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Non rammento: il blogger Luigi de Magistris è stato magistrato?

Loredana Morandi
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 27/01/2010 @ 13:19:27, in Politica, linkato 1431 volte)

LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Giustizia, Pd: legittimo impedimento è immunità per premier e ministri

Ferranti: ‘tregua istituzionale? non c’è guerra e non ci sono perseguitati’

“Sono norme che violano il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, piegano le regole del sistema processuale alle esigenze di poche persone e non accettiamo che vengano definite come una 'tregua istituzionale', perchè non c'e' alcuna guerra in corso tra le istituzioni repubblicane e non ci sono perseguitati''. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti interviene sulla normativa sul legittimo impedimento approdata oggi nell’aula di Montecitorio. “Il Gruppo del Pd – rende noto la deputata democratica - ha depositato questa mattina una pregiudiziale di costituzionalità (primo firmatario Dario Franceschini, sottoscritta dall’intera presidenza del Gruppo e da tutti i deputati delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali) perché considera questo testo un abuso giuridico per  introdurre, per di più con una legge ordinaria, una vera e propria immunità per il presidente del consiglio e per i ministri. Non si tratta, quindi, come autorevolmente sostenuto in sede di audizione presso la II commissione dal professore Valerio Onida, Presidente emerito della Corte Costituzionale, “di una legittima disciplina del processo, rimessa al legislatore ordinario, ma di una forma di deroga al normale esercizio della funzione giurisdizionale, che solo il legislatore costituzionale potrebbe eventualmente stabilire. Il legittimo impedimento è infatti per sua natura  qualcosa di puntuale e concretamente localizzato nel tempo: una presunzione ex lege assoluta di impedimento “continuativo” per un lungo periodo di tempo equivarrebbe ad una norma di status derogatoria, cioè appunto ad una prerogativa”. In ogni caso, se questa è a strada che la maggioranza vuole seguire, che per noi è una strada che non porta lontano, beh, che almeno abbiano il coraggio di farlo per via costituzionale: le leggi ponte sono inutili e demagogiche e non sono previste dal nostro ordinamento. Il Pd proseguirà nella ferma opposizione a questo testo anche perchè la politica esige chiarezza e trasparenza nelle scelte''. 

Roma, 25 gennaio 2010

GIUSTIZIA: CALIPARI:”Legittimo impedimento? Salvare Qualcuno dai propri guai”

Dall’intervento della vicepresidente dei deputati PD, Rosa Villecco Calipari

“Lo hanno chiamato il  ‘male minore’, io direi che è uno dei tanti mali che questa maggioranza e questo Governo stanno infliggendo ai cittadini, allo Stato, alla giustizia italiana: dalla legge sul processo breve  alla legge sulle intercettazioni, dallo scudo fiscale al Lodo Alfano e alla sua riformulazione ancora per via ordinaria e quindi incostituzionale. Abbiate il coraggio di riconoscere che questo è  la sostanza del ‘legittimo impedimento’. L’ultimo capolavoro che dovrebbe salvare Qualcuno dai propri impegni giudiziari”.
Così la vicepresidente del Pd, Rosa Villecco Calipari, intervenendo nell’aula di Montecitorio durante la discussione generale sulla "disposizione temporanea in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio a comparire nelle udienze penali”.
“Non è l’efficienza della giustizia che sta a cuore a questo Governo  - ha spiegato Calipari - perché se così fosse non staremmo a discutere questo provvedimento. Una norma che complica la procedura invece di semplificarla, che appesantisce invece di snellire, che allunga i tempi invece di ridurli”.
 “Altro che competitività del nostro sistema Paese. La competitività del sistema paese la fanno la certezza del diritto e la certezza della procedura, condizioni dell’effettiva imparzialità del magistrato. Ma in un Paese dove il Presidente del Consiglio per primo scappa dai processi che lo riguardano scommettendo sulla loro prescrizione, quale investitore straniero, animato da intenzioni serie e non speculative, vorrà più investire?”.

Roma, 25 gennaio 2010


SEDI DISAGIATE

Giustizia, Pd: dl sedi disagiate? dopo parere Csm Alfano stralci norme incostituzionali

Ferranti: senza modifiche opposizione dl sarebbe stato completo fallimento

“Alfano rifletta sul parere della sesta commissione del Csm e stralci la parte sulle nomine dei capi degli uffici giudiziari dal Dl sedi disagiate”.Lo chiede  la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, che aggiunge: “si tratta di norme incostituzionali che non erano contemplate nel testo firmato dal Capo dello Stato ma che sono state introdotte mediante un emendamento del governo, approvato con un colpo di maggioranza in commissione, nonostante l’evidente estraneità di materia e di urgenza  dato che si interviene sui compiti della scuola superiore della magistratura quando questa scuola non è ancora funzionante. In ogni caso – prosegue Ferranti - il ministro dovrebbe trarre lezione dall’iter di questo provvedimento dimostrando maggiore apertura e sensibilità alle proposte delle opposizioni e degli operatori della Giustizia. Infatti – conclude Ferranti – dopo il parere di oggi è evidente che se il governo non avesse neanche recepito le nostre proposte sulla destinazione dei 300 magistrati nominati nell’ottobre 2009  negli uffici di procura, il decreto sarebbe stato un totale fallimento e non avrebbe risolto i problemi di organico delle procure più esposte nella lotta alla criminalità organizzata”.

Roma, 26 gennaio 2010


MAFIE

MAFIA: LUMIA (PD), ARRESTO BOSS PRIVITERA OTTIMO RISULTATO

Palermo, 25 gennaio 2010 -  "Con l'arresto di Privitera si mette a segno un altro duro colpo a Cosa nostra. Un ottimo risultato ottenuto grazie alla professionalità della magistratura e delle forze dell'ordine". Lo dichiara il senatore del Pd, Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, commentando l'arresto del boss catanese eseguito stamani dalla squadra mobile di Catania.
"Mi auguro - aggiunge Lumia - che il governo la smetta di strumentalizzare i successi ottenuti nella lotta alle mafie a fini propagandistici. Non si può elogiare l'operato della magistratura quando si arrestano i boss e allo stesso tempo attaccare i giudici quando si occupano del rapporto mafia-politica. Se l'esecutivo vuole sostenere realmente l'azione di contrasto alla criminalità organizzata si prenda atto delle condizioni in cui versano soprattutto le procure antimafia, sia in termini di risorse che di strumenti investigativi per condurre le indagini. Ad esempio, si dia subito un segnale forte e deciso: si faccia marcia indietro sulle intercettazioni".

MAFIA: LUMIA (PD), OMICIDIO GIUDICE MONTALTO
MONITO CONTRO ISOLAMENTO E INDIFFERENZA

Palermo, 25 gennaio 2010 -  "Gian Giacomo Ciaccio Montalto è stato uno dei primi magistrati a scoprire gli affari di Cosa nostra nel trapanese, quando ancora si conosceva poco sul fenomeno mafioso". Con queste parole il senatore del Pd, Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, ricorda l'assassinio del giudice Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, ucciso da Cosa nostra il 25 gennaio 1983.
"Un altro "giudice ragazzino" - continua Lumia - che svolse il proprio lavoro con coraggio e alto senso del dovere: combattere la mafia in quegli anni spesso portava all'isolamento sociale, politico e istituzionale. La sua testimonianza è un patrimonio prezioso per un Paese civile che combatte contro la mafia e l'illegalità e allo stesso tempo un monito per le istituzioni e la politica contro l'isolamento e l'indifferenza".

MAFIA: LUMIA (PD), EREDITA' MARIO FRANCESE
STRIDE CON L'INFORMAZIONE DELL'ITALIA DI OGGI

Palermo, 26 gennaio 2010 -  "Un giornalismo libero, indipendente, capace di offrire all'opinione pubblica un'informazione articolata ed esauriente è indispensabile alla consapevolezza dei cittadini e della società civile tutta. È questa l'eredità di Mario Francese, che stride con la situazione attuale in cui versa l'informazione dell'Italia di oggi". Lo scrive il senatore del Pd Giuseppe Lumia sul suo sito, www.giuseppelumia.it, ricordando la figura del giornalista siciliano ucciso a Palermo dalla mafia il 26 gennaio 1979.
"Mario Francese - aggiunge Lumia - fu interprete di quel giornalismo d'inchiesta che va alla radice delle notizie per comprendere la realtà. La mera descrizione dei fatti non bastava. Se si voleva realmente capire la Sicilia di quegli anni bisognava scavare e scoprire le cause degli avvenimenti mafiosi, l'organizzazione di Cosa nostra, i rapporti tra i vari sistemi di potere che governano il territorio, gli ambiti di affari della mafia. È questa la funzione più autentica del giornalismo, che nell'Italia di quel tempo assumeva un valore civile altissimo, poiché si scontrava con l'indifferenza di gran parte della società e l'ostilità di molti settori della politica e dell'economia".
"Così facendo - conclude l'esponente del Pd - Mario Francese non ha fatto soltanto il proprio dovere di professionista dell'informazione, ma ha reso un servizio civile inestimabile alla democrazia italiana."

Beni confiscati, Picierno (Pd): Bene Maroni sull’Agenzia, ma impedire la vendita

E’ un fatto positivo che il Ministro Maroni confermi la volontà di presentare una proposta in Consiglio dei Ministri per l’istituzione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati alle mafie. Occorre però che su questo tema si proceda concretamente aldilà degli annunci propagandistici, cominciando a rimuovere quelle norme che danneggiano il contrasto alla criminalità organizzata, come quella che consentirà la vendita dei beni confiscati, con il rischio che le stesse mafie li possano riacquistare. Sull’istituzione dell’Agenzia, se il Ministro Maroni e il Governo non si fermeranno agli slogan, troveranno anche in Parlamento la disponibilità a discutere di proposte condivise”.

