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La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia.

Thomas Mann
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 19/01/2010 @ 17:54:14, in Politica, linkato 1279 volte)
Attentato giudici: Rosario Crocetta (PD) "Sincera solidarietà.
I siciliani onesti sono accanto a voi".



"La mia solidarietà vera, sincera nei confronti di 4 valorosi magistrati che la lotta alla mafia l'hanno fatta e la fanno veramente, col proprio impegno costante, quotidiano, con serietà e dedizione, contribuendo in questi anni a fare luce su tanti delitti, su tante sopraffazioni rendendo giustizia ai siciliani".
E' quanto dichiara Rosario Crocetta, eurodeputato del partito Democratico, commentando la notizia dello sventato attentato nei confronti di alcuni magistrati impegnati in indagini antimafia in Sicilia.

"Così come sono convinto che faranno luce su una delle pagine più buie della storia d'Italia, quella stagione delle stragi che vide realizzare un patto scellerato fra criminalità organizzata e settori deviati dello Stato. Ritengo che Lari, Ingoia, Paci e Gozzo anche questa volta troveranno la soluzione, troveranno assassini e mandanti, scopriranno la chiave di lettura per comprendere quella fase della nostra storia e sapranno individuare insieme agli
autori materiali delle stragi anche i mandanti ed i complici. La Giustizia non si ferma, - continua Crocetta - nessuno pensi di poterlo fare. La mafia deve sapere che la nostra lotta non si arresta di fronte alle minacce, alle condanne e agli attentati.

C'è una vicenda che colpisce ancora una volta nel progetto dell'attentato ai magistrati, quello che non è vero che la mafia abbia rinunciato all'azione militare, la mafia sceglie di volta in volta la propria strategia e sa quando deve colpire.
E' compito dello Stato e dei cittadini - conclude l'europarlamentare del Pd - assicurare quella protezione e quella solidarietà che possano consentire un grande lavoro di giustizia che rende liberi tutti quanti. Grazie a Sergio Lari, Gaetano Paci, ad Antonio Ingoia e Domenico Gozzo. I siciliani onesti sono accanto a voi".


MAFIA: LUMIA (PD), STATO GARANTISCA SICUREZZA MAGISTRATI ANTIMAFIA



Palermo, 19 gennaio 2010 - "Contro Cosa nostra non va assolutamente abbassata la guardia. La notizia di oggi sul pericolo attentati corso da alcuni dei magistrati antimafia più qualificati di Palermo e Caltanissetta deve trovare una risposta severa e forte da parte dello Stato". Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, commentando la notizia, riportata dalla stampa, di un progetto di attentato pianificato dalla
mafia ai danni del magistrato Sergio Lari. Nel mirino anche il suo sostituto Nico Gozzo e i pm di Palermo Antonio Ingroia e Gaetano Paci.

"È necessario - aggiunge Lumia - comprendere che la sicurezza non deve essere mai lesinata a chi combatte contro la mafia e poi bisogna sostenere sempre i magistrati antimafia sia quando colpiscono la parte militare di Cosa nostra, sia quando si occupano del sistema delle collusioni con la politica e l'economia. Ai magistrati va non solo una generica solidarietà, ma un pieno sostegno, perché la loro libera e autonoma attività è una risorsa preziosa che lo Stato deve tutelare".
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Di Loredana Morandi (del 19/01/2010 @ 17:36:39, in Politica, linkato 1360 volte)
Mi dispiace, ma lo sapevo e soprattutto era logico che accadesse ... LM.

19/1/2010 (7:33)  - IL CASO

E a Bari Vendola è indagato

L'accusa è concussione.
Il governatore: provano a inquinare la lotta politica

CARMINE FESTA

BARI - Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è indagato per concussione. Il suo nome è stato iscritto nel registro generale della procura barese per le pressioni che nel 2008 il governatore pugliese avrebbe esercitato sull’ex assessore alla sanità Alberto Tedesco (oggi senatore del Pd) per la nomina di un primario all’ospedale “Miulli” di Acquaviva delle Fonti. Si tratta del professor Giancarlo Logroscino, barese, esperto di epidemiologia tornato in Puglia dagli Stati Uniti dove è stato docente alla Harvard School di Boston.

Vendola lo avrebbe voluto primario all’ospedale di Acquaviva e di questa nomina avrebbe discusso con l’ex assessore Tedesco in conversazioni telefoniche che sono state intercettate dagli inquirenti che già indagavano sull’assessore regionale alla sanità. In una di queste Vendola avrebbe detto di aver saputo che per contrastare la nomina di Logroscino al “Miulli” si era mossa anche la massoneria. E avrebbe chiesto a Tedesco se la mancata scelta di Logroscino fosse dovuta proprio all’allora assessore alla sanità che, al professore tornato dagli Usa, avrebbe preferito un altro primario.

Tedesco replica che la scelta di un altro nominativo era stata dettata esclusivamente dalla valutazione dei titoli professionali del concorrente di Logroscino. Aggiunge inoltre di aver subito molte pressioni per il docente di Harvard e se ne lamenta con il governatore. Toni animati tra i due, ma la conversazione si conclude con Tedesco che dice di aver trovato la soluzione. Logroscino in Puglia si sarebbe occupato di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica). Ma sono stati soprattutto i riferimenti a presunte pressioni della Massoneria sulle nomine dei primari negli ospedali pugliesi ad attirare l’attenzione della procura barese. Per questo motivo Nichi Vendola nel luglio scorso fu sentito in procura dalla pm Desirée Digeronimo. Il colloquio tra i due durò quattro ore. E qualche giorno dopo fu seguito dalla lettera aperta che il governatore pugliese scrisse alla magistrata sui temi della sanità pugliese e le indagini che aveva provocato.

L’iniziativa di Vendola scatenò la polemica politica. E non solo. Lo stesso Consiglio superiore della Magistratura intervenne a tutela dell’inquirente barese, criticando l’uscita pubblica del presidente della Regione. Ora la vicenda di presunte pressioni di Nichi Vendola per la nomina del primario torna prepotentemente alla ribalta. Il governatore pugliese commenta così la notizia di una indagine a suo carico: “Sono notiziole che danzano nell’aria e che provano ad assediare la mia vita, ma sono notizie usate continuamente come inquinamento della lotta politica. Nel caso di Logroscino – aggiunge – se sono davvero iscritto nel registro degli indagati, non vedo quali reati potrei aver commesso. Anzi, dovrei essere premiato per aver capovolto l’andazzo italiano che porta avanti le persone non per meritocrazia, ma per fedeltà politica. Ho l’orgoglio di aver chiesto di tornare in Puglia ad un associato di Harvard, presidente mondiale dell’associazione delle scienze neurovegetative. Direi che in questo caso ho difeso il primato del diritto alla salute. Faccio fatica a credere ad una ipotesi di reato a mio carico. Se fosse così, sarebbe una ipotesi stravagante”.

Domenica prossima il centrosinistra pugliese sceglierà attraverso le primarie il candidato presidente della Regione. Nichi Vendola, governatore uscente e leader nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, affronterà Francesco Boccia, deputato del Pd. Fin qui la campagna elettorale è stata tormentata. Il centrosinistra non è riuscito a fare sintesi sul nome del candidato unico e arriva diviso alle urne. Ora alla polemica politica, allo scontro tutto interno che la coalizione ha consumato in queste ultime settimane, si aggiunge il caso giudiziario. Quando al voto mancano cinque giorni.

La Stampa
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Di Loredana Morandi (del 18/01/2010 @ 16:58:17, in Politica, linkato 1264 volte)
Qui l'articolo da "Il Tempo"



I servizietti segreti di Di Pietro


Nel 1994 Tonino fece uno strano viaggio alle Seychelles: dava la caccia a Francesco Pazienza. Per conto di chi?

