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Il processo alla donna è una prassi costante. La vera imputata è la donna, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale

Tina Lagostena Bassi
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 15/07/2008 @ 09:42:36, in Indagini, linkato 1038 volte)

 

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Di Loredana Morandi (del 03/05/2008 @ 09:33:00, in Indagini, linkato 3975 volte)

Serial killer: i mostri d’Italia visti da vicino.

E raccontati da Massimo Picozzi

di Antonio Rossitto

Il male esiste? Era questa la domanda che si ripeteva mentalmente Massimo Picozzi una nebbiosa giornata d’inverno del 1983. La notte in cui oltrepassava per la prima volta i cancelli blindati di un carcere. Un giovane medico fresco di laurea, a cui bastò poco per capire che le cose erano diverse da come aveva letto sui libri. Venticinque anni dopo, Picozzi è diventato uno dei criminologi più noti d’Italia. È entrato e uscito da decine di penitenziari. Ha incontrato da vicino serial killer, delinquenti di ogni foggia, assassini per caso. Il 6 maggio uscirà per la Mondadori Un oscuro bisogno di uccidere: il racconto di dieci celebri fatti di cronaca nera di cui si è occupato come consulente o perito. Un giorno prima, il 5 maggio, su Raidue andrà in onda la prima puntata della nuova trasmissione condotta da Picozzi: “La linea d’ombra”, titolo mutuato dal celebre romanzo di Joseph Conrad. Nove serate in cui si parlerà di storie che hanno in comune un confine notoriamente incerto: quello tra follia e normalità. Lo stesso confine su cui investiga il nuovo libro del criminologo.

“Dopo 15 anni mi illudo di scorgere la differenza tra persone sane e malate” dice Picozzi. “Non è però facile: in un crudele assassino c’è sempre qualche traccia di ordinarietà, e viceversa”. Si arriva a questa conclusione leggendo “Un oscuro bisogno di uccidere”. Ritratti di assassini incontrati realmente. Casi in cui non è importante sapere chi ha ammazzato, ma perché lo ha fatto. Dati raccolti nelle perizie diventano capitoli appassionanti e divulgativi. C’è la vita di Angelo Izzo: il mostro del Circeo che quasi trent’anni dopo, inspiegabilmente ferito nell’onore, uccide una madre e la figlia di 14 anni. C’è la follia mascherata da trasgressione delle Bestie di Satana. La partita a carte con la vita di un giocatore incallito come Michele Profeta, il killer di Padova. Le turbe di Sonya Caleffi, che vorrebbe essere una brava infermiera e invece diventa l’angelo della morte per cinque suoi pazienti. Il male esiste. Picozzi adesso ne è convinto più che mai.

Angelo Izzo
L’ultima visita a Izzo è quella del 25 settembre (…). Lui parte dalla sua famiglia, il padre ingegnere morto da poco, la madre nobildonna e casalinga, due sorelle e un fratello. Rispetto a loro si è sempre sentito più importante, destinato a qualcosa di più che seguire ideali piccolo borghesi, e nell’adolescenza il modo più efficace per affermarsi gli pare quello della trasgressione e della violenza (…). Un giorno, che è ancora un ragazzo, una squillo d’alto bordo ha il coraggio di mortificarlo, e lui si presenta alla sua porta all’indomani, e la accoltella. A 16 anni uccide un ragazzo di 19, sparandogli al petto con un fucile per poi appoggiarlo accanto al corpo e far credere che si tratti di un suicidio. Il racconto di Angelo Izzo continua, con tutta una serie di storie di pestaggi e stupri, ed è difficile dire quanta verità ci sia nelle sue esibite esternazioni (…).
La storia con Maria Carmela e Valentina s’inserisce perfettamente nel quadro che Angelo Izzo presenta di sé, del suo modo di sentire e vivere (…). Le prende per qualche tempo a benvolere, diventa per loro il boss cui basta schioccare le dita per dispensare favori. Nessuno sfondo sessuale, qualcosa di poco conto l’ha fatto con la madre, ma nulla con la bambina. Non è in quella chiave che è maturato il duplice omicidio, lo ribadisce più volte nel corso degli incontri. Piuttosto Maria Carmela è diventata pian piano sempr più soffocante, con la sua presenza, le sue richieste, e lui, a un certo punto, ha avuto l’impressione che pensasse perfino di controllarlo, di gestirlo.
Figuriamoci! Una poveraccia che credeva di ottenere ciò che voleva da Angelo Izzo, l’uomo che conosce i segreti delle stragi di stato, capace di influenzare politici e imprenditori. E che ora, approfittando della semilibertà, sarebbe diventato il “Re di Campobasso”. Non è possibile portarsi appresso una palla al piede così, una che magari sarebbe stata anche capace di ricattarlo. Perché alla donna ha pure raccontato d’alcuni progetti criminali che sta per attuare, come il rapimento a fini d’estorsione di un ricco gioielliere, e Maria Carmela improvvisamente si è mostrata per quello che era. Non una servile e riconoscente amica, ma piuttosto una noiosa e pericolosa profittatrice. Per lui, per Angelo Izzo, non esistono mezze misure in casi come questi. Chi si è dimostrato irriconoscente in qualche modo è come se lo avesse umiliato. E chi umilia Izzo deve morire.

