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Chi spontaneamente, senz'esservi costretto, si comporta con giustizia, non sarà infelice, né mai lo coglierà totale rovina.

Eschilo
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 17:13:16, in Magistratura, linkato 1366 volte)
11:34 - POLITICA- 02 SET 2010

Giustizia/ Palamara:
Troppe strumentalizzazioni delle inchieste


"Prima affrontiamo l'arretrato, poi parliamo di assetti"


Roma, 2 set. (Apcom) - "Tangentopoli ha portato un'alterazione dei rapporti tra politica e magistratura" e con l'introduzione del nuovo codice di Procedura Penale "si è inteso esaltare l'indagine preliminare, strumentalizzandola a fini politici.

Strumentalizzare le inchieste dei giudici, attaccando loro delle etichette in base alle inchieste che fanno": questo uno dei principali problemi della giustizia secondo il presidente dell'Anm, Luca Palamara, che, parlando a 'Cominciamo bene estate', su Rai 3, ha spiegato che "le cause dei malfuzionamenti del sistema giudiziario sono molteplici".

 "In primo luogo - ha spiegato Palamara - c'è un eccessivo tasso di litigiosità in Italia, poi ci sono delle disfunzioni organiche, con l'orgaizzazione degli uffici giudiziari risale all'Ottocento e ci sono un sacco di tribunali inutili. Inoltre, il nostro sistema è eccessivamente burocratico. Poi, va detto che molti tribunali non funzionano: c'è troppo squilibrio tra magistrati giudicanti e requirenti, il sistema della giustizia civile è troppo lento, con un pesantissimo debito che abbiamo sulle spalle, un arretrato di 5 milioni di processi civili e 4 milioni di processi penali.

Per prima cosa - ha concluso Palamara - dobbiamo affrontare il funzionamento della giustizia, poi ci si può dedicare ai rapporti tra politica e giustizia e all'assetto istituzionale".

La Rassegna dalla trasmissione di Rai 3

Giustizia/ Palamara: Troppe strumentalizzazioni delle inchieste

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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 17:02:35, in Magistratura, linkato 1625 volte)

UNIONE NAZIONALE GIUDICI DI PACE

COMUNICATO STAMPA 2 SETTEMBRE 2010


L’UNIONE SOLIDALE CON L’AVVOCATURA


L’Unione Nazionale dei Giudici di Pace condivide le preoccupazioni e la denuncia dell’Avvocatura su tempi, costi ed efficienza del sistema giudiziario.

In tal senso, l’Unione manifesta solidarietà ed appoggio alle azioni di protesta dell’Avvocatura programmate per il 16 settembre prossimo.

Non si risolvono i problemi della Giustizia aumentandone irrazionalmente i costi ed aggravandone le modalità di accesso: l’approvazione di oneri fiscali ed economici sempre maggiori, anche in conseguenza dell’imminente entrata in vigore della conciliazione obbligatoria, graverà principalmente sulle cause di minor valore (la maggior parte), che interessano piccole imprese, liberi professionisti, artigiani e comuni cittadini.

Il “Giusto Processo” è un diritto di tutti i cittadini e non un privilegio per pochi facoltosi.

La conciliazione obbligatoria allungherà, peraltro, anche i tempi del processo, introducendo, nella sostanza, un quarto grado di giudizio.

L’Unione denuncia, altresì, il ritardo nella definizione delle riforme della Giustizia di Pace e della Magistratura Onoraria, due componenti insostituibili per il funzionamento della Giustizia, che smaltiscono oltre il 50% dei carichi di lavoro degli uffici giudiziari.

E’ necessaria l’immediata normalizzazione dei rapporti di lavoro in atto, con riconoscimento ai giudici di pace della rinnovabilità dei mandati (a costo zero) e delle irrinunciabili tutele costituzionali (previdenza, salute, famiglia..).

Nel reclutamento dei nuovi giudici di pace occorrerà ricorrere esclusivamente ad avvocati dalla comprovata esperienza professionale, al fine di garantire sempre maggiore qualità ed efficienza alla funzione.

Il Presidente
Gabriele Longo

Il Segretario Generale
Alberto Rossi

fonte Altalex http://www.altalex.com/index.php?idnot=11778

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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 16:59:18, in Giuristi, linkato 1521 volte)

OUA, COMUNICATO STAMPA 30 AGOSTO 2010


CRISI-GIUSTIZIA, L’OUA CHIEDE

UN INCONTRO URGENTE AL MINISTRO ALFANO


Calendario di iniziative di protesta dal 16 settembre: astensioni dalle udienze, dalla difesa di ufficio e dei meno abbienti, dalle commissioni di esami per l’abilitazione ad avvocato, manifestazione nazionale a Roma.

