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 lady justice ... ... di Lunadicarta
 
"
L'irriverenza è la paladina della verità se non la sua unica difesa.

Mark Twain
"
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 25/09/2005 @ 19:27:08, in Estero, linkato 1562 volte)

Poesia Per Un Giudice Iracheno

Resistente e Democratico
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'astioso potere
che ha distrutto cose
che ha distrutto case
che ha distrutto vite

Diritto, e Senza Timore
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'efferato omicida
che ha ucciso fanciulli
che ha ucciso anziani
che ha ucciso intere famiglie

La Legge di Mestiere
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'armato osceno
che ha ferito
che ha segregato
che ha torturato

Giustizia come Fede
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'immondo politico
che ha stracciato i Trattati
che ha stracciato le Leggi
che ha stracciato la Dignità

Timido Segno di Civiltà
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'agghiacciante brama
che non ha coscienza
che non ha cultura
che non ha storia

Tu, Figlio di Hammurabi
scagli il tuo giusto maglietto
contro l'orrendo usurpatore
della tua terra
della tua casa
della tua storia

Per l'Antico e Orgoglioso Tuo Popolo

di getto...Loredana Morandi

**************

Un giudice iracheno vuol arrestare i due inglesi fatti evadere con un blitz
24.09.2005 di red

 Per la magistratura irachena devono pagare i soldati britannici liberati con un blitz dalle forze inglesi lunedì scorso a Bassora, dopo essere stati arrestati dalla polizia locale. Un giudice iracheno ha emesso sabato un mandato d'arresto per loro con l’accusa di aver ucciso un poliziotto iracheno e di averne ferito un altro, di porto abusivo d'armi da fuoco e di possesso di documenti falsi.

Immediata la replica di Londra:«non ci sono basi legali per emettere mandati d'arresto del genere» ha detto il portavoce del contingente britannico a Bassora, il maggiore Steve Melbourne, secondo cui i due soldati godono di immunità da accuse di questo tipo, in base a un accordo tra il governo iracheno e le forze della coalizione. E il ministero della Difesa britannico insiste: il mandato non ha validità legale, perché «tutti i soldati britannici di stanza in Iraq sono sotto la giurisdizione britannica».

Dopo essersi imposti con la forza sulla polizia locale adesso gli inglesi non riconoscono nemmeno l’autorità della magistratura irachena. Lunedì scorso infatti i militari britannici avevano usato i carri armati per liberare i due soldati, aprendo una breccia nel muro della stazione di polizia in cui pensavano fossero detenuti, per poi scoprire che in realtà si trovavano in un’abitazione privata della città da dove sono stati poi recuperati. I due erano stati arrestati dopo uno scontro a fuoco con la polizia locale. L'intera vicenda ha portato a violenti disordini, in cui le forze britanniche sono state prese d'assalto da una folla inferocita e in cui, secondo fonti locali, sono morti almeno cinque iracheni. Già all’indomani dell’operazione i giornali inglesi erano tornati a chieder a gran voce il ritiro delle truppe mettendo sotto accusa Blair che si ritrova ora a fronteggiare un incidente diplomatico con l’Iraq proprio alla vigilia del congresso del Partito laburista britannico, che si aprirà domenica a Brighton, e al cui interno non sono state ancora superate le divergenze sull'intervento militare.

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=44801

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Di Loredana Morandi (del 11/05/2005 @ 16:51:58, in Estero, linkato 1485 volte)

Marcos chiama l’Inter: giocate in Chiapas
Il subcomandante pone una condizione: non vendete i diritti tv.
La società: siamo onorati 