Roma, 26 gennaio 2010

MAFIA: LUMIA (PD), MAXISEQUESTRO, ADESSO
STRINGERE CERCHIO SU MATTEO MESSINA DENARO

Palermo, 27 gennaio 2010 - "Il maxisequestro di oggi dimostra la pervasività dei tentacoli mafiosi nell'economia. Adesso bisogna stringere il cerchio su Matteo Messina Denaro". Lo dichiara il senatore del Pd, Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, commentando il maxisequestro di 550 milioni di euro di beni appartenenti all'imprenditore mafioso Rosario Cascio.
Cascio è considerato il cassiere del boss latitante numero uno di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro. "Come al solito - aggiunge Lumia - la mafia si serve di prestanome e imprenditori organici all'organizzazione per gestire grandi patrimoni e giri d'affari milionari. L'edilizia rimane il settore prediletto".
"L'enorme patrimonio sottratto in questi anni alle mafie - conclude l'esponente del Pd - e gli ottimi risultati ottenuti sul fronte repressivo non devono indurci ad abbassare la guardia. Proprio per questo penso che la politica debba fare la propria parte, adottando provvedimenti per dare alla magistratura e alle forze dell'ordine risorse e strumenti utili a sconfiggere la criminalità organizzata".
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Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:54:03, in Politica, linkato 1162 volte)

Giustizia, Fini: evitare

"avvento democrazia giudiziaria"


ROMA (Reuters) - Bisogna evitare l'avvento di una "democrazia giudiziaria". Lo ha detto oggi il presidente della Camera Gianfranco Fini, sottolineando tuttavia che le "tentazioni della politica" di condizionare i giudici devono essere arginate.

Intervenendo alla presentazione del libro di Luciano Violante "Magistrati" a Montecitorio, Fini ha detto che è necessario "garantire in modo stabile un funzionale equilibrio democratico tra i poteri" e che "in questa costante ed essenziale ricerca va mantenuto il valore irrinunciabile dell'indipendenza della magistratura... ma va anche evitato l'avvento di una democrazia giudiziaria".

La funziona della magistratura, ha detto Fini, "se esercitata in modo eccessivamente discrezionale attribuisce all'organo giudiziario un potere che per certi aspetti è simile a quello del potere legislativo. 'Giudici legislatori', 'governo dei giudici' e 'democrazia giudiziaria' diventano pertanto espressioni ricorrenti nel dibattito pubblico".

Per garantire un equilibrio democratico tra i poteri, bisogna "porre un argine alle tentazioni della politica di condizionare l'indipendenza della magistratura... e dall'altro occorre valorizzare con riferimento ai magistrati il principio di responsabilità, che consiste nell'adempiere ai doveri di ufficio con imparzialità e rigore deontologico".

Leggi anche

Ora anche Fini si allarma: no alla democrazia giudiziaria (Il Giornale)

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Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:18:31, in Politica, linkato 1116 volte)
Il presidente e la Benemerita le istituzioni più rassicuranti, sindacati autoreferenziali e partiti traditori (punta max di sfiducia al 91% nel centro italia), cresce la fiducia nei magistrati ma grazie ai troppi falsi giustizialismi è la popolazione sinistra ad essere la più sfiduciata...

Eurispes, gli italiani e le Istituzioni:
l’anno della svolta?

Anticipazione del Rapporto Italia 2010       


Tuesday 26 January 2010

Il tema del progressivo allontanamento tra cittadini e Istituzioni che da diversi anni anima il nostro dibattito politico segnala in questo 2010 la novità di una svolta positiva, di una inversione di tendenza nell’atteggiamento e nel giudizio dell’opinione pubblica. Questo cambiamento, evidente per alcune, non coinvolge tutte le Istituzioni nello stesso modo, ma nel complesso esprime un segnale che non può essere sottovalutato.

Analizzando la serie storica dei dati relativi al grado di fiducia accordata dai cittadini alle Istituzioni emerge con chiarezza come questa abbia registrato un aumento importante passando dal 10,5% del 2009 al 39% del 2010, con uno scarto di ben 28,5 punti percentuali.

Si è trattato evidentemente di una crescita graduale se si prendono in considerazione gli ultimi tre anni quando, nel passaggio dal dato del 2008 a quello del 2009, si iniziava ad intravedere una lieve ripresa della fiducia degli italiani, ma marcata se si considera invece il periodo 2004-2008 all’interno del quale il numero dei fiduciosi non supera mai il 10%.

Segnatamente, la quota di cittadini che esprimono una diminuita fiducia nelle Istituzioni si attesta nel 2010 al 45,8% segnando rispetto all’anno precedente un calo di dieci punti circa. Stesso andamento si è registrato tra quanti affermano che la propria fiducia non ha subìto variazioni: un dato in forte calo nel 2010 (14,1%) rispetto al 2009 (32,6%), ma soprattutto se messo in relazione con i risultati degli anni precedenti.
Diminuiscono, allo stesso tempo, gli indecisi, che non hanno saputo o non hanno voluto fornire una risposta (1,1%).
Per quel che riguarda le diverse aree geografiche di residenza, come per il 2009, si registra un aumento consistente della fiducia nel Sud (52,8%) e una ripresa del Settentrione con il 40,5% del Nord-Ovest. L’aumento minore di fiducia lo fanno invece registrare il Nord-Est (26%) e soprattutto le Isole (23,5%) dove, al contrario, è più alto il numero di chi dichiara diminuita la propria fiducia (54,4%).

Il gradimento dei cittadini nei confronti delle Istituzioni incrociato con l’area politica di appartenenza offre spunti interessanti: ad accordare maggiore fiducia sono soprattutto coloro che dichiarano di avere un orientamento politico di centro-sinistra (43,6%), seguiti da quanti invece non si riconoscono in nessuno schieramento politico presente nel nostro Paese (42,2%).
Per questi ultimi è necessario sottolineare che complessivamente rappresentano all’interno dell’intero campione intervistato il 27,5%, la percentuale maggiore rispetto a coloro i quali hanno indicato invece la propria area politica di riferimento.
I “non rappresentati” costituiscono evidentemente una folta schiera degli elettori, sono per la maggior parte gli “estemporanei”, coloro cioè che si recano alle urne spostando il proprio voto a seconda delle politiche e dei programmi proposti nelle diverse tornate elettorali, dai diversi schieramenti politici. Ma sono anche quelli che, secondo numerosi studi di tendenza, sempre più spesso, decidono di esercitare il proprio diritto di voto attraverso l’astensione o l’annullamento. 

Ancor più importante diventa allora analizzare il dato espresso da questi cittadini, anche quando indicano una diminuzione della propria fiducia nelle Istituzioni (47,8%), poiché segnalano in ogni caso un sentire basato su un’interpretazione della realtà che subisce minori condizionamenti di tipo ideologico.

Si sentono più fiduciosi inoltre i cittadini di centro (39,6%), seguiti da quelli di sinistra (37,7%), di centro-destra (35,4%) e infine di destra che, tra tutti, sono quelli che in misura minore sentono aumentato il loro livello di fiducia nelle Istituzioni (34,8%).

Sull’altro versante, quello della diminuzione della fiducia accordata alle Istituzioni, si segnala il 50% delle indicazioni di chi si colloca al centro insieme al 49,4% degli elettori di sinistra che si discostano di pochi punti percentuali dalla area politica di destra (47,7%), di centro-sinistra (42,3%).
Infine, per il centro-destra il dato scende fino al 39,2%.
 Decisamente inferiore il numero di quanti affermano che la fiducia riposta nelle Istituzioni sia rimasta invariata: si passa dal 9% – sia di coloro i quali non si riconoscono in alcuna area politica sia dei cittadini di centro – al 13,2% di quelli del centro-sinistra, con un picco nel centro-destra (24,3%).

Nel sondaggio condotto in questa edizione del Rapporto Italia il campione intervistato sembra spaccarsi e collocarsi, diversamente dagli scorsi anni, su posizioni ben delineate quando si tratta di esprimere il proprio grado di adesione e apprezzamento rispetto al complesso delle Istituzioni presenti nel nostro Paese, dividendosi praticamente a metà tra chi sente aumentata la fiducia che ripone in esse e chi, al contrario, avverte un cambiamento in negativo.
 
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: UN PUNTO DI RIFERIMENTO SALDO
 
La rilevazione di quest’anno evidenzia come, nonostante il giudizio dei cittadini sulle Istituzioni, viste nel loro insieme, sia nel complesso positivo e tendenzialmente in crescita rispetto agli anni passati, l’atteggiamento si modifica nel momento in cui si procede all’analisi delle singole Istituzioni. Si tratta infatti di una crescita che non è equamente distribuita. 
Protagonista di questa inversione di tendenza è la figura del Presidente della Repubblica. L’immagine e l’operato di Napolitano spostano in alto i consensi dei cittadini interpellati che sfiorano il 70%, mentre nel 2009 il dato si era attestato intorno al 62%. Nel contempo, cala il numero di coloro che esprimono sfiducia: dal 33,6% al 29,5% del 2010.
GOVERNO: GIUDIZIO STABILE
 
Passando ad analizzare il giudizio espresso nei confronti del Governo la situazione si capovolge: i fiduciosi sono soltanto il 26,7% che segnano inoltre un calo seppur lieve rispetto al 2009 quando erano il 27,7%.
Il dato sulla fiducia riposta dai cittadini nel Governo rappresenta comunque una costante degli ultimi anni, sia che si tratti di un governo di centro-destra sia di centro-sinistra. 
Infatti, nel periodo che va dal 2004 al 2010, questa tendenza si è mantenuta pressoché invariata, registrando cambiamenti minimi da un anno all’altro. La quota di quanti si dichiaravano fiduciosi nei confronti del Governo erano il 33,6% nel 2004, l’anno successivo diminuivano lievemente al 32,9% per poi scendere in maniera più evidente nel 2006 (23%). Il 2007 ha segnato una ripresa al 30,7% dei consensi che segnano successivamente un andamento decrescente, ma su valori nel complesso costanti, negli ultimi tre anni.
 
