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 fox ... Stephanie Pui Mui Law... di Lunadicarta
 
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Il male non sta solo nell'atto di compiere il male, sta nel non prendere posizione contro il male.

Oriana Fallaci
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 11/03/2010 @ 08:56:12, in Politica, linkato 1367 volte)
Di seguito la ricostruzione versione PdL e quella dell'avv. Pellegrino da La Repubblica, per completezza di informazione. E' giusto attestare che, indipendentemente dalla questione liste e dai proclami a colpi di stampa, i "programmi politici" NON sono pervenuti agli elettori da entrambi gli schieramenti. L.M.

Pdl: a Roma esclusione "inopinata",
la ricostruzione di Berlusconi
 
Roma, 10 mar (Velino) - "Siamo qui per reagire all'assoluta disinformazione che è stata data sulle vicende della lista del Pdl a Roma. In quello che è accaduto non vi è stata alcuna responsabilità riconducibile a nostri dirigenti e funzionari come invece si vuol fare credere. Ai nostri delegati è stato impedito" di depositare le liste. "I nostri delegati si trovavano negli uffici ben prima del tempo previsto. Con queste parole Silvio Berlusconi in una conferenza stampa dalla sede del Pdl a Via dell’Umiltà introduce la dettagliata ricostruzione dei fatti che hanno portato alla mancata accettazione della lista provinciale del Pdl di Roma. Berlusconi sottolinea che solo Giorgio Polesi era materialmente in fila dietro la porta della cancelleria dell'ufficio elettorale, mentre l'altro delegato, Alfredo Milioni, stazionava nelle vicinanze. Poco dopo le 12, racconta il capo del governo, un responsabile di sesso maschile dell'ufficio circoscrizionale chiede chi rappresentava le liste Pdl: "Polesi alza mano. Nessuno verbalizza e identifica chi è in attesa, come si deve fare".

Alle 12,30 Milioni, che si era allontanato, "fa ritorno con l'obiettivo di dare il cambio a collega". A quel punto scatta la "gazzarra" dei delegati di altre liste d'opposizione, che denunciano una "manomissione" delle liste Pdl che "naturalmente non era" avvenuta. Un fatto "non solo inesistente ma materialmente impossibile", visto che "avrebbe dovuto riguardare 248 atti separati" contenuti nello scatolone vicino alla porta della cancelleria, mai toccato". Berlusconi dà conto dell'allontanamento dei delegati Pdl, cui è stato "impedito violentemente di riportarsi vicino alla documentazione lasciata vicino alla porta della cancelleria". Polesi e Milioni hanno chiesto l'intervento di un magistrato dell'ufficio, ma "con loro grande sorpresa, anziché ristabilire l'ordine, decideva incredibilmente escluderli", sostenendo che si trovassero "oltre una linea posta sul pavimento e larga un centimetro, linea fino a quel momento mai definita in alcun modo e comunque mai comunicata ai delegati". Poi, alle 12,40, "la dottoressa Argento dopo le rimostranze dei delegati Pdl rappresentava argomenti del tutto infondati", accolti da "applausi e grida sguaiate" dei radicali. A quel punto "è stato vietato ai delegati Pdl di avvicinarsi alla cancelleria". Ed è stato formato un cordone "per delimitare una linea mai fino a quel momento definita". I due delegati Pdl hanno chiamato il responsabile elettorale del partito, l'avvocato e deputato Ignazio Abrignani, che ha vanamente cercato di far accettare il deposito della lista "anche in ritardo", come prevedrebbero le regole.

“Prima di Abrignani – continua la ricostruzione di Berlusconi – erano arrivati anche i responsabili regionali del Pdl, Pallone e Sammarco che avevano inutilmente fatto lo stesso tentativo. Alle ore 14 la forza pubblica intimava tutti i rappresentanti del Pdl, dietro disposizione dell’ufficio, di allontanarsi immediatamente dall’area, invitandoli addirittura ad uscire dal Tribunale”. Ore 14,15: “Convinto dell’arbitrarietà dell’intimazione – continua Berlusconi – Abrignani insisteste vigorosamente, ma viene chiamato dal Prefetto di Roma che lo invita a desistere da ogni azione di forza tesa ad ottenere comunque l’ingresso in cancelleria. Il prefetto – continua Berlusconi riferendo i contenuti della conversazione telefonica fra quest’ultimo e Abrignani – asserisce di aver avuto dal presidente dell’ufficio centrale circoscrizionale dottor Durante precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso, che consigliava di presentare tempestivamente allo stesso ufficio”. Il contenitore con la documentazione relativa alle firme “continua intanto a rimanere - racconta Berlusconi - davanti alla porta della cancelleria, nell’area dove continuava ad essere impedito l’accesso ai nostri delegati. Alle 17 viene presentato il ricorso presso la stanza dell’ufficio circoscrizionale: nell’atto viene elencato il materiale contenuto nello scatolone. Ore 17,30. E' finalmente possibile recuperare lo scatolone che viene consegnato dai carabinieri che altrimenti, a loro dire, lo avrebbero depositato nell’ufficio oggetti smarriti quale ‘res derelicta’, cosa abbandonata, a seguito di istruzioni ricevute dalla dottoressa Argento”.

“Dopo la presentazione del ricorso – spiega ancora il premier -, lo scatolone viene riconsegnato presso il comando dei Carabinieri del tribunale dove è stato inventariato dettagliatamente, come risulta dal verbale di reperimento redatto dal nucleo investigativo del reparto operativo sesta sezione appositamente intervenuto. L’attesa del reparto operativo si è protratta per poco meno di due ore e solo alle 19,30, terminato l’inventario, veniva redatto il verbale sottoscritto dai delegati Polesi e Milioni, dal coordinatore regionale del Pdl Piso e da Abrignani”. “E’ pertanto privo di ogni fondamento - commenta il presidente del Consiglio - il rilievo fatto dal Tar sul tempo intercorso tra il prelevamento dei documenti presso la cancelleria e l’arrivo al piano superiore presso il comando dei carabinieri”. “In conclusione - è la conclusione di Berlusconi - fin dalle ore 11,40 i rappresentanti del Pdl erano davanti alla cancelleria dell’ufficio centrale circoscrizionale dove sono rimasti ininterrottamente con la documentazione fino alla loro inopinata esclusione a seguito della gazzarra inscenata dai radicali”.
 