Su un campo sterrato della Selva Lacandona un giocatore in maglietta rossa e passamontagna attraversa la difesa nerazzurra e va in rete. Il primo gol per vincere la partita ed entrare nella storia: quella volta in cui l’«equipo» zapatista la spuntò contro Vieri, Zanetti, Adriano e compagni.
Il Subcomandante Marcos ha fatto un sogno e perché si realizzi l’ha messo nero su bianco: una lettera consegnata un mese fa in Chiapas a un dirigente dell’Inter (la società è da un anno in Messico per progetti di aiuto agli indios) e adesso arrivata a Milano. «Vi scrivo per sfidarvi formalmente a una partita di calcio tra la vostra squadra e la selezione dell'Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale, ndr), in un luogo, in una data e a un'ora che definiremo».
Un po’ di garbata presa in giro in stile «Sub»: «Visto l'affetto che sentiamo per voi, siamo disposti a non farvi una goleada, ma a sconfiggervi con una sola marcatura... Dopo la partita, vi offriremo generose razioni di Pozol Agrio (bevanda energetica a base di mais, ndr)».
Qualche dettaglio tecnico: «Il pallone lo dovrete portare voi: i nostri sono tutti bucati». Gli accordi per la diretta: «Spero che non vi precipitiate a vendere i diritti perché l'esclusiva spetta al Sistema Televisivo Intergalattico Zapatista (l'unica tv che si legge)». Garanzia di divertimento: «In attesa di una vostra risposta, continueremo ad allenarci nei rigori (dovremo superare i tempi supplementari per far godere appieno l'evento agli spettatori). Prepareremo grandi feste per il nostro primo gol». Un finale più serio: «Vogliate gradire il nostro affetto, la nostra ammirazione e i nostri ringraziamenti. E un abbraccio. Dalle montagne del Sud Est messicano. Il Subcomandante Insurgente Marcos».
L’affetto è ricambiato: «Siamo onorati di questa lettera — fanno sapere dall’Inter — è un segno di rispetto e cortesia». Il patron Moratti e il presidente Facchetti stanno valutando con attenzione l’invito. E l’idea al capitano Javier Zanetti non dispiace: «Nessun problema se la società deciderà di accettare — risponde al Corriere —. Sì, io ci andrei volentieri». E sarebbe anche disposto a incontrare Marcos, suo grande tifoso? «Senza problemi».
Lo scambio di affettuosità sigilla un anno di intensi rapporti tra l’Inter e il Chiapas: consegna di attrezzature sportive, ma anche la costruzione di un acquedotto e l’invio di medicinali. Lo scorso aprile, un viaggio di un mese per le 5 «caracoles », le province in cui è ritagliato il territorio gestito dagli zapatisti. Tappa a La Garrucha, visita a un nuovo laboratorio di oftalmologia. Il dirigente dell’Inter Bruno Bartolozzi viene avvicinato da un membro della «comandancia » zapatista, passamontagna in testa, che lo invita a seguirlo. C’è anche il direttore del giornale online Peacereporter (fondato da Emergency e dall’agenzia Misna),Maso Notarianni.
La scena che descrivono è degna di un romanzo di Osvaldo Soriano. Due squadre di calcio, una maschile e l’altra femminile, i volti coperti, aspettano gli italiani per una consegna «ufficiale »: la lettera di Marcos e due trofei di marmo e ferro, con dettaglio di giocatori zapatisti che calciano il pallone. Uno per «los hombres» dell’Inter, l’altro «a las mujeres».

Alessandra Coppola
Corriere Sera 11 maggio 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/05_Maggio/11/inter-chiapas.shtml

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Di Loredana Morandi (del 01/04/2005 @ 19:46:03, in Estero, linkato 1427 volte)
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Di Loredana Morandi (del 01/04/2005 @ 18:05:14, in Estero, linkato 1394 volte)
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Di Loredana Morandi (del 25/03/2005 @ 17:49:27, in Estero, linkato 1380 volte)

..noi cattolici, per meritarci tanta fede? Ora il mio amico filippino, papà di Stefano e che conosco da quasi un decennio è cattolico ed è un ottima persona. Con lui mi fermo sempre a dire due parole. Tanto che forse è uno dei pochi privilegiati con i quali io converso nel mio quartiere troppo snob e di destra. Tutto questo per dire dell'assurdo e che, nelle Filippine, forse ci saranno ferventi credenti cristiani e gente che nel conflitto locale con gli islamici finirà certamente martire. Ma a tutto c'è un limite e la Chiesa cattolica non dovrebbe permettere questo genere di manifestazioni, che sono esclusivamente riesumazioni di altri riti a carattere tribale.  L.M.

Pasqua: 17 crocifissioni nelle Filippine 
Fedeli mettono in scena Passione di Cristo 
(ANSA) - CUTUD, 25 MAR - Diciassette persone sono state crocifisse nel cattolicissimo arcipelago delle Filippine durante le cerimonie del venerdi' santo. I fedeli della regione del Cutud, come da tradizione, mettono in scena la Passione di Cristo.Sotto lo sguardo di molti turisti Ruben Enaje, 45 anni, e' stato inchiodato sulla croce con dei pioli di una quindicina di centimetri. L'uomo che impersonava Cristo e' rimasto sulla croce per una decina di minuti prima di essere trasferito nell'ospedale piu' vicino.

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Di Loredana Morandi (del 25/03/2005 @ 11:09:01, in Estero, linkato 1358 volte)

At the finish the human soul and sacred love are seated, resting their arm of the bible ...