«Ci rendiamo conto delle difficoltà politiche del momento, ma il Governo e il Ministro della Giustizia non possono sottrarsi al dialogo, è nell’interesse del Paese aprire un tavolo di confronto, visto lo stato di agitazione della categoria e il calendario di dure iniziative di protesta già programmate. E’ bene ricordare che l’Avvocatura da tempo ha formulato proposte per rendere sollecita ed efficiente la Giustizia, equilibrando il ruolo degli operatori del settore». Così MAURIZIO DE TILLA, presidente Oua, spiega le ragioni della richiesta di un incontro urgente con il ministro di Giustizia, Alfano.

«Segnatamente – continua il presidente dell’Oua - è stato consegnato dall’OUA al Ministro della Giustizia ed ai Parlamentari un progetto per l’istituzione del Giudice Laico redatto sulla base di elementi costitutivi affidati al rigore e alla più puntuale collocazione di tale Giudice (già esistente e utilizzato) nel panorama dell’ordinamento giudiziario.

Inoltre, giace nelle aule parlamentari il disegno di legge presentato dall’On. Gaetano Pecorella ed ispirato all’OUA sulla esplicita costituzionalizzazione del “Soggetto Avvocatura” nella Giurisdizione insieme al “Soggetto Magistratura” già presente nella Carta costituzionale».

De Tilla sottolinea, inoltre, che è già stato avanzato anche un progetto condiviso di proposte che rimane ancora senza riscontro: «Il “Patto per la Giustizia” – ricorda - sottoscritto dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana insieme all’associazione Nazionale Magistrati e alle rappresentanze sindacali dei dirigenti e del personale Giustizia è un’ulteriore dimostrazione della volontà di collaborare per mettere in efficienza il “Sistema Giustizia”».

«L’Avvocatura – aggiunge inoltre de Tilla - stavolta unitariamente, e sempre su invito dello stesso Ministro Alfano, ha prospettato un progetto condiviso di riforma dell’ordinamento forense che giace per inerzia nell’Aula del Senato senza fissazione del prosieguo della discussione.

L’Avvocatura rimane, quindi, stupita che, di fronte a una sua precisa volontà ed impegno a cooperare per la risoluzione dei problemi della giustizia, il Governo e il Ministro Alfano – verso i quali l’OUA ha sempre espresso forte consenso - abbiano interrotto ogni dialogo, mettendo in campo proposte sterili e di dubbio pregio giuridico (media conciliazione obbligatoria – vedi di seguito le ragioni -, ausiliario del Giudice, proroghe indiscriminate etc.), che non hanno nulla a che vedere con l’intento, più volte manifestato dallo stesso Ministro, diretto a predisporre un efficace progetto di riforma della giustizia. Il dissenso dell’Avvocatura è quindi più che fondato. Se non verranno segnali di dialogo costruttivo e emendativo, anche nella ricerca di una politica unitaria e condivisa della maggioranza salutare del paese, sarà un “Autunno caldo” con una serie di iniziative di protesta che culmineranno nel Congresso Nazionale Forense che si terrà a Genova a fine novembre».

LA "ROAD MAP" DELLA PROTESTA

Già decisa dall’Oua su indicazione degli ordini forensi territoriali:

  • una settimana finale di protesta dall’11 al 16 ottobre

Queste invece le iniziative a partire dal 16 settembre:

  • non accettare incarichi di difesa dei meno abbienti e di difensori d’ufficio;
  • astensioni dalle udienze, manifestazioni territoriali e una manifestazione nazionale a Roma;
  • astenersi dal deliberare la designazione dei commissari d’esami di abilitazione alla professione di avvocato;
  • campagna di pressione mediatica attraverso l’acquisto di pagine sui quotidiani nazionali e l’invio di fax e e-mail al Presidente del Consiglio e al Ministro di Giustizia.

MEDIA CONCILIAZIONE OBBLIGATORIA, ECCO PERCHÈ NON FUNZIONERÀ

L’Oua ancora una volta ribadisce che la media-conciliazione obbligatoria contravviene a principi elementari di diritto:

  • perché determinerà un più difficile accesso alla giurisdizione da parte del cittadino;
  • perché determinerà un ulteriore dilatamento dei tempi (almeno un anno) per la presentazione della richiesta di giustizia al giudice;
  • perché determinerà un aumento degli oneri e una lievitazione dei costi, tutti a carico del cittadino;
  • perché costituirà un ulteriore strumento dilatorio per la parte inadempiente che non ha alcuna volontà di conciliare la lite;
  • perché appare, sul piano sistematico, in totale disarmonia con aspetti processuali e tecnici con l’effetto perverso di un probabile corto circuito per innumerevoli domande.

