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 alla bellezza ... ... di Lunadicarta
 
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Perché una società del porno commerciale dovrebbe interessarsi ai cartoni animati? Chi è che guarda i cartoni animati alla Tv?

Loredana Morandi
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 04/02/2009 @ 04:08:42, in Politica, linkato 991 volte)
GIUSTIZIA: BERLUSCONI, SEPAREREMO NON SOLO CARRIERE MA ORDINI

Roma, 4 feb. - (Adnkronos) - "Noi separeremo non solo le carriere ma gli ordini. I pm, che si chiameranno avvocati dell'accusa, avranno uffici separati da quelli dei giudici.

E se vorranno adire il giudice, dovranno prenotare un appuntamento, bussare alla porta e presentarsi, lo dico in senso figurato, con il cappello in mano, e dargli del lei".

Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a proposito della riforma della giustizia in un'intervista a 'Mattino Cinque' su Canale 5. (Fan/Zn/Adnkronos) 04-FEB-09 09:29

GIUSTIZIA: BERLUSCONI, BASTA PM POLITICIZZATI NEL '94 SOVVERTIRONO VOTO
 
(ASCA) - Roma, 4 feb - Il problema della giustizia e' ''che quando viene applicata da Pm colorati in un certo modo, politicizzati, e' un qualcosa che si deve assolutamente cambiare''. Lo dice intervistato su Canale 5 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

''Il presidente del Consiglio nel '94 fu mandato a casa per iniziativa di giudici che volevano addirittura cambiare, e ci riuscirono, il risultato elettorale - rileva Berlusconi - aveva ragione allora e ha ragione adesso quando afferma che i giudici devono fare i giudici, sono un ordine dello Stato e non un potere dello Stato che la politica deve essere indipendente da questa giustizia politicizzata che e' una malattia della democrazia''. Cer/dnp/rob
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Di Loredana Morandi (del 03/02/2009 @ 08:54:00, in Politica, linkato 1195 volte)
Brave! Io invece spero nel pubblico registro dei sex offenders e nella proposta di legge scritta sui dati di Don Di Noto. In Italia sono strumenti assolutamente necessari, soprattutto in difesa delle donne e dei minori, che anche nel web e agevolerebbero il lavoro di persone brave come Don Di Noto e Massimiliano Frassi, che sono la prima linea alla lotta contro la *pedopornografia* online. Nonché impedirebbero ad un avvocatuccio di periferia di minacciare un provider come Tiscali e consentire di pubblicare il nome di persone indubbiamente per bene e associazioni serissime, per l'indicizzazione di siti del *porno* commerciale.


Giustizia, Pd: stupratori siano trattati come mafiosi

Deputate commissione Giustizia: proposto alla Camera  emendamento per 'impedire' arresti domiciliari stupratori

"Il Pd ha proposto un emendamento al testo contro la violenza sessuale in discussione alla Camera, per 'impedire' gli arresti domiciliari facili per gli stupratori". Lo rendono noto la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, e le deputate democratiche Marilena Samperi, Cinzia Capano e Anna Rossomando, che aggiungono: "con il nostro emendamento, su cui ci auguriamo una larga convergenza di tutti i
gruppi parlamentari, proponiamo, di fatto, l'equiparazione degli stupratori ai mafiosi per i quali, come è noto, deve essere valutata solo in via eccezionale l'applicazione degli arresti domiciliari. Il Pd ha inoltre stigmatizzato il comportamento del Governo che oggi ha annunciato la trasformazione di molti punti qualificanti del testo in discussione in proposte emendative al pacchetto sicurezza all'esame del Senato. In questo modo - concludono - l'esecutivo continua ad agire con un metodo frammentario ed incoerente aggirando il naturale dibattito nelle commissioni di merito". Roma, 3 febbraio 2009
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Di Loredana Morandi (del 02/02/2009 @ 12:03:35, in Politica, linkato 1294 volte)
I comunicati a me pervenuti:

Giustizia, Pd a Governo: ascolti critiche e ritiri ddl intercettazioni

Ferranti: intesa maggioranza mina potere investigativo

"Chiediamo al Governo di prestare ascolto alle tante critiche costruttive che si sono levate in questi giorni e ritirare il ddl intercettazioni". Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, che aggiunge: "il testo che sigilla l'intesa di maggioranza mina  gravemente il potere  investigativo della polizia giudiziaria e della magistratura inquirente. Nel merito - aggiunge - la richiesta di 'gravi indizi di  colpevolezza' per attivare le intercettazioni comprime  fortemente la possibilità di utilizzarle efficacemente. Un'ipotesi gravissima che rivela come il governo e la  maggioranza sono disposti a sacrificare uno strumento importantissimo per la ricerca della prova sull'altare di un astratto concetto di riservatezza. Il testo del governo - sottolinea - non eviterà infatti l'uso strumentale delle intercettazioni, ma avrà l'unico  l'effetto di bloccare l'efficace contrasto della criminalità, anche quella organizzata, visto che le nuove norme non permetteranno di accertare i cosiddetti reati satelliti che sono, come noto, la prima dimostrazione della presenza nel territorio di reti criminali organizzate".
"Per queste ragioni - prosegue - chiediamo al governo ritirare il ddl intercettazioni. Che è un testo che va radicalmente ripensato perché allo stato attuale non soddisfa nessuna delle esigenze che motivavano la riforma della disciplina delle intercettazioni: non realizza la tutela effettiva della riservatezza dei cittadini innocenti, penalizza gravemente le indagini e comprime seriamente il diritto di cronaca". Roma, 2 febbraio 2009


INTERCETTAZIONI: FINOCCHIARO: "BERLUSCONI CONFERMA CHE VUOLE LIMITARE INDAGINI".


"Anche oggi Berlusconi nasconde dietro tante parole di propaganda pericolosi annunci sulla giustizia e sulle intercettazioni. La separazione degli ordini non si sa bene cosa sia. Noi sappiamo che siamo contrari alla separazione delle carriere. E in ogni caso aspettiamo ancora i testi di questa fantomatica riforma della Giustizia che nessuno conosce.
Sulle intercettazioni, al di là delle ovvie considerazioni sulla privacy, tempi e modi non ci convincono. Quando si arriva agli indizi di colpevolezza l'indagine è già finita. E sinceramente le intercettazioni che hanno permesso di individuare tantissimi reati diventano inutili".
"Mi sembra che dietro le parole del premier si nasconde sempre la stessa volontà: non quella di migliorare la qualità e l'efficienza della giustizia ma quella di limitare lo svolgimento delle indagini".
Così Anna Finocchiaro,Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, commenta le ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio su intercettazioni e
giustizia. Roma, 2 febbraio 2009


SICUREZZA: FINOCCHIARO, "DA PISANU GRANDE EQUILIBRIO. ALIMENTARE PAURE E' SBAGLIATO".

