ha alternato l’attività professionale con l’impegno politico, iniziato nella sinistra radicale per sfociare sul finire degli anni Novanta in Forza Italia. È attualmente parlamentare del Popolo della Libertà, di cui è tra gli esperti giuridici più ascoltati

Livio Pepino, magistrato, componente del Consiglio superiore della magistratura, è direttore di Questione giustizia e presidente della Associazione studi giuridici Giuseppe Borrè. Ha scritto, da ultimo, con G.C. Caselli, Lettera a un cittadino che non crede nella giustizia (Laterza, 2008) e, con A. Caputo, La Costituzione repubblicana. I princìpi, le libertà, le buone ragioni (FrancoAngeli, 2009)

Alberto Perduca, magistrato, dopo essere stato sostituto alla Procura della Repubblica di Torino, ha svolto numerosi incarichi giudiziari in diverse realtà europee. È stato componente dell’Ufficio del Procuratore del Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini commessi nella ex Jugoslavia e, poi, responsabile Giustizia della missione Eulex in Kosovo

Adolfo Pérez Esquivel, architetto e scultore argentino, a partire dagli anni Settanta si dedica a tempo pieno alla attività politica contro le ingiustizie sociali e in difesa dei diritti fondamentali. Per la sua opera di denuncia viene arrestato nel 1975 dalla polizia brasiliana e nel 1976 da quella ecuadoregna. Nel 1977 viene fermato dalla polizia argentina, torturato e detenuto per quattordici mesi senza processo. Mentre si trova in carcere riceve il Memoriale della pace di papa Giovanni XXIII. Nel 1980 viene insignito del premio Nobel per la pace come riconoscimento per i suoi sforzi contro la dittatura del suo Paese e in favore dei diritti umani. Dal 2003 è presidente della Lega internazionale per i diritti umani e la liberazione dei popoli

Carlo Renoldi, magistrato di sorveglianza a Cagliari, è responsabile del gruppo immigrazione di Magistratura democratica. Autore di numerosi scritti giuridici collabora con diverse riviste tra le quali, con particolare intensità, Diritto, immigrazione, cittadinanza

Emanuele Rossi, professore di Diritto costituzionale e preside della Classe accademica di Scienze sociale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è autore di numerosi lavori su temi di diritto costituzionale tra i quali Maggioranza e opposizioni nelle procedure parlamentari, Cedam, 2004

Rita Sanlorenzo, giudice del lavoro a Torino, è segretario nazionale di Magistratura democratica. Collabora con giornali e riviste ed è componente del comitato di redazione di Questione giustizia

Salvatore Senese, magistrato, presidente di sezione della Corte di cassazione, è stato parlamentare per tre legislature. Presiede attualmente il Tribunale permanente dei popoli e l’Associazione per la storia e le memorie della Repubblica

Maurizio Sergi è avvocato a Spezia

Luigi Spaventa, professore di Economia politica e manager, è stato Ministro del bilancio e della programmazione economica e presidente della Consob. Economista tra i più apprezzati del Paese è autore di numerose pubblicazioni e collabora con riviste e giornali, tra cui La Repubblica e il Corriere della Sera

Sergio Staino, autore di fumetti e programmi per la televisione pubblica nonché regista cinematografico, commenta quotidianamente con le sue vignette (da ultimo su L’Unità) la politica, i suoi vizi e le sue (poche) virtù. Il suo personaggio più noto, Bobo, è comparso per la prima volta nel 1979 su Linus ed è, da allora, immancabile protagonista della satira nel nostro Paese

Donatella Stasio, giornalista, segue il settore giustizia per Il Sole 24 ore. Ha scritto, con L. Castellano, Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere, Il Saggiatore, 2009

Massimo Toschi, esperto in cooperazione internazionale, dal 2000 ad oggi ha compiuto oltre 40 “missioni di pace” in zone calde del mondo per conto della Regione Toscana, dapprima come consigliere del presidente per la pace, la cooperazione e i diritti umani e poi, dal maggio 2005, come assessore alla cooperazione internazionale, perdono e riconciliazione tra i popoli

Gustavo Zagrebelsky, professore di giustizia costituzionale nella Università di Torino è stato giudice e, poi, presidente della Corte costituzionale. Impegnato nel dibattito pubblico sulla democrazia e la legalità, scrive, tra l’altro, su La Repubblica e La Stampa e presiede Biennale democrazia. Affianca a una vasta produzione accademica opere di cultura politica. Tra queste, Il diritto mite. Legge, diritti, giustizia, Einaudi, 1992, Il «crucifige!» e la democrazia, Einaudi, 1995 nonché, da ultimo, Contro l’etica della verità, Laterza, 2008 e Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo, Laterza, 2010