(Chantal Iannuzzi e Nicholas D. Leone) 10 mar 2010 14:33
http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=1078513

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Punto per punto la risposte dell'avvocato del Pd, Giovanni Pellegrino, alle tesi del premier
Il Cavaliere se la prende con i magistrati che impedirono ai ritardatari di presentare le liste

Orari, documenti errori e scatoloni
ecco le repliche alle tesi di Berlusconi


di CARMELO LOPAPA

ROMA - Tutta colpa dei magistrati e dei radicali. Dell'intransigenza di chi si è impuntato a far rispettare le regole e del Tar che si è ostinato a ignorare il decreto-colpo di spugna che pure il governo aveva prontamente confezionato. Assoluzione piena, invece, per i rappresentanti del Pdl protagonisti del "pasticcio romano". È un j'accuse a tutto campo, quello che il presidente del Consiglio lancia in una delle sue conferenze stampa fiume, dopo che anche il Tar ha escluso una volta per tutte la loro squadra in provincia di Roma. Una difesa in dieci capitoli alla quale risponde punto per punto l'avvocato Gianluigi Pellegrino, che in questo delicatissimo "contenzioso" difende il Pd con il professor Vincenzo Cerulli Irelli e gli avvocati Federico Vecchio e Francesco Rosi.

Nel giorno in cui il Csm ha puntato il dito contro le pesanti accuse del premier ai magistrati, Silvio Berlusconi torna ad attribuire una buona fetta delle responsabilità per l'esclusione delle liste a due toghe. Indicate per nome e cognome. Loro, Durante e Argento, nella ricostruzione del leader Pdl, avrebbero escluso la lista "anziché ristabilire l'ordine". L'avvocato Pellegrino chiama in causa invece il ruolo e la responsabilità dei presentatori della lista Pdl. Sono stati "Milioni e Polesi, come risulta accertato negli atti dei carabinieri e di altri pubblici funzionari, a non presentare la documentazione nei termini di legge". E i magistrati si sono limitati a "impedire ai ritardatari di confondersi con coloro che avevano presentato le liste tempestivamente". Il Tar, poi, "non poteva fare diversamente. La legge regionale, in materia elettorale, prevale sulla disciplina nazionale.

1. RESPONSABILITÀ

BERLUSCONI: "In quello che è accaduto non vi è stata alcuna responsabilità riconducibile ai nostri dirigenti e ai nostri funzionari".
PELLEGRINO: "I loro rappresentanti non hanno mai chiesto di presentare la lista nel termine fissato dalla legge e cioè entro le ore 12 del 27 febbraio. Questo risulta accertato in atti dei carabinieri e di altri pubblici funzionari che fanno fede sino a querela di falso. Non l'abbiano fatto perché distratti o perché si contendevano documenti fondamentali, non è rilevante ai fini dell'accertamento della verità".

2. LO SCATOLONE

BERLUSCONI: "Ore 11,40, i rappresentanti di lista del Pdl Giorgio Polesi e Alfredo Milioni arrivano nella cancelleria con lo scatolone, come confermano tre testimoni".
PELLEGRINO: "In realtà i testimoni potrebbero essere anche mille. Il punto è che persino lo "scatolone" che hanno depositato l'altro ieri non contiene la documentazione fondamentale per presentare una qualsiasi lista. Mancano l'atto principale che attribuisce poteri ai presentatori, le accettazioni delle candidature e le dichiarazioni di collegamento con una lista regionale. E ancora, i simboli e l'autorizzazione ad utilizzarli. Per questo la documentazione nello scatolone allora non fu presentata nel termine richiesto e lunedì scorso non è stata accettata".

3. SALA ANGUSTA E GAZZARRA

BERLUSCONI: "Ore 12,30. Milioni raggiunge Polesi in fila, con l'obiettivo di dare il cambio al collega, dato che la sala angusta non consentiva la permanenza di entrambi. Non appena i due sono insieme davanti alla porta della cancelleria, da parte dei rappresentanti di altre liste, in particolare dai Radicali, viene inscenata una gazzarra con la scusa che fosse in corso un atto illegittimo di manomissione delle liste".
PELLEGRINO: "La sala d'attesa era molto ampia (circa 80 mq). Al Tar abbiamo depositato anche le foto. La zona delimitata ha assolto la semplice necessità di non confondere eventuali inammissibili ritardatari con i presentatori in regola. La cosiddetta gazzarra, quindi, è stata semplicemente dovuta al tentativo dei rappresentanti del Pdl di confondersi con gli altri dopo le 12,30".

4. MANOMISSIONE

BERLUSCONI: "La manomissione delle liste è materialmente impossibile, poiché ogni modifica avrebbe dovuto riguardare i 248 atti separati, prestampati a macchina, e contenuti nel contenitore".
PELLEGRINO: "In realtà i punti sono due. Vi è stato oggettivamente il tempo di modificare i contenuti dello scatolone ben oltre il termine di legge. E comunque nello scatolone non c'erano i documenti fondamentali. Perché dovrebbero avere l'indebito vantaggio di depositarli ora? Nemmeno in un'elezione condominiale sarebbe consentito".

5. PARAPIGLIA

BERLUSCONI: "Ore 12,40. A seguito del parapiglia i delegati vengono costretti a spostarsi di qualche metro e viene loro impedito, dai radicali sdraiati per terra, di tornare alla documentazione lasciata dietro la porta della cancelleria. Milioni e Polesi chiedono l'intervento del magistrato e il presidente dell'Ufficio centrale circoscrizionale, dottor Durante, appoggiato dal giudice Anna Argento, anziché ristabilire l'ordine, decide di escluderli".
PELLEGRINO: "Ma i termini sono già ampliamenti scaduti. Ai delegati del Pdl viene solo impedito, da parte dei magistrati, di confondersi con coloro che tempestivamente avevano chiesto l'ammissione della lista. Se i pubblici ufficiali lo avessero permesso, avrebbero commesso un illecito. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto piuttosto lodarli".

