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L'avvocato cavilloso, che finge di non vedere un reato, ha appena commesso un reato.

Loredana Morandi
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 14/04/2005 @ 11:55:40, in Indagini, linkato 1419 volte)

Camorra: fa perdere le tracce il boss Mario Fabbrocino 
Dopo condanna a ergastolo per omicidio figlio Cutolo 
(ANSA) - NAPOLI, 14 APR - Ha fatto perdere le proprie tracce il boss Mario Fabbrocino, 62 anni, esponente di spicco della camorra napoletana degli anni '80. Poche ore prima gli era giunta la notizia della condanna all'ergastolo comminatagli dalla Corte d'Appello di Milano per due omicidi, tra cui quello di Roberto Cutolo jr, figlio del padrino della Nco (Nuova Camorra Organizzata), ucciso a Tradate nel 1991. L'uomo aveva solo l'obbligo di firma, due volte la settimana, nella locale caserma dei carabinieri.

Fin qui la notizia. Il personalissimo consiglio è quello di interrogare il suo avvocato e altri personaggi ameni nella stessa area "vesuviana", dalle parti di San Giuseppe.

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Di Loredana Morandi (del 07/04/2005 @ 13:22:18, in Indagini, linkato 1489 volte)

Il sito Giustizia Quotidiana informa i graditi lettori dell'aver subito, causa sempiterna il signor Gianluca Neri e il filmato distribuito dal signor Di Ciaccio della Telestreet Tele Monte Orlando di Gaeta, un ulteriore attacco hacker, che ha cagionato la cancellazione dei post sotto e probabilmente ulteriori danni, ancora non verificati.

La cancellazione dei documenti inerenti la "Lettera agli Artisti" di Sua Santità Giovanni Paolo II e del post successivo, dal titolo "Il Papa e i giovani" sono chiarissimo indizio del coinvolgimento del signor Sergio D'Afflitto, dipendente Enel, e moderatore immoderato della mailing list denominata Ateismo di yahoo gruppi, nonchè membro della sedicente associazione ateistica di Roma, denominata Uaar.

L'associazione Uaar, pur propugnando una sorta di burocratizzante libertà dalle fedi religiose con la quale ingolfa il sistema giudiziario italiano, non ne riconosce affatto i diritti civici, garantiti dalla Costituzione della Repubblica Italiana, nelle persone dei cittadini italiani, che non intendono professare l'ateismo. Inoltre, sembra che l'aderenza alla Chiesa Massonica Universale sia il loro unico credo laico, stante l'eminente patrimonio simbolico cripto ebraico e il ben noto background di corruttele e altre più recenti conclamate corruzioni. In Roma e altrove.

Informiamo tutti i lettori, che sarà nostra cura denunciare gli abusi a carattere xenofobo e commerciale subiti, alla autorità Garante per la Privacy sulla tentata diffamazione ai danni e, a seguire, sulle minacce nello stesso voluminoso fascicolo delle numerose denunce nei confronti del Sig. Neri e nei confrondi dei fatti di cui la sua gang di delinquenti telematici si gloria ai danni della sottoscritta e di altri utenti del web.

Loredana Morandi

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Di Loredana Morandi (del 12/03/2005 @ 18:28:35, in Indagini, linkato 1544 volte)

a me questi che manifestano con al seguito la tv nazionale, continuano a non convincermi. Quando poi incontri i leader di questo movimento, di solito, è possibile notare che sono dotati di cellulari e notebook come se fossero consulenti finanziari. Da questo al sito pergiuliana.org, dove il proprietario del dominio ha trascritto un numero 199 per essere chiamato, il passo è breve. Datemi anche della ex pciista, ma, è il neo liberismo capitalista "non garantista", che cavalca...

Tribunale di Roma in stato d'assedio per il sit-in dei disobbedienti

12.03.2005 di red

Forze dell'ordine in assetto antisommossa sabato mattina a Piazzale Clodio a Roma, un presidio di controllo dell’ingresso principale della città giudiziaria dove sono schierati una decina di blindati di polizia e carabinieri oltre a cordoni di vigili urbani. Le forze dell’ordine presidiano la manifestazione, «un sit-in pacifico» secondo le intenzioni dichiarate, dei disobbedienti, a sostegno della posizione di 58 loro compagni che, denunciati alla magistratura dopo “l'esproprio proletario” compiuto il 6 novembre scorso in un ipermercato della capitale, il “Panorama” di via Pietralata e alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina. Il supermercato e la libreria vennero "assaltati" come, simboli, per i manifestanti, delle “cattedrali del consumo e delle molteplici forme della precarietà che milioni di persone vivono quotidianamente”. Al sit-in sono arrivate alcune centinaia di persone, tra cui Guido Lutrario, uno dei volti più noti dell'area dei centri sociali romani. E mentre dal furgone che li accompagnava, gli altoparlanti diffondevano musica a volume molto alto, i disobbedienti parafrasavano uno slogan sulla patria dei manifesti di An, dicendo: «prima eravamo pochi a non arrivare a fine mese, oggi invece siamo la maggioranza».

Il presidio è stato convocato perché in mattinata si riunisce il Tribunale della Libertà per vagliare il ricorso del pm Vitello sulle richieste di misure cautelari per gli inquisiti in seguito alle azioni contro il carovita del 6 novembre scorso, in occasione della giornata nazionale per un reddito garantito dedicata a “San Precario”. Tra questi, anche il consigliere comunale Nunzio D'Erme. Carabinieri e polizia stanno piantonando, in particolare, l'ingresso di via Golametto, dove sono ubicati, tra l'altro, un punto "Mc'Donalds" e una banca.