Sonya Caleffi
Lei arriva, saluta un po’ intimorita tutta quella gente che è lì per sezionare la sua vita e la sua mente, e subito inizia. E spiazza tutti. Perché racconta di un fatto gravissimo, che le è successo da poco, qualche giorno prima. Era piantonata in una celletta costruita apposta dentro l’ospedale di Como, quando un agente di custodia aveva approfittato di un momento in cui era solo in servizio. L’aveva fatta uscire, e in un angolo, costretta a un rapporto sessuale. Qualcosa di inaccettabile che merita un’immediata denuncia. Ammesso che sia dimostrato, e la conferma non ci sarà mai, perché quell’episodio non è mai avvenuto. Ma non si tratta di un banale e ingenuo tentativo di imbrogliare, piuttosto di un sintomo. Perché, scopriremo, Sonya è costruita proprio in un modo particolare, e per capirlo bisogna partire dalla sua storia (…).
A 12 anni arriva la prima battuta d’arresto. È più alta delle compagne di scuola, e si è anche sviluppata, prendendo le forme di una donna. La prendono in giro per questo, e Sonya trova un rimedio: smette di mangiare (…). Nell’ottobre del 1992 la ricoverano nel reparto di psichiatria di Como, dove le fanno una diagnosi di personalità dipendente, e le danno da prendere degli antidepressivi (…).
Il primo settembre del 2004 la Caleffi prende servizio all’ospedale di Lecco, prima come supplente, poi, in ottobre, vince il concorso come infermiera professionale di ruolo (…). I colleghi che le lavorano accanto sono perplessi. Pare che la nuova assunta sia un tipo strano, con sbalzi d’umore e la tendenza a stare per conto suo, a non far gruppo. Guarda con occhi fissi e chi le parla non riesce mai a capire se stia ascoltando o pensando ai fatti suoi. Passa dalla calma più assoluta a scatti di nervi, da un modo d’essere servile a quello opposto, brusco e arrogante (…). L’impressione che dà è quella di una infermiera poco preparata e poco professionale, poco pratica e affidabile, incapace di gestire le emergenze e di rispettare i protocolli di assistenza. Un giudizio pesantissimo, e proprio sull’unico campo in cui Sonya pensa di valere qualcosa, quello del lavoro, del suo lavoro d’infermiera. È il preludio alla tragedia, che si consuma nel giro di poche settimane.

Elisabetta Ballarin
Comincio con Elisabetta, il 14 aprile del 2005, nella stanza dei colloqui riservata ai magistrati nel carcere di Monza (…). Quando si mette con Andrea, un ragazzo di venticinque anni, tossicodipendente, Elisabetta ne ha solo quindici. Sei mesi dopo già si fanno insieme di cocaina ed eroina (…). Mariangela Pezzotta, la vittima, entra nella storia perché è l’ex fidanzata di Andrea, e i due non si sono mai persi di vista. Tanto che la sera del 23 gennaio 2004 Mariangela passa a trovare il ragazzo, perché deve riportargli una videocassetta.
Elisabetta sta sistemando la cucina, e se la trova in casa, seduta al tavolo a chiacchierare, ma non è l’unica cosa strana. Di strano c’è pure l’atteggiamento di Andrea, nervosissimo, che la allontana dicendole di andare a preparare due speedball, cocaina ed eroina mescolate insieme. Elisabetta se ne va perplessa, pensando a perché due e non tre dosi, visto che c’è un’ospite, e sta dividendo la polvere nella stanza accanto quando sente il rumore assordante di uno sparo (…).
Il miscuglio di droghe che i ragazzi hanno in corpo fa sembrare tutto un incubo, tanto che Elisabetta comincia a vedere dappertutto i lampeggianti blu della polizia. Poi, a fianco, le compare Mariangela, con la faccia piena di sangue (…). Allucinazioni, solo allucinazioni che mettono il panico addosso, e che cerca di scacciare inghiottendo manciate di Tavor. Deve scappare via da quel posto maledetto, e allora sale sulla sua auto e parte, ma finisce subito per sterzare dietro a una curva che non esiste. La macchina s’incastra, non va né avanti, né indietro, mentre Elisabetta, che non ce la fa più, appoggia la testa sul volante, e si lascia sprofondare nel buio (…). Difficile stabilire quanto ci sia di vero nel racconto della ragazza. Perché le indagini diranno che l’omicidio non è stato il risultato di un colpo partito per sbaglio, che Mariangela non è morta per caso, piuttosto è stata eliminata come un testimone pericoloso, una che sapeva troppo dei segreti delle Bestie di Satana.

Michele Profeta
Il primo sms arriva alle 19.45. Solo un numero, “12″. E nove minuti più tardi: “La linea tel può essere controllata solo mex. Potrei avere bisogno d te domani sera intorno alle 23 vicino al vekkio appiani. Ripeto solo mex se non in mona”. Tocca a me dettare la risposta. Il tono e il contenuto delle lettere di estorsione che mi hanno mostrato in Questura suggeriscono che ho di fronte un uomo, di mezza età e buona cultura. non un malato di mente, piuttosto qualcuno con aspetti narcisistici importanti, e pure tratti paranoici da non sottovalutare (…).
Dico all’ispettore di replicare con un generico: “Come ci riconosciamo?”. Passa circa mezz’ora, sono le 20.16 quando un nuovo sms dice: “Dirigo io il gioco a modo mio o niente. Tribuna ospiti. Sarò solo. Non c sarà nex a quell’ora. C riconoscemo. Accontentati”. È il momento di lasciare al killer la sensazione che abbia il controllo. Niente sfide, ma senza apparire troppo remissivi. Potrebbe interpretarla come una provocazione, o peggio come una presa in giro. “Ok gioco condotto da lei. Mi interessa conoscerla. Faccia capire con un particolare che lei è la persona giusta. La sua determinazione mi preoccupa. Posso fidarmi?”.
Alle 20.58, di nuovo il killer. “Fidarsi è bene non fidarsi è meglio si dice… Io non mi preoccupo mai sta in te devi giocare bene le tue carte (k-j-q-a) x l’incontro aspettiamo. C vuole pazienza” (…). Provo lo stesso a tenere aperta la comunicazione. “Io desidererei incontrarla. Aspetto un suo messaggio”. L’ultimo messaggio mi arriva alle 21.54. “Sei molto curioso… La cosa è troppo improvvisata ci vuole tempo. buona notte. Ps la curiosita? Non porta a nulla ricordalo sempre!”. Per questa volta può bastare. Sono stato in compagnia di un serial killer per più di due ore, le due ore più lunghe di tutta la mia carrie

Panorama

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Di Loredana Morandi (del 14/04/2008 @ 10:06:02, in Indagini, linkato 2063 volte)

Seconda giornata della tornata elettorale.