Roma, 30 agosto 2010.

fonte Altalex

http://www.altalex.com/index.php?idnot=1838

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Sono con Palamara. La linea di Laudati è sbagliata, meglio sarebbe scioperare anche come singolo Distretto giudiziario insieme con gli operatori delle forze dell'ordine e i sindacati tutti dei lavoratori. Non è della magistratura, quando investita del proprio ruolo istituzionale, l'atto di creare autonomamente i "2 binari della Giustizia".  L.M.

il caso


Linea choc del procuratore Laudati
«Stop alle indagini su furti e rapine»

La decisione presa per sopperire alle carenze di organico
Bari diventa un caso ma l'Anm è contraria e dice no



BARI - Più che una provocazione, quella del procuratore di Bari Antonio Laudati appare una vera e propria resa. L’annuncio è forte e basta a infiammare la polemica in materia di giustizia. Perché se il capo di un ufficio strategico come quello del capoluogo pugliese annuncia di essere «costretto a fare delle scelte di fronte alla carenza di pubblici ministeri» e spiega che «reati come furti, scippi e rapine non avranno mai un condannato e forse neanche un’indagine dovendo dare priorità alle inchieste su omicidi e criminalità organizzata», appare evidente che la macchina è in panne. Mentre la maggioranza di governo si spacca sul «processo breve», l’allarme lanciato dall’alto magistrato evidenzia quali siano i veri problemi che hanno portato al collasso il sistema giudiziario.

Anche se Luca Palamara, presidente dell’Anm, avverte: «Quella delle piante organiche vecchie è un’emergenza reale e grave che abbiamo evidenziato più volte, però non deve servire a chi pensa di eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale, garanzia di avere una legge uguale per tutti. Voglio interpretare la sortita di Laudati come un richiamo a interventi che garantiscano giustizia ai cittadini e ricordare che la depenalizzazione ragionata si può e si deve fare, ma certamente non può comprendere reati di grave allarme sociale come quelli citati dal procuratore».

Più volte il Guardasigilli Angelino Alfano ha ricordato come sia «il principio di inamovibilità dei magistrati ad aver creato una simile situazione», ma ora annuncia «il potenziamento degli uffici più esposti nella lotta alla criminalità organizzata grazie ad interventi che nessun governo aveva mai effettuato prima». I dati del ministero forniscono un quadro drammatico.

A Enna dovrebbero lavorare quattro pubblici ministeri, non ce n’è neanche uno.
A Palmi da un anno e mezzo ci sono cinque sostituti anziché i dieci previsti.
Non stanno meglio Gela, Sciacca, Locri e le altre procure calabresi.

Ma quello delle carenze in organico è un problema serio anche al Nord se a Brescia mancano circa dieci magistrati.

Esempio eclatante è quello dell’Aquila che si trova a fronteggiare il carico arretrato al quale si sommano tutti i processi avviati dopo il terremoto del 6 aprile dello scorso anno. Il direttore dell’Organizzazione giudiziaria è Luigi Birritteri, magistrato caparbio che prima di arrivare in via Arenula è stato in sedi complicate come Agrigento e Caltanissetta. Ed è lui a dover fronteggiare l’emergenza dopo la scelta fatta dall’ex ministro Roberto Castelli di bloccare i concorsi per quattro anni. Per far ripartire la macchina ha deciso di puntare sulla flessibilità delle risorse umane con piani di incentivi per chi è disposto a spostarsi, tenendo conto che non sempre la soluzione è l’aumento degli organici, ma la vera redistribuzione sul territorio. Esempio classico è quello di Parma, procura dal ritmo lento improvvisamente entrata in affanno con l’inchiesta sul crac Parmalat.

La procedura per l’arrivo dei rinforzi è stata talmente farraginosa che quando è stato raggiunto il risultato era ormai quasi inutile avere personale in più.

Un problema che riguarda anche gli amministrativi: basti pensare che al Centrosud la copertura supera addirittura il 105 per cento mentre al Nord c’è ormai una sofferenza cronica con carenze che sfiorano il 35%.