6. ACCETTAZIONE TARDIVA

BERLUSCONI: "Ore 14. Il responsabile nazionale elettorale del Pdl, Ignazio Abrignani, tenta inutilmente di far accettare comunque dall'Ufficio la presentazione della lista, anche con tutte le riserve del caso. Il prefetto informa Abrignani di aver avuto dal presidente Durante precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso".
PELLEGRINO: "Abrignani non aveva titolo a chiedere alcunché, non essendo presentatore. In ogni caso, il deposito tardivo sarebbe irrilevante ai fini dell'ammissione che comunque doveva essere negata. Quindi, pur se accertate, le violenze o irregolarità denunciate dal Pdl dopo le 12.30 non incidono sulla piena regolarità delle elezioni. I riferimenti al prefetto non sono in grado di verificarli e comunque sono anch'essi irrilevanti. I termini erano scaduti".

7. I CARABINIERI

BERLUSCONI: "Ore 17,40. Lo scatolone viene consegnato ai carabinieri, ma la verbalizzazione da parte dei delegati presso i carabinieri si protrae fino alle 19,30 e solo allora viene redatto il verbale. È privo di ogni fondamento il rilievo fatto dal Tar circa il tempo intercorso fra il prelevamento dei documenti presso la cancelleria e l'arrivo presso il comando dei carabinieri".
PELLEGRINO: "Lo scatolone è rimasto incustodito pure in precedenza, fino alle 14. I carabinieri hanno verbalizzato che la consegna a loro è avvenuta alle 19,30. E non alle 17,40, come sostiene il presidente Berlusconi. In ogni caso, come accertato definitivamente dall'ufficio elettorale, nel plico non c'erano gli atti fondamentali e questo sgombra il campo da ogni questione".

8. MARCHIANO ERRORE

BERLUSCONI: "La documentazione ripresentata all'Ufficio elettorale lunedì 8 marzo è la stessa che era in possesso dei delegati del Pdl all'ingresso in tribunale. È stato frutto di un marchiano errore da parte dell'Ufficio circoscrizionale il non aver registrato gli arrivi entro le ore 12 dei presentatori delle liste in attesa".
PELLEGRINO: "L'unica documentazione sulla quale vi è un minimo di certezza che il pomeriggio del 27 fosse presso il tribunale, è quella contenuta nello scatolone che lunedì è stato aperto. Gli uffici sono tenuti a ricevere le liste nei termini di legge da parte di chi lo chieda. E non certo a registrare le presenze di chi agli uffici non si rivolge affatto".

9. IL DECRETO

BERLUSCONI: "I rilievi del Tar sono privi di pregio in relazione all'inapplicabilità del decreto legge interpretativo, dato che la norma regionale del Lazio richiama espressamente la norma nazionale oggetto dello stesso decreto".
PELLEGRINO: "Lo stesso presidente Berlusconi ha evidenziato come nove regioni italiane hanno una disciplina del procedimento elettorale meno formalista con riguardo alle firme. È la conferma della prevalenza della disciplina regionale come del resto la Corte costituzionale ha più volte ribadito. Peraltro, non applicare il decreto vuol dire salvaguardare le elezioni che verrebbero altrimenti travolte dall'accoglimento dei ricorsi proposti dalla Regioni".

La Repubblica
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L'amarezza del presidente emerito della Repubblica Ciampi
"Aberrante episodio di torsione del sistema democratico"

"E' il massacro delle istituzioni
ora proteggiamo il Quirinale"


di MASSIMO GIANNINI

ROMA - Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos'altro si può dire di un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: "La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...". Ancora una volta, l'ex presidente della Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento, il decreto salva-liste è solo l'ultimo, "aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico". Il "pasticciaccio di Palazzo Chigi" non è andato giù all'ex capo dello Stato, che considera il rimedio adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: "È la conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori complicazioni...", dice.

Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa Ciampi: "Il risultato, in teoria, sarebbe l'invalidazione dell'intero risultato elettorale. Il rischio c'è, purtroppo. C'è solo da augurarsi che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che non oso immaginare...". (omissis)

Ora si pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: "Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici dell'irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso "io avrei fatto, io avrei detto...". Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...". Ma in questa occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo "scempio". Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: "Queste sono cose dette un po' a sproposito". Come non gli piacciono le rischieste di impeachment che piovono sull'inquilino del Colle dall'Idv: "Ma che senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell'interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione del Paese...".

Premesso questo, Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: "Io credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che, palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l'opposizione avrebbe dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l'aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano". I risultati sono sotto gli occhi di tutti: "Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all'integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l'Italia".

Su questo piano inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento repubblicano? "Vede  -  osserva Ciampi  -  proprio poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di quell'amore per la civiltà, di quell'attenzione al bene pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi ci governa vediamo prevalere l'esatto opposto". Aggressione agli organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l'essenza del berlusconismo  -  secondo l'ex capo dello Stato - "è in re ipsa, cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo Paese". Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo giornale, l'antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco sulla felicità dei popoli "ai quali sono più necessari gli ordini che gli uomini", e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, "non mollare", poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre "resistere, resistere, resistere".

Oggi l'ex presidente torna su queste "urgenze morali", per ribadire che servono ancora tanti "atti di coraggio", se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra Costituzione. "I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di parte". E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle istituzioni". Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di esse mancava il vizio della "palese incostituzionalità" che solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli sull'ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni "no" pesantissimi.

Nonostante questo, anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di "pedagogia repubblicana", necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla. "Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l'Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. E' molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d'animo, e soprattutto non deve smettere di lottare". Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il "pasticciaccio" di Berlusconi: "Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...", dice. Ma chissà: magari con vent'anni di meno ci sarebbe andato anche lui.