Otho Vaenius, Amorum Emblemata, 60
Antwerp, Martinus Nutus & Ioannis Meursus, a.D. 1615

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Di Loredana Morandi (del 24/03/2005 @ 12:27:31, in Estero, linkato 1491 volte)

Una legge speciale per restituire il libro a Benevento Londra, il codice rubato torna in Italia E' la prima volta che un'istituzione britannica accetta di riconsegnare al Paese d'origine un'opera trafugata  
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA

Per la prima volta in tempi moderni il Regno Unito renderà a un’istituzione estera un’opera d’arte trafugata: la British Library dovrà restituire all’Italia un manoscritto di grandissimo valore, non solo scientifico, rubato durante la seconda guerra mondiale. Una commissione istituita dal governo Blair ha stabilito che un messale del dodicesimo secolo comprato nel dopoguerra dal British Museum fu rubato da un seminario di Benevento durante l’occupazione alleata del 1943. Il messale, un manoscritto riccamente miniato, sarà dapprima riportato a Benevento come prestito. Ci vorrà poi una legge apposita per trasferirne anche la proprietà.
Vista la sensibilità che accompagna ogni rivendicazione del genere (a cominciare dai fregi del Partenone al British Museum, anche se il contesto storico è diverso), il caso del messale metterà in allarme vari musei europei. Ma ripara un’evidente ingiustizia. La vicenda del messale in scrittura beneventana, un corsivo dell’alto medioevo che si diffuse nella Longobardia Minore, di cui Benevento fu capitale, è avventurosa quanto indicativa dei limiti che ancora proteggono i trafugatori d’arte. Per anni a Londra s’è discusso di questo manoscritto, che passava di mano pubblicamente, in case d’asta, mentre a Benevento, dove uno spazio vuoto in uno scaffale indicava la mancanza del messale, nulla si sapeva.
Se ora si giunge a conclusione è grazie alla pervicacia dell’arcivescovo di Benevento, Serafino Sprovieri, che ha sempre chiesto la restituzione come «gesto simbolico di riconciliazione», a una campagna di The Art Newspaper, la rivista d’arte di Umberto Allemandi, all’insistenza dei governi italiani e, infine, alla decisione del ministro della Cultura britannico di fare propria la raccomandazione dello Spoliation Advisory Panel, istituito per far luce su opere trafugate dai nazisti o durante la guerra: un caso esemplare. A Benevento, nella Biblioteca Capitolare della cattedrale, da secoli si conservavano testi di scrittura beneventana, noti e studiati dai paleografi. I più importanti, tre messali identificati dai numeri 29, 30 e 33, furono elencati nel 1940 dal bibliotecario, Salvatore De Lucia. Il Messale 29, copiato otto secoli fa nel convento di San Pietro, contava 290 pagine, molte delle quali illuminate con capolettera miniati, ornati di fogliame e zoomorfici. E ancora c’era nel 1943, quando il Sannio divenne fronte di guerra:
il 21 agosto iniziarono i bombardamenti americani, che dopo l’armistizio di Cassibile divennero a tappeto. Il 12 settembre la cattedrale romanica fu distrutta e l’arcivescovo messo in fuga, ma nemmeno un mese dopo, quando i tedeschi si ritirarono, il bibliotecario scoprì che, «per grazia di Dio, la Biblioteca Capitolare era salva». Per non correre rischi, avvolti in una coperta e impacchettati in cassette da frutta, i messali furono portati dal segretario dell’arcivescovo fuori città, al Pontificio Seminario Pio IX, bersaglio meno probabile di bombardamenti. Finché le truppe britanniche, avanzando da sud, non requisirono l’edificio: i manoscritti erano finalmente in mani sicure. Invece no.
Nel 1946, a Londra, un soldato britannico che ha servito in Italia, il capitano Douglas George Ash, si rivolge al British Museum per chiedere se è interessato a un messale che ha comprato, dice, da un libraio napoletano nel 1944. Il museo l’avverte che l’opera è di dubbia origine, sicché non può rilevarla, ma quando Ash la mette all’asta da Sotheby’s come proveniente «dall’abbazia benedettina di San Pietro (non più esistente) nell’Italia del Sud», resta vigile: il 12 luglio 1947 l’acquista per 441 sterline dall’antiquario Quaritch, che se l’era aggiudicata per 420. Il caso resta a tacere, benché nel 1961 uno studioso francese sollevi dubbi. Invano: solo nel 1976 la notizia che il Messale 29 è al British Museum arriva a Benevento. E cominciano le pratiche per rioccupare lo spazio vuoto della Biblioteca Capitolare. Ma ci vorranno ancora tre decenni.
Perché c’è un doppio problema: il furto del messale è caduto in prescrizione per la legge britannica e la British Library, nel frattempo nata dal British Museum, per statuto non può alienare i suoi beni. Così lo Spoliation Advisory Panel, creato da Tony Blair, suggerisce due vie d’uscita: il governo può cambiare lo statuto della British Library o, più ragionevolmente, può varare una legge speciale per il messale di Benevento. Comunque vada a finire, il manoscritto tornerà a casa, perché due giorni fa la British Library ha accettato il suggerimento provvisorio: rimandare il messale in Italia come prestito, in attesa della riconsegna formale. Se va tutto bene, il Messale 29 finirà tra pochi mesi sessant’anni d’esilio: «È la soluzione migliore», dice Estelle Morris, ministro per le Arti. Ma ora, stabilito il principio, quanti musei cominceranno a temere per le proprie opere d’origine dubbia?
Alessio Altichieri
24 marzo 2005