Il pm Vitello ha accusato i disobbedienti arrestati per rapina pluriaggravata, chiedendo per via preventiva 13 domiciliari e 48 obblighi di firma per lla “spesa proletaria” compiuta nel novembre scorso al supermercato di Pietralata e alla libreria Feltrinelli. Le misure erano state respinte dal Gip e quindi la pubblica accusa ha impugnato il provvedimento del gip di fronte al tribunale della libertà.

Secondo i disobbedienti che sabato sono scesi in piazza davanti al tribunale della libertà l’esproprio avvenuto il 6 novembre nel supermercato è da considerare solo come una forma di lotta, e quindi un’espressione di democrazia. Anzi, parlano di questi espropri – nelgli stessi giorni ce ne fu anche uno a Milano – come di «pratiche di contrattazione sociale dal basso» che hanno per obiettivo chiedere «pubblicamente a tutte le catene commerciali di attuare in quella giornata sconti del 70% per tutti i clienti attraverso una trattativa con la direzione del supermercato».

Per risalire a manifestazioni così dure contro il carovita come quelle intitolate a San Precario, patrono fantapolitico della popolazione dei lavoratori "parasubordinati", bisogna arrivare agli anni Settanta, alla stagione dei "mercatini rossi" e delle proteste contro l'aumento del prezzo del pane organizzate da Lotta Continua e dalle altre organizzazioni dell'estrema sinistra, quando le impennate inflazionistiche e la crisi petrolifera cozzavano contro il potere d'acquisto dei salari da una parte e la nascente società dei consumi dall'altra. Quella stagione portò poi allo strumento della "scala mobile", per il recupero automatico del reddito reale e della capacità di spesa delle famiglie, uno strumento che fu cancellato definitivamente a metà degli anni Ottanta dopo il referendum perduto nel 1985 sul cosiddetto "accordo di San Valentino", firmato solo da Cisl, Uil e componente socialista della Cgil con cui si riducevano a quattro i "punti" o scatti di scala mobile. Da allora la politica dei redditi è stata poi contrattata in quella che veniva chiamata "concertazione" tra le parti sociali, una stagione anche quella terminata definitivamente con il fallimento del "patto per l'Italia" firmato solo da Uil e Cisl con il governo Berlusconi.

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=41406

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Di Loredana Morandi (del 07/03/2005 @ 14:09:39, in Indagini, linkato 1480 volte)

L'esplosione ha provocato gravi danni: divelta la grata d'ingresso dell'edificio, in frantumi i vetri dei palazzi vicini, distrutte 3 auto
Ostia, ordigno esplode davanti al tribunale
La bomba è probabilmente di fattura artigianale, ma potente
Secondo le prime indagini, è del tipo usato dagli anarco-insurrezionalisti

L'esplosione dell'ordigno ha divelto il cancello del tribunale ROMA - Un'ordigno è esploso poco prima delle 4 davanti alla sede del Tribunale di Ostia. L'esplosione ha mandato in frantumi parte della parete esterna dell'edificio. Pezzi di intonaco e frammenti metallici sono sparsi in un vasto raggio intorno al tribunale. Non ci sono stati feriti. L'ordigno, hanno detto i carabinieri, che hanno avviato le indagini, era probabilmente di fabbricazione artigianale, ma di forte potenza. Si tratta di una pentola a pressione riempita di esplosivo.

L'ordigno è esploso in via dei Fabbri navali, poco dopo le 4, davanti all'ingresso principale del tribunale e ha provocato ingenti danni all'edifico. L'esplosione ha completamente divelto la grata posta all'ingresso principale del tribunale, che è nel pieno centro cittadino. Completamente distrutte almeno tre auto che erano parcheggiate sulla strada e in frantumi i vetri delle abitazioni poste di fronte la palazzina a due piani in cortina gialla,che, da circa quattro anni è sede del tribunale, che è una sede distaccata del Tribunale di Roma.

Secondo i primi accertamenti, l'ordigno è molto probabilmente composto da una grossa quantità di polvere nera o da una sostanza simile e assomiglia agli ordigni solitamente utilizzati dagli anarco-insurrezionalisti. E infatti il colonnello Massimo Ilariucci, comandante della compagnia di Ostia, non esclude la pista anarchica: lo scorso 1 marzo un ordigno rudimentale era esploso a Genova e altri due a Milano. Le bombe scoppiarono a pochi passi da caserme dell'Arma. La bomba, nonostante i danni, non ha provocato feriti e da una prima analisi non era ad alto potenziale.

Il presidente dell'Afol, Massimiliano Giandotti, l'associazione forense del litorale romano, dopo l'attentato punta il dito contro l'indifferenza delle istituzioni."E' un tribunale abbandonato a se stesso - denuncia - Siamo preoccupati. Da tempo chiedevamo un sistema di sorveglianza che non c'è stato mai concesso, nonostante le richieste avanzate anche dal dirigente".

(La Repubblica 7 marzo 2005)
http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/cronaca/ostia/ostia/ostia.html

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Di Loredana Morandi (del 17/02/2005 @ 12:19:01, in Indagini, linkato 1386 volte)

...un po' di anti cia terrorismo anche qui da noi!