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/09/news/parla_ciampi-2560836/
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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 10:53:35, in Politica, linkato 1224 volte)

Più politici e meno avvocati
   
MARCELLO SORGI

Questa del Tar di Roma, che doveva riammettere la lista del Pdl per le regionali del Lazio, sarà la quinta o sesta, tra ordinanze e sentenze, che in questa incredibile guerra giudiziaria che ha sostituito la campagna elettorale, finora sono servite solo a rendere incerto anche l'esito finale delle elezioni.

Se la vertenza ha avuto come epicentri le due capitali italiane, nessuno infatti può escludere un contagio e un’epidemia di ricorsi anche dopo i risultati. Nell’illusione, per la verità prevedibile fin dall’inizio di questo pasticcio, che a furia di rimettere in discussione - e se possibile annullare qua e là - le votazioni, si possa tornare alle urne e cambiare i risultati finché si vuole. A questo punto l'unica cosa chiara è che il famigerato «decreto interpretativo», che ha portato l’assedio fin sotto il Quirinale, s’è rivelato inutile oltre che controproducente. A Milano, approfittando del fatto che non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, la magistratura ha preferito prescinderne esplicitamente.

A Roma, i giudici amministrativi hanno concluso che, seppure, come diceva il decreto, la presenza dei rappresentanti del Pdl doveva considerarsi sufficiente a presumere che la lista stava per essere presentata, non c’era nessuna prova né che la delegazione del partito fosse materialmente presente, né che fosse pronta a consegnare la documentazione. La verità può essere interpretata, ovviamente. Ma appunto, un’interpretazione vale l’altra, e quella dei giudici ha prevalso.

Ma siccome alla follia non c'è limite - e una sorta di tarlo ha ormai preso tutti i contendenti, facendoli sembrare fuori di senno - c’'è perfino chi pensa che la guerra giudiziaria debba continuare. Incuranti del monito del ministro dell'Interno Maroni, che ha consigliato di chiuderla qui, gli esponenti romani del partito di Berlusconi e i sostenitori della candidata Polverini si aspettano che oggi la lista cassata ieri dai giudici amministrativi - che a loro volta avrebbero dovuto contraddire i magistrati della Corte d’Appello - sia riammessa in extremis dall’ufficio elettorale del tribunale romano davanti al quale ieri intanto l’hanno ripresentata. A loro volta gli avversari del Pd - che tramite la giunta regionale di centrosinistra della Regione Lazio hanno fatto ricorso contro il decreto del governo davanti alla Corte Costituzionale - hanno annunciato che se il Tribunale riammetterà la nuova lista del Pdl, loro faranno un altro ricorso al Tar per ottenere la sospensione della riammissione.

Ecco perché tenere la contabilità delle istanze, dei ricorsi, degli appelli e delle sentenze - provvisorie perché c’è sempre un tempo supplementare della partita - ormai è impossibile. Non ci riuscirebbe neppure Kafka, lo scrittore che così mirabilmente descrisse la disperazione di un uomo davanti alle contraddizioni della giustizia. Il paradosso è che ciascuno loda, o impreca contro, i magistrati di varia estrazione a cui è stato affidato il destino politico di queste elezioni, secondo il tenore delle loro decisioni. E ognuno annuncia una carta segreta, una procedura particolare, una norma interposta, e insomma una mossa del cavallo, grazie alla quale il gioco può essere riaperto all’infinito.

Non ce n’è uno - uno solo basterebbe! - che invece sia capace di dire a voce alta quel che molti hanno già capito. E cioè che per questa strada, presto o tardi, non è un’esagerazione, si arriva alla morte della democrazia. Quando non c’è più nulla di definito, quando il rispetto dell’avversario sembra venuto meno per sempre, quando le regole non valgono più, tanto si possono cambiare, non c'è neppure chi vince e chi perde, perché nessuno sarà disposto a rispettare il verdetto delle urne. Tutti piuttosto penseranno a sovvertirlo in un modo o nell’altro, chiamando in causa alternativamente, e sperando che tra loro si contraddicano, ora il giudice amministrativo, ora quello civile o quello penale.

Di fronte a ciò c’è una sola cosa da chiedere ai politici: tornate a far politica. Sembra ovvio, ma non lo è. E’ assurda l’idea che la gente possa davvero appassionarsi alla telenovela delle aule di tribunale. E Berlusconi, che dice di conoscere la «sua» gente meglio degli altri, dovrebbe saperlo. Dovrebbe dire ai suoi elettori, non solo quello che ha fatto, ma quel che intende fare nel futuro. Ci sarà o no il taglio delle tasse? Il piano casa vedrà la luce? Le province saranno abolite? Queste sono le cose che gli elettori vogliono sapere. Allo stesso modo la Polverini, candidata dotata di buona immagine e carattere forte, potrà rimediare all’esclusione della lista del suo partito se sarà in grado di spiegare agli elettori di centrodestra cosa devono fare per farla vincere anche in una situazione anomala. Ce la farà, se riuscirà a convincerli che, malgrado l’imprevisto a cui è andata incontro, ha la grinta e la passione necessaria per affrontare i problemi del Lazio e far marciare l'elefantiaca macchina amministrativa della Regione. Infine, anche l'opposizione dovrebbe smetterla di passare il suo tempo con gli avvocati.

Ora che il decreto salva-liste è diventato inutile, anche la manifestazione di sabato è incomprensibile.

Bersani dia l’esempio e ci rinunci.

9/3/2010
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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 09:27:47, in Politica, linkato 1324 volte)
Prepariamoci ad avere a Roma e in Italia elezioni come quelle di Baghdad e Mosul. Ovvero  elezioni da svolgersi sotto la legge del "taglione", dove vince solo il più violento. Il golpe c'è, ma non è quello di cui parlano gli urlatori. L.M.

8/3/2010 (20:2)  - CAOS VOTO

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Il Tar esclude la lista Pdl a Roma
La Polverini resta senza il partito


«Decreto del governo inapplicabile». Ricorso respinto.
La candidata spera nel Consiglio di Stato. Incubo rinvio


ROMA - Un pezzo importante del Pdl del Lazio rimane fuori dalla corsa per le elezioni regionali del 28 marzo anche se la candidata del centro destra Renata Polverini spera ancora che una soluzione possa essere trovata grazie anche all’annunciato ricorso al Consiglio di Stato.

