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 butterfly and red lips...... di Lunadicarta
 
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La Legge non ammette l'ignoranza dell'avvocato.

Loredana Morandi
"
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 28/09/2004 @ 19:08:33, in Estero, linkato 1306 volte)

L’unica notizia che aspettavamo è arrivata.
     
Ci sarà tempo per ricostruire, ora vogliamo solo ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a questa meraviglioso risultato, a partire dal mondo arabo a musulmano che in tutto il mondo, ed in Iraq, si è mobilitato in modo corale. Un ringraziamento alla società civile, alle forze politiche, alle organizzazioni religiose, alle organizzazioni della resistenza irachena.

Un ringraziamento alla società civile e alle forze politiche italiane. Un ringraziamento ai governi, a quello italiano e a quelli dell’area.

Molti sono stati partecipi seguendo la linea del dialogo e della collaborazione.

Abbiamo detto all’inizio di questa vicenda che il rapimento dei nostri quattro operatori di pace era una metafora della guerra. Che in Iraq ci sono milioni di altre persone ostaggi, della guerra e della violenza, prigionieri e rapiti. Non ci scorderemo di loro, chiediamo a tutti di non scordarli.

Vorremmo sperare che anche la liberazione  delle margherite possa essere una metafora della fine della guerra, e dell’occupazione, che possa prevalere anche per tutti gli iracheni la linea del dialogo e che tacciano le armi.

"Un ponte per..."ONG
 piazza Vittorio Emanuele II, 132 00185 ROMA

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Di Loredana Morandi (del 27/09/2004 @ 17:40:59, in Estero, linkato 1244 volte)