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 18:33:22, in Estero, linkato 1597 volte)

Nota del redattore del blog: è semplicemente fantastico che questo fatto sia accaduto, devo dire che non mi piace come è stato trattato il caso in generale dai colleghi ...

L'Italia e Guantanamo
Marocco, l’ex di Guantanamo invoca la Forleo

Processo a Rabat, il mujahidin sotto accusa ai giudici: assolveteci come ha fatto Clementina in Italia

RABAT (MAROCCO) - L’ex mujahidin parla con voce tonante, in perfetto arabo classico, roteando l’indice davanti alla corte: «Signor giudice - dice - mi lasci spiegare qualcosa che lei non sa. La invito a prendere esempio da un magistrato italiano. Una donna, non musulmana, il giudice Clementina (testuale), ha liberato quattro marocchini e ora in Italia c’è un grande problema che riguarda il nostro fratello Mohammed Daki. E perché ora lei, giudice marocchino e musulmano come me, non vuole credermi? Perché non vuole considerarmi innocente come ha fatto con gli imputati in Italia il giudice Clementina?».

Il detenuto alla sbarra Mohammed Mazouz non è in grado di camminare: si aiuta con le stampelle, ma non bastano e due agenti devono sorreggerlo. Ha il fisico segnato da una lunga detenzione nella base americana di Guantanamo, a Cuba, con l’accusa di aver combattuto con i talebani, di aver lavorato per Al Qaeda. E’ sotto processo nel suo Paese, il Marocco, e lunedì è comparso in tribunale. E’ sera quando la Corte lo chiama a deporre. Mazouz, jalabya bianca e copricapo nero, ribalta le parti e assume il ruolo dell’inquisitore. Un’autodifesa che diventa un attacco agli Usa. Con un risvolto italiano che sembra incredibile: il giudice Clementina Forleo citata come eroina di Guantanamo. Colei che porta la giustizia, superando barriere etniche e religiose. Ma chi ha suggerito il paragone a Mazouz? Qualche giornale marocchino ha parlato della sentenza milanese. O forse a informarlo è stato il fratello Khalid, che fa il pizzaiolo a Torino, o la madre, anche lei in Italia. O l’avvocato, che è appena tornato dall’Haji, il pellegrinaggio alla Mecca. Il giudice ascolta attonito, usa la penna arancione come martelletto per moderare i toni.