Io ho votato ieri, convinta, naturalmente e, come di consueto mi sono affacciata al pensiero popolare, quel pensiero che per me è sempre foriero di novità e ispirazione. Devo essere sincera: presso quel seggio circolava un'aria strana, di tutto parlava la gente fuorché del voto di lì a pochi minuti. Il pranzo, il figlio in viaggio, la nuora che non sta bene: ma di politica no. Quasi che aleasse d'attorno alla gente più varia e disparata la sensazione di aver votato o esser prossimi a farlo, ma di non aver goduto il diritto ad essere rappresentati. Mai come in queste elezioni ho ascoltato nelle parole della gente l'assenza del contatto con la politica. Troppi indagati? Troppa falsità? Troppi soldi spesi?

Tutto questo ed altro...

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Di Loredana Morandi (del 22/06/2007 @ 22:48:13, in Indagini, linkato 2513 volte)
1. Pedofilia: 'C cub' lancia virus telematico contro siti pedopornografici
Pedofilia: 'C cub' lancia virus telematico contro siti pedopornografici Roma, 22 giu. - (Adnkronos) - In occasione del "Boy love day", la societa' 'C Cube' lancia la realizzazione del virus 'Cura' come risultato di un progetto per la lotta psicotecnologica ai siti pedofili in internet. Il progetto consiste nella realizzazione di una generazione di virus telematici in grado di ...
22/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

2. PEDOFILIA: BINDI, APOLOGIA DIVENTI REATO
PEDOFILIA: BINDI, APOLOGIA DIVENTI REATO CONDANNARE E OPPORSI CON TUTTE LE FORZE A 'BOY LOVE DAY' Roma, 22 giu. - (Adnkronos) - "La giornata di domani e' una giornata che vogliamo duramente condannare e contro la quale dobbiamo opporci con tutte le nostre forze perche' e' davvero intollerabile che attraverso Internet si diffondano immagini aberranti che propagandano una cultura ...
22/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

3. PEDOFILIA: OPERAZIONE POLIZIA VENEZIA, 20 INDAGATI
PEDOFILIA: OPERAZIONE POLIZIA VENEZIA, 20 INDAGATI Venezia, 22 giu. - (Adnkronos) - Sono tre gli indagati da parte della Polizia di Venezia, nell'ambito dell'odierna operazione antipedofilia che appartengono alle forze dell'ordine o alle forze armate. E' uno dei risvolti di una operazione che ha portato a 20 persone iscritte nel registro degli indagati per detenzione e dffusione di ...
22/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

4. Blitz anti-pedofilia in 10 regioni
Decine di computer e centinaia di supporti informatici sequestrati Blitz anti-pedofilia in 10 regioni A segno l'operazione 'Taras' Take Over' della Polizia Postale di Venezia contro il fenomeno della pedo-pornografia on line: due arresti in flagranza di reato e venti indagati. In manette un fornaio ed un militare Venezia, 22 giu. (Adnkronos/Ign) - Due arrestati in flagranza di reato, ...
22/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

5. PEDOFILIA: OPERAZIONE POLIZIA VENEZIA, 2 ARRESTI E 20 INDAGATI
PEDOFILIA: OPERAZIONE POLIZIA VENEZIA, 2 ARRESTI E 20 INDAGATI INDAGINE 'TARAS' TAKE OVER' IN DIECI REGIONI ITALIANE Venezia, 22 giu. - (Adnkronos) - Due arrestati in flagranza di reato, venti indagati per divulgazione di materiale pedo-pornografico, decine di computer e centinaia di supporti informatici sequestrati, sono l'esito dell'ultima operazione, denominata ''Taras' Take ...
22/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

6. Internet: Toscana studia software per navigazione sicura bambini
Internet: Toscana studia software per navigazione sicura bambini Firenze, 19 giu. - (Adnkronos) - ''Stiamo preparando, in collaborazione con l'Istituto degli Innocenti, un software che consenta ai bambini di navigare su Internet in sicurezza''. Lo ha annunciato il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, che ha ricevuto dai rappresentanti del gruppo editoriale 'EPolis' le 50 ...
19/06/2007 - http://www.adnkronos.com/

7. Gb, polizia sgomina rete internazionale di 700 pedofili online
All'indagine hanno partecipato gli agenti della polizia postale di 35 paesi Gb, polizia sgomina rete internazionale di 700 pedofili online I frequentatori del sito, 200 dei quali risiedono nel Regno Unito, si scambiavano immagini e video di abusi su minori. L'operazione ha messo in salvo 31 bambini Londra, 18 giu. - (Adnkronos) - La polizia britannica ha disarticolato una rete ...
18/06/2007 - http://www.adnkronos.com/
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Di Loredana Morandi (del 10/05/2007 @ 20:49:14, in Indagini, linkato 2454 volte)

 

In Italia si parla troppo di Vaticano, soprattutto ciò accade ad opera di gente che scrive con i piedi e parla con l'olezzo di un sepolcro aperto. Tutto ciò è un vero peccato, perchè di cose da dire ce ne sarebbero parecchie, più gravi e che non riguardano affatto la ipocrita campagna filo americanista dei "preti pedofili".

Tutto questo per informarvi che: sono sulle tracce di un eminente "massone" infiltrato dentro l'Ordine Francescano secolare.

