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 ... beauty... di Loredana Morandi
 
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La bilancia della giustizia improvvisa oscura alcuni nella luce del giorno; altri attende nell'ora che il sole incontra la tenebra, e li copre l'affanno; altri avvolge una notte senza fine.

Eschilo
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 08/08/2009 @ 16:00:04, in Politica, linkato 1107 volte)
BARI: DE MAGISTRIS (IDV), IN PUGLIA ESPLOSA ENORME QUESTIONE MORALE


Roma, 7 ago. - (Adnkronos) - "Le parole di Nichi Vendola non mi sono piaciute. Credo che in Puglia sia esplosa, come e' gia' accaduto in tante altre Regioni governate dal centrosinistra, un'enorme questione morale. Su questo non c'e' dubbio". Lo dice, in una intervista a 'Il Tempo', l'eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris.

"Non mi piace - aggiunge l'ex pm - ascoltare discorsi di un ex magistrato come quelli del sindaco di Bari Michele Emiliano che lanciano opacita' sul lavoro della magistratura. Io farei lavorare la magistratura senza interferenze". Si tratta, sottolinea De Magistris, "di inchieste molto serie.

Lo erano quando si trattava delle escort che attenevano al presidente del Consiglio e mi sembrano altrettanto serie adesso alla luce dell'acquisizione degli elementi di indagine nei confronti del centrosinistra.


nb: questo è proprio il de Magistris che io conobbi in Magistratura Democratica, tanti anni fa ...
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Di Loredana Morandi (del 08/08/2009 @ 08:48:47, in Politica, linkato 1396 volte)
Mi dispiace, ma io non credo ad una sola parola, perché come minimo Nichi è stato un cattivo amministratore, e che la facesse finita subito, con questo falso ricatto morale perché si dice "soldi" anche a casa degli omosessuali. I depressi malinconici non fanno gli amministratori pubblici. E basta infinocchiare il popolo della sinistra, perché dopo i diritti degli omosessuali viene sempre il diritto delle compagne prostitute, ma con le migliaia di schiave non mi pare proprio il caso di battersi il petto per una che si auto gestisce. Caro Nichi, per il polverone prenditela con Franceschini (Tedeschi) e la cattiva riuscita delle Escort baresi a casa del Premier, quale che sia, anche Berlusconi, che proprio come Te è uomo che delle prostitute può fare a meno... L.M.

Per me che amo disperatamente la vita


Autore: redazione

La lettera aperta di Nichi Vendola al Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Bari Desirè Digeronimo titolare di una delle inchieste sulla sanità pugliese.

Gent.ma Dott.ssa Digeronimo,


l’amore per la verità non mi consente più di tacere. Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità.

“Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!).

In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Digeronimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori.

Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali.

Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede. Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole.

Nichi Vendola
Bari, 7 Agosto 2009
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Di Loredana Morandi (del 07/08/2009 @ 07:27:21, in Politica, linkato 1178 volte)
De Magistris: Lasciamo lavorare i giudici pugliesi 


di Monica Centofante - 7 agosto 2009


“Credo che in Puglia sia esplosa – come già è accaduto in tante altre Regioni governate dal centrosinistra – un’enorme questione morale”.

Non ha dubbi l’eurodeputato Luigi de Magistris, che dalle pagine de Il Tempo, intervistato da Lanfranco Palazzolo, interviene sugli scandali che hanno investito la Sanità e la giunta regionale pugliesi. Seguendo “quello che è già avvenuto in Calabria e in Basilicata ai tempi in cui mi occupavo delle inchieste che riguardavano quella realtà”.

Vicende che l’on. Idv aveva conosciuto direttamente, nelle vesti di pubblico ministero e che ora inserisce in un contesto più allargato che comprende anche la Campania di Antonio Bassolino e la Regione Abruzzo con i fatti giudiziari che hanno riguardato il Governatore Ottaviano Del Turco.

“Vedo che all’interno del Pd – spiega de Magistris – soprattutto tra i parlamentari che non hanno un ruolo di primo piano, c’è una grande sensibilità per la questione morale. Non c’è dubbio che la nomenclatura del Pd tende a nasconderla e fa un grave errore. Noi – sottolinea - crediamo che l’alternativa a Berlusconi si costruisca affrontando la questione morale e anche la questione culturale”.

In quanto alle dichiarazioni rilasciate ieri da Nichi Vendola e prima ancora da Michele Emiliano, che hanno mosso critiche all’operato della magistratura, l’eurodeputato afferma: “Non mi sono piaciute le dichiarazioni che ho letto sui giornali. Mi riferisco alle parole del Presidente della giunta pugliese Nichi Vendola che ha criticato i magistrati”. E “non mi piace ascoltare discorsi di un ex magistrato come quelli del sindaco di Bari Michele Emiliano che lanciano opacità sul lavoro della magistratura. Io farei lavorare la magistratura senza interferenze”. “Credo – conclude – che si tratti di inchieste molto serie. Lo erano quando si trattava delle escort che attenevano al Presidente del Consiglio. E mi sembrano altrettanto serie adesso alla luce dell’acquisizione degli elementi di indagine nei confronti del centrosinistra”.
Antimafia 2000
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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 18:49:08, in Politica, linkato 1378 volte)
ABORTO: GASPARRI, SU RU486 LIVIA TURCO SBAGLIA ANCHE ALL'OMBRA
 

(ASCA) - Roma, 6 ago - ''Livia Turco per dire cose sbagliate non ha bisogno di esporsi a lungo al sole. Sbaglia anche rimanendo all'ombra e al fresco. E' ovvio che abbiamo tutto il diritto di verificare in Parlamento la vicenda RU486, sia perche' il Parlamento e' libero di occuparsi di cio' che ritiene rilevante, sia perche' non siamo piu' ai tempi di Stalin che forse piacerebbero alla Turco. Quindi non accettiamo veti, ne' deleghiamo alla Turco o a semplici tecnici questioni che attengono al diritto alla vita''. E' quanto dichiara il presidente dei senatori del PDL, Maurizio Gasparri.

red-njb/sam/ss  06-08-09


ABORTO: TURCO (PD), PROPOSTA GASPARRI SU RU486 FRUTTO COLPO DI SOLE
 

(ASCA) - Roma, 6 ago - ''E' singolare che il senatore Gasparri voglia coinvolgere il parlamento su questioni che riguardano esclusivamente la valutazione tecnico-scientifica.