Di Filippo Facci
Libero News

«Dicono che sono stato pagato dalla Cia» ha reso noto Antonio Di Pietro nel denunciare la circolazione di fotografie che lo ritraggono, in effetti, coi vertici del Sismi e persino con un agente della Cia. La storiaccia che a suo dire vorrebbero cucirgli addosso - un intrico che l’avrebbe visto al servizio degli Usa e addirittura della mafia -  appare tuttavia così improbabile che l’unico ad alimentarla, per ora, è stato oggettivamente lui, Di Pietro. Il quale, se da una parte si è prodigato nel rispondere a domande che nessuno aveva posto, d’altra parte non ha mai voluto spiegare altre vicende che appaiono molto più serie e tuttavia documentate.

Il fulcro resta lo stesso: i suoi rapporti con i servizi segreti.

Di Pietro controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari

Antonio Di Pietro, nel novembre 1984, era ufficialmente magistrato a Bergamo. Lo era diventato per vie decisamente inusuali: dapprima aveva lavorato per il ministero dell’Aeronautica presso una postazione dell’Ustaa (Ufficio sorveglianza tecnica armamento aeronautico) e in particolare controllava l’Aster di Barlassina, azienda che lavorava per l’Esercito - in stretto e ovvio contatto con il Sismi, i servizi segreti militari - e collaudava pezzi di alta tecnologia adottati dai Paesi Nato; giusto in quel periodo riuscì a laurearsi con velocità e modalità non meno inusuali - Libero avrà modo di tornarci la settimana prossima - e questo prima di diventare poliziotto lavorando nell’antiterrorismo con Vito Plantone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, circostanze che Di Pietro non ha mai ammesso ma sulle quali, pure, si avrà modo di tornare. Non meno rocambolesco,  nel 1981, era stato il suo esame da magistrato: sicché tre anni dopo, a Bergamo, eccolo destreggiarsi dopo che i suoi superiori l’avevano deferito al Csm non ritenendolo «in grado di dare tutti quegli affidamenti che vengono richiesti a un magistrato».

La strana vacanza

È proprio in quei giorni, nell’autunno 1994, che Di Pietro decise di prendersi una vacanza decisamente particolare. Va premesso, per comprendere lo scenario, che in quel periodo il Paese era ancora scosso dagli strascichi dell’eversione: nessuno aveva propriamente raccolto il testimone del defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma le più importanti inchieste sul terrorismo erano pervenute nelle mani del sostituto procuratore romano Domenico Sica. Un caso affidatogli fu quello del cosiddetto «Supersismi», sorta di servizio segreto parallelo creato dalla Loggia P2 e reo di gravissime deviazioni e commistioni col peggior mondo criminale. Capi occulti di questo organismo risultarono essere altri esponenti eccellenti del Sismi e tra questi il cosiddetto faccendiere Francesco Pazienza, inseguito da mandati d’arresto d’ogni tipo. Ma il faccendiere intanto se la rideva: inquisito anche per la bancarotta dell’Ambrosiano, dal tardo 1984, si era nascosto alle isole Seychelles. Un uomo d’affari, Giovanni Mario Ricci, l’aveva presentato al presidente dell’arcipelago Albert René con il quale il faccendiere era entrato in grande confidenza. Ogni tanto si limitava a far spedire in Italia memoriali difensivi dal suo avvocato americano o convocava finte conferenze stampa a New York. Sica intanto gli aveva già fatto sequestrare tutti i beni e gli aveva spiccato contro sette mandati di cattura internazionali.

Le foto che scottano

Il 20 novembre 1984, Antonio Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Si trattava di una meta facile: il presidente René non brillava propriamente per democrazia

Il capo del Sismi, l’ammiraglio Fulvio Martini, venne a sapere che Pazienza era celato nell’arcipelago. Quello delle Seychelles era un regime comunista appoggiato dal Cremlino, e tentare la via diplomatica all’epoca era impensabile. Alla disperata caccia di Pazienza si ritrovarono insomma il Sismi, il Sisde (i Servizi segreti civili) e il superprocuratore Domenico Sica. Una prima missione del Sisde era fallita: due agenti erano atterrati nelle isole a bordo di un aereo dell’Eni ma avevano combinato poco o niente. La circostanza è stata confermata da Giovanni Mario Ricci, allora sporadico corrispondente dell’Ansa e uomo d’affari cui i due agenti si rivolsero. Ulteriore conferma era poi giunta dal suo avvocato Corso Bovio. Ed eccoci al centro dell’arcano.

Proprio allora, il 20 novembre 1984, Antonio Di Pietro parte per le Seychelles. Con lui c’era una donna non identificata, e i due fecero di tutto fuorché i turisti. Sole e mare a parte, non si trattava di una meta facile: il presidente René non brillava propriamente per democrazia.
Tonino fece di tutto per mettersi nei guai. A bordo di una Mini-Moke a noleggio cominciò a fotografare in giro ma nascondendosi, acquattandosi; incontrò, tra gli altri, un vescovo cattolico ritenuto tra i capi dell’opposizione interna e chiese appunto informazioni su Pazienza, ascoltatissimo consigliere di René.

Di Pietro e compagna furono subito pedinati e intercettati. Un responsabile dei servizi di sicurezza locali, un nordcoreano, stilò un rapporto con tanto di fotografie e ipotizzò che quel signore potesse essere un agente del Sismi o del Sisde o della Cia, organismi interessati a Pazienza. Tutte queste circostanze, più molte altre, sono confermate da atti giudiziari nonché dal racconto di Francesco Pazienza e da un libro del medesimo pubblicato da Longanesi nel 1999, «Il disubbidiente».

L’agente nordcoreano e altri due sovietici proposero tranquillamente di far fuori l’intruso spingendo la sua auto giù da una scarpata, ritenendolo appunto un agente della Cia o del Sismi. Tra l’altro, intercettandolo, avevano verificato che ogni sera Di Pietro telefonava e relazionava. Pazienza mantenne fede al suo cognome e prese tempo. Andò all’hotel San Souci, dove dimorava quello strano italiano al mare, e ne spiò le generalità: era tal Di Pietro Antonio, magistrato alla Procura di Bergamo. Così, agli agenti sempre più ansiosi di far fuori il turista ficcanaso, Pazienza spiegò che se ne sarebbe ripartito a breve, che si calmassero. Pensò comunque di architettare uno stratagemma che potesse svelargli i referenti italiani di Tonino, e con un complicato giro di telefonate fece avere al magistrato delle notizie false: ossia che lui, il ricercato Francesco Pazienza, sarebbe passato dall’aeroporto di Lugano il 13 dicembre.

«Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini»

Contemporaneamente diede la soffiata anche agli svizzeri - tramite i servizi segreti della Germania Orientale - di modo che potessero bloccare e identificare gli agenti italiani sopraggiunti irregolarmente per arrestarlo: se fossero stati poliziotti significava che Tonino agiva per canali istituzionali; se fossero stati agenti del Sismi, invece, no.  Andò tutto come previsto: gli arresti ci furono e gli agenti fermati dalla gendarmeria svizzera furono due, un tenente colonnello e un brigadiere dei carabinieri: agenti del Sismi, si appurò. La giustizia svizzera emise anche un comunicato in cui confermava un’azione contro due appartenenti a «un servizio di informazioni dello Stato italiano (Sismi)». I due carabinieri rimasero in carcere per ventisei giorni e poi furono espulsi. L’ammiraglio Fulvio Martini, del Sismi,  non fece una bella figura, e non la fece neppure il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi.

«Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi», ha raccontato Pazienza, «e non c’erano dubbi... le passava a un altro magistrato il quale poi le riversava a Martini». Il magistrato, appunto, era Domenico Sica. Di Pietro ha fornito tiepidissime conferme ma non si è mai voluto soffermare sui particolari e neppure sulla sostanza. Pazienza, detenuto dal novembre 1995, ha confermato tutta la vicenda e così pure ha fatto Giovanni Mario Ricci, ma dell’intreccio si trova traccia anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado per il cosiddetto crack del Banco Ambrosiano, dove si riferisce - pagine 2 e 3 - che «Il Pazienza era rifugiato alle Seychelles» e soprattutto di «irrituali indagini» di un allora «sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo». Negli atti è finito anche un rapporto, con annesse fotografie, stilato da Di Pietro alle Seychelles: il presidente della Terza sezione penale Fabrizio Poppi prese appunto ampio spunto dalle «ricerche» di quello strano magistrato.

Quello strano rapporto

Perché strano? Uno degli avvocati di Pazienza, Giuseppe De Gori, interpellato, è stato esplicito: «È chiaro che qualcuno ce l’ha mandato. A che titolo sennò poteva stendere un rapporto per Sica? Se era un sostituto procuratore a Bergamo, allora scriva tranquillamente che Di Pietro ha commesso un reato, non poteva né indagare né stendere rapporti. Di Pietro ha detto che l’aveva spedito alla Procura di Bergamo, ma questo non è vero. Io so solo, ed è strano, che quel rapporto finì non si sa come nelle carte dell’Ambrosiano. Non esiste una norma giuridica per cui sia ammissibile che si sia verificato ciò». L’allora capo della Procura di Bergamo, Giuseppe Cannizzo, dichiarò oltretutto, sempre all’autore di questo articolo, che «A me non è mai arrivato nulla. Se fosse arrivato un rapporto del genere l’avrei saputo, ero il capo della Procura. Per quanto ne so, Di Pietro era in vacanza». L’allora capo del Sismi ammiraglio Fulvio Martini, a suo tempo interpellato, ebbe a confermare l’agguato contro Pazienza in Svizzera nonché l’arresto dei due suoi agenti, non escludendo un depistaggio architettato dal faccendiere; ha specificato di aver saputo della sua presenza alle Seychelles a mezzo intercettazioni telefoniche intercontinentali, ma ha detto di non aver mai saputo nulla di Di Pietro e di un suo rapporto con Sica; ha chiarito che «l’operazione Pazienza fu gestita interamente dai Servizi segreti fino al suo primo arresto, negli Stati Uniti» nel marzo 1985, ma di non aver spedito suoi uomini alle Seychelles; ha ipotizzato che Di Pietro «lavorasse anche per il ministero dell’Interno e avesse mantenuto dei legami col precedente mestiere».
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"Pazienza: «Di Pietro mi confidò il suo desiderio di dedicarsi presto a un’attività che non gli avrebbe consentito di avere più nulla a che fare con Mani pulite»

Stando a Francesco Pazienza, poi, altri contatti tra lui e Di Pietro risalgono al periodo di Mani pulite. Prima si incontrarono per caso il 9 gennaio 1993, in Corso di Porta Vittoria a Milano. Ma fu un attimo. Poi, il 19 luglio 1994, decisero di vedersi e solo quel giorno Di Pietro apprese che Pazienza, dieci anni prima, gli aveva salvato la pelle. Ha raccontato il faccendiere: «Accadde un fatto strano. Di Pietro mi confidò il suo desiderio di dedicarsi presto a un’attività che non gli avrebbe consentito di avere più nulla a che fare con Mani pulite. Mi chiese se ero disponibile a dargli una mano. La mia risposta fu immediata e positiva». Questo accadeva cinque mesi prima che si dimettesse dalla magistratura. È lo stesso anno, il 1994, in cui Di Pietro fu intervistato da Gianni Minoli a Mixer (Radue) e alla domanda «Ha mai incontrato un duro come lei?» rispose «Sì, Francesco Pazienza».

Un altro «fatto strano» avvenne il 14 ottobre successivo. Di Pietro fissò a Pazienza un altro appuntamento ma quest’ultimo, mentre era in viaggio verso Milano per incontrare il magistrato, ricevette una telefonata dalla sua segretaria: i carabinieri gli stavano perquisendo l’ufficio di La Spezia.
 La motivazione ufficiale era legata ai suoi presunti rapporti con la contessa Francesca Vacca Agusta, allora già latitante. «Il giorno dopo, al ritorno nel mio ufficio, diedi un’occhiata per controllare se durante la perquisizione era state mischiate alcune carte. Mi accorsi subito che tutto era al suo posto tranne il dossier sulle Seychelles: era sparito. Provvidi a informare subito il mio avvocato Scipione Del Vecchio e il titolare dell’ufficio Rino Corniola. Appresi poi che non era stato stilato, come prevede la legge, un elenco dettagliato dei documenti asportati, ma soltanto un verbale in cui c’era scritto “scatola con documenti”».

Il 17 aprile 1996 Francesco Pazienza venne convocato dalla Corte d’Appello di Milano per il citato processo sul Banco Ambrosiano. In primo grado, come detto, era stato condannato anche in base al rapporto che Di Pietro aveva steso su di lui alle Seychelles: lo si era utilizzato per sostenere che il faccendiere se la spassasse ai tropici coi soldi del Banco. Il faccendiere, per difendersi da quest’accusa, in aula raccontò parte della storia che si è appena narrata, ma priva di particolari decisivi. «Di Pietro spiava per Sica» titolò quindi il «Corriere» del giorno dopo con un tono di sufficienza, fingendo ironia. Nessuno o quasi realizzò. Tanto che Di Pietro, non poco imbarazzato, dovette ammettere ai giornalisti: «La faccenda è molto più complicata... comunque ne feci oggetto di un rapporto al pm Sica». Nulla più. Nessuno ci capì niente.

A distanza di tanti anni, però, qualcosa si vorrebbe capire: anche perché Antonio Di Pietro frattanto è divenuto un politico col marchio di fabbrica della trasparenza: non ha mai spiegato, però, come e perché si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale, spiando un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo, e a cui pure teneva il principe dei magistrati antiterrorismo, e sopra tutti, se non disturba, teneva il presidente del Consiglio dei ministri.
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"Tonino non ha mai spiegato come e perché si ritrovò a condurre una missione da intrigo internazionale, spiando un latitante cui il responsabile del Servizio segreto militare teneva in particolar modo"

Riepilogo finale

Si provi a ricapitolare: un giovanotto molisano ha lavorato negli ambientini dell’Aeronautica (Nato, Ufficio sicurezza, Aster, Ustaa) per cinque anni; si è successivamente laureato in soli trentun mesi, pur lavorando; è divenuto poliziotto; avrebbe lavorato per un’intelligence antiterrorismo; è divenuto magistrato, e - con una doppia bocciatura e un imminente «processino» al Csm - è poi partito per i tropici stendendo poi un rapporto per Domenico Sica, per alcuni aspetti continuatore del generale Dalla Chiesa, e su chi? Su uno come Francesco Pazienza, che racconta e mette nero su bianco - anche in un libro - storie di agenti sovietici e nordcoreani a tal punto convinti che Di Pietro sia un agente, guarda caso, da volerlo ammazzare.

Poi si appura che, pur risultando egli magistrato, le sue informazioni arrivano al Sismi e fanno scattare altre azioni del Sismi, gradite alla Cia.

Piacerebbe coltivare qualche curiosità a proposito, piacerebbe insomma conoscere la biografia di Antonio Di Pietro per intero: senza dover sospettare che ne esista un’altra, parallela a una carriera parallela. È gradita risposta.

18/01/2010
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Di Loredana Morandi (del 16/01/2010 @ 19:58:17, in Politica, linkato 1357 volte)
GIUSTIZIA: QUAGLIARELLO (PDL),DISINNESCARE CONFLITTO CON POLITICA

(AGI) - Cagliari, 16 gen. - "Per creare le condizioni affinche' una riforma possa essere discussa e andare in porto occorre disinnescare la miccia del conflitto tra il potere politico e quello giudiziario e addirittura tra potere giudiziario e la sovranita' popolare". Gaetano Quagliariello, senatore del Pdl, intervenendo a Cagliari al convegno nazionale sul ruolo delle Assemblee legislative e sulle riforme, ha ribadito la volonta' della maggioranza di governo di "metter mano a riforme complessive ed essenziali per la nostra democrazia. Le opposizioni non dipingano come legge ad personam provvedimenti essenziali per il Paese".