La Massoneria non è nuova a questo genere di infiltrazioni, basti pensare al caso Calvi e all'organizzazione che tutti ritengono una paramassoneria cattolica, cioè l'Opus Dei.

Posso personalmente rendere testimonianza di ciò, con il dichiarare che massone famosissimo è stato uno dei presidenti della Compagnia di San Vincenzo de Paoli (quella delle vecchine, che visitano i poveri e i malati in Italia). E non solo, un tal eminente presidente era anche coniugato con la sorella del gran "maestro" bibliotecario del G.O.I. Così come erano tutti tesserati al rito scozzese gli avvocati perugini, che denunciarono i pm dei processi contro Berlusconi, e questo essi dichiararono alla stampa e ai tg in conferenza stampa.

Rendo altresì testimonianza di aver conosciuto un solo religioso con indosso il grembiule massonico: un francescano presso la r.l. Libertà all'oriente di Roma.

Che dire. Ognuno ha la sua battaglia. Spero vorrete credere che la pulizia del lavoro per la Pace nel mondo valga qui una nuova battaglia.

Loredana Morandi

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Di Loredana Morandi (del 27/04/2007 @ 09:12:46, in Indagini, linkato 2745 volte)

Una vicenda che spaventa, perchè si incunea in una italia in cui le donne stanno nuovamente scivolando nel baratro chiuse uso sandwich tra le orribili campagne della vendita degli ovuli alla "scienza" e quella dei Dico e dei matrimoni gay. Due campagne gestite secondo la più rigida osservanza del rito "maschilista". Risultato: l'ignoranza dilaga in Italia e la Donna sta per vivere un secondo Medioevo. L.M.

Nell'ordinanza del gip la ricostruzione della violenza da parte dei presunti pedofili
La pietra angolare dell'istruttoria è ciò che i bambini dicono ai genitori

Pelouche, narcotici e "giochi"
così l'accusa racconta l'orrore

di CARLO BONINI

ROMA - Le voci dei bambini - sedici - e i loro disegni. Il loro quadro psichiatrico. Cento pupazzi chiusi in sacchi di plastica, ammucchiati nel ripostiglio di un terrazzo. Una piscinetta abbandonata in un giardino. Molecole di farmaci "neurologico-sedativi" ("clonazepam" e "diazepam") nei capelli di due bimbe.

I referti medici dell'ospedale Bambino Gesù. "Formazioni pilifere e tracce di altre sostanze organiche" nella Fiat 500 rossa di una delle maestre (Marisa Pucci) e dvd, e cd, e cassette Vhs, e hard disk di computer fissi e portatili della cui natura dirà un futuro incidente probatorio. Le testimonianze di due agenti della polizia municipale e di una colf.

Nel perimetro giudiziario che, al momento, definisce e attribuisce le responsabilità per gli orrori della "Olga Rovere", il gip Elvira Tamburelli e il pm Marco Mansi declinano il quadro indiziario con la certezza dell'indicativo. La pietra angolare dell'istruttoria - documentano nell'ordinanza di custodia cautelare - è in ciò che i bambini riferiscono prima "ai loro genitori" e quindi nell'"esame scientifico" ("test di Roscharch, disegno della figura umana di K. Machover, questionario Ceipa, test dell'albero di K. Koch; disegno della famiglia reale di M. Porot") condotto dalla dottoressa Marcella Battisti Fraschetti, consulente psichiatra del pm.

E' nei "riscontri obiettivi" che questi racconti hanno trovato con "i luoghi dell'abuso", con "l'identificazione dei responsabili". E' in un argomento logico-deduttivo. Quel che i bambini e i loro genitori hanno detto "non può essere frutto di mitomania e fantasticheria", perché "l'abuso è fenomeno denunciato in modo analogo da nuclei familiari completamente diversi, socialmente e culturalmente". "Perché i bambini, vista la loro piccolissima età, non hanno la malizia per organizzare una versione comune".

I bambini, dunque. Per come è ricostruita, la violenza ha uno schema fisso. Durante l'orario scolastico, i bambini vengono fatti uscire in piccoli gruppi dal retro della "Olga Rovere". Invitati a percorrere a piedi un breve tratto di sterrata e quindi caricati su "un'auto rossa". Accompagnati nelle case di una delle maestre (con maggiore frequenza in quella di Patrizia Del Meglio) e quindi abusati da chi li attende. Quando questo non è possibile, le violenze si consumano all'interno della scuola. Nei bagni, nel cortile, in uno sgabuzzino che si apre in fondo ad uno dei corridoi su cui affacciano le aule. Gli abusi vengono descritti con precisione. Ciascuno ha un nome. "Il gioco della patatina"; "del dito a punta"; "della penna azzurra"; "del tavolo"; "dello scatolone"; "della mamma e dei figli"; "del dottore"; "del lupo e dello scoiattolo". Scrive il gip: "Le vittime erano costrette a pratiche sessuali spesso cruente, valendosi anche di iniezioni o inoculazione di narcotici e sostanze varie (...) Le vittime venivano riprese e fotografate". I loro carnefici "effettuavano riti di sangue e violenza con chiari richiami a pericolosi rituali di sette sataniche: maschere, vestizioni da diavoli o conigli neri, cerchi di fuoco, croci, cappucci".

Né il gip, né il pubblico ministero, né i carabinieri della compagnia di Bracciano hanno mai incontrato i bambini di Rignano. Del loro esame da parte della consulente del pubblico ministero non esiste registrazione. Il loro racconto - nei casi in cui ne è conservata traccia - è documentato dagli appunti presi dai loro genitori. In tre casi, da videoregistrazioni domestiche. Il gip avverte la difficoltà del passaggio. Scrive: "Della credibilità e affidabilità dei racconti dei genitori non è motivo dubitare. E' anzi apprezzabile il loro sforzo di rispettare il più possibile le modalità logiche ed espressive dei bambini. Né inficia in alcun modo l'affidabilità delle loro denunce la circostanza che i genitori si siano ad un certo punto confrontati su quanto andava emergendo".