di Giovanna Melandri

"Improvvisi arresti e fulminee ripartenze sembrano caratterizzare nelle ultime settimane il percorso di avvicinamento della Turchia all'Unione Europea ai fini di una sua ipotetica, futura adesione. Dopo alcune settimane di polemiche ed una serie di ultimatum inviati da Bruxelles ad Ankara, nei giorni scorsi il Parlamento turco ha approvato in prima lettura il nuovo codice penale senza quella norma - la reintroduzione della pena per il reato di adulterio (abolito dalla Corte Costituzionale nel 1996) - che aveva, giustamente, sollevato l'indignazione non solo della Commissione Europea ma di quasi tutte le cancellerie continentali. Così, oggi, sembrano più solide di ieri le possibilità che da Bruxelles arrivi il disco verde per l'avvio dei negoziati per l'adesione della Turchia. Negoziati che, si sa, sono molto lunghi e complessi, anzi in questo caso laddove si decidesse di farli partire sarebbero resi ancora più lunghi dalla notevole ed innegabile distanza che esiste tra le regole condivise dell'Unione e la legislazione in vigore in Turchia in settori delicati come la giustizia le politiche sociali, i diritti di cittadinanza e così via. Il prossimo 6 Ottobre spetterà alla Commissione Europea pronunciarsi ufficialmente sul punto e predisporre, in caso positivo, le tappe del percorso di adesione che, il prossimo 16 Dicembre, potrebbe essere il Consiglio Europeo di tutti i capi di Governo, a ratificare e mettere in moto. Il Parlamento di Ankara riunitosi in sessione straordinaria ha riformato il Codice Penale, vecchio di quasi 80 anni, proprio al fine di riallinearlo con le normative europee in vista della futura adesione. Un riallineamento graduale che negli ultimi 4 anni ha portato il Governo turco all'approvazione di riforme che stanno introducendo (molto ma molto lentamente secondo la maggior parte degli osservatori) maggiori garanzie per le minoranze, un maggiore rispetto dei diritti umani, limiti all'ingerenza militare sul Governo, maggiore (anche se non ancora sufficiente) tutela dei diritti delle donne. E così nel testo del Nuovo Codice Penale è stata tenuta fuori proprio la norma sull'adulterio, per la cui reintroduzione premevano e premono tuttora i partiti islamici il cui sostegno è fondamentale per tenere insieme la maggioranza che sostiene il Primo Ministro Erdogan. Un Primo Ministro diviso in due, tra la prospettiva dei vantaggi politici ed economici conseguenti all'ingresso in Europa e la resistenza che si sta alzando in molti settori del Paese. Anche in Europa il possibile futuro ingresso della Turchia sembra dividere il fonte in due, tra favorevoli e contrari. Una contrarietà che molti Paesi motivano non in virtù di un pregiudizio antiturco quanto, piuttosto, per le forti perplessità sull'attuale (ed anche ipotetico nel futuro) grado di effettiva democratizzazione della Turchia. Paese che, non dimentichiamolo mai, presenta oggi in materia di diritti delle minoranze e delle donne o rispetto dei diritti umani degli standard che onestamente non si possono che definire inaccettabili. Tanto per non usare metafore è evidente che non si potrà parlare di adesione fino a quando in Turchia si continuerà a praticare la tortura nei confronti dei prigionieri politici. E stiamo parlando solo di uno tra i più evidenti punti su cui la Turchia, se vuole aderire, dovrà dare radicali e vistosi segni di cambiamento. E chi oggi ancora storce il naso sull'adesione della Turchia lo fa temendo un pericolo, il pericolo che Ankara imbocchi "la via cinese" per le riforme: molto spinta sul versante economico e praticamente immobile su quello sociale e politico. Insomma il timore è che, ai fini dell'adesione - che presenta innegabili vantaggi reciproci - Governo di Ankara ed Unione Europea premano con diverso peso sull'acceleratore a seconda che si tratti di liberalizzare mercati ed investimenti piuttosto che allargare la sfera dei diritti dei cittadini turchi. Il partito europeo dei contrari e degli scettici annovera l'Austria (favorevole ad un'adesione parziale) il capogruppo popolare Poettering e, seppur con posizioni diverse, la Francia (contrario Raffarin, favorevole Sarkozy ad un ingresso progressivo in 15 anni ed in seguito di referendum in Francia). Chi invece guarda con favore al progressivo inserimento della Turchia all'interno dell'Unione Europea lo fa sulla base di una considerazione di carattere geostrategico. L'Inghilterra ad esempio. Ma aldilà delle reciproche convenienze c'è anche chi applica alla questione dell'adesione della Turchia un ragionamento di tipo politico e culturale. Sulla base di un azzardo, forse, ma di un azzardo che vale la pena tentare ed il cui obiettivo ultimo è il raggiungimento della pace e della stabilità internazionale attraverso il dialogo e la politica, non attraverso la guerra. E in fondo la storia dell'Unione Europea, da Altiero Spinelli in poi, non è il lungo racconto di un azzardo, di un'utopia testarda che si è fatta poi realtà grazie allo sforzo del quotidiano? La Turchia rappresenta, infatti, per un'Europa che deve riuscire per davvero a diventare davvero uno dei poli della nuova politica internazionale, una straordinaria porta d'accesso verso il mondo islamico moderato. Una porta d'accesso strutturalmente legata all'Europa da secoli e secoli di ininterrotti rapporti, grazie alla quale veicolare sulla direttrice Europa-mondo Arabo rapporti politici, economici, culturali idonei a ribaltare il piano inclinato su cui la politica dell'Amministrazione Bush ha, più generalmente, condotto i rapporti tra Occidente e Mondo Arabo. E riaffermare che, al posto della guerra, sono la collaborazione costante, la crescita equilibrata, lo sviluppo della giustizia sociale ed il dialogo ininterrotto gli unici strumenti di una politica internazionale oggi in crisi. La sua forte identità islamica è il punto di divisione tra favorevoli e contrari alla sua adesione. E proprio in tal senso mi chiedo se non sia più giusto ed opportuno perseguire le ragioni della condivisione di obiettivi comuni tra la Turchia ed il resto d'Europa facendo leva e premio sul desiderio di dialogo di cui è portatore la lettura più moderna e tollerante dell'Islam piuttosto che, al contrario, "sbattere la porta in faccia" alla Turchia con la conseguenza di dare ragione, invece, a chi vuole trovare nella lettura più radicale ed estrema dell'Islam le ragioni di una frattura insanabile con l'Occidente. In questo senso la vicenda del tentativo di reintroduzione del reato d'adulterio è altamente simbolica. Chi l'ha sostenuta all'interno della Turchia e ancora oggi la sostiene malgrado la bocciatura (in prima fila esponenti dello stesso partito islamico moderato del Primo Ministro insieme alle alte gerarchie militari, protagoniste non più di sette anni fa dell'ultimo tentativo di golpe) sa che si tratta di un cuneo non indifferente da inserire lungo il tragitto dell'adesione turca all'Unione. Per frenarla o, quantomeno per rallentarla di molto. Vista dall'Europa tutta questa vicenda mi porta a pensare che puntare e scommettere oggi sulla Turchia, oggi vuol dire accettare di correre un grosso rischio. Un rischio però, che se si ha un'ambizione alta, vale la pena correre. Ecco perché a mio avviso occorre essere non ambigui e netti nell'elenco delle precise e non eludibili condizioni da porre alla Turchia (passi in avanti in materia di diritti civili e politici, diritti umani e delle minoranze, democrazia sostanziale e giustizia sociale gestione dei flussi migratori, modalità della eventuale partecipazione turca ai meccanismi decisionali europei) in vista della sua possibile adesione ma, allo stesso tempo, non bisogna interrompere il filo di un dialogo e di una collaborazione che, indipendentemente dall'esito finale di tutto questo processo, dia ad Europa e Turchia la possibilità di contribuire ad un percorso di reciproco arricchimento politico. L'Unione Europea è un insieme di regole, di accordi, di scelte condivise così come si sono venute consolidando in oltre 50 anni di progressivo processo unitario. Ma è anche un sogno, una speranza, un'utopia, l'utopia che tanti Paesi diversi fra di loro possano venirsi incontro nel rispetto e nella tolleranza reciproca per garantire a loro stessi, ai loro cittadini ma anche al mondo che li circonda un futuro di prosperità e di pace.