PARLAMENTO, EPPUR SI MUOVE…
 
L’analisi effettuata per il Governo è similare a quella che è possibile evidenziare per il Parlamento che tra il 2004 e il 2010 si è mantenuto su una linea di tendenza che ha oscillato tra il 24% e il 36% dei consensi. Unica eccezione, rispetto a questo andamento, il 2008 che registrò un calo vistoso quando i cittadini che affermavano di avere abbastanza (17,5%) e molta fiducia (1,9%) nel Parlamento erano in totale il 19,4%.
In particolare, la fiducia in quella che è l’Istituzione centrale di ogni democrazia e che rappresenta l’espressione del voto di tutti gli elettori ha raggiunto, nel 2010, il 26,9% discostandosi di poco, ma con segno positivo, dallo scorso anno: infatti, nel 2009, questo dato si attestava al 26,2% (tabella 5).
Tra le Istituzioni è la magistratura, insieme alla figura del Presidente della Repubblica, che quest’anno acquista nuovo credito presso l’opinione pubblica: infatti se nel 2009 la fiducia dei cittadini era al 44,4%, nel 2010 si è evidenziato un aumento di 3,4 punti che fa crescere la percentuale fino al 47,8%. Si tratta di un trend in positivo e graduale che ha riguardato in particolare gli ultimi cinque anni partendo dal dato più basso registrato nel 2006 (38,6%), il successivo miglioramento del 2007 (39,6%) e del 2008 (42,5%) fino a sfiorare per quest’ultimo anno i consensi di quasi la metà degli intervistati.
Si può quindi affermare che dopo un calo della fiducia registrato in maniera graduale e continuativa tra il 2004 (anno in cui la magistratura riscuoteva il massimo dei consensi del periodo considerato con il 52,4%) e il 2006, il 2007 ha segnato una svolta in senso positivo per la magistratura che è proseguita fino ad oggi.
 Per quanto riguarda le fasce d’età degli intervistati, il Presidente Napolitano ha maggiore appeal presso gli over 65 che gli accordano la propria fiducia nel 73,3% dei casi (contro il 25,4% degli sfiduciati della stessa classe d’età) e tra coloro i quali hanno tra i 45 e i 64 anni (73,7% vs 23,4%).
Occorre evidenziare in ogni caso che si tratta di un consenso diffuso che tocca tutte le fasce d’età e non scende mai al di sotto del 60%. Accade così che anche la fascia intermedia dei 35-44enni mostri comunque una quota di consensi decisamente alta (66,1%), seguita da quella dei giovani tra i 25 e i 34 anni (61,5%) e dai 18-24enni (60,1%).
Sul Governo, per quanto riguarda le aree geografiche fiducia e sfiducia sembrano essere uniformemente distribuite. Si nota l’atteggiamento degli intervistati del Nord-Est che esprimono fiducia nel 29,4% dei casi, molta (6,9%) e abbastanza (22,5%), e che rappresentano il dato più alto. Al contrario, il grado più basso di fiducia si registra nelle Isole dove il 22,8% degli intervistati ha molta (3,7%) e abbastanza (19,1%) fiducia nei confronti del Governo.
Sul fronte delle sfiducia invece, ha poca e nessuna fiducia complessivamente il 70,1% degli intervistati residenti nelle regioni del Nord-Est, seguiti da quelli del Nord-Ovest (70,8%), dal Sud con il 71,3%. 
Il Centro con il 74,9% e le Isole con il 75,8% rappresentano le punte massime di non fiducia nei confronti del Governo.
Più di tutti gli altri, gli elettori di centro-destra, nel 50,8% dei casi, seguiti dal 45,4% di chi dichiara di essere di destra, ripongono la propria fiducia nel Governo. Quest’ultimo raccoglie poi il 35,1% della fiducia di chi si colloca politicamente nell’area di centro. Un abbassamento del sentimento di fiducia nell’operato del Governo è condiviso invece tra gli intervistati che si definiscono di sinistra (17,9% di fiduciosi), di centro-sinistra (16,3%) e di quelli che non si identificano con alcun schieramento politico (13,3%).
Nel centro-destra la fiducia nel Parlamento arriva al 43,4%, anche se gli sfiduciati rappresentano il 52,9%. A destra e nel centro gli orientamenti sono simili: le percentuali di fiduciosi fanno registrare rispettivamente il 34,8% e il 34,3%, mentre a non avere fiducia sono il 63,6% dei primi e il 64,2% dei secondi. La situazione cambia e il livello di fiducia scende nel centro-sinistra (23,9%) e lievemente di più a sinistra (23,5%).
Nella maggior parte dei casi, l’82%, coloro che non si collocano in nessuna area politica rivelano di non avere fiducia nel Parlamento.
Risulta di grande interesse poi analizzare il grado di fiducia nella magistratura attraverso l’incrocio con i dati riferiti all’appartenenza politica dei cittadini, anche in considerazione del dibattito aperto sui rapporti tra potere politico e potere giudiziario nel nostro Paese.
Una minore fiducia nei confronti della magistratura viene espressa in egual misura da coloro i quali appartengono al centro-destra e alla destra che si dicono fiduciosi rispettivamente nel 35,4% dei casi e nel 35,6% dei casi e sfiduciati nel 61,4% e nel 62,1% dei casi.
Contrariamente a quello che si potrebbe ipotizzare, a dare grandemente fiducia alla magistratura è il 53% dei cittadini che si collocano politicamente al centro. Anche a sinistra (58,1%) e al centro-sinistra (58,5%), comunque, l’apprezzamento si attesta su livelli che superano abbondantemente il 50%.
Di grande interesse infine il dato di chi ritiene di non essere rappresentato da nessuno degli schieramenti politici italiani e che ripone la propria fiducia nella magistratura nel 44,7% dei casi contro il 52,2% degli sfiduciati.
La magistratura raccoglie maggiore consenso nel Nord-Est (52%) e nel Centro Italia (50,7%) con l’apprezzamento di più della metà del campione dei residenti in queste aree. Mentre al Nord-Ovest con il 47,9%, nelle Isole con il 45,6% e soprattutto al Sud (43,1%) le percentuali subiscono una diminuzione.
E d’altra parte sono sempre il Sud e le Isole ad esprimere il numero più elevato di cittadini sfiduciati, rispettivamente il 54,1% e il 51,5%.
 
LA BENEMERITA: UN’ARMA DI TUTTI
 
Chiamati a rispondere sulla fiducia che accordano alle altre Istituzioni, gli italiani fanno emergere anche nell’indagine di quest’anno uno stretto legame con le Forze dell’ordine che la stragrande maggioranza dei cittadini continua ad identificare come sicuro punto di riferimento.
In particolare, il gradimento nei confronti dell’Arma dei Carabinieri, che in tutte le rilevazioni effettuate dall’Eurispes si è sempre posizionata al primo posto per numero di consensi, è aumentato di quasi 6 punti percentuali passando dal 69,6% del 2009 al 75,3% nel 2010. A seguire, la Polizia di Stato, che segna anch’essa un incremento sensibile della fiducia accordata dai cittadini: nel 2009 era il 63,3% mentre nel 2010 si attesta al 67,2% (+3,9).
Parallelamente cresce anche il dato relativo ai consensi nei confronti della Guardia di Finanza che lo scorso anno raggiungeva il 62,7% e nel 2010 guadagna oltre 4 punti arrivando al 66,9%, quasi allo stesso risultato ottenuto dalla Polizia.
Di segno contrario, invece, l’andamento dei giudizi nei riguardi della Polizia penitenziaria che evidenziano una diminuzione del consenso di quasi cinque punti percentuali. Con tutta probabilità, questo risultato è anche il frutto dei recenti fatti di cronaca (presunte violenze nei confronti dei detenuti, ecc.) che hanno contribuito ad influenzare l’opinione pubblica.
È opportuno segnalare come, nonostante le difficoltà da più parti segnalate (le carenze strutturali, la presenza sul nostro territorio di una criminalità diffusa e radicata, ecc.), le Forze dell’ordine riescano ancora a trasmettere ai cittadini un senso di solidità, di efficienza e affidabilità.
Prendendo in esame l’area politica di riferimento emerge che tra coloro che si collocano nell’area di centro vi è una maggiore propensione nell’accordare fiducia ai Carabinieri (80,6%), seguiti dal centro-destra (78,3%). Di particolare interesse appare il giudizio positivo espresso dal centro-sinistra (78,2%) e dalla sinistra (75,4%), segno evidente del superamento di un’antica distanza e diffidenza che avevano segnato negli anni passati i rapporti tra l’opinione pubblica di sinistra e l’Arma dei Carabinieri. Fiduciosi nell’Arma, in misura minore anche rispetto a chi non si riconosce in nessuna area politica (71,7%) sono coloro i quali dichiarano di essere di destra (69,7%).
Una maggiore fiducia nelle Forze dell’ordine si riscontra soprattutto tra le persone più anziane e nella fascia d’età compresa tra i 45 e i 64 anni. Accade così che gli over 65 accordino fiducia all’Arma dei Carabinieri nel 79,1% dei casi, alla Polizia nel 71,3% dei casi e alla Guardia di Finanza (69,3%).
Stesso discorso per coloro i quali si trovano nella classe d’età dei 45-64 anni che esprimono il proprio gradimento soprattutto nei confronti dell’Arma (79,8%); segue il gradimento nei confronti della Polizia (68,3%) e nei confronti della Guardia di Finanza (66,5%).