  Secondo il costituzionalista del Pdl "se si vuole modernizzare l'Italia, rendendola una democrazia normale, non si puo' non metter mano al problema della giustizia: serve ai cittadini che hanno diritto ad una giustizia piu' equa ed efficiente e serve al Paese, che da quindici anni e' sottoposto a fibrillazioni continue a causa del conflitto tra giustizia e politica e dell'uso politico della giustizia". Non l'esigenza di una persona, quindi, ma "un'esigenza strutturale dell'Italia". Da una democrazia dei partiti si e' passati, per Quagliariello, "a una democrazia degli elettori. Una situazione sostanziale, suggellata dalla volonta' dei cittadini, dalla ricerca di un contatto diretto tra gli elettori e la rappresentanza. Se si vuole che il Parlamento conservi la sua centralita' - ha detto ancora il senatore Pdl - sara' importante completare al piu' presto la riforma dei regolamenti avviata in Senato: molti problemi si possono risolvere cosi', senza modificare la costituzione. Si possono garantire tempi certi per l'approvazione dei provvedimenti del Governo, riconducendo anche la decretazione d'urgenza entro binari propri".


GIUSTIZIA: ORLANDO (PD), DA ANM ALLARME SERIO. AFFONTARE PROBLEMI VERI
 


(ASCA) - Roma, 16 gen - ''Dall'Anm giunge un allarme serio sulla funzionalita' della giustizia nel nostro Paese. La richiesta fatta da Palamara di intervenire per colmare le carenze di organico corrisponde all'interesse dei cittadini, che si scontrano quotidianamente con le disfunzioni e le lungaggini della macchina giudiziaria.
Il governo dimostri di avere davvero a cuore il tema dei tempi del processo intervenendo su organici, informatizzazione degli uffici giudiziari, ridefinizione delle circoscrizioni, organizzazione dei tribunali''.
Ad affermarlo e' Andrea Orlando, presidente Forum Giustizia del Partito democratico. ''Solo cosi' -aggiunge- si possono creare le condizioni per un serio confronto per affrontare questi problemi.
Partendo da queste questioni concrete, noi siamo disponibili a condividere ulteriori interventi di piu' ampio respiro.
I presupposi per una discussione seria sono questi. Ma quella vera e propria amnistia mascherata in approvazione al Senato che va sotto il nome di processo breve non li contempla.
Anche per questo ci opporremo ad essa in modo durissimo''.

min/ram/ss

GIUSTIZIA: CAPEZZONE, MAGISTRATURA AL LIMITE DELLA SOVVERSIONE
 

(ASCA) - Roma, 16 gen - ''Le iniziative minacciate dall'ala piu' sindacalizzata e politicizzata della magistratura appaiono ormai ai limiti della sovversione.
In qualunque altro Paese occidentale, sarebbe impensabile un'azione della magistratura volta a contrastare leggi e provvedimenti legittimamente assunti dagli organi votati democraticamente dagli elettori. I magistrati non fanno le leggi, ma le applicano. Se vogliono fare politica, devono dimettersi e chiedere i voti degli elettori''.
Lo afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl che aggiunge: ''La difesa corporativa, e anche la difesa di qualche comodita', stanno spingendo i magistrati alle soglie di limiti davvero gravi. Che dicono gli uomini e le donne della sinistra? Tutti muti? Tutti vittime di amnesie rispetto alla separazione dei poteri e al rispetto delle leggi scritte?''.

min/mcc/ss
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Di Loredana Morandi (del 15/01/2010 @ 08:06:39, in Politica, linkato 1352 volte)
Giustizia/ Alfano: Nessuna proposta su reato corruzione
"Da Repubblica soltanto falsità"


Roma, 14 gen. (Apcom) - Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non ha elaborato alcuna proposta per modificare il codice penale sul reato di corruzione.E' quanto precisa il ministero di via Arenula in una nota.

"La Repubblica di oggi, 14 gennaio 2010, in un articolo a firma di Giuseppe D'Avanzo - si legge nel comunicato - sostiene che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, avrebbe, nell'autunno 2009, preparato un emendamento al processo breve, per dirimere, con un'iniziativa legislativa, il contrasto tra alcune decisioni della Suprema Corte sulla sussistenza della corruzione giudiziaria susseguente. La notizia è del tutto infondata poiché il ministro Alfano non ha elaborato alcuna proposta di iniziativa normativa diretta a modificare l'art. 319 ter del codice penale e non intende proporre alcunchè in merito".

L'articolo

IL RETROSCENA. Preparato da Alfano per risolvere una disputa interpretativa da cui dipende il caso Mills

Emendamento sul reato di corruzione
Ecco l'asso segreto per salvare Silvio


Il 25 febbraio la Cassazione deve confermare o no la condanna del teste pagato dal premier
Il denaro fu versato dopo la testimonianza: dettaglio da cui dipende la gravità del reato

di GIUSEPPE D'AVANZO

Per  comprendere le mosse di Berlusconi bisogna chiedersi qual è la via più diretta che può salvarlo subito dai processi in attesa che, dopo le elezioni, ritorni la quiete politica indispensabile per la riforma delle immunità parlamentari, il salvacondotto per il futuro. Berlusconi, si sa, "ha riflessi costanti, non tollera le vie mediate, sceglie d'istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda".

La diagnosi di Franco Cordero torna utile per raccapezzarci in queste ore che vedono accumularsi e sovrapporsi iniziative legislative, disegni di legge, decreti con forza di legge, progetti di riforma costituzionale con "la sospensione per la durata del mandato del procedimento" per tutti i parlamentari. Il presidente del Consiglio ha in mano molte carte da giocare: il processo breve al Senato (cancella i suoi processi); il legittimo impedimento alla Camera (introduce una norma temporanea che consente il rinvio del processo del Cavaliere, in vista dell'approvazione della riforma costituzionale); tre decreti passepartout (milleproroghe, trasferimenti d'ufficio dei magistrati, piano carceri) che possono ospitare, last minute, l'asso (o gli assi) che nasconde nella manica. La strategia del Cavaliere è sempre camaleontica. Vive di nebbia, svolte, diversivi, doppie intenzioni, falsi bersagli. Era forse una mossa deviante il decreto legge che avrebbe bloccato i processi per novanta giorni. È certo una frottola che quel decreto fosse utile per affrontare in serenità la campagna elettorale delle Regionali (figurarsi, il Cavaliere dà il meglio di sé nel ruolo della vittima di complotti inesistenti). Bisogna dunque guardare altrove e porsi sempre la stessa domanda: qual è la trovata che "disarma il nemico" e chiude ora e in modo definitivo la partita più vicina, rognosa e segnata, cioè il processo Mills? (Il capo del governo è accusato di aver pagato il testimone David Mills, già condannato in primo e secondo grado; è un processo segnato perché, come dice l'avvocato inglese, è "assurdo e illogico che uno sia condannato e l'altro assolto". È vero, perché la corruzione si consuma in due: se c'è un corrotto, Mills, ci deve essere anche un corruttore, Berlusconi).