La maggior parte degli impiegati arriva proprio dal Sud e con gli stipendi bassi e la crisi degli alloggi, molti scelgono di tornare a casa pur consapevoli di rinunciare talvolta a incarichi di maggior prestigio. Secondo i dati del Viminale omicidi, rapine e furti sono in diminuzione, ma senza una ris posta efficace la tendenza può nuovamente essere invertita.

Per questo i sindacati di polizia si schierano con Laudati nel porre il problema degli uomini e delle risorse, ma avvertono: «Non ci saranno mai esclusioni nella lista dei reati da perseguire».

Secondo Claudio Giardullo della Cgil «il procuratore di Bari ha messo in evidenza come i risultati siano stati ottenuti nonostante i tagli imposti dal governo che sfrutta il lavoro di magistrati e forze dell’ordine e poi se ne attribuisce i meriti».

Di «provocazione non condivisibile» parla il segretario del Sap Nicola Tanzi» che però aggiunge: «Il sistema è ormai allo stremo, le forze di polizia annaspano e ben venga ciò che provoca interventi decisivi».

D’accordo Enzo Letizia dell’Associazione funzionari quando ricorda che «mancano 20.000 uomini tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, dei quali 16.000 destinati ad uffici operativi e dunque la scelta dei reati da perseguire non è un capriccio, ma una necessità».

Fiorenza Sarzanini
Corriere del Mezzogiorno - 02 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:33:19, in Politica, linkato 1448 volte)
La domanda stupida: Bocchino è napoletano, ma com'è che non lo indaga nessuno? LM


lo scontro

Giustizia, nuova lite nel centrodestra

La Russa: votare il processo breve del Senato.
No di Bocchino. Lo scoglio è la norma transitoria


ROMA - I finiani ribadiscono con forza il loro no a ogni forma di «amnistia mascherata», ma il governo è determinato ad andare avanti alla ricerca di uno scudo per il presidente del Consiglio. Il ministro Guardasigilli, Angelino Alfano, vorrebbe salire al Quirinale tra oggi e domani, per presentare al presidente della Repubblica gli sviluppi sulla riforma del processo.

È la norma transitoria il passaggio più controverso e osteggiato del provvedimento. Quello che estende le modifiche ai processi in corso per il capo del governo e riguardo al quale non solo molti esponenti del Pdl, ma anche i tecnici del Colle, nutrono i dubbi più forti. Per giunta il Quirinale ha abbandonato da tempo ogni forma di moral suasion, riservando il suo giudizio solo al momento della firma. Né in via Arenula c'è molto ottimismo sulla possibilità di ottenere lo stesso risultato per un'altra strada, quella cioè che allungherebbe i tempi dei processi in primo grado, avvicinando così la possibilità della prescrizione per i giudizi che riguardano il premier.

Franco Frattini intanto ha fatto sapere che «è pronta» la lettera con cui spiegare ai ministri degli Esteri dell'Unione europea le motivazioni del processo breve. «È giusto far conoscere la situazione italiana che provoca ritardi e ricorsi - motiva l'iniziativa il responsabile della Farnesina - Berlusconi valuterà se e quando potrò inviare la lettera». Ma chi sperava che la pace tra Berlusconi e Fini potesse scoppiare proprio sulla giustizia, potrebbe restare deluso. I finiani non accetteranno aut aut, né «amnistie mascherate». A sera Italo Bocchino, capogruppo di Futuro e libertà alla Camera, ufficializza gli umori dei finiani meno dialoganti: «Non siamo disponibili a varare delle norme che facciano saltare un numero alto di processi. Tanto più se si tratta di reati che creano grande allarme, come la corruzione».

La tensione è di nuovo alta. Ignazio La Russa ricorda che la maggioranza «si è impegnata» e che dunque il processo breve «sarà votato alla Camera come è uscito dal Senato». Al ministro della Difesa replica Bocchino, per nulla conciliante: «La Camera non è il notaio del Senato, il testo è da modificare. Non può essere votato a scatola chiusa, noi non accettiamo aut aut». Ma i finiani sono divisi. L'onorevole Souad Sbai, berlusconiana dichiarata, voterà «serenamente e senza dubbi» il processo breve, convinta com'è che fondare un nuovo partito «sarebbe un errore». Gianfranco Fini svelerà i suoi piani domenica, dal palco di Mirabello. Ieri intanto il presidente è salito nel suo studio di Montecitorio per alcune scadenze istituzionali e ha ricevuto la visita di Bocchino e Giulia Bongiorno. E poiché la presidente della commissione Giustizia starebbe trattando col legale del premier Niccolò Ghedini, alla ricerca di una soluzione tecnica che garantisca uno scudo a Berlusconi senza mandare al macero migliaia di processi, la sua presenza nell'ufficio di Fini fa ben sperare l'ala dialogante. «I segnali dicono che si è aperto un confronto positivo», confida in un accordo Pasquale Viespoli. Ma Carmelo Briguglio smentisce: «Non c'è alcuna trattativa in corso».