ALTRE ISTITUZIONI
 
Per dare un quadro ancora più esaustivo, si è voluto sondare insieme al grado di fiducia accordato alle Istituzioni politiche e alle Forze dell’ordine, anche quello relativo a quelle altre Istituzioni che rappresentano un punto di riferimento sociale, economico e religioso.
Confrontando i risultati con la stessa indagine contenuta nel Rapporto Italia 2009 emerge un miglioramento per quasi tutte le Istituzioni prese in esame, con eccezione della scuola e dei partiti, che continuano a segnare una leggera flessione rispetto all’anno precedente (rispettivamente, -1,9 e -0,7 punti percentuali). 
Le associazioni di volontariato invece incrementano sensibilmente il grado di consenso (+10,8% rispetto al 2009), ben l’82,1% degli intervistati ha infatti dichiarato di essere fiducioso nei confronti di tali istituzioni. 
Segnali più che positivi anche per la Chiesa: il 47,3% degli intervistati ha infatti affermato di riporvi abbastanza o molta fiducia. Si tratta di una ripresa rispetto alla crisi di consensi, che avevamo segnalato nelle scorse edizioni del Rapporto. Rispetto allo scorso anno infatti il dato segna 8,5 punti in più e si riassesta sui valori del 2008. 
In riferimento alle posizioni politiche, circa un terzo (27,8%) degli intervistati vicini al centro-sinistra sostiene di avere abbastanza fiducia nella Chiesa, mentre solo il 12,9% di chi si dichiara di destra ripone la massima fiducia, percentuale quasi identica per gli intervistati dello schieramento politico opposto (12,3%).
Le altre Confessioni religiose godono di relativa fiducia (23%) e ciò è probabilmente dovuto alla scarsa conoscenza e alla limitata presenza di altre confessioni oltre a quella cattolica sul territorio italiano e all’associazione, nell’immaginario collettivo tra il termine “altre religioni” e la religione islamica con il conseguente accostamento improprio ed ingiusto al terrorismo internazionale, oltreché ai problemi connessi con l’immigrazione. 
Degno di nota è anche l’aumento di fiducia riscosso dalle associazioni delle imprenditori (+14,7%), specialmente se si contestualizza il dato nella crisi economica che il Paese sta affrontando dalla fine del 2008.
La Pubblica amministrazione segna un interessante miglioramento di fiducia (+3,7%). Segno evidente che gli sforzi compiuti in direzione di una maggiore trasparenza, una migliore organizzazione e di una diversa qualità dei rapporti con il cittadino sta producendo risultati positivi. Ma il tasso di sfiducia resta ancora altissimo (73,8%) (burocrazia e apparati pubblici).
Inoltre, il 45,5% dei soggetti intervistati ha affermato di non nutrire alcuna fiducia nei confronti dei partiti. Tassi così alti di sfiducia vengono segnalati solo nei confronti dei sindacati (35,8%) e dalle altre confessioni religiose (35,9%) (tabella 20). 
Circa un terzo del campione si è detto invece abbastanza fiducioso nei confronti della Chiesa e più della metà nei confronti delle associazioni di volontariato, testimoniando di fatto una sostanziale disistima nei confronti degli ambienti legati al sistema di potere e una maggiore attenzione verso le organizzazioni ispirate da etiche e valori condivisi.
Su un altro fronte i partiti e i sindacati dimostrano ancora una loro grande difficoltà a recuperare il rapporto con il tessuto sociale: quasi l’88% (nessuna fiducia, 45,5% e poca fiducia, 42,4%) e il 76,7% (nessuna fiducia, 35,8% e poca fiducia, 40,9%) degli intervistati hanno dichiarato di non nutrire fiducia verso queste due istituzioni (tabella 19).
Come accennato precedentemente, la scuola è una delle due istituzioni che continua a perdere fiducia da parte degli italiani e in particolare da parte delle fasce giovanili: il 52,7% degli intervistati con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di avere poca fiducia nei confronti dei soggetti a cui è deputata la formazione scolastica e il 10,1% non ha alcuna fiducia. 
Nonostante le riforme e l’attenzione dedicate dal Ministro dell’Istruzione Gelmini, la percentuale di poca fiducia verso la Scuola si raccoglie in maniera maggiore tra gli intervistati vicini al centro-destra e alla destra (50,3% e 43,2%).
 
I SINDACATI PERDONO COLPI A SINISTRA
 
Rispetto agli schieramenti politici, le organizzazioni sindacali segnalano un perdita del consenso soprattutto da parte degli intervistati che si dichiarano di sinistra e di centro-sinistra. Il 43,8% dei primi ha asserito di essere poco fiducioso (dato molto vicino alla percentuale degli intervistati di centro-destra) e quasi il 30% dei secondi di non esserlo per nulla.
Colpisce questo dato proprio perché segnala il progressivo allontanamento tra il sindacato e quegli italiani che per cultura politica sono sempre stati più vicini alla vita e alle attività del sindacato. Sembra essersi insomma consumata una scissione tra il sindacato e la propria area culturale di riferimento, motivata forse dal fatto che soprattutto a sinistra e nel centro-sinistra al sindacato viene attribuito l’impegno a tutelare esclusivamente gli interessi degli occupati e dei pensionati mentre trascura o non è in grado di interpretare le attese e le esigenze di tutto quel mondo del precariato che è cresciuto nell’ultimo decennio.
 
PARTITI E DISTANTI
 
La completa mancanza di fiducia nei confronti dei partiti è espressa in maniera quasi uniforme in tutte le aree geografiche del Paese con le punte del Centro (49,3%) e delle Isole (52,9%). Se si sommano le percentuali di coloro che non hanno nessuna fiducia e di coloro che ne hanno poca il picco della sfiducia si concentra ancora una volta nel Centro con il 91,5%, seguito dal Sud con l’87,6%, dal Nord-Est con l’87,5% e dal Nord-Ovest con l’87,2%.
Le Isole con il loro 85,3% non producono nessun conforto ad una situazione che appare gravemente compromessa.
La fiducia espressa dagli italiani nei confronti dei partiti politici è molto bassa a prescindere dalla loro area politica di appartenenza. In ciascuna di queste infatti il numero di chi dichiara di non avere “nessuna fiducia” e di chi comunque sostiene di riversarvene “poca”, supera (in totale) l’80%.
Nonostante ciò, confrontando i dati registrati con quelli dello scorso anno, la fiducia nei partiti, nel corso del 2009, pare essere aumentata di circa il 5%.
Rispetto all’anno precedente, infatti, in ogni area politica di appartenenza si registra una riduzione percentuale del numero di chi dichiara di non avere “nessuna fiducia”, compensata da un proporzionale aumento di chi dichiara al contrario di averne “abbastanza”.


LA CHIESA RIPRENDE QUOTA
 
Così come abbiamo segnalato nelle pagine precedenti (tabella n. 18) la Chiesa sembra aver superato la fase di stallo che aveva caratterizzato i recenti anni passati e la fiducia degli italiani nei suoi confronti segnala un sensibile incremento. Sembra ormai essersi esaurito l’effetto Wojtyla, la cui morte aveva provocato un forte senso di disorientamento tra i fedeli e che i primi anni del nuovo pontificato non erano evidentemente riusciti a colmare. Via via che il pontificato di Papa Benedetto XVI procede, il suo messaggio riesce a penetrare nell’immaginario collettivo anche per la sua fermezza, lucidità e chiarezza. Molto apprezzate sembrano essere le posizioni assunte recentemente sul ruolo e sulle responsabilità della Chiesa anche di fronte a temi e a questioni dolorosamente aperte dalla cronaca.
La fiducia nella Chiesa ha un riscontro differente in ogni singola area politica. Se nell’area di sinistra è il 37% a non avere “nessuna fiducia”in questa istituzione, nel centro e a destra tale percentuale si abbassa notevolmente. registrando rispettivamente solo un 14,9 % e un 17,4%.
È comunque nelle aree politiche di centro e di centro-destra che si registra la maggiore fiducia. In queste due aree politiche, infatti, il totale di chi dichiara di averne “abbastanza” e “molta ” è rispettivamente il 61, 9% e il 58,2%, contro il 46,2% della destra e il 40,1% della sinistra.
 
MAGISTRATI: MEGLIO SEPARATI
 
La risposta a questa domanda è netta e non lascia grande spazio all’interpretazione. Solo il 36% condivide e approva l’attuale sistema ordinamentale che accomuna indistintamente i magistrati dell’accusa, quelli che devono esercitare una funzione di controllo sull’operato dei primi nel corso delle indagini e coloro che invece attraverso il processo dovranno giudicare. 
Il 57,8% non condivide tale sistema e solo il 6,2% non sa o non è in grado di rispondere. Se si passa ad esaminare il rapporto tra dato e appartenenza politica si nota come i più favorevoli all’attuale sistema si concentrano nell’area della sinistra (53%) che però registra anche un sostanzioso 41,6% di contrari.
Nel centro-sinistra, forse anche a sorpresa, i contrari superano i favorevoli; 51,2% contro il 41,7%. Gli elettori di centro esprimono per il 63,3% un parere negativo mentre nell’area di centro-destra quasi i tre quarti degli intervistati (71,7%) è contrario. Percentuale che lievita ulteriormente nell’area di destra sino ad arrivare al 75,9%. Anche tra coloro che dichiarano di non riconoscersi in nessuna area politica, la maggioranza (55,6%) esprime parere negativo nei confronti dell’attuale sistema. I favorevoli si concentrano, come prima segnalato, nella sinistra, ma diventano minoranza nel centro-sinistra e nelle altre aree politiche. Vi è quindi uno zoccolo duro concentrato in un’area politica e culturale ben delimitata che vede ogni possibile cambiamento come un pericolo. E tuttavia anche a sinistra la distanza tra favorevoli e contrari tende ad assottigliarsi. 
Tra coloro (36%) che condividono l’attuale sistema ordinamentale, più della metà (53,7%) afferma di avere fiducia nella capacità e nella indipendenza di giudizio dei magistrati italiani.
Il 25,9%, cioè un italiano su quattro, è preoccupato della possibilità di separare le carriere poiché intravede il pericolo che il ruolo dell’accusa possa indebolirsi.
Il 19% invece è convinto della bontà del nostro modello organizzativo e ritiene che i sistemi politici con carriere separate offrano minori garanzie di indipendenza ed affidabilità.
Per quanto riguarda l’area politica di appartenenza  i sostenitori dell’attuale sistema sono ampiamente rappresentati all’interno di tutti gli schieramenti politici. La fiducia massima nella capacità e nella indipendenza di giudizio dei magistrati viene espressa dagli intervistati di centro con il 65% seguita da quelli di centro-sinistra con il 57%, da quelli di sinistra con il 54,8%, da coloro che non si riconoscono in nessuna area politica con il 50%, dagli intervistati che si dichiarano di centro-destra con il 47,5% e da quelli di destra con il 40%.
I più timorosi che la separazione delle carriere possa indebolire il ruolo dell’accusa sono nella destra con il 36%, nel centro-destra con il 35%, seguono la sinistra con il 27,4%, coloro che non si identificano in nessuna area politica con il 25%, il centro-sinistra con il 20,9% e il centro con il 20%.
Pare, dunque, che i più preoccupati sul possibile indebolimento dell’accusa siano coloro che si collocano nel centro-destra e nella destra. Segno evidente che il tema della giustizia è fortemente sentito anche in quella parte dell’elettorato che secondo la vulgata comune dovrebbe avere un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei pubblici ministeri. Una attenzione al tema che supera abbondantemente quella espressa dal centro-sinistra, area politica nella quale più forte si manifesta la solidarietà e la vicinanza nei confronti dei magistrati.
Come si è visto, una larga maggioranza, il 57,8% degli intervistati ha espresso la propria contrarietà nei confronti dell’attuale organizzazione del sistema giudiziario (tabella 27). Il 28,3% di questi è convinto infatti che il sistema attuale pregiudichi l’imparzialità stessa dei magistrati. Il 18,9% è convinto invece che questo sistema non consenta la necessaria parità nel corso del procedimento penale tra accusa e difesa ma è sul raffronto con le altre esperienze, specialmente quelle dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, che si concentra l’attenzione degli intervistati che esprimono la convinzione per il 51,5% dei casi che quei sistemi offrano maggiori garanzie di indipendenza ed affidabilità.
Ora, convinti come siamo che la conoscenza effettiva del funzionamento della macchina giudiziaria in quei paesi non sia particolarmente approfondita presso la nostra opinione pubblica, esprimiamo la sensazione che il giudizio espresso dagli intervistati possa essere in qualche modo viziato da una troppo lunga esposizione ai telefilm d’Oltreoceano.
 