I promotori

La rassegna è promossa da:
Comune della Spezia
Associazione studi giuridici Giuseppe Borrè
Istituzione per i servizi culturali del Comune della Spezia

in collaborazione con
Fondazione Lelio e Lisli Basso
Fondazione Verardi
Questione giustizia

con il patrocinio di
Regione Liguria
Provincia della Spezia
Associazione nazionale magistrati
Magistratura democratica
Consiglio nazionale forense
Consiglio Ordine avvocati della Spezia
Scuola Superiore di Studi Universitari e Perfezionamento Sant'Anna di Pisa
Facoltà di giurisprudenza Università degli studi di Genova

con il sostegno di
Cassa di Risparmio della Spezia

Direzione scientifica
Livio Pepino

Parole di Giustizia
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Di Loredana Morandi (del 15/05/2010 @ 08:21:02, in Magistratura, linkato 1627 volte)
Si riapre il giallo, stavolta con le tinte fosche dei servizi deviati.  Un informatico  (atu?, cancelliere?, tutore dell'ordine? di sicuro era persona sempre presente) accede abusivamente ai computer per controllare lo stato dell'indagine, ed è autore della soffiata sul "bagno a mare" del magistrato e dei suoi ospiti. Un particolare quest'ultimo che oggi sarebbe stato in prima pagina 3 secondi dopo la formulazione dell'invito prima ancora di udir le risposte, e con tanto di 3 puntate di Anno Zero anticipate con comunicato alla stampa e risposta dei parlamentari dalle agenzie. Sulle tecnologie sorge spontanea una domanda: nel 1989 non esistevano le tecnologie per rilevare impronte digitali e dna? L.M.

Falcone, bomba Addaura: 6 indagati

Procura Caltanissetta riapre inchiesta


Sei nuove persone risultano indagate in relazione al fallito attentato dell'Addaura contro Giovanni Falcone. La Procura della Repubblica di Caltanissetta, che conduce l'inchiesta, ha ordinato il prelievo delle tracce di Dna da muta, pinne e occhiali adoperati dai sub che il 19 giugno 1989 piazzarono una borsa con 20 chili di esplosivo sulla scogliera sulla quale si affacciava la villa di Falcone. La bomba fu disinnescata dalla sua scorta.
Falcone, 5 indagati per bomba Addaura

Al nome del superkiller di Cosa Nostra Salvo Madonia, che era stato iscritto già da tempo, si sono ora aggiunti quelli di Gaetano Scotto, già condannato per la strage di via D'Amelio, dei fratelli Giuseppe e Raffaele Galatolo, del nipote Angelo Galatolo, e del collaboratore di giustizia Angelo Fontana, che si è autoaccusato. Giuseppe Galatolo, che avrebbe avuto il ruolo di procurare il telecomando per attivare l'ordigno piazzato sulla scogliera davanti alla villa del magistratro, è deceduto tempo fa. E dunque nei suoi confronti non si potrà che archiviare.

La Procura nissena ha disposto un incidente probatorio per il prelivo di campioni di dna dalle pinne, dalle maschere e dalla muta da subacqueo ritrovati tra gli scogli dov'era stata piazzata una carica esplosiva davanti alla villa presa in affitto da Falcone. Quel giorno era ospite del magistrato siciliano l'allora procuratore federale svizzero, Carla del Ponte. L'attentato venne neutralizzato dagli uomini della scorta del magistrato, che notarono il borsone da sub contenente 20 chili di tritolo.

I rapporti tra mafia e gli 007
La procura indaga anche sui rapporti tra Cosa nostra e i servizi segreti. All'interno della sede della Dia di Caltanissetta si sarebbe introdotto un uomo dell'intelligence che collegandosi ad un computer avrebbe controllato le varie fasi delle indagini sull'attentato all'Addaura. Una talpa avrebbe anche informato coloro che piazzarono l'esplosivo alla villa di Falcone che il magistrato si sarebbe recato all'Addaura con i magistrati svizzeri per andare a fare un bagno.

Buoni e cattivi nei servizi segreti
"Buoni" e "cattivi" sono uomini dei servizi segreti e si fronteggiarono per due cause diverse: i primi protessero Falcone, gli altri lo volevano eliminare. Il gruppo degli assalitori era costituito da uomini del clan Madonia che avevano piazzato una borsa piena di candelotti di tritolo sulla scala che conduce alla villa del magistrato. I ''buoni'' avrebbero intercettato l'operazione e disinnescato il micidiale ordigno. Falcone si salvò. I depistaggi frenarono l'inchiesta sul fallito attentato dell'Addaura e solo a distanza di tanto tempo sono cominciati ad affiorare spezzoni di una verità a lungo occultata. Soprattutto quella di un collegamento tra uomini dei servizi di sicurezza e ambienti di Cosa nostra.