"Oggi ho letto parole davvero equilibrate sul tema della sicurezza espresse dal Presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu. Che purtroppo,
però, non sono in sintonia con quelle espresse dalla maggioranza e dal governo". Lo afferma in una nota la senatrice Anna Finocchiaro, Presidente del Gruppo Pd a Palazzo Madama.
"Non è alimentando paure o pensando solo alla repressione - prosegue Anna Finocchiaro - che si risolve il problema della sicurezza. E i fatti di questi giorni sono li a dimostrarlo. Non è chiedendo ai medici di denunciare i clandestini o attraverso i permessi a pagamento che si risolve il problema dell'immigrazione. Queste sono misure che servono solo ad una propaganda che soffia su violenza e razzismo".
"Servirebbero piuttosto - conclude la Presidente - maggiore serietà e responsabilità da parte di tutte le forze politiche, maggiori risorse per le forze dell'ordine e maggiore educazione contro la violenza (soprattutto quella sessuale)". Roma, 2 febbraio 2009


SICUREZZA: SERENI, “Non alimentare paure, servono risorse e prevenzione”

Dichiarazione di Marina Sereni, vicepresidente dei deputati PD

“Episodi di violenza e di intolleranza  come gli ultimi di Roma, Guidonia, Nettuno, colpiscono donne, immigrati, emarginati e, ad esserne responsabili, sono spesso giovani: italiani o stranieri, non importa.
La politica, invece di alimentare paure, di pensare soltanto alla repressione, di cercare colpevoli di volta in volta tra i magistrati o tra chi viene da fuori dei nostri confini, dovrebbe investire più risorse per le forze dell’ordine, lavorare per la prevenzione nelle scuole e nei quartieri più difficili, approvare una nuova legge sulla violenza sessuale.
Non può vincere la cultura della brutalità fine a se stessa, praticata come semplice divertimento, né quella dell’intolleranza o del razzismo fomentata da continui allarmi.  Non aiuta  chi, dalla maggioranza e dal governo, affronta questi temi con battute volgari o evocando la necessità di nuove-vecchie barriere”. Roma, 2 febbraio 2009

 
Immigrati. Turco, dal governo norme incivili

Aderisco all’appello di Medici senza frontiere! “La norma che obbliga i medici a denunciare gli immigrati clandestini che si rivolgono a loro per chiedere cure mediche è indegna di un paese civile. Per questo motivo aderisco alla manifestazione di Medici senza frontiere davanti a Montecitorio”. Lo dice l’on. Livia Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera.
“I gravi fatti di cronaca avvenuti in questi giorni – prosegue Turco - rendono evidente che nei confronti di un fenomeno complesso come quello dell’immigrazione sarebbero necessari interventi a favore dell’integrazione. I pesanti tagli alle politiche sociali fatti dal governo Berlusconi nell’ultima finanziaria, purtroppo non vanno in questa direzione”. Roma, 2 febbario 2009

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Di Loredana Morandi (del 02/02/2009 @ 03:39:12, in Politica, linkato 1336 volte)
I giudici processano Alfano "Non tocchi le intercettazioni"

I giudici: "Con le nuove norme non avremmo preso Setola". All´inaugurazione dell´Anno giudiziario, applausi al ministro Alfano, ma netto dissenso dei magistrati su un punto cruciale

di Dario Del Porto

Aveva scelto un discorso agile, di ampio respiro. Aveva citato Verga per rivendicare, «da uomo del Sud», la volontà di dichiarare guerra alle mafie togliendo «la roba» ai clan che «derubano non solo la ricchezza ma anche la speranza». Ai magistrati napoletani aveva rivolto parole di grande elogio: «I vostri successi nella lotta alla camorra sono un orgoglio per la nazione. Dovete sapere che il governo è al vostro fianco - aveva detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano intervenendo all´inaugurazione dell´anno giudiziario - non a parole, ma con i fatti». E più volte il Guardasigilli era riuscito a strappare il convinto applauso della platea togata. «Lavoriamo a un diritto processuale penale autenticamente giusto, rispettoso delle esigenze investigative e della dignità della persona», con l´obiettivo di evitare «quella che troppo spesso diventa una gogna mediatica invincibile e insopportabile», aveva evidenziato prima di lanciare l´invito a partire «da Napoli, dalla Campania, dal Mezzogiorno tanto criticato eppure pieno di risorse umane e straordinarie intelligenze» per migliorare la Giustizia «con impegno e convinzione».

Ma quando, a metà della cerimonia aperta dalla relazione del presidente reggente della Corte d´Appello Luigi Martone, ha preso la parola sul palco del Salone dei Busti di Castelcapuano il presidente della giunta distrettuale dell´Associazione magistrati, Tullio Morello, il ministro ha dovuto prendere atto del profondo malcontento di giudici e pm dinanzi a un programma di riforme che non li convince ma anzi, come nel caso del giro di vite sulle intercettazioni, li preoccupa. Già il procuratore generale Vincenzo Galgano, in un intervento duro e amaro, segnato dalla consapevolezza «di un domani incerto, e di condizioni di vita divenute ancora più difficili», si era chiesto «quale reale valore, ai di fuori di una provocatorietà mediatica, possa assumere ai fini della efficienza del servizio giustizia la ventilata contrazione delle intercettazioni telefoniche». Morello però ha decisamente affondato il coltello nella piaga che ancora rende difficili i rapporti fra magistratura e governo. «Che senso ha pensare a una legge che richiede come presupposto per disporre le intercettazioni i gravi indizi di colpevolezza invece che di reato com´è adesso? - ha detto il presidente dell´Anm - le intercettazioni si fanno proprio per acquisire i gravi indizi di colpevolezza. Quando questi ci sono già, si applica la misura cautelare e non c´è più alcun interesse a intercettare. E la disciplina sulle intercettazioni ambientali renderebbe molto più difficile il contrasto alla criminalità organizzata».

Concetto più avanti ribadito da uno dei pm di punta dell´anticamorra, Antonio Ardituro: «Con le norme che il governo vuole approvare, non saremmo riusciti ad arrestare il boss dei Casalesi Giuseppe Setola». Ma anche su altre riforme, il giudizio di Morello è apparso severo e critico nei confronti del governo: «Non possiamo condividere la sostanziale soppressione della facoltà, anzi del dovere, di iniziativa del pubblico ministero nel perseguimento dei reati, che in futuro dovrebbe agire solo su "delega" della polizia giudiziaria, della quale pure dispone direttamente. È difficile liberarsi dal sospetto che il tal modo si voglia aggirare l´ostacolo della attuale impossibilità "politica" di far dipendere il pm dal governo». Toni accorati, quelli usati da Morello, che ha ricordato l´avvocato Antonio Metafora, ucciso nel suo studio professionale solo per aver assolto ai suoi impegni di legale in una procedura di sfratto e il sindacalista Federico Del Prete, assassinato dalla camorra a Casal di Principe dopo ripetute denunce. Il presidente dell´Anm ha voluto anche sottolineare le difficoltà incontrate dai magistrati anticamorra «costretti a venire in ufficio con mezzi propri e non adeguatamente protetti» e dalle toghe impegnate nei procedimenti «contro personaggi della vita pubblica, soprattutto politici»: in questi casi, ha sottolineato il giudice, «nella migliore delle ipotesi veniamo tacciati di essere di parte, incompetenti o pazzi». Quindi ha rimarcato: «A volte sbagliamo, è vero. Ma non è vero che non paghiamo. Quest´anno un magistrato del distretto è stato destituito, non troppi anni fa i vertici degli uffici giudiziari sono stati colpiti da pesanti sanzioni disciplinari. Recentemente abbiamo assistito all´amaro ritorno di Luigi De Magistris», l´ex pm trasferito d´ufficio da Catanzaro. Sulle riforme è intervenuto anche Francesco Caia, il presidente dell´Ordine forense: «Le riforme non ci lasciano indifferenti, ma deve essere ben chiaro a tutti che non possono essere portate a compimento senza il coinvolgimento della classe forense. E al di là dei facili slogan, non si fanno a costo zero» - ha detto Caia, che rievocando il tragico omicidio dell´avvocato Metafora ha aggiunto: «L´omicida è ancora latitante e le nostre istituzioni non hanno ancora oggi compreso la gravità di tale evento».