L’IMPARZIALITÀ DEI MAGISTRATI
 
La maggioranza degli intervistati (49%) ha abbastanza (39,1%) o molta (9,9%) fiducia nell’imparzialità dei magistrati. Di poco inferiore la quota percentuale dei non fiduciosi che nel 48,1% dei casi esprimono una completa sfiducia (poca nel 36,7%, nessuna nell’11,4%).
 Coloro che non si pronunciano rappresentano il 2,9% del campione interpellato. 
Le risposte alla domanda sull’imparzialità dei magistrati offrono un quadro che rappresenta la radicalizzazione dei giudizi ed una netta separazione tra le opinioni espresse dagli intervistati delle diverse aree.
 A sinistra dichiara di avere poca o nessuna fiducia il 32,1% mentre il 66,7% esprime abbastanza (50%) e molta fiducia (16,7%). 
Nel centro-sinistra la sfiducia cresce al 37,1% e la fiducia si abbassa al 60,2%. Nel centro esprime poca o nessuna fiducia il 47% degli intervistati e i fiduciosi calano al 50,7%. Nel centro-destra esprime sfiducia il 60,9% degli intervistati e solo il 35,4% ha abbastanza o molta fiducia. 
Nell’area di destra la percentuale di coloro che manifestano sfiducia sale al 66,7% e solo il 30,3% mostra di avere abbastanza (25,8%) o molta fiducia (4,5%). Anche tra coloro che dichiarano di non riconoscersi in nessuno degli schieramenti che il panorama politico offre, la percentuale dei non fiduciosi supera di qualche decimale il 50% (50,3%).
Tra coloro che hanno espresso fiducia nell’imparzialità dei magistrati il 53,7% riconosce loro capacità di giudizio e confida nella loro indipendenza. Il rischio che la separazione delle carriere possa indebolire il ruolo dell’accusa è segnalato e condiviso dal 25,9%, mentre la convinzione che la separazione delle carriere dei magistrati possa comportare minori garanzie di indipendenza e di affidabilità è condiviso dal 19% del campione.
Uno dei temi al centro del dibattito pubblico è rappresentato dalla presunta politicizzazione dei magistrati italiani che vengono spesso accusati, specialmente dai diversi esponenti politici, di essere guidati nella loro azione da pregiudizi di carattere politico o ideologico. L’accusa che viene loro rivolta è principalmente quella di non attenersi rigidamente ai compiti che la Costituzione e le leggi assegnano all’ordine giudiziario e di invadere campi e competenze che sono di precisa attribuzione politica.
Gli intervistati al riguardo sembrano avere le idee molto precise. Il 20,2% è convinto che i magistrati non siano condizionati dalle loro idee politiche. Il 53,5% è convinto che le idee politiche delle quali sono portatori condizionino solo una parte dei magistrati, quella parte definita comunemente “politicizzata”. Il 20,7% è invece convinto che tutti i magistrati siano fortemente condizionati dalla loro appartenenza politica o ideologica.
L’altra questione al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica è quella della durata dei processi sulla quale Governo e Parlamento sono impegnati. Questione che sta monopolizzando il confronto tra le diverse forze politiche e provoca forti attriti tra maggioranza e opposizione. Il Governo si propone di varare rapidamente una disciplina sulla durata dei processi con la cosiddetta “proposta del processo breve”.
Su questo tema gli italiani sono quasi per la totalità d’accordo; infatti, il 96,3% giudica i processi troppo lunghi. Solo il 3,7% invece è convinto del contrario.
Anche sulle cause e sulle responsabilità si evidenzia una certa consonanza tra gli intervistati: infatti il 55,5%, cioè la maggioranza, è convinto che siano troppi i passaggi burocratici che accompagnano i procedimenti mentre il 21,1% attribuisce al Governo, che non assicura i mezzi e le risorse necessarie, il cattivo funzionamento della macchina della giustizia.
Solo un’esigua minoranza, l’8,8% del campione, attribuisce una qualche responsabilità agli avvocati della difesa che avrebbero, in linea teorica, interesse a prolungarne la durata mentre solo l’8,1% degli intervistati attribuisce la responsabilità ai magistrati accusati spesso di avere una scarsa predisposizione al lavoro.
Questa domanda (tabella 39) tocca uno dei temi più delicati sul fronte della giustizia. Complici i mezzi di comunicazione di massa che spesso imbastiscono veri e propri processi mediatici assolvendo o condannando indipendentemente dallo svolgersi reale delle vicende, si è progressivamente affermata la prassi che vorrebbe che siano gli imputati di turno a dover dimostrare la propria innocenza. Infatti una delle frasi di rito pronunciata dagli stessi avvocati immediatamente dopo la formalizzazione di una qualche imputazione è “sapremo dimostrare la completa innocenza del nostro cliente”. E, dall’altra parte, spesso sono gli stessi magistrati ad esprimersi sulla stessa sintonia come se le leggi e la Costituzione fossero un optional. 
Gli italiani non sembrano avere dubbi: il 73,6% dichiara che deve essere il magistrato a dover dimostrare la colpevolezza dell’accusato e non questi la sua innocenza. Solo il 20,8% invece ritiene, con scarsa sensibilità nei confronti delle garanzie costituzionali, che debba essere l’accusato a dover dimostrare la propria innocenza. Questa schiacciante maggioranza segnala la sensibilità e la maturità degli italiani fortunatamente non del tutto annichilite da una strisciante sub-cultura giustizialista.
 
LA POLITICA DEL CONFLITTO
 
Il dibattito politico nel nostro Paese ormai da diversi anni è caratterizzato da una forte contrapposizione tra i due schieramenti principali. Governo e opposizione sembrano impegnati in una lotta all’ultimo sangue su questioni di carattere squisitamente politico nel migliore dei casi e squisitamente di potere nel peggiore, dimenticando spesso i veri problemi del Paese, le sue attese, le sue ansie e i suoi bisogni.
Questo scontro continuo e l’incapacità di trovare punti di intesa, quando necessario per il bene della collettività, contribuiscono ad affermare l’immagine di una politica inadeguata e distante dagli interessi veri dei cittadini.
Quanto detto appare confermato in pieno dalle risposte fornite alla domanda relativa al giudizio sul confronto tra le forze politiche: il 45,5% del campione, quindi quasi la metà, ritiene che all’origine di questo scontro infinito vi siano l’inadeguatezza e l’impreparazione degli esponenti politici, il 24,8% la ritiene una vera e propria patologia in grado di provocare gravi danni alla democrazia stessa. Solo il 9,5% degli intervistati ritiene che questo scontro debba considerarsi il normale risultato del confronto politico ed il 6,7% lo giudica il prodotto naturale della democrazia. Mentre per l’8,5% alla base vi sarebbe un conflitto sociale sottovalutato.
Abbiamo quindi chiesto al nostro campione di pronunciarsi sulle tre affermazioni contenute nella tabella seguente. Complessivamente l’85,3% degli intervistati condivide molto (56,1%) e abbastanza (29,2%) l’idea secondo cui i partiti dovrebbero cercare di raggiungere il massimo di concordia possibile per il bene del Paese.  
L’opinione secondo cui la diversità di opinioni debba manifestarsi in ogni forma possibile divide a metà il campione: il 49,6% manifesta un chiaro dissenso (per niente 29,3%, poco 20,3%) mentre complessivamente il 43,6% si dichiara favorevole (abbastanza 28,2%, molto 15,4%).
Tuttavia, il campione nella quasi totalità si dice abbastanza (23,1%) e molto (65,7%) per un totale di 88,8 punti percentuali convinto del fatto che occorra un rispetto comune per le regole della politica. 
Un altro tema che ha caratterizzato la recente vicenda politica è quello della riforma della legge elettorale che ha abolito il sistema delle preferenze. L’accusa che viene rivolta al nuovo sistema elettorale è da una parte di aver privato i cittadini della possibilità di scegliere direttamente il candidato per il quale votare e dall’altra di aver dato vita ad un sistema nel quale il Parlamento è di fatto nominato dai leader dei partiti.
Si discute da tempo sulla possibilità di riformare l’attuale legge elettorale reintroducendo il sistema delle preferenze e quindi la possibilità per i cittadini di scegliere il loro candidato.
Anche su questo fronte la risposta degli italiani è corale: l’83,1% è favorevole alle reintroduzione delle preferenze, solo un modesto 9,6% ne è contrario mentre il 7,3% non si sente in grado di prendere posizioni.
Se è vero che l’obiettivo primario della politica è quello di saper cogliere e interpretare le attese e le indicazioni dell’elettorato, il messaggio, almeno su questo punto – ma non solo visti i risultati complessivi del sondaggio – appare chiaro.

http://www.etribuna.com/aas/index.php?option=com_content&task=view&id=23857&Itemid=78
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SILVIA COSTA (PD):
"TETTO DI 5 BIMBI IMMIGRATI PER CLASSE,
DISCRIMINAZIONE SU BASE ETNICA E RAZZIALE"


"E' gravissima questa interpretazione riduttiva e assolutamente discriminatoria dell'assessore del Comune di Roma Marsilio che, rispetto alla proposta del Ministero della Pubblica Istruzione di mettere un tetto del 30% all'iscrizione di bambini stranieri nelle scuole della città per consentire le condizioni di una maggiore integrazione, prevede addirittura il tetto di 5 bambini per classe nelle scuole materne senza distinguere fra nati in Italia e all'estero. Si tratta di una vera e propria discriminazione su base etnica e razziale e non in nome di una difficoltà maggiore rispetto all'uso della lingua. Questo dimostra tra l'altro la non consapevolezza dei dati che riguardano i bambini figli di immigrati". A sostenerlo è l'europarlamentare del PD Silvia Costa.