Pensiamoci bene.."
Roma, 27 Settembre 2004

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Lunedì 27 settembre 2004
Roma, Palazzo Marini, sala delle Colonne, via Poli 19 ore 14,30

Promosso dalle deputate Elettra Deiana Rifondazione comunista e Silvana Pisa dei Democartici di sinistra, entrambe membri del Forum dei Deputati per un Programma di Alternativa, si svolgerà a Roma lunedì 27 settembre un convegno sul tema «Guerra per la democrazia? Politica internazionale tra bisogni di pace e strategie di guerra». L’incontro, che si terrà a Palazzo Marini, sala delle Colonne, via Poli 19 a partire dalle 14,30, vuole affrontare un tema di grandissima attualità, e cioè il rapporto tra politica estera e uso della forza militare. Il carnaio iracheno, da ultimo, ha posto a tutti con drammatica evidenza la questione non solo della legittimità dell’uso della forza (le recenti dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Kofi Annan sgombrano in questo senso il campo da qualsiasi ambiguità) ma anche dell’opportunità del suo impiego. Un tema che attraversa e appassiona la sinistra e non solo, ma che troppe volte è messo in secondo piano da vere o presunte emergenze in nome dell’equivoco dell’intervento umanitario. L’incontro, che sarà moderato dal giornalista Piero Sansonetti, si aprirà con delle brevi comunicazioni di Rita Di Leo, docente di  relazioni internazionali  all’Università La  Sapienza di Roma, Alberto Castagnola, economista, Marco Calamai, esperto di cooperazione internazionale, Domenico Gallo, magistrato dell’ Associazione  Nazionale dei Giuristi Democratici, Isidoro Mortellaro, docente di storia delle dottrine politiche dell’Università di Bari ), Carlo Jean, esperto di sicurezza e strategia militare. Seguirà una tavola rotonda alla quale parteciperanno esponenti politici e sindacali e rappresentanti dei movimenti pacifisti. Nell’invito allegato troverete l’elenco completo dei partecipanti.