A cerimonia conclusa, il ministro Alfano ha prima tentato di eludere le stoccate dei magistrati: «Ho potuto riscontrare un grande consenso, e gli applausi lo hanno sottolineato, su una riforma della giustizia che viene percepita non come un capriccio ma come una necessità. Occorre restituire efficienza al sistema e dignità alla giustizia. Faremo riforme per assicurare un processo giusto e rapido». Poi però, incalzato dai cronisti, ha difeso la riforma sulle intercettazioni senza rinunciare a una battuta polemica: «Voglio essere molto chiaro: il nostro disegno di legge tutela lo strumento delle intercettazioni e unitamente tutela la privacy dei cittadini. Le intercettazioni sono state finora molto costose, lo riconoscono un po´ tutti, e spesso non sono state, così come avrebbe previsto il codice vigente, assolutamente indispensabili per la prosecuzione delle indagini. l´abuso di quella norma, il suo sistematico aggiramento, ha prodotto la necessità di intervenire, perché sono state troppo spesso invasive». Quindi Alfano ha proseguito: «Non le stiamo limitando per alcun reato. Abbiamo mantenuto il tetto previsto dalla legge precedente, le abbiamo solamente mantenute in limiti temporali che siano più accettabili in modo tale da coniugare l´esigenza delle indagini e il rispetto della dignità dei cittadini e anche il tema dei costi, perché si è esagerato». Infine, ha risposto (senza citarlo) a Morello: «Qui ho sentito dire che quando vi sono i gravi indizi di colpevolezza già si può arrestare. Non credo però di sbagliare quando dico che si può arrestare quando, oltre ai gravi indizi di colpevolezza vi sia pericolo di inquinamento delle prove, di fuga o di reiterazione di reato». Prima di allontanarsi, il ministro ha ribadito l´impegno per mantenere Castelcapuano, «adeguatamente riqualificato, tra i simboli della giustizia e dell´avvocatura di questa nobile città». Una promessa importante, che non cancella però le preoccupazioni delle toghe su una riforma che non piace.

(La Repubblica 01 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 29/01/2009 @ 04:27:54, in Politica, linkato 1071 volte)
IL CASO. La magistratura viene depotenziata: inchiesta conclusa per ottenere l'utilizzo delle intercettazioni. Indagini paralizzate

Intercettazioni, così Berlusconi ha già vinto la partita

di GIUSEPPE D'AVANZO

E' AVVENTATO sostenere che Berlusconi sia stato costretto a ridimensionare il desiderio di vedere distrutte le intercettazioni come strumento investigativo. Il premier l'ha avuta vinta su tutta la linea, nonostante quel che sostiene un discorso pubblico infarcito di molte menzogne. La vittoria del premier, in realtà, è completa.

E' un successo politico. E' un trionfo legislativo. Erano a confronto due idee di riforma. La visione di Berlusconi è nota. Avverte l'autonomia della magistratura come una minaccia al suo comando che desidera unico e senza controlli. Pretende che sia burocratizzata la funzione giudiziaria e depotenziato ogni strumento di quel potere in toga, dalle intercettazioni alla direzione delle indagini. Opposto l'approccio di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera, in una lettera molto apprezzata anche dall'opposizione, invita a risolvere le patologie del sistema giudiziario guardando non al riequilibrio dei poteri, ma all'interesse del cittadino che ha diritto a una giustizia che sia servizio giusto, imparziale, efficiente, ragionevolmente rapido. Questa, per Fini, la "stella polare" che deve guidare la riforma. Vediamo ora quel che è accaduto e accadrà.

Angelino Alfano, il segretario di Berlusconi diventato ministro di Giustizia, va in parlamento per la relazione sullo stato di giustizia. I numeri che propone danno ragione all'invito di Fini: le lentezze, le inefficienze, i ritardi dell'amministrazione della giustizia sono oltre il limite di guardia. Questa radiografia è uguale da troppo tempo. Più che lagne sono necessarie riforme. Riforme dei codici e delle procedure; innovazione nell'organizzazione; maggiori risorse umane e finanziarie. Come è abituato a fare da mesi a ogni intervista o spot, Alfano giura e garantisce che è pronto davvero a riformare i processi e le norme. L'unico passo concreto che però muove non è nella direzione invocata da Fini: è la riforma delle intercettazioni voluta da Berlusconi. Riforma che non taglierà di un solo giorno i tempi del processo, non lo renderà più equo né per le vittime del reato né per gli imputati. La priorità per la giustizia è l'ascolto telefonico, aveva detto d'altronde il Capo. Così è stato.

Gran successo politico, vince il premier, perde la ragionevolezza di Fini, e soprattutto l'interesse pubblico. Per far digerire l'arroganza del capo del governo, bisogna allora escogitare due magnifiche bubbole: le intercettazioni sono troppe (inseguono 128mila "bersagli") e costano molto (226 milioni l'anno). Non si capisce (né il segretario-ministro lo spiega né alcuno ha voglia di chiederglielo) rispetto a quale parametro gli ascolti sono troppi. L'economia criminale rappresenta, senza contare la delinquenza politico-amministrativa, una quota non trascurabile del prodotto nazionale. Non meno del 10 per cento, secondo gli economisti del lavoce. info. Rispetto a questo troppo criminale, sono troppi 128mila "bersagli", un numero che peraltro sovrappone in uno solo e confuso dato statistico le persone, i tabulati, i telefoni fissi e mobili, le comunicazioni informatiche, telematiche, ambientali? Non c'è spacciatore di quartiere che non abbia tre cellulari in tasca. Totò Cuffaro, l'ex-presidente della Regione siciliana (condannato per il favoreggiamento di un mafioso) utilizzava addirittura 31 cellulari diversi. Troppi per le risorse dello nostro Stato, a quanto pare, nonostante quel che - a proposito di costi - una buona indagine con intercettazioni consegna alle casse dell'Erario.