Il "riflesso costante" di Berlusconi è di muoversi con modi spicci modificando le regole del gioco a partita in corso, andando al sodo senza tante storie. In difficoltà, nel passato, ha abolito reati (falso il bilancio), cancellato prove (rogatorie), sostituito giudici (legittimo sospetto). C'è chi consiglia di verificare se sia in cottura oggi la stessa minestra, con uno degli stessi ingredienti. C'è chi suggerisce (anche nella maggioranza) di non guardare alle aule del parlamento, ma alle aule di giustizia: "Quel che può accadere nelle aule di giustizia troverà una corrispondenza nelle decisioni delle Camere". Vale la pena di seguire il suggerimento e dunque di spostarsi da Palazzo Madama e Montecitorio al Palazzaccio della Cassazione. Qui, il 25 febbraio, le Sezioni Unite decideranno se confermare, cancellare o rinviare a nuovo giudizio la sentenza di condanna di David Mills (con effetti vincolanti per il destino di Berlusconi).

In Cassazione si respira una brutta aria. Equivoca, di imbarazzo, di sospetto. Un emendamento del governo in milleproroghe, sponsorizzato dal primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone e approvato dal ministro di Giustizia, promette di elevare a 76 anni (da 75) l'età pensionabile. "Con l'innalzamento dell'età pensionabile  -  ha già scritto il Sole 24 ore  -  Carbone resterà primo presidente fino all'estate 2011, il che gli consentirà, tra l'altro, di candidarsi alla Consulta quando, a ottobre 2010, scadrà il mandato di Francesco Amirante magistrato di Cassazione, attualmente presidente della Corte Costituzionale". Un ipotetico scambio di favori, un pasticcio che già si è avvistato in passato quando, nel 2002, alla vigilia della decisione della Cassazione sul "legittimo sospetto" sollevato sul capo dei giudici dei processi Sme e Imi-Sir, Berlusconi ha allungato di tre anni, correggendo la Finanziaria, la vita professionale delle toghe portandola da 72 a 75 anni. Quella volta gli andò male, ma ora il terreno  -  spiegano gli addetti  -  è più felice, il concime decisamente più fertile. Ecco perché.

La corte d'appello di Milano, che ha condannato Mills a 4 anni e sei mesi di carcere, ha stabilito che il prezzo della falsa testimonianza  -  salvifica per Berlusconi  -  fu pagata dal corruttore dopo e non prima della sua testimonianza. Si chiama "corruzione susseguente". Il quesito, che il 25 febbraio deve trovare la risposta delle Sezioni Unite, è se la "corruzione susseguente" può integrare il reato di "corruzione in atti giudiziari" o soltanto la "corruzione semplice". Il fatto è che la Corte di Cassazione ha una giurisprudenza controversa. Con la sentenza n. 1065, il 25 maggio 2009, ha stabilito che "il delitto di corruzione in atti giudiziari può essere realizzato anche nella forma della corruzione cosiddetta susseguente" confermando una decisione del 20 giugno 2007 (sentenza n. 1358), ma in contrasto con un'altra sentenza (n. 33435) del 4 maggio 2006. Qui si legge: "La corruzione in atti giudiziari si caratterizza per essere diretta a un risultato e non è compatibile con l'interesse già soddisfatto su cui è modulato lo schema della corruzione susseguente". La "corruzione susseguente", pagata dopo l'imbroglio, come è avvenuto per David Mills, è dunque "corruzione in atti giudiziari" o "corruzione semplice"? Se la Cassazione dovesse decidere che è "semplice", Berlusconi sarebbe fuori pericolo perché il reato sarebbe già prescritto. Se stabilisse che è "in atti giudiziari", il Cavaliere sarebbe fritto perché, accertato che Mills incassa il prezzo della sua falsa testimonianza nel febbraio del 2000, la prescrizione cade soltanto a metà del 2012. La materia è così dubbia e discutibile però che nessuno tra gli addetti azzarda una previsione a meno che "la volontà del legislatore" non faccia pendere la bilancia decisamente a favore della corruzione semplice e quindi per la prescrizione (salvo Mills, ma salvo definitivamente anche Berlusconi, per l'altro processo  -  la frode fiscale sui diritti Mediaset  -  si vedrà, c'è tempo).
 
È, a questo punto della ricognizione, che i suggeritori sapienti consigliano di verificare quali emendamenti sono stati messi a punto in autunno dal governo, o meglio dal ministro Angelino Alfano, proprio (pare) su suggerimento del primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone. "Se ne è già parlato", dicono.
 
Se n'era parlato, ma se n'era perso il ricordo, tuttavia è vero: in novembre, Alfano ha preparato un emendamento al "processo breve" per "perfezionare" il reato di corruzione in atti giudiziari. La modifica dell'art. 319 ter (reato di corruzione in atti giudiziari) chiarisce in modo inequivocabile che "è da ritenersi non punibile la corruzione "susseguente"". Scrive il Tempo, il 24 novembre 2009: "Legge o emendamento al processo breve. Sarebbe questa, secondo quanto si è appreso in ambienti della maggioranza di governo, una delle ipotesi tecniche al vaglio del Pdl. In questo modo uscirebbero dai rispettivi processi il premier Silvio Berlusconi e l'avvocato inglese David Mills". Ecco dunque uno dei jolly nascosti nella manica del Cavaliere: la non punibilità della "corruzione susseguente" come corruzione in atti giudiziari. La mossa avrebbe una sua legittimazione nei contrasti della giurisprudenza, nella necessità di fare luce di un'ambiguità. Il "delitto perfetto" avrebbe l'indubbio vantaggio di obbligare i giudici delle Sezioni Unite a tenere conto della "volontà del legislatore" magari espressa soltanto al Senato in extremis, in coda all'approvazione del "processo breve". Anche se non sarebbe l'unica possibilità per i commessi obbedienti del Cavaliere. L'emendamento salvifico potrebbe essere inserito nei decreti milleproroghe o trasferimenti d'ufficio dei magistrati nelle sedi disagiate, che vanno approvati entro il 17 febbraio. E dunque otto giorni prima della decisione della Cassazione, 25 febbraio. "Come il caimano quando punta la preda".

La Repubblica

Nota positiva: D'Avanzo ha ricominciato a scrivere e smesso con il gossip...
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Di Loredana Morandi (del 08/01/2010 @ 16:38:34, in Politica, linkato 1367 volte)

Carceri, Pd: siamo in emergenza umanitaria, Governo non resti inerte

Presentata mozione a Montecitorio su sovraffollamento istituti di pena



“Nelle carceri italiane siamo ampiamente oltre la soglia di massima tolleranza. Il livello di sovraffollamento sta determinando una situazione in grado di compromettere la sicurezza del paese. Il governo non può restare inerte davanti a questa vera e propria emergenza umanitaria in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti”. E’ scritto nelle premesse della mozione parlamentare che il Partito democratico ha presentato questa mattina alla Camera dei Deputati. Un testo che indica al Governo come risolvere l’emergenza, firmato dal presidente dei democratici a Montecitorio, Dario Franceschini, dall’intero ufficio di presidenza, dalla capogruppo democratica in commissione Giustizia, Donatella Ferranti, dal responsabile di settore, Andrea Orlando e tutti i componenti della commissione Giustizia. Il Pd impegna il Governo ad ‘affrontare concretamente la grave emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena ponendo particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, allo stato dell’edilizia penitenziaria, agli spazi detentivi e a quelli comuni. Ma anche per chiedere di ampliare la tipologia delle misure alternative alla pena detentiva in favore di quelle specificatamente supportate da progetti professionalmente strutturati volti al reinserimento sociale’.E poi, ‘a verificare l’adeguatezza della popolazione carceraria in proporzione alle piante organiche del personale di polizia penitenziaria, degli educatori, degli assistenti sociali  e degli psicologi’. E ancora,‘a risolvere le disfunzioni della sanità penitenziaria e ad affrontare le cause dell’elevato numero di morti e di suicidi ed in fenomeni di autolesionismo e violenza. E’ una mozione – conclude la nota – che prende spunto dalle parole del Presidente della Repubblica che nel suo discorso di fine anno ha ricordato i detenuti parlando di ‘carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi e di certo non si rieduca”.