Certo, resta il problema del metodo di lavoro della dottoressa Marcella Battisti Fraschetti. Ma la spiegazione che la consulente del pm fornisce è ad avviso del gip sufficiente per mettere in un canto ogni dubbio: "I bambini sono ancora nella fase acuta della disorganizzazione del pensiero e questo non ha reso possibile di poter procedere a forme di registrazione, ai cui tentativi i minori hanno opposto un deciso e netto rifiuto".

I referti obiettivi di cui conta l'istruttoria sono quelli medico-pediatrici. Uno soltanto - redatto al Bambino Gesù - documenta cicatrici nella carne ("la presenza di "setto" dell'imene" in una delle bambine), pur senza trarne conclusioni univoche ("conformazione congenita? esito cicatriziale?"). Gli altri, accertano un'infezione genitale rara ("anite rossa") o ferite profonde della psiche. "Reazione di ansia, con irrigidimento del corpo, al momento della visita ai genitali, con immediata erezione"; "balbuzie emozionale"; "aggressività inesplosa"; "ipercinetismo".
Nell'argomentare del gip, la sproporzione tra la descrizione delle violenze e l'assenza di significative cicatrici fisiche è argomento aggirabile con l'incertezza sui tempi in cui gli abusi si sarebbero consumati. Verosimilmente tra il 2005 e l'autunno dello scorso anno.

E, nell'ordinanza, l'argomento viene puntellato con l'esame tossicologico sui capelli di due bambine. Gli investigatori scelgono quelle che li hanno più lunghi, "tali da consentire una loro analisi retroattiva al 2005-2006". In quelle ciocche, i laboratori fissano tracce di "benzodiazepine". I sedativi dei racconti dell'orrore - chiosa l'accusa - I sedativi che una delle arrestate, Patrizia Del Meglio "ha negato di aver mai assunto durante il suo interrogatorio con il pm", ma che, "al contrario, dopo un ricovero per crisi depressive, acquistava in una farmacia diversa da quella di Rignano, assumeva con prescrizione medica e nascondeva in casa".

I racconti dei bambini e il loro esame medico-psichiatrico fermano il tempo dell'inchiesta al giorno in cui è cominciata - luglio 2006 - e al successivo autunno del "blitz", quando si è arricchita di nuove denunce. Dunque, cosa è accaduto in questi nove mesi in cui gli indagati sono rimasti in quotidiano contatto con le loro presunte vittime? E perché arrestarli soltanto martedì? Il gip dà atto che non molto è accaduto. Che, allo stato, non sono state trovate né foto né video degli orrori.

Scrive: "I servizi di osservazione degli indagati non consentivano un'efficace controllo per la carenza di personale dell'Arma, né risultati utili sono venuti dall'attività di intercettazione telefonica".

Quel che dunque salta fuori è questo. In un ripostiglio della casa di Patrizia Del Meglio, erano stipati in sacchi di plastica "maschere, vestiti" e 100 pupazzi che i bambini "hanno riconosciuto come quelli utilizzati durante i giochi erotici, riuscendo anche a collocarli nei diversi locali della casa". E dove, "al contrario di quel che l'indagata afferma", "i bambini venivano portati". Simona Baldoni, colf della Del Meglio dal 1999 al 2001, ricorda due singoli episodi. Aver "sorpreso" la signora, "in una occasione", rientrare da scuola con alcuni dei suoi piccoli alunni. Aver osservato sullo schermo del pc del marito, Gianfranco Scancarello, "foto di maschietti e femminucce con grembiulini rosa o celesti, che mi venne detto fossero per lo Zecchino d'oro".

Parlano anche altre due donne: Elisabetta Palamides e Nadia Di Luca, agenti della municipale di Rignano. Nel maggio-giugno 2006 sorprendono "un gruppetto di bambini della "Rovere" fuori dalla scuola". Chiedono dove se ne stiano andando da soli. Gli viene risposto: "In gita alla fattoria. Aspettiamo il pulman". "Quel giorno - scrive il gip - è stato accertato che non c'era alcuna gita alla fattoria". Parlano infine, "confermando i racconti dei bambini", i colori. Meglio, un colore: il rosso. "Rossa era l'auto Suzuki che aveva la Del meglio nel 2001". "Rossa è la Fiat 500 della maestra Marisa Pucci". "Rossa è la vasca chicco a forma di conchiglia" trovata nel suo giardino di casa.
Per il gip ce ne è abbastanza per aprire le porte di un carcere. Anche a distanza di nove mesi dall'accertamento dei fatti. Le motivazioni non prendono più di una cartella e mezzo. Indubbiamente - scrive - "non si ravvisa un pericolo di fuga", ma "i reati commessi sono gravissimi.

Esiste un concreto pericolo di inquinamento delle prove, a cominciare dai bambini, facilmente condizionabili e noti agli indagati. Il presidente dell'Associazione genitori di Rignano Flaminio, Arianna Di Biagio, e la segretaria, Antonella Paparelli, hanno subito minacce da ignoti".


(27 aprile 2007)
http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/pedofilia-uno/pedofilia-uno/pedofilia-uno.html

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Di Loredana Morandi (del 16/04/2007 @ 17:03:34, in Indagini, linkato 2419 volte)

Sottotitolo: Web, Blog, Spazzatura e Gente Disonesta

Scopro oggi questa chicca, che coinvolge la sottoscritta e il sito web del Dizionario De Mauro, della editrice Paravia (Mondadori).