L'inchiesta romana sulle manovre finanziarie dei "furbetti" Stefano Ricucci e Danilo Coppola (intercettati) ha consentito di recuperare 100 milioni di tasse evase. L'indagine Antonveneta, costata alla procura di Milano 8 milioni di euro (6 milioni spesi soltanto per la custodia giudiziaria), ha permesso allo Stato di incassare 102 milioni con i primi patteggiamenti e di sequestrarne 350 (saranno confiscati in caso di condanna o patteggiamento). Fatti i conti, due soli processi pagano l'intera spesa delle intercettazioni italiane per due anni, più o meno. Costano troppo, le intercettazioni? Le frottole, che sembrano affascinare anche le fondazioni di Casini e D'Alema, servono a Berlusconi e corifei per fare il passaggio successivo che - va detto - il Capo non ha mani nascosto di voler fare. Ancora domenica scorsa in un'intervista a Repubblica, il premier ha ripetuto che "il sistema delle intercettazioni è marcio" e "va tagliato del tutto", al più le intercettazioni dovranno essere un strumento "aggiuntivo" delle investigazioni. L'uomo è stato di parola. Lo ha fatto davvero e appare oggi insensata la soddisfazione di chi ripete di avergli fatto fare un passo indietro perché il disegno di legge prevede le intercettazioni per tutti i reati. La vittoria di Berlusconi è anche legislativa, infatti. L'esclusione degli ascolti per i reati sotto i dieci anni è stato soltanto il drappo rosso agitato davanti al muso del toro. Il toro ha caricato il drappo e ha consegnato il collo alla lama della spada. Conviene guardare, allora, alla lama che nel nostro caso si nasconde in un paio di regole annunciate dal segretario-ministro o già presenti nel disegno del governo. Le stupefacenti norme riguardano il chi, quando, dove e perché della riforma: chi autorizza gli ascolti; i tempi delle intercettazioni; il luogo dove effettuarle; il loro obiettivo.

Chi. Sarà un collegio di tre giudici a dare il consenso alle intercettazioni. Stravagante. Un solo giudice può infliggere l'ergastolo, ma devono essere in tre per un ascolto e poi non c'è dovunque una terna di toghe a disposizione per quella decisione. Ottanta tribunali hanno soltanto venti magistrati o meno. Bisognerebbe accorparli, i tribunali. Dovrebbe essere lavoro per il segretario-ministro che non ci pensa punto perché il Capo ha già fatto sapere che ci sarebbero sgradevoli proteste a difesa degli interessi locali. Niente da fare, allora. In ottanta tribunali dovranno scegliere o le intercettazioni o i processi. Quando. Le intercettazioni non potranno durare più di due mesi. Come se si dicesse che è legittimo indagare per sei mesi (quanto durano oggi le indagini), ma si può pedinare l'indagato soltanto per due mesi. Chi comprende questa mattana? Dove. Si potrà intercettare soltanto nei luoghi ove si ha il fondato motivo di ritenere che vi si stia svolgendo l'attività criminosa. Dunque, per esempio, non nelle caserme o nei commissariati (dove spesso gli indagati complici sciolgono la lingua per accordarsi). Non nelle carceri. Non con le telecamere negli stadi. Non si potrà più piazzare una microspia in una autovettura a meno non si sappia già che, in quell'auto, si prepara un delitto e non genericamente un delitto, ma quale delitto. Perché. Lo ha ripetuto ancora ieri il vero ministro di giustizia, l'avvocato del premier Ghedini: "Potranno essere intercettati solo coloro che sono colpiti da gravi indizi di colpevolezza".

E' questo il capolavoro che, come ha chiesto Berlusconi, annullerà, "taglierà via" (per usare le sue parole) le intercettazioni dalla scatola degli attrezzi della magistratura. Finora erano sufficienti "gravi indizi" per chiedere un'intercettazione "indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagine". Detto in altro modo, l'intercettazione doveva essere indispensabile per chiudere un'indagine. Da domani (approvata la legge) sarà necessario aver concluso l'indagine per ottenere un'intercettazione. Bisognerà già aver già intascato la colpevolezza dell'indagato per poter chiedere un ascolto. Nel mondo capovolto di Berlusconi, le prove delle colpevolezza devono esserci già per chiedere l'intercettazione che da strumento essenziale diventerà aggiuntivo, un extra a lavoro finito. Con un paradosso che a ogni persona assennata apparirà illogico, quel che oggi è sufficiente per proporre l'arresto dell'indagato o addirittura il suo rinvio a giudizio diventerà appena adeguato, domani, per chiedere un'intercettazione. Con quali effetti lo si può già prevedere. Un'indagine per omicidio contro ignoti non potrà contare più sulle intercettazioni.

Contro ignoti, non si può intercettare. In questi casi, solitamente si scrutano l'ambiente della vittima e i suoi nemici per rilevare le ragioni del conflitto, gli interessi in gioco, i sospetti dei familiari della vittima. Berlusconi pretende che se il pubblico ministero non ha già un nome, se non ha già raccolto prove della sua responsabilità e colpevolezza, si può scordare le intercettazioni. Quasi che l'ascolto telefonico fosse per la magistratura la ciliegina sulla torta, il premio per un lavoro ben fatto. I "cattivi" faranno festa e l'Italia diventerà un paese a criminalità immune. Vale la pena fare un esempio. Nella primavera del 2007 una parola di troppo in una conversazione intercettata in Sicilia lasciò capire che a Milano si stava preparando il sequestro di Paolo Berlusconi. I rapinatori furono arrestati alla vigilia dell'agguato, sotto casa del "bersaglio". Con le nuove regole l'illustre fratello si sarebbe salvato? Troppe cose avrebbero dovuto incastrarsi per il verso giusto: un'ipotesi di reato che consente un ascolto oltre i due mesi; gravi indizi di colpevolezza già raccolti contro i "cattivi"; i "cattivi" che discutono del prossimo delitto proprio in quei due mesi in un luogo dove è stato documentato che si preparano traffici loschi. Una sciarada, un terno al lotto. Che renderà più insicuri gli italiani, più potente e soddisfatta la criminalità (potrà far crescere la sua quota di Pil), contento come una pasqua il sovrano, che distrugge le intercettazioni e sbanca con gli oppositori anche gli alleati.

(La Repubblica, 29 gennaio 2009)

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Oggi il ministro Alfano invia alla Camera la versione definitiva della modifiche al suo ddl. Monito di Flick: "Bilanciare gli interessi della privacy e dell'informazione"

Intercettazioni, l'alt della Consulta
"Niente censure alla stampa"


di LIANA MILELLA

ROMA - Solo oggi si potranno leggere i concreti limiti che il governo impone sugli ascolti. Lo assicura il Guardasigilli Angelino Alfano che invierà alla Camera, in commissione Giustizia, la versione definitiva delle modifiche al suo ddl. Gli accordi sono chiusi ma, in una materia così delicata, conta la stesura. E giusto ieri al governo è arrivato il monito del presidente della Consulta Giovanni Maria Flick. Dal più alto palazzo che vigila sulla congruità tra leggi e Costituzione il segnale è chiarissimo: "Sulle intercettazioni è in corso un dibattito ampio, ma varrebbe la pena di mettersi tutti intorno a un tavolo per decidere come bilanciare i diversi interessi della privacy e dell'informazione, senza introdurre alcuna forma di censura preventiva alla stampa poiché ciò è vietato dalla Costituzione".