Monica Guerzoni per Corriere Sera
02 settembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:18:45, in Magistratura, linkato 1591 volte)
 I 3.500 magistrati onorari

Quei precari in toga fanno giustizia


Che in Italia i processi non siano «brevi» lo sanno tutti. Basta chiedere a uno qualsiasi dei milioni di cittadini alle prese con una giustizia troppo spesso sorda e impenetrabile, la cui arcaicità non sembra essere scalfita dagli annunci d’innovazione tecnologica od organizzativa che si succedono di anno in anno. Ancora più velocemente, di mese in mese, si rincorrono le condanne della Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo (organismo del Consiglio d’Europa) nei confronti del nostro Paese per l’«irragionevole durata» dei procedimenti giudiziari civili e penali.

Perciò l’intenzione espressa dal governo di snellire i tempi processuali sarebbe da considerare semplicemente doverosa, oltre che ragionevole. Le polemiche, si sa, scaturiscono per lo più dalla norma transitoria (contenuta appunto nel testo sul cosiddetto «processo breve», approvato all’inizio dell’anno dal Senato e da allora fermo alla Camera) che prevede l’applicazione ai processi già in corso, tra i quali ve ne sono un paio che riguardano il presidente del Consiglio. Non è un particolare di poco conto, certo. Ma a voler prescindere da questo (del resto, una proposta simile fu presentata nel 2004 dai Democratici di sinistra) e a voler guardare soltanto alla potenziale efficacia della riforma in questione, c’è da chiedersi se sia sufficiente porre un limite di tempo per assicurare ai cittadini una giustizia che, oltre a essere (relativamente) «breve», sia anche «giusta».

È questo, infatti, uno dei principali doveri dello Stato. La risposta non può che essere negativa, in assenza di altri interventi "strutturali", in grado di raddrizzare finalmente i tortuosi e accidentati sentieri che, oggi, il fascicolo di una causa o di un’indagine deve percorrere prima di tagliare il traguardo della sentenza. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, qualche giorno fa, ha assicurato che troverà le risorse economiche necessarie per riorganizzare il lavoro di procure e tribunali per realizzare nei fatti il «processo breve» o «di ragionevole durata», come sarebbe più corretto dire. Speriamo.

Ma servirebbe, in ogni caso, uno scatto ulteriore: bisognerebbe sgravare la bilancia della Giustizia (che, per definizione, dovrebbe essere certa, solida) dal peso della precarietà.

 Già, perché precari in toga sono i circa 3.500 magistrati onorari di tribunale che ogni giorno, insieme ai giudici di pace, contribuiscono a smaltire in larga parte l’enorme contenzioso di questo nostro Paese, bello, litigioso e cavilloso. Il 98 per cento dei processi penali di primo grado davanti ai giudici monocratici viene celebrato grazie a loro. Anche nelle sedi disagiate, dove le toghe ordinarie, tutelate dal Csm e dall’Anm, non vogliono andare.

Per le toghe onorarie, invece, tutele zero, come spieghiamo all’interno del giornale. Lavorano a cottimo: una settantina di euro netti per ogni udienza tenuta. L’attività fuori dall’aula (lo studio dei fascicoli, la scrittura delle sentenze) non viene retribuita, così come i periodi di malattia, di maternità, di ferie. I contributi previdenziali li mette da parte solo chi se li può pagare. L’incarico è a tempo, salvo proroghe. Intanto della riforma organica della magistratura onoraria e dei giudici di pace, annunciata a novembre dello scorso anno e poi oggetto di aggiustamenti (sulla carta) nel corso di incontri tra Alfano, il sottosegretario Caliendo e le organizzazioni di categoria, si sono perse le tracce. Ma senza di loro sarebbe la paralisi definitiva, altro che processo breve... Una giustizia "a tempo determinato", ingiusta con una parte non marginale di coloro che sono chiamati ad amministrarla, fatica a essere credibile agli occhi del cittadino.