Sala delle   Colonne
Palazzo Marini Via Poli, 19
Roma, 27 settembre 2004 – ore 14,30

GUERRA PER LA DEMOCRAZIA?

POLITICA INTERNAZIONALE TRA BISOGNI DI PACE E STRATEGIE DI GUERRA.

On. Elettra Deiana Gruppo parlamentare PRC
On. Silvana Pisa Gruppo parlamentare DS
Forum dei Deputati per un Programma di Alternativa

***********

Guerra per la democrazia? Politica internazionale tra bisogni di pace e strategie di guerra.

Si è fatta strada negli ultimi anni, anche in settori della sinistra, l’idea che l’Italia possa essere un grande Paese solo se lo è anche dal punto di vista militare. La moltiplicazione delle missioni militari, variamente definite come umanitarie, di pacificazione, di stabilizzazione, sembra voler misurare – in mancanza di altro – il peso internazionale del nostro Paese. Al di là delle motivazioni che hanno giustificato le singole missioni, non vi è tuttavia dubbio che sia ad esse sottesa l’idea della costruzione di un nuovo ordine mondiale organizzato attorno alle idee e ai valori dell’Occidente. Ma potremmo dire, soprattutto, agli interessi dell’Occidente. Qualora si voglia parlare della necessità  di una “grande strategia” italiana, il passaggio anche teorico da una difesa essenzialmente territoriale a una dottrina della protezione degli interessi, si è già compiuto e precisato a cominciare dalla definizione del Nuovo modello di difesa del 1991, passando per il libro bianco dell’ultimo governo di centro-sinistra, per finire con il libro bianco del ministro Martino. All’interno della trasformazione del pensiero strategico nazionale, i mutamenti organizzativi e ordinativi della difesa sono avvenuti al di fuori di qualsiasi reale dibattito e in adesione totale e acritica alle esigenze e alle prescrizioni della NATO. E così, mentre il nostro Paese resta escluso da qualsiasi incarico importante all’interno dell’Alleanza è venuto proponendosi come il più diligente esecutore delle decisioni assunte a livello militare, di fatto impegnando la quasi totalità delle nostre risorse nella messa a disposizione dell’alleanza di comandi, forze, basi così come richiesto per l’implementazione di un concetto strategico che ben si proietta a largo raggio oltre l’area geografica entro la quale era stata storicamente dispiegato. La vicenda irachena illustra perfettamente lo slittamento del preteso umanitarismo della missione militare in una occupazione sine-die dove anche le scarse ragioni di un ristabilimento dei diritti umani hanno lasciato il campo agli interessi di multinazionali che operano protette da poderosi eserciti privati. Assistiamo al ritorno di un modello neo-coloniale in cui la componente militare è elemento centrale, come è dimostrato dall’ampliamento delle cosiddette attività Cimic, cioè l’intervento militare per la realizzazione di infrastrutture civili, dall’insistere sulla formazioni di unità di polizia, le MSU, basate su forze militari specializzate, dallo sviluppo importante delle unità una volta definite di “guerra psicologica” ed oggi chiamate di “comunicazione operativa”. Di fronte a tutto questo, sconcerta come  nelle forze democratiche e della sinistra vi siano settori importanti che assumono acriticamente l’uso della forza così concepito – cioè la nuova guerra -  come un uso talvolta utile, talaltra necessario, quasi sempre giustificato. La ripresa di una riflessione approfondita su queste e altre contigue problematiche, soprattutto alla luce delle vicende internazionali che hanno contrassegnato gli anni novanta e l’inizio del nuovo secolo, è dunque quanto mai urgente. La politica interna, europea e internazionale non ne possono prescindere. L’incontro che promuoviamo vuole, appunto, essere un contributo in questa direzione.