Roma, 8 gennaio 2010

*****************************

MOZIONE
 

La Camera, premesso che:

 
- i detenuti ospitati nelle strutture carcerarie italiane sono circa 66.000, una cifra che è destinata ad aumentare nei prossimi mesi,

- si tratta di un ‘primato’ mai raggiunto nella storia repubblicana che pone problemi molto rilevanti. I 206 istituti di pena possono, infatti, ‘tollerare’ 64.237 detenuti nonostante, da Regolamento, non potrebbero ospitarne più di 43.087, come del resto confermano le dichiarazioni del direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Franco Ionta, che, in una recente audizione in commissione Giustizia, ha parlato di ‘situazione in grado di compromettere la sicurezza del Paese’,

- siamo, dunque, ampiamente oltre la soglia massima di tolleranza, in una situazione di emergenza che investe l’intero territorio nazionale come ha evidenziato il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno, ricordando “i detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi e di certo non si rieduca”,

- di fronte a una tanto grave situazione, anche nella recente audizione davanti alla Commissione giustizia, il dott. Ionta non ha saputo rispondere esaurientemente su tempi effettivi e fonti di finanziamento, limitandosi a ripetere (come del resto aveva già detto il ministro sin dal mese di agosto) che il Piano Carceri “costerà” circa 1 miliardo e 600 milioni di euro, dei quali sarebbero disponibili solo 250 milioni, ai quali la legge finanziaria 2010   ha aggiunto un finanziamento di soli 500 milioni di euro, per un importo complessivo che, quindi, non raggiunge la metà delle ipotizzate necessità di investimento. Peraltro, i tagli alle risorse destinate alla giustizia conseguenti alla cosiddetta finanziaria triennale dell’estate 2008 (D.L. 112/2008, convertito nella legge 133/2008), stanno causando, invece, esiziali difficoltà di gestione ed efficienza amministrativa in tutti gli istituti penitenziari, difficoltà che, in taluni casi, raggiungono punte di vera e propria «emergenza umanitaria», in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti,

- diverse associazioni hanno lanciato l'allarme sulle condizioni delle carceri: dall'Unione delle camere penali, all'Associazione dei dirigenti dell'amministrazione carceraria, dal SAPPE (sindacato della polizia penitenziaria), da CGIL- CISL e UIL al Garante dei detenuti della Regione Lazio, tutti concordi nell'affermare che le condizioni attuali di vita carceraria sono spesso lontane dai normali livelli di civiltà e di rispetto della dignità del detenuto;

- il drammatico sovraffollamento degli istituti di pena è all’ordine del giorno in tutto il Paese, con punte molto preoccupanti in alcune realtà regionali (Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto);

- è evidente che il sovraffollamento sarà destinato ad aumentare sempre più se le carceri continueranno ad essere considerate il luogo in cui riversare tutti gli esclusi sociali e i soggetti deboli della società, in un regime che per nulla garantisce il rispetto del dettato costituzionale;

- ulteriori dati preoccupanti derivano dall’analisi dello status della popolazione detenuta. Il 50% del totale dei detenuti sono imputati in attesa di giudizio, costretti per periodi di tempo troppo lunghi a convivere fianco a fianco con i già condannati. Assolutamente insufficiente appare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Va ancora rilevato, più in generale, che accanto ad un sovraffollamento che è definibile come quantitativo, esiste anche un affollamento di carattere qualitativo. Esso si può ricondurre alle diverse tipologie di popolazione detenuta, ciascuna di essa portatrice di diverse istanze ed esigenze. La forzata convivenza in pochi metri quadri, per mancanza di idonee strutture, di detenuti giovani e adulti, imputati e condannati, di diverse razze e religioni, soggetti sani e con problemi psichiatrici e/o di tossicodipendenza (quando non addirittura di sieropositività; i dati più recenti dimostrano, infatti, che solo un terzo dei nuovi giunti in carcere si sottopone a screening volontario per l'accertamento del virus HIV), crea notevoli problemi di promiscuità e di tensione anche in situazioni dove l'affollamento non è particolarmente rilevante;

- relativamente al programma per le carceri, riguardante sia nuovi interventi edilizi che la ristrutturazione di quelli esistenti, si deve prendere atto dei ritardi di tale programma e del progressivo degrado di molti degli istituti penitenziari. Oltre alla assoluta inosservanza degli standard europei sulla dimensione e gli spazi delle celle, sono da rilevare carenze gravi nell’igiene, nell’illuminazione, nel decoro e nel clima delle celle (riscaldamento e refrigerazione); nella presenza difettosa dei presidi sanitari (infermerie, centri clinici, numero di medici), il che aggrava a sua volte le patologie più frequenti. Nonché carenze negli spazi destinati alla socialità e all'attività di studio e di lavoro dei detenuti, cui si deve aggiungere l’effetto deleterio dei recenti ulteriori tagli anche sulle mercedi e il lavoro dei custoditi. E la patente violazione, in particolare, del principio della territorializzazione della pena, così come garantito dalla inapplicata legge n. 354 del 1975 e successive modifiche, laddove all'articolo 4, stabilisce che «nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituto prossimi alla residenza delle famiglie»;
  
- preoccupano poi le frequenti segnalazioni di maltrattamenti e violenze, i casi di morte in carcere (da ultimi i casi di Stefano Cucchi e Uzoma Umeka) e quelli di suicidio. D’altronde, il citato aumento esponenziale delle aggressioni ad agenti di polizia penitenziaria, la paventata rivolta carceraria dell’estate 2009, le reiterate proteste delle associazioni sindacali del personale carcerario, sono tutti segnali di un malessere ormai ad un punto di non ritorno;

- d’altra parte l'aumento della popolazione carceraria risulta essere inversamente proporzionale alla presenza del personale di polizia penitenziaria. Nel 2001 erano presenti 41.608 agenti penitenziari a fronte di 53.165 detenuti, nel 2009 gli agenti sono 39.000 e i detenuti 64.859. La pianta organica della polizia penitenziaria è fissata per legge in 45.121 unità. Ci troviamo, pertanto, con circa 6.000 unità in meno, per di più rispetto ad un organico ormai certamente di per sé inadeguato. A ciò si devono sommare le carenze di personale amministrativo e l’assoluta inadeguatezza delle presenze degli assistenti sociali, degli psicologi e degli educatori. Senza parlare degli effetti negativi di una transizione senza fine dalla sanità penitenziaria alle Asl, il che si riverbera in una drastica riduzione dei servizi di cura e recupero per i detenuti;


Impegna il Governo:
 

a) ad affrontare concretamente, mediante una mirata e lungimirante programmazione, la grave emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena, ponendo particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti, allo stato dell’edilizia penitenziaria, agli spazi detentivi e a quelli comuni, in relazione anche al profilo specifico dei detenuti medesimi (tossicodipendenti e malattie psichiatriche), e la cui pericolosità sociale è ridotta ab origine; dovendosi ritenere superata l’attuale unicità del modello strutturale e organizzativo del carcere;

b) a disporre in tempi brevi un monitoraggio delle strutture penitenziarie esistenti al fine di individuare quelle che in una prima fase sperimentale possano prestarsi all’attivazione e espansione delle esperienze di trattamento avanzato quali quelle realizzate nell’istituto penitenziario di Milano Bollate, anche con il supporto di sistemi di controllo a distanza (cosiddetto braccialetto elettronico), opportunamente tarati per i soggetti, condannati o in misura cautelare, anche nuovi giunti, ai quali non siano attribuiti fatti-reato caratterizzati da abituale violenza;

c) ad ampliare la tipologia delle misure alternative in favore di quelle specificamente supportate da progetti professionalmente strutturati volti al reinserimento sociale quali l’istituto della messa alla prova, positivamente sperimentato nel campo del trattamento dei minori, ovvero di patti per il reinserimento e la sicurezza sociale  fondati su attività di giustizia riparativa a favore delle vittime dei reati, programmi di istruzione, di attività sociali e culturali, di formazione professionale e di inserimento lavorativo;