Avvenire - Danilo Paolini
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:12:20, in Magistratura, linkato 1490 volte)
Un interessante articolo di "Avvenire"  .. LM

PIANETA GIUSTIZIA

Giudici e pm sì, ma «precari»
Quando il tribunale è a cottimo

 

Entri in un’aula di giustizia dove si sta svolgendo un’udienza per omicidio colposo legato a un incidente stradale e l’accusa è sostenuta da un pubblico ministero «a cottimo». Ancora: sei alle prese con una causa civile in cui possono esserci in ballo decine di migliaia di euro e il giudice che è chiamato a decidere è un «lavoratore a termine» che anno dopo anno attende il rinnovo dell’incarico.

Basta aggirarsi fra i tribunali della Penisola per imbattersi in giudici e pubblici ministeri a gettone che chiedono condanne, scrivono sentenze o stabiliscono pene. Magistrati, sì. Ma precari. Che, in ogni caso, amministrano un terzo della giustizia italiana e sono più di 3400. La legge li chiama magistrati onorari di tribunale («mot»). Loro si definiscono giudici «a tempo determinato» e «in attesa di condono» perché la loro categoria è in perenne ricerca di un assetto definitivo. Non hanno uno stipendio e neppure le ferie, ma soltanto un «rimborso»: 98 euro lordi per ogni udienza. Un compenso che si riduce a 72 euro una volta pagate le imposte e i contributi previdenziali e che non tiene conto della mole di lavoro: si guadagna sempre la stessa somma anche se in una giornata i fascicoli da studiare o da discutere arrivano fino a trenta.

Eppure, quando i mot decidono di scioperare, la macchina della giustizia si ferma. Del resto lo dicono le cifre: a fronte di 2059 togati in servizio nelle procure, sono 1613 i «temporanei» che vestono i panni dei pm e che prendono il nome di vice procuratori onorari; e rispetto ai 6317 giudici di carriera, gli onorari che presiedono le udienze sono 1798. Certo, la loro competenza ha limiti precisi: l’attività si svolge soltanto nei tribunali monocratici o davanti al giudice di pace. Niente corte d’assise o d’appello. Ma si stima che le procure indirizzino due terzi delle cause ai vice procuratori onorari, mentre un quarto dei procedimenti penali e un altro quarto di quelli civili è deciso da un magistrato precario. «E poi ci sono gli oltre 2500 giudici di pace che coprono un’altra parte rivelante del contenzioso e che sono anch’essi magistrati onorari – spiega il presidente di Federmot, Paolo Valerio, l’associazione che raccoglie più della metà dei magistrati onorari di tribunale –. Se si sommano le due categorie, viene superata la fatidica soglia del cinquanta per cento nel riparto delle cause con i magistrati di ruolo».

A differenza dei togati, però, i mot non entrano in aula dopo un concorso. Il loro reclutamento avviene per titoli e il requisito minimo è quello della laurea in giurisprudenza. Così gli onorari sono soprattutto giovani avvocati o praticanti che per un paio di giorni alla settimana diventano pm o giudici e per il resto del tempo lavorano in uno studio legale. Ecco spiegata la ragione dell’elevato numero di domande che l’ultimo bando si è portato dietro: quasi 37mila per le nuove nomine di giudici onorari e oltre 27mila per i futuri vice procuratori. Comunque il quadro è in evoluzione. «Negli ultimi anni – spiega Valerio – il fenomeno che si sta riscontrando è quello di un maggiore radicamento alla funzione giurisdizionale da parte di professionisti che in origine facevano altro e che col tempo si sono trovati gravati da una crescita di attività giudiziaria delegata con la conseguenza di avere dovuto liberare spazio nella giornata lavorativa. In quest’ottica una categoria originariamente di forte estrazione forense si è riconvertita».

Da qui la richiesta di una riforma che stabilizzi gli onorari. Perché giudici e pm «a cottimo» possono durare in carica al massimo sei anni. Anche se le deroghe sono ormai all’ordine del giorno. Ad esempio il presidente di Federmot è vice procuratore onorario a Roma da più di dieci anni. «Ogni volta le proroghe sono conferite in vista di una riforma che ancora non c’è stata – afferma Valerio –. Come onorari non chiediamo di essere assimilati ai magistrati di carriera. La nostre funzioni restano di supporto. Ma rivendichiamo un minimo di certezze economiche per chi svolge questa attività in maniera esclusiva abolendo l’attuale meccanismo della temporaneità del rapporto di servizio».