"Forse - afferma la parlamentare europea - l'assessore Marsilio non sa che il 70% dei bambini stranieri nelle scuole materne è nato in Italia e che comunque frequentando la scuola italiana imparerà contestualmente lingua materna e lingua italiana, come dimostrano tutte le statistiche, e quindi la loro presenza nelle scuole consentirà davvero una piena integrazione nel sentirsi parte di questo Paese. E' strano che l'assessore Marsilio appartenga allo stesso partito del presidente della Camera Fini che invece sembrerebbe d'accordo sulla possibilità di dare, come noi chiediamo da tempo, la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia. La differenza fra la nostra proposta e quella di Fini è che noi vogliamo che la cittadinanza venga data ai bambini nati in Italia alla nascita se i genitori sono regolari in Italia da un certo numero di anni, mentre la proposta di Fini prevede per i bambini cinque anni di frequanza scolastica".

"Vorrei ricordare infine - ha concluso Silvia Costa - che non è possibile fare politiche che prevedano tetti quando non si fanno anche politiche abitative diverse. La maggioranza degli immigrati a Roma è concentrata in alcuni quadranti della città e sarebbe ben strano che alla mamma di un bambino non ancora cittadino italiano non si consentisse il diritto di iscrivere il bambino alla scuola più vicina a casa. Qui, a mio parere, si vanno a toccare diritti costituzionali e previsti dalla Costituzione Onu sui diritti dell'infanzia. Sarà un tema che porremo anche a livello europeo".
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Di Loredana Morandi (del 23/01/2010 @ 15:42:06, in Politica, linkato 1219 volte)
FINI: VENTURA,
“Sul processo breve non finisce qui.
Daremo battaglia”


Il vicepresidente vicario dei deputati PD: non si strattona il Colle


“Non finisce qui sul processo breve. Siamo determinati a condurre la nostra battaglia alla Camera con i nostri emendamenti, con le eccezioni di costituzionalità, con l’opera di convincimento verso parlamentari della maggioranza che mal sopportano i diktat di Berlusconi”.  Lo dice Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD commentando le parole del presidente della Camera Gianfranco Fini.
“L’accordo politico di cui parlano alcuni deputati della Pdl  potrebbe non essere eterno – continua Ventura - e il fatto che si pensi di programmare i tempi della discussione a dopo le Regionali, dimostra che il processo breve non è una buona pubblicità per il centrodestra e che i giochi sono ancora aperti”.
“Se e quando il provvedimento sarà legge, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano,  interverrà con la sua decisione che noi rispettiamo fin d’ora – conclude il vicepresidente PD - . Non mi è mai piaciuto chi tenta di strattonare il Colle nella direzione che gli conviene”.

Roma, 22 gennaio 2010

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Processo breve, Pd: critiche non sono propaganda, è in gioco il senso dello Stato


Ferranti:  servono modifiche radicali, chiederemo non applicazione ai processi in corso


“Se non ci sarà un passo in dietro definitivo chiederemo modifiche radicali tra cui la non applicazione delle norme ai processi in corso”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti commenta le aperture del presidente Fini a nuove modifiche parlamentari al ddl sul processo breve. “La retroattività della norma sarebbe devastante perché getterebbe al macero centinaia di migliaia di processi ledendo le legittime aspettative delle vittime. Un vero e proprio colpo di grazia per il sistema giudiziario con dei costi economici enormi per lo Stato che vedrebbe gettati al vento milioni e milioni di euro spesi per le indagini, le istruttorie, le pratiche processuali, le notifiche, le consulenze, le trascrizioni, e via dicendo: tutti costi che rimarranno esclusivamente a carico dello Stato. Per non parlare del costo che ricadrà sugli avvocati, specialmente quelli che operano nel penale, che rischiano di veder cancellato il loro lavoro e quindi di perdere le parcelle. E poi, tutte le vittime che non solo non vedranno accertata la responsabilità dei colpevoli ma che dovranno ricominciare da capo in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Insomma  – sottolinea Ferranti – non si tratta di polemiche legate alla propaganda o allo scontro politico qui è in gioco il senso dello Stato. L’applicazione del ddl sul processo breve – conclude Ferranti - scardinerebbe completamente il sistema giustizia, minando la credibilità  delle nostre istituzioni, ledendo le legittime aspettative delle vittime e discriminando i cittadini stabilendo che c'e' qualcuno più uguale degli altri".

Roma, 22 gennaio 2010

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Processo Breve, Boccuzzi (Pd): con ddl pugno in faccia a vittime Thyssen Krupp


“L’approvazione del ddl sul processo breve sarebbe un pugno in faccia per migliaia e migliaia di vittime del lavoro che non vedrebbero giustizia”. E’ la denuncia del deputato democratico Antonio Boccuzzi, superstite del rogo delle acciaierie Thyssen Krupp che annuncia: una vera e propria ‘battaglia parlamentare’ sul tema. “Lo stesso processo per le vittime della Thyssen Krupp – spiega Boccuzzi – potrebbe essere  profondamente colpito dall’approvazione del provvedimento visto che, a quanto pare, rimarrebbe come imputato solo l'ad dell'azienda che è l'unico per cui la condanna potrebbe essere superiore ai 10 anni. Ne verrebbe fuori un verdetto incompleto che non tiene conto delle legittime aspettative delle vittime e di tutti i familiari. Mi auguro che la maggioranza risponda all’appello del presidente della Camera, Gianfranco Fini e modifichi concretamente il provvedimento. Personalmente – conclude Boccuzzi - lavorerò per cambiamenti radicali che impediscano questa colossale ingiustizia”.

Roma, 22 gennaio 2010

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RIFORME: MAGISTRELLI E MONACO, DIALOGO RESO IMPOSSIBILE

Dichiarazione di Marina Magistrelli e Franco Monaco, della direzione nazionale del Pd.


"Come si può ancora disporsi a riforme organiche della Costituzione, ordinamento giudiziario compreso, con interlocutori che, come abbiamo denunciato a gran voce al Senato, fanno scempio della giustizia e stravolgono principi supremi ed equilibri costituzionali, aggiungendo che comunque sono decisi a procedere unilateralmente?" Cosi la senatrice Marina Magistrelli e l'Onorevole Franco Monaco componenti della Direzione Nazionale del Pd.  
"Se le nostre parole e i fatti altrui hanno un peso - continuano Magistrelli e Monaco - è difficile se non impossibile spiegarlo ai nostri elettori ma anche agli italiani. Si rischia la schizofrenia. Del resto, Zagrebelsky ci ha ammonito a non imboccare un sentiero oscuro e scivoloso. C'è modo e modo di arrivare all'eventuale e probabile referendum costituzionale confermativo. Una linea ferma, limpida e coerente - concludono - va praticata sin d'ora".
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Di Loredana Morandi (del 21/01/2010 @ 18:45:48, in Politica, linkato 1118 volte)
GIUSTIZIA: FINOCCHIARO, "RIFORME? MAGGIORANZA E' INAFFIDABILE.
INTERESSE PRIVATO DEL PREMIER E' SUA VERA PRIORITA' ".

"Per noi processo breve mantiene profili di incostituzionalita' ".


"Ci troviamo di fronte ad una maggioranza senza vergogna, è l`interesse privato del Capo del governo la vera priorità del centrodestra. Questo e' quello che ha dimostrato ieri il PDL in Senato. Riforme? Continuano ad essere necessarie, ma e' il Governo e la maggioranza che hanno la responsabilita' di un clima e oggi su di loro grava un giudizio di inaffidabilita' per quello che riguarda il confronto e le riforme". Ad affermarlo e' Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD in una intervista all'Unita'.
"Si e' partiti con il processo breve, insiste la Finocchiaro, e nel frattempo - alla Camera - si discute il legittimo impedimento, contemporaneamente hanno tentato un decreto legge per ottenere una norma da utilizzare subito nei processi di Milano e, dall`altra parte, si minaccia il Lodo Alfano costituzionalizzato. Tutto questo mentre il Paese attraversa una crisi difficilissima che investe le famiglie, in particolare quelle del Mezzogiorno".
"Con il 'processo breve' si produrrà non l`abbreviazione dei tempi del processo, ma  una  giustizia negata. L`unica verità che  questo provvedimento può affermare, infatti, è l`impellente necessità di salvare il premier. C`è da rilevare, tra l`altro, che con le nuove norme, l`unico interesse dell`imputato colpevole sarà quello di portare avanti il processo il più a lungo possibile. Non avrà alcun interesse, infatti, a chiedere un patteggiamento o un giudizio abbreviato".
Sulla questione dell'incostituzionalita' del provvedimento approvato al Senato la Finocchiaro continua: "Noi abbiamo presentato in Senato le nostre pregiudiziali di costituzionalità. La maggioranza ha ripulito un po` il testo, ma noi continuiamo a mantenere delle riserve sui profili di costituzionalita'. Dopodiché vedremo".
Sul confronto possibile sulle riforme, infine, la senatrice del PD osserva: "Le riforme dovrebbero essere varate per arginare una concezione in cui il potere non trova confini e per sbarrare il passo a una prassi costituzionale secondo la quale il Parlamento diventa il luogo della ratifica. Oggi si legifera per  decreti legge modificati con i maxiemendamenti, si ricorre continuamente al voto di fiducia.
Il Capo dello Stato ha denunciato più volte queste distorsioni. Abbiamo tutto l`interesse di rendere più forte la democrazia italiana con riforme che riescano a restituire forza alle istituzioni e a rendere più agevole il procedimento legislativo. Una grande forza riformista, come la nostra, non può arretrare di fronte all`esigenza di dare al Paese un assetto istituzionale equilibrato e moderno. Ma e'  ovvio che la maggioranza si assume la responsabilità di un certo clima e su di lei certamente oggi grava un giudizio di inaffidabilità. La prima garanzia di ogni relazione positiva, anche di quella politica quindi, è il riconoscimento e il rispetto reciproco. E se andranno avanti con questo andazzo tutto potrebbe complicarsi, malgrado io  avverta come impellente la necessità delle riforme. Per fare riforme utili al Paese ci troveranno sempre pronti, non ci troveranno pronti per fare ciò che hanno fatto ieri al Senato".