Non faccio nomi, altrimenti sarei costretta a citare i ben noti delinquenti del weblog italiano, che da sempre si spacciano e millantano di essere grandi opinionisti mentre si tratta di ometti, donnette e soprattutto nulla facenti e nulla pensanti.

Il seguente "risultato" si trova oggi al "sesto" posto su 215.000 dato dal motore di ricerca it.altavista.com. E' facilissimo ottenere un risultato come questo in quanto si fonda esclusivamente su dati numerici.

Quanti sono stati quelli che hanno cliccato sul link associato al mio nome, come pubblicato su uno dei tanti blog mondezza del web italiano? Molti, certamente, tutti utenti cerebro disfatti, poveretti avvezzi a leggere brutte MACCHIE del web e PUNTINI scopiazzati e tradotti dai blog americani, ma che ormai non pensano e han perso di già la loro dignità.

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Di Loredana Morandi (del 29/11/2005 @ 11:51:25, in Indagini, linkato 2302 volte)

Il giovane marocchino esulta: «Grazie Italia». Frattini contro i Paesi europei che hanno ospitato prigioni Cia


«Non è terrorista»: assolto l'islamico Daki

Milano, la sentenza della Forleo confermata anche per due tunisini. 
  
dal Corriere - 29 novembre 2005

Assoluzione per tutti e tre anche in secondo grado. Per la Corte d'Assise d'Appello di Milano il marocchino Mohammed Daki e i due tunisini Maher Bouyahia e Ali Ben Sassi Toumi non sono colpevoli di terrorismo internazionale. Si tratta dei tre islamici che nel gennaio scorso il gup Clementina Forleo assolse dalla stessa accusa scatenando molte polemiche. Esultanti gli imputati: Daki (assolto da tutte le accuse mentre i tunisini sono stati condannati a 3 anni per un altro tipo di reato) ha ringraziato l'Italia.
Franco Frattini, commissario Ue a Giustizia, libertà e sicurezza, ha definito inevitabile la sospensione dei diritti di voto a quei Paesi europei che hanno ospitato le prigioni Cia.

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Assolti i tre islamici accusati di terrorismo
Confermata la sentenza del gup Forleo. Daki: «Interrogato da agenti Usa senza difensore»
«Viva la giustizia italiana», hanno gridato gli imputati Due condannati per associazione a delinquere
Paolo Biondani

MILANO - Anche i giudici d'appello hanno assolto dall'accusa di terrorismo internazionale i tre maghrebini che furono arrestati nel 2003 con l'accusa di reclutare kamikaze per la guerra in Iraq. Il verdetto di ieri conferma che era giusta la sentenza di primo grado del giudice Clementina Forleo, che il 24 gennaio scorso aveva per la prima volta sancito la necessità di distinguere tra guerriglia e terrorismo applicando il diritto internazionale. Cioè quei principi generali che consentono di condannare solo se è provata «oltre ogni ragionevole dubbio» la pianificazione di «stragi indiscriminate contro la popolazione civile». Una decisione che scatenò l'ira di numerosi parlamentari e ministri del centro-destra.
LA SENTENZA-BIS — La terza corte d'assise d'appello, dopo sei ore di camera di consiglio, ha assolto da tutte le accuse il marocchino Mohammed Daki, che il giudice Forleo aveva invece condannato per ricettazione di passaporti falsi. Gli altri due imputati, i tunisini Alì Toumi e Maher Bouyahia, sono stati di nuovo condannati a tre anni di reclusione solo per falsificazione di passaporti e per associazione per delinquere diretta a favorire l'immigrazione clandestina, ma senza la più grave «finalità di terrorismo internazionale». Secondo autorevoli fonti giudiziarie, la futura motivazione ricalcherà la sentenza Forleo: è dimostrato che Toumi e Bouyahia facevano parte di un'organizzazione che reclutava in Italia integralisti islamici per mandarli a combattere in Iraq con i guerriglieri di «Al Ansar Al Islam»; ma la Procura non è riuscita a fornire prove certe che quei mujaheddin progettassero «attentati contro civili».
IL VERDETTO — I giudici avevano acquisito anche la sentenza del giudice Luigi Cerqua, che aveva motivato le analoghe assoluzioni nel processo Bazar spiegando che la questione di fondo è la mancata legittimazione internazionale della guerra «unilaterale» guidata dagli Stati Uniti: la presenza in Iraq di truppe straniere è coperta dall'ombrello dell'Onu solo «dal 30 giugno 2004», cioè da quando è nato il primo «legittimo governo iracheno». Fino ad allora, gli attacchi a soldati stranieri vanno equiparati ad azioni di «guerriglia», mentre è «terrorismo» solo un attentati contro civili o contro istituzioni di pace «come l'Onu o la Croce rossa». Il problema di partenza è che il nuovo reato introdotto dopo l'11 settembre (articolo 270 bis) non spiega il significato di «terrorismo» e rinvia ai giudici il compito di definirlo. Finora in tutta Italia si contano solo tre condanne, tutte nate da questa stessa inchiesta milanese.
LE REAZIONI — «Allah u-akbar, Dio è grande». «Viva L'Italia, viva la giustizia italiana». Le prime parole che filtrano dall'udienza a porte chiuse sono le urla di gioia di Ali Toumi, che pure resterà in carcere fino al 2006, come Bouyahia, per aver procurato passaporti falsi ai «guerriglieri» di Al Ansar e per aver venduto documenti taroccati ai curdi iracheni arrivati da clandestini in Italia. Daki invece, per i giudici d'appello, è totalmente innocente: la sentenza dice che non ha mai fatto parte neppure dell'associazione semplice, cioè della banda dei falsari. Unico imputato in libertà, Daki commenta con un sorriso liberatorio il verdetto: «Sono innocente, l'ho sempre detto che sono innocente e devo ringraziare il giudice Forleo e questa Corte che finalmente lo ha riconosciuto». Contro Daki pesa un decreto ministeriale di espulsione dall'Italia, che però il suo avvocato Vainer Burani confida di «far revocare dopo questa assoluzione piena», aggiungendo che «comunque è sospeso fino a quando durerà la misura di prevenzione dell'obbligo di firma». Daki ha molta «paura di tornare in Marocco» e il suo avvocato chiederà «asilo politico in Europa, probabilmente in Germania». Mentre aspettava il verdetto, Daki ha confermato che ad Amburgo, dove ha vissuto dal 1989 al 2002, era diventato «amico» di due boss dell'integralismo ora prigionieri degli americani con l'accusa di essere i «cervelli» dell'attacco dell'11 settembre: «Certo, conoscevo Ramzi Binalshibh, ma gli ho solo prestato il mio indirizzo postale per i suoi permessi di soggiorno. E non credo che Hayder Zammar fosse il reclutatore di Mohammed Atta: non era nemmeno salafita, era solo un filosofo...».
ACCUSE — Assolto da tutto, ora è Mohammed Daki a trasformarsi in accusatore: «Il pm Dambruoso mi ha fatto interrogare per due giorni senza avvocato, il 6 e 7 ottobre 2003, da agenti americani che dicevano di essere dell'Fbi. Ma ora penso che ci fosse anche Bob, l'uomo della Cia che ha rapito l'imam di Milano». Il pm Dambruoso, naturalmente, smentisce tutto e annuncia querele.