Non so con quale competenza i senatori e i deputati potrebbero valutare la congruita' di un farmaco sulla salute delle donne e delle persone. E' strabiliante che ci sia una richiesta di questo tipo: e' frutto del furore ideologico, che li acceca, li fa diventare arroganti e li espone al ridicolo. Potrei dire che, essendo vicini a Ferragosto, si tratta di un colpo di sole.'' Cosi' Livia Turco, capogruppo PD in Commissione Affari Sociali della Camera, commenta la proposta di ieri di Maurizio Gasparri affinche' il parlamento discuta della RU486 nel corso di un'intervista all'Agenzia Radiofonica Econews.

''La RU486 - spiega Turco - e' un farmaco normalmente utilizzato in tutti i paesi europei, e' stato validato dall'Emea, ed e' stato introdotto in Italia, e parlo con cognizione di causa perche' due anni fa ero Ministra della Salute, con una istruttoria tecnico-scientifica estremamente rigorosa. Per questo mi si consenta di ribadire la stravaganza e l'assurdita' di questa proposta''.

''C'e' una cosa - prosegue Turco - di cui dovrebbe discutere il Parlamento, ed e' la relazione annuale sull'applicazione della 194. Questa relazione documenta anche questa volta come siamo di fronte a una costante riduzione del ricorso all'aborto, anche rispetto al 2007, a una presenza del ricorso all'aborto fra le donne immigrate e all'aumento dell'obiezione di coscienza. Il Parlamento discuta di questa relazione, e impegni il Governo a fare cio' di cui si e' completamente dimenticato: potenziamento dei consultori, prevenzione dell'aborto, tutela sociale della maternita'''.

''Sono argomenti - sottolinea Turco - di cui il centrodestra parla solo in campagna elettorale. Da quando sono al Governo non hanno fatto nulla, ma proprio nulla, per potenziare i consultori, prevenire l'aborto, tutelare la maternita'. Noi lo solleciteremo, e sfideremo il centrodestra con una mozione parlamentare sui temi della prevenzione dell'aborto e della tutela della maternita'''.

Sull'ipotesi, da piu' parti ventilata, di un atto di indirizzo o di linee guida del Ministero della Salute sulla pillola abortiva, Turco dice: ''Sicuramente il governo dovra' riferire al Parlamento, perche' il Parlamento ha il dovere di sapere cosa intende fare rispetto all'utilizzo di questa nuova metodica abortiva, per garantirne un utilizzo omogeneo sul territorio nazionale. Che poi ci debba essere un atto di indirizzo per garantire un intervento che sia eguale su tutto il territorio nazionale, questo e' un atto dovuto. Il problema e' cosa ci sara' scritto in questo atto di indirizzo, per questo sara' bene che il Governo venga a riferire''.

res-map/sam/ss  06-08-09


... cattolici, valdesi e filo sionisti, rabbini no che son più bigotti della Cei


ABORTO: BONINO SU RU486, RICOVERO COATTO PER 3 GIORNI E' UNA BUFALA
 

(ASCA) - Cortina, 4 ago - ''Non c'e' da cambiare la 194, non c'e' nulla da fare, c'e' da fare una doccia fredda perche' e' utile per calmare i bollori''. Lo dichiara Emma Bonino, vicepresidente del Senato, a Cortina InConTra. ''L'articolo 15 della legge 194 gia' diceva che gli enti ospedalieri e gli altri dovevano essere aperti a nuove tecniche meno invasive, meno violente, qualora fossero arrivate''. ''Sulla RU486 - ha continuato la Bonino - non credo ci sara' molto da fare, tutto fumo. Ho sentito tante bufale, una di seguito all'altra, compreso il ricovero coatto per tre giorni, cosa che non si fa in nessuna altra parte al mondo. Ho sentito parlare di decreto, mi sembra l'ennesimo intervento di mala politica in cose in cui la politica non dovrebbe assolutamente entrare''. Inoltre ''da noi si sentono cose strampalate, il fatto che il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche siano nella porta accanto influisce, ma la responsabilita' e' soprattutto di una classe politica che e' sempre particolarmente genuflessa e non tiene piu' in conto la laicita' delle istituzioni''. E sulla scomunica minacciata dalla Chiesa: ''Mi stupisce che venga lanciata solo sul territorio italiano e non contro francesi e spagnoli ad esempio''. La Bonino e' critica rispetto ad una discussione in parlamento: ''Nessuno di noi e' esperto di queste cose, c'e' l'agenzia del farmaco che ha autorizzato la RU486, a questo punto deve essere il cittadino, assieme al suo medico, a scegliere se e' piu' appropriato l'aborto farmacologico o quello chimico. E' fondamentale la liberta' di ciascuno di assumersi la responsabilita' delle proprie scelte''.

fdm/sam/alf  04-08-09


ABORTO: VALDESI, INFONDATE PREOCCUPAZIONI CHIESA CATTOLICA SU RU486
 

(ASCA) - Roma, 3 ago - ''Ritengo gran parte delle preoccupazioni espresse dalle gerarchie cattoliche largamente infondate''. Di fronte al dibattito sulla pillola abortiva RU 486, Luca Savarino, coordinatore della ''Commissione della Tavola valdese per i problemi etici posti dalla scienza'' (Commissione bioetica). Parlando a titolo personale con l'agenzia evangelica Nev, il valdese Savarino non condivide la tesi del Presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, secondo cui la decisione dell'Agenzia italiana del farmaco di ammettere anche in Italia l'utilizzo della pillola abortiva andrebbe nella direzione di identificare l'aborto con un metodo anticoncezionale.

''Non va dimenticato - sottolinea Savarino - che la quasi totalita' delle scelte abortive coincide piuttosto con esperienze di forte travaglio etico e morale da parte dei soggetti coinvolti nella scelta, in primo luogo da parte della donna. Il rispetto della vita umana, sin dal momento del concepimento va contemperato con altri valori in gioco, che richiamano primariamente la responsabilita' della madre, che va guardata come un soggetto etico pienamente capace di autodeterminarsi. Ancora una volta, purtroppo, nelle dichiarazioni di influenti esponenti della chiesa cattolica romana e' evidente la tendenza a considerare con timore la liberta' e la responsabilita' individuali, identificandole con l'arbitrio''.

asp/mcc/ss  03-08-09


ABORTO: FAM.CRISTIANA, RU486 FARMACO DI MORTE INCOMPATIBILE CON LA 194
 

(ASCA) - Roma, 3 ago - ''L'introduzione della RU486 nel prontuario farmaceutico pone problemi medici, giuridici e morali''. Lo sostiene il teologo Luigi Lorenzetti in un articolo pubblicato sul numero di ''Famiglia Cristiana'', in edicola da mercoledi' .