Flick cita gli articoli 15 e 21 della Carta, dove si garantisce che "la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure" e si tutela al contempo "libertà e segretezza della corrispondenza e d'ogni altra forma di comunicazione", telefonate comprese. La raccomandazione non lascia adito a fraintendimenti.
È un Flick che, a due settimana dalla scadenza di una presidenza breve (tre mesi), non si risparmia dal bacchettare il governo sull'uso "improprio" ed eccedente dei decreti e soppesa le parole quando parla di giustizia.

Dopo la sua raccomandazione, l'emendamento sul ddl intercettazioni, frutto di un'esasperata trattativa nella maggioranza, ritarda. Si blocca la commissione Giustizia. "Tutti i gruppi mi hanno chiesto di sospendere la seduta" dice la presidente Giulia Bongiorno. Poche ore dopo il capogruppo del Pdl Enrico Costa assicura: "Il governo presenterà il testo tra 24 ore". Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo spegne le dietrologie: "Non ci sono ritardi. La Iannini (direttore del legislativo di via Arenula, ndr.) sta lavorando, ma Alfano è stato fuori tutto il giorno e non ha potuto dare il via libera".

Si sgonfia quello che pareva un caso: a Milano, all'inaugurazione alternativa dell'anno giudiziario dei penalisti, Niccolò Ghedini, consigliere giuridico del premier, sembra annunciare un passaggio del testo al prossimo consiglio dei ministri. Poi lo stesso Ghedini lo smentisce: "Ma via. Il testo è pronto e non passerà per palazzo Chigi". Il contenuto: intercettabili i reati oltre i cinque anni di pena, per 45 giorni prorogabili per altri 15 solo "in casi eccezionali, qualora siano emersi nuovi elementi", ad libitum per i delitti gravissimi; "sufficienti indizi di reato" per quest'ultimi, "gravi indizi di colpevolezza" per i meno gravi.

Per Alfano la partita delle intercettazioni è chiusa. Il ministro nega che il Cavaliere sia scontento e guarda già alla riforma del processo penale (la prossima settimana in consiglio) e alle modifiche costituzionali. Non nasconde l'entusiasmo, e lo esprime a Bossi incontrandolo al ristorante di Montecitorio, per la nuova sintonia con Udc e Radicali.

Alla Camera e al Senato la maggioranza vota con i due gruppi le risoluzioni sulla giustizia contro Pd e Idv. Polemizza Alfano: "Il Pd si ritrova da solo con Di Pietro mentre lui va in piazza con striscioni offensivi contro Napolitano". Il Guardasiglli ombra Lanfranco Tenaglia lo rimbrotta: "Confonde le carte per coprire le terribili spaccature nella maggioranza"

(La Repubblica, 29 gennaio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 28/01/2009 @ 11:49:36, in Politica, linkato 1058 volte)
Circa 5,2 mln di euro per il canone dei server e 4,5 per il software

Intercettazioni, 129mila sotto controllo. Costano 226 milioni di euro all'anno

Con la riforma del sistema calerà il costo delle apparecchiature: il ddl dell'esecutivo prevede l'istituzione di centri su base distrettuale con un massimo di 26 strutture. Già 71 uffici di procura informatizzati con una copertura pari al 60% dei bersagli

Roma, 28 gen. (Adnkronos) - Una spesa "fuori controllo", quella per le intercettazioni, l'ha definita ieri il Guardasigilli Angelino Alfano nel suo intervento sull'amministrazione della giustizia. Le cifre, relative al 2007, le fornisce lo stesso ministero della Giustizia: 226 milioni e 895mila euro (secondo i dati più recenti relativi alle Procure presso i Tribunali) per intercettare 128.805 'bersagli', di cui 116.303 telefonici, 10.703 ambientali e 1.799 informatici. Un costo che con la riforma dell'intero sistema calerà drasticamente, soprattutto per quel che riguarda le apparecchiature.

La spesa è certamente elevata, come ha sottolineato lo stesso Guardasigilli, ma pure in calo rispetto al 2006, quando aveva toccato i 229 milioni di euro e, soprattutto, rispetto al 2005, quando alle casse dello Stato intercettare era costato 308 milioni.

Quasi 35 milioni, sempre per quel che riguarda il 2007, sono stati spesi per l'attivita' di intercettazione; 9 milioni 283mila euro per i tabulati e 182 milioni 616mila euro per il noleggio degli apparati.

Milano, con 17.357 'bersagli' intercettati, Napoli con 16.218 e Palermo con 10.052 sono le città più 'ascoltate' nel 2007, con un costo rispettivamente di 35 milioni di euro, 11 milioni e 46 milioni.

Il Ddl del governo punta decisamente a contenere i costi delle intercettazioni. L'attuale sistema prevede il coinvolgimento di 166 uffici di Procura e presenta costi estremamente variabili in relazione alle tecnologie utilizzate e all'incidenza del costo di noleggio degli apparati, che grava sulle casse dello Stato per 182 milioni di euro.

Il nuovo sistema delineato dal provvedimento dell'esecutivo prevede l'istituzione di centri di intercettazione su base distrettuale con un massimo di 26 strutture. Le operazioni di ascolto, invece, possono essere compiute per mezzo delle apparecchiature installate presso le competenti Procure della Repubblica o presso i servizi di polizia giudiziaria delegati. Attualmente sono 71 gli uffici di Procura informatizzati, con la copertura del 60% dei bersagli.

Per far marciare a pieno regime un sistema informatizzato e' indispensabile un adeguato pacchetto software per l'acquisizione e la distribuzione dei dati, proteggendo gli stessi dati con appositi sistemi di crittografia e cifratura. Il costo complessivo di questa operazione è stimato in 4 milioni e mezzo di euro, mentre 5 milioni e 200mila euro sono i fondi necessari a sostenere la spesa del canone annuo del server.

La riorganizzazione del sistema delle intercettazioni cosi' come l'ha elaborata il governo determina risparmi "estremamente significativi" rispetto agli attuali esborsi: da un lato perche' non si ricorrerà più al noleggio degli apparati; dall'altro in ragione dell'abbattimento dei costi derivanti dalle limitazioni delle autorizzazioni alle intercettazioni, stimati in 40 milioni di euro.