La Procura di Milano indaga e decide sui mandati d'arresto
Nel 2003 la missione clandestina per catturare Abu Omar
Cia sotto inchiesta in Italia rapì e torturò un egiziano
di CARLO BONINI, GIUSEPPE D'AVANZO E FERRUCCIO SANSA
Il commando Usa ha lasciato parecchie tracce
Che cosa sapevano il governo italiano o l'intelligence?

MILANO - Almeno una dozzina di uomini della Cia hanno condotto un'operazione "antiterrorismo" clandestina a Milano. Il 17 febbraio del 2003, in pieno giorno, in via Guerzoni, a poche centinaia di metri dall'istituto islamico di viale Jenner, hanno sequestrato un egiziano di 42 anni, Hassan Mustafa Osama Nasr, da tutti chiamato Abu Omar. Quello stesso giorno, lo hanno trasferito nella base militare americana di Aviano, dove Omar è stato interrogato e picchiato per sette ore. Prima di essere consegnato, la mattina del 18 febbraio, all'Egitto, dove ha conosciuto le torture delle carceri speciali e dove ancora oggi è detenuto. Abu Omar ha perso parzialmente l'uso delle gambe e dell'udito. La Procura di Milano conosce le foto e l'identità (forse vera, forse falsa) degli agenti americani che hanno condotto l'operazione e sta valutando se chiederne l'arresto per sequestro di persona. Ecco che cosa è accaduto.

Innanzitutto, chi è Abu Omar? All'uomo piace chiacchierare, forse troppo. Fin dal suo arrivo a Milano, accende qualche curiosità. Ha alle spalle una storia controversa. E' nato il 18 marzo del 1963 ad Alessandria d'Egitto e ha lasciato il Paese all'inizio degli anni '90. Gli archivi spionistici (americani, italiani, egiziani) lo definiscono "combattente in Afghanistan e in Bosnia". Nel 1996 è in Albania, dove sposa Marsela Glina. Mette al mondo un figlio. Finisce nei guai. Lo accusano di aver progettato l'assassinio del ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana. Lascia in tutta fretta il Paese e, dopo una sosta a Monaco di Baviera, riappare a Bari il primo maggio del 1997. Nel '99, la questura di Roma gli riconosce lo status di rifugiato. Ottiene un permesso di soggiorno.

Nell'estate del 2000 è a Milano. Lo accoglie l'appartamento di via Conteverde 18, "una nostra casa di passaggio" - spiegano all'istituto islamico di viale Jenner - "per chi arriva in città senza soldi". Via Conteverde non è un indirizzo anonimo. Ci ha abitato qualche latitante eccellente delle prime inchieste milanesi sulle "cellule in sonno di Al Qaeda". Quella casa è, dunque, "un indizio di appartenenza" per la Digos di Milano. Il telefono di Abu Omar finisce sotto controllo, come i suoi amici, i suoi incontri, i suoi passi. La curiosità non sembra inutile. L'uomo si dà arie da "pezzo grosso". Scrive e pronuncia discorsi infiammati. Appare ai poliziotti "una testa calda". Ai suoi compagni sembra un impostore, un po' narciso. Agli uomini dell'intelligence sembra un uomo su cui lavorare. Ne hanno una conferma quando un tizio (ammesso che non sia una spia) saggia la sua disponibilità a darsi da fare per rafforzare un nuovo network del terrore pronto in Europa. Abu Omar si mostra disponibile.

* * *

In quel 2002, George Tenet non fa mistero del possibile destino di tipi come Abu Omar. Il 17 ottobre, l'allora direttore della Cia testimonia dinanzi alla commissione di inchiesta di Congresso e Senato sui fatti dell'11 settembre. Racconta: "Dopo l'attacco alle Torri, la Cia, con la cooperazione del Fbi, ha restituito alla giustizia mondiale 70 terroristi". La pratica ha un nome: extraordinary rendition, "consegna straordinaria". E' un metodo che non si cura della sovranità degli Stati in cui i "pacchi" da consegnare vengono prelevati. Né si preoccupa della loro sorte una volta giunti a destinazione. "La Cia e l'Fbi hanno perseguito all'estero una politica aggressiva finalizzata alla distruzione di Al Qaeda, delle sue risorse umane e tecniche - dice Tenet - Abbiamo identificato anche 36 fiancheggiatori del Terrore e condotto operazioni nei loro confronti in 50 Paesi. Ventuno di queste operazioni hanno avuto successo e mi riferisco ad arresti, carcerazioni, attività di sorveglianza, consegne e approcci diretti".
La prassi della "consegna straordinaria" è stata battezzata nella seconda metà degli anni '80 ed è diventata routine dopo l'11 settembre. I "pacchi" viaggiano sempre con gli stessi aerei. Nel novembre del 2004, un'inchiesta del Sunday Times individua almeno due dei mezzi con cui la Cia consegna i suoi "prigionieri clandestini". Sono un piccolo Gulfstream 5 da 14 posti con codice N379P e un Boeing 737 senza insegna da 52 posti con codice N313P. Li possiede la società Premier Executive transports services del Massachusetts. Volano da Washington verso 49 destinazioni estere: Giordania, Marocco, Iraq, Afghanistan, Libia, Uzbekistan e, frequentemente, Egitto.