Un ulteriore appello che però deve fare i conti con i tempi stretti della campagna elettorale: l’eventuale riammissione della lista Pdl dovrebbe infatti essere decisa entro i 15 giorni precedenti il voto per permettere ai candidati di presentare i loro programmi agli elettori. Se i tempi non fossero rispettati si andrebbe verso un rinvio del voto. Per ora di certo c’è la decisione del Tar del Lazio che con un’ordinanza ha respinto la richiesta con la quale il Pdl contestava la decisione della Corte d’Appello di escludere la lista di Roma dalle elezioni regionali.

Le motivazioni si sapranno solo il 6 maggio quando è stata fissata la discussione di merito sul ricorso del Pdl. Al momento, però, per usare le parole del ministro dell’Interno Roberto Maroni, «se il Tar decide che la lista è fuori, quella lista resta fuori nonostante il nostro decreto». Oggi i giudici amministrativi non sono entrati nel merito della questione decidendo soltanto sulla richiesta di sospensione cautelare del provvedimento di esclusione della lista Pdl Roma. Per i togati amministrativi del Lazio il decreto legge "salva liste" comunque non «può trovare applicazione perchè la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio», hanno spiegato i giudici.

Non solo: i giudici hanno sottolineato che non c’è prova che la documentazione per la presentazione della lista Pdl Roma fosse completa. Ed è il vice presidente della Regione Lazio Esterino Montino ad augurarsi che «il centro destra, almeno questa volta, prenda atto della sentenza del Tar con sobrietà e senza esagerazioni. Credo sia veramente arrivato il momento di abbassare i toni e di consentire da parte di tutti e soprattutto verso gli elettori un clima di fiducia verso la scadenza del voto ormai prossima». E se Emma Bonino ha commentato dicendo: «Prendo atto di questa decisione. Sarà utile vedere le motivazioni che sono lunghe, a quanto mi dicono, e che saranno rese pubbliche domani. I giudici vadano avanti, chi deve decidere decida». La sua rivale del centrodestra Renata Polverini si è limitata a dire: «Aspetto le motivazioni». Lapidario il sindaco di Roma Gianni Alemanno: «c’è un rischio di elezioni a Roma profondamente alterate».

Il Pdl però andrà comunque avanti anche nel tentativo di rientrare nella competizione. Oltre a percorrere la strada del ricorso al Consiglio di Stato oggi ha anche ripresentato in Tribunale la documentazione necessaria per presentare la lista del Pdl che il 27 febbraio non era stata consegnata. Secondo quanto prevede la legge, l’Ufficio elettorale ha 24 ore per ammettere la lista. Si tratterà di vedere se la decisione del Tar di oggi peserà sull’eventuale ammissione la lista. La lunga giornata dei ricorsi, è iniziata con l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha depositato per il Pd un atto di significazione che diffida la Commissione elettorale del Tribunale di Roma ad ammettere alla competizione elettorale la lista che più tardi il Pdl avrebbe consegnato. Secondo Pellegrino «la posizione della lista Pdl Roma non è compatibile con le previsioni del decreto legge cosiddetto ’salva-liste', quindi l’eventuale ammissione sarebbe illegittima perché violativa del dl approvato dal governo». E, ancora, «il fatto che gli esponenti del Pdl si siano portati via il plico alle 17 fa uscire fuori il caso lista Pdl Roma dalla fattispecie perché loro in base al dl potevano presentare oggi la lista che avevano in loro possesso fino alle 12 ma avendo prelevato il plico alle 17 e avendolo riportato alle 19:30 sono fuori dai termini». Poco più tardi il Pd ha consegnato un secondo atto di significazione, in questo caso ai carabinieri del Comando provinciale di Roma, chiedendo di consultare l’ autorità giudiziaria in merito alla restituzione del famoso plico che conterrebbe la documentazione del PdL, ora in consegna presso i militari.

La Stampa
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2010 @ 17:35:13, in Politica, linkato 1242 volte)
Why Not, assolto presidente
Regione Calabria Agazio Loiero


CATANZARO (Reuters) - Agazio Loiero, presidente regionale uscente della Calabria, è stato assolto oggi dall'accusa di abuso d'ufficio nel processo con rito abbreviato scaturito dall'inchiesta "Why Not", relativa a presunte irregolarità nella gestione di fondi pubblici nella Regione.

Il pm Eugenio Facciolla aveva chiesto la condanna di Loiero a un anno e mezzo di carcere.

Loiero aveva dichiarato che in caso di condanna non si sarebbe ricandidato alla presidenza della Regione.

Nel processo è stato assolto anche il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti, accusato di abuso di ufficio e truffa.

Reuters
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2010 @ 08:28:58, in Politica, linkato 1542 volte)
Con la Bonino esce l'antimafia, ed entra il terrorismo nero..L.M.

Carissimi,



vi scrivo con molto dolore nel cuore ma con oggi chiudo questa corrispondenza con voi perché, terminando il mandato in Consiglio regionale, ho deciso di chiudere la mia esperienza politica. Molti di voi aspettavano di sapere se ero candidata nella lista del PD o nel listino della Bonino alle prossime elezioni di fine marzo. Non sono candidata in nessuna lista poiché i dirigenti del partito che hanno condotto le trattative di questi ultimi giorni,  non mi hanno inserito nella lista del PD dicendo che ero certamente candidata nel listino del candidato presidente (dove non si compete con le preferenze e si vince se vince il candidato presidente) e poi mi hanno escluso anche dal listino.

Questa è la situazione: il mio partito mi ha messo fuori della porta! Nonostante io rappresenti 30.000 elettori delle europee, sia il simbolo dell’antimafia del Lazio, mi occupi da tanti anni dei problemi dei cittadini, di servizi sociali…

In questi anni alla scatola vuota che è il PD e alla miseria a cui è ridotta la politica in Italia (a destra come a sinistra) io ho cercato di contrapporre in vostra rappresentanza, la mia faccia perbene, l’etica, lo spirito di servizio, la competenza e a volte anche il coraggio.