Roma, 21 gennaio 2010


Giustizia, Pd: dati Alfano dimostrano suo incapacità e fallimento


Ferranti : è ‘ministro ad personam’, sordo ad esigenze dei  cittadini e degli operatori


“La relazione di Alfano è la dimostrazione dell’incapacità e del fallimento della sua azione di governo”. Così la capogruppo del Pd nella II commissione di Montecitorio, Donatella Ferranti ha attaccato questa mattina in aula alla Camera il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. “Se a distanza di due anni – sottolinea Ferranti - i dati che fanno riferimento alle pendenze dei procedimenti civili e penali in Italia non hanno subito alcun miglioramento, be’, è evidente che siamo davanti ad un totale fallimento dell’azione del Governo e che i provvedimenti annunciati come la panacea di tutti i mali si sono dimostrati in realtà inefficaci perché settoriali e mai diretti a rimuovere le cause vere della lentezza dei processi come il cronico sotto organico, la dequalificazione del personale e l’inaccettabile definanziamento del sistema giustizia. Ma non c’è molto da stupirsi – aggiunge la democratica - visto che è dall’insediamento del Governo che il ministero della Giustizia sta lavorando unicamente come ‘succursale istituzionale’ del collegio difensivo del presidente Berlusconi. E’ una situazione molto grave che dovrebbe far riflettere visto che il ministro Alfano sta letteralmente ‘sprecando’ le energie di un intero dicastero per produrre leggi che non hanno a cuore gli interessi di tutti gli italiani ma sono piegate nei confronti delle esigenze di una sola persona. E’ stato così per il Lodo Alfano e per il decreto ‘blocca processi’, ed è ancora così per il legittimo impedimento e per il cosiddetto ‘processo breve’ che altro non è se non  un modo cinico di salvare il premier gettando al macero le istanze di centinaia di migliaia di vittime che non vedranno giustizia. Dopo le ‘leggi ad personam’ siamo arrivati al ‘ministro ad personam’”.

Roma, 21 gennaio 2010


Giustizia, Amici (Pd), Costa cerca di mettere zizzania
per nascondere fallimenti Alfano



“Ieri, al Senato, abbiamo affermato con forza che l’azione del Governo in materia di Giustizia è uno scempio. Oggi, alla Camera, i colleghi Ferranti e Orlando hanno criticato duramente l’azione del Guardasigilli facendo notare quanto in un anno nulla è cambiato per i cittadini mentre tutti gli sforzi del governo si sono concentrati nella stesura di norme ad personam. Comprendiamo il collega Costa, che fa il suo lavoro insinuando divisioni che non ci sono e cercando di mettere zizzania nel nostro partito, ma sbaglia di grosso: la notizia di oggi è che i dati presentanti dal ministro Alfano dimostrano chiaramente il fallimento della sua azione di governo”. Così la deputata democratica, componente dell’ufficio di presidenza del Gruppo del Pd di Montecitorio, Sesa Amici replica al capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa.

Roma, 21 gennaio 2010
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Di Loredana Morandi (del 21/01/2010 @ 13:21:30, in Politica, linkato 1252 volte)
Processo Breve, Pd: NO a corsie preferenziali e tempi contingentati

Ferranti: alla Camera sarà battaglia durissima



“Alla Camera faremo battaglia durissima contro questo provvedimento che giudichiamo profondamente sbagliato perché scardina il sistema giustizia, mina la credibilità delle nostre istituzioni, lede le legittime aspettative delle vittime e discrimina i cittadini stabilendo che c’è qualcuno più uguale degli altri”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta l’approvazione al Senato del ddl sul cosiddetto ‘processo breve’ che ora passa all’esame della Camera. “Non accetteremo corsie preferenziali né tempi contingentati: il testo ha impatti fortissimi sul sistema e dovrà essere esaminato in modo approfondito e accurato anche avviando una serie di audizioni in commissione. Il Parlamento deve poter svolgere a pieno, nei tempi che saranno necessari, il proprio ruolo senza esserne esautorato”.

Roma, 20 gennaio 2010


Giustizia -Sedi disagiate,
Ferranti: bene approvazione emendamento opposizioni

Se riforme per tutti, opposizioni sanno dare  loro contributo



''E' un primo passo molto importante che dimostra quanto le opposizioni siano capaci di dare il proprio contributo in presenza di riforme serie fatte nell'interesse del sistema giudiziario''. Così la capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera,  Donatella Ferranti commenta l’approvazione dell’emendamento del Governo che riprende il contenuto dell’emendamento del Pd e dell’Udc sottoscritto anche dall’Idv  che ‘permette ai vincitori del concorso in magistratura del 2009 di poter assumere le funzioni di Pm in tutte le sedi disagiate’.

Roma, 20 gennaio 2010


GIUSTIZIA: LUMIA (PD),
PROCESSO BREVE ENNESIMA PORCHERIA AD PERSONAM




Roma, 20 gennaio 2010 - "Per salvare Berlusconi si dà il colpo di grazia alla giustizia italiana". Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia.
"Oggi - aggiunge Lumia - la maggioranza ha approvato l'ennesima porcheria ad personam con conseguenze erga omnes. A pagarne le conseguenze, infatti, saranno tutti i cittadini italiani onesti, che attendono giustizia. In altre parole criminali, delinquenti e disonesti avranno la possibilità, se non la certezza, di farla franca perché il provvedimento non velocizza i tempi dei processi, ma fissa solo i limiti entro i quali essi devono concludersi".
"Se si vuole realmente velocizzare i processi - conclude il senatore del Pd - ci sono proposte, che noi abbiamo avanzato, in grado di ottenere ottimi risultati come: la riorganizzazione degli uffici, le notifiche elettroniche, l'aumento della pianta organica del personale. Penso inoltre che, se vogliamo un giustizia moderna e veloce, sia arrivato il momento di riflettere sui tre gradi di giudizio, oggi troppo farraginosi e non in grado di dare una risposta adeguata alla domanda di giustizia del nostro Paese".


PROCESSO BREVE: SOLIANI, GIORNO ASSAI TRISTE PER LA REPUBBLICA, OPPOSIZIONE NON E' BASTATA SERVE RISVEGLIO OPINIONE PUBBLICA

"È un giorno assai triste per la Repubblica. Oggi il Pdl e la Lega hanno approvato una legge che fa scempio della giustizia italiana". Lo dichiara la senatrice del Pd Albertina Soliani che così continua: "È una legge dannosa per i cittadini che attendono giustizia e risarcimenti. In cambio libera dai processi chi commette reati. Serve solo a Berlusconi. L'interesse privato di uno solo prevale sul bene comune e quell'uomo guida una maggioranza che senza di lui sparirebbe". L'opposizione del Pd e degli altri partiti  - continua Soliani - non è bastata a fermare questo disegno perverso. Solo il risveglio dell'opinione pubblica e una profonda rigenerazione morale del Paese potranno fermare la deriva".


DigitPA: Pd, scandalosa nomina di Giacalone

“La nomina di Davide Giacalone a presidente della DigitPa è uno scandalo”.



Lo dice Sesa Amici, capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio che oggi ha dato il via libera alla nomina proposta dal ministro Brunetta. Amici sostiene che “Giacalone, come è ampiamente emerso dal dibattito in commissione, non ha nessun titolo scientifico e manageriale per gestire un incarico per il quale è indispensabile un altissimo ed appropriato profilo professionale, visto che la DigitPa dovrà garantire l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione. Inoltre, e non ultimo, Davide Giacalone è stato coinvolto nelle inchieste mani Pulite per tangenti al partito repubblicano, accuse dalle quali fu prosciolto nel 2001 solo per l’intervenuta prescrizione, come ha ammesso lo stesso ministro Brunetta. Dunque, non è affatto comprensibile la scelta di Pdl e Lega: la maggioranza deve rivedere la proposta avanzata dal ministro Brunetta che, non a caso, al Senato era stata respinta”.

Roma, 20 gennaio 2010
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DigitPA: Zaccaria (Pd),
No a Giacalone presidente

Brunetta predica meritocrazia
ma pratica il peggior ‘nepotismo’




“Il Pd ha votato contro la nomina di Davide Giacalone a presidente della DigitPA, organismo chiave per l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione, incarico per il quale percepirà un’indennità di 315 mila euro: la nomina è stata votata da 24 deputati contro 20”.

Lo rende noto il vicepresidente della commissione Affari costituzionali, il Democratico Roberto Zaccaria, il quale sottolinea che “il dottor Giacalone in base al suo curriculum non risulta idoneo per questo incarico che richiede alte e comprovate competenze scientifiche e manageriali nel campo dell’innovazione tecnologica.

Anche da quanto è chiaramente emerso dal dibattito in commissione, la proposta del ministro Brunetta è basata dal loro antico rapporto di amicizia e la nomina dimostra che il ministro predica bene e razzola male: se questo è l’esempio di quella meritocrazia di cui spesso parla, penso che tutto il mondo scientifico e manageriale avrà la possibilità di giudicare la coerenza del ministro in questo come in altri casi”.