* * *

Ritorniamo a Milano. E' il 17 febbraio 2003. E' un lunedì. Accade tutto tra le 12 e le 12 e 15. Abu Omar esce dal cancello verde della sua abitazione in via Conteverde 18. "Vado in moschea", dice alla moglie. La moschea di viale Jenner, neppure un chilometro in linea d'aria. Abu Omar percorre a piedi via Conteverde, in senso opposto a quello di marcia delle auto e nota un furgone bianco che lo incrocia rallentando. Abu Omar accelera il passo e infila via Ciaia. Intanto il furgone ha girato intorno all'isolato e lo aspetta in via Guerzoni, una strada a doppio senso di marcia, chiusa sui due lati dai giardini pubblici e dal centro di raccolta della Croce Viola. Deve essere apparso il posto giusto per "prendere il pacco". La zona può essere facilmente isolata dal traffico. Due auto che goffamente armeggiano per parcheggiare all'incrocio con viale Jenner e sullo slargo di via Ciaia sono sufficienti per lo scopo. Gli uomini (due) nel furgone bianco "lavorano" con tranquillità mentre gli altri su due auto, prese a nolo, bloccano le due estremità della strada. Sono almeno dodici. Sono americani.

Comunicano tra di loro con telefoni cellulari e lavorano al "prelevamento" da almeno una settimana. Ora, gli uomini vedono Abu Omar. Abu Omar si accorge subito dell'uomo che lo attende, accanto al furgone con il portellone posteriore spalancato, all'altezza del civico 23 di via Guerzoni. Lo sconosciuto parla italiano. Si qualifica come "poliziotto". Chiede un documento di identità. E' questione di attimi. Abu Omar viene sopraffatto. E' vero, è corpulento, ma il suo metro e 65 non riesce a opporsi alla forza con cui viene scaraventato nel vano di carico del furgone, dopo essere stato investito da una sostanza spray sul volto.

Non ci sono auto in via Guerzoni. Nessuno dovrebbe vedere. Dovrebbe. Una giovane donna egiziana, appena uscita dai giardini pubblici con i suoi bambini, risale a ritroso la strada di Abu Omar. Nota quei due in piedi che parlottano. Li sorpassa, coglie alle sue spalle gli indizi di una colluttazione. Sente il portellone di un furgone chiudersi rumorosamente e lo sente partire a tutta velocità. Abu Omar è sparito. Dov'è Abu Omar? La donna racconta quel che ha visto al marito, che frequenta l'istituto islamico di Viale Jenner. Il diavolo ci ha messo la coda (anche se la donna, dinanzi alla polizia, farà scena muta, per poi scomparire dall'Italia).

* * *

Dov'è Abu Omar? Il 3 marzo, a due settimane dalla sua scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti. Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un'informazione storta. Nessuno in quel momento è in grado di verificarla. La storia sembra dover morire lì.

Chi può sapere? La risposta arriva da Abu Omar. Accade il 20 aprile del 2004. Quel giorno, la moglie dell'uomo, Nabila - documenta un'informativa trasmessa al Viminale e pubblicata dai giornali italiani - è al telefono con il marito. La chiamata proviene dal "distretto di Alessandria d'Egitto". La conversazione è intercettata. Abu Omar rassicura la moglie, chiede di mandargli 200 euro e le ordina di non aprire più bocca con la stampa, ma di avvisare soltanto i fratelli.

Le parole di Abu Omar dicono solo che è vivo. Lo stesso giorno il telefono squilla di nuovo. Nella casa di Mohammed Ridha. E' l'imam della moschea di via Quaranta. Egiziano come Abu Omar, suo amico personale. I due si sentono una prima volta il pomeriggio del primo maggio. Abu Omar dà un nuovo appuntamento telefonico per l'8 maggio. E quel giorno racconta, cominciando proprio dal momento in cui il portellone del furgone bianco si chiude alle sue spalle in via Guerzoni. Questo è quel che dice.

* * *

Abu Omar. "I due che mi hanno sequestrato sembravano italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa cinque, sei ore. Quando il furgone si è fermato e hanno aperto il portellone era l'ora del tramonto, tra le cinque e le sei. Ho avuto la sensazione di essere in una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano, ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi l'odio contro gli americani. E' vero? E' vero che recluti combattenti da mandare in Iraq?" Io rispondevo di no, che non era vero, e loro ripetevano le domande. A un certo punto mi hanno mostrato anche un manifesto che avevo scritto in cui denunciavo i misfatti dell'Italia in Libia e Somalia. Poi sono cominciate le botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana. Credo fosse una base nel Mar Rosso".

E' uno scalo tecnico. L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24 ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi"". Abu Omar si rifiuta e scrive il suo destino. Quello stesso 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora, il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove "esiste sempre un girone peggiore di quello in cui sei finito".

Abu Omar: "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo, doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non sentire più una parte della schiena".

Cosa vogliono gli egiziani da Abu Omar? Per quello che lui riferisce all'imam di via Quaranta "le domande sono inutili - "Sei stato in Bosnia, sei stato in Afghanistan?" - servono soltanto a dare una parvenza di senso alla tortura". In realtà quel che sembra vogliano da lui è un'altra cosa. E lui la confida all'amico di via Quaranta, quasi con orgoglio: "Mi hanno mostrato una lista con dei nomi. In cima c'era il tuo, Mohammed Ridha, poi quello dell'imam di viale Jenner, Abu Emad. Il mio era il terzo. Mi hanno detto che se volevo uscire dovevo consegnarvi a loro".