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STEFANO DAMBRUOSO

«Troppe contraddizioni, ci vogliono giudici specializzati»
Giuseppe Guastella

MILANO — L'assoluzione di Mohammed Daki, in attesa della motivazione della sentenza d'appello, può essere per ora interpretata in due modi: il marocchino è completamente innocente oppure i giudici hanno ritenuto che gli elementi portati dai pubblici ministeri non fossero sufficienti a supportare, fino a una condanna, l'accusa di terrorismo internazionale. Si tratta di una norma che, introdotta di recente nel codice penale con l'articolo 270 bis, secondo taluni è troppo generica e difficile da applicare. Dal Sudamerica, dove è impegnato in un lavoro — ma non vuole precisare di cosa si tratti — legato al suo incarico di esperto giuridico e di terrorismo internazionale presso la rappre

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Di Loredana Morandi (del 19/10/2005 @ 19:48:03, in Indagini, linkato 1474 volte)

Chi alimenta la ’Ndrangheta
di Enzo Ciconte

La ’ndrangheta che ha agito a Locri quando ha ucciso Francesco Fortugno non ha niente di arretrato o di arcaico, è una mafia forte che lancia una sfida alla politica calabrese e allo Stato. C’è in gioco la signoria del territorio, del comando. Chi deve governare la Calabria? Il potere delle istituzioni o quello della ’ndrangheta? Questo è il cuore della sfida che ha lanciato chi ha armato la mano del killer. Già! Chi l’ha armata? Č pensabile che un omicidio così plateale sia stato ordinato solo a Locri da una qualche famiglia locale? O non si deve pensare a un concorso di più volontà da parte di quegli uomini che compongono la struttura di comando delle ’ndrine che è stata formata dopo la pace siglata nel 1991 che aveva concluso una guerra che era durata un lustro e che aveva lasciato sulle strade quasi un migliaio di morti?

Nella ’ndrangheta non c’è la commissione provinciale, ma una struttura più agile che si riunisce per decidere cose importanti che riguardano tutta l’organizzazione. Chi ha deciso quell’omicidio - al di là della motivazione immediata legata alla sanità locale - ha scommesso sulla debolezza della risposta dello Stato. Toccherà allo Stato attrezzare una nuova qualità della risposta che sia all’altezza della sfida lanciata. I giovani della locride hanno cominciato a reagire.
Sarebbe un imperdonabile errore lasciarli soli. La risposta deve essere diversa da quella del passato e deve essere legata alla comprensione della natura della criminalità mafiosa calabrese.

Nella storia plurisecolare delle mafie italiane la ’ndrangheta è stata la più sottostimata e la più sottovalutata. La responsabilità di ciò risale a tanto tempo fa. Storici, sociologi, giornalisti, intellettuali hanno inizialmente studiato la camorra poi, a partire dai primi decenni dopo l’unità d’Italia, lo studio della mafia catturò l’interesse di tutti. Sono innumerevoli i libri che si occupano della mafia siciliana seguiti da quelli che si occupano di camorra. Quelli che trattano di ‘ndrangheta si contano al massimo sulle punta delle dita di due mani.

La Calabria è stata considerata come una regione arretrata, culturalmente chiusa, con tratti di inspiegabile primitivismo. Le sue grandi, splendide montagne - la Sila e l’Aspromonte - evocano idee di selvatichezza ed arcaicità legate come sono all’epopea grandiosa ma disperata e dolorosa del brigantaggio o a quella più recente, e per niente eroica, dei sequestri di persona con il loro carico di dolore. La criminalità che era il prodotto di quelle terre non poteva che essere selvaggia, violenta, crudele, e gli uomini che ne facevano parte dovevano essere orridi, spietati, ignoranti. Così hanno ragionato in molti. La Calabria è in fondo allo stivale, terra lontana che politicamente e socialmente ha pesato molto di meno a fronte della Sicilia e della Campania. I mafiosi calabresi sembravano un po’ incomprensibili, intestarditi com’erano a usare i vecchi codici, a rispettare i rituali di affiliazione e a costruire la loro struttura organizzata attorno alla famiglia naturale del capobastone. Intellettuali di vaglia ritenevano ciò come la prova migliore dei residui di arretratezza; gli stessi mafiosi siciliani, come ricordava Buscetta, irridevano i calabresi per questa loro testardaggine. Chi da lontano guardava alla ‘ndrangheta la riteneva una mafia locale, un sottoprodotto criminale, una filiazione della mafia siciliana. Insomma, ad una Calabria dallo scarso peso politico e sociale corrispondeva l’immagine di una mafia di basso profilo.