 Roma, 20 gennaio 2010
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:30:06, in Politica, linkato 1143 volte)
PROCESSO BREVE: ZANDA, GESTIONE SCHIFANI NEGATIVA


"Non condivido affatto il modo in cui il presidente Schifani ha gestito i lavori dell'Aula di Palazzo Madama su un provvedimento tanto delicato e importante. Un provvedimento per il quale, se diverrà legge, piangeranno molti italiani, molte vittime. Moltissimi cittadini che aspettano il risarcimento dei danni subiti perché i processi verranno interrotti da una legge approvata per motivi ben diversi da quelli che la maggioranza sbandiera da settimane". Così il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda interviene in Senato nel corso della discussione sul processo breve.

"Schifani - continua Zanda - ha avuto per tutto il tempo un atteggiamento negativo nei confronti dell'opposizione. Proprio in relazione alla finalità del provvedimento che, come tutti sanno, mira a salvare il presidente Berlusconi dai suoi problemi con la giustizia, Schifani avrebbe dovuto avere molta prudenza e non l'ha avuta. La sua gestione dei lavori non ci ha convinto per niente. Non ci ha convinto - spiega Zanda - quando ha deciso che la commissione giustizia avrebbe potuto esaminare il provvedimento ma senza potersi esprimere su di esso. Non ci ha convinto quando ha minacciato di togliere la parola ai senatori dell'opposizione sulla base del contenuto delle loro dichiarazioni. Non ci ha convinto quando ha dichiarato inammissibile alcuni degli emendamenti dell'opposizione. Non ci ha convinto - conclude Zanda - quando ha dichiarato ammissibile un emendamento che non lo era al solo fine di tutelare al meglio un provvedimento cucito addosso al premier".  
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 06:18:10, in Politica, linkato 1283 volte)
Quando Di Pietro non indagò la mafia

di Gian Marco Chiocci


Alle rivelazioni del pentito Li Pera sul sistema delle tangenti non seguirono adeguati approfondimenti

 

Nel giorno in cui l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, conferma quanto anticipato da Antonio Di Pietro, e cioè l’esistenza di più fotografie che ritraggono i due seduti a tavola 9 giorni prima che Contrada venisse arrestato per mafia («oltre che in quella occasione non ho avuto rapporti con Di Pietro - dice l’ex poliziotto - il 15 dicembre furono scattate numerose fotografie di cui sono in possesso») sul doppio fronte mafia-Tonino e mafia-americani - evocato sempre da Di Pietro giorni fa - da Palermo emergono novità degne di nota. Partiamo dal primo fronte. L’avvocato Piero Milio, difensore del «geometra» Giuseppe Li Pera, gran conoscitore del «sistema degli appalti» poi sviscerato nei dettagli dal pentito mafioso Angelo Siino, si sofferma sulle «irritualità investigative» che sarebbero seguite all’interrogatorio che Di Pietro fece al suo assistito il 9 novembre 1992. Per capire a quali «irritualità» faccia riferimento il legale occorre procedere per gradi, partendo dall’esame che Di Pietro fece al «geometra» in compagnia dell’allora capitano dei carabinieri del Ros, Giuseppe De Donno (quello della presunta «trattativa» fra Stato e antistato mafioso oggetto delle battaglie politiche del leader Idv) lo stesso ufficiale che lo accompagnò a Rebibbia a parlare qualche mese dopo con Vito Ciancimino, interrogatorio che Di Pietro ha incautamente negato di avere mai svolto.

«COSÌ FUNZIONAVA IL CARTELLO DELLE GARE»
Stando a quel che risulta all’avvocato Milio le rivelazioni-bomba di Li Pera su determinati appalti al Centro e Nord Italia, confessati ad Antonio Di Pietro, non hanno avuto seguito. Semplicemente perché «con somma sorpresa dell’interessato», spiega l’avvocato Milio, Li Pera non venne più invitato ad approfondire i temi della confessione a Di Pietro né dallo stesso pm milanese né da altri suoi colleghi settentrionali ai quali il politico molisano potrebbe aver trasmesso il verbale per competenza, e nemmeno venne mai chiamato a testimoniare nei processi dedicati in tutto o in parte alle circostanze da lui riferite il 9 novembre 1992.
Quale responsabile delle commesse siciliane per l’azienda Rizzani-De Eccher, Li Pera fa presente di aver chiesto di parlare con un pm di Milano «perché, per esperienza diretta, ho avuto modo di constatare alcuni meccanismi di suddivisione degli appalti» al Nord, «specie con riferimento a quegli Enti che si occupano di autostrade: mi riferisco, in particolare, alle società Autostrade, ai consorzi autostradali (consorzio Val di Susa per l’autostrada del Frejus, consorzio Torino-Savona etc) e, principalmente, l’Anas».

«I TRUCCHI ALL’ANAS PER LE SOCIETÀ AMICHE»
In sostanza, prosegue Li Pera, «faccio riferimento alla costruzione di quelle strade di cui l’Anas ha la gestione o l’alta sorveglianza». Ma non solo. Prima di elencare a Di Pietro l’elenco degli appalti viziati dal pagamento di tangenti, da accordi fra società solo in apparenza concorrenti, dalle percentuali alle imprese riconducibili a Cosa nostra, Li Pera spiega come funzionava il «sistema delle imprese» che si «accordano fra loro in una specie di “cartello” avente lo scopo di controllare e precostituire il buon esito della gara». Ogni società, a turno, «con un sistema di rotazione» attraverso «un sorteggio a eliminazione», si aggiudicava l’appalto. Per i lavori autostradali era lo stesso, e attraverso progettisti compiacenti, si arrivava «a far lievitare ad arte il valore di un appalto a un prezzo tale che (...) gli potesse permettere di creare un surplus di guadagno tale anche da ricompensare quegli organi delle istituzioni che le hanno permesso simili operati». Li Pera fa l’elenco degli studi di progettazione puntualmente beneficiati dalle commesse, parla di «prezzario dell’Anas» che «è una specie di vangelo (...) che non corrisponde ai reali valori di mercato ma serve per creare utili non giustificati», si dilunga sugli escamotage per creare il nero e finanziare i partiti (o la mafia).

«PAGAVAMO IL 7% A TUTTI I POLITICI»
Parla per esperienza diretta, e a Di Pietro rivela: «Sull’autostrada Val di Susa (...) la mia ed altre imprese assegnatarie degli appalti pagavano una somma di circa il 7% del valore dell’appalto ai politici». Segue l’elenco dei politici pagati, dei funzionari a conoscenza della corruzione. «Poi c’è la questione dell’autostrada Roma-Napoli dove ho appreso del pagamento delle tangenti all’Anas» idem «per l’ospedale di Torino» così come molto dice sull’appalto «da 80 milioni di dollari per costruire una strada, in Tanzania, della cooperazione» con relative percentuali del 10% da versare al dipartimento del ministero degli Esteri e ai ministri africani, «dell’8% al procacciatore d’affari». Li Pera passa poi a raccontare del comitato d’affari costituito da politici di rilievo (Salvo Lima su tutti) e dagli imprenditori siciliani e di spessore nazionale.

Ascoltato come teste al processo Borsellino Ter, il 21 aprile ’99 Di Pietro s’è ricordato di Li Pera, soffermandosi sul filone siciliano del comitato d’affari. «Nel settembre ’92, mi arrivò, non ricordo se dal Ros o dal nucleo operativo di Milano, suggerimento di sfruttare un certo Li Pera per avere delle notizie ed aprire un troncone di “Mani pulite” in Sicilia. Ascoltai Li Pera e indagando sul comitato di affari indicatogli dal geometra scoprii che Salvo Lima, 15 giorni prima di essere ucciso, ricevette dall’Enimont un miliardo in Bot e Cct». Di Pietro aggiunge d’aver collaborato con Borsellino fino alla morte di Falcone e di «aver interrotto il rapporto con la Sicilia» dopo la bomba di via d’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Sarà per questo che delle precise rivelazioni di Li Pera sulle tangenti al Nord non se ne è saputo più nulla?

LE «INDAGINI» DEGLI USA SUI REPERTI DI VIA D’AMELIO
Passando invece al capitolo «mafia-America» evocato da Tonino, per trovare qualcosa di interessante-inquietante occorre andare a rileggere determinati atti depositati ai processi Falcone e Borsellino. Per la strage di Capaci c’è da registrare il ruolo «sinistro» ricoperto dall’Fbi che si precipitò a Palermo a raccattare le cicche delle sigarette fumate sulla collina che sovrasta Capaci da dove Brusca azionò il telecomando: il test del Dna su quei mozziconi, considerato essenziale, non è mai confluito al dibattimento. E che dire della decisione di affidare, ancora all’Fbi i reperti della strage di via D’Amelio che sono stati esaminati in un laboratorio a Roma il cui accesso è stato sempre vietato ai tecnici della nostra polizia scientifica: durante il dibattimento s’è scoperto che l’Fbi ha fatto piazza pulita di tutti i reperti «dimenticandosi» della targa dell’auto di Borsellino e soprattutto del gigantesco «blocco motore» della presunta autobomba mai rintracciato nei video girati e nelle foto scattate immediatamente dopo la strage.

LA MANUTENZIONE DI CAPACI A UNA DITTA DELLE COSCHE
Di America e americani nelle stragi del ’92 s’è poi discusso a lungo in due altre occasioni. Allorché venne riesumato il data-base di Falcone a proposito di un suo viaggio misterioso negli Stati Uniti, confermato dal funzionario Rose dell’Fbi («ma non posso dire dove e con chi il giudice si incontrò») e smentito dall’ex ministro Martelli (che in precedenza aveva sostenuto il contrario). E quando un’interrogazione parlamentare dell’allora radicale Piero Milio evidenziò come la manutenzione del tratto stradale di Capaci saltato per aria era gestito da un’azienda di Altofonte, riconducibile ai mafiosi Di Matteo e Gioè, che prese l’appalto a trattativa privata e consegnò i lavori pochi giorni prima della bomba. Le «vie» della mafia sono infinite.

Il Giornale
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