COMUNICAZIONI

Prof. Rita Di Leo Docente di  Relazioni Internazionali UdS La Sapienza
Dott. Alberto Castagnola Economista
Dott. Marco Calamai Giornalista Esperto di Coop. Internazionale  
Dott. Domenico Gallo Ass. Naz. dei Giuristi Democratici
Prof. Isidoro Mortellaro Docente Storia dottrine politiche UdS Bari
Gen. Carlo Jean  Esperto sicurezza e strategia militare

INTERVENGONO ALLA TAVOLA ROTONDA

Dott.ssa Imma Barbarossa Conv. Permanente di donne contro le Guerre, Dott. Davide Berruti  Coord. Naz. Ass.per la pace, On. Giuseppe Caldarola Comm. Aff. Costituzionali – Ds, On. Paolo Cento Vicepresidente Comm. Giustizia – Verdi, On. Elettra Deiana Capogruppo Comm. Difesa - Prc, On Pietro Folena Comm. Esteri – Ds,  On.  Marco Minniti Capogruppo Comm. Difesa - Ds, Rosario Rappa Coord. Sicilia Fiom- Cgil, On. Saverio Vertone Comm. Esteri – Pdci.
       
INTRODUCE I LAVORI:
On. Silvana Pisa  Comm. Difesa – DS

COORDINA E CONCLUDE:
Dott. Piero Sansonetti Giornalista  

Per  comunicazioni ed adesioni si prega contattare
segreteria On. Silvana Pisa – Dott. Andrea  Scognamillo
segreteria On. Deiana - Sig.ra  Daniela Frascati 

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5000 persone in piazza, c'era anche Comitato italiano Per non dimenticare Sabra e Chatila. Conferenza Stampa presso l’Unione della stampa libanese su incriminazione di Sharon

Beirut, 17 set. – Si è svolta questa mattina a Beirut la manifestazione per commemorare le vittime del massacro di Sabra e Chatila, i due campi profughi nei quali 22 anni fa i miliziani falangisti, sotto la supervisione dei soldati israeliani e la regia dell’allora ministro della Difesa di Tel Aviv, Ariel Sharon, trucidano 3000 civili palestinesi e libanesi. All’iniziativa, organizzata dalle ONG palestinesi e libanesi, hanno preso parte oltre cinquemila persone: insieme ad una folta delegazione italiana del Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila, hanno sfilato i bambini palestinesi dell'asilo Beit Atfal As-Samud del campo di Chatila con bandiere della pace, molte madri con i ritratti dei figli uccisi, pacifisti dagli Stati Uniti, dalla Spagna, dalla Malesia, da altri paesi arabi, oltre a rappresentanti delle maggiori forze politiche libanesi e palestinesi, uniti da slogan contro la guerra e lo scontro di civiltà, e a sostegno della legalità internazionale e del dialogo tra i popoli. Il corteo si è concluso presso il monumento alla fossa comune di Chatila e subito dopo si è svolta presso l’Unione della stampa libanese una conferenza stampa a sostegno dell’incriminazione di Sharon organizzata dall’omonimo Comitato libanese/palestinese. Alla conferenza stampa è intervenuto il presidente della stampa libanese, Mohammed al Baalbechi, Stefano Chiarini, Coordinatore del comitato italiano e l’avvocato Chibli Mallat, difensore dei familiari delle vittime di Sabra e Chatila, che hanno chiesto la prosecuzione del processo contro Ariel Sharon e gli altri responsabiliti del massacro del 1982, avviato in Belgio e sospeso per le pressioni politiche esercitate su quel governo dagli Stati Uniti e da Israele, per non lasciare impuniti crimini efferati contro l’umanità.