Dopo aver premesso che ''l'aborto, in qualunque modo venga praticato, e' sempre uccisione di un essere umano'', padre Lorenzetti afferma che ''la RU486 pone forti obiezioni di compatibilita' con la legge 194/1978, dal momento che l'articolo 1 contrasta l'idea che l'aborto possa essere considerato un mezzo di regolazione delle nascite e che l'articolo 5 prevede una procedura rispettosa della donna, ma dissuasiva dall'aborto''.

Infine, sostiene il teologo, ''la RU486 pone obiezioni di carattere medico. Si puo' escludere che non sia dannosa per la donna? Anche solo nel dubbio (non infondato), l'etica medica esige che prevalga il principio di precauzione verso un farmaco paradossalmente chiamato cosi' visto che procura la morte mentre ci si aspetterebbe che la scienza medica s'impegnasse nella prevenzione e non a fornire, di volta in volta, nuove modalita' per abortire, impedendo che prevalgano eventuali interessi economici delle ditte farmaceutiche''.

res-map/mcc/ss  03-08-09


.. e coloro che non sanno che: se il feto dell'aborto non viene espulso per via farmacologica, si finisce per dover fare comunque il raschiamento ...


ABORTO: SINISTRA E LIBERTA' LAZIO, NO RICOVERO COATTO PER RU486

(ASCA) - Roma, 6 ago - ''La Ru486 rappresenta per le donne un'opportunita' di poter scegliere un metodo meno invasivo e mortificante per attuare un'interruzione di gravidanza, e alle donne che scelgono questo metodo abortivo deve essere evitata l'imposizione del ricovero coatto: la Regione Lazio ne tenga conto nelle sue linee guida per l'utilizzo del farmaco''. Lo chiedono, in una lettera aperta al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, Giulia Rodano e Alessandra Tibaldi, consigliere regionali di Sinistra e Liberta' e assessori regionali.

Nella lettera, sottoscritta anche da altre consigliere regionali, si ricorda al presidente Marrazzo che ''proprio ieri il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha invitato il Governo a non fare alcun 'intervento improprio' sulla somministrazione della pillola abortiva Ru486 che, come il resto dell'organizzazione sanitaria, e' competenza delle Regioni'', e che ''se la donna decide di non accettare l'ospedalizzazione nel corso del trattamento con la Ru486, non le puo' certo essere imposto di essere ricoverata, cosi' come vorrebbe il sottosegretario Roccella, che nei giorni scorsi ha addirittura prospettato la possibilita' di imporre 3 giorni di ricovero coatto''.

''Ogni trattamento medico viene infatti somministrato sulla base del consenso informato, sta dunque al medico informare dei rischi e delle possibilita' - sottolineano infatti Giulia Rodano e Alessandra Tibaldi -. Imporre il triplo del tempo attualmente impiegato per un'interruzione di gravidanza chirurgica, opzione in cui le donne vengono spesso dimesse in giornata, comporterebbe non soltanto gravi conseguenze di ordine socio - psicologico a danno delle pazienti, ma anche un ingiustificato aggravio di costi ai danni del sistema sanitario regionale''.

res-map/sam/ss  06-08-2009
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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 10:43:48, in Politica, linkato 1846 volte)
Dopo le numerose accuse rivolte ai Palestinesi da autorità e terroristi appena scarcerati, posto di seguito una bella analisi di Germano Monti del Forum Palestina su ciò che egli definisce "il depistaggio palestinese". Anche lui, come me, vede la pista del Mossad nelle false attribuzioni della strage ai palestinesi, mi permetto allora una nota all'articolo.
L'anno della strage di Bologna, il 1980, giungeva al compimento di una sanguinosa stagione iniziata subito dopo la cd "Guerra dei 6 giorni", gli anni 70 in cui il Mossad avrebbe perseguitato gli esponenti di Fatah all'estero, uccidendoli brutalmente a sangue freddo come accadde al primo della serie qui in Italia: il giornalista Wael Zuaiter, compagno della artista israeliana Janet Venn Brown, a Roma in via Crescenzio a pochi passi dal Vaticano.
Nel 1980, infatti, si celebrava il processo agli uomini del commando del Mossad, il servizio segreto israeliano, che aveva ucciso Wael nel 1972 e gli atti della Corte di Assise di Roma recano la data di deposito 29 dicembre 1980. A mio avviso il Mossad, allora sotto processo, aveva una motivazione di ferro all'atto di minacciare lo Stato Italiano con una strage. La via di contatto con il terrorismo dei Nar: i servizi segreti italiani deviati, cioè Gladio. A breve la Cupola, eternamente ammanicata con ebraismo e massonerie, tanto che della 'Ndrangheta e della Sacra Corona unita si trovano i rituali, perfettamente identici nella forma, ne avrebbe riproposto il profilo mediatico e sanguinoso per gli omicidi di Falcone e Borsellino. L.Morandi