Questa idea sulla mafia calabrese è circolata per un lungo periodo storico, circola ancora oggi ed è dura a morire. Pochi magistrati e intellettuali l’hanno contrastata. Nonostante tutto quello che è successo sono ancora molti quelli che stentano a credere che nella criminalità operante in Lombardia, in Piemonte, in Liguria, in Valle d’Aosta, nel Lazio, in Emilia-Romagna la ‘ndrangheta sia l’organizzazione prevalente e dominante; o che essa sia riuscita a soppiantare cosa nostra nei traffici di droga arricchendosi enormemente. Quando la bufera dei collaboratori squassò Cosa nostra, la ‘ndrangheta ne rimase al riparo proprio per la struttura familiare che ne reggeva l’impianto organizzativo. Quella modalità di affiliazione considerata arretrata e folcloristica aveva funzionato come un formidabile scudo protettivo. La ‘ndrangheta è rimasta fedele alle sue origini - legata al territorio, con struttura familiare - ma ha saputo trasformarsi e rinnovarsi.

Continuità e trasformazione: ecco il segreto. Ed è qui che bisogna colpirla usando, tra gli altri strumenti, la cultura e la confisca dei beni.

L'Unità Online

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Di Loredana Morandi (del 15/08/2005 @ 16:46:23, in Indagini, linkato 1609 volte)

Ora per completar l'opera dovrebbero mettere sotto indagine tutti gli uomini del comando di polizia di San Giuseppe Vesuviano, i Carabinieri di San Giuliano e quelli di Terzigno. Perchè? Interrogando le persone del posto si apprende che quando questi uomini sono in borghese, si fermano nei bar per i caffè di fianco ai ricercati. Senza Agire. Realtà vuole che la mafia in Italia la persegua soltanto la Dia, che ovviamente non ce la fa ...

La polizia lo ha bloccato nel vesuviano in casa di un imprenditore grazie alla telefonata dell'amico che chiedeva la ricetta del piatto

Camorra, il boss Fabbrocino tradito dai maccheroni al ragù
Esponente della Nuova famiglia si contrappose a Raffaele Cutolo
Era latitante dallo scorso aprile dopo una condanna all'ergastolo
 
NAPOLI - Tradito dalla gola. Non è stato un pentito ad aiutare gli investigatori a mettere le manette ai polsi del boss latitante Mario Fabbrocino, 63 anni, ma la voglia di gustare per il Ferragosto un piatto di maccheroni al ragù. Infatti, gli uomini della Dia hanno avuto la certezza che il camorrista si nascondeva in un'abitazione di San Giuseppe Vesuviano, nel napoletano, intercettando la telefonata dell'imprenditore che lo ospitava che chiedeva istruzioni precise circa la preparazione della tipica pietanza napoletana da servire nel giorno della Assunta al suo ospite.

E' stato un blitz preparato in cinque ore e portato a termine da una squadra di 25 uomini, alcuni dei quali richiamati precipitosamente da località di villeggiatura. Il boss nel giro di qualche giorno avrebbe potuto cambiare rifugio anche se, come dicono gli investigatori, non si sarebbe mai allontanato dal napoletano.

Fabbrocino, ritenuto negli anni passati uno dei principali avversari di Raffaele Cutolo, il padrino della Nuova Camorra Organizzata, è stato sorpreso in pigiama: era a letto per il riposo pomeridiano. Nell'abitazione - una villa a due piani a poche centinaia di metri dalla sua casa - era in compagnia della moglie e di un figlio. Quando ha visto gli agenti della Dia non ha opposto resistenza e si è lasciato portare via tranquillamente. In manette, per favoreggiamento, è finito anche l'imprenditore, un insospettabile del luogo, che gli aveva aperto le porte della sua casa.

I dettagli dell'operazione sono stati illustrati questa mattina in una conferenza stampa dal procuratore capo della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, insieme al procuratore aggiunto Felice Di Persia e dai sostituti Giuseppe Borrelli e Simona Di Monte che hanno coordinato l'irruzione.

Fabbrocino, detto "ò gravunaro" (il carbonaio), era irreperibile da quattro mesi, da quando era stato condannato all'ergastolo dalla Corte di Assise di Appello di Milano per due omicidi, tra cui di Roberto Cutolo, figlio di Raffaele Cutolo, ucciso a Tradate, in provincia di Varese, nel 1991. E' stato uno dei promotori dell'organizzazione "Nuova Famiglia", il cartello criminale che per anni ha fronteggiato l'ascesa della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo.

Arrestato nel 1997 in Argentina e successivamente estradato in Italia, Fabbrocino era tornato libero dopo aver scontato una condanna a sette anni per droga. Ma quattro mesi fa si è reso irreperibile. Gli investigatori sospettano che non si mai allontanato dall'area vesuviana, godendo di una vasta rete di appoggi basata sull'omertà.

Ma la sua organizzazione era fortemente radicata sul territorio: in questi mesi, dicono gli investigatori, Fabbrocino avrebbe riavviato l'attività di estorsione, contattando diversi imprenditori della zona vesuviana. Gli uomini della Dia, guidati dal vicequestore Adolfo Grauso, stanno lavorando per accertare la verità sulla scomparsa avvenute nella zona. Sette "lupare bianche" che testimoniano che lo scontro si è riacceso.

(15 agosto 2005)
http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/cronaca/arrebo/arrebo/arrebo.html

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