d) a sostenere il sistema delle misure alternative alla pena detentiva mediante un sistema di co-finanziamento dei progetti finalizzati al reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, garantito da una parte dai fondi della Cassa delle ammende e dall’altro dalla reti integrate degli interventi e dei servizi sociali territoriali previste dalla legge 328 del 2000, anche mediante l’istituzione di centri di accoglienza per le pene alternative per i condannati che non dispongano di  supporto socio-familiare;

e) ad evitare il susseguirsi di interventi normativi settoriali in campo penale, volti al mero inasprimento delle pene, all’irrigidimento degli strumenti processuali che non realizzano un’efficace e coordinata azione di contrasto alla criminalità, ma acuiscono le problematiche connesse al sovraffollamento carcerario;

f) a sostenere, in Parlamento, una riforma di sistema che preveda la riduzione dell’area dell’illecito penale laddove riferito a comportamenti di scarso disvalore sociale con un ampliamento ed una differenziazione delle tipologie sanzionatorie, con l’affiancamento alla pena detentiva di altre pene interdittive, ma non privative delle libertà personali, irrogabili dal giudice penale di cognizione allo scopo di ridurre il ricorso alla pena detentiva, laddove non necessaria e nel contempo rendere più efficace il sistema sanzionatorio nel suo insieme, soprattutto con riferimento ai reati non gravi;

g) ad intensificare l’azione diplomatica per concludere accordi finalizzati a far scontare ai detenuti stranieri, per quanto possibile, la detenzione nei Paesi d’origine, nella garanzia del rispetto dei diritti fondamentali della persona;

h) a vigilare sull’applicazione della normativa in materia di edilizia carceraria al fine di superare l’attuale modello di istituto penitenziario per affrontare le nuove esigenze e i nuovi bisogni dei detenuti, anche nell’ambito degli interventi di ristrutturazione in corso, cui dare priorità; a garantire, nell’ambito dei progetti della nuova edilizia penitenziaria, i criteri di trasparenza delle procedure e l’economicità delle opere  fissando regole rigorose per la valutazione del patrimonio dello Stato in relazione al cosiddetto project financing, evitando il ricorso a procedure straordinarie anche se legislativamente previste;

i) ad accertare la corretta e compiuta attuazione dei regolamenti penitenziari, in particolare per la parte concernente le garanzie dei diritti delle persone detenute nonchè a garantire la piena applicazione dell’articolo 4 della legge n. 354  del 1975 concernente il principio della territorializzazione della pena;

l) a verificare l’adeguatezza in proporzione alla popolazione carceraria delle piante organiche riferite non solo al personale di Polizia penitenziaria ma anche alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi; avviando un nuovo piano programmato di assunzioni che vada oltre al turn-over dovuto ai pensionamenti previsto dalla legge finanziaria 2010 e che garantisca le risorse umane e professionali necessarie all’attivazione delle nuove strutture penitenziarie, anche distribuendo meglio il personale sul territorio, concentrandolo nei compiti di istituto e sottraendolo ai servizi estranei, consentendogli un adeguato, costante ed effettivo aggiornamento professionale;

m) a risolvere le attuali disfunzioni della sanità penitenziaria acuitesi in concomitanza della delicata fase di trasferimento delle funzioni al Sistema sanitario nazionale, assicurando sia adeguate risorse finanziarie alle Regioni sia prevedendo l’adozione, da parte delle Regioni stesse, di modelli organizzativi adeguati alla specificità del contesto carcerario che sconta, oltre la particolarità delle patologie, specifiche ed inderogabili esigenze di sicurezza; ad affrontare una buona volta le cause dell’elevato numero di morti e di suicidi in carcere ed i fenomeni di autolesionismo e di violenza in genere; ad affrontare con nuovi strumenti normativi il problema dei detenuti tossicodipendenti, in particolare valutando la possibilità che l’esecuzione della pena avvenga in istituti a custodia attenuata, idonei all’effettivo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi;

n) ad assicurare, con adeguati provvedimenti organizzativi e di finanziamento, l’attuazione del diritto allo studio e al lavoro in carcere;

o) a garantire l’effettiva destinazione alla realizzazione dei programmi di riabilitazione e reinserimento sociale dei condannati, dei fondi a ciò vincolati della Cassa delle Ammende;

p) a favorire l’approvazione di una legge per l’istituzione a livello nazionale del Garante dei diritti dei detenuti ossia di un soggetto che possa lavorare in coordinamento con i garanti regionali e comunali e con la magistratura di sorveglianza, in modo da integrare quegli spazi di intervento rispetto alle diffuse situazioni di difficoltà del nostro sistema carcerario, che non possono essere risolte in via giudiziaria;

q) all’applicazione concreta della legge 22 giugno 2000, n. 193, la cosiddetta Legge Smuraglia, al fine di incentivare la trasformazione degli Istituti penitenziari da meri luoghi di permanenza di persone in condizioni di prevalente e permanente inerzia di per sé distruttiva, in soggetti economici capaci di svolgere parte attiva e competitiva sul mercato anche al fine di autoalimentare le risorse economico-finanziarie necessarie per operare riducendo così gli oneri a carico dello Stato e quindi della collettività;

r) ad eliminare gli ostacoli che ancora non permettono alle madri e ai loro piccoli, quelli di età compresa tra zero a tre anni, di scontare la pena detentiva in un luogo diverso dal carcere; nonché ad istituire le case famiglia protette, al di fuori delle strutture penitenziarie, da considerarsi una forma detentiva privilegiata quando sia indirettamente coinvolto un bambino.

FRANCESCHINI, VENTURA, MARAN, VILLECCO CALIPARI, AMICI, BOCCIA, GIACHETTI, LENZI, QUARTIANI, ROSATO, FERRANTI, ORLANDO Andrea, MELIS, SAMPERI, TIDEI, TOUADI, BERNARDINI, CAPANO, CAVALLARO,  CIRIELLO, CONCIA,  CUPERLO, FARINA Gianni, ROSSOMANDO, TENAGLIA, VACCARO, BELLANOVA, BOCCUZZI, BOSSA, BINETTI, BRAGA, BRANDOLINI, CAPODICASA, CAUSI, CENNI, DE BIASI, DE PASQUALE, DE TORRE, DI SERIO D’ANTONA, ESPOSITO, FERRARI, FONTANELLI, GARAVINI, GHIZZONI, GNECCHI, LOVELLI, LUCA’, MARGIOTTA, MATTESINI, MAZZARELLA, MURER, NARDUCCI, RIGONI, RUGGHIA, SCHIRRU, VANNUCCI, VASSALLO, ZUCCHI…..
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Di Loredana Morandi (del 04/01/2010 @ 17:13:11, in Politica, linkato 1291 volte)


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Bomba Reggio Calabria, Pd: Governo riferisca in Parlamento


Amici: atto di gravità inaudita, serve reazione incisiva


 
“Il Governo riferisca al più presto in Parlamento sull’attentato della scorsa notte nella città di Reggio Calabria che ha fatto saltare il portone della procura”. Lo ha chiesto intervenendo in Aula oggi alla Camera la deputata, componente dell’ufficio di presidenza del Gruppo del Pd, Sesa Amici, che ha aggiunto: “è un atto di una gravità inaudita verso una procura impegnata nella lotta contro la mafia e la criminalità organizzata. Dai vertici dello Stato, ad iniziare dal Presidente della Repubblica e dai Presidenti di Camera e Senato, e da parte dell'intera nazione, si è già sentito il richiamo alla solidarietà piena ai magistrati e alle forze dell'ordine, in una regione che oggi è così impegnata nella lotta alla criminalità organizzata.