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Di Loredana Morandi (del 16/09/2004 @ 20:18:16, in Estero, linkato 1441 volte)


 


Due più Sei milioni di margherite ...
dedicato a Simona e Simona

Loredana Morandi

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Risoluzione comune sulla situazione in Iraq
Doc.:
B6-0028/2004

Procedura: Risoluzione comune
Dibattito: 15.09.2004
Votazione: 16.09.2004

Con 533 voti favorevoli, 43 contrari e 26 astensioni, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla situazione in Iraq. I deputati condannano fermamente «tutti gli attacchi terroristici indiscriminati contro civili, minoranze religiose, forze di polizia e soldati della forza multinazionale, la presa di ostaggi come giornalisti e personale delle ONG e gli atroci omicidi che sono stati commessi». Essi rappresentano altrettanti tentativi di «indebolire, mediante il ricorso alla violenza, la determinazione del governo iracheno e della comunità internazionale ad andare avanti con il processo democratico».

L'Aula condanna in particolare «con la massima fermezza» il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari nonché dei giornalisti francesi Christian Chesnot e George Malbrunot e quello del cittadino britannico avvenuto stamattina - quest'ultimo sulla base di un emendamento orale di Antonio TAJANI (PPE/DE, IT) - chiedendo «la loro liberazione incondizionata e immediata, oltre a quella di tutti gli altri ostaggi a prescindere dalla loro origine nazionale». I deputati hanno anche chiesto la restituzione della salma di Enzo Baldoni. Essi hanno mostrato apprezzamento per le numerose espressioni di solidarietà da parte di cittadini iracheni e del mondo islamico nei confronti degli ostaggi.

Il Parlamento invita il Consiglio, l'Alto Rappresentante della PESC e la Commissione, «in cooperazione con gli Stati membri interessati», ad adottare iniziative immediate e concrete per la liberazione degli ostaggi. Le autorità irachene e tutte le autorità religiose sono invitate «a condannare fermamente, chiaramente e inequivocabilmente ogni forma di terrorismo».

L'Iraq deve essere reintegrato nella comunità internazionale come partner sovrano, indipendente e democratico. L'Aula chiede che le elezioni per l'Assemblea nazionale transitoria, previste per il gennaio 2005, siano libere e giuste e sia garantita la piena partecipazione delle donne. Il Parlamento sostiene la proposta della Commissione europea di stanziare 200 milioni di euro per la ricostruzione dell'Iraq nel 2005. Il Consiglio è invitato ad utilizzare lo strumento di flessibilità per realizzare tale impegno, senza ridurre le spese relative agli altri settori dell'azione esterna dell'Unione.

L'Aula ha respinto a grande maggioranza gli emendamenti presentati dal gruppo GUE/NGL che chiedevano «l'immediato ritiro delle forze di occupazione straniere» e che consideravano l'occupazione del Paese illegale in quanto «in completa violazione del diritto internazionale».

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Di Loredana Morandi (del 14/09/2004 @ 18:19:27, in Estero, linkato 1187 volte)

La notizia riportata dalle agenzie di stampa su di un’imminente viaggio in Iraq del Presidente di Un Ponte per… non è vera, dichiara Fabio Alberti di Un Ponte Per ...
L’opportunità di un incontro tra il Presidente del Parlamento Europeo Joseph Borrel e Fabio Alberti era stata prospettata all’associazione dalla segreteria dell’onorevole Vittorio Agnoletto. Invito molto apprezzato ma che il presidente Alberti è stato costretto a declinare ritenendo indispensabile in questo momento la sua presenza in Associazione.
Peraltro, l’eventualità di recarsi in Iraq da parte dell’associazione Un Ponte per… è un’ ipotesi che, per ovvi motivi, è presente dal primo giorno del sequestro ma attualmente non vi sono elementi per prevederne l’opportunità.

"Un ponte per..."ONG
piazza Vittorio Emanuele II, 132 00185 ROMA

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Di Loredana Morandi (del 08/09/2004 @ 12:21:02, in Estero, linkato 1240 volte)

Appello per la liberazione degli attivisti per la Pace rapiti in Iraq


"Noi, movimento italiano per la pace, fratelli e sorelle di Simona Pari e di Simona Torretta, operatrici di pace in Iraq, chiediamo alle persone che le detengono insieme ai due operatori iracheni, Ra'ad Alì Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam, di liberarli subito. Vi chiediamo di considerare quanto danno state provocando alla causa della pace e a
quella del popolo iracheno.