Strage di Bologna: il depistaggio palestinese




di Germano Monti *

Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda ristrutturazione dell'assetto istituzionale del Paese, ripulire l'album di famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente la riscrittura della propria storia politica. naturalmente, se si è o si è stati fascisti.Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati - più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche.
Fra tutte le stragi che hanno insanguinato l'Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l'unica in cui è stata raggiunta una verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini, Fioravanti e Mambro.
La verità giudiziaria non coincide sempre e comunque con la realtà effettuale, e l'esercizio della critica anche nei confronti delle sentenze della magistratura è assolutamente legittimo, in certi casi persino doveroso, e questo vale anche per le sentenze sulla strage di Bologna. Tuttavia, quello che sta avvenendo non ha molto a che vedere con il garantismo e l'esercizio del diritto di critica, quanto con un tentativo di revisionismo storico particolarmente straccione, dettato dall'opportunità della contingenza politica.
I critici attuali delle sentenze sulla strage di Bologna non si limitano, come avveniva alcuni anni or sono, a rilevare quelle che per loro sono incongruenze degli investigatori e dei giudici, ma si spingono ad affermare che quelle incongruenze servirono - e servono tuttora - a coprire un'altra verità, sulla quale non si è voluto indagare. Questa "verità" consisterebbe nel coinvolgimento della resistenza palestinese, ed in particolare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nella strage, coinvolgimento che sarebbe stato tenuto nascosto in virtù dei patti intercorsi fra i governanti e i servizi segreti italiani di allora con i Palestinesi stessi. Il sostenitore più autorevole di questa tesi è l'ex Presidente Cossiga, cui si sono aggiunti i più alti esponenti della Destra ex fascista, fino all'attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini e, ancora più esplicitamente, l'attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sui cui trascorsi squadristi esiste una vasta letteratura.
Nel ventottesimo anniversario della strage, è proprio Alemanno, intervistato da la Repubblica, il più esplicito nel sostenere che quella della colpevolezza dei suoi ex camerati sia una "verità comoda", mentre "c'è un'altra pista, quella del vecchio terrorismo palestinese, che soltanto da poco si è cominciata a esplorare", pista rispetto alla quale "ci sono una marea di riscontri". Nell'intervista, poi, Alemanno ripropone un vecchio cavallo di battaglia dell'estrema destra, quello secondo cui "Nei '70 ci fu una guerra civile strisciante che peraltro cominciò dal maledetto slogan "Uccidere un fascista non è reato", urlato da vari gruppi dell'estrema sinistra che, falliti i loro obbiettivi rivoluzionari, decisero di convogliare tutta la loro energia nell'antifascismo militante. Suscitando ovviamente delle reazioni altrettanto dure da parte dell'estrema destra. E ciò fu un incubatore sia delle Br sia dei Nar". E' una vecchia tesi, cara agli squadristi fascisti e ai terroristi dei Nar; una smaccata bugia, ma qualcuno che Alemanno certamente conosce bene diceva: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», specialmente se a ribadirla sono alte cariche istituzionali, come un ministro della propaganda ieri o un sindaco oggi.Dunque, la strage di Bologna non fu opera di terroristi neri, bensì di Palestinesi. A sostegno di questa ipotesi, sia Alemanno che altri (fra i quali anche Andrea Colombo, ex giornalista del Manifesto ed ora di Liberazione) invitano ad indagare a fondo sulle dichiarazioni del guerrigliero venezuelano conosciuto come "Carlos", detenuto in Francia, e, più in dettaglio, sulla presenza a Bologna, il giorno della strage, di Thomas Kram, cittadino tedesco attualmente detenuto nel suo Paese con l'accusa di appartenenza alle Cellule Rivoluzionarie.
Per quanto riguarda "Carlos", l'intervista da lui rilasciata all'ANSA lo scorso 30 giugno, per il tramite del suo avvocato italiano, in realtà riguarda in massima parte il sequestro di Aldo Moro e quello che, a suo dire, fu un tentativo di mediazione dell'OLP, insieme ad una parte dei servizi segreti italiani, per ottenere la liberazione del presidente democristiano. Dopo aver fornito il suo punto di vista sulle contraddizioni esistenti fra diverse fazioni dei servizi italiani e su altre vicende di quegli anni, "Carlos" risponde alla domanda esplicita dell'intervistatore, Paolo Cucchiarelli, in merito alla strage di Bologna:
Domanda:
Una sola domanda sulla strage di Bologna visti i molti riferimenti fatti da lei nel tempo e che sembrano alludere ad una ipotesi da lei mai espressa ma che potrebbe essere alla base delle sue osservazioni. Cioè agenti occidentali che fanno saltare in aria - con un piccolo ordigno - un più rilevante carico di materiale esplodente trasportato da palestinesi o uomini legati all'Fplp e alla sua rete con l'intento di far ricadere su questa ben diversa realtà politica tutta la responsabilità della strage alla stazione.
Risposta:
L'attentato contro il popolo italiano alla stazione di Bologna "rossa", costruita dal Duce, non ha potuto essere opera dei fascisti e ancora meno dei comunisti. Ciò è opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio. Non abbiamo riscontrato nessun'altra spiegazione. Accusarono anche il Dottor Habbash, nostro caro Akim, che, contrariamente a molti, moriva senza tradire e rimanendo leale alla linea politica del FPLP per la liberazione della Palestina. Vi erano dei sospetti su Thomas C., nipote di un eroe della resistenza comunista in Germania dal febbraio 1933 fino al maggio 1945, per accusarmi di una qualsiasi implicazione riguardo ad un'aggressione così barbarica contro il popolo italiano: tutto ciò è una prova che il nemico imperialista e sionista e le sue "lunghe dita" in Italia sono disperati, e vogliono nascondere una verità che li accusa.
Insomma, "Carlos" non solo smentisce la "pista palestinese", ma accusa direttamente gli apparati occulti americani, israeliani ed italiani di aver ordito e realizzato la strage. Il fatto che escluda anche la responsabilità dei fascisti, con la bizzarra postilla della stazione "costruita dal Duce", non significa altro che il rafforzamento della sua convinzione di una pista internazionale, ma nella direzione opposta a quella indicata da Cossiga, Fini e Alemanno, da una parte, e da Andrea Colombo dall'altra. Del resto, in tutta la storia dello stragismo e dell'eversione nera, l'intreccio fra il sottobosco neofascista e apparati interni ed internazionali, particolarmente statunitensi, è sempre emerso con grande puntualità. Non si capisce, quindi, come le parole del detenuto nel carcere di Poissy possano essere utilizzate per dimostrare il contrario di ciò che dicono. ma questo bisognerebbe chiederlo ad Alemanno ed a quelli come lui.
Sempre alle stesse persone, e ad un gran numero di giornalisti, bisognerebbe chiedere anche perché continuino a presentare in termini tanto misteriosi la figura di Thomas Kram, quasi che di lui non si sappia nulla, se non che da qualche tempo si trova nelle carceri tedesche. Ebbene, già nel giugno dello scorso anno, Saverio Ferrari si è occupato della pista palestinese e di Kram, in un suo articolo su "Osservatorio Democratico sulle nuove destre" dedicato al libro scritto da Andrea Colombo sulla strage di Bologna, libro accusato - per inciso - di voler accreditare l'innocenza di Mambro, Fioravanti e Ciavardini "omettendo deliberatamente le carte giudiziarie più scomode".A proposito della "pista palestinese" Ferrari scrive: "Colpisce, infine, l'ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano, millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash. È più che noto, infatti, che già all'epoca, non solo recentemente, si appurò che il terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l'1 e il 2 agosto, alloggiando nella stanza 21 dell'albergo Centrale di via della Zecca. Presentò nell'occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di identità valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di cattura. La questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all'Ucigos che già in quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque, non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio nome (!). Una pista vecchia, già archiviata data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultò non aver mai fatto parte dell'organizzazione di Carlos. (.)".Ma c'è di più: il 2 agosto del 2007, proprio sul quotidiano in cui Andrea Colombo ha lavorato per anni, il Manifesto, il suo collega Guido Ambrosino pubblica un lungo articolo dal titolo "Bologna, l'ultimo depistaggio", in cui il misteriosissimo Thomas Kram - a Berlino in libertà provvisoria, dopo essersi costituito nel dicembre 2006 - si lascia tranquillamente intervistare. Dall'intervista di Guido Ambrosino: "«Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un'assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d'inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa: «Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto»". L'articolo e l'intervista demoliscono l'impianto del libro di Colombo e, più in generale, la "pista palestinese", anche con alcuni particolari che, se non si trattasse di fatti tanto drammatici, indurrebbero al sorriso. Secondo Ambrosino, il lavoro di Colombo "si riduce a un paio di forzature", particolarmente per quanto riguarda la latitanza di Kram, che - secondo Colombo - sarebbe durata ben 27 anni, cioè dal 1979, quando lo stesso Kram è invece sempre stato reperibile almeno fino al 1987, quando contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per appartenenza alle Cellule Rivoluzionarie. Nella pista palestinese sarebbe coinvolta anche un'altra militante dell'estrema sinistra tedesca, Christa Frolich, che - secondo la testimonianza di un cameriere di albergo - lavorava come ballerina nei pressi di Bologna e il primo agosto 1980 si sarebbe fatta portare una valigia alla stazione di Bologna, mentre il 2 agosto avrebbe telefonato (parlando italiano con accento tedesco) per accertarsi che i suoi figli non fossero stati coinvolti nell'esplosione. Scrive Ambrosino: "Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: «Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano»". Se pensiamo che uno dei cardini principali della "pista palestinese" è costituito dai lavori della "Commissione Mitrokhin", anche noi non sappiamo se ridere o piangere. Addirittura nel dicembre 2005, sull'Espresso, l'operato di quella Commissione veniva già definito come "L'ennesimo polverone. Per far riaprire l'inchiesta sulla strage di Bologna e riabilitare gli estremisti di destra Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già condannati per l'attentato". Dal medesimo articolo si apprende anche, peraltro, che le stesse risultanze della Commissione Mitrokhin escludevano ogni coinvolgimento di Thomas Kram nella strage di Bologna.La domanda, a questo punto, è: perché, contro ogni evidenza ed ogni riscontro, in questo agosto 2008 c'è chi tenta di riciclare vecchie bufale, magari contando sui riflessi appannati di un'opinione pubblica martellata da campagne sulla "sicurezza" minacciata da zingari ed immigrati, tanto da richiedere paracadutisti, alpini e bersaglieri per le strade delle nostre città? Probabilmente, la risposta è nella premessa: per mettere mano alla Costituzione, la Destra ha bisogno di svecchiare i propri armadi, facendone opportunamente sparire gli scheletri di troppo. Lo scheletro più ingombrante è senza dubbio quello datato 2 agosto 1980, rimosso il quale sarà assai più semplice rimuovere tutti gli altri. si, perché,se si riesce a convincere, contro ogni evidenza storica e giudiziaria, che la strage di Bologna è stata opera dei Palestinesi, domani si potrà legittimamente sostenere che quella di Piazza Fontana fu veramente opera degli anarchici e così via. Senza dimenticare che accollare proprio ai Palestinesi la più orrenda delle stragi consente alla fava revisionista di cogliere un secondo piccione: oltre alla definitiva legittimazione interna, la nuova Destra di governo rimedierebbe anche l'imperitura gratitudine di Israele e delle sue lobby, mentre a protestare per l'ennesima infamia commessa ai danni di un popolo sempre più martoriato rimarrebbero in pochi, come - effettivamente - sono in pochi, almeno ai livelli che contano, quelli che continuano a sostenere le ragioni e il diritto all'esistenza del popolo palestinese. Eppure, a dubitare della riuscita di un'operazione così spregiudicata ci aiuta la frase di un uomo importante, uno di quelli che, piaccia o no, la storia l'hanno fatta, non hanno solo cercato di riscriverla a proprio piacimento. Quell'uomo, che di nome faceva Abramo Lincoln e di mestiere il Presidente degli Stati Uniti, amava ripetere: "Si può ingannare tutti a volte, qualcuno sempre, ma non è possibile ingannare tutti tutte le volte". Sarà bene che Alemanno e quelli come lui lo tengano presente.