Per l'anno finanziario 2010, a regime, le spese correnti dovrebbero essere limitate a 14 milioni 796mila euro, di cui 5 milioni 200mila per il canone del server, 28.500 per le 95 postazioni informatiche presso gli uffici di procura, 4 milioni 500mila per l'acquisto del software, 468.000 per il canone di affitto dei locali, 7 milioni 800mila per la manutenzione e 1 milione 300mila euro per le spese di funzionamento delle strutture.
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IL PERSONAGGIO. Nell'archivio del tecnico nessun dialogo, solo analisi
Nel suo ufficio di Palermo da quindici anni lavora per le principali Procure

Dalla mafia al fronte-De Magistris
le ombre del "sistema" Genchi


Quando la Boccassini, indagando su Capaci, disse: "O lui o io"


di GIUSEPPE D'AVANZO

Berlusconi è pronto per il blitz (un decreto del governo in forma di legge?) che sottrarrà alle indagini giudiziarie l'ascolto telefonico e ai pubblici ministeri l conduzione delle inchieste (saranno "avvocati della polizia"). Per far ingoiare ai suoi alleati recalcitranti e all'opinione pubblica il provvedimento, intorbida le acque. Modifica i fatti. Capovolge la verità. Grida di "intercettazioni". Annuncia "uno scandalo che sarà il più grande della Repubblica".

Qual è l'"inquietante" novità che dovrebbe farci saltare sulla sedia? La vergogna sarebbe custodita nell'archivio di Gioacchino Genchi, un vicequestore della polizia di Stato (in aspettativa sindacale da un quindicennio), consulente di un rosario di procure e, per ultimo di Luigi De Magistris nelle inchieste Why not? e Poseidone. E' utile dunque, all'inizio di una settimana dove saranno raccontate rumorose "bufale", fissare qualche punto fermo, illuminare il lavoro di Genchi, avanzare infine qualche domanda.

Punti fermi, tre.

1. Berlusconi mente. Nell'archivio di Genchi non c'è alcuna intercettazione telefonica, ma soltanto analisi di tabulati telefonici. Per le due inchieste di De Magistris, e su sua delega, Genchi ha messo insieme 1.042 tabulati, un milione di contatti, 578 mila schede anagrafiche.

2. Berlusconi ritrova troppo tardi la parola e la memoria senza mai perdere la sua malafede. Non ha battuto ciglio quando si sono scoperti gli archivi illegali della Telecom dell'amico Marco Tronchetti Provera (anche lì, si raccoglievano abusivamente tabulati e si intercettavano mail). Non ha emesso un fiato quando il suo nemico Romano Prodi è stato indagato proprio alla luce dell'analisi dei "dati di traffico della sim gsm 320740... intestata alla Delta spa presso la Wind, volturata il 1 aprile 2004, all'"Associazione l'Ulivo i Democratici" di Bologna, contratto trasferito il 17 febbraio 2005 a Roma in piazza Santi Apostoli 73, sede dell'Ulivo, e due mesi dopo alla Presidenza del Consiglio, via della Mercede 96, Roma". Scritto nero su bianco in una consulenza di Genchi. Dov'era allora l'indignazione di Berlusconi? Non ce n'era traccia. Quell'indagine poteva azzoppare il governo di centrosinistra e tutto faceva brodo. Anche il lavoro di Gioacchino Genchi.

3. I rumorosi strepiti di Berlusconi non rivelano nulla di quanto già non si conoscesse per lo meno da sedici mesi. "De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati - scrive la Stampa, il 4 ottobre 2007 - . Nell'elenco ci sono tra gli altri, il presidente del Consiglio Prodi, l'ex-presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell'Interno Amato, e della Giustizia Mastella; il viceministro dell'Interno Minniti; il presidente del Senato Marini, l'ex-presidente della Camera Casini, il segretario dell'Udc, Cesa, il vecepresidente del Csm Mancino. I movimenti dei numeri telefonici acquisiti riguardano anche il capo della polizia De Gennaro, il vicecapo vicario De Sena, il direttore del Sisde Gabrielli, il direttore del Servizio di polizia postale e telecomunicazioni Vulpiani, il direttore della Dia, Sasso, il generale di corpo d'armata Piccirillo, il presidente dell'Anm Gennaro, il procuratore aggiunto di Milano Spataro, il pm antiterrorismo di Roma Saviotti, quattro sostituti della procura nazionale antimafia, diversi membri della commissione parlamentare antimafia, deputati, senatori, questori della Camera, presidenti di commissioni di Palazzo Madama". L'elenco (sempre smentito da De Magistris) mostra più di tante parole la strumentalità della sortita allarmata di Berlusconi. Ma come c'è anche il suo nome in quella classifica abusiva e Berlusconi non dice una parola, non protesta, non chiede spiegazioni? E se non si preoccupava allora, perché oggi parla di "scandalo storico"?

Il Cavaliere oggi ha compreso che l'"affare Genchi" può essere la leva per scardinare le resistenze che An, Lega, Pd oppongono al suo progetto di cancellare le intercettazioni dagli strumenti di indagine e fare del pubblico ministero il "notaio" delle polizie. Se non si dice, dunque, di Genchi - chi è, che cosa fa, come lo fa, grazie a chi - non si comprendono le ambiguità possibili del suo lavoro.

Il vice-questore in aspettativa Genchi, 49 anni, va su tutte le furie quando si parla di lui come di "un personaggio misterioso". Anche se cede al narcisismo quando lo si incontra nel sotterraneo di 500 metri quadrati, ipertecnologico, di piazza Principe di Camporeale, a Palermo (è un tormento riuscire a incontrarlo). A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer. Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena. Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, "nonostante la forte vocazione umanistica", a darsi da fare con l'informatica, l'elettronica, la topografia applicata e i primi "teodoliti al laser", che solo Dio sa che cosa sono. E' un fatto che Vincenzo Parisi (capo della polizia) nel 1988 gli affida la Direzione della Zona Telecomunicazioni del ministero dell'Interno per la Sicilia occidentale. E' il suo trampolino di lancio, l'inizio di una parabola che lo porterà ad essere, prima con la divisa addosso poi da libero professionista, il ricercatissimo consulente delle procure, capace di "mappare" l'intera rete di relazioni telefoniche di un indagato. Controlla, per dire, quasi due miliardi di tracce telefoniche nell'indagine di via D'Amelio. Ricostruisce 1.651.584 contatti telefonici inseguendo una scheda utilizzata in 31 cellulari diversi per dimostrare i legami pericolosi di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione siciliana. "Oggi - racconta Genchi - non è che facciamo più intercettazioni di un tempo, quelli che sono aumentati sono i telefoni. Anni fa c'era solo l'Etacs, il cellulare era uno solo. Ora per trovare un numero che interessa se ne cercano tanti, senza considerare il roaming degli Umts, con schede che si possono spostare da telefono in telefono e tanti gestori diversi dove si possono agganciare gli utenti con servizi telefonici diversi - messaggi, immagini, fax, video - ecco perché le richieste si sono moltiplicate".