Non è stato sufficiente tutto ciò per ottenere una ovvia ricandidatura dopo aver fatto il primo mandato in Regione e sono ora l’unico consigliere regionale uscente non ricandidato. La destra candida il senatore Fazzone simbolo della battaglia che ha impedito lo scioglimento del comune di Fondi per mafia e il PD e la Bonino escludono me dalle liste elettorali.

Non mi chiedete per chi votare e per quale partito: non lo so. Io chiudo qui il mio impegno in politica, chiudo la campagna elettorale, disdico tutti gli impegni presi. Torno a fare la donna comune, tornerò in ufficio a lavorare sapendo che grazie al consenso confermato in tante competizioni elettorali  da molti di voi (ben 30.000 alle elezioni europee del 2009), ho potuto fare tante esperienze importanti nella politica che hanno fatto di me un personaggio pubblico. Ho avuto il privilegio della rappresentanza degli interessi dei cittadini e ho cercato tutti i giorni di corrispondere a questo mandato. Ho realizzato molte cose buone assieme a tanti cittadini ed associazioni, a volte ho fatto degli errori ma sempre in buona fede. Certamente ho operato con spirito di servizio in qualsiasi Istituzione mi sia trovata, dal livello più basso a quello più alto, con funzioni sempre prestigiose. Realizzare il bene per gli altri è stato il mio principio ispiratore.

Vi ringrazio per l’attenzione e la vicinanza che mi avete dimostrato e per quelli di voi con cui c’è un’amicizia, ci ritroveremo come tali, per quelli che vivono nella mia stessa zona arrivederci a passeggio tra le persone normali.

Luisa Laurelli
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2010 @ 08:28:27, in Politica, linkato 1685 volte)
Questa è una cosa del tutto differente di quanto accade a Roma, dove le squadracce c'erano ...

Dai timbri alle firme le carte del tribunale
che fanno tremare il Popolo della Libertà


Tre paginette in un italiano aulico: «Le doglianze risultano fondate [...] di talché la lista “Per la Lombardia” risulta sostenuta da un numero di sottoscrittori inferiore al minimo di legge»

di Oriana Liso

«Un tiotale di sottoscrizioni invalide in numero di 514»: tante bastano all’ufficio regionale centrale presso la corte d’Appello per disporre la non ammissione della lista “Per la Lombardia” alle prossime consultazioni. Dalle tre meno venti di ieri pomeriggio, almeno fino alle stessa ora di oggi, la lista capeggiata dall’i nquilino degli ultimi 15 anni del Pirellone — e con essa, le altre liste collegate — risulta decaduta in tutta la Regione.

A pesare sono quelle 514 firme che per tre magistrati — presieduti da Domenico Bonaretti — presenterebbero autenticazioni non valide di quattro tipi: 136 non hanno il timbro tondo del Comune, 121 non riportano la data dell’autentica, 229 il luogo dell’autentica, 28 la qualifica dell’autenticatore. Totale, 514 firme depennate dalle 3.935 presentate: per una manciata di nomi, 79, la lista del governatore va sotto il limite minimo chiesto dalla legge, 3.500 firme.

L’esposto presentato ieri mattina dai Radicali — la lista “Marco Cappato presidente” è stata anch’essa esclusa per le poche firme raccolte — chiedeva in realtà la non ammissione di molte più firme, del listino Pdl: 908 in tutto. Ai quattro motivi accolti dai giudici, infatti, ne sommavano altri due: moduli con autentica errata, corretta o scritta a matita (111 firme) e firme collegate a certificati rilasciati in una data anteriore a quella dell’a utenticazione dei moduli (544). Ma su quest’ultimo punto i magistrati, dopo due ore e mezza d’udienza, scrivono che «non sembra tradursi in un vizio rilevabile da questo ufficio in base agli elementi acquisiti».

Niente di personale contro il centrodestra, da parte dei Radicali: perché il loro esposto contestava anche la regolarità negli elenchi della lista “Penati presidente”: rilievi anche qui in parte accolti dai magistrati, che hanno annullato 173 firme, ritenendone valide 3.622.

Insomma, fatti i calcoli, alle 14,40 di ieri è partita la procedura: 24 ore di tempo ai legali della lista Pdl per presentare ricorso, mentre l’ufficio elettorale centrale dichiarava la ricusazione delle liste provinciali di Pdl e Lega e comunicava il provvedimento di inammissibilità della lista ai tribunali di ogni provincia che, a loro volta, devono emettere dei provvedimenti di ricusazione delle liste collegate.

Nessuna verifica è stata fatta finora — né dai Radicali che hanno avuto accesso a tutti i moduli dei candidati, né dai magistrati — sull’autenticità delle firme, quindi al momento nessuno mette in discussione nomi veri o falsi. La questione è solo tecnica, e oggi —� quando i magistrati convocheranno le parti per discutere il ricorso della lista di Formigoni — sarà la giurisprudenza a parlare, tra codici e precedenti sentenze.

Nelle stanze del comitato elettorale azzurro ieri sera si studiavano i margini d’azione: poche o nulle le speranze di vedersi riaccreditare le firme a cui manca il luogo o la data o la qualifica dell’autenticatore, si gioca il tutto per tutto su quei moduli — con 136 firme in totale — in cui manca il timbro tondo.

Se i magistrati dovessero accettare come giurisprudenza una precedente sentenza, la lista di Formigoni potrebbe riguadagnarle, andando a quota 1.557. E, se neanche questo bastasse a far tornare in gara il governatore, si pensa già all’estrema ratio: un decreto sospensivo del Tar e l’ultima carta del Consiglio di Stato.

(La Repubblica - Milano - 02 marzo 2010)
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L'assenza di questo reato nel nostro ordinamento è stato uno degli argomenti trattati dai magistrati militari durante l'ultimo ciclo di conferenze per la "Giustizia", ed è da sempre nelle parole dei pacifisti. LM

Difesa: introdotto il reato di tortura
nel nuovo codice per le missioni all’estero

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/Abu-Ghraib-Prison-Photos11jun04.jpg

Domani il ddl; violenze come in Somalia punibili con 15anni carcere.