* Forum Palestina
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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 06:42:02, in Politica, linkato 1110 volte)

Dopo le rassicurazioni di Palazzo Chigi circa la tassa sull'oro

Crisi, Napolitano firma
la legge e il decreto correttivo

Il capo dello Stato promulga la manovra ed emana le correzioni apportate dall'esecutivo

ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto legge correttivo di alcune disposizioni della manovra anti-crisi varata dal governo lo scorso primo luglio. Il capo dello Stato ha quindi promulgato il disegno di legge di conversione del decreto legge n. 78 del 2009, avendo anche preso atto della dichiarazione resa dal presidente del Consiglio dei ministri che subordina «l'applicabilità della norma sulle disponibilità auree della Banca d'Italia al conseguimento del parere favorevole della Banca centrale europea, oltre che del parere conforme della stessa Banca d'Italia». Il presidente della Repubblica ha successivamente emanato il decreto legge correttivo, che entrerà in vigore contestualmente alla legge di conversione del decreto anti-crisi.

TASSA SULL'ORO E UE - Dalla Commissione Europea al momento non arriva «nessun commento» sulla norma del pacchetto anti-crisi che prevede una tassa sulle riserve auree della Banca d'Italia. «Anche perché - come spiega la portavoce della Commissione Europea, Amelia Torres, responsabile dell'economia, rispondendo a precisa domanda in sala stampa - si prevede l'accordo della Banca centrale europea, che si è già fatta sentire più volte». «La Bce ha già diffuso i suoi commenti e credo che il governo italiano li terrà in considerazione» ha aggiunto la Torres.