Proprio alla luce di questo atto e di questo salto di qualità così grave ed allarmante, non solo per la regione Reggio Calabria ma per l'intero Paese, come gruppo del Partito Democratico crediamo che sia necessario non solo che il Governo trovi la forza di reagire nel modo più incisivo possibile, ma anche che dia conto delle notizie in proprio possesso e delle iniziative che intenda assumere, venendo al più presto a riferire in Parlamento su questo gravissimo attentato”.

Roma, 4 gennaio 2010
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Di Loredana Morandi (del 04/01/2010 @ 17:07:27, in Politica, linkato 1461 volte)
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REGGIO CALABRIA: NANIA (PDL): PIENA SOLIDARIETA', BENE PAROLE PROCURATORE

"La bomba alla Procura generale presso la Corte d'Appello di Reggio Calabria è un chiaro segnale dell' ndrangheta, che ricorda la strategia adottata dalla mafia quando in passato decise di alzare il tiro contro i magistrati.

Questo attentato è un fatto gravissimo e deprecabile che dimostra la forza dell'azione di contrasto alla malavita organizzata da parte della magistratura reggina.

Ora, dobbiamo tutti stringerci intorno a questi magistrati coraggiosi ed alzare la guardia, perché compito primario delle istituzioni è quello di essere a fianco di chi, giorno dopo giorno, con abnegazione e dedizione, lotta contro la criminalità organizzata. Le parole del procuratore generale di Reggio, Salvatore Di Landro, sono il chiaro segnale della determinazione ad andare avanti senza farsi intimidire".

Così il vice Presidente del Senato, Domenico Nania, esprime tutta la sua solidarietà e vicinanza ai magistrati della Procura di Reggio Calabria.
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Di Loredana Morandi (del 14/10/2009 @ 05:53:53, in Politica, linkato 3164 volte)
Riforme giustizia :
separazione carriere ,
penalisti favorevoli

di Mauro W. Giannini

Anche gli avvocati penalisti, fieri sostenitori della separazione delle carriere in magistratura, intervengono nel dibattito sulle roforme della Giustizia riapertosi a seguito delle dichiarazioni del ministro Alfano che, all'indomani della sentenza sul Lodo Alfano, aveva affermato: "non faremo ritorsioni.... Andremo avanti per la nostra strada in modo chiaro e trasparente. Tanto più che le nostre riforme sulla giustizia sono già depositate in Parlamento" e a Porta a Porta aveva spiegato: "La riforma del processo penale è ... pendente presso la commissione Giustizia del Senato. A compimento delle riforme e delle approvazioni di norme in corso, faremo la riforma costituzionale della giustizia, sulla quale speriamo di trovare una più ampia convergenza in Parlamento".

Per l'Unione Camere Penali Italiane, "La separazione delle carriere fra chi giudica e chi accusa è il fondamento di un ordinamento giuridico che voglia dirsi democratico e l'indispensabile premessa della giustizia della decisione: rispetto ad essa non vi è spazio per parlare di 'ritorsione' o di 'rivincita' né per affrontarla come tale. Si tratta di un adeguamento dell'assetto della magistratura al vigente codice di rito che attende esattamente da venti anni e che proprio per questo non può certo essere tacciata di estemporaneità conseguente a decisioni giudiziarie".

"Né vi è spazio - secondo l'UCPI - per le solite litanie su un preteso attentato all'indipendenza della magistratura. Un giudice effettivamente indipendente e terzo rispetto alla pretesa dello stato, così come alla difesa dell'imputato, è un giudice completamente autonomo e equidistante da entrambe le parti. Il principio è elementare e la sua bontà di immediata percezione. L'opposizione non ceda anche questa volta a polemiche strumentali e la maggioranza affronti finalmente e immediatamente la riforma senza limitarsi ad agitarla come una clava: si tratta di un fondamentale pilastro di civiltà".

Di attentato all'indipendenza della magistratura avevano parlato anche alcune associazioni, come i Giuristi Democratici e l'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti. Battuta del presidente di quest'ultima organizzazione, Rita Guma, in risposta alle dichiarazioni dell'UCPI: "Se la separazione delle carriere fra chi giudica e chi accusa e' il fondamento di un ordinamento giuridico che voglia dirsi democratico e l'indispensabile premessa della giustizia della decisione, ne dovremmo dedurre che la Gran Bretagna, che e' tornata sui suoi passi permettendo al PM di fare il giudice, e gli Stati Uniti, dove in molti Stati i magistrati passano da un ruolo all'altro con estrema facilita', non abbiano ordinamenti democratici. Certo noi stessi siamo molto critici verso la giustizia USA, ma per altre ragioni, come l'elezione dei magistrati - che politicizza al massimo la carica - mentre sulla giustizia britannica, molto attenta ai diritti umani, non mi pare nessuno abbia da ridire".

Osservatorio Legalità

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Mah !

''Ci sono le condizioni per un'ampia convergenza''

Fini: ''Pm siano indipendenti da esecutivo.
Riforme possibili con larga maggioranza''


ultimo aggiornamento: 14 ottobre, ore 13:38
Francoforte - (Adnkronos/Ign) - Il presidente della Camera: ''I magistrati non possono essere sottoposti ad altri poteri che non siano quello giudiziario". Altolà sull'Unità nazionale: ''Non è oggetto di trattative''. Alfano: ''La riforma della giustizia è una priorità non una vendetta per il no al Lodo''. Lodo Mondadori, Csm promuove giudice Mesiano

Francoforte, 14 ott. (Adnkronos/Ign) - ''Su un tema come la separazione delle carriere non ho cambiato opinione, ma è essenziale che venga rispettata la Costituzione che prevede l'assoluta indipendenza di tutti i magistrati". Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini rispodendo ai giornalisti durante la conferenza stampa che ha concluso la sua visita inaugurale alla Fiera del libro di Francofortedello stand degli editori italiani. Fini ha precisato che sull'argomento "bisogna attenersi a quelli che saranno i fatti e gli atti" in Parlamento ma ha anche precisato che "un conto è la separazione delle carriere" dei magistrati "un altro conto è l'indipendenza dei magistrati" che a norma di Costituzione non possono essere "sottoposti ad altri poteri che non siano quello giudiziario".

Parlando di riforme della Costituzione, Fini ha sottolineato che in questa legislatura sono possibili sulla base di un'ampia maggioranza parlamentare in grado di superare i rischi di una mancata approvazione in sede referendaria, come è accaduto in un recente passato con la riforma varata dal centrodestra ma non confermata dagli elettori.

Il presidente della Camera ha ricordato che la procedura dell'articolo 138 della Costituzione "non è stata prevista per caso dai padri costituenti" mentre l'esperienza recente ha dimostrato che "quando una maggioranza dà corso ad una riforma solo sulla base dei voti di cui dispone in Parlamento compie un'operazone legittima costituzionalmente, ma che può presentare inconvenienti di tipo politico". Insomma, solo con una maggioranza qualificata è possibile sottrarre il testo di una riforma a un referendum popolare.

"Il mio auspicio - ha sottolineato Fini - è che in questa legislatura non si perda l'occasione per riformare le istituzioni, portando così a compimento un iter e un dibattito molto ricco" e sul quale si sono registrate diverse convergenze. In particolare ha ricordato l'esigenza che "nel processo federalista in corso è indispensabile che vi sia uno sbocco a livello istituzionale".

Per il presidente della Camera "ci sono le condizioni per un'ampia convergenza per individuare un processo di raccordo tra governo e parlamento, che è uno dei nodi, ma anche sulla riduzione del numero troppo ampio di parlamentari e sulla fine del bicameralismo perfetto". Fini ha anche sottolineato, fra le questioni da affrontare quella di individuare "nuove forme di equilibrio tra il potere legislativo e quello esecutivo. Credo - ha concluso - che si possa dar vita ad una riforma costituzionale in questa legislatura sulla base di una larga maggioranza" sui punti citati.

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