Roma, 28 feb - (di Silvia Barocci) Fosse stato in vigore ai tempi della missione in Somalia, i parà della Folgore che durante la missione "Ibis" nel '97 furono ritratti nelle foto dello scandalo mentre applicavano ai testicoli di un somalo due elettrodi collegati con i fili di un telefono da campo sarebbero stati condannati a pene severissime: fino a 15 anni di carcere per un reato, quello di tortura, che soltanto adesso verrà introdotto in Italia, seppure non nel codice penale ordinario.
Al consiglio dei ministri di domani approderà infatti un nuovo codice penale, studiato "ad hoc" per tutti gli italiani, militari e civili, che partecipano alle missioni militari all'estero. Il provvedimento - un disegno di legge delega messo a punto dai dicasteri della Difesa e dalla Giustizia - era stato annunciato la scorsa estate dal ministro Ignazio La Russa, che da tempo lamenta l'inadeguatezza delle norme sino ad oggi in vigore.
Per le missioni militari in Iraq e in Afghanistan fino al 2006 è stato fatto valere il codice penale militare di guerra, mentre in questi ultimi quattro anni quello di pace. ''Se ci sono morti e feriti è come se questo avvenisse in una normale esercitazione'', ha denunciato La Russa nell'agosto 2008 di fronte all'escalation di pericolo per i militari impegnati in Afghanista.
I tecnici del ministero della Difesa e della Giustizia hanno perciò messo nero su bianco un testo in quattro articoli (undici pagine in tutto) che delega il governo ad adottare, entro dieci mesi, il nuovo codice delle missioni militari all'estero. Il provvedimento si poggia su due cardini: da un lato la non punibilità dei militari che in base alle regole d'ingaggio della missione abbiano fatto uso delle armi o della forza; dall'altro pene severe per gli italiani che compiono atti arbitrari di violenza contro i civili.
Tra le novità, appunto, l'introduzione della tortura, reato inesistente nel codice penale ordinario: la pena fissata va da un minimo di quattro a un massimo di 12 anni di carcere (che possono diventare 15 in caso di lesioni gravi), fino all'ergastolo se la tortura o i trattamenti inumani portano alla morte di una o più persone.
La lista dei reati è lunga e prevede: il saccheggio, l'incendio e la distruzione di luoghi di culto o di beni in suo alla popolazione civile; lo stupro etnico, la sterilizzazione forzata e la gravidanza forzata; l'uso di ''scudi umani''; la deportazione e altre gravi violazioni del diritto internazionale. Punito con il carcere da 5 a 15 anni chi fa uso di armi contro ambulanze (o contro ospedali, strutture sanitarie etc).
Una circostanza analoga si verificò nell'agosto del 2004 a Nassiriya, quando i militari italiani furono posti a difesa dei tre ponti dell'Eufrate: nel corso della battaglia dei ponti due lagunari spararono contro un'ambulanza ma furono assolti dal gip militare di Roma.
In base al nuovo codice delle missioni, se l'autore di uno di questi reati sarà un militare, allora procederà l'autorità giudiziaria militare di Roma e non più la procura ordinaria della Capitale. A quest'ultima, tuttavia, spetterà indagare sui civili italiani (compresi quelli a seguito della missione), gli stranieri e i militari stranieri che abbiano agito a danno degli italiani impegnati nelle missioni all'estero. (ANSA)

Ansa su GrNet.it
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Un po' di chiarezza: i radicali romani NON sono di sinistra. Non possono esserlo i radicali romani della generazione di Capezzone, perché cresciuti nientepopodimenoche con "la destra sociale" di Storace e con la gioventù dell'Osservatorio di Urso. Così questi sono i radicali ideologicamente più vicini alle cd "squadracce", visto che hanno avuto una formazione da chi non nasconde affatto il "saluto romano" nelle sue riunioni private.
Ribadisco: a Roma si è trattato di una cattiveria maturata da dentro e per ragioni di comodo. Io sono elettorato passivo come tutti gli altri, ma se lo vedo io che sono certamente di sinistra, allora i radicali ben sapevano come trattare quel rappresentante del PdL e l'ostacolo c'è stato, visto che ne han fatto addirittura "vanto".

Iniziano già le dichiarazioni "inutili", come quella rilasciata dal Senatore Gasbarri del PD, giunto sui luoghi della bagarre ben 1 ora e mezza dopo i fatti.  Leggi:
«Ho le prove del ritardo del Pdl a Roma», dice il senatore Gasbarri (Pd)

Il radicale Sabatinelli:
«Cercano un capro espiatorio»


Il candidato della lista Bonino: «Il Pdl non vuole affrontare la verità dei fatti, si cerca di sviare l'attenzione degli elettori. Solo loro possono sapere perché è avvenuto quel pasticcio»

«La parola passa agli avvocati e alla magistratura». È indignato Diego Sabatinelli, il candidato della lista Bonino-Pannella, denunciato, con altri rappresentanti della lista radicale, per violenza privata dal momento che avrebbe impedito fisicamente il deposito dei documenti della lista provinciale romana del Pdl. C'è anche un'altra denuncia per abuso di ufficio presentata dal Pdl nei confronti dello stesso ufficio centrale, per non aver consentito il deposito.

«Non c'è stato alcun tipo di violenza – ha detto Diego Sabatinelli al Sole24ore.com – nessuno ha toccato, ma nemmeno sfiorato esponenti del Pdl, nessuno ha impedito loro di entrare». Sottolinea che «ci sono testimoni e prove filmate a disposizione».