Corriere Sera - 03 agosto 2009


Nota: ovviamente ero al corrente della notizia, ma la posto ora perché mi sento decisamente sfiduciata dal ruolo di questo presidente della repubblica...

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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 06:39:13, in Politica, linkato 1223 volte)

Le accuse lanciate sul blog. L’Idv: parole gravissime che vanno verificate

Guzzanti evoca «nastri a luci rosse»
E sulle pressioni smentita del Colle

Il deputato: riguardano il premier. Ghedini: non merita commenti

ROMA - Un intervento di Paolo Guzzanti sul suo blog, in cui si riparla di presunte conversazioni a luci rosse tra «persone che ricoprono ora al­tissime cariche» riguardanti il premier Silvio Berlusconi, in­nesca un nuovo caso politico. E provoca una secca smentita del Quirinale, chiamato in cau­sa dall’ex deputato del Pdl, ora nel gruppo misto per il Pli. «Il Cavaliere ha corrotto la femminilità italiana con un at­teggiamento di disprezzo per le donne, schiudendo carriere impensabili a ragazze carine», si leggeva ieri sul sito www.paologuzzanti.it, prima che fosse oscurato per eccesso di contatti. L’autore, 69 anni, si riferisce ad intercettazioni eseguite nell’ambito dell’in­chiesta di Napoli e poi fatte di­struggere a Roma. In cui «ci so­no dettagli osceni e terribili». Colloqui tra «due cariche altis­sime e con crudezza di dettagli che io non ripeto, ma che i par­lamentari del Pdl conoscono bene. Io non le ho lette, ma al­meno tre persone attendibilis­sime, tra cui un deputato ed un ex onorevole del centrode­stra, lui di Roma e lei del Nord, me le hanno riportate. Il terzo è un mio amico medico che le ha viste nello studio di un avvocato romano. E i parti­colari corrispondono in manie­ra impressionante». A svelare il contenuto delle intercettazio­ni sarebbe stato «un famoso di­rettore di giornale che nel suo ufficio ha fatto leggere il bro­gliaccio almeno a quei due onorevoli, ma credo a tanti al­tri ».

E qui Guzzanti chiama in causa il Quirinale: «Tutti i di­rettori di giornali possiedono quei verbali ma hanno deciso di non usarli su sollecitazione del presidente Napolitano». Una nota del Colle smentisce con fermezza questa illazione: «È assolutamente priva di fon­damento l’insinuazione, riferi­ta dal senatore Paolo Guzzan­ti, secondo cui il presidente della Repubblica, Giorgio Na­politano, avrebbe sollecitato non si sa quali direttori di gior­nali a non pubblicare taluni at­ti giudiziari che sarebbero in loro possesso». Replica il gior­nalista: «Il mio rispetto per il presidente è assoluto e pren­do atto con piacere della smen­tita. L’ipotesi non è mia, se ne parlava ai tempi dell’inchie­sta » . Per Niccolò Ghedini «que­sta vicenda non merita alcuna attenzione nè commenti». Il le­gale di Berlusconi ricorda che «quei nastri, custoditi a Roma e poi distrutti per ordine della magistratura non sono mai sta­ti ascoltati nè trascritti. I giudi­ci di Napoli li considerarono ir­rilevanti. Non si capisce dun­que come Guzzanti o altri pos­sano averli ascoltati». Sandro Bondi, coordinatore Pdl, osser­va che «nella vita come in poli­tica lo stile è tutto. Purtroppo Guzzanti lo ha smarrito com­pletamente ». Dà credito inve­ce alle sue affermazioni il capo­gruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi. Pronto a presenta­re denuncia alla magistratura. «Quanto scrive Guzzanti è di una gravità inaudita. Pensare che alte cariche siano state as­segnate come ricompensa per prestazioni sessuali è sconvol­gente » . L’ex senatore Pdl, che ri­sponde al telefono da Palm Be­ach, Florida, non ha prove di­rette di sexgate: «Quando fre­quentavo il premier non ho mai assistito ad alcun incon­tro piccante con ragazze. Nota­vo soltanto con fastidio il mo­do direttamente sessuale con cui Berlusconi si rivolgeva alle donne. Nomi non ne ho fatti, ad evitare querele. Ma se un magistrato volesse interrogar­mi per sapere da chi ho avuto queste informazioni, io sono pronto. Sono matto? Sì, un paz­zo completo. Mi mettano in una casa di cura psichiatrica, come tutti quelli che criticano questo governo. L’amico Pu­tin sarebbe contento».

Giovanna Cavalli

Il Corriere Sera 05 agosto 2009 (ultima modifica: 06 agosto 2009)
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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 06:19:17, in Politica, linkato 1202 volte)
L'associazione Antigone: «Lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro»

Sovraffollamento carceri, l'Italia
condannata a risarcire un detenuto

La decisione della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo: 1000 euro per trattamenti inumani

STRASBURGO - L'Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. A stabilire che Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» è la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto. Tra il novembre 2002 e l'aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

STANDARD - La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell'ottobre del 2003. Per questo la corte ha condannato l'Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic.

NUMERI - Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, sono 63.587 i detenuti nelle carceri italiane. Il sovraffollamento resta insomma un problema aperto. I dati resi noti solo a metà giugno dal Dap segnalavano un totale di 63.416 detenuti. Le ultime rilevazioni, che il ministero della Giustizia ha pubblicato sul proprio sito, indicano quindi un ulteriore aumento di oltre 170 reclusi. Numeri di questa entità non si sono mai registrati dal dopoguerra a oggi. Non solo. La metà dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Le cifre comunicate dal ministero indicano infatti che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono 1.820. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare. Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Il Sappe lancia l'allarme, denunciando come la situazione delle carceri sia, in alcune regioni, ampiamente oltre il limite. Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane «si sono ridotte a meri depositi di vite umane» e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite. Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico nelle file della polizia penitenziaria. «A livello nazionale - sottolinea il segretario, Donato Capece - sono in totale in servizio 35.300 persone» che devono fare i conti con «turni di servizio, piantonamento, servizio di traduzioni, riposi e assenze».