Abu Omar resta a Tora quattordici mesi. Finché non gli comunicano che è un uomo libero. A un patto: "Se vuoi uscire con le tue gambe e non in una cassa da morto, non raccontare quello che ti è successo. Dovrai dire che sei venuto in Egitto di tua spontanea volontà con un biglietto comprato in Italia". Abu Omar firma l'impegno. Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, gli riaprono le porte della galera. Il 12 maggio i servizi egiziani lo prelevano nella sua casa di Alessandria d'Egitto e da allora di lui nulla più si sa. Che ne è di lui? Ha raccontato la verità?

* * *

Quel che è documentato non è la verità di Abu Omar, ma le misteriose presenze intorno a lui in quel 17 febbraio di due anni fa. La "squadra operativa" della Cia e dell'Fbi ha pasticciato parecchio lasciando tracce dovunque. Lo stesso gruppo di cellulari, secondo le indagini dal procuratore di Milano Armando Spataro, sono in via Guerzoni intorno alle dodici. Gli stessi cellulari "si muovono" verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia (la Cia ha la sua sede centrale a Langley). Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno dopo (probabilmente accanto ad Abu Omar). Dai cellulari (italiani), gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto dell'operazione.

Con tracciati telefonici, note d'albergo, foto, contratti di noleggio auto, l'inchiesta può dirsi quindi conclusa. Ma qui cominciano le domande e, con le domande, i guai e le polemiche. Possono essere arrestati, per sequestro di persona, una dozzina di agenti della Cia in missione speciale antiterrorismo? Si può chiedere a Washington la loro estradizione? Che cosa ha saputo Roma dell'extraordinary rendition di via Guerzoni e che cosa il governo o l'intelligence italiana ha saputo dopo?

(La Repubblica 17 febbraio 2005)
http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/cronaca/inchiestacia/inchiestacia/inchiestacia.html

 

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Di Loredana Morandi (del 01/02/2005 @ 20:05:40, in Indagini, linkato 1347 volte)

Questa è allucinante: leggete qui!

Come un aviere Usa stupra in Italia una bambina ma guadagna l'impunità per l'ignavia del ministero dell'ing. Castelli

Storia assai istruttiva, questa che vi racconto oggi. In breve l'antefatto. Nell'inverno 2002, a Pordenone, una banda di farabutti stupra una ragazzina di tredici anni. Della banda fanno parte, insieme ad un paio di minorenni, l'albanese Kasem Placu (20 anni) e Robert Scott Gardner (19 anni), aviere americano di stanza alla base Usaf di Pordenone. Lo stupro viene consumato in un appartamento avuto in prestito dal valoroso soldato Usa; la vittima, non solo violentata per ore ed ore ma anche maltrattata, sarà ricoverata in ospedale. La ragazza denuncia la banda, la polizia conferma le accuse con prove inconfutabili (prova del Dna). Diciotto mesi di indagini culminano nell'arresto dei quattro della banda. Ma proprio i principali responsabili dell'infamia (l'aviere Usa e l'albanese) non potranno essere processati, insomma non pagheranno nemmeno con un giorno di galera la loro criminale impresa. Ed il bello è che, paradossalmente, non è colpa loro ma dell'irresponsabile ignavia delle autorità italiane, in particolare del ministero della Giustizia amministrato dall'ing. Castelli. Vediamo come e perché sulla base della risposta scaricabarile che il ministro della Difesa Antonio Martino ha fornito per iscritto alla deputata dei Verdi Luana Zanella che aveva chiesto (al ministro della Giustizia, che non elegantemente ha passato la palla al collega Martino) conto e ragione dell'incredibile esito della vicenda.Cominciamo naturalmente dal caso più scandaloso, quello dell'aviere Usa. Spiega Martino che "si è rinunciato all'esercizio della giurisdizione spettante allo Stato italiano nei confronti del militare Nato" in considerazione di tre elementi: "la giovane età dell'imputato", "che, comunque, lo Stato di origine del medesimo avrebbe esercitato l'azione penale" (il come si è visto con i protagonisti della tragedia del Cermis: il cavo della funivia tranciato al culmine di un gioco di due avieri Usa che poi, in Usa, l'hanno fatta franca alla faccia dei venti morti), e infine "che il Paese di origine (vale a dire gli Stati Uniti, ndr) avrebbe fatto fronte ai risarcimenti dovuti alla parte lesa italiana". Quali e quante garanzie erano state ottenute dall'autorità giudiziaria italiana, ed in particolare dalla procura di Pordenone e dalla procura generale di Trieste? Evidentemente poche o punte se è potuto accadere che, mentre l'aviere farabutto se ne tornava tranquillamente al suo paese, "le autorità statunitensi non hanno dato seguito alla pratica di risarcimento ritenendo non sufficienti gli elementi posti a fondamento della richiesta e hanno manifestato perplessità sulla natura delle imputazioni mosse nei confronti del Gardner". Risultato: una volta scappati i buoi, la procura di Pordenone ha chiuso la stalla avviando procedimento nei confronti dell'aviere ormai tranquillo a casa sua!Altrettanto stupefacente quanto è accaduto per l'albanese Kasem Placu. Privo di permesso di soggiorno, era stato rinchiuso nella casa circondariale di Treviso, dove non sapevano del carico pendente su di lui per lo stupro. Risultato: l'ufficio matricola della prigione di Treviso avverte (per telefono!) l'ufficio immigrazione della questura che sta per scarcerare l'infame e chiede la scorta per espellerlo. Il che puntulamente avviene: Kasem Placu parte da Bologna in aereo per Tirana, su convalida da parte del tribunale di Treviso del decreto di espulsione. Insomma, con (quasi) tutti i crismi, anche questo farabutto guadagna la libertà addirittura con accompagnamento a casa. E il prescritto nulla osta al rimpatrio che avrebbe dovuto essere emesso dall'autorità giudiziaria, cioè dalla procura della repubblica di Pordedone o dalla procura generale di Trieste? Anche in questo caso il ministro della Difesa Martino s'incarica di prendere le difese del collega ing. Castelli: "la man!canza del nulla osta non determina, secondo costante giurisprudenza della Cassazione, l'invalidità del provvedimento". Ovviamente ora anche l'albanese è irreperibile.
Vi è chiaro ora perché la risposta richiesta da Luana Zanella a Castelli è arrivata (quasi un anno dopo) da Martino? Perché l'ing. Castelli avrebbe dovuto contestare a più di un magistrato l'ignavia (a dir poco) con cui questa truce vicenda si è trasformata in un ignobile scandalo d'impunità. Chi paga tutto questo? Assolutamente nessuno. Anzi qualcuno ha pagato: la pavera bambina (tredici anni) di Pordenone: in tutta la lunga risposta del ministro della Difesa non c'è una sola parola di solidarietà, di omprensione, di scuse nei suoi confronti. Che vergogna.