Sabatinelli ha affidato all'avvocato dei radicali Giuseppe Rossodivita l'incarico per la presentazione di una denuncia, al momento «contro ignoti», in attesa di conoscere i nomi dei firmatari dell'accusa di violenza privata. Analogo mandato è stato conferito all'avvocato Rossodivita da Atlantide Di Tommaso, segretario del Psi di Roma, che insieme a Sabatinelli, «con una condotta assolutamente non violenta, si è steso sul pavimento davanti al cordone dei carabinieri, senza con ciò impedire fisicamente ad alcuno la presentazione della lista». Insieme sarà presentata una querela per diffamazione nei confronti della candidata a Governatore del Lazio del Pdl, Renata Polverini, aggravata dall'attribuzione di un fatto determinato.

Per Sabatinelli l'obiettivo dell'operazione del Pdl è semplice: «Il fatto politico è che stanno cercando un capro espiatorio per non affrontare la verità dei fatti, con un tentativo di sviare l'attenzione degli elettori. Solo gli esponenti del Pdl possono sapere perché è avvenuto quel pasticcio, perché il deposito della documentazione non è stato effettuato nei tempi previsti dalla legge». Una verità dei fatti, dice Sabatinelli, che dovrebbe essere «resa nota al popolo del Pdl che si dovrebbe interrogare sull'accaduto». Sabatinelli si affida ora alla magistratura. «Ai magistrati - dice - spetta l'accertamento dei fatti».

La candidata a governatore del Lazio Emma Bonino, intanto, accusa il Pdl di essere in stato di confusione e giudica «inaccettabile far passare Sabatinelli e Atlantide Di Tommaso come squadristi che hanno impedito a Milioni (delegato del Pdl incaricato di presentare la lista, ndr) di entrare. Questo la dice lunga sullo stato di confusione, sconcerto e disperazione in cui si trova il Pdl». La speranza della Bonino è che ora non si facciano provvedimenti "ad listam".

In campo scende anche l'avvocato Alessandro Gerardi, membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani. «Nascondere le proprie evidenti inadeguatezze e incapacità organizzative gridando al complotto e paventando improbabili golpe e colpi di stato, fa davvero sorridere». Per l'avvocato «aggiungere poi che il delegato del Pdl non è riuscito a depositare la lista perché impedito fisicamente dalla violenza esercitata nei suoi confronti dal candidato della Lista Bonino-Pannella, Diego Sabatinelli, oltre a essere altrettanto ridicolo, è anche falso. La verità è che la lista non è stata presentata perché il delegato del Pdl, Alfredo Milioni, dopo essere uscito, si è ripresentato negli uffici della Corte d'appello portando con sé ulteriore documentazione da depositare, e tutto questo non già dopo qualche minuto, come detto da qualcuno, ma circa un'ora dopo la scadenza del termine per la presentazione della lista, quindi abbondantemente fuori tempo massimo».
Per Gerardi, dunque, «più che di violenza, minacce, golpe e colpi di stato sarebbe quindi più onesto parlare di sbadataggine, approssimazione, incapacità e inettitudine. E comunque preoccupa sapere che per alcuni esponenti del centrodestra il rispetto delle regole e delle procedure è considerato al pari di un comportamento eversivo». 1 marzo 2010

Il Sole 24 ore
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Di Loredana Morandi (del 01/03/2010 @ 16:37:42, in Politica, linkato 1627 volte)
A questa notizia credo, sì, perché proviene dalla Corte d'Appello di Milano. E si, perché questo è uno dei "peccati capitali" delle liste della destra italiana. Su Roma credo solo alle dichiarazioni immediate di Milioni.

Il presidente della Regione Lombardia ha tempo fino a domani pomeriggio alle 14 per presentare ricorso

Regionali, dopo Roma tocca a Milano:
fuori il listino Formigoni


ultimo aggiornamento: 01 marzo, ore 16:11
Roma - (Adnkronos/Ign) - La Corte d'appello di Milano avrebbe riscontrato 514 firme irregolari. Dal Colle la risposta alla Polverini: spetta a sedi giudiziarie verifica procedure. Palazzo Chigi: sui giornali ricostruzioni false. A Roma esclusa la lista Pdl. Verdi, ricoverato d'urgenza Bonelli dopo un mese di sciopero della fame. Napolitano: ''Rispetto del pluralismo nella comunicazione''. Par condicio, stop ai talk show politici in Rai

Milano, 1 mar. (Adnkronos/Ign) - E' caos-regionali. Dopo il Lazio, dove è stata esclusa la lista del Pdl che appoggia la Polverini nella provincia di Roma, in Lombardia tocca la stessa sorte al listino che sostiene Formigoni, governatore uscente.

La Corte d'appello di Milano, a quanto si apprende, avrebbe riscontrato 514 firme irregolari delle 3.935 firme presentate a sostegno del 'listino' di cui Roberto Formigoni è capolista. A questo punto le firme valide 'scendono' a 3.421, sotto quindi la soglia delle 3.500 necessarie per 'fare passare' il listino.

Dopo un controllo formale delle firme, i giudici della Corte d'appello di Milano hanno ritenuto fondate le 'doglianze' lamentate in un ricorso presentato dai Radicali sia nei confronti della lista Formigoni che per la lista Penati. In particolare, stando a quanto si apprende, le irregolarità riguardano ''la mancanza di timbri sui moduli, la mancanza di data dell'autenticazione e la mancanza del luogo dell'autenticazione''.

L'attuale presidente della Regione Lombardia, comunque, ha tempo fino a domani pomeriggio alle 14 per presentare ricorso.

Nessun problema, invece, per la lista 'Penati presidente': il ricorso dei Radicali è stato respinto dalla Corte.

Stamane, infatti, il delegato della Lista Bonino-Pannella Lorenzo Lipparini, accompagnato da Marco Cappato, ha depositato all'Ufficio elettorale centrale regionale e alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano formale istanza di rivalutazione dell'ammissione della lista 'Per la Lombardia' avente come capolista Roberto Formigoni e della lista 'Penati Presidente' avente come capolista Filippo Penati "per insufficienza delle firme dei sottoscrittori". La Lista Bonino-Pannella ha anche chiesto alla Procura della Repubblica di voler procedere "al sequestro in originale delle liste avente come capolista Formigoni al fine di conservare la prova di eventuali illeciti".
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