Ha l’aria di non aver mai sentito parlare del giudice Clementina Forleo, che ha assolto tre maghrebini (e ha revocato l’arresto di altri due presunti reclutatori per l’Iraq), distinguendo appunto tra guerriglia e terrorismo. E’ quasi intimidito dalla vis oratoria di Mazouz, che si comporta da leader. Dal gabbiotto in vetro, incoraggia con lo sguardo gli altri imputati. Che alla prima pausa corrono ad abbracciarlo. Suo padre Ahmed, 73 anni, fisico tozzo, zuccotto blu in testa, freme sentendolo dipingere come terrorista. «Mio figlio faceva il commerciante a Londra, importava merci dal Pakistan e dall’Afghanistan, non è mai stato coinvolto nella violenza».
Mazouz in aula nega di persino essere «mai stato in Afghanistan»: «Ero andato in Pakistan a cercare moglie. Mi hanno catturato e poi venduto agli americani». Era la fine del 2001 e da allora per Mazouz si sono aperte le porte dell’inferno. Il primo girone in una base di Kandahar, poi l’internamento a Bagram (Kabul), infine Guantanamo. Il suo avvocato, Abdelfattah Zahrach, denuncia abusi e torture di ogni genere: «Privazione del sonno, fame, preghiere vietate e tante botte». Con particolari poco comprensibili: «Li costringevano a stare per ore pancia a terra con le braccia allargate». Lo stesso Mazouz descrive le torture psicologiche: dalle visite continue e ossessionanti di «team di 24 psichiatri», alle «sostanze chimiche» per farlo parlare. Delle violenze fisiche, il giudice gli vieta di parlare: «Questo non è il processo agli Stati Uniti». Dopo tre anni e sei mesi nella gabbia di Guantanamo, Mazouz viene rimandato in Marocco. E questa ora è la sua miglior difesa: «Se fossi stato davvero di Al Qaeda, gli americani non mi avrebbero mai liberato», argomenta. E aggiunge: «Prima di partire, mi hanno chiesto se volessi restare negli Usa come rifugiato politico. Ho rifiutato». In tribunale Mazouz gioca anche la carta dell’emozione. «Dopo Guantanamo non ho più sogni, la mia vita non ha senso. Non m’importa se mi condannate a morte o all’ergastolo. Sono così disperato che potrei davvero farmi esplodere». Il giudice s’impietosisce: «Ma no, vedrai che anche per te ci sarà una speranza».

Paolo Biondani e Guido Olimpio
09 febbraio 2005
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/02_Febbraio/09/marocco.shtml

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Di Loredana Morandi (del 09/02/2005 @ 18:03:11, in Estero, linkato 1332 volte)

I quattro elicotteristi non vollero guidare i Ch47 perché li consideravano non abbastanza sicuri
Si rifiutarono di volare in Iraq. Assolti: non fu per "codardia"
"Non fu per paura: quei velivoli presentavano carenze tecniche"
 
ROMA - Sono stati tutti assolti, perché il fatto non sussiste, i quattro elicotteristi dell'Esercito accusati di codardia dopo essersi rifiutati di volare sui cieli dell'Iraq sostenendo che i velivoli a cui erano stati destinati, i Ch47, avevano "carenze" nei sistemi di protezione, in particolare, nel dispositivo manuale antimissile.
"Abbiamo dimostrato - ha detto il loro difensore, Franco Coppi - che non lo hanno fatto per paura, ma solo per spirito professionale, dopo aver evidenziato carenze tecniche dei loro mezzi".
La notizia giunge ad un mese esatto dalla morte del maresciallo dell'Esercito Simone Cola, ucciso da una raffica di khalashnikov in Iraq mentre era in volo su un elicottero AB-412 da più parti giudicato un velivolo non del tutto sicuro per missioni di guerra.
La sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale militare di Roma è destinata a rinnovare le polemiche sul mancato invio nelle zone irachene dei più sicuri A129-Mangusta r

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Di Loredana Morandi (del 31/12/2004 @ 21:40:09, in Estero, linkato 1483 volte)

ARTISTI EMERGENZA ASIA

Artists Against Wars

La rete nazionale degli Artisti contro la guerra e i membri del gruppo di continuità: Edvino Ugolini, Stella Cappellini, Loredana Morandi, Pino Petraccia, Farid Adli, Mariangela Giordano, Lorella Nardi e Rodolfo Marconcini, Pino De March, Paolo Buffoni, Saverio Tommasi, Luciano Pignatti, Annet Hennerman in collaborazione con l'Associazione Rock No War Onlus invitano a
 
SOCCORRERE 

le popolazioni asiatiche
investite dallo tsunami
 
ARTISTI PER LO SRI LANKA
 
Anche dare un solo euro è importante!

CREDEM - Ag. di Formigine (MO)
Cab 66780 - Abi 03032 - c/c nr.11.000 - CIN P
Intestato a: ROCK NO WAR ONLUS
 
 
Oppure con la Carta di Credito direttamente dal sito:
www.rocknowar.org/files/rnw.asp?pag=DONAZIONE

 EMERGENZA SRI LANKA
 
 
Le Associazioni di Artisti che promuovono l'iniziativa:
 
Vortici  di Trieste
Argon - Bloggersperlapace di Roma
Argon - InquieteTempestePoetiche di Bologna
Argon - Bloggersperlapace di Torino
Baobab di Pescara
Casa delle Culture di Roma
Mediterraneo di Messina
Teatro di Nascosto - Hidden Theatre
Gran Teatro dei Burattini di Bomporto (Mo)
 
attendiamo le vostre adesioni!

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Copia questo codice nel punto esatto in cui vuoi che appaia il banner della raccolta fondi promossa dalla Rete Artisti contro le guerre.

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