Le richieste. E' questo lo snodo. Non c'è nulla di illegale nel lavoro di ricerca svolto da Genchi se è il pubblico ministero a chiederle per una necessità dell'indagine perché, prima o poi, dinanzi ai giudici e agli avvocati della difesa, il pm dovrà rendere conto dei suoi passi. Decisivo è allora il rapporto che Genchi crea con il pubblico ministero responsabile dell'inchiesta. O meglio, che il pm crea con il consulente. Genchi ha un'alta opinione di se stesso e del suo lavoro. Non tace che le sue perizie sono "già pezzi di sentenza". Gli piace, nei suoi resoconti alle procure, argomentare l'accusa, suggerire deduzioni, indicare nuove ipotesi investigative, chiedere il coinvolgimento nell'indagine di questo o di quello. Non tutti i pubblici ministero abboccano al suo amo. Nel 1993, Ilda Boccassini, quando indagava sulla strage di Capaci, non gradì che quel tecnico del pool investigativo si attardasse intorno ai contatti telefonici privati di Giovanni Falcone, che nulla avevano a che fare con l'inchiesta. E quando nel febbraio di quell'anno se lo trovò davanti che proponeva di "trattare" le carte di credito del magistrato ucciso, se ne liberò senza stare troppo a pensarci su. "O me o lui", disse.

"Il fatto è - racconta ancora un altro pubblico ministero - che Genchi arriva da te con un elenco di numeri di telefono che sono entrati in contatto con il cellulare o il telefono fisso del suo indagato. Ti chiede una delega per verificarli. E tu che diavolo ne puoi sapere se tra quei centinaia di numeri ce n'è uno che non ha nulla a che fare con il tuo "caso" e molto con le curiosità di Genchi? Questo è il motivo per cui preferisco non lavorare con lui, che è certamente il solo in Italia a sapere fare quelle analisi dei dati".
Conviene ripeterlo: tutto si decide nel rapporto tra il pm e Gioacchino Genchi. L'affare che Berlusconi vuole trasformare nel "più grande scandalo della storia della Repubblica" si riduce a queste domande: Genchi ha tradito la fiducia di Luigi De Magistris analizzando dati di traffico telefonico per cui non aveva ricevuto la delega del pubblico ministero? O ha tradito la sua fiducia facendogli firmare deleghe per numeri di telefono estranei all'inchiesta? O non è avvenuto nulla di tutto questo e le deleghe erano legittime e legittimi l'analisi dei dati e gli scrutinati? Lo deciderà ora la procura di Roma che, con ogni probabilità, ha ricevuto le "carte" da Catanzaro perché l'indagine coinvolge anche Luigi De Magistris, oggi giudice a Napoli (Roma è competente per i giudici di Napoli). In attesa del can can spettacolare che Berlusconi organizzerà nei prossimi giorni, questa storia ci dice fin da ora una verità che non dovrebbe piacere a Berlusconi. Ci indica quanto pericoloso sia separare il lavoro del pubblico ministero dall'attività della polizia giudiziaria. Una polizia, libera dal controllo della magistratura, potrà avere mano libera per ogni forma di spionaggio illegale. Naturalmente, nel caleidoscopio delle verità rovesciate di Berlusconi, questo è una ragione per privare il pm della responsabilità delle inchieste.

(La Repubblica, 26 gennaio 2009)

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SCHEDA da Il Sole 24 ore / Come funzionano le intercettazioni

A) Il Pubblico ministero fornisce al consulente i numeri di telefono d'interesse per verificare quali utenze l'indagato chiama, da quali riceve telefonate.
NOTA: Va considerato che se un soggetto acquista 5 carte Sim e possiede 5 apparecchi cellulari, l'utente è uno ma i record da controllare diventano molti di più.

B) Il consulente riceve l'incarico e chiede anche a più riprese al magistrato di inviare ai gestori telefonici i decreti con i numeri di telefono da verificare, mano a mano che questi emergono dai tabulati forniti dal gestore.
NOTA: Molto spesso, per snellire il lavoro, dopo l'invio una tantum della richiesta del magistrato, i contatti con i gestori telefonici vengono mantenuti direttamente dal consulente o dalla Pg, facendo riferimento al numero di decreto iniziale. Inoltre, a seguito della portabilità del numero, la richiesta raggiunge i diversi gestori, i quali individuano i propri clienti e forniscono all'Autorità Giudiziaria i tabulati di loro competenza.

C) Sulla base dei tabulati, il perito o la Pg analizzano i contatti relativi ai numeri di telefono d'interesse e individuano quelli più frequenti, o quelli concentrati in un dato arco temporale o geografico. Se occorre, procedono con la richiesta di nuovi tabulati.
NOTA: Dal 3 luglio 2008, i gestori sono tenuti a cancellare tutti i dati risalenti a due anni prima. Fino a quel momento, il Pm poteva richiedere ai gestori tabulati degli ultimi due anni (o anche di più ma solo per i reati indicati nella legge Pisanu su terrorismo e sicurezza dello Stato). Per le richieste di dati oltrei due anni fino a luglio occorreva l'autorizzazione del Gip.

D) Alcuni gestori forniscono i numeri già collegati a un'anagrafica dell'intestatario del contratto; ad altri, se il magistrato vuole abbinare un nome a un numero deve farne esplicita richiesta.

I numeri dell'archivio Genchi

A quanto è dato finora sapere, i server sequestrati nello studio di Genchi e analizzati dal Ros dei carabinieri hanno rivelato, nelle inchieste Why not e Poseidon l'avvenuta richiesta di:

- 1.042 tabulati dai quali risultavano -
- 1.000.000 di contatti che hanno portato a
- 578.000 anagrafiche
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Di Loredana Morandi (del 27/01/2009 @ 09:52:12, in Politica, linkato 1100 volte)
Ecco, io disapprovo gli articoli di Alessandro Longo, perché la sua trattazione fa risaltare argomenti serissimi con la medesima nerditudine con la quale tutto il web delle persone per bene è minacciato da avvocatucci di periferia, venditori di pornografia, hosters e registrant delinquenti, internet provider che rubano sulla banda. Unico pregio, linka all'esterno i suoi testi.

DIRITTI INTERNET

"Contro i pirati, censura web"
E' una bozza ma è già polemica

E' arrivata al comitato governativo (sembra messa a punto dalla Siae) la proposta di legge contro la pirateria digitale e ha scatenato l'inferno in rete. A farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche "soggetti come YouTube, a tutto vantaggio di Mediaset e delle altre tv" di ALESSANDRO LONGO

UNA PROPOSTA di legge che, combattendo la pirateria digitale, spinge verso una censura del web. Una censura dall'alto, con un rigore mai visto prima in Italia. E a farne le spese potrebbero essere non solo gli utenti ma anche soggetti come YouTube, a vantaggio di Mediaset e delle emittenti che sentono violati i propri diritti d'autore.

Sono questi aspetti che stanno facendo divampare le polemiche, in rete, sulla prima proposta di legge arrivata al neonato Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale. Il documento è trapelato sul web e pubblicato da Altroconsumo, associazione dei consumatori, che lo boccia allarmata: "Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell'innovazione del mercato digitale".

"Ad inquietare sono numerosi punti di quella proposta", spiega a Repubblica.it Guido Scorza, avvocato tra i massimi esperti di internet in Italia. "Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d'autore. I imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a"prestatori di servizi della società dell'informazione". Chi sono questi soggetti? "Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting".