Il riordino della categoria è stato ribadito nell’ultima «Relazione sull’amministrazione della giustizia in Italia» che il ministro Angelino Alfano ha illustrato lo scorso gennaio al Parlamento. Il progetto del governo si muove lungo tre direttrici: la creazione di uno statuto unico della magistratura onoraria; la rideterminazione delle funzioni dei giudici onorari; e la riorganizzazione dell’ufficio del giudice di pace. «L’intervento – ha spiegato il ministro – è finalizzato anche a contenere la durata del processo entro il termine di ragionevole durata imposto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, attraverso una migliore organizzazione e gestione delle risorse disponibili».

 
 
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Di Loredana Morandi (del 02/09/2010 @ 09:04:29, in Magistratura, linkato 1453 volte)
Per chi ha tempo oggi, una puntata da non perdere (visibile in seguito anche da web) ... LM


La magistratura

In onda Giovedì 2 settembre 2010 alle 10.30

La magistratura è un ordine autonomo e indipendente e amministra la giustizia, il terzo potere fondamentale dello Stato.

C’e differenza tra giudice e magistrato? Che cosa è effettivamente la separazione delle carriere di cui si parla da anni? Quanto guadagna e quali privilegi ha  un giudice della Corte Costituzionale?

In studio il presidente dell’ANM Luca PalamaraAndrea Orlando deputato del PD, Benedetto della Vedova deputato Pdl-Fli, Ricardo Iacona giornalista di Presa Diretta, il magistrato Armando Spataro, Antonello Caporale giornalista de La Repubblica,  il magistrato Bruno Tinti, il giornalista di Libero Fabio Facci e il magistrato antimafia Raffaele Cantone.

Cominciamobenestate.rai.it

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Di Loredana Morandi (del 01/09/2010 @ 09:49:46, in Magistratura, linkato 1704 volte)
E' pazzesco che tutto fosse in internet dove "nulla" è al sicuro. L.M.

Processo in vista per il perito Genchi


Conclusa l'indagine sulle schedature


Roma - Adesso è tutto pubblico, o quasi. I nomi e i cognomi, i dati sensibili e i tabulati di centinaia di migliaia di persone mai indagate, che Gioacchino Genchi, il superperito di fiducia di Luigi De Magistris, aveva raccolto e che custodiva gelosamente nel suo studio-bunker di Palermo. E che nei mesi scorsi aveva preoccupato persino il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, per le modalità con le quali quei dati erano stati raccolti.

La procura di Roma ha infatti deciso di non archiviare l'inchiesta a carico di Gioacchino Genchi e, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, ha chiuso le indagini mettendo a disposizione del legale di Genchi, l'avvocato Fabio Repici, tutte le carte dell'inchiesta. Compreso, con ogni probabilità, il mega archivio di Genchi, sequestrato a marzo 2009 dai Carabinieri del Ros e poi dissequestrato nei mesi scorsi dal tribunale della libertà di Roma. Quell'archivio, tuttavia, pur non avendo più i sigilli cautelari della Procura, è stato acquisito in copia dai pm che indagano, i sostituti Mosca e Caputo, ed entrà di diritto nel fascicolo del processo.

Nei prossimi venti giorni il legale di Genchi potrà presentare memorie difensive, chiedere che il suo cliente venga interrogato ancora oppure sollecitare ulteriori accertamenti da parte dei pm, che dovranno essere completati nei successivi trenta giorni. Allo scadere dei quali, con ogni probailità, i magistrati potrebbero chiedere il rinvio a giudizio del perito informatico per gli stessi reati che gli vennero contestati in occasione della perquisizione: l'abuso di ufficio, in relazione alla presunta acquisizione dei tabulati di deputati e uomini dei servizi segreti nell'ambito delle inchieste "Poseidone" e "Why not" e la presunta violazione della legge sulla privacy oltre che l'illecita intromissione in un sistema informatico.

Secondo le indagini svolte dai carabinieri del Ros, delegati dalla Procura di Roma, Genchi avrebbe acquisito e raccolto i tabulati di circa 13 milioni di utenze telefoniche, grazie agli incarichi che nel corso di 10 anni di attività gli erano stati dati dalle procure di mezza Italia.

Quegli stessi dati, secondo i carabinieri, erano confluiti in un unico database al quale si poteva accedere via internet, utilizzando password che di volta in volta potevano essere fornite dallo stesso Genchi.

Il sistema, di cui lui era amministratore unico, veniva gestito da due server che erano stati soprannominati "Ciampi" e "Gifuni". E, ancora, i carabinieri del Ros avevano scoperto l'acquisizione della intera anagrafe civile del Comune di Mazara del Vallo.