{Fonte: Associazione Itaca - Autore: Giorgio Frasca Polara}

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Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 20:03:29, in Indagini, linkato 1590 volte)

ISLAMICI PROSCIOLTI A MILANO, CASTELLI INVIA ISPETTORI
 
ROMA - In un'intervista a Radio Padania, il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha detto di aver dato incarico ai propri ispettori di valutare se c'e' ''stata ignoranza o grave travisamento dei fatti'' nella sentenza del Gup di Milano che ha prosciolto i cinque islamici accusati di terrorismo.
''Ricordo - ha detto Castelli - che esiste oggi soltanto una giurisprudenza, poi esiste anche nel progetto di legge dell' ordinamento giudiziario che noi abbiamo fatto, la possibilita' di andare ad esercitare un' azione disciplinare presso quei magistrati che patentemente non applicano le leggi dello Stato. Cito ad esempio un punto dell'ordinamento giudiziario che dice che 'e' materia di azione disciplinare la grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, travisamento dei fatti determinato da negligenza inescusabile'''.

TOGATI DI SINISTRA CHIEDONO INTERVENTO DEL CSM
Il Csm intervenga a tutela del gup di Milano. E' quanto chiedono i consiglieri togati delle correnti di sinistra, che ritengonono si siano superati i limiti della ''legittima critica'' e si sia invece trascesi in ''attacchi alla persona''. ''Le reazioni all'ordinanza del GUP di Milano in un procedimento in materia di terrorismo internazionale hanno superato i limiti della legittima critica alla decisione del giudice e si sono trasfuse in attacchi alla persona e in denigrazione della funzione'' scrivono i consiglieri di Magistratura Democratica e del Movimento per la Giustizia in un documento che hanno presentato al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli. Per questo chiedono ''l' apertura di una pratica'' sugli attacchi rivolti nei confronti del magistrato ''che consenta un approfondito esame della questione''.
L'iniziativa e' stata sottoscritta da tutti i componenti dei due gruppi: Ernesto Aghina, Paolo Arbasino, Maria Giuliana Civinini, Giuseppe Fici, Luigi Marini, Francesco Menditto, Giuseppe Salme', Giovanni Salvi.

ANM: NO A DENIGRAZIONE GUP DA ALTE CARICHE POLITICHE
No agli ''attacchi personali'' al gup di Milano ''giunti in taluni casi sino al livello della denigrazione da parte di soggetti investiti di alte cariche politiche''. A schierarsi contro queste reazioni e' l' Associazione Nazionale Magistrati.
Questi attacchi - afferma il presidente Edmondo Bruti Liberati - ''non solo costituiscono una inaccettabile lesione del rispetto dovuto alla indipendenza della magistratura ma indeboliscono la reazione contro il terrorismo che trova la sua forza nell'essere condotta rigorosamente entro le regole del giusto processo di uno stato democratico''.

CASINI: SENTENZA INCREDIBILE
La sentenza di Milano ''appare veramente incredibile''. Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, a margine dei lavori della Internazionale democristiana (Idc), commenta il pronunciamento dei giudici di Milano, affermando di condividere ''le perplessita' forti espresse dal ministro degli Esteri''.
''Le sentenze della magistratura vanno sempre rispettate, ma questo non significa non poterle commentare'', sottolinea Casini, che invita ''ad un approfondimento da parte del legislatore, per capire se vi sono esigenze normative nuove, per evitare che fatti di questo tipo rischino di vanificare la preziosa azione dell'intelligence e delle forze dell'ordine''.