"Se passasse questa proposta, certo YouTube perderebbe la causa contro Mediaset e altre emittenti che lo denunciano per la presenza di materiale pirata sul portale", aggiunge Scorza. YouTube (e altri portali analoghi) chiuderebbe in Italia, subissato da cause perse, o sarebbe a cambiare molto il servizio solo per gli italiani.

La proposta non parla di misure contro gli utenti che violano il diritto d'autore (scaricando e condividendo file pirata), "ma quella delega in bianco non lascia presagire nulla di buono. Potrebbe essere la nota misura della disconnessione coatta degli utenti da internet, la cosiddetta dottina Sarkozy, che questo governo, la Siae e Fimi hanno già dichiarato di apprezzare". Dottrina che però è ancora in forse e ha già ricevuto una bocciatura dal parlamento europeo perché lesivo dei diritti degli utenti.

Sorprende poi un articolo, nella proposta, che con il diritto d'autore non ha niente a che vedere ma che ha il sapore della censura a 360 gradi: "Attribuzione di poteri di controllo alle Autorità di governo e alle forze dell'ordine per la salvaguardia su tali piattaforme telematiche del rispetto delle norme imperative, dell'ordine pubblico, del buon costume, ivi inclusa la tutela dei minori".

Insomma, una specie di commissione di censura di quello che sta sul web, come avviene per il cinema, ma con ricadute molto più pesanti: perché andrebbe a porre paletti alla possibilità di ciascun utente di leggere o pubblicare una notizia o un video d'informazione. Su uno sciopero non autorizzato, per esempio, o su alcuni fatti potenzialmente diffamanti per un politico. Si noti che una norma simile, il Child Safe Act, voluto da Bush, è appena stata dichiarata anticostituzionale negli Usa. L'Italia andrebbe quindi contro tendenza, se passasse la proposta.

A contorno di tutta la vicenda c'è un giallo. In rete i primi commenti hanno attribuito la proposta alla Siae, che siede al Comitato. La Siae nelle scorse ore ha smentito quest'attribuzione, ma senza entrare nel merito del documento. Ha smentito, insomma, solo di esserne il padre, ma non ne ha negato l'esistenza. Addetti ai lavori continuano però a sospettare che sia stata proprio la Siae a redigerlo. Il motivo è che il nome della Siae appare indicato come l'autore del documento, nelle proprietà del file della proposta di legge trapelato agli addetti ai lavori (e che Repubblica.it ha potuto leggere).

"Crediamo che adesso, dopo questa polemica, si possa tornare a discutere prendendo le distanze da quel documento. Così, del resto, il governo ci aveva promesso: il ministro Sandro Bondi (per i beni e le attività culturali) aveva detto infatti che la proposta di legge sarebbe arrivata al Comunicato solo dopo una consultazione con le varie parti", dice Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo. Consultazione che ancora non è avvenuta. Ecco perché i consumatori si sono sentiti traditi all'arrivo di questa proposta di legge.

(27 gennaio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 27/01/2009 @ 09:28:03, in Politica, linkato 1145 volte)

Giustizia, Berlusconi accelera

di Barbara Fiammeri


Silvio Berlusconi vuole arrivare rapidamente alla stretta sulle intercettazioni. Finora le resistenze di An e Lega glielo avevano impedito. Per convincere gli alleati riottosi, il premier cavalca apertamente il caso Genchi, che definisce «lo scandalo più grande della Repubblica». La vicenda del vicequestore della Polizia (attualmente in aspettativa) Giocchino Genchi, consulente di numerose procure (tra cui quella di Catanzaro all'epoca di De Magistris) per le quali ha esaminato il traffico telefonico di migliaia utenze, è la "bomba" con cui il Cavaliere conta di ottenere dagli alleati il via libera alla sua linea: un'ulteriore restrizione nell'uso delle intercettazioni da parte dei Pm, rispetto alle limitazioni già previste nel testo all'esame della commissione Giustizia della Camera.
«Bossi è con me, mi ha assicurato che seguiranno quello che riteniamo più giusto», ha detto Berlusconi. Che può contare sulla disponibilità dell'Udc e su una posizione attendista di Walter Veltroni («aspettiamo approfondimenti»). E anche Alleanza nazionale sembra avere assunto un atteggiamento più elastico. Ieri il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che è anche reggente di An, a proposito del caso Genchi ha sentenziato: «È un ulteriore conferma che l'abuso delle intercettazioni è arrivato a livelli inaccettabili. È necessario un giro di vite».

L'accordo – si dice – è ormai questione di ore. A Palazzo Grazioli, residenza romana di Berlusconi, si svolgerà oggi un nuovo vertice di maggioranza cui parteciperanno, assieme al Guardasigilli Angelino Alfano, l'avvocato del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno (An) e per la Lega Matteo Brigandì.
Intanto, però, il superconsulente Genchi smentisce tutto, a partire da un eventuale coinvolgimento di Berlusconi nelle inchieste di De Magistris («non c'entra nulla»), parla di una «grande mistificazione», nega l'esistenza di un archivio e assicura che lui in tutta la sua vita non ha svolto una sola intercettazione. La tesi del vicequestore è che qualcuno ha messo in giro ad arte nomi altisonanti che «non ci azzeccano con la realtà», mentre sono rimasti nell'ombra «i nomi dei pochi magistrati, giornalisti e appartenenti ai servizi sui quali effettivamente era incentrata l'attenzione di De Magistris».

Sull'attività di consulenza di Genchi sta facendo accertamenti anche il Copasir. Francesco Rutelli, presidente del comitato parlamentare per la sicurezza, ieri ha incontrato il presidente del Senato Renato Schifani e stamane vedrà quello della Camera Gianfranco Fini. «È prematuro definire questa vicenda come uno scandalo o una fandonia; ma, tra un'affermazione e l'altra, consiglierei di collocarsi in una posizione intermedia», ha dichiarato Rutelli, sottolineando che il caso Genchi non deve avere un legame diretto con «una nuova possibile normativa sulle intercettazioni telefoniche».
Il presidente del Copasir si è invece mostrato possibilista sulla proposta di una commissione d'inchiesta avanzata dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchito, ma ha anche ribadito che le intercettazioni «non possono essere né impedite, né limitate per reati importanti come quelli contro la pubblica amministrazione». Anche se – ha evidenziato – «i tabulati del traffico telefonico (di cui si è occupato Genchi, ndr) non sono meno rilevanti in termini di privacy delle intercettazioni». Il Copasir ascolterà il consulente venerdì. Lo stesso giorno davanti al comitato sfileranno anche Luigi De Magistris, il garante della Privacy Franco Pizzetti, i responsabili di Tim e Vodafone e i vertici dei Servizi segreti.

Il Sole 24 ore

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Di Loredana Morandi (del 26/01/2009 @ 06:00:47, in Politica, linkato 1034 volte)
Inoltre è una buona idea ...

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