INDENNIZZI - «Poiché in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità - dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione 'Antigone' che si batte per i diritti nelle carceri, commentando la notizia della condanna - lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi». «La condanna dell'Italia da parte della corte dei diritti dell'uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri - dice Gonnella - e mette definitivamente fuori legge l'attuale gestione del sistema penitenziario».

L'AVVOCATO - «La Corte europea - dice invece l'avvocato Alessandra Mari -ha affermato che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante: è un principio importante e fondamentale, ed era proprio questo l'obiettivo del ricorso». Il ricorso, spiega l'avvocato che assieme al collega Nicolò Paoletti ha seguito la vicenda, è stato presentato nel 2003, subito dopo la scarcerazione di Sulejmanovic. Ed è stato lo stesso cittadino bosniaco a volerlo presentare, visto che già una volta la Corte europea gli aveva dato ragione. A marzo del 2000, racconta infatti l'avvocato Mari, «Sulejmanovic e un'altra cinquantina di rom di origine bosniaca che vivevano in un campo nomadi a Roma, ricevettero un ordine di espulsione dall'Italia: imbarcati su un volo, furono tutti riportati in Bosnia». In quell'occasione Sulejmanovic si rivolse alla Corte Europea che, due anni dopo, gli diede in parte ragione dichiarando il suo ricorso ammissibile. La vicenda, prosegue il legale, si concluse con un accordo amichevole tra il governo italiano e i cinquanta rom, che consentì loro di rientrare nel nostro paese. In Italia però Sulejmanovic aveva alcune pendenze penali da scontare e così finì a Rebibbia. «Altri stati europei erano stati condannati per il sovraffollamento e ora il fatto che la Corte europea si sia pronunciata anche sull'Italia - ribadisce l'avvocato Mari - apre la strada a decine di ricorsi anche nel nostro paese».

IONTA - Franco Ionta, capo dell'attuale Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, evita di commentare la sentenza ma si limita ad osservare che «i mille euro sono di equo indennizzo perché l'arco temporale sofferto dal ricorrente è stato molto limitato. La condizione carceraria del bosniaco, tra l'altro, viene definita più che accettabile (anche dal punto di vista dell'assistenza sanitaria) visto che il detenuto trascorreva almeno dieci ore al giorno fuori dalla cella per svolgere altre attività. Personalmente non mi risultano ricorsi dello stesso genere pendenti davanti alla Corte di Strasburgo e non credo che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia».


05 agosto 2009 (ultima modifica: 06 agosto 2009)
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Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 06:00:04, in Politica, linkato 1760 volte)
Inchiesta Bari, carabinieri in cerca
di carte anche negli uffici del governatore

Vendola non risulta indagato, le indagini si allargano al business delle farmacie

di Grazia Rongo

BARI (6 agosto) - Un diluvio di dichiarazioni, smentite, querele e citazioni per danni si abbatte come un temporale estivo sull’estate pugliese ma il clima resta bollente. Il presidente della regione Nichi Vendola non ha fatto in tempo a dichiararsi immune dall’azione giudiziaria che ecco ripiombare ieri mattina i carabinieri negli uffici della Presidenza, sul lungomare barese, e in quella del Consiglio regionale, in via Capruzzi.

Le nuove acquisizioni, disposte dal sostituto procuratore Désirée Digeronimo che indaga sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione della sanità regionale, riguardano l’assegnazione delle farmacie e le consulenze esterne chieste dall’assessorato regionale alla Sanità.

«Se la magistratura barese, di fronte allo scempio della sanità pugliese fatto dalla sinistra, esita nell’indagare Vendola, non potrà evitare la sua interdizione - ha tuonato il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri - delle due l’una: o è coinvolto nel disastro, o non si è accorto di nulla».

Il governatore pugliese ha risposto con una citazione per danni: «Le sue accuse sono vergognose - ha detto - per Gasparri o uno è fesso oppure è un delinquente». Lo scambio di gentilezze, tra i due, non è una novità: a maggio scorso a Nichi Vendola, durante una puntata di Ballarò, scappo un “vaffa” di troppo e il giorno dopo arrivò pronta la querela di Gasparri, che adesso rincara la dose: «Del “vaffa” mi accorsi solo il giorno dopo, quando rividi la registrazione della puntata e diedi mandato al mio avvocato di occuparsene. Sulla citazione per danni di Vendola non ho nulla da dire se non che il governatore pugliese dovrà andare in tribunale per ben altri motivi».

Il Presidente della regione Puglia non risulta indagato. Le indagini della Digeronimo ruotano intorno alle figure dell’ex assessore alla sanità Alberto Tedesco e del suo braccio destro Mario Malcangi, indagati insieme ad altre 13 persone tra direttori di Asl e imprenditori del settore sanità e rifiuti.

L’inchiesta raffigura una sorta di cupola interna alla pubblica amministrazione che avrebbe allungato le mani anche sull’affare farmacie. La procura indaga per stabilire se siano state pagate tangenti per ottenere favori, perché in alcuni casi i farmacisti erano talmente certi di non trovare ostacoli, da predisporre anzitempo l’apertura dell’attività con tanto di arredamento e medicinali pronti per l’uso, così come avrebbe fatto un farmacista ottantenne di San Giovanni Rotondo. Sono state le troppe certezze ad alimentare i dubbi della procura e ci sono 14 farmacie, con assegnazione provvisoria, la cui posizione sarebbe stata successivamente sanata con la legge regionale 19/2008.

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 05/08/2009 @ 03:11:43, in Politica, linkato 1526 volte)
Mafia, Lumia (Pd) presenta interrogazione su figlia generale Subranni