GASPARRI: IL CAPO DELLO STATO FACCIA SENTIRE LA SUA VOCE
Una decisione incredibile sulla quale dovrebbe intervenire il Csm, e per la quale anche il capo dello Stato dovrebbe far sentire la sua voce: cosi' il ministro delle Comunicazioni ha commentato la decisione del Gup di Milano di non procedere con l'accusa di terrorismo internazionale verso alcuni islamici. ''Una decisone incredibile, sconcertante e allarmante - ha detto Gasparri a margine di un convegno - fuori da ogni schema razionale, basata su una scelta ideologica''. ''Oggi vive gente che si trova al di fuori del mondo - sottolinea Gasparri - e non si ricorda che c'e' stato un evento terribile come l'11 settembre. Mi auguro che ora l'organo di controllo della Magistratura, il Csm, intervenga per analizzare quanto successo''. ''Spero - conclude - che il Presidente della Repubblica che del Csm e' il presidente, e che ha dimostrato sempre molta sensibilita' al tema della lotta al terrorismo, faccia ora sentire la sua voce''.

GUP FORLEO: DECISIONE SOFFERTA OSSERVANDO LEGGE
''Sono serena. E' stata una decisione sofferta ma ho osservato la legge e ho seguito la mia coscienza, come sempre in tutte le mie decisioni e per qualsiasi imputato''. Lo ha detto il gup Clementina Forleo, in relazione alle polemiche sulla sentenza con la quale, ieri, ha assolto un gruppetto di islamici, accusati di terrorismo internazionale, sostenendo che ''le attivita' violente o di guerriglia'', in un contesto bellico, ''non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale'' e non sono incasellabili in quelle di terrorismo.
 
ISLAMICI ASSOLTI: 'GUERRIGLIERI, NON TERRORISTI'
MILANO - Non avevano programmato attivita' terroristiche che miravano ''a seminare terrore indiscriminato'' tra i civili ma semmai ''attivita' di guerriglia'' in concomitanza con la guerra in Iraq, senza violare i diritti umanitari. Per questo il gup di Milano Clementina Forleo, durante il processo con rito abbreviato, ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale tre dei cinque islamici ritenuti dalla Procura componenti di una cellula legata ad Ansar Al Islam, condannandoli pero' per reati minori.

Sempre per il reato di terrorismo internazionale, il Gup ha revocato la custodia cautelare per gli altri due imputati di cui ha stralciato la posizione inviando gli atti per competenza a Brescia. Tutti restano comunque in carcere ad eccezione di uno, Mohammed Daki, che uscira' per decorrenza termini nei prossimi giorni.

E proprio dal provvedimento con cui il giudice ha deciso di stralciare la posizione di Noureddine Drissi e Khamel Hamrahui, si desumono i motivi che hanno portato a smontare la tesi dell' accusa e, dunque, all'assoluzione dal cosiddetto 270 bis di Boujaha Maher, Ali Ben Sassi Toumi e Mohammed Daki, condannandoli per reati minori, i primi due a tre anni e il terzo a un anno e 10 mesi di carcere. Pene ben piu' miti rispetto a quelle chieste dal procuratore aggiunto Armando Spataro e dal pm Elio Ramondini: dai 10 ai sei anni di carcere. Sui motivi dell'assoluzione dal reato di terrorismo internazionale il gup, oltre a parlare di ''inutilizzabilita' patologica'' di una serie di prove (le cosiddette 'fonti di intelligence', ossia ''i numerosi dati provenienti da 'acquisizioni informative' o 'investigative' non meglio precisate''), fa una disquisizione articolata a sostegno della sua tesi.

Afferma con ''certezza'' che le cellule alle quali appartenevano gli imputati, una che gravita su Milano e l'altra su Cremona, avevano come scopo il finanziamento e il sostegno di strutture di addestramento paramilitare in zone del Medio Oriente e presumibilmente nel nord dell'Iraq. Tant'e' che erano stati organizzati la raccolta e l'invio di somme di denaro e l'arruolamento di volontari ''in concomitanza dell'attacco statunitense all'Iraq avvenuto come noto nel marzo del 2003 ma notoriamente previsto come altamente probabile all'indomani del conflitto in Afghanistan, nel quale pure tali gruppi risultano essere stati attivi''. In pratica gli imputati avevano il compito di aiutare i 'fratelli' nelle zone del conflitto sia dal punto economico sia ''rinforzando i contingenti armati attraverso l'invio di combattenti'' anche se ''non risulta (...) che le due 'cellule' in questione fossero legate all'organizzazione 'Al Tawid' della quale sarebbe vertice il noto terrorista al Zarqawi''. Pero' per il giudice non c'e' prova ''nonostante gli encomiabili sforzi investigati compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attivita' di guerriglia da innescare'' in questi o in altri ''prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nelle attivita' di tipo terroristico''. Per questo, osservando che la nozione di terrorismo ''diverge da quella di eversione'', il giudice nel suo provvedimento cita la Convenzione Globale dell'Onu sul Terrorismo del 1999. Convenzione dalla quale ''si ricava che le attivita' violente o di guerriglia'' compiute ''nell'ambito di contesti bellici'' anche se da forze armate diverse da quelle istituzionali, ''non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale a meno che (...) non venga violato il diritto internazionale umanitario''. A meno che non siano ''dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso ponendosi dunque come delitti verso l'umanita'''. Per il giudice questa impostazione e' confortata dal significato della norma introdotta dopo l'attacco alle Torri Gemelle nel codice penale con l'articolo 270 bis, cioe' quello sul terrorismo internazionale: ''ha evidentemente perseguito - osserva - la finalita' di creare una sorta di diritto penale sovrannazionale con il quale tutelare i singoli Stati da attentati terroristici di ampio spettro, speculari di strategie autonome e risolutive''. E qui un altro dei passaggi chiave dell'ordinanza: ''L'estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell'ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati e a prescindere dall'obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente a una ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che il conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell'era contemporanea, strumenti di altissima potenzialita' offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo''. Per il gup Clementina Forleo dunque ''non puo' ritenersi provato'' che le due cellule al centro del processo che si e' concluso oggi ''pur gravitando in aree notoriamente contrassegnate da propensione al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia come sopra delineati''. Mentre i difensori degli imputati sono rimasti soddisfatti della sentenza e Ali Ben Sassi Toumi uscendo dall'aula ha esultato ''Grazie alla giustizia italiana, Allah e' grande'', il procuratore aggiunto Spataro si e' limitato a dire: ''E' andata male, malissimo''. 25/01/2005 18:26