Come ha scritto l'Unione delle comunità islamiche in Italia, "testimoniate coscienza di un debito di riconoscenza nei confronti di coloro che hanno condiviso la sofferenza del popolo iracheno negli anni dell'embargo, che sono rimasti nel paese quando dal cielo piovevano le bombe, che non l'hanno abbandonato neanche in questi mesi orribili di confusione e violenza".

Vi chiediamo di non spezzare il filo di solidarietà che, nonostante e contro l'embargo prima e la guerra poi, nonostante e contro le scelte del nostro governo, persone come le nostre sorelle hanno mantenuto tenacemente e coraggiosamente, ad esempio rifornendo di acqua la popolazione assediata di Falluja e Najaf.

"Un ponte per", la loro Ong, insieme a centinaia di organizzazioni sociali e politiche del nostro paese, ha organizzato gigantesche manifestazioni a favore della pace e per il ritiro delle truppe straniere dall'Iraq, e ha cercato di non abbandonare gli iracheni all'arbitrio dell'occupazione militare.

In nome di questa lotta e della verità, vi scongiuriamo: liberateli subito. Al popolo iracheno e a tutti gli amanti della pace nel mondo, e in Italia, chiediamo di aiutarci nel tentativo di salvare la vita  di Simona Pari, di Simona Torretta, di Ra'ad Alì Abdul-Aziz, di Mahnaz
Bassam.

Erano a Baghdad a nome di tutti noi. Nella loro prigione siamo anche noi, oggi. La loro liberazione sarebbe uno spiraglio di luce nel buio della violenza. Ancora in queste ore, in molte città irachene, la guerra miete vittime innocenti. Perciò continuiamo a chiedere con fermezza che tacciano le armi, che termini l'occupazione.

Ogni forma di mobilitazione, di pressione, gli appelli e le fiaccolate, i messaggi ai rispettivi governi sono i mezzi di cui disponiamo, noi popolo della pace. Usiamoli tutti, adesso. Al
movimento italiano chiediamo di scendere in piazza, in ogni città, da subito, con i colori dell'arcobaleno e nel nome delle nostre sorelle e dei nostri fratelli sequestrati in Iraq.

Il Comitato italiano Fermiamo la guerra
organizzatore delle marce del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004

Un ponte per Baghdad



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Di Loredana Morandi (del 07/09/2004 @ 18:06:17, in Estero, linkato 1167 volte)

BAGDAD - Due pacifiste italiane sono state rapite a Bagdad. Appartengono all'organizzazione "Un Ponte per...", operativa nella capitale irachena da molti anni per il trasporto dell'acqua nei luoghi di conflitto e con programmi culturali per l'infanzia. Le due pacifiste rapite si chiamano Simona Torretta e Simona Pari, rispettivamente di 27 e 29 anni. Con loro, nella sede dell'organizzazione non governativa, sono stati sequestrati anche tre iracheni che lavoravano nell'ufficio. La notizia è stata Al Jazeera. Il ministero degli Esteri ha fatto sapere di aver avviato accertamenti sulla notizia. L'Associazione Un Ponte Per ... ha confermato la notizia. In questo momento si stà creando un coordinamento spontaneo di cittadini e pacifisti romani presso la sede della associazione pacifista Un Ponte Per ...

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Di Loredana Morandi (del 05/09/2004 @ 10:30:25, in Estero, linkato 1226 volte)







Tutti i bloggersperlapace

partecipano all'infinito dolore delle famiglie dei bambini della scuola russa.

Se altri bloggers desiderano unirsi a noi nell'esprimere il proprio cordoglio possono copia incollare la foto collage e la candelina dal nostro sito www.bloggersperlapace.org .

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