Sulla inquietante vicenda era intervenuto anche il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, all'epoca presieduto da Francesco Rutelli. Che al termine di una indagine amministrativa approvò un a relazione di trentacinque pagine piena di considerazioni allarmate, in cui si raccontava come questo ex funzionario di Ps, poi divenuto il pupillo delle procure con il pallino delle intercettazioni, aveva allungato il suo stetoscopio elettronico fin dentro il Quirinale e al Csm, oltrechè a Forte Braschi e in via Venti Settembre, dove c'è la stanza dei bottoni del Sismi (oggi Aisi) e dove vengono assunte decisioni importanti per la sicurezza nazionale.

di Massimo Martinelli
Il Messaggero, pag. 11 - ed 1/09/2010
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Di Loredana Morandi (del 01/09/2010 @ 04:51:12, in Osservatorio Famiglia, linkato 1469 volte)
In questo secondo caso messinese si nasconde una "Mammana", non si può escludere che fatti analoghi siano alla radice del insifferenze causa del litigio precedente. Ritengo che con questi casi  si conclami anche la violenza istituzionale nei confronti delle donne e dei minori. Per questa ragione unisco a queste notizie quella "comune" pur violentissima dell'aggressione all'arma bianca nella quale una donna ha perso il bambino. L.M.

Costretta a partorire in bagno
Sette indagati a Messina


Ospedale siciliano è di nuovo sotto la lente dopo la rissa tra medici durante un cesareo. Una donna non ha potuto abortire: i medici erano tutti obiettori. Esposto per la morte di una 60enne.

Sarebbero sette i medici e gli infermieri indagati nell'ambito di un altro caso che riguarda il reparto di Ostetricia del Policlinico di Messina, al centro delle cronache in questi giorni per la lite tra due medici in sala parto che havrebbe messo a repentaglio la vita di madre e figlio. Questa volta si tratta della vicenda, risalente al giugno scorso, di una 37enne che aveva programmato un aborto terapeutico per gravi malformazioni del feto. Nella notte tra l'11 e il 12 giugno, però, avrebbe partorito nel bagno della sua stanza, davanti alla madre e senza assistenza medica.

SOLO MEDICI OBIETTORI - Qualche ora prima la donna aveva iniziato ad avere le contrazioni e solo dopo insistenti pressioni si era presentato un infermiere del reparto che, secondo il racconto della donna, le avrebbe detto che nessun dei medici di guardia sarebbe intervenuto per obiezione di coscienza. E che quindi l'aborto sarebbe stato praticato il giorno dopo da un altro medico. Ma gli eventi sono poi precipitati e la donna ha partorito senza aiuto in bagno.

IL COMPUTER SCOMPARSO - Sotto la lente degli investigatori un nuovo caso di presunta malasanità. L'attenzione dei magistrati è rivolta anche a chiarire le circostanze che hanno portato alla morte di una paziente 60enne ricoverata nel nosocomio messinese la settimana scorsa. A destare i sospetti degli inquirenti è il fatto che dal reparto in cui si trovava la donna sarebbe scomparso un computer contenente verosimilmente dati importanti alle indagini. I familiari della donna, morta per una perforazione intestinale, hanno presentato un esposto per capire se il caso della loro congiunta sia stato affrontato in modo regolare, senza negligenze da parte del personale medico.
 
LA RISSA IN SALA PARTO - Intanto, sul fronte della lite in sala parto, cresce l'attesa per gli interrogatori, in programma domani, dei due ginecologi protagonisti dello scontro. Il diverbio tra i due ginecologi era avvenuto giovedì scorso in sala parto, mentre una donna di 30 anni dava alla luce il suo primo figlio. Secondo il marito della donna, l'alterco tra i due avrebbe distolto la loro attenzione dalla puerpera che nel frattempo stava presentando diverse complicazioni. Il taglio cesareo, resosi necessario a quel punto, potrebbe essere stata la causa del doppio arresto cardiaco subito dal neonato e dall'emorragia che ha colpito la gestante e che ha costretto i medici ad asportarle l'utero. Le condizioni di mamma e bimbo, ricoverati nel reparto di terapia intensiva, stanno lentamente migliorando. A seguito della vicenda, la procura di Messina ha denunciato cinque medici, fra i quali i due ginecologi responsabili della lite. I due, responsabili di altrettanti studi privati a Messina, sono stati anche sospesi dall'attività. A un terzo sanitario invece è stato rescisso il contratto come assegnista.

Il Tempo
http://www.iltempo.it/interni_esteri/2010/08/31/1195255-costretta_partorire_bagno.shtml

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