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Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 19:39:16, in Indagini, linkato 1304 volte)

Credo sia giusto esprimere tutta la solidarietà alla D.ssa Clementina Forleo, giudice per l'udienza preliminare al processo contro la cellula islamica, che in Italia reclutava uomini per la guerriglia irachena.

E' umanamente giusto considerare l'Iraq come un paese occupato da una potenza straniera, la cui popolazione ha diritto di difendere la propria terra. Proprio come, solo cinquanta anni fa, fu in Italia sotto l'occupazione nazista. Valanghe di inchiostro sono state scritte per confondere il termine di resistenza con quello di terrorismo e se l'atto di reclutamento di per se è reato, a questo reato si contrappone la legalizzazione di un forma di reclutamento privato, che agisce qui in Italia come nel caso dei contractor. I contractor, infatti, non sono eroi o forze di pace, ma uomini italiani ben pagati ed esperti nell'uso delle armi, ingaggiati dalle multinazionali americane della guerra per lavorare "con le armi" in un paese la cui popolazione è allo stremo delle forze.

L.M.

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Di Loredana Morandi (del 21/12/2004 @ 13:32:44, in Indagini, linkato 1464 volte)

Inspiegabile tragedia a Ponte Nossa, in provincia di Bergamo. La piccola si è accasciata mentre stava giocando. Nella stessa famiglia era già accaduto due anni fa al figlio maggiore

PONTE NOSSA (Bergamo) - Un dramma senza spiegazioni: una bambina di otto anni è morta mentre giocava con altri suoi coetanei in strada. Esattamente come, due anni fa, e nello stesso paese della Bergamasca, era accaduto al fratellino Andrea. Il fatto è avvenuto a Ponte Nossa. La bimba, Giorgia B., di Costa Volpino, si è accasciata a terra all' improvviso domenica sera, quando erano da poco passate le 20. Un malore repentino, che ha stroncato in pochi minuti la bambina. Niente hanno potuto fare i soccorritori del 118, immediatamente intervenuti.

ERA GIA' MORTO IL FRATELLINO DUE ANNI FA - La disgrazia ha impressionanti analogie con quanto accaduto due anni fa: nel 2002, sempre a Ponte Nossa, era morto il fratello maggiore di Giorgia, Andrea, di 9 anni. Il piccolo era su una giostra, insieme ad alcuni compagni di gioco, quando era stato colpito da un malore mortale. Anche in quel caso i soccorsi si erano rivelati vani. L'autopsia stabilì successivamente che a uccidere il bambino era stata una malformazione al cuore. Un'ipotesi che si riaffaccia anche per la sorellina. Adesso anche sul corpo della piccola Giorgia sarà effettuata un'autopsia: l'ha disposta il pubblico ministero del Tribunale di Bergamo Francesco Lentano.
20 dicembre 2004 - Corriere.it

NOTA DEL REDATTORE: questa triste storia accade in quel della verde Padania ed è chiarissimo segno di cultura. Francamente spero che il pm indaghi i genitori, perchè la loro trascuratezza è terribile!

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Di Loredana Morandi (del 17/12/2004 @ 21:49:51, in Indagini, linkato 1331 volte)
Ben 674 decreti penali di condanna a pene pecuniarie sono in corso di consegna ai rispettivi proprietari fra le persone del Movimento dei movimenti italiano. Questa notizia è drammatica, ma che non si dica da nessuna parte che io non lo avevo detto. Alcuni leader movimentisti hanno giocato sulla disobbedienza e sulle vite dei giovani disobbedienti, mettendo in ginocchio quasi 700 famiglie. 151 avvisi furono notificati dalla Procura di Trento a seguito dell'auto denuncia a titolo personale di altrettante persone in occasione degli avvisi di Cosenza. Questi ultimi forse sono archiviati, ricordo di averne letto il testo e non conteneva nulla di particolare salvo l'aver pregio di ingolfare la Procura. Mi domando però quale sia stata la finalità politica e cosa ha dimostrato mai questo metodo. Perchè mai gestire con tanta superficialità l'emergenza sociale del vivere in una sorta di dittatura mediatica e tanto di governo di centro destra finanche guerrafondaio? Quale avvocato può aver pensato di lucrare da tale stato di cose? A quest'ultima domanda non posso rispondere perchè conosco prevalentemente civilisti e frequento solo i giuristi democratici romani. Però non posso evitarmi ne sensibilità, ne il fiuto abituale del cronista ed intuisco il marcio, lì, da qualche parte... E chi ci ha "giobbato" c'è, eccome ...
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