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo481607.shtml
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Di Loredana Morandi (del 15/05/2010 @ 07:54:58, in Politica, linkato 1433 volte)
Auguri e soprattutto auguri alle donne. Ieri ho intercettato la manifestazione alla tv, proprio al  momento della consegna della medaglia d'oro alla bandiera della Polizia di Stato per il valore dimostrato durante i soccorsi del terremoto Aquilano.
Complimenti sinceri alla mente pensante, che ha dato vita allo spettacolo con gli artisti che han composto la scritta "c'è più sicurezza insieme". Sul caso Gugliotta ritirare la denuncia per resistenza a pubblico ufficiale sarebbe davvero un bel gesto da parte di Polizia di Stato, perché è noto che certi ragazzi siano "irresistibili" specie se tanti e armati. Sgravare  economicamente la famiglia dalla tenaglia giudiziaria potrebbe essere un bel gesto anche per dare pace alla memoria di Tutte le altre vittime. La violenza e la sopraffazione sono sbagliati ovunque. Risolvere definitivamente il problema violenza negli Stadi invece è una responsabilità civile di tutti, ad iniziare con le Associazioni Sportive e i circoli delle tifoserie.
I festeggiamenti per il 158esimo anniversario della PS, prima istituzione in Europa ad avere un corpo di "sommozzatori", proseguono al Laghetto dell'Eur tra sabato e domenica.

Promessa: per il 160esimo della PS pubblicherò copia della mia "domanda di concorso in polizia", discussa animatamente e con fiducia con gli agenti delle scorte di ritorno dai luoghi del barbaro omicidio di Paolo Borsellino.
L.M.



La Polizia fa 158 anni, da 50 in rosa
Napolitano: sempre piu' incisiva la lotta alle mafie

14 maggio, 21:32

ROMA - Nell'ultimo anno la polizia ha proseguito "con accresciuta incisività la lotta alla criminalità organizzata" catturando pericolosi latitanti e aggredendo consistenti patrimoni ai mafiosi. E' quanto scrive il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato per il 158/o anniversario della fondazione della Polizia di Stato.

Le celebrazioni per la ricorrenza si sono svolte, come da tradizione, a piazza del Popolo a Roma. Presenti tra gli altri, oltre a Napolitano, il presidente del Senato Renato Schifani, il sottosegretario Gianni Letta, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il presidente della Corte Costituzionale Francesco Amirante. Assente il premier Silvio Berlusconi che in un messaggio ha elogiato il corpo, "all'avanguardia per modernità ed efficacia nel contesto europeo e internazionale più evoluto", ringraziando quanti hanno onorato la divisa "fino all'estremo sacrificio".

E' stato quindi Maroni a prendere la parola per sottolineare i successi ottenuti nella lotta alla criminalità: negli ultimi due anni sono stati sequestrati più di 22mila beni per un valore di oltre 11 miliardi di euro; i reati sono diminuiti di oltre l'11%, i latitanti catturati sono stati 360, di cui 24 nell'elenco dei 30 più pericolosi, gli sbarchi dei clandestini sono calati di oltre il 90%.

Attenzione alta, ha spiegato il ministro, anche contro il terrorismo internazionale, con nove "pericolosi terroristi" individuati ed espulsi. Il presidente Napolitano ha poi consegnato le onorificenze al corpo. Tra le altre, la medaglia d'oro alla Bandiera della polizia di Stato per il servizio prestato in occasione del sisma in Abruzzo ed i diplomi di promozione per merito straordinario alla squadra Catturandi della squadra mobile di Palermo ed al personale della Mobile di Reggio Calabria.

Medaglia anche per il cinquantesimo anniversario dell'entrata in servizio della donna in polizia: a ritirarlo Rosa Scafa, frequentatrice del primo corso per assistenti della polizia femminile. Una scelta, quella di 50 anni fa, ha sottolineato Maroni, "coraggiosa per i tempi, ma che si è rilevata esatta".

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha toccato il delicato tasto dei fondi. I tagli, ha premesso, "hanno colpito non solo l'Italia e non solo le forze di polizia, ma è certo che noi abbiamo bisogno di più risorse". Il prefetto ha poi riferito di confidare nel Fondo unico giustizia alimentato dai beni sequestrati alla criminalità organizzata che può mettere denaro a disposizione delle forze dell'ordine.

Manganelli, infine, è tornato sul caso di Stefano Gugliotta, il giovane picchiato ed arrestato dopo la partita Roma-Inter del 5 magio. "Quando accadono questi fatti, ha riconosciuto, "c'é amarezza e forte rammarico e voglia di scusarsi con tutti. Ci sono uomini e donne straordinarie nelle forze di polizia che lavorano ogni giorno raggiungendo ottimi risultati ed è riprovevole, anche se fisiologico, ogni atto che fuoriesce dall'ordinario svolgimento dell'attività. Possono esserci eccessi, manifestazioni che noi andiamo a sanzionare".
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