Palermo, 4 agosto 2009 – Il senatore del partito democratico Giuseppe Lumia ha presentato un’interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, e al Ministro della giustizia, Angelino Alfano, sulla portavoce di quest’ultimo Danila Subranni.
«Premesso che – scrive - da un comunicato stampa dell’onorevole Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993 e parlamentare europeo, si apprende che il capo ufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia onorevole Angelino Alfano è Danila Subranni, figlia del generale Antonio Subranni, “già comandante del Ros” dell’Arma dei carabinieri, “a conoscenza della trattativa fra Stato e Cosa Nostra condotta dai suoi subordinati Mario Mori e Giuseppe De Donno, e, soprattutto, allo stato ancora indagato dalla Procura della Repubblica di Palermo per il favoreggiamento della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano”; in effetti, all’atto del suo insediamento, il ministro Angelino Alfano nominò la suddetta dottoressa Danila Subranni alla guida del proprio ufficio stampa, assegnandole anche il ruolo di portavoce del Ministro; tali ruoli sono tuttora svolti dalla suddetta dottoressa Danila Subranni, che in tale veste esprime la voce del Ministro, cioè del primo interlocutore politico della magistratura per l’apprestamento di mezzi e soluzioni utili al buon funzionamento dell’attività giurisdizionale; come accertato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere della XIII Legislatura nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista Peppino Impastato e sulle anomalie che ne caratterizzarono le indagini, il generale Antonio Subranni, allora maggiore, fu nel 1978 il comandante del Reparto operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo che guidò le indagini sull’omicidio di Giuseppe Impastato, avvenuto a Cinisi (Palermo) il 9 maggio1978 e che, quindi, fu il primo responsabile dei depistaggi commessi dall’Arma dei Carabinieri per affermare la falsa teoria secondo cui Impastato si era ucciso nel compimento di un attentato dinamitardo e per scartare la vera causale (poi affermata dalle sentenze) dell’omicidio di mafia compiuto su diretto ordine del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti; la stessa sentenza emessa dalla Corte d’assise di Palermo nei confronti di Gaetano Badalamenti rilevò criticamente l’operato investigativo dei carabinieri allora guidati dal maggiore Subranni; nel 1990 il generale Antonio Subranni divenne il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’Arma; secondo quanto può leggersi nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Firenze nel processo per le stragi mafiose del 1993, nella predetta qualità di comandante del Ros egli fu il più alto punto di riferimento istituzionale di un’inconcepibile trattativa instaurata con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra da due ufficiali suoi subordinati, l’allora colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno, trattativa criminogena che sarebbe in atto al centro delle indagini delle Procure distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta; ancora oggi il generale Subranni è indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo, anche se per lui il Pubblico ministero ha proposto richiesta di archiviazione (sulla quale ancora il Giudice per le indagini preliminari non si è pronunciato), per la gravissima ipotesi delittuosa di favoreggiamento della latitanza del boss corleonese Bernardo Provenzano, vicenda per la quale è in corso innanzi al Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, entrambi già alle dipendenze del generale Subranni al Ros».
Lumia chiede di sapere: «se effettivamente la dottoressa Danila Subranni, capoufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia, sia la figlia del suddetto generale Antonio Subranni; in caso affermativo, se non si ritenga tale circostanza, cioè che ad esprimere la voce del Ministro chiamato istituzionalmente ad interloquire con la magistratura e con il suo organo di autogoverno sia una stretta congiunta di un personaggio che allo stato riveste la qualità di indagato presso la Procura di Palermo come presunto favoreggiatore del capomafia Bernardo Provenzano, un gravissimo ed irreparabile vulnus all’immagine della giustizia italiana».


Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00903

Atto n. 3-00903

Pubblicato il 1 agosto 2009
Seduta n. 251

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. -


Premesso che:


da un comunicato stampa dell’onorevole Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993 e parlamentare europeo (si veda l'“Osservatorio Sicilia” del 30 luglio 2009), si apprende che il capo ufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia onorevole Angelino Alfano è Danila Subranni, figlia del generale Antonio Subranni, "già comandante del Ros" dell’Arma dei carabinieri, "a conoscenza della trattativa fra Stato e Cosa Nostra condotta dai suoi subordinati Mario Mori e Giuseppe De Donno, e, soprattutto, allo stato ancora indagato dalla Procura della Repubblica di Palermo per il favoreggiamento della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano";

in effetti, all’atto del suo insediamento, il ministro Angelino Alfano nominò la suddetta dottoressa Danila Subranni alla guida del proprio ufficio stampa, assegnandole anche il ruolo di portavoce del Ministro;

tali ruoli sono tuttora svolti dalla suddetta dottoressa Danila Subranni, che in tale veste esprime la voce del Ministro, cioè del primo interlocutore politico della magistratura per l’apprestamento di mezzi e soluzioni utili al buon funzionamento dell’attività giurisdizionale;

come accertato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere della XIII Legislatura nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista Peppino Impastato e sulle anomalie che ne caratterizzarono le indagini, il generale Antonio Subranni, allora maggiore, fu nel 1978 il comandante del Reparto operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo che guidò le indagini sull’omicidio di Giuseppe Impastato, avvenuto a Cinisi (Palermo) il 9 maggio 1978 e che, quindi, fu il primo responsabile dei depistaggi commessi dall’Arma dei Carabinieri per affermare la falsa teoria secondo cui Impastato si era ucciso nel compimento di un attentato dinamitardo e per scartare la vera causale (poi affermata dalle sentenze) dell’omicidio di mafia compiuto su diretto ordine del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti;

la stessa sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo nei confronti di Gaetano Badalamenti rilevò criticamente l’operato investigativo dei carabinieri allora guidati dal maggiore Subranni;

nel 1990 il generale Antonio Subranni divenne il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’Arma;

secondo quanto può leggersi nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Firenze nel processo per le stragi mafiose del 1993, nella predetta qualità di comandante del Ros egli fu il più alto punto di riferimento istituzionale di un'inconcepibile trattativa instaurata con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra da due ufficiali suoi subordinati, l’allora colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno, trattativa criminogena che sarebbe in atto al centro delle indagini delle Procure distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta;

ancora oggi il generale Subranni è indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo, anche se per lui il Pubblico ministero ha proposto richiesta di archiviazione (sulla quale ancora il Giudice per le indagini preliminari non si è pronunciato), per la gravissima ipotesi delittuosa di favoreggiamento della latitanza del boss corleonese Bernardo Provenzano, vicenda per la quale è in corso innanzi al Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, entrambi già alle dipendenze del generale Subranni al Ros,

si chiede di sapere:

se effettivamente la dottoressa Danila Subranni, capoufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia, sia la figlia del suddetto generale Antonio Subranni;

in caso affermativo, se non si ritenga tale circostanza, cioè che ad esprimere la voce del Ministro chiamato istituzionalmente ad interloquire con la magistratura e con il suo organo di autogoverno sia una stretta congiunta di un personaggio che allo stato riveste la qualità di indagato presso la Procura di Palermo come presunto favoreggiatore del capomafia Bernardo Provenzano, un gravissimo ed irreparabile vulnus all’immagine della giustizia italiana.

Il testo